Lanza (famiglia)

famiglia
Lancia o Lanza
Lanza coa.jpg
principalior omnium[1]
D'oro al leone coronato di nero, armato e lampassato di rosso.
Scudo bordato d'argento e di rosso. Corona di principe e mantello di velluto scarlatto foderato d'ermellino.
StatoBandiera del Regno di Sicilia 4.svg Regno di Sicilia
Due Sicilie Regno delle Due Sicilie
Flag of Italy (1861–1946).svg Regno d'Italia
Italia Italia
Casata principaleProvence Arms.png Marchesi di Busca
TitoliCroix pattée.svg Principe di Trabia
Croix pattée.svg Principe di Santo Stefano di Mistretta
Croix pattée.svg Principe di Scordia
Croix pattée.svg Principe di Butera
Croix pattée.svg Principe di Pietraperzia
Croix pattée.svg Principe di Scalea
Croix pattée.svg Principe di Catena
Croix pattée.svg Principe di Campofiorito
Croix pattée.svg Duca di Brolo
Croix pattée.svg Duca di Camastra
Croix pattée.svg Duca di Santa Lucia
Croix pattée.svg Duca di Branciforte
Croix pattée.svg Marchese di Militello
Croix pattée.svg Marchese di Barrafranca
Croix pattée.svg Marchese della Ginestra
Croix pattée.svg Marchese di Misuraca
Croix pattée.svg Conte di Mazzarino
Croix pattée.svg Conte di Mussomeli
Croix pattée.svg Conte di Raccuia
Croix pattée.svg Conte di Sommatino
Croix pattée.svg Conte di Caltanissetta
Croix pattée.svg Barone di Longi
Croix pattée.svg Barone di Ficarra
Croix pattée.svg Barone di Dorilli
Croix pattée.svg Barone di Rigiulfo
Croix pattée.svg Barone di Fontana Murata
Croix pattée.svg Barone del Biviere di Lentini
Croix pattée.svg Barone di Imbrici
Croix pattée.svg Signore di Mongiolino, di Galati e Ficarazzi ecc.
FondatoreManfredo I Lancia
Data di fondazioneXII secolo
Etniaitaliana

Lanza (in alcuni documenti Lancia fino al XVII secolo) è una delle più antiche e potenti famiglie della nobiltà siciliana.

Originaria del Piemonte, in quanto discendente degli aleramici marchesi di Busca, la casata dei Lancia si trapiantò in Sicilia in epoca sveva, grazie agli stretti legami politici e di parentela con l'imperatore e re Federico II. Egli infatti intrattenne una lunga relazione con Bianca Lancia, che divenne sua moglie in articulo mortis e fu madre del suo successore, Manfredi. In seguito alla conquista angioina i Lancia divennero i capofila del partito legittimista, e Galvano e Federico, fratelli di Bianca e zii di Manfredi, seguirono l'ultimo svevo, Corradino, fino alla tragica sconfitta di Tagliacozzo nel 1268.

Nuovamente esiliati, i figli di Federico, Corrado I Lancia e Manfredi, entrarono al servizio del re Pietro III d'Aragona, di cui furono tra i principali capitani durante la Guerra del Vespro. Corrado, valoroso ammiraglio, morì nella Battaglia di Capo d'Orlando nel 1299.

Nei secoli successivi i Lancia, ormai Lanza per l'influsso della pronuncia catalana, divennero una delle più potenti e ramificate dinastie feudali del Regno di Sicilia, i cui possedimenti erano concentrati nell'area del messinese e dei Nebrodi, antico luogo di radicamento dell'emigrazione lombarda in Sicilia, cui erano legati per origine etnica. Fiorirono in particolare le baronie di Ficarra, Longi, Piraino, Brolo e Mojo Alcantara.

Dai baroni di Longi nacque nel 1466 Blasco Lanza (chiamato anche Lancia), insigne giurista, stretto collaboratore del vicerè spagnolo Ugo di Moncada e capostipite dei principi di Trabia, conti di Mussomeli, divenuti a partire dal XVII Lanza-Branciforte, avendo incamerato per matrimonio i beni e i titoli dei Branciforte principi di Butera.

Questo ramo del casato, tuttora fiorente, fu nei secoli al vertice della nobiltà siciliana. Il principe Pietro Lanza di Scordia e Butera fu uno dei capi della rivoluzione siciliana del 1848 e fu ministro dell'istruzione, ministro degli esteri del Regno di Sicilia (1848-1849) e ultimo presidente del Consiglio dei ministri del governo indipendentista. Il nipote Pietro Lanza di Scalea fu un importante uomo politico e diplomatico dell'età giolittiana, mentre il fratello Giuseppe fu sindaco di Palermo dal 1920 al 1924.

L'ultimo discendente diretto del ramo principesco di Trabia fu il celebre dandy Raimondo Lanza di Trabia, nipote del deputato e senatore principe Pietro e della moglie Giulia Florio, della nota famiglia di imprenditori palermitani, definito l'"ultimo dei Gattopardi"[2].

StoriaModifica

OriginiModifica

I Lancia in PiemonteModifica

Le origini dei Lancia, stando alle fonti contemporanee e autentiche, sono da ricondurre al primo loro esponente di cui si ha notizia con questo nome, Manfredo I Lancia (della casata aleramica dei marchesi di Busca, nell'attuale provincia di Cuneo, morto intorno al 1214): questi, secondo una ricostruzione mitica dei tardi commentatori come Iacopo d'Acqui e Antonio Astesano, avrebbe dovuto il nome per essere stato lancifero (o capitano della grande lancia) dell'imperatore Federico Barbarossa, ma un suo servizio all'imperatore non è confermata dalle fonti. Il soprannome "Lancia", abbastanza comune in una società inquadrata militarmente come quella medievale, venne probabilmente affibbiato a Manfredi solo per distinguerlo dal contemporaneo e cugino, il marchese Manfredo di Saluzzo[3].

