God Save the King

inno nazionale britannico
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God Save the King («Dio salvi[4] il Re») è il brano musicale patriottico e popolare inglese che funge per consuetudine[5] da inno nazionale e reale britannico, dei territori d'oltremare del Regno Unito, e da inno reale dei reami del Commonwealth. Quando sul trono siede una sovrana, l'inno assume il titolo God Save the Queen («Dio salvi la Regina») e un testo adattato nel genere grammaticale.

God Save the King
inno nazionale britannico
A Loyal Song, c. December 1745.jpg
Partitura dell'inno pubblicata sul Thesaurus musicus nel 1745
Dati generali
Nazione Regno Unito Regno Unito
Adozione XVIII-XIX secolo
Lingue inglese
Adozione in altri paesi
vedi elenco
Componimento poetico
Autore anonimo
Epoca XVII-XVIII secolo
Struttura
Strofe tre strofe di quinari sdruccioli e tronchi in settima rima composta di terzina e quartina[1][2]
Schema metrico aab cccb[1][2]
Composizione musicale
Autore anonimo
Epoca XVII-XVIII secolo
Forma e stile
Sistema musica tonale
Tradizione musica liturgica britannica (anthem)
Forma gagliarda
Tempo Semiminima.svg = 60 || Semiminima.svg = 52
Metro 34
Tonalità Dies-1.svg sol maggiore
Audio
Versione ufficiale eseguita dalla Royal Philharmonic Orchestra (info file)

«Un vero gioiello musicale; il tipo più perfetto dell'inno-preghiera.»

(Gino Visonà[3])

D'autore ignoto sia per il testo sia per la musica, affonda le proprie radici nella tradizione religiosa, politica e popolare della Gran Bretagna e appare frutto della rielaborazione di materiale musicale e testuale comune. Nella sua funzione di emblema nazionale si lega all'avvento dello stato costituzionale moderno, ente che adotta tipicamente un inno di cui pochi paesi hanno fornito un modello: tra questi, il Regno Unito ha dato avvio alla tradizione degli inni monarchici.

La stessa melodia di God Save the King, oltre a servire da inno di tutti i paesi legati alla corona britannica, è stata più volte riusata da altre nazioni, soprattutto di lingua tedesca, in qualche caso anche di tradizione repubblicana ma legate per cultura alla Gran Bretagna (Stati Uniti) o alla Germania (Svizzera).

StoriaModifica

God Save the King è indicato a volte come l'inno nazionale più antico al mondo ancora in uso, essendo stato pubblicato completo di testo e musica non più tardi del 1744 e adottato al massimo nel 1825,[6] in quanto – pur in assenza di ufficialità – costantemente indicato come inno nazionale fin dai primi anni del regno di Vittoria.[7] È a questa seconda data, legata a un'adozione di fatto che precede la nascita di molti degli stessi stati europei moderni, che si riferisce il primato.[8]

In realtà, con riguardo alla sola pubblicazione completa di testo e musica, il Wilhelmus, adottato nel 1932 ma redatto per iscritto nel 1574,[9] risulta più antico. Invece l'adozione di fatto di God Save the King avvenne per gradi, durante le guerre rivoluzionarie francesi[10] (1792-1802); va pertanto retrodatata intorno al tempo della prima adozione ufficiale della Marsigliese (1795[11]), a cui si riconosce talvolta un primato analogo[10] e a cui l'inno britannico, sotto questo profilo, è all'incirca contemporaneo.

Titolo e contesto storicoModifica

 
«God save the King» in una lapide dell'epoca di Giacomo I e VI

Il titolo del brano corrisponde al terzo e settimo verso della prima strofa, che chiudono rispettivamente la terzina e la quartina metriche di cui essa si compone e le corrispondenti frasi musicali.

L'espressione God save the King e la sua equivalente del secondo verso, long live [the] King, ricorrono da secoli nella lingua inglese. Esse corrispondono all'augurio che nelle prime traduzioni della Bibbia rendeva il latino vivat rex («viva il re») del I Libro dei Re, al versetto 1,39[12] dedicato all'incoronazione di Salomone, che nelle edizioni dal 1390 in poi diventa alternativamente «lyue the kyng» e «God save the kynge».[13]

L'intreccio del potere politico con la liturgia è lungamente radicato in Inghilterra, e la stessa cerimonia di incoronazione del sovrano è un rito religioso che, fin dal tempo di Edgardo (973[14]), si serve di un anthem (termine per «inno» che designa letteralmente l'antifona) per cantare il passo 1,38-40 del I Libro dei Re.[15] A ridosso della prima pubblicazione del futuro inno nazionale, Händel stesso musicò una versione di Zadok the Priest per l'incoronazione di Giorgio II (1727).[16]

