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Opere di Gabriele D'Annunzio

bibliografia

1leftarrow blue.svgVoce principale: Gabriele d'Annunzio.

Ritratto di d'Annunzio

Cronologia dell'opera dannunziana divisa per generi e periodi della sua vita. L'arco di tempo abbracciato dal poeta spazia dal 1879 al 1936.

Indice

Primo periodo: la poesia (1879 - 1893)Modifica

Primo vere (1879)Modifica

 
Ritratto di Gabriele d'Annunzio negli anni Novanta dell'800
 Lo stesso argomento in dettaglio: Primo vere.

L'esordio dannunziano avviene a Chieti, presso la Tipografia Floro, ma poi l'opera fu ristampata presso la casa editrice Rocco Carabba a Lanciano (CH), che ne detiene ancora il copyright. Il padre pubblica la prima raccolta di poesie, e con un espediente pubblicitario (la propria morte con una caduta a cavallo), il giovane d'Annunzio riesce a riscuotere grande successo. Il poeta sedicenne dedicò tutto il periodo delle vacanze estive per redigere la sua prima opera, e poi con l'accordo del padre, decide di farlo stampare a spese della famiglia. Svanita però l'illusione di fare pubblicare la raccolta da uno dei migliori editori milanesi[1], il padre ripiega sul tipografo Giustino Ricci di Chieti, con cui viene combinata per 500 lire, un'edizione in 500 copie[2]. Il volumetto, condotto sull'edizione zanichelliana delle poesie dello Stecchetti[3] si compone di circa 150 pagine.

 
Chieti, Palazzo della Banca d'Italia; nel 1879 vi era il palazzo dei Valignani, presso cui il poeta fece stampare la prima opera Primo vere, successivamente stampata dall'editore Carabba di Lanciano (CH)

La prima edizione di Primo vere comprende ventisei poesie, quasi tutte dedicate ad un rappresentante della famiglia, ad un amico oppure alla musa ispiratrice, di nome Lilia;[4] è poi presente un'appendice che contiene quattro traduzioni di Orazio. Con Primo vere, l'autore vuole raccontare la sua età giovanile (l'espressione latina, infatti, significa proprio "all'inizio della primavera") nella quale si affaccia per la prima volta alle gioie della vita e dell'amore. Sono riscontrabili le influenze di Carducci ed in modo particolare si evidenziano alcune espressioni e immagini tipiche del poeta toscano, nonché l'uso del metro barbaro. D'altra parte, il libro, come confessato dallo stesso autore,[5] era nato sotto lo stimolo delle Odi barbare carducciane.[6] Al di là dell'imitazione, nel giovane D'Annunzio si vede la capacità di operare una scelta tra le sfaccettature della poetica del modello che più gli erano congeniali e che più si adeguavano alla sua personalità già spiccatamente originale.[7]

Canto novo (1881)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Canto novo.
 
Copertina de Il libro delle vergini (1884)

Questa raccolta fu dedicata a Elda Zucconi, il primo amore per l'autore. Comprende 63 liriche composte in sonetti assomiglianti a quelli carducciani. La prima edizione è divisa in cinque libri, più un preludio e un sonetto dedicato alla Zucconi. Dalla "filologia" di Primo vere, D'Annunzio passa alla "fisiologia" di Canto novo (anche se in realtà non abbandona affatto i libri). Si tratta di testi "impressionistici" già pubblicati separatamente, arricchiti da illustrazioni dell'amico pittore Michetti. La seconda edizione è ridotta a soli 23 testi e ogni argomento politico o sociale ne è tagliato fuori: ne deriva un "poema lirico panteistico", dove D'Annunzio fonda un nuovo paganesimo. Fonti di D'Annunzio sono alcune riduzioni delle teorie di Darwin. Non scompare il filtro libresco che si frappone tra il poeta e la natura. Si scorge già la volontà della creazione del mito di sé. Il racconto è stato definito da gran parte della critica introspettivo e personale. In particolare i critici Riva, Iori e Springolo del gruppo Xyz, in occasione di un convegno a Bologna nel luglio 2014, ne hanno apprezzato la descrizione fatta del popolo italiano.

Intermezzo di rime (1884)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Intermezzo di rime.

D'Annunzio abbandona la "metrica barbara" carducciana e si cimenta in altre forme metriche più chiuse e tradizionali. La sperimentazione caratteristica della poesia dannunziana è presente sia nei temi sia nella forma di queste poesie che presentano figure di donne degradate, amori lascivi e spinte scene di sesso. Intermezzo di rime è riconducibile al "periodo romano" dannunziano ed infatti così come Canto novo rifletteva la vita abruzzese di D'Annunzio, così "Intermezzo di rime" ne testimonia la frequentazione degli ambienti della più moderna società romana, ricercatrice di temi piccanti e soprattutto più aperta agli sperimentalismi della poesia decadente.

Isaotta Guttadauro, poi L'Isottèo e la Chimera (1886)Modifica

In quest'opera, poi divisa in due libri nell'edizione del 1890, d'Annunzio si propone di gareggiare con i poeti contemporanei, iniziando la prima vera sperimentalizzazione della poesia decadente. Nel primo libro sono descritte varie scene di gusto decadente ed erotico. Nel secondo libro d'Annunzio ripercorre la figura mitica della Chimera, narrando episodi dei più grandi poeti fiorentini del Rinascimento e dell'Italia tutta. Oggi l'opera è nota nell'edizione riveduta, divisa in due blocchi: "L'Isotteo / La Chimera".

Elegie romane (1887-92) e Poema paradisiaco (1893)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Elegie romane e Poema paradisiaco.

La prima raccolta fu scritta a Roma, dopo la lettura dell'omonima opera di Goethe, in cui erano descritti i sentimenti di passione e avventura del giovane autore tedesco, quando era in viaggio tra le rovine dell'antico impero degli Augusti e dei Cesari. D'Annunzio tenta lo stesso sperimentalismo, narrando gli amori clandestini vissuti in quel periodo (1886 - 1889 ca.), con Barbara Leoni. Il Poema paradisiaco è l'ultima delle opere del primo periodo dannunziano, quando il poeta aspetterà il 1903 per la pubblicazione delle Laudi. L'opera costituisce una svolta della produzione letteraria dannunziana, che a partire dal Poema si avvicina in modo più netto alla poesia decadente e crepuscolare. Il poema d'annunziano è anche una parabola di conversione verso uno stile di vita casto e frugale, quasi francescano. Il protagonista infatti è un uomo soggetto alla prigione dei sensi, sedotto da figure insidiose e enigmatiche: le larve. Soltanto il ritorno del protagonista nel rassicurante orticello di casa, mantenuto con modestia e lavoro sarà la sua ancora di salvezza, proprio qui infatti avverrà la sua purificazione. Il protagonista riesce quindi a raggiungere un traguardo di salvezza adottando uno stile di vita in perfetta antitesi rispetto allo stesso D'Annunzio.

Il decadentismo: il poeta veggenteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Decadentismo.

Il Decadentismo è caratterizzato da una nuova tipologia di poeta: esso non è più il vate che guidava il popolo del Romanticismo, né il promotore della scienza come nell'Illuminismo o cantore della bellezza nel Rinascimento. Diventa così veggente, cioè colui che vede e sente mondi arcani ed invisibili in cui si chiude scoprendo «l'universale corrispondenza e analogia delle cose [...] E in tal modo il Dio perduto vive come una memoria e un desiderio» (Francesco Flora).[8] Il poeta è così un artista solitario, capace di scavare nell'interiorità umana e nel mistero dell'ignoto. Anche la parola poetica cambia: non si usa più per descrivere sentimenti ma, soprattutto, per decifrare sensazioni e per illuminare l'oscuro che è in noi utilizzando un linguaggio polisemico comprensibile solo da spiriti che riescono a percepire le stesse sensazioni. Da qui la grande importanza della poesia come mezzo per esprimere il proprio intimo. Caratteristica generale è quindi un forte senso d'individualismo e soggettivismo. Per la sua oscurità l'argomento della poesia sfugge alla comprensione del lettore che può interpretarla in modi differenti.[9]

Secondo periodo poetico (1903 - 1918)Modifica

Laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Laudi.
 
Copertina del primo libro delle Laudi: "Maia", illustrato da Adolfo De Carolis

Le Laudi nascono come progetto non unitario, ma d'Annunzio tentò un grande sforzo per celebrare l'apice massimo della sua poetica superomistica decadentista, narrando esperienze di vari viaggi in Grecia, Umbria e Toscana (questo per il secondo volume "Elettra"), collegando ciascuna sensazione con miti dell'antica Grecia e soprattutto in comunione panica con la natura e con le "compagne", in questo caso Eleonora Duse. Un valido esempio è La pioggia nel pineto, tra le liriche più conosciute del libro Alcyone, assieme ai Pastori, dove d'Annunzio rievoca la vecchia transumanza abruzzese delle sue terre pescaresi. Del progetto delle Laudi, che doveva comprendere volumi, sette in tutto, dedicati alle Pleiadi, restano nel 1918 il quarto volume "Merope" ossia i "Canzoni della guerra d'oltremare", e il postumo "Asterope" ovvero "Canti della guerra latina" (1949).

Maia - Laus vitaeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Maia (poesia).

Il primo libro, Maia, fu composto nei primi anni del Novecento, riunito e pubblicato nel 1903 insieme a "Elettra - Alcyone"; è la mitizzazione del suo viaggio in Grecia, spunto per un'esaltazione panica della natura. Il sottotitolo, Laus Vitae, ne chiarisce i motivi ispiratori: una vitalistica celebrazione dell'energia vitale ed un naturalismo pagano impreziosito dai riferimenti classici e mitologici, l'io poetico si pone come una sorta di Ulisse pronto a compiere un viaggio epico verso la conoscenza di nuove sensazioni visive e uditive da trasporre in poesia, un profeta dell'arte che deve tornare a trionfare nella società. Contiene diverse liriche famose come l'Inno alla vita, l'Annunzio, il Canto amèbeo della guerra, la Preghiera alla Madre Immortale e La quadriga imperiale. Il tema principale è quello del superuomo e artista perfetto, incarnato nel poeta stesso, profeta di un nuovo mito.

ElettraModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Elettra (D'Annunzio).

Il secondo libro, Elettra, composto tra il 1899 e il 1902 e pubblicato nel 1903, è dedicato al mito del superuomo nell'arte e nell'eroismo universale. Segna anche la nascita del nazionalismo dannunziano. D'Annunzio stesso rimane in genere in secondo piano e diviene il cantore degli eroi immortali: nelle prime due parti celebra principalmente gli eroi della patria (La notte di Caprera dedicata a Garibaldi), in cui l'Italia viene trasformata nella "supernazione", proprio come il poeta è diventato "superuomo", e dell'arte (A Dante, Per la morte di Giuseppe Verdi, ma anche le liriche dedicate a Victor Hugo e a Nietzsche); nella terza parte, i "Canti della ricordanza e dell'aspettazione", sono cantate venticinque "Città del silenzio" (Ferrara, Ravenna, Pisa, ecc.), simbolo del passato glorioso dell'Italia; nella quarta si trovano il Canto di festa per Calendimaggio e il famoso Canto augurale per la Nazione eletta, che infiammò di entusiasmo i nazionalisti, e chiude il libro.

AlcyoneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Alcyone.
 
Frontespizio originale del libro Alcyone, il terzo delle Laudi
 
Frontespizio originale del libro Merope - Canti della guerra d'oltremare, il quarto delle Laudi

Il terzo libro, Alcione (poi come "Alcyone"), fu pubblicato assieme al secondo e contiene per acquisito giudizio il meglio del D'Annunzio poeta (La pioggia nel pineto, La sera fiesolana, Stabat nuda Aestas, I pastori, Meriggio, Le stirpi canore, La tenzone e vari "ditirambi"). Esso è un unico e vasto poema solare, che raffigura l'estate trascorsa dal poeta con la compagna Ermione (Eleonora Duse) sulla costa della Versilia. In essa il superuomo si fonde totalmente con la natura, divenendone parte ("panismo dannunziano"). La raccolta si sviluppa attraverso un ampio percorso culturale di citazioni e riferimenti al repertorio letterario classico italiano, greco e latino. La prima sezione sviluppa elementi duecenteschi, da San Francesco (Lungo l'Affrico, La sera fiesolana) a Dante (Beatitudine), passando attraverso il recupero di motivi virgiliani ed esiodei (La spica, Le opere e i giorni, L'aedo senza lira). Essa è ambientata tra Firenze e la campagna circostante, attraverso una struttura cronologica che attraversa, nell'ordine, tramonto, sera, mattina e pomeriggio. La seconda sezione, che comprende i giorni tra l'estremo giugno" e l'otto luglio, è ambientata nel clima selvaggio del litorale tra le foci dell'Arno e del Serchio (Marina di Pisa, Il Gombo e San Rossore). È la sezione nella quale a un minimo di cultura letteraria corrisponde il massimo di naturalismo panico nietzscheano, attraverso i temi dell'ascolto (La tenzone, Innanzi l'alba) e della visione epifanica (I tributarii, Il Gombo) della natura. La terza sezione - il passaggio tra luglio e agosto - concentra la descrizione spaziale attorno alle pinete alla foce del Serchio. Essa è dedicata al mito ovidiano di Glauco, il pescatore della Beozia divenuto dio del mare; nel suo sviluppo il poeta si fa personaggio mitico dialogante con la natura - marittima (L'oleandro), equestre (Bocca di Serchio) e venatoria (Il cervo). La quarta sezione - la fine di agosto - prosegue la rappresentazione mitica della precedente e inaugura, nella sua seconda parte, un ciclo scultoreo e allegorico che ha il suo culmine ne L'arca romana. Notevole, in questa sezione, la serie naturalistica costituita dai Madrigali dell'estate. Nell'ultima sezione, ambientata nella prima metà di settembre, si sviluppa il tema del trapasso e delle rievocazione, giocato sul registro stilistico del sogno e della memoria (i sette componimenti dei Sogni di terre lontane ne costituiscono quindi il culmine centrale). Con l'Alcyone D'Annunzio introduce nel panorama letterario nazionale una tematica panico-naturalistica che nella cultura europea risaliva già al romanticismo - limitatamente al contesto germanico - ma che per l'Italia rappresentava una novità assoluta. Il classicismo italiano aveva sempre privilegiato il versante retorico delle Humanae litterae, intese come modello apollineo e razionalistico di stile e di contenuto. In questo contesto - da Petrarca all'Ottocento - ciò che contava era il rispetto di una tradizione di regole e di autori, di auctoritates (Virgilio, Cicerone, Orazio soprattutto), appartenenti esclusivamente all'ambito letterario latino così come l'avevano delimitato Dante, Petrarca e i classicisti del Cinquecento. I poeti e filosofi romantici tedeschi, scavalcando polemicamente il primato umanistico dei Latini, alla ricerca di una propria originalità storica avevano invece privilegiato il classicismo greco, con particolare riferimento ai filosofi presocratici e alle filosofie neoplatoniche. Seguiti su questa strada dai filosofi irrazionalisti del tardo Ottocento - Schopenhauer e Nietzsche - e dalla scuola ermeneutica del Novecento, essi istituirono un modello di interpretazione del classicismo centrato principalmente sui concetti di vitalismo e panismo, cioè su una rappresentazione animistica della natura, intesa come luogo di manifestazione del divino più che come cornice esteriore e indifferente delle vicende spirituali dell'uomo, come invece era intesa dall'Umanesimo latino. Attraverso Nietzsche D'annunzio fa propria una tematica inconsueta per la storia della letteratura italiana: la metamorfosi e il deismo panico, con i loro correlati dell'epifania e della metafisica della luce.

Merope (Canzoni della guerra d'oltremare) - 1918Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Merope (D'Annunzio).

Il quarto libro, Merope, raccoglie i canti celebrativi della conquista della Libia e della guerra italo-turca in Dodecaneso, composti ad Arcachon, e pubblicati dapprima sul Corriere della Sera e poi in volume nel 1912. Si tratta di una nuova divagazione sul tema patriottico e nazionalista e sul mito di Roma. Famosa è La canzone dei Dardanelli, inizialmente censurata per alcuni versi ritenuti offensivi nei confronti dell'imperatore Francesco Giuseppe d'Austria.

Asterope (Canti della guerra latina) - 1949Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Asterope (D'Annunzio).

Il quinto libro, incluso nelle Laudi dopo la morte di D'Annunzio, fu in realtà concepito e pubblicato a se stante nel 1933 col titolo Canti della guerra latina. Racconta l'esperienza del poeta nella prima guerra mondiale e le imprese compiute dagli italiani per il completamento dell'Unità d'Italia contro l'Austria. L'ultima parte è dedicata all'impresa di D'Annunzio come Comandante a Fiume della Reggenza italiana del Carnaro. In essa si trova la famosa lirica La canzone del Quarnaro, celebrazione della beffa di Buccari a cui aveva partecipato lo stesso poeta nel febbraio del 1918.

La prosa e i romanzi (1882 - 1936)Modifica

Terra vergine (1882)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terra vergine (D'Annunzio).
 
Pescara vecchia ai tempi di D'Annunzio, foto dei primi del Novecento: veduta di via dei Bastioni all'incrocio col viale Umberto I (oggi via G. D'Annunzio). Si nota in primo piano il campanile della storica chiesa di San Cetteo, i fondo il campanile della chiesa di San Giacomo, oggi scomparsa

La raccolta Terra vergine, assieme al Libro delle vergini (1884) e San Pantaleone (1886) risulta essere uno dei primi esperimenti letterari in prosa di d'Annunzio, che si ispira alla raccolta siciliana Vita dei campi di Giovanni Verga. Tutte e tre queste raccolta verranno rimaneggiate dal d'Annunzio nel 1902 per la versione definitiva del volume Le novelle della Pescara. In realtà tuttavia, di questo primo volumetto, nessuna novella verrà rielaborata da D'Annunzio per il prodotto finale delle "Novelle della Pescara".
Si tratta di piccoli e brevi bozzetti intrisi di artificiosità descrittiva che risente molto della lezione parnassiana e carducciana, mentre il tema trattato è quello bestiale e selvaggio della natura abruzzese, e delle vicende che riguardano i personaggi del substrato della piccola Pescara.
Il verismo dannunziano è molto sentito nella sua terra natale abruzzese, ancora legata prevalentemente alla transumanza, all'agricoltura e alle superstizioni. Terra vergine è il primo esempio: le storie riguardano amori fugaci campagnoli, tragedie di poveri nullatenenti (spesso ragazzi) che periscono per cause naturali durante inverni gelidi o per incidenti sul lavoro. Compaiono anche episodi raccapriccianti di sordomuti e malati mentali che per la loro natura, sono ritenuti dalla comunità "posseduti" dal demonio, e quindi ostracizzati, o peggio uccisi come "eretici". Sostanzialmente in quest'opera, le cui novelle dapprima furono pubblicate separatamente nei quotidiani gestiti da D'Annunzio a Roma, e poi riuniti in volumetto, sono molto lontane da quella patina di verismo che D'Annunzio seppe conferire alle novelle realizzate più tardi nel San Pantaleone (1886) e poi nel volume finale del 1902.

Il libro delle vergini' (1884)Modifica

Pubblicato dall'editore Sommaruga, si tratta di quattro novelle che risentono più del sensualismo parnassiano che del verismo verghiano. Il tema trattato è l'amore nelle sue diverse sfumature, spesso tragico e adulterino. Un accenno di verismo lo si potrebbe individuare nel fatto che queste donne protagonisti, nel tentativo di voler cambiare il loro equilibrio sociale e coniugale, falliscano sempre, e nella maniera più triste, oppure si macchino di empietà; è il caso della prima novella "Le vergini", rielaborata come "La vergine Orsola" nelle Novelle della Pescara, che essendo consacrata a Dio da un voto, guarendo il giorno di Natale da un terribile male, si innamori di un ladrone, viene messa incinta, decise di abortire con un filtro magico, e alla fine proprio all'estremo si ravvede dei suoi errori, morendo però tra gli spasmi e le contrazioni. Anche la terza novella "In assenza di Lanciotto", in parte ripresa nelle Novelle del 1902, è evidente il naturalismo, nella descrizione anatomica dei particolari della carne e dei gemiti durante l'amplesso adulterino della protagonista con il padre di suo marito, che è al letto gravemente ammalato.