Leggenda bavarese
 
Il leone dei Lanza, principi di Trabia, inquartato con lo stemma della Baviera
L'origine del cognome Lancia o Lanza è stata in passato variamente dibattuta. L'erudito seicentesco Filadelfo Mugnos[4], insieme ai più datati autori, tra cui Rocco Pirri[5], sostengono che il cognome derivi da un leggendario Ernesto di Wittelsbach, duca di Baviera, ipotesi fantasiosa riportata anche da studiosi successivi come il Villabianca e il Palizzolo Gravina[6][7][8][9]. Secondo questo filone, la principale prova sarebbe rappresentata da un presunto privilegio di Roberto il Guiscardo datato 16 dicembre 1080[10].

In realtà, già nel 1886 il paleografo e archivista Carlo Merkel, citando l'erudito napoletano del XVII secolo Biagio Aldimari, dimostrò che il diploma di re Roberto era con tutta probabilità falso o interpolato, in quanto infarcito di anacronismi evidenti[11], oltre al fatto che non è mai esistito un duca di Baviera chiamato Ernesto nell'XI secolo, né tantomeno appartenente alla dinastia dei Wittelsbach, che avrebbe acquisito il ducato bavarese solo dal 1180[11][12]. Secondo l'Aldimari, peraltro, il registro del protonotario di Napoli contenente il privilegio in questione non sarebbe nemmeno mai esistito, essendo piuttosto un'invenzione del Pirri e del giudice palermitano Gaetano Sarri, poi ripresa acriticamente da altri autori successivi[13]. La creazione di un'origine tedesca, e bavarese in particolare, fu poi rafforzata dall'inserimento del Regno di Sicilia nell'orbita di influenza austriaca in seguito al Trattato di Utrecht, con il conseguente desiderio della nobiltà locale di accreditare delle radici germaniche[11].

Manfredi Lancia era a sua volta figlio di Guglielmo del Vasto, primo marchese di Busca e discendente di Aleramo del Monferrato, signore anche di terre nei pressi Loreto (Asti). Tale origine è ormai quella accertata anche dalle fonti più recenti[14][15].

 
Resti del castello dei marchesi di Busca

Manfredo "Lancia", fu un personaggio di una certa importanza nel panorama feudale del Nord Italia a cavallo tra XII e XIII secolo. Ereditò parte del Contado di Loreto, tra Tanaro e Belbo, dai suoi zii Bonifacio di Cortemiglia e Ottone Boverio. Successivamente la divise col fratello Berengario e altri parenti. Inizialmente mantenne il castello di Busca, ma poi lo lasciò a Berengario in modo da stabilire la sua sede a Dogliani[3].

Nel 1160 lui e Berengario ricoprivano cariche pubbliche a Moretta. Nel 1168 vendette una terra nei pressi di Dogliani, i primi segni di difficoltà finanziarie, e il 30 agosto del 1187 vendette Dogliani per 1150 lire a Manfredo II di Saluzzo[3]. Nel 1180 ricomprò i diritti su Busca. Sostenne un debito di 1033 lire genovesi per l'acquisto dei diritti della città di Alba posseduta in Loreto. Nel 1191 vendette alcuni terreni boschivi nei pressi di Cortemiglia. Infine, il 19 marzo del 1197, facendo uso di donazioni concesse dall'imperatore Enrico VI, riusciva a pagare 700 delle 1033 lire che doveva per Alba. Il 30 settembre del 1195 Manfredo vendette i diritti di alcuni pedaggi a Santa Maria di Pogliola[3].

 
Stemma del marchesato di Busca nel XII secolo, tratto da quello contemporaneo della Contea di Provenza

Nel 1192 Manfredo, avuta Asti, muoveva guerra contro Bonifacio I di Monferrato[3]. Nel 1194 Asti vendette i suoi diritti in Loreto a Bonifacio. Il 3 novembre del 1196 vendette tutte le sue terre possedute in Lombardia a Bonifacio e divenne suo vassallo; gli venne concesso il titolo di Conte di Loreto[3]. Tra i suoi vassalli c'erano le famiglie di Agliano, Laerio e Canelli, probabilmente parenti per parte materna. Il suo secondo figlio, Giordano, Iordanus de Lança, avuto nel 1218, prese il cognome "di Agliano"[3]. Nel 1198 i nemici di Bonifacio, Asti, Alessandria e Vercelli, invadevano la contea di Loreto, conquistando la cittadina di Castagnole e facendo prigioniero Manfredo. Venne riscattato in cambio della città di Costigliole. Nel 1206 insieme al suo signore, adesso Guglielmo VI di Monferrato, formalmente cedette Castagnole ad Asti insieme alla contea di Loreto in cambio di 4000 lire astigiani[3].

Le nobili famiglie ghibelline del Piemonte, vedendo sempre più erosi i propri possedimenti a causa del crescente potere dei Comuni, decisero di spostare il loro baricentro di potere nell'Italia meridionale, sede di un Regno feudale centralizzato e, dopo l'avvento della dinastia sveva, legato anche all'Impero, destinatario della fedeltà politica delle casate ghibelline come i Lancia[3].

Manfredi Lancia fu anche un poeta e trovatore in lingua occitana, venendo citato come "Lanza marques" in una tenzone poetica con Peire Vidal[16].