Ma nell'Inghilterra postrivoluzionaria e del primo costituzionalismo moderno era mutata la concezione del potere sovrano, e la legittimazione reciproca tra il re e il popolo coinvolgeva ormai la totalità dei sudditi: fu proprio negli anni 1740-1745 che si assistette al fiorire della musica patriottica a carattere popolare, di cui sono espressione composizioni rimaste poi celebri in tutto il mondo, come Rule, Britannia! di Arne. Su questa scia maturò il passaggio dall'anthem elevato, affidato al coro professionale, all'inno pur sempre di stampo religioso e solenne ma orecchiabile e cantabile dal popolo unito.[17]

Pubblicazioni e prima esecuzioneModifica

 
L'inno pubblicato sul Gentleman's Magazine nel 1745 presenta due errori rispetto alla prima edizione del brano e una melodia ancora in più parti diversa da quella accolta nell'uso

God Save the King fu pubblicato per la prima volta negli anni 1740. Chappell assume che la prima edizione sia stata inclusa nella raccolta Harmonia anglicana del 1744,[18] e solo in seguito nel Thesaurus musicus del 1745. L'affermazione, nell'irreperibilità dell'edizione da lui descritta, è stata a lungo posta in dubbio; solo nella seconda metà del XX secolo la scoperta alla Biblioteca del Congresso di una copia dell'Harmonia,[19] unita all'evidente rinomina della medesima raccolta in Thesaurus musicus, ha reso attendibile tale testimonianza.[20]

Oltre che nell'Harmonia, le prime pubblicazioni dell'inno sono incluse: nell'edizione del Thesaurus databile tra il 20 aprile e il 16 novembre 1744; in quella del Gentleman's Magazine dell'ottobre 1745; nell'altra del Thesaurus uscita intorno al dicembre 1745;[20][21] in copia dell'arrangiamento di Thomas Arne conservata presso il British Museum.

Quest'ultima fu usata per la prima esecuzione pubblica nota dell'inno, tenuta al Drury Lane il 28 settembre 1745.[21][22] L'esecuzione seguì la rappresentazione dell'Alchimista di Jonson e fu affidata a un coro maschile guidato da tre celebri voci: Susannah Cibber (mezzosoprano[23]), sorella di Arne, John Beard (tenore) e Thomas Reinhold (basso).[7] L'esecuzione dell'inno fu replicata a Covent Garden,[24] in un arrangiamento di Charles Burney, allievo di Arne.[21][25]

L'evento, all'indomani della vittoria di Carlo Edoardo Stuart a Prestonpans (24 settembre) nel corso dell'ultima sommossa giacobita, si svolse in un'atmosfera di patriottismo alla quale l'inno, come riaffermazione di lealtà a Giorgio II, aderiva a perfezione; nella medesima serata, l'intero cast maschile della commedia annunciò l'intenzione di costituirsi in unità volontaria a difesa del re contro il Giovane Pretendente.[7][10]

Ognuna di queste pubblicazioni presenta una diversa versione della melodia di God Save the King. Di esse, la versione pubblicata per prima potrebbe non essere il vero originale, poiché la copia del Thesaurus conservata al King's College di Cambridge presenta abrasioni e altri segni d'alterazione.[26] Il brano è comunque scritto nella tonalità originale di sol maggiore.[27]

a) Thesaurus musicus (Harmonia anglicana) 1744

 

Si tratta musicalmente della stessa versione riportata (con ogni probabilità senza l'autorizzazione dell'editore del Thesaurus John Simpson) come A Song for two Voices. As sung at both Playhouses dal Magazine, che introdusse però un doppio errore alla battuta 4:[22] una sequenza la-si-do invece di la-la-si, scritta sulla stessa figurazione ritmica.[18] Dal punto di vista testuale, invece, la versione del Magazine corrisponde a quella che sarebbe uscita poco dopo nell'edizione 1745 del Thesaurus, qui riportata come versione d).

La ricostruzione dei frammenti alterati della versione a), omesse le note di abbellimento, dà un risultato melodicamente quasi identico[28] (l'unica, rilevante differenza è alle battute 13-14) alla linea della voce femminile della versione arrangiata da Arne, sebbene questa sia trasportata in mi♭ maggiore.[29] In seguito alla ricostruzione, l'ipotetico originale dell'inno doveva suonare come segue.[26]

b) Ricostruzione di Thesaurus musicus (Harmonia anglicana) 1744

 

Si riporta di seguito la versione arrangiata da Arne, ritrasportata per comodità in sol maggiore, scritta nello stesso metro, senza abbellimenti e con le sole voci soliste, esclusa la ripetizione delle due frasi da parte del coro. La linea del mezzosoprano è scritta in chiave di violino per uniformità con gli altri esempi.

c) Thomas Arne 1745

 