San Pantaleone (1886)Modifica

Nel San Pantaleone, d'Annunzio tratteggia bozzetti di società più variegati, infatti quasi tutti verranno ripresi, con poche correzioni stilistiche, nel volume finale delle Novelle della Pescara; il panorama rimane sempre l'entroterra abruzzese attorno a Pescara. Si narra di nobili decaduti e di mezzadri che vedono la loro proprietà andare in fumo a causa delle rivolte contadine. Tra le novelle più note, c'è quella ambientata nel santuario di Miglianico, vicino Pescara, dove un fanatico credente si taglia la mano in onore di San Pantaleone.

Nonostante il prodotto dannunziano, se si considerano le Novelle come rielaborazione di opere originali già scritte, sia il meglio riuscito della stagione di prose letterarie che reinterpretano il tema verghiano del naturalismo; D'Annunzio non riesce completamente a raggiungere gli obiettivi di Verga, giacché la sua prosa, anziché ripercorrere le tematiche dell'artificio di regressione e dell'eclissi del narratore nella vicenda trattata, usa pur sempre artifici retorici e sufficientemente ricchi di vocaboli complessi e nobili, arrivando addirittura a commentare la vicenda con i condizionali "direi"; tuttavia egli a differenza di Verga riesce a far calare il lettore nella narrazione e nel contesto storico e ambientale, facendo parlare i personaggi rudi nel dialetto tipico abruzzese. Ciò nei romanzi verghiani non era assolutamente possibile, per via di una scelta poetica di Verga stesso.

 
Particolare della tela Il voto di Francesco Paolo Michetti (1883), tela rappresentate il tema di una novella dannunziana, quella della venerazione di San Pantaleone a Miglianico (CH)

La raccolta del San Pantaleone è un'innovazione del naturalismo di Verga da parte di D'Annunzio, sul piano elaborativo delle novelle, composte in maniera più originale e ricercata, alcune sono molto più che semplici bozzetti, e sono dotati di più capitoli. C'è una salto di qualità decisivo per lo stile, la descrizione ora appassionata, ora ricca di particolari anatomici, trasudanti ribrezzo e distacco, quando il poeta deve parlare di personaggi ammalati, o d'estrazione bassa di Pescara, o di antichi riti cattolici che sfociano spesso e volentieri nella superstizione e nel fanatismo, come il rito di San Pantaleone a Miglianico.

D'Annunzio si distacca dai bozzetti in stile squisitamente carducciano di Terra vergine (1882) e della prosa aulica e parnassiana del Libro delle vergini (1884) per creare una raccolta non prettamente organica, ma le cui novelle intendono rappresentare saldamente il nuovo programma dannunziano che seguiva all'epoca la scia del verismo. Interessante notare un "frammento", come D'Annunzio lo definiva nelle lettere all'editore Treves, nel momento della realizzazione del primo romanzo: Il piacere (1889); tale frammento vede i protagonisti Andrea ed Elena, successivi protagonisti del romanzo, e ripercorre la prima parte del volume, del commiato lungo la passeggiata al Pincio, prima del lungo flashback di Andrea Sperelli che interesserà tutta la narrazione del romanzo.

Le novelle della Pescara (1902)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Le novelle della Pescara.
 
Ragazza di Orsogna di William von Gloeden

L'antologia è una rielaborazione definitiva delle precedenti raccolte de Terra vergine - Il libro delle vergini - San Pantaleone, in gran parte quest'ultima compone le novelle. Fu pubblicato da Treves editore nel 1902, successivamente il copyright passò a Mondadori editore. Come nelle precedenti, d'Annunzio rielabora stilisticamente le novelle, creando un Abruzzo naturalistico e selvaggio, composto da istinti primordiali per quanto concerne la caratterizzazione della massa, ed estrema decadenza morale per la descrizione delle classi medie e nobili. Il progetto come gli altri si ispira alla Vita dei campi di Giovanni Verga e al naturalismo; anche se d'Annunzio prende delle distanze per inserimento dei dialoghi in dialetto e usa una descrizione composta da stile elevato, anziché usare la tecnica della "forma inerente al soggetto".

Le storie narrano scene di vita della popolazione di una Pescara ancora provinciale, ridotta a semplice villaggio di mare, in rivalità con il comune vicino di Castellammare Adriatico, come dimostra la novella La guerra del ponte; i personaggi principali sono i cafoni abruzzesi in lotta con il destino e con il loro istinto primordiale quasi animalesco di rapportarsi con la realtà e con il prossimo, spesso accecato e deviato da superstizioni e interpretazioni religiose troppo estremiste, come i casi de La vergine Orsola, la novella aprente, ripresa dalla novella iniziale de "Il libro delle vergini", e Gli idolatri, il tema centrale della raccolta San Pantaleone, con la descrizione della scena di estremismo religioso al limite del fanatismo per la venerazione del busto di San Pantaleone nella chiesa di Miglianico.

Trilogia dei romanzi della RosaModifica

Il piacere (1889)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Il piacere (romanzo).

Il primo romanzo dannunziano fu avviato nel 1886, inizialmente senza un progetto ben preciso; nelle lettere a Treves editore d'Annunzio parla di un primo titolo "I Pantaleonidi", e si proponeva di descrivere uno spaccato di vita sociale di Pescara; successivamente il progetto si incentrò sulle esperienze mondane del poeta nella capitale Umbertina, e per la prima parte, D'Annunzio rielaborò una novella scritta per la raccolta San Pantaleone, ossia il capitolo del "Distacco" tra Andrea e l'amante Elena, da cui sarebbe partito il lungo flashback della storia d'amore, sino a tornare al presente, nel capitolo conclusivo. Nelle lettere a Treves questa porzione del bozzetto è definita il "Frammento".

Infatti il racconto è ambientato tra Roma e Francavilla al Mare (CH), patria d'origine del protagonista, dove il nobile dandy Andrea Sperelli, simbolo del poeta decadente per eccellenza, vive la forte passione per Elena Muti. Costei è ritenuta la fèmme fatale di tutta la storia, perché Elena non si farà mai conquistare, benché Andrea faccia di tutto per lei. Dopo un conflitto a duello con il legittimo marito di Elena, Andrea viene ferito, è in convalescenza a Francavilla, dove incontra Maria Ferres, sua lontana cugina di cui si innamora, scrivendone le sensazioni in un diario, riportato nel II libro dell'opera. Tuttavia questo triangolo amoroso non andrà a buon fine, memorabile e significativa la scena in cui Andrea abbracciando ardentemente Maria grida il nome di Elena; Elena dal canto suo, andando in crisi economica per debiti del marito, dovrà rinunciare all'amore per Andrea.

 
Théophile Gautier fotografato da Nadar

Nel Piacere è ravvisabile una fitta rete di rimandi a vari modelli letterari e artistici, legati sia all'ambiente romano in cui il poeta era inserito, sia alla lettura di autori a lui contemporanei, per lo più francesi. Parigi fu, negli anni della Terza Repubblica e fino allo scoppio della prima guerra mondiale, la capitale culturale d'Europa, la città in cui vennero elaborati i modelli, gli atteggiamenti, i programmi dei principali movimenti culturali, il luogo di attrazione di tutti gli artisti e scrittori europei.[10] D'Annunzio utilizzò il suo impiego giornalistico alla "Tribuna" di Roma per esplorare e assimilare i nuovi modelli letterari francesi ed europei in generale, attraverso il continuo rapporto con altri intellettuali e scrittori. Alle sue influenze precedenti, che comprendevano Charles Baudelaire, Théophile Gautier, l'estetica preraffaellita elaborata dai critici del giornale Cronaca bizantina, e Goethe, si aggiunsero dunque quelle provenienti dalla nuova fonte di ispirazione francese, come Gustave Flaubert, Guy de Maupassant, Émile Zola, ma anche Percy Bysshe Shelley, Oscar Wilde[11] e forse la lettura di À rebours di Joris Karl Huysmans.[12]

 
Francesco Paolo Michetti, studio per figura femminile oppure pastorella

Di grande importanza sono poi gli influssi dell'ambiente romano. D'Annunzio giunse nella capitale nel 1881, e i dieci anni che vi trascorse furono decisivi per la formazione del suo stile: nel rapporto con l'ambiente culturale e mondano della città si formò il nucleo della sua visione del mondo. Centrale fu in particolare la sua collaborazione alla rivista Cronaca Bizantina, di proprietà dello spregiudicato editore Angelo Sommaruga, il primo a pubblicare libri del giovane poeta.[13][14] La rivista, che aveva una linea editoriale orientata alle concezioni letterarie moderne in voga allora (tanto da parlare di una «Roma bizantina») e di cui lo stesso D'Annunzio fu direttore per breve tempo nel 1885, ospitava rubriche di letteratura firmate da importanti artisti e scrittori inseriti nell'ambiente giornalistico, tra cui spiccano Edoardo Scarfoglio, Ugo Fleres, Giulio Salvadori e altri.[15] Sempre a questi anni risale l'amicizia con il musicista Francesco Paolo Tosti e il pittore Francesco Paolo Michetti. Inoltre, D'Annunzio fu collaboratore di molte altre testate romane, e dal 1884 al 1888 scrisse di arte e di cronaca mondana per il quotidiano La Tribuna, firmando con vari pseudonimi e occupandosi di mostre d‘arte, ricevimenti aristocratici e aste d'antiquariato. Attraverso questa intensissima attività D'Annunzio si costruì un personale e inesauribile archivio di stili e registri di scrittura, da cui attinse poi per le sue opere di narrativa. In questo rito di iniziazione letteraria egli mise rapidamente "a fuoco" il proprio mondo di riferimento culturale, nel quale si immedesimò fino a trasfondervi tutte le sue energie creative ed emotive, condannandosi così per molti anni ad accumulare debiti e a fuggire dai creditori.[16] Si può quindi parlare, tanto nelle opere quanto nella vita di D'Annunzio, di una idealizzazione del mondo, che viene ad essere circoscritto nella dimensione del mito. La sua fantasia lottò prepotentemente per imporre sulla realtà del presente, vissuto con disprezzo, i valori alti ed eterni di un passato visto come modello di vita e di bellezza.[17]

 
The Valchirie's Vigil del pittore preraffaelita Edward Robert Hughes

Valore assoluto del Piacere è l'arte, la quale rappresenta per Andrea Sperelli un programma estetico e un modello di vita, a cui subordina tutto il resto, giungendo alla corruzione fisica e morale (è il tipico dandy, formatosi nell'alta cultura e votato all'edonismo). È, insomma, la realizzazione di un'elevazione sociale e di quel processo psicologico che affina i sensi e le sensazioni:

«bisogna fare la propria vita come si fa un'opera d'arte […]. La superiorità vera è tutta qui. […]. La volontà aveva ceduto lo scettro agli istinti; il senso estetico aveva sostituito il senso morale. Codesto senso estetico […] gli manteneva nello spirito un certo equilibrio. […] Gli uomini che vivono nella Bellezza, […] che conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezione della Bellezza è l'asse del loro essere interiore, intorno a cui tutte le loro passioni ruotano.»