Lanza di SiciliaModifica

Apogeo e cadutaModifica

 
Miniatura raffigurante Federico II e Bianca Lancia

Il figlio di Manfredo I, Manfredi II, dilectus affinis di Federico II[17], salì ad alti onori: soprattutto in grazia del favore dell'imperatore, che, invaghitosi di Bianca, figlia di Bonifacio d'Agliano fratello o, secondo alcuni[18], cognato di Manfredi, l'aveva recata con sé in Sicilia e ne aveva avuto un figlio, il celebre Manfredi di Sicilia, che nella giovinezza e anche da re portò il nome di Lancia, oltre a una figlia Costanza, la quale andò sposa a Giovanni III Ducas, imperatore greco di Nicea. Nel 1246, essendo Federico vedovo d'Isabella d'Inghilterra, sposò Bianca e legittimò Manfredi. Questo fatto pose i Lancia fra i primi personaggi del regno di Sicilia[19]: numerosi e uniti, con l'aiuto dei potenti congiunti Maletta, Aquino, Abate, Alagona, Tornielli, Landi, Pallavicino, Gherardesca, non solo mantennero per un ventennio la predominanza della parte ghibellina, conquistarono per Manfredi Puglie e Sicilia, gli permisero di mantenersi sul trono usurpato, ma, vinti con lui a Benevento, tornarono alla riscossa con Corradino di Svevia[19], attaccarono gli Angioini per terra e per mare, prepararono il Vespro Siciliano, accompagnarono il ritorno dei re d'Aragona e difesero l'indipendenza dell'isola fino all'avvento di re Martino[19].

 
Il trionfo di Federico II sui milanesi dopo Cortenuova (1237)

Manfredi II in particolare fu al fianco del cognato Federico per tutta la sua vita. Lo si trova dapprima al seguito del cugino, il marchese Guglielmo VI del Monferrato e nel 1235 accompagnò insieme a lui l'imperatore nella sua spedizione in Germania per l'elezione a Re dei Romani, in seguito alla quale ebbe l'incarico di scortare in Puglia il ribelle figlio dell'imperatore, Enrico re di Germania[20]. Nel 1238 Manfredi assunse la carica di vicario generale dell'Impero e combattè a Cortenuova[20]. Fu poi nominato per molti anni podestà di Alessandria. Negli anni seguenti alternò azioni diplomatiche a interventi militari spesso tesi a riportare l'autorità imperiale sui Comuni che tentavano di ribellarsi (Alessandria, Vercelli, Brescia, Piacenza, Crema, Milano), ma talvolta finalizzati a consolidare il proprio controllo sulle terre feudali di famiglia nel Piemonte meridionale. Nell'estate del 1245 papa Innocenzo IV scomunicò Manfredo, insieme a Federico II e a re Enzo[20]. Alla morte dell'imperatore (19 dicembre 1250), Manfredo sfuggì ai guelfi di Lodi e si trasferì in Piemonte. Quando giunse in Italia Corrado IV, legittimo erede di Federico, Manfredo cercò di rinnovare il patto di fedeltà, ma gli fu preferito Oberto Pelavicino; questa scelta e il duro trattamento che l'imperatore riservò ai Lanza di Sicilia, lo indussero nel 1252 a passare spregiudicatamente nel partito guelfo. Così il 1º gennaio 1253 egli accettò la carica di podestà e capitano di guerra del Comune di Milano e poi di Novara. Alla morte di Corrado IV (maggio 1254), si impegnò militarmente a difendere i suoi possessi in Piemonte: ma fu attaccato nel settembre del 1257 dai pavesi, dagli alessandrini e dal marchese di Monferrato e fu probabilmente ferito a morte in occasione di questo scontro, perché successivamente il suo nome scompare dalle fonti (nell'agosto del 1259 Isolda è documentata figlia del defunto marchese Lancia)[21].

Suoi figli furono Isolda (Isotta), andata sposa a Bertoldo di Hohenburg, tutore di re Manfredi, oltre a un altro Manfredi (III) presente nel Regno dal 1251 e, forse, Beatrice, badessa di Santa Maria di Messina dal 1250 al 1263. Sembra meno probabile che siano da considerare tali anche Galvano e Federico (il primo adulto almeno dal 1240) che furono più verosimilmente suoi nipoti ex fratre, benché le connessioni rimangano assai difficili da stabilire"[22].

 
La battaglia di Montaperti (1260)

Galvano Lancia, già vicario imperiale in Toscana, alla morte dell'imperatore fu del giovane principe Manfredi consigliere, ambasciatore, condottiero contro il papa[19]. Espugnò con lui le città ribelli della Puglia. Nel 1256 al parlamento di Barletta, fu nominato signore del principato di Taranto, conte del principato di Salerno, maresciallo e Gran Conestabile del regno[19]. Suo fratello Federico, conte di Squillace, fu fatto vicario di Calabria[19], e, nominalmente, della indomata Sicilia. Ma presi Castrogiovanni, Sciacca, Piazza, saccheggiate Trapani ed Erice, espulso da Messina Pietro Ruffo, l'isola fu ridotta all'obbedienza di Manfredi[19].

Tutto il regno era pacificato, quando vi giunse e l'erede legittimo Corrado IV, ricevuto dal fratello Manfredi con feste. Ma Corrado, geloso del prestigio e della gloria di quest'ultimo e dei suoi, bandì dal regno tutti i Lancia, che nel 1254, subentrato Manfredi nel potere dopo la morte di Corrado, furono reintegrati nei beni e nelle cariche[19].