Si può notare che la battuta 1 (sol-sol-la) del canto nelle versioni b) e c) è identica a quella della versione moderna, mentre nella versione a) e in quella del Magazine figura alterata (sol-sol-sol). Questa vistosa differenza rispetto alla versione corrente, dunque, non sembra essere stata rimossa da Arne, e secondo Scholes sarebbe frutto di un errore che la nuova edizione del Thesaurus, posteriore al Magazine, avrebbe corretto.[30]

Differiscono invece dalle corrispondenti battute della versione moderna la battuta 4 (le note la-si dell'originale saranno invertite in si-la) e quelle immediatamente precedenti alla conclusione delle due frasi, sulle cui note si cantano in entrambi i casi, alla prima strofa, le sillabe God-save-the (5 e 13). Anche la difformità della battuta 4 – che è diversa anche da quella riportata nella prima edizione del Thesaurus e, con il doppio errore, nel Magazine – è però già superata dalla versione apparsa sul Thesaurus stesso sotto il titolo A Loyal Song. Sung at the Theatres Royal,[31][32] che qui per semplicità si riporta di nuovo senza abbellimenti.

d) Thesaurus musicus 1745

 

Se quindi la forma moderna delle battute 1 e 4 fu raggiunta nel giro di un anno (e quella della battuta 1 era forse presente già nell'originale), diversa sorte ebbe la melodia del verso conclusivo delle due frasi, «God save the King». La linea melodica adottava l'uso corrente all'epoca di anticipare la tonica alla penultima battuta (il sol di King veniva cioè cantato anche su the). Riferisce Chappell che quest'uso passò di moda qualche anno dopo, e si preferì quindi raggiungere la nota conclusiva con due passaggi per grado congiunto, a formare due semplici scale discendenti (la-sol-fa♯ e do-si-la).[33]

e) Battute 5-6

 

f) Battute 13-14

 

Per scongiurare la banalità della soluzione sul finale della strofa, i cantanti presero allora l'abitudine di eseguire una corona sulla sillaba us, prolungandola, per poi salire al mi dell'originale e cantare una terzina mi-re-do sulla sillaba God. Questo nuovo uso, criticato da Chappell che mostra di preferire la versione più antica,[34] si è poi stabilizzato dando luogo ad almeno due altre varianti.

g) Battute 13-14: terzina

 

h) Battute 13-14: variante ritmica[35]

 

i) Battute 13-14: variante ritmico-melodica[36]

 

TestoModifica

Il testo di God Save the King è rimasto anonimo. Singole parti di esso sono variamente rintracciabili nella tradizione politica e religiosa, sicché pare trattarsi di un centone di frasi lealiste comuni.[37] Il penultimo verso della prima strofa formò ad esempio, con il primo, parte di una parola d'ordine della marina inglese in epoca Tudor (10 agosto 1545): all'esclamazione «God save King Henrye» (Enrico VIII) doveva darsi risposta «And long to reign over us».[7][38] Quest'ultima espressione si trova anche in una contemporanea commedia di Nicholas Udall, Ralph Roister Doister (1540 circa, pubblicata nel 1566), nella forma «The Lord strengthen her most excellent Majestie long to reign over us in all prosperitie» («Il Signore fortifichi Sua Maestà eccellentissima perché regni a lungo su di noi in tutta prosperità»). Secondo Scholes, i versi della seconda strofa potrebbero essere legati dalla preghiera in uso nelle chiese anglicane per l'anniversario della congiura delle polveri («scatter our enemies», «disperdi i nostri nemici», e «assuage their malice, and confound their devices», «placa il loro rancore e confondi i loro piani»).[37][39]

È esclusa l'attribuzione del componimento a Ben Jonson,[39] in realtà sostenuta da Clark nel 1822 solo con riguardo a un testo in latino dal titolo Non nobis Domine presuntivamente creato nel 1607.[40] È quindi con un errore di fondo[41] che nel 1827 il fagottista John Ashley of Bath contesta la tesi di Clark sulla base della grossolanità della rima in inglese.[2]

Si è fatto anche notare il rinvenimento di una coppa d'epoca Stuart con incisi versi molto simili a quelli dell'inno,[37] che potrebbero tuttavia essere stati aggiunti in un secondo momento.[42] Altra ipotesi, basata sulla corrispondenza di Charles Burney, è che il componimento si basi su un coro in latino (in due strofe dalla medesima metrica, quasi perfettamente aderenti al senso delle prime due in inglese) che si sosteneva fosse stato scritto per Carlo II. Secondo la testimonianza dell'anziana madre di Arne, tale coro sarebbe stato eseguito nel 1688 per Giacomo II e VII minacciato dalla Gloriosa rivoluzione e dall'avvento di Guglielmo d'Orange,[43] suppostamente già in inglese e con il verso «God save great James our King» («Dio salvi il grande Giacomo nostro Re»).[7] Di ciò esistono tuttavia solo testimonianze postume.[44] Arne stesso era convinto che il brano fosse stato scritto per la cappella cattolica di Giacomo a Whitehall.[45]