(G. D'Annunzio, Il piacere, libro II, cap. II)

Dopo la convalescenza, successiva alla ferita procuratasi a causa del duello con Giannetto Rutolo, Andrea scopre che l'unico amore possibile è quello dell'arte,

«l'Amante fedele, sempre giovine mortale; eccola Fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso Alimento che fa l'uomo simile a un dio.»

(G. D'Annunzio, Il piacere, libro II, cap. I)

Questa attrazione per l'arte viene rappresentata dall'inclinazione di Andrea verso la poesia, che

«può rendere i minimi moti del sentimento […] può definire l'indefinibile e dire l'ineffabile; può abbracciare l'illimitato e penetrare l'abisso; […] può inebriare come un vino, rapire come un'estasi; […] può raggiungere infine l'Assoluto.»

(G. D'Annunzio, Il piacere, libro II, cap. I)

Il culto «profondo e appassionato dell'arte» diventa per Andrea l'unica ragione di vita, tirato in gioco anche nei rapporti con Elena Muti e Donna Maria Ferres, perché egli è convinto che la sensibilità artistica illumini i sensi e colga nelle apparenze le linee invisibili, percepisca l'impercettibile, indovini i pensieri nascosti della natura. Senza dubbio, «i miraggi erotici, tutte le insane orge dei sensi si fondano su una profonda corruzione del sentimento. […] L'arte si dissolve nella minuziosità di un estetismo individualmente raffinato, si limita alla forma e non penetra la sostanza»[18] (appunto di lettura del Michelstaedter sul Piacere)[senza fonte]. Tuttavia, messe da parte l'autosuggestione decadente e la tendenza alla spettacolarizzazione di D'Annunzio, l'accostamento tra arte e bellezza, arte e vita è una risposta, energica ed eloquente, verso la massificazione dell'arte e la mercificazione del letterato e della letteratura. Il Piacere è l'agonia dell'ideale aristocratico di bellezza. Racconta la vacuità e la decadenza della società aristocratica, infettata dall'edonismo, vicina al proprio annichilimento morale, poiché il valore del profitto ha sostituito quella della bellezza. Emblematica è la fine del romanzo: Andrea, vinto, disfatte le proprie avventure amorose, vaga per le antiche stanze del palazzo del ministro del Guatemala, disabitato, in rovina, il cui arredamento è stato venduto all'asta.

L'innocente (1892)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: L'innocente (romanzo).

Il secondo romanzo della trilogia, mescola in un certo senso l'estetismo romano e il tema dell'evangelismo russo di Tolstoj e Dostoevskji.

 
D'Annunzio nel 1900 ca.

Tullio Hermil, ex diplomatico e ricco proprietario terriero, è da sette anni marito di Giuliana, dalla quale ha avuto due figlie. Uomo dai gusti raffinati e privo di moralità, ha un temperamento inquieto e sensuale e tradisce la moglie continuamente. Una grave malattia di Giuliana sembra riavvicinarlo a lei, ma è un'illusione. Quando poi, veramente pentito, Tullio torna da lei, deve apprendere che la donna lo ha tradito a sua volta e aspetta un figlio dallo scrittore Filippo Arborio; il protagonista comincia a nutrire odio verso "quel figlio non suo", sin da quando il bambino è ancora in grembo alla madre. Il nascituro viene visto dai due come un elemento di disturbo del loro improbabile amore. Ma la gravidanza è difficile e i coniugi sperano che il bimbo muoia prima di venire alla luce, oppure lo uccideranno loro stessi, sollevandosi da un grave problema. Venuto al mondo l'innocente, Giuliana si fa silenziosa complice del piano disumano del marito. Tullio, approfittando della breve assenza della governante, espone il bambino al gelo di una notte natalizia. Questo ovviamente si ammala e muore poco dopo, fra la disperazione dei parenti e dei servitori.

«Io credevo che per me potesse tradursi in realtà il sogno di tutti gli uomini intellettuali: - essere costantemente infedele a una donna costantemente fedele.»

(Gabriele D'Annunzio, L'innocente)

Il trionfo della morte (1894)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Il trionfo della morte.

«...Quella catena di promontori e di golfi lunati dava l'immagine d'un proseguimento di offerte, poiché ciascun seno recava un tesoro cereale. Le ginestre spandevano per tutta la costa un manto aureo. Da ogni cespo saliva una nube densa di effluvio, come da un turibolo. L'aria respirata deliziava come un sorso d'elisir.»

(Gabriele d'Annunzio, da Il trionfo della morte, descrizione della Costa dei Trabocchi)
 
Facciata del Duomo di Guardiagrele, descritto nel romanzo

Il terzo libro della trilogia è di grande importanza, in quanto mostra l'avvicinamento dannunziano al filosofo Friedrich Nietzsche, e al tema del "superomismo", di cui d'Annunzio creerà una creatura "superomista" del tutto legata al carattere letterario e al decadentismo, ovviamente. Fu avviato nel 1889 dopo "Il piacere", col titolo provvisorio "L'invincibile", e pubblicato a parti sul giornale, poi interrotto. D'Annunzio dovette rielaborare le sue esperienze passate a San Vito Chietino (Abruzzo) sulla costa dei Trabocchi con l'amante Barbara Leoni, e soprattutto dovette leggere lo Zarathustra di Nietzsche per poter tornare a riprendere l'opera con più ardore, sino al completamento.

La vicenda è ambientata brevemente a Roma, durante una scena di suicidio, poi definitivamente in Abruzzo, inizialmente presso Guardiagrele (CH). Nel borgo montano giunge il nobile Giorgio Aurispa, qui lui ha le sue origini nobili, come dichiara descrivendo la lapide monumentale del duomo di Santa Maria Maggiore con gli altri stemmi nobiliari (anche se in realtà è una invenzione dannunziana). Aurispa è messo in crisi dalla visione della morte. La sua ricca famiglia è in decadenza, perché suo padre sta sperperando gli ultimi averi con prostitute, e il resto della famiglia vive in miseria. L'unica persona a cui Giorgio è affezionato è lo zio Demetrio, che però muore suicida, altro segnale cupo dell'incombenza della morte sul destino di Giorgio.

 
Basilica della Madonna dei Miracoli a Casalbordino

Giorgio, esasperato dalla dura vita di paese, e dalla orripilante presenza di superstizione di streghe e di malocchi, fugge a San Vito Chietino, al mare, affittando una villetta sul litorale dei cosiddetti "trabocchi", ossia macchine da pesca in legno assai popolari. Giorgio contatta anche la sua amata Ippolita Sanzio, pregandola di consolarlo venendo da Roma. Mentre Giorgio si tuffa nella lettura dello Zarathustra di Nietzsche, scoprendo un mondo nuovo, l'estetismo che in un certo senso aveva fallito nel tentativo di affermazione dei personaggi dannunziani sino ad allora, adesso con la filosofia del superomismo ha una uova forza vitale per affermarsi nella società dei miseri borghesi. Ippolita lo raggiunge si affascina alle superstizioni abruzzesi riguardo alla stregoneria e al malocchio, vedendo la morte di un bambino per affogamento e quella di un infante, che si dice essere stato risucchiato nell'anima da una maga.
Giorgio è disgustato, e sente la morte sempre più vicina,spera di redimersi dalla "maledizione della morte" andando in pellegrinaggio nella vicina Casalbordino, al santuario della Madonna dei Miracoli, ma vede soltanto uno spettacolo raccapricciante di infermi e moribondi che chiedono invano grazia alla Vergine. Altro riferimento a un'esperienza realmente vissuta dal D'Annunzio andando a Casalbordino.
Sconsolato, dato che la sua compagna di viaggio e di esperienze ora, con il fascino per la rozzezza delle superstizioni e dunque per il "tradimento" contro i suoi ideali da parte dell'amante Ippolita, Giorgio decide il suicidio con la fidanzata.

I temi del romanzo, oltre a confermare l'autorità del superuomo dannunziano esteta e poeta, mostrano anche l'aspetto debole di questa figura: un uomo acculturato che però vive in una società corrotta e dissoluta, ossia la borghesia italiana emergente, e la massificazione sociale con la costruzione delle fabbriche. La cosiddetta "fiumana del progresso" verghiana. L'esteta non può far altro che reagire con l'isolamento in un luogo sicuro, stando a contatto con la natura. Nel caso però del Trionfo della morte, Giorgio incontra la plebe orrorifica e gli aspetti "soprannaturali" delle leggende abruzzesi, che lo sconfiggono. Complice della sconfitta è la stessa amante del protagonista, che rimane attratta da tali pratiche superstiziose. Il libro è tratto da un fatto veramente vissuto dallo stesso d'Annunzio nel 1899 a San Vito, in presenza della sua amata Barbara Leoni. Oggi esiste ancora la villetta affittata dal poeta sul cosiddetto "eremo dannunziano" nel cuore della costa dei Trabocchi. Anche l'episodio macabro del pellegrinaggio a Casalbordino è minuziosamente documentato dal poeta nelle lettere inviate nell'estate dell'89 a Barbara a Roma.

La parentesi dostoevskiana di Giovanni Episcopo (1891)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Giovanni Episcopo.