 
La battaglia di Benevento, miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani

Durante il regno di Manfredi, Giordano d'Agliano, conte di Sanseverino, fratello o fratellastro di Bianca[19], fu mandato in soccorso dei Senesi minacciati dai guelfi di Firenze. Con 800 lance tedesche e 1000 altre da lui assoldate, condusse l'esercito senese alla vittoria di Montaperti. In quel tempo la fortuna dei Lancia toccò il culmine: in Toscana, in Umbria e nelle Marche era vicario Giordano; nel Napoletano e nelle Puglie, Galvano; in Calabria, Federico[19]. A Benevento (1256) tutti i Lancia si strinsero intorno al loro re: in prima fila Galvano con le lance tedesche, in seconda Giordano con i ghibellini toscani e lombardi. Dopo la sconfitta, Giordano, coperto di piaghe e di catene, fu trascinato a riconoscere il corpo del suo nipote e signore e dopo, gli occhi strappati, un pugno e un piede tagliato, morì di fame in prigione[19]. Federico invece e Galvano, col figlio Galeotto, riuscirono a fuggire[19].

 
La battaglia di Tagliacozzo, che segnò la caduta degli Svevi e l'esilio dei Lancia superstiti

Rifugiatisi presso Corradino di Svevia, tornarono con lui ed entrarono in Roma a bandiere spiegate; Galvano condusse l'esercito alla conquista del regno. Vinti a Tagliacozzo, furono presi e decapitati insieme[19]. Federico intanto, armate 40 galere pisane scorrazzò vittoriosamente lungo le coste della Sicilia e tentò più volte lo sbarco. Vinto finalmente, si rifugiò in Oriente presso Costanza di Nicea. Figlio di lui (o forse di Manfredi suo fratello)[19] è Corrado I Lancia, ammiraglio di Aragona e Cancelliere del regno, tra i principali protagonisti delle Guerre del Vespro insieme al cognato Ruggero di Lauria[19]; nel 1283 accompagnò re Pietro e la regina Costanza all'incoronazione a Palermo e morì comandando la flotta siciliana alla Battaglia di Capo d'Orlando nel 1299[23]. Non deve essere confuso con l'omonimo Corrado Lancia miles di Castelminardo, tra i firmatari della Pace di Caltabellotta, probabilmente suo figlio minore[24]. Suo nipote, figlio del fratello Manfredi, fu invece Pietro, conte di Caltanissetta: egli succedette allo zio Corrado, morto in quell'anno, nella guida dei suoi feudi. Sposatosi con una Alagona, da costei ebbe due figlie, Eleonora e Cesarea[25]. Fu uno dei più ricchi feudatari di Sicilia, con un patrimonio il cui reddito fu di oltre 1000 onze annuali, che gli fruttarono dalle terre di Caltanissetta e Naro[25].

 
Gli stemmi dei Lancia e degli Alagona all'ingresso del castello di Brolo

Con la morte di Pietro, che non ebbe eredi maschi, i Lancia persero la contea nissena che passò al duca Giovanni di Randazzo, che nel 1324 sposò la figlia Cesarea, e le terre di Delia, Naro e Sambuca passarono ad Artale Alagona, che sposò Eleonora[25].

Nel Trecento i Lancia aderirono alla Fazione dei Latini, che raggruppava le antiche famiglie normanno-sveve riunite attorno ai Chiaramonte in lotta contro la Fazione dei Catalani. La guerra era la prosecuzione dello scontro tra i Chiaromonte e i Palizzi da un lato e i Ventimiglia dall'altro, che si erano disputati il predominio durante il debole regno di Pietro II (1337-42) e la minorità di suo figlio Ludovico[26]. Ai Lancia e ai Chiaramonte si affiancarono i Palizzi e i Perollo di origine francese e gli Uberti, esuli ghibellini da Firenze. Alla fazione catalana, rimasta fedele ai re Aragonesi successori di Pietro III appartenevano invece i Peralta, essi pure aleramici del ramo di Saluzzo, in quanto discendenti di Filippo di Saluzzo, marito di Sibilla di Peralta, erede di nobilissima schiatta catalana[27].

Consumata la rottura con gli Aragonesi, parteggiarono per l'indipendenza dell'isola e si opposero all'avvento di re Martino[19]. Con Artale I Alagona, loro parente, e col vescovo Simone del Pozzo, resistettero a lungo a Catania. Vinti, finalmente vennero a patti: Bertrando Lancia detto Bertiramo, domicello di corte e corsaro, rimasto fedele e caro al re Aragonese, ottenne la loro grazia e la restituzione di tutti i loro feudi[19].

DecadenzaModifica

I Lancia di Sicilia discendono dal figlio di Galvano: Galeotto (già fidanzato con Cubitosa d'Aquino, nipote di Federico II e germana del Santo, anche se il fidanzamento venne poi rotto)[19]. Galeotto ebbe come figli Ugo, dal quale discesero i duchi Lancia di Brolo, mentre l'altro, Niccolò, diede vita ai baroni di Longi e del Mojo[19]. Questi ultimi in particolare strinsero alleanza matrimoniale con la casata dei Romano Colonna, baroni di Fiumedinisi, tramite le nozze di Antonino Colonna Romano Statella con Isabella dei Lanza di Mojo, al fine di saldare un fronte comune da Messina all’Alcantara contro i Gioeni[28].