Giacomo II e Giorgio II

La prima versione pubblicata dal Thesaurus musicus includeva solo le due prime strofe, e la seconda presentava sul finale un'importante differenza concettuale con la versione poi invalsa nell'uso: «On him our hopes are fix'd» («In lui – il re – sono riposte le nostre speranze») anziché «On thee our hopes we fix» («In te – Dio – riponiamo le nostre speranze»). Nella prima versione la strofa si conclude poi con «O save us all» («Oh, salva tutti noi») anziché con «God save us all» («Dio salvi tutti noi»). La terza strofa apparve nel 1745, prima nella pubblicazione non autorizzata del Magazine e subito dopo nella nuova edizione del Thesaurus.[46]

Nel primo secolo di vita dell'inno si usò adattarne i versi al nome del sovrano regnante, ripudiando la prima versione «God save our Lord the King» («Dio salvi il nostro signore, il Re»). In base alla metrica poteva trattarsi del primo verso («God save great George our King», «Dio salvi il grande Giorgio nostro Re») o del secondo («William our noble King», «Guglielmo il nobile nostro Re»), o eventualmente di entrambi come nell'arrangiamento di Arne («God save bless our noble King, God save great George our King», «Dio benedica il nobile nostro Re, Dio salvi il grande Giorgio nostro Re»).[10][47] Ciò potrebbe dipendere dall'ambiguità sul nome del legittimo sovrano,[48][49] che gravò sul regno di Giorgio II come su quello di Giacomo. Gli adattamenti, nonostante l'esistenza di una versione che recita «God save Victoria»[50] («Dio salvi Vittoria»), caddero in disuso proprio in età vittoriana, quando si stabilizzò il verso «God save our gracious Queen» («Dio salvi la nostra magnanima Regina»).[10][48]

La versione che segue corrisponde a quella riportata dal sito ufficiale della famiglia reale britannica, limitatamente alla prima e alla terza strofa.[51] Per la seconda, che è omessa, fa riferimento alla versione pubblicata nel Thesaurus del 1745, adeguata all'ortografia dell'inglese moderno. L'unica differenza sostanziale tra i due testi è l'inversione nel testo moderno del penultimo verso da «With heart and voice to sing» a «To sing with heart and voice», che annulla la rima sing/King presente nell'antica edizione.

Per le regine l'inno viene adattato con le opportune sostituzioni: KingQueen («Re» → «Regina»), heshe («lui» → «lei»), himher (pronome «lo» → «la»), hisher (possessivo «di lui» → «di lei»).

Testo originale Traduzione

God save our gracious King!
Long live our noble King!
God save the King!
Send him victorious,
Happy and glorious,
Long to reign over us,
God save the King.

O Lord our God arise,
Scatter his enemies,
And make them fall;
Confound their politics,
Frustrate their knavish tricks,
On thee our hopes we fix.
God save us all.

Thy choicest gifts in store
On him be pleased to pour,
Long may he reign.
May he defend our laws,
And ever give us cause,
To sing with heart and voice,
God save the King.

Dio salvi il nostro magnanimo Re!
Lunga vita al nobile nostro Re!
Dio salvi il Re!
Lo renda vittorioso,
Felice e glorioso,
A lungo regni su di noi,
Dio salvi il Re.

O Signore, nostro Dio, sorgi,
Disperdi i suoi nemici
E falli cadere;
Confondi i loro intrighi,
Frustra le loro maliziose insidie,
In te riponiamo le nostre speranze,
Dio salvi tutti noi.

I doni più preziosi che hai in serbo
Voglia tu riversarli su di lui,
Regni egli a lungo.
Difenda le nostre leggi
E sempre ci dia occasione
Di cantare di cuore e a viva voce
Dio salvi il Re.

MusicaModifica

God Save the King è scritto in metro ternario (reso odiernamente in 34 ma nelle prime edizioni anche 32) e suddiviso in due frasi di lunghezza ineguale (6 e 8 battute). Suo tratto distintivo è l'adozione di un tipico ritmo di gagliarda,[52] che si ripete nella melodia (finali esclusi) con la sola variante di una scala discendente di ottavi sui tempi deboli della battuta 11.

 

Il suddetto ritmo, unito alla linea melodica iniziale della seconda frase (la progressione discendente sui versi «Send him victorious, happy and glorious»), ricorre certamente da oltre un secolo nella tradizione inglese, e suggerisce che il brano sia derivato da altre melodie popolari.[10] Sarebbe stato quindi il testo, a sua volta patrimonio comune, a venire adattato a una melodia già nota, più che quest'ultima a essere composta appositamente. Nota Scholes che la stessa cellula ritmico-melodica di base della progressione costituisce l'incipit dell'inno ginevrino Cé qu'è lainô del 1603.[53] Si è tentato comunque più volte di attribuire la paternità della musica a un determinato autore e di individuarne l'esatta origine, retrodatandola anche a vari decenni prima della pubblicazione.