Il romanzo è un unicum nella prosa dannunziana, realizzato nel panorama di composizione della "Trilogia della Rosa", in quanto in quei tempi d'Annunzio, nel suo sperimentare stili diversi, si avvicinò all'evangelismo russo di Tolstoj e Dostoevskji. Da ciò nacque Giovanni Episcopo, purtroppo non accolto favorevolmente dalla critica, tantomeno dallo stesso autore. Giovanni è un povero diavolo, felicemente sposato, vittima del suo stesso carattere bonario, che conosce uno strano figuro di nome Giulio Wanzer, che si approfitta di lui, installandosi nella sua casa e corteggiandone la consorte. Nessuno riesce a capire come mai Giovanni non reagisca alle ingiustizie della vita, finché un giorno Giulio non è freddato da un colpo di pistola.

Le vergini delle rocce (1895)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Le vergini delle rocce.

Il progetto di una nuova trilogia, quella del giglio, andò in fumo, e d'Annunzio scrisse solo il primo libro. Nel romanzo, ambientato intorno a Popoli (PE), roccaforte dei duchi Cantelmo, Claudio è uno degli ultimi superstiti dell'antica famiglia nobile. Egli tenta l'approccio con tre sorelle, figlie del principe Montaga, per garantire la continuazione di una stirpe superiore, ma la scelta resta sospesa e incerta. Il progetto di d'Annunzio era di tentare una nuova via del superuomo decadente, ossia quella di procreare una nuova stirpe, per dominare la massa ignorante della borghesia a Roma, legandosi al mito dei Sette Re.

Il fuoco (1900)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Il fuoco (D'Annunzio).
 
D'Annunzio nel 1916

Nel romanzo il protagonista Stelio Effrena si trova a Venezia con la sua amante Foscarina (Eleonora Duse), detta Perdita in segno di rapporto di padronanza con il suo innamorato. Stelio incontra vari amici intellettuali, e progetta la costruzione di un nuovo potere dell'intellettuale superomista nella Città del Silenzio, che ha a che fare con il teatro, un nuovo potente mezzo di comunicazione, scoperto da poco dal D'Annunzio nell'incontro con la Duse nel 1897. Perdita, sebbene in un primo momento gelosa dell'aura d'ombra che Stelio esercita su di lei, alla fine decide di concedersi totalmente al poeta, finché la comunione panica non passa il suo momento migliore, per una nuova vita. La storia si conclude con la scena del funerale monumentale di Richard Wagner, morto a Venezia, celebrato da Stelio sin dalle prima pagine del romanzo.

Forse che sì forse che no (1910)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Forse che sì forse che no.

L'ultimo romanzo dannunziano abbandona il tema dell'esteta decadente, per allacciarsi alla nuova corrente novecentesca del futurismo. D'Annunzio mescola il suo stile tipico alla nuova protagonista del secolo: l'automobile e l'aeroplano. Nella storia infatti il nobile Paolo Tarsis è innamorato di Isabella, con cui fa visita a Mantova al Palazzo Gonzaga, sede degli Estensi, famiglia ricca da cui discende lo stesso protagonista. Nel frattempo però Isabella è segretamente innamorata del fratello Aldo, e quando di scopre l'incesto, ella si uccide folle di dolore. Paolo deicide di suicidarsi compiendo un gesto folle: arrivare in aeroplano fino alla Sardegna. Contro il suo volere, Paolo riesce nell'impresa e involontariamente è acclamato come eroe.

Contemplazione della morte (1912) e Vita di Cola di Rienzo (1913)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Contemplazione della morte.

Nella prima opera, il libro è preceduto da un messaggio a "Mario Pelosini da Pisa" ed è dedicato "Alla memoria di Giovanni Pascoli e di Adolphe Bermond", quest'ultimo il proprietario della villa di Saint-Dominique (a pochi chilometri da Arcachon) in cui D'Annunzio soggiornò tra il 1910 e il 1916. Il poeta, colpito dalla morte a brevissima distanza di questi due personaggi molto importanti per lui, seppure per motivi diversissimi, ne commemora la scomparsa. Il testo appartiene alla fase memorialistica della scrittura dannunziana iniziata con la pubblicazione delle Faville del Maglio da parte del Corriere della Sera grazie alle quali D'annunzio riuscì a mantenersi durante il soggiorno francese risolvendo almeno in parte il suo cronico bisogno di denaro. La Vita di Cola di Rienzo è parte di un ciclo incompiuto di autori antichi scelti dal poeta per essere celebrati. D'Annunzio narra l'esistenza del romano Cola di Rienzo, che seppe destreggiarsi in senato contro la tirannia del papato e dei baroni, venendo acclamato come un antico "tribuno della plebe".

Le Faville del maglio (1911-1914, poi 1928)Modifica

Scritti di prosa lirica usciti sulla Terza pagina de Il Corriere della Sera, in quattro serie, tra il 1911 e il 1914, furono redatte durante il soggiorno in Francia. L'autore li raccolse in due volumi, pubblicati dall'Editore Treves , raccolti definitivamente in due tomi: Il venturiero senza ventura e altri studii del vivere inimitabile nel 1924, dedicato a Eleonora Duse; il secondo, Il compagno dagli occhi senza cigli nel 1928, con lunghe parentesi rievocative della fanciullezza del poeta a Pescara e al Collegio Cicognini. Il titolo allude alla simultaneità dell'opera, costituita come uno scritto di intermezzo tra i grandi capolavori dannunziani del passato e quelli che devono sopraggiungere: le sue riflessioni, ricordi, confessioni sono come le "faville" sprizzanti dall'incudine battuto dal poeta fabbro (il maglio).

Tra gli scritti figura quello in cui D'Annunzio accoglie, dopo tanti anni, un vecchio compagno conosciuto al Liceo Cicognini di Prato. Il ragazzo, di nome Dario, è mostrato malato e febbricitante, mentre d'Annunzio si tratteggia in splendida forma, addirittura un giorno seduto seminudo sul tetto di casa, sfidando il temporale e la pioggia.

Il Notturno (1916 poi 1921)Modifica

 
Frontespizio del Notturno
 Lo stesso argomento in dettaglio: Notturno (D'Annunzio).

Si tratta di un memoriale della Prima guerra mondiale, in cui d'Annunzio dà prova del suo stile, narrando in tre parti ("offerte") le sofferenze del conflitto. Il titolo allude all'incidente di d'Annunzio durante il volo su Vienna, quando fu ferito ad un occhio, battendo la tempia dentro l'aereo. Essendo costretto a letto, bendato, nella convalescenza, il poeta volle esprimere le sue sensazioni scrivendo alla cieca su lunghi fogli di carta. La scrittura è asciutta, piena di frasi brevi e spezzate, disposte a colonna, in un verticalismo lirico che ricorda la metrica di Giuseppe Ungaretti. Tra gli episodi più famosi descritti, vi è quello del rientro della salma, a Venezia, dell'aviatore Giuseppe Miraglia, amico intimo di d'Annunzio. Il poeta si sofferma a lungo per tutta la prima parte dell'opera su questa scena, descrivendo in maniera minuziosa il suo stato d'animo, mentre è seduto davanti al letto dove giace il corpo.

La Leda senza cigno (1916)Modifica

Il tentativo è quello di ricercare nuove esperienze di vita, come già avvenuto con le automobili e gli aeroplani in Forse che sì, forse che no. D'Annunzio si adegua con più coerenza, anche se la storia non ha una trama precisa, una donna gira di albergo in albergo con un oscuro amante che la domina, e con il fidanzato che lui le procurò, quasi lei debba pagargli un pegno. Questo amante procurato viene avvelenato dalla morfina, indotto a sottoscrivere una grossa assicurazione sulla vita in favore della fidanzata, è infine ucciso in una disgrazia. Nasce il sospetto del delitto, la donna è di nuovo prigioniera della scelta: denunciare ambedue oppure tacere, sicché il grosso macigno della colpa la travolge, e si suicida.

La prosa si concentra sulle descrizioni cupe della donna, contrapposte alla sua sgargiante bellezza, nella scena del canile tra i bianchi levreieri, la donna sembra rinnovare il mito della Leda tra i cigni.

Il libro segreto (1936)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Il libro segreto di Gabriele d'Annunzio.

Ossia titolo completo: Le cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d'Annunzio tentato di morire è l'ultima opera in prosa ufficiale del poeta, redatta nel Vittoriale degli italiani nel 1935. Il poeta si abbandona al ricordo delle sue imprese fiorentine e alla sua infanzia soprattutto, dichiarando di essere stato scelto dal destino e dalla volontà divina di esser poeta, patriota e combattente, mettendo sempre a rischio la vita. Infatti d'Annunzio sostiene di aver ricevuto una visione durante la visita al santuario dei Sette Dolori di Pescara, affermando che i suoi progetti per il futuro consistevano in una semplice vita da erudito.

Il teatro dannunziano (1896 - 1914)Modifica

D'Annunzio entrò in contatto con il teatro grazie ad Eleonora Duse, circa nel 1895. Il suo intento era di riformare da un punto di vista totalmente sperimentale la drammaturgia italiana, incentrata in storie che ricalcavano i grandi avvenimenti del passato rinascimentale o romano-greco. Il tutto doveva svolgersi in scenografie di ampia suggestione emotiva, che avrebbero dovuto mettere in comunicazione panica lo spettatore con la natura e l'aura di ombra e mistero del destino, facendo provare sensazioni oniriche.

Il Sogno di un mattino di primavera e Sogno d'un tramonto d'autunno (1896-97)Modifica

Il film del 1911 tratto dal Sogno d'un tramonto d'autunno

Queste due opere prime teatrali sono strettamente legate tra loro, per quanto riguarda la tensione del protagonista con la sensazione della morte imminente e la confitta dinanzi alla vita. Nel 1897 in pochi giorni D'Annunzio scrive per la Duse una tragedia, il primo Sogno, elabora l'idea nella villa di Albano alla fine di marzo, quando inizia a sviluppare la figura della protagonista "Demente". La protagonista diventa folle d'amore, per tutta la notte tiene in braccio l'amante ridotto in fin di vita dal marito, ricoperta di sangue dell'amato, a nulla servono i tentativi di riabilitarla dal medico e dalla sorella Beatrice. Il "sogno" è un breve idillio in cui la protagonista sembra riacquistare il senno e la calma, Isabella sogna di essere in un lussureggiante giardino, lontano dalla morte e dalla pausa, il suo desiderio di metamorfosi viene scoperto da Virginio, fratello dell'amante ucciso, segretamente innamorato di lei, il simbolo della tragedia sta nel punto in cui nel sogno Isabella prende un ramo e lo trasforma in ghirlanda, simbolo della primavera, della dicotomia tra vita e morte presente nella tragedia.