A partire dal XV secolo il frazionamento patrimoniale dei feudi lanzesi, "appena sufficienti ad una vita agiata"[29], portò ad un crescente impoverimento dei vari rami familiari, logorati anche dagli endemici conflitti baronali e dal crescente indebitamento[29]. Nel 1490 Guglielmo Raimondo Lanza dovette vendere i suoi feudi di Ficarra, Piraino e Galati all'avvocato Gerolamo Lampisu per 3000 fiorini, per poi recuperarla nel 1509[29]. Alla metà del secolo erano stati promotori di sommosse a Randazzo, dove Valore Lancia, pronipote di Ugo, fu ucciso[29]. Ai tempi del regno di Carlo V Gerolamo Lanza spadroneggiava tra Patti e Broloe Galeotto, sempre del ramo di Ficarra e Galati, era dedito alla guerra di corsa contro i turchi per conto del Viceré[29].

I Lanza di TrabiaModifica

 
Tomba di Blasco Lanza e della nipote Laura, baronessa di Carini, nella cripta di famiglia in Santa Cita a Palermo. Gli stemmi recano i leoni antichi dei Lancia

A risollevare le sorti del casato fu Blasco, primo a possedere il feudo di Trabia; di incerta collocazione genealogica, è ritenuto generalmente figlio di Manfredi, cadetto del settimo barone di Longi, e della catanese Agata Vitello[30], ma secondo altri autori potrebbe essere stato un figlio illegittimo[29]. La continuità della discendenza del ramo di Trabia dai Lancia è affermata anche nell'opera del marchese Vittorio Spreti[31]. Nato a Catania intorno al 1466, Blasco fu un celebre giureconsulto, giudice della Gran Corte del Regno nel 1507 (carica conferita da re Ferdinando II di Aragona “il cattolico” e successivamente dall'imperatore Carlo V), deputato del Regno nel 1508, vicario generale in Sicilia nel 1514 e altre cariche ancora. Grazie al matrimonio con la figlia di Leonardo di Bartolomeo, protonotaro e presidente del Regno di Sicilia, ottiene il territorio di Trabia. Con privilegio del 14 novembre 1509 reso esecutivo dall'11 giugno 1510, questo territorio diviene feudo nobile[29].

Blasco Lanza fu personaggio di notevole spregiudicatezza e abilità politica: fu dapprima un protetto del vicerè spagnolo Ugo di Moncada, per questo odiatissimo e vittima più volte di incendi ai suoi palazzi di Trabia e di Palermo[29]. All'avvento di Carlo V tramava una rivolta indipendentista, tanto che fu incarcerato e per un certo tempo esiliato a Tunisi[29]. Riappacificatosi infine con l'imperatore fu reintegrato in tutti i suoi beni[29]. Esponente di un rinnovato ceto dirigente siciliano, che attraverso le professioni liberali aspirava alla cooptazione nella nobiltà feudale, riuscì pienamente nel suo intento ponendo le basi per la rinascita di un casato che dominerà per secoli le sorti della Sicilia.

 
Castello di Mussomeli

Suo successore fu il figlio Cesare, uomo violento, che fece uccidere uno dei quattro giurati di Termini Imerese per soffocare l'opposizione della città all'elevazione della vicina Trabia a feudo autonomo[32]. Processato e bandito, combatté contro i turchi a Vienna nel 1529 e ad Algeri nel 1541[32]. Divenuto conte di Mussomeli nel 1563, nello stesso anno uccise la figlia Laura Lanza, baronessa di Carini, in un delitto d'onore rimasto celebre nel folclore siciliano, per averla sorpresa con un amante[32]. Successore di Cesare fu il figlio Ottavio Lanza, primo principe di Trabia nel 1601 per concessione di Filippo III di Spagna. Il figlio di costui, Giuseppe Lanza, duca di Camastra, è noto per essere stato il fautore della ricostruzione di Catania e della Val di Noto dopo il devastante terremoto del 1693[32]. Nel 1713 il principe Ottavio III, in qualità di pari del Regno, accolse Vittorio Amedeo II di Savoia a Palermo per l'incoronazione regia, mentre suo figlio Ignazio, principe di Trabia, divenne consigliere aulico di stato dell'imperatore Carlo VI d'Asburgo, accostando la carica a quella di capitano giustiziere di Palermo nel 1717 e di pretore nel 1737[32]. Giuseppe Lanza di Trabia (1750-1855), archeologo e collezionista siciliano, gentiluomo di camera e cavaliere dell'Ordine di San Gennaro, ministro di Stato degli affari ecclesiastici, si sposò nel 1805 con Stefania Branciforte dei principi di Leonforte e principessa di Butera, unendo in questo modo gli antichi feudi aleramici di Butera e Mazzarino alla discendenza dei Lanza dopo sette secoli[32].