Nel 1795 George Saville Carey, figlio del defunto Henry, sostenne che l'inno fosse opera di suo padre, nel tentativo di ottenere una pensione dal governo britannico,[21] ma senza successo.[10][54] Esiste una tradizione orale di testimonianze indirette che sostiene che Carey padre avrebbe cantato il brano privatamente, come propria composizione, nel 1740 per celebrare la vittoria dell'ammiraglio Vernon nella battaglia di Portobello (20 novembre 1739).[55][56] Secondo Cummings potrebbe trattarsi di affermazioni fondate su false memorie, mentre è certo che il nome di Carey non è mai stato associato all'inno né esso è mai stato pubblicato a suo nome.[54][57]

 
John Bull è autore di un'aria (1619) che per struttura, melodia e ritmo anticipa God Save the King e ne rappresenta il precedente più significativo

Un'altra attribuzione emerse nel 1796[58] a nome di Anthony Young, organista e nonno della vedova di Thomas Arne; costei avrebbe ricevuto una pensione annuale di 30 sterline in quanto discendente del compositore dell'inno, scritto al tempo di Giacomo II. Appare però improbabile che, se così fosse, Arne ignorasse del tutto il nome del compositore, come ebbe a dire, e non ne avesse notizia neppure l'allievo Burney.[21][59] Quest'ultimo comunque avallava, anche riguardo alla musica e proprio in base alla testimonianza orale di Arne, la tesi dell'origine dell'inno in epoca Stuart (1688).[60]

Neppure è esclusa, sebbene fondata essenzialmente su indizi e memorie di contemporanei, la possibilità che esso risalga all'epoca ancora anteriore di Carlo II e sia stato usato per l'incoronazione di Giacomo (vuoi con il verso «God save great James our King»,[61] vuoi sul testo latino del Vivat in onore della regina consorte Maria[62]).

Su questa linea di pensiero si pone anche l'ipotesi che lega God Save the King al nome di Purcell, in un duplice senso. Da un lato, Fuller Maitland (1916) rinviene la citazione melodica del brano nella seconda voce del catch Since the Duke is returned, scritto per il ritorno del duca di York (Giacomo Stuart) dal breve esilio in Belgio del 1680: avuto riguardo agli intervalli, sulle parole «God save the King» la voce mediana canta infatti quattro note equivalenti a quelle iniziali dell'inno.[45][63] Dall'altro lato, si è notata la somiglianza tra questo e due altre composizioni di Purcell: il Largo della Sonata n. 6 (1683) e un minuetto per clavicembalo (1696, postumo).[45][64]

Questa seconda coincidenza, tuttavia, si limita al ritmo di gagliarda e alla linea melodica iniziale della seconda frase, ed è evidente nelle due composizioni non più di quanto lo sia in altri brani più risalenti,[65] tra i quali in particolare l'ayre di Bull da cui Purcell avrebbe tratto ispirazione.[64]

Eccettuata l'antifona Unxerunt Salomonem, in cui, anche grazie all'identità d'argomento (si tratta proprio dei versetti sull'incoronazione di Salomone), Maginty rintraccia discutibilmente[52] un precedente dell'inno nel canto piano medievale,[66] il più antico di tali brani è la carola natalizia popolare scozzese Remember, O thou man, pubblicata nella raccolta Melismata curata nel 1611 da Thomas Ravencroft.[53] La composizione è però in sol minore e possiede pertanto un diverso carattere.[67] La si riporta di seguito adeguando l'indicazione metrica a quella dell'inno.

j) Melismata 1611

 

La medesima figurazione ritmica è usata da John Bull, autore di diverse gagliarde di cui almeno una dalla struttura identica a quella di God Save the King, con la tipica ripartizione in 6 e 8 battute.[68] La composizione da cui l'inno deriverebbe è un'aria per tastiera del 1619,[53] il cui manoscritto è andato perduto. Lo spartito fu interpolato per convertire la tonalità da la minore a la maggiore e rimarcare così la somiglianza melodica (che come sempre è più evidente all'inizio della seconda frase).

La falsificazione era palese, e l'impiego da parte di Bull di una scala moderna come quella di la maggiore appariva del resto piuttosto inverosimile.[69] Ciò nonostante, sia Scholes sia Cummings ritengono che l'uso del tono minore non sia sufficiente a negare un rapporto di derivazione tra l'aria e l'inno, e sia nettamente più indicativa l'identità strutturale, ritmica e melodica,[53] essendo d'altronde il cambio di modo nient'altro che una delle possibili variazioni applicabili a una melodia.[70] Anche questa composizione è qui riportata con il metro adeguato, trasportata in sol minore naturale con la sola aggiunta della sensibile fa♯[71] in chiusura della prima frase.

k) John Bull 1619

 