Dal punto di vista stilistico la prima tragedia è un esperimento in cui vi sono delle tracce che D'Annunzio userà sostanzialmente in quasi tutte le altre tragedie, la dicotomia vita-morte, la follia d'amore, la passione, la gelosia.

  • Nella prima opera una povera donna di Firenze, impazzita d'amore, sta vivendo gli ultimi momenti con la famiglia, che cerca invano di farla rinsavire, prima di entrare in manicomio. Il motivo di tale follia è un amore non corrisposto.
  • Nella seconda opera, ambientata nel '700 a Venezia, la moglie di un Doge non precisato, chiama una fattucchiera perché il nuovo Doge, il suo amante per cui lei ha assassinato il vero Doge, suo marito, adesso è in un bordello, a sollazzarsi con una crudele prostituta. La fattucchiera, con un rito magico a base di cera e capelli dello sventurato, fa prendere fuoco il bordello.

Nel secondo Sogno il tema è lo stesso, quello del tradimento d'amore, la follia, la vendetta, anche gli scenari cambiano, se nel primo Sogno la scenografia è più tranquilla e sensuale, qui si la descrizione paesaggistica del rossore del cielo sembra combaciare con la tensione emotiva della protagonista, pronta a scoppiare nell'omicidio, nella distruzione, nella vendetta amorosa. Lo spirito dionisiaco avvolge la nemica della protagonista, la meretrice Pantea con cui il doge di Venezia si è appartato, che naviga il Brenta su una nave dorata verso la città, seguita da altri amanti folli di lei. La vicenda della dogaressa Gradeniga sembra ricordare la Medea euripidea, lei per il doge ha ucciso suo marito, legittimo doge di Venezia, ora con i sortilegi intende vendicare il tradimento, sicché, sempre rievocando un'altra scena euripidea delle Baccanti, gli amanti della meretrice sono stregati dai filtri e dalle maledizioni della dogaressa, e si avventano su Pantea uccidendola, sempre alla tragedia greca D'Annunzio allude, usando in questa opera la figura del messaggero, che interviene nel raccontare i particolari più cruenti, come la scena dell'uccisione della nemica.

La città morta (1896)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: La città morta.
 
Eleonora Duse

D'Annunzio, a circa vent'anni di distanza, celebra la scoperta archeologica di Troia e Micene da parte dello Schliemann, una ventina d'anni prima. La scena mette in mostra una compagnia di giovani arricchiti, tra cui un giovane archeologo, che a Micene rinviene la tomba di Agamennone. Due ragazze, nel frattempo (l'una delle quali cieca), leggono l'Antigone di Sofocle per legarsi maggiormente nello spirito alla sensazione di grande rinascita della culla della civiltà greca, per cui autori come Omero, Eschilo ed Euripide hanno contato le gesta.

L'archeologo Leonardo riesce a coronare il suo sogno, scoprendo le tombe di Cassandra e Agamennone a Micene. Con lui ci sono la sorella Bianca Maria, dolce creatura che passa il tempo leggendo Sofocle, e gli amici Alessandro ed Anna, marito e moglie, lui poeta e lei sua semplice consorte, priva della vista, e molto amica di Bianca Maria con cui passa la giornata ascoltando i tragici greci. Loro sono due donne che vivono in adorazione dei mariti, rispettivamente fratello e marito, ma Alessandro è innamorato di Bianca Maria, la scena della dichiarazione avviene nel momento in cui lei sta contemplando le maschere funebri rinvenute a Micene; pare che d'Annunzio si ispirò allo Schliemann che fece la sua dichiarazione alla futura moglie, mentre maneggiava la maschera di Agamennone.

Ma Bianca Maria respinge Alessandro, comunicandogli di essersi votata alla verginità; d'altro canto Leonardo ama Maria a sua volta, un amore possessivo e geloso, nutrendo dei sentimenti molto oltre quelli del comune fratello protettivo, e per questo è combattuto non volendoglielo comunicare. Leonardo diventa folle di gelosia per Alessandro, si apparta con Bianca Maria presso la fonte Perseia, meditando il delitto contro l'amico, mentre Anna che ha intuito l'amore del marito per la fanciulla, e l'incombere di una tragedia irreversibile, quasi fosse una veggente nella sua cecità, lo incita ad affrettarsi verso la fonte, ma giunge troppo tardi: Bianca Maria è morta, il cadavere viene raggiunto da Anna, la scena si conclude con lei che riconosce l'amica e urla di orrore

Pare che l'intento di d'Annunzio fosse quello di realizzare un dramma moderno, capace di rivaleggiare con la tragedia greca, volle rappresentare l'azione della catarsi, sublimando le passioni del pubblico, mettendo Bianca Maria come vittima espiatrice dei peccati, come fosse la figlia di di Agamennone Ifigenia. Se questo fosse stato il vero intento di D'Annunzio, il prodotto finale pecca di vari fraintendimenti del senso stesso della tragedia greca e dei suoi temi, come il destino e l'espiazione, il tema dell'incesto di Leonardo e Bianca Maria sembra essere un contorno alla sensazione tragica, ma si pone come struttura portante della vicenda.
Il tutto sembra ruotare attorno a un sentimento di adorazione e di osannare l'antico da parte di d'Annunzio, trattando della scoperta di Micene e Troia da parte dell'archeologo Schliemann, tipiche esaltazioni e furori romantici dell'era del decadentismo.

La Gioconda - La Gloria (1898-99)Modifica

La prima è una tragedia in 4 atti, rappresentata nel 1899 dalla Duse ed Ermete Zacconi. Nella storia, come nella Città morta, il protagonista è un artista scultore, Lucio Settala, incerto tra la pietà per la moglie Silvia, e l'amore per la sua modella Gioconda Dianti. Alla fine, intendendo realizzare sé stesso al di là dai vincoli della legge coniugale per lui limitata, Lucio commette adulterio; la moglie Silvia non lo sa, e un giorno assiste a una lite tra i due, la Gioconda getta per terra una statua, sentendosi abbandonata, e Silvia nel tentativo di salvarla si mutila le mani.

Nella tragedia traspare il forte senso del superuomo, anche se pare assumere delle debolezze in questo contesto, pare che il suicidio sia l'unica maniera possibile per risolvere il contrasto del protagonista, la Gioconda proclama la sua superiorità al di là del bene e del male, mostrandosi come la classica fèmme fatale, mentre Silvia incarna la moglie fedele e la vittima sacrificare della tragedia per scatenare il processo di catarsi. Sembra ripetere lo schema della Giuliana in L'innocente, in Anna ne La città morta, insomma è un tema che si ripete, in maniera decisamente stanca. L'unica parte originale della tragedia è la canzonetta in poesia del personaggio della Sirenetta, che rievoca in parte le scene dell'Alcyone (1903) e del Sogno d'un mattino di primavera.

L'opera fu pubblicata nel 1903 da D'Annunzio in Francia insieme a "La Gloria - La città morta", come a comporre una sorta di trilogia.

Nella Gloria, tragedia in 5 atti rappresentata da Eleonora Duse e da Ermete Zacconi, D'Annunzio intende glorificare il mito del Superuomo, ma risulta per glorificare la Superfemmina sua compagna: Ruggero Flamma combatte per il potere a Roma contro un dominatore già anziano, Cesare Bronte, al quale riesce a strappare il potere mediante l'adulterio con l'amante Comnèna. Costei è rappresentata come una donna insaziabile di potere e di desiderio, si impadronisce della mente di Ruggero, sino a ucciderlo e darne il cadavere in pasto alla folla ribelle, quando arriva il momento di scegliere tra la politica, l'amore e l'esilio. Le velleità politiche che riguardano la tragedia sembrano essere desunte dalla storia de Le vergini delle rocce (1895).

L'opera non il successo sperato, e fu pubblicata in Francia nel 1903 insieme a "La Gioconda - La città morta" con il titolo Le victoires mutilées.

Francesca da Rimini (1902)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Francesca da Rimini (D'Annunzio).
 
Il libretto della Francesco da Rimini di Tito Zandonai, riduzione della tragedia di D'Annunzio nel 1912

Tragedia in 5 atti in versi, che riprende le vicende tristi di Francesca da Polenta e Paolo Malatesta, citata già da Dante Alighieri nella Divina Commedia; l'opera fu rappresentata dalla Duse nel 1901. La tragedia fu scritta per avere un sottofondo musicale: si parla dell'amore "galeotto" tra Paolo e Francesca, con l'aggiunta del matrimonio forzato di Francesco con Gianciotto Malatesta, avvenuto per procura, per cui d'Annunzio ttinse alla testimonianza di Boccaccio. L'atto IV fu molto lodato dalla critica, il maligno Gianciotto, qui chiamato "Malatestino" ordisce la trama in cui cadranno i due amanti, che verranno colti in flagrante nella loro manifestazione d'amore, e verranno assassinati.

Lodato fu anche l'amoroso languore interiore di Francesca, che pare risenta delle odi iniziali delle "Città del Silenzio" in Elettra (1903), D'Annunzio canta molto bene la voluttuosa malinconia del presentimento d'amore adulterino, nel colloqui tra lei e la sorella nell'atto I, nei colloqui iniziali con Paolo, negli atti II-III. Il colloquio dell'atto V è meno potente degli altri, il tema d'amore non è più sostenuto dallo struggimento della malinconia, scivola invece nel tono enfatico e celebrativo. D'Annunzio intese ricostruire anche modi di vivere e scenografie del pieno XIII secolo, concetti che però, soprattutto nelle descrizioni della scena, risultano leziosi, tipici di quel movimento di revival del neogotico che andava in voga alla fine dell'800.

Nel 1912 la tragedia venne musicata e ridotta da Tito Zandonai.