Dal Risorgimento ad oggiModifica

Il figlio di Giuseppe, Pietro Lanza Branciforte, principe di Scordia, fu storico e politico. Si occupò di storia siciliana e in particolare del dominio degli Svevi e degli Arabi. Lavoro storico ampio sono le "Considerazioni sulla storia di Sicilia dal 1532 al 1789 da servire di aggiunte e di chiose al Botta (Palermo 1836)"[33]. Contemporaneamente, anche per la sua qualità di pubblico amministratore (era dal 1835 pretore, cioè sindaco, di Palermo), dedicò la propria attenzione a problemi pratici ("Sull'istruzione del Popolo"). In occasione del colera del 1837 si distinse nell'apprestare le opere di assistenza, ma gli fu rimproverato di non aver speso bene il pubblico denaro, sicché, di ritorno da un viaggio compiuto all'estero nel 1838, che gli aveva dato modo di conoscere Adolphe Thiers e di ascoltare le lezioni di Pellegrino Rossi alla Sorbona, fu esonerato dalla carica di pretore[33]. Continuò peraltro a occuparsi di studî, alternandoli con la propaganda per l'attuazione di opere di pubblica utilità (asili d'infanzia, strade, navigazione mercantile)[33]. In quel periodo pubblicò il saggio "Dello spirito di associazione nella Inghilterra in particolare", che dedicò al Thiers e che è giudicato il suo lavoro migliore[33]. Partecipò attivamente alla rivoluzione siciliana del 1848 e fu presidente del Comitato per l'amministrazione civile, membro della Camera dei Pari, anzi, come principe di Butera, primo pari del Regno, ministro dell'Istruzione e dei Lavori Pubblici nel primo ministero costituzionale, di nuovo pretore di Palermo e da ultimo ministro degli Esteri dal 15 febbraio 1849[33]. Sulla rivoluzione lasciò alcune memorie dal titolo "Dei mancati accomodamenti fra la Sicilia e Ferdinando Borbone", nelle quali si rivela di sentimenti autonomistici e federali[33]. Il 22 aprile 1849 partì da Palermo per l'esilio e, dopo breve dimora in Francia, si stabilì a Genova, dove fece parte dell'"Accademia di filosofia italiana" di Terenzio Mamiani. Il 3 gennaio 1839 era diventato anche socio dell'Accademia delle Scienze di Torino.[34]. Da Genova si allontanò per frequenti viaggi a Torino e all'estero, soprattutto in Inghilterra e in uno di essi, a Parigi, morì il 27 giugno 1855[33]. La salma fu trasportata a Palermo nel 1861.

Fra gli altri esponenti storici dei Lanza, il figlio di Pietro, Francesco Lanza di Scalea che combatté nelle file dei Mille di Giuseppe Garibaldi: Francesco divenne poi depuato e senatore del Regno d'Italia. Curiosità è che sullo stesso fronte, ma opposto ai Mille, era presente il Tenente Generale dell'esercito borbonico, Ferdinando Lanza (non appartenente al ramo dei Lanza di Sicilia, infatti proveniva da Nocera dei Pagani), [35].

Il figlio di Francesco, Pietro Lanza di Scalea, fu più volte ministro.

I Lanza nella politica e nella culturaModifica

  • Galvano Lanza, possedette sotto gli Svevi la Terra di Longi e Brolo (1200), fu Conte del Principato e di Fondi, Principe di Taranto e di Salerno;
  • Galeotto Lanza fu il Primo Barone di Longi e Signore di Brolo (nel 1255 e sposò Cubitosa d'Aquino contessa di Acerra);
  • Federico Lanza dei Baroni di Longi fu Viceré di Sicilia sotto re Manfredi, suo cugino, figlio di sua zia Bianca Lanza;
  • Corrado Lanza, III Barone di Longi e II Barone di Ficarra e di Brolo, Gran Cancelliere e Maestro Giustiziere del Regno di Sicilia;
  • Corrado Lanza, V Barone di Longi e IV di Ficarra e di Brolo;
  • Blasco Lanza VII Barone di Longi, da suo figlio secondogenito Manfredi e poi da suo nipote Blasco parte il ramo dei Baroni poi Principi di Trabia che daranno vita a d un altro ramo della famiglia Lanza;
  • Cesare Lanza, I Barone di Trabia e poi Conte di Mussomeli, è ricordato nei numerosi versi della tradizione popolare come assassino della figlia Laura Lanza, Baronessa di Carini;
  • Pietro Lanza X Barone di Longi, fu il primo Barone di Verbumcaudo feudo venduto nell'anno 1486 a Nicolò Sabia;
  • Ottavio Branciforte Lanza (1599 ca.-1646), vescovo di Cefalù e di Catania;