Caratteristiche simili a quelle dell'inno presenta infine una ballata pubblicata nel 1669 nella raccolta Apollo's Banquet for the Treble Violin con il titolo Franklin is fled away; in questo caso però la linea melodica è sulla scala maggiore e rispecchia pertanto molto meglio il carattere dell'inno, sebbene la progressione all'inizio della seconda frase, il tratto più distintivo, si discosti più che negli altri casi da quella di God Save the King (ambo le volte la melodia scende di una quinta anziché di una terza minore). In compenso, la battuta 1 è praticamente identica a quella dell'inno nella sua versione corrente.[72]

l) Apollo's Banquet for the Treble Violin 1669

 

Si fonda invece su un'evidente, doppia falsificazione (1834) la pretesa di attribuire l'inno all'opera di Lulli, supposto autore per Luigi XIV di un brano dal titolo Grand Dieu sauvez le Roy, poi appropriato da Händel che l'avrebbe spacciato per suo dedicandolo a Giorgio I.[65][73]

DiffusioneModifica

Nella storia contemporanea God Save the King è il prototipo degli inni monarchici, come la Marsigliese di quelli repubblicani,[74] e la sua melodia, dotata di nuovi testi in altre lingue, formò gli inni reali, imperiali e nazionali di altri paesi. Dopo una prima apparizione nell'Europa continentale edita all'Aia in olandese con il titolo D'Ongeveinsdheid, nel 1790 Heinrich Harries dotò l'inno di un testo tedesco in onore di Cristiano VII di Danimarca,[75] per celebrare il suo genetliaco.[76]

Heil dir im Siegerkranz (info file)
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Il brano riarrangiato e dotato del testo in tedesco come inno nazionale del Secondo Reich  

Da questo momento il brano si diffuse soprattutto in Germania, dove la versione Heil dir im Siegerkranz fu adottata dapprima dalla Prussia[77] (1795[78]) e poi dall'Impero (1871).[74] Molti altri stati tedeschi, entro l'impero, seguirono l'esempio: la Baviera,[79] il Württemberg,[80] il Baden,[81] l'Assia,[82] l'Anhalt,[83] lo Schaumburg-Lippe,[84] la Sassonia,[85] il Meclemburgo-Schwerin.[86] Il Liechtenstein, ultimo erede di questa tradizione, conserva tuttora l'inno come Oben am jungen Rhein. Al di fuori delle nazioni tedesche, il brano è stato adottato nel tempo anche da Svezia[10][77] (Bevare Gud vår kung), Norvegia (Kongesangen,[87] inno reale ancora in vigore), Russia[77] (Molitva russkich), Islanda[88] (Íslands minni), Grecia,[89] Hawaii.[90]

Anche alcuni regimi repubblicani, di tradizione tedesca o anglosassone, adottarono l'inno. A parte la Repubblica di Weimar, che in un primo momento (1918-1922) mantenne la sola versione strumentale ereditata dal Secondo Reich,[74] si ricordano i casi della Svizzera, che lo impiegò come Rufst du, mein Vaterland[77] dal tempo della sua Costituzione federale (anni 1840) al 1961, e degli Stati Uniti, che, con un nuovo testo dal titolo America (My Country, 'Tis of Thee), riusarono la melodia ereditata dall'ex madrepatria come inno nazionale di fatto per circa un secolo, dal 1832[91] al 1931.[10]

Sul piano ideologico l'inno britannico influenzò anche testualmente i nascenti inni monarchici, come il Kaiserhymne di Haydn[10] (che vi è ispirato anche in senso musicale[92]) e l'inno nazionale sardo,[93] tutti accomunati fin dall'incipit dall'invocazione a Dio di preservare[4] il re o l'imperatore (Gott erhalte den Kaiser, Conservet Deus su Re) e nello stesso senso tradotti – è il caso dell'inno austriaco – nelle varie lingue dei sudditi quando destinati a uno stato multinazionale.[10]

VersioniModifica

Non esiste uno standard generale d'esecuzione dell'inno; tuttavia nel 1933 Giorgio V, lamentando l'accelerazione del tempo e desiderando restituire al brano il carattere religioso e solenne delle origini,[10] ottenne un'ordinanza di regolamentazione del metronomo, delle dinamiche e dell'orchestrazione per le bande militari.