La figlia di Iorio (1904)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: La figlia di Jorio.

Il primo successo vero di d'Annunzio nella drammaturgia teatrale avviene con il ritorno alle origini abruzzesi. D'Annunzio infatti nell'opera descrive situazioni di cui è pienamente conoscitore e cesellatore, del tutto sconosciute al grande pubblico italiano, come appunto le vicende dell'Abruzzo.

 
Alda Borelli in una rappresentazione del 1910 della Figlia di Iorio

Il figlio di Lazzaro di Roio del Sangro sta per sposarsi, presso Taranta Peligna, quando improvvisamente nel clima di pace irrompe una ragazza, Mila di Codro, ritenuta strega. Il ragazzo immediatamente se ne innamora, e decide di isolarsi dalla comunità peligna, fuggendo nella grotta del Cavallone. Lazzaro si innamora anch'esso, ma suo figlio, nella follia, lo uccide, recandosi poi a Roma per chiedere l'indulgenza al papa. Ma i paesani nel frattempo rapiscono Mila e la bruciano come strega. Ciò che colpisce di più della tragedia e la sensazione di pace e calma apparente, espressa dalla gioiosità popolare dei personaggi minori dell'opera, formata da canti in dialetto e scene di profonda fede cattolica, mischiata alle tradizioni pagane che corrono attorno alla "grotta".

La fiaccola sotto il moggio (1905)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: La fiaccola sotto il moggio.

La seconda opera drammaturgica del ciclo abruzzese ha ambientazione ad Anversa degli Abruzzi, sede della nobile famiglia dei Sangro. D'Annunzio visitò il vecchio castello con il filologo sulmonese Antonio De Nino nel 1896 per poter costruire la storia, e il risultato fu un compendio del superomismo dannunziano con la leggenda popolare abruzzese tradizionale del malocchio. La nobile famiglia dei Sangro vive in condizioni misere nei resti del castello medievale. La baronessina è osteggiata dal severo padre, che ha ucciso la madre per poter vivere in perdizione con una fattucchiera di Luco dei Marsi. Disperata, la ragazza si fa consigliare da un "serparo" (termine dei cacciatori di serpenti locali, che celebrano una festa cristiano-pagana) di evocare con una fiaccola lo spirito della madre. Il suo sacrificio farà andare in cielo la ragazza, e farà crollare definitivamente il vecchio mastio, simbolo di decadenza e corruzione, con tutti i nobili della famiglia, ormai in preda alla pazzia.

Più che l'amore - La Nave (1906-1908)Modifica

 
Ritratto di d'Annunzio

La prima è una tragedia in due atti in prosa, rappresentata nel 1906 dallo Zacconi; il protagonista è Corrado Berando, l'eroe che vorrebbe essere esploratore, e non avendo i soldi necessari, diventa un assassino. Il tema è la smania polemica di scandalizzare con la superumana ideologia; il protagonista è disposto a tutto pur di raggiungere il suo scopo, e abbandona la sua amante incinta, alla fine Corrado riuscirà a viaggiare, arrivando in Africa dove si sta combattendo per la conquista di nuovi territori coloniali.

 
El Lissitzky, disegno per "La Nave" (1914)

Tale sentimento patriottico di colonizzare nuovi territori, tornerà nel 1936 con l'orazione dannunziana Teneo te, Africa.

La seconda tragedia è in 3 episodi più un prologo in versi. Il superuomo Marco Gratico è contrapposto alla superfemmina Basiliola Faledra, che ricorda la Pantea del Sogno d'un tramonto d'autunno, o la Comnena della Gloria. Basiliola è assetata di vendetta per il padre e i quattro fratelli che Marco accecò, e dispone del suo potere lussurioso per ingannarlo, divenendo anche amante di suo fratello, il vescovo Sergio; alla fine lei li aizza uno contro l'altro, sicché nella lotta Sergio morirà. Marco è disperato, e decide di compiere un viaggio in mare, alla ricerca di un'impresa eroica espiatrice, mentre Basiliola sembra risentire dell'influsso di Mila di Codro, uccidendosi gettandosi nel fuoco.

D'Annunzio appare piuttosto vacuo nella descrizione delle parti, soprattutto nella ricerca di unire la figura di Basiliola con le divinità e le figure bibliche di Bibli, Mirra, Pasife, Dalila, Iezabel, al fine di gonfiare l'immaginazione di donna mostruosa quale è la superfemmina. L'impresa per mare di Marco sembra essere un ulteriore richiamo allo spirito patriottico italiano di colonialismo africano.

La Fedra (1909)Modifica

 
Disegno per la "Fedra" di Adolfo de Carolis

Realizzata tra il 1908 e il 1909, D'Annunzio concepisce l'unico vero omaggio al teatro tragico greco, riprendendo il mito dell'eroina Fedra presente nell’Ippolito euripideo, anche se alla rappresentazione alla Scala di Milano l'opera fu un fiasco. La musa ispiratrice pare fosse Nathalie de Golouleff, detta Donatella Cross, e pubblicata anche in versione francese. Il testo, nonostante una ripresa romana al Teatro Argentina il 25 maggio 1909 ad opera della compagnia di Ippolito Pizzetti, non fu più riproposta.

La Fedra è una ricerca letteraria del sublime, D'Annunzio intendeva scardinare il mito la cui storia era già bella e scritta, come nel testo di Euripide o di Seneca, per riscrivere la storia sotto un altro punto di vista, sicuramente privilegiò il superomismo, dato che lo stesso mito lascia intendere come Fedra sia una fèmme fatale che porterà Ippolito alla rovina, dopo aver giaciuto in maniera incestuosa con il sovrano di Atene Teseo, colui che tornò sano e salvo dal labirinto di Creta combattendo contro il Minotauro. La Fedra dannunziana sublima il concetto del destino nella tragedia classica, si percepisce il senso del sublime del trattatello di Longino, si respira in un certo senso l'epicità della tragedia antica.

Quanto all'amalgamazione della sfera psicologica della protagonista, D'Annunzio si allinea con la versione di Seneca, in cui al contrario dei concetti essenziali della tragedia greca, la Fedra senecana e dannunziana dimostra di non conoscere il proprio destino, di non sapere in che modoe perché sta agendo, non conosce il volere degli Dei, e dunque agisce come posseduta da una forza misteriosa e maligna, quasi da muovere il pubblico a pietà per i suoi errori nella vicenda, come fosse una eroina martire cristiana, imparentata con la Fedra del mito pagano euripideo.

La crociata degli innocenti (1911)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: La crociata degli innocenti.

Si tratta di un "mistero" in 4 atti, da cui fu tratto un film muto di A. Traversa, e venne pubblicata nel 1920. La tragedia mostra un misticismo a carattere cristiano, infarcito del senso del vacuo e della morte, e della sublimazione tipica dannunziana, dove riecheggiano i testi medievali italiani della Laude di Jacopone da Todi o i Fioretti di San Francesco. La trama parla di un pastore, Olimondo, che come l'Aligi abruzzese, abbandona la fidanzata Novella in favore di una prostituta lebbrosa, Novella. Secondo la leggenda, la donna per guarire deve usare il sangue di una creatura innocente, così il pastore non esista a sacrificare, quasi rifacendosi alla Medea euripidea che uccide il fratellino Absirto, la sorellina Gaietta. In scena sopraggiunge un mistico Pellegrino che risucita Gaietta, converte la lussuria dell'amante di Olimondo, facendola guarire anche dal morbo, e invita tutti a seguirlo in un viaggio in Terra Santa. La cosiddetta "crociata degli innocenti", in riferimento biblico, è composta da navi di bambini che solcano il mare, che però cadono in preda di venditori di carne umana, che vogliono venderli come schiavi.

Nel naufragio muoiono Novella e Gaetta, le parole di Olimondo tradiscono una sua non completa purificazione spirituale dagli impulsi erotici, forse questo sarebbe il motivo dello scontro e del naufragio. Come nella successiva tragedia del Martirio di San Sebastiano, il misticismo estenua qua e là un soave musica il tema erotico.

Il martirio di San Sebastiano (Le martyre de Saint Sébastien) (1911)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Le martyre de Saint Sébastien.
 
Disegno di Léon Bakst per Il martirio di San Sebastiano

Scritta in versi francesi nel periodo di esilio a Parigi, rappresnetata nel 1911 da Ida Rubinstein con le musiche di Claude Debussy e pubblicata nello stesso anno, fu tradotta in italiano da Ettore Janni. Anche quest'opera come la Crociata si presenta come un "mistero" in cinque "mansioni" con un prologo preghiera.

Sotto un'atmosfera di misticismo, d'Annunzio ripercorre la vita di San Sebastiano. Il santo è un giovane soldato della scorta di Diocleziano imperatore, che decide di salvare due ragazzi dalla morte, condannati perché scoperti cristiani. Diocleziano tenta di corrompere Sebastiano con il gozzoviglio e i piaceri, offrendogli anche sua figlia in sposa, il soldato, che nel frattempo ha avuto varie visioni paradisiache e si è completamente convertito al cristianesimo, risulta schifato e offeso dalle lusinghe dell'imperatore corrotto, e dunque viene condannato ad essere ucciso con delle frecce.

In termini teatrali, l'opera lascia cadere le aspirazioni di una coerenza narrativa e drammatica, riconoscibili anche nella Fedra, tutto è decorazione della vicenda che si svolge, l'uso erudito della parola e della descrizione dei particolari sembra attingere al gusto ellenistico dei poeti alessandrini, alla cura del particolare, alla ricerca dell'elemento meno noto al grande pubblico, alla cristallizzazione dell'arte in sé; il descrittivismo e la sensualità della parola si aiutano con la danza e la musica di Debussy, affinché la tragedia arrivi alla conclusione.

La Parisina (1913)Modifica

 
Poster di Plinio Nomellini (Wolfsoniana, Genova)

Fu una tragedia composta per la rappresentazione lirica al teatro, su testo di D'Annunzio e musica di Romani. La storia originale narra di Niccolò III d'Este, duca di Ferrara, rimasto vedovo della prima moglie, che si sposa in seconde nozze con Parisina Malatesta, appartenente alla famiglia dei signori di Romagna; ma Parisina si innamorò poi di uno dei vari figli illegittimi di Niccolò: Ufo d'Este, Ugo era figlio di Stella de' Tolomei, unica amante pare manata con vera passione da Niccolò III. Il duca d'Este scoprì la relazione incestuosa del figlio bastardo con la Parisina mediante un'apertura nella boyola della biblioteca del palazzo di Ferrara, e li assassinò decapitandoli.