  • Corrado Lanza dei duchi di Brolo e dei Baroni di Longi, Barone dei Supplementi di Trapani, Sciacca e Mazara, Barone di Malaspina, fu Senatore di Palermo nel 1751-52 e 1760-61 e Sindaco del Senato di Palermo (Grande di Spagna di prima classe) più volte nel ventennio 1770-1790, Maestro Razionale del Senato, Procuratore Generale, Capostipite dei Baroni poi Marchesi di Marcatobianco per Successione Siciliana dalla madre a favore del figlio primogenito, il Marchese Michele Lanza (e Morello). Fu Governatore del Pio Monte di Pietà, Governatore dell'Opera Pia di Navarro e Membro della Compagnia dei Bianchi di Palermo, sposò Donna Eleonora Morello e Colnago di santa Venera.
  • Michele Marchese Lanza e Morello, dei duchi di Brolo e dei baroni di Longi, Barone e poi Marchese di Marcatobianco per Successione Siciliana dalla nonna, Maria Spinotto, Senatore di Palermo nel 1806-1807;
  • Corrado Lanza, dei duchi di Brolo e dei baroni di Longi, Marchese di Marcatobianco, Barone di Butti e Mangaliviti, illustre letterato, tra le sue opere: Un lauro al vero, slancio entusiastico del Marchese Corrado Lanza Marcatobianco, ed. Borel e Bompard, Napoli, 1837;
  • Michele Lanza e Lucchesi Palli, figlio di Don Corrado e della Duchessa e Contessa di Villarosata e Marchesa di Portopalo, Donna Concetta Lucchesi Palli, ultima erede del suo ramo familiare dei Duchi Lucchesi Palli, suo padre Giovanni Lucchesi Palli, fu Gentiluomo di Camera con esercizio di Ferdinando II di Borbone, suo fratello Ignazio non ebbe figli. Per successione siciliana, Michele Lanza e Lucchesi Palli, dovrebbe essere l'erede del ramo dei Duchi Lucchesi, come ricorda il de Spucches, quando nella sua opera, Storia dei feudi di Sicilia, parla dell'attestato di nobiltà concesso dal Senato di Palermo a Michele Lanza il 4 gennaio 1844. [senza fonte]
  • Ferdinando Lanza e Morello, dei duchi di Brolo e dei Baroni di Longi, dei Baroni dei Supplementi e di Malaspina, dei Marchesi di Marcatobianco, Colonnello del Real Esercito delle Due Sicilie, Cavaliere di Diritto del Real Militare Ordine di San Giorgio della Riunione nel 1819, Medaglia d'oro nel 1799;
  • Pietro Lanza Branciforte, principe di Scordia, illustre letterato e ministro del governo provvisorio di Sicilia nel 1848;
  • Ottavio Lanza dei Principi di Trabia, sacerdote olivetano, venne imprigionato dopo la Rivolta della Gancia e fu liberato dal forte di Castellamare dopo la vittoriosa Insurrezione di Palermo nel corso della spedizione dei Mille.
  • Giovanni Lanza e Ventimiglia, letterato e drammatico morto nel 1868
  • Ercole Lanza Branciforte (1813-1885), Senatore del Regno;
  • Francesco Lanza Spinelli di Scalea (1834-1919), Senatore del Regno;
  • Ottavio Lanza Branciforte (1863-1938), Senatore del Regno;
  • Pietro Lanza di Scalea (1863-1938), ministro e Senatore del Regno.
  • Pietro Lanza Branciforte di Trabia (1862-1929), Sottosegretario e Senatore del Regno;
  • Giuseppe Lanza di Scalea (1870-1929), fratello del precedente, sindaco di Palermo e senatore del Regno;
  • Giuseppe Lanza Branciforte (1889-1927), Medaglia d'argento al Valor Militare (1916), Deputato al Parlamento e Sottosegretario di Stato alla Guerra (1920);
  • Stefano Lanza Filingeri (1895-1973), Senatore della Repubblica per il Partito monarchico.
  • Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia (1901-1981), noto come Lanza del Vasto, poeta, scrittore, filosofo, con uno sguardo particolare per la religione e il misticismo, fondatore di comunità rurali;
  • Salvatore Lanza, dei duchi di Brolo e dei Baroni di Longi, dei Baroni dei Supplementi e di Malaspina, Meridionalista, Storico e giornalista, Cavaliere Ufficiale di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e Cavaliere del Real Ordine di Francesco I, rappresentante per gli eventi culturali della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, curatore e autore del bestseller: "Malaunità" 2011, tra i coautori Pino Aprile, Lorenzo del Boca e altri. (1974);
  • Blasco Lanza D'Ajeta (1907-1969), diplomatico italiano;
  • Francesco Lanza Di Scalea (1912-1988), deputato all'Assemblea regionale siciliana dal 1948 al 1951 per il "Blocco liberale democratico qualunquista";
  • Raimondo Lanza Branciforte di Trabia (1915-1954), presidente del Palermo;
  • Gioacchino Lanza Tomasi (1934), musicologo;
  • Giuseppe Lanza di Scalea (1946-2020), figlio di Arabella Salviati, nipote di Igea e pronipote di Ignazio Florio, nobile e imprenditore italiano;[36]
  • Cosimo Damiano Lanza (1962), pianista, clavicembalista e compositore.