Il regolamento prevede, qualora si debba eseguire l'inno completo, che la prima frase venga suonata pianissimo al tempo di 60 bpm alla semiminima dai bassi e dai corni; poi, dopo il passaggio realizzato da trombe e tamburi sulla breve scala (estranea alla melodia) introduttiva della seconda frase, si aggiunge tutta l'orchestra, subito fortissimo, nel tempo più largo di 52 bpm. Questa versione rappresenta la modalità d'esecuzione più comune, e non opera quando, come negli onori al sovrano, dev'essere eseguita solo la prima frase: in tal caso l'orchestra suona sempre fortissimo e al tempo più rapido. Per il canto è previsto il trasporto in tonalità di fa maggiore.[92]

ArrangiamentiModifica

God Save the King fu pubblicato per la prima volta in un semplice arrangiamento a due voci e rielaborato poco dopo da Thomas Arne per tre solisti, un coro maschile, due corni, primo e secondo violino. L'arrangiamento di Arne fu quindi il primo a dotare l'inno di una compiuta armonia, sfruttando tutte le triadi disponibili nella scala maggiore, annullando le monotonie dovute alla ripetizione delle medesime note consecutive in alcune battute e risolvendo le ambiguità armoniche dovute alla sovrapposizione di due sole note.[94][95]

Edward Elgar e Benjamin Britten

Già in questa versione le due frasi del brano, anziché concatenarsi direttamente, sono riecheggiate dal coro, come si trovano anche in arrangiamenti più moderni. Così è infatti nella grandiosa[8][96] versione di Elgar, dove il soprano si alterna al coro intero. Tanto Elgar quanto Britten arrangiarono l'inno su commissione. Quest'ultimo ne fu incaricato dal Festival di Leeds nel 1962, regnante Elisabetta II. La sua versione, per sola orchestra e senza ripetizione delle due frasi, si segnala per l'insolita adozione di una dinamica in forte crescendo tra il pianissimo di tutta la prima frase e il fortissimo del verso conclusivo.[97] Altro noto arrangiamento per coro e orchestra è quello del 1969 di Bliss,[98] completo di tutte e tre le strofe, che l'autore rinvigorisce per mezzo di fanfare e interludi a carattere esuberante.[99]

I più noti arrangiamenti in chiave rock si devono all'improvvisazione di Jimi Hendrix per il Festival dell'Isola di Wight del 1970[100] e all'incisione di Brian May per A Night at the Opera dei Queen, eseguita dallo stesso artista sul tetto di Buckingham Palace il 3 giugno 2002 per il giubileo d'oro di Elisabetta II.[101]

RielaborazioniModifica

Variazioni sul tema di God Save the King sono state composte da, tra gli altri, Johann Christian Bach per il finale del Concerto n. 6 per clavicembalo (1763 circa), Paganini (op. 9, 1829), Beethoven (WoO 78, 1802-1803). Una virtuosistica fantasia per pianoforte (S 235) poi trascritta per pianoforte orchestra (S 694) ispirata al tema si deve a Liszt (1841).

Beethoven (info file)
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Variazioni sul tema di God Save the King in do maggiore WoO 78

CitazioniModifica

Beethoven stesso fu ammiratore dell'inno e, citandolo nella Vittoria di Wellington op. 91, ne scrisse

(DE)

«Ich muss den Engländern ein wenig zeigen, was in dem God Save the King für ein Segen ist.»

(IT)

«Devo mostrare agli inglesi un po' di quanta benedizione è in God Save the King

(Ludwig van Beethoven[102])

Tra le altre citazioni dell'inno si ricordano quelle di Weber per la Jubel-Ouverture (1818), di Clementi per la Sinfonia n. 3 (1816-1824), dove il tema è usato diffusamente, di Rossini per Il viaggio a Reims (1825), di Donizetti per Roberto Devereux (1837), di Verdi per l'Inno delle Nazioni (1862), dove si sovrappone alla Marsigliese e all'inno di Mameli, di Brahms per il Triumphlied (1870-1871), di Debussy per il preludio Hommage à S. Pickwick Esq. P.P.M.P.C. (1910-1912).[92]

Sui generis è la citazione (testuale, non melodica) del solo verso iniziale «God save the Queen» nel titolo e nel testo dell'omonimo brano dei Sex Pistols, scritto nel 1977 in occasione del giubileo d'argento di Elisabetta II con intenzione critica verso la monarchia.[103]

Istanze di sostituzioneModifica

God Save the King è stato oggetto nel Regno Unito di proposte di sostituzione, dovute principalmente a ragioni ideologiche: dal carattere religioso non più universalmente condiviso,[104] al legame con la guerra e l'imperialismo,[105] al monarchismo,[106] alla generale obsolescenza dell'inno.[107]

Uso nel CommonwealthModifica

Legato al sovrano di Gran Bretagna e poi del Regno Unito, anche dopo aver perso il carattere di attestazione di fedeltà alla casa regnante per acquisire quello di canto nazionale[10] God Save the King è rimasto in uso in tutto l'Impero britannico e nei paesi che, pur dopo la fine di questo, fanno capo alla corona: non solo i territori d'oltremare, ma anche i superstiti reami del Commonwealth, che pur essendo indipendenti e dotati di propri inni nazionali riconoscono il sovrano del Regno Unito come capo di stato e conservano quindi il brano come inno reale.