ArmaModifica

-Blasonatura: d'oro, con un leone coronato di nero, armato e lampassato di rosso e bordura composta d'argento e di rosso. Corona di principe e mantello di velluto scarlatto foderato d'ermellino (Linea Lanza di Trabia).

-Inquartato al 1° e 4° di Lanza (*) che è di nero, al leone coronato, d'oro, linguato di rosso; al 2° e 3° di Baviera che è rombeggiato d'argento e d'azzurro (Linea Lanza di Brolo e di Longi). Il motto da Blasco Lanza di Brolo, Barone di Longi è: "Principalior Omnium".

NoteModifica

  1. ^ Ramo primogenito dei baroni di Longi dal diploma di re Martino che nel 1404, confermando a Blasco Lancia il possedimento di Longi, dichiarava il casato dei Lancia di Brolo: «Principalior et major de domo Lanceae
  2. ^ M. Sorgi Il grande dandy: Vita spericolata di Raimondo Lanza di Trabia, ultimo principe siciliano Milano 2011
  3. ^ a b c d e f g h i A. Settia (a cura di) Lancia, Manfredi voce in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 63 Vol. 63 2004
  4. ^ Filadelfo Mugnos, Teatro geneaologico delle famiglie del regno di Sicilia volume II pagina 63, Arnaldo Forni Editore (rist. anast.), 2007.
    «Li più gravi e più comuni autori vogliono, che derivasse dai duchi di Baviera».
  5. ^ Filadelfo Mugnos, Teatro genologico delle famiglie del regno di Sicilia volume II pagina 64, Arnaldo Forni Editore (rist. anast.), 2007.
    «E così dicono molti autori Germani, che seguita l'eruditissimo abbate Pirri nella sua cronologia dei Re di Sicilia».
  6. ^ V. Palizzolo Gravina Il blasone in Sicilia, ossia Raccolta araldica, Visconti & Huber Editore, 1875
  7. ^ Villabianca Della Sicilia nobile Vol. II Palermo, nella stamperia dei Santi Apostoli per Pietro Bencivenga, 1754-1775 p. 33
  8. ^ Giuseppe Testa, Volume 2 di Storia e cultura pagina 57, S. Sciascia, 1989.
  9. ^ Antonino Mango di Casalgerardo, Nobiliario di Sicilia, A. Reber, Palermo 1912.
  10. ^ "Perciò all'umile supplica fatta a noi da parte del nostro nobile consanguineo, il fedele e diletto milite Corrado Lanza, attualmente uno dei capitani della nostra milizia e discendente dai duchi di Baviera, e considerati i servigi e le benemerenze sue e dei suoi avi..." cit. in Carlo Merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana nell'epoca sveva, Loescher, Torino 1886, p. 177.
  11. ^ a b c Carlo Merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana nell'epoca sveva, Loescher, Torino 1886, p. 177.
  12. ^ Ivi. p. 12
  13. ^ Ivi. pp. 12-13
  14. ^ LANCIA (Lanza), Manfredi (Manfredo) (I), Dizionario Biografico degli Italiani, Vol LXIII, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  15. ^ S. La Monica La Sicilia dei Lanza. La scalata nei secoli del lignaggio al vertice del potere feudale Editoriale Agorà 2019
  16. ^ (EN) Frank M. Chambers (1985), An Introduction to Old Provençal Versification (DIANE), 142–43.
  17. ^ A. Settia Lancia, Manfredi voce in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 63 (2004)
  18. ^ A. Settia B. Lancia voce in Enciclopedia Italiana Treccani-Dizionario biografico degli italiani vol. 63 2004
  19. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s G. Lanza del Vasto Lancia voce in Enciclopedia Italiana Treccani 1933
  20. ^ a b c DBI
  21. ^ Merkel, p. 155 n. 5.
  22. ^ DBI
  23. ^ LANCIA, Corrado di Patrizia Sardina - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 63 (2004)
  24. ^ P. Sardina Corrado Lancia vice in Dizionario biografico degli Italiani vol. 63 2004
  25. ^ a b c P. Sardina Corrado Lancia voce in Dizionario biografico degli italiani vol. 63 2004
  26. ^ Latini, fazione dei Enciclopedia online Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/fazione-dei-latini/
  27. ^ M. A. Musso PERALTA, conti di Caltabellotta in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 82 (2015)
  28. ^ Archivio Storico per la Sicilia Orientale Annata 2003 / Fascicolo I / Saggi p. n. 4
  29. ^ a b c d e f g h i j C. Trasselli Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V. L'eserienza siciliana 1475-1525 vol. 2 Rubbettino editore
  30. ^ A. Romano "Legum doctores" e cultura giuridica nella Sicilia aragonese: tendenze, opere, ruoli Milano 1984
  31. ^ V. Spreti "Enciclopedia storico-nobiliare: famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R. g̊overno d'Italia compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti nobili e titolati riconosciuti, Volume 4" p. 50
  32. ^ a b c d e f M. Lanza Casate aleramiche nei secoli Modena 2013
  33. ^ a b c d e f g SCORDIA, Pietro Lanza e Branciforte, principe di Trabia, Butera e di Giuseppe Paladino - Enciclopedia Italiana (1936)
  34. ^ Pietro LANZA DI SCORDIA E DI BUTERA, su www.accademiadellescienze.it. URL consultato il 1º settembre 2020.
  35. ^ fatto riferito anche dallo storico Federico Lanza e Grassellini, storico della Famiglia Lanza, nell'opera: "Dei Lancia di Brolo, albero genealogico e biografie", editore G.B. Gaudieno, 1879
  36. ^ Chi era Giuseppe Lanza di Scalea, il principe timido, su la Repubblica, 11 ottobre 2020. URL consultato il 15 ottobre 2020.

BibliografiaModifica

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  • Giuseppe Sorge, Mussomeli dall'origine all'abolizione della feudalità, vol. II, Catania 1916, poi Edizioni Ristampe Siciliane, Palermo 1982.
  • San Martino de Spucches F., La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia, Palermo, 1924, voll. 10, passim;
  • Ganci M., I grandi titoli del Regno di Sicilia, Palermo - Siracusa, 1988, 209;
  • Cumbo, G., Il dominio dei Lanza in AA.VV., Signori e Corti ne cuore della Sicilia, Caltanissetta, 1995;
  • Palizzolo Gravina V., Dizionario storico-araldico della Sicilia, II ed., Palermo, 1991, 227;
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  • Vittorio Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana,(?) 1931, "L" pag 54/55,"
  • Archivio Centrale dello Stato. Direzione Generale per gli Archivi. Servicio Araldico. Registro di Trascrizione di Decreti Reali. Decreti Reali (nomine personale) 1.Lettera di concessione/titoli nobiliari di: Luigi Lanza e Branciforte, 9º principe di Trabia, ecc; 3 ottobre 1855./ 1.1.-Lettera di concessione/titoli nobiliari di: Luigi Lanza Branciforte: 10º principe di Villafranca, 10º duca della Sala di Paruta; 8 aprile 1876. 2. Lettera di concessione/titoli nobiliari di: Cipriano Lanza e Branciforte, 10º principe di Trabia, ecc; 6 maggio 1896.
  • Archivio di Stato Roma - Consulta Araldica- vol. XII fasc. 4578.
  • LANCIA (Lanza), Manfredi (Manfredo) (II), Dizionario Biografico degli Italiani, Vol LXIII, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  • Vincenzo Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia: ossia, Raccolta araldica, editore Visconti & Huber, 1875 consultabile online
  • Ligresti Domenico, Leonforte: un paese nuovo, «Archivio Storico per la Sicilia Orientale» a. LXXIV, 1978, I pp. 89–118

Voci correlateModifica

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