Dalla prima esecuzione fino a tutto il regno di Elisabetta II, nel corso di quasi 277 anni, è stato cantato come God Save the Queen per oltre 134 anni: ciò è dovuto ai lunghi regni delle due sole regine, Vittoria (63 anni e 216 giorni) ed Elisabetta (70 anni e 214 giorni), che hanno quasi pareggiato il tempo (poco meno di 143 anni) in cui sul trono britannico è seduto uno degli otto re (Giorgio II, Giorgio III, Giorgio IV, Guglielmo IV, Edoardo VII, Giorgio V, Edoardo VIII, Giorgio VI).[108]

Nei reami indipendenti del Commonwealth la sostituzione di God Save the King con propri inni nazionali si è accompagnata al mantenimento di esso come inno reale.[109][110] Non tutti i reami hanno però abbandonato l'inno al momento di rendersi indipendenti: il Canada l'ha conservato come inno nazionale fino al 1980,[111] l'Australia fino al 1984,[112] la Nuova Zelanda fino al 1977.[113] In Sudafrica, viceversa, fu abbandonato nel 1957, prima della proclamazione della repubblica contestuale alla dichiarazione d'indipendenza.[114]

Il grafico che segue mostra l'adozione e la dismissione nel tempo di God Save the King nel Regno Unito e nei reami appartenuti o appartenenti al Commonwealth. Non esistendo un'adozione ufficiale, la linea del tempo parte dal 1815.

MaltaIrlandaRegno Unito
IndiaPakistanCeylon
Tanganica (Stato)NigeriaKenyaUgandaMalawiRhodesiaGhanaGambiaSudafricaSierra LeoneMauritius
GuyanaTrinidad e TobagoBarbadosGiamaicaBahamasGrenadaSaint Vincent e GrenadineSaint LuciaCanadaBelizeAntigua e BarbudaSaint Kitts e Nevis
Isole SalomoneTuvaluPapua Nuova GuineaFigiNuova ZelandaAustralia

NoteModifica

  1. ^ a b La ricostruzione del metro e della rima segue l'accentazione prosodica inglese a livello della frase e non della singola parola. I versi sono quindi facilmente riconducibili al metro quinario, ma lo schema che si riconosce alla seconda strofa viene violato già alla prima con la ripetizione della parola King, e le rime sono spesso omoteleuti, quando non si riducono a semplici assonanze.
  2. ^ a b c (EN) John Ashley of Bath, Reminiscences and Observations Respecting the Origin of the National Anthem Called God Save the King!, 1827, pp. 8-9. URL consultato il 20 ottobre 2022.
  3. ^ Visonà, p. 7.
  4. ^ a b «Salvare» è la traduzione comune nel testo dell'inno dell'inglese to save, che tuttavia ha anche, più marcato che in italiano e coerente con l'origine del verso, il senso di «preservare, conservare»; cfr. save, in il Sansoni inglese. URL consultato il 1º ottobre 2022.
    Esempio d'uso: Luigi Ippolito, Il discorso di Carlo III: «Vi servirò come mia madre». Oggi la proclamazione ufficiale con la firma: troppe penne sulla scrivania, le fa spostare, in Corriere della Sera, 9 settembre 2022. URL consultato il 1º ottobre 2022.
    «Il nuovo re è sceso dalla macchina e si è avviato verso una folla di migliaia di persone che premeva contro le barriere e scandiva "God save the King", Dio preservi il Re.»
  5. ^ Stringiamci, in Treccani Magazine – Atlante, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 28 aprile 2015. URL consultato il 23 settembre 2022.
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  23. ^ Susannah Cibber era un soprano, ma nel corso della carriera la sua voce gradualmente si abbassò fino al registro del contralto. La parte femminile nell'arrangiamento di Arne è scritta in chiave di mezzosoprano.
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  34. ^ Chappell, pp. 705-706.
  35. ^ Si trova ad esempio nell'arrangiamento di Elgar per l'incoronazione di Edoardo VII, (EN) God Save the King for Solo, Chorus, Orchestra and Military Band (ad lib.), London, Novello and Company, 1902.
  36. ^ Emerge in una versione circolata negli anni 1750, dal titolo God Save the King ma in tre strofe completamente diverse. Il brano è affidato al coro e la melodia dell'inno è cantata dal tenore. Cummings, p. 43-45.
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  94. ^ Ciò è evidente all'orecchio soprattutto alle battute 7-8, dove mediante la settima di passaggio al basso dell'accordo di tonica si realizza una cadenza evitata in do maggiore (sol7-mi7) che risolve infine sull'accordo di sopratonica (la minore) alla battuta 9.
  95. ^ Si veda la partitura riportata in Cummings, pp. 85-88
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  108. ^ Essendo un inno nazionale di fatto, un tempo anche soggetto a variazioni testuali legate al nome del regnante, non è comunque possibile affermare rigorosamente che sia stato in vigore con l'uno o l'altro titolo con cui è noto.
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