D'Annunzio concepì questa tragedia come secondo capitolo del "Trittico dei Malatesta", dopo la Francesca da Rimini con la musica di Zandonai, la terza tragedia dal titolo "Sigismondo", non fu mai composta per le vicende belliche della prima guerra mondiale. Nell'opera musicata da Pietro Mascagni, D'Annunzio dà più importanza al personaggio di Stella, madre di Ugo, aggiungendo qualcosa in più duinque alle altre riduzioni teatrali della vicenda, scritte da Byron, musicati da Donizetti e da Keurvels; la Stella dannunziana è una donna malvagia che aizza Ugo a odiare Parisina, responsabile del suo allontanamento da corte per volere di Niccolò III; la presenza di Stella servirebbe così a non far scadere la vicenda nel solito triangolo amoroso. Nel momento della condanna a morte di Ugo, dopo che è stato scoperto in adulterio dal padre, D'Annunzio inserisce una nuova scena, Stella che tenta di riabbracciare il figlio in prigione, mentre Parisina le accorda il perdono per le maledizioni che la legittima consorte d'Este le aveva lanciato.

La Pisanella (1913)Modifica

Commedia in versi francesi in 3 atti, rappresentata a Parigi da Ida Rubinstein, con i commenti musicali di Ildebrando Pizzetti, tradotta da Ettore Janni nel 1935, col titolo La Pisanella, o il giuoco della rosa e della morte. Il prologo narra del re Ughetto di Cipro, che si innamora di una meretrice pisana contesa con dei predoni pirati, Ughetto riconosce in lei la "Santa d'Oltremare" predettagli dal canto di una Mandica, come immagine sacrale della Povertà, e la vuole avere come moglie. Combatte con suo zio uccidendolo, e trascorre con le una vita serena sicché la Regina Madre, dingendo di accoglierla come figlia, la inganna e l'uccide.

L'opera sembra risentire degli influssi del Sogno d'un tramonto d'autunno e de La Nave, per la rappresentazione della matrona di corte pronta a ordire gli inganni contro la rivale, e per la giustificazione sfacciata della lussuria e la sete di gloria del protagonista. Il protagonista Ughetto somiglia al giovane re imberbe del Laus vitae - Maia (1903), dal sapore di favola, il sonno incantato riprende quello di Aligi nella Figlia di Iorio; la Pisanella appare ora come meretrice e superfemmina (atto I), ora come figura angelica e beata (atto II), fiduciosa e ingenua verso la Regina Madre. C'è una decisiva attenuazione del tema erotico ferino delle altre protagoniste delle tragedie dannunziane, il poeta si lascia accompagnare dal ritmo della danza, dove il senso delle parole non riesce a sfondare la quarta parete.

Benché D'Annunzio l'avesse indicata come commedia, l'opera appare più una tragedia lirica, fu pubblicata a teatro con il sottotiolo "La rosa di Cipro" nel 1912, e unita nel 1934 al volume dell'Allegoria d'Autunno.

Altre opere: episolari e orazioniModifica

    • Orazione per la Sagra dei Mille, in "Corriere della Sera", 6 maggio 1915. (ma 5 maggio 1915): sopra lo scoglio di Quarto dei Mille a Genova, D'Annunzio pronunciò l'orazione per la celebrazione del Monumento a Garibaldi e alla spedizione dei Mille, in occasione della celebrazione di 50 anni della spedizione.
  • Carta del Carnaro. Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato libero di Fiume, 8 settembre 1920. La carta ribadiva l'italianità di Fiume, e prevedeva la nascita di uno Stato rivoluzionario e corporativo, racchiudeva la visione politica e poetica del Vate e fu elaborata concettualmente anche dal sindacalista Alceste De Ambris, la Carta doveva instaurare un nuovo ordine fondato sul lavoro, la tutela dei diritti individuali, la giustizia sociale, la prosperità e l'idea di bellezza tipici della sua poetica.
    La Reggenza italiana del Carnaro ribadiva geograficamente le tesi nazionalistiche, riferendosi non solo al territorio di Fiume, e alle isole di antica tradizione veneta, ma anche (art. II) "a tutte quelle comunità affini che per atto sincero di adesione possano esservi accolte secondo lo spirito di un'apposita legge prudenziale". Lo Statuto dedicava gran parte dei suoi articoli all'idea di Stato, e all'organizzazione politica ed economica (art. XVIII), i cittadini della Reggenza otteneva tutti i diritti civili e politici al compimento del 20simo anno d'età, divenendo senza distinzione di sesso elettori ed eleggibili in tutte le cariche (art. XVI), il potere legislativo spettava a tre camere con competenze diverse, il Consiglio degli Ottimi, non meno di 30 membri in carica per 3 anni, che si radunavano a ottobre di ogni anno, il Consiglio dei Provvisori, 60 membri in carica per 2 anni, eletti dalle corporazioni, che si radunavano 2 volte l'anno, e infine il Consiglio Nazionale detto "Arengo del Canraro".

Teneo te, Africa - La favola del sordomuto (1936)Modifica

L'ultima prosa vera di D'Annunzio, dopo il Libro segreto, raccoglie gli scritti del poeta durante la spedizione italiana in Etiopia, cominciato dal messaggio in francese "Ai buoni Cavalieri di Francia e d'Italia", proseguito poi nel 1932 con la "Confessione dell'ingrato" (edizione 1932) e del "Sudore di sangue" in rinfaccio all'ingiustizia della "sorella latina" (la Francia) verso l'Italia. Nel libro appare l'Ode per la Resurrezione latina del 1914, compresa nel volume "Merope - Canti della guerra latina"; la prosa oratoria dannunziana si rinnova di ebbrezza lirica, si affaccia il rammarico del poeta di non poter combattere per la turpe vecchiaia.

L'altra operetta scritta in francese falso antico: Le dit su sord et muet qui fuit miraculé en l'an de grâce 1266, fu redatta dopo l'orazione "Ai buoni Cavalieri latini di Francia e d'Italia", raccolta nel volume Teno te Africa. L'opera sembra essere un plateale vanto del poeta di aver studiato filologia romanza negli anni universitari a Roma, la finzione erudita di esser egli stati in Francia con Brunetto Latini, e di sordomuto, di aver acquistato la favella francese, vedendo piangere il re Luigi nella Cappella Sacra. Da questo presupposto, parte la serie di avventure di questo giovane sordomuto miracolato con il riacquisto delle sue facoltà, nell'anno del Signore 1266, diviene guerriero di Guglielmo d'Orange, poi cavaliere errante e d'amore; pare che D'Annunzio volle riprendere in parte uno stile falsamente antico, come nella Vita di Cola Di Rienzo.

Solus ad solam (1939)Modifica

Primo epistolario pubblicato dopo la morte di D'Annunzio, raccoglie le lettere scritte dal poeta con la contessa Giuseppina Mancini, conosciuta nel 190, e amata nel 1907-1908; la donna era sposata, continuamente combattuta tra il desiderio d'amore, il senso di colpa, la malattia nervosa che la attanagliava. Le lettere furono utilizzate da D'Annunzio anche per il romanzo Forse che sì, forse che no (1910), nel volume sono raccolte in modo da rielaborare una "cronaca della disperazione", con parti che riguardano anche le diagnosi mediche per la nevrosi della contessa Giuseppina.

I volumi sono 4, contengono le corrispondenze dall'8 settembre al 5 ottobre 1908, in origine D'Annunzio voleva pubblicare il volume, scrivendo all'editore Treves. Nel 1913 D'Annunzio mostrò l'opera a Luigi Albertini direttore del "Corriere della Sera", ma non fu pubblicato perché mancava delle correzioni; nel 1915 il poeta lo dette a un tal Giusini, sicché l'autografo sparì, e riapparve nel 1939, un anno dopo la morte del Vate.

CronologiaModifica

Opere giovaniliModifica

  • All'augusto sovrano d'Italia Umberto I di Savoia nel 14 marzo del 1879. Suo giorno natalizio. Augurii e voti, con Vittorio Garbaglia, Prato, Tipografia Giachetti, 1879. (ode)
  • Primo vere. Liriche, come Floro, Chieti, Tipografia di G. Ricci, 1879; Lanciano, Carabba, 1880. (1ª raccolta poetica)
  • In memoriam. Versi, come Floro Bruzio, Pistoia, Tipografia Niccolai, 1880. (2ª raccolta poetica per la morte della nonna)
  • Cincinnato, in "Fanfulla della Domenica", anno II, n. 50, 12 dicembre 1880; poi in Terra vergine, Roma, Sommaruga, 1882. (1º racconto)

PoesiaModifica

 
Parte iniziale del manoscritto La pioggia nel pineto, poesia raccolta nell'edizione Alcyone (1903)
I, Maia, Milano, Treves, 1903.
II, Elettra, Milano, Treves, 1904.
III, Alcyone, Milano, Treves, 1904.
IV, Merope, Milano, Treves, 1912. (già edite in "Corriere della Sera" come Canzoni delle gesta d’oltremare fra l'ottobre 1911 e il febbraio 1912)
Asterope. Canti della guerra latina, Bologna, Zanichelli, 1948.

ProsaModifica

Racconti e proseModifica

Tomo I, Il venturiero senza ventura e altri studii del vivere inimitabile, Milano, Treves, 1924.
Tomo II, Il compagno dagli occhi senza cigli e altri studii del vivere inimitabile, Milano, Treves, 1928.
  • La Leda senza cigno. Racconto, 3 voll., Milano, Treves, 1916.
  • Notturno, Milano, Treves, 1921. (ma 1916)
  • Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d'Annunzio tentato di morire, Milano, Mondadori, 1935.

RomanziModifica

 
Frontespizio dell'edizione francese originale de Il fuoco (1900)

DrammaturgiaModifica

  • Sogno d'un mattino di primavera, in "Italia", a. I, fasc. I, 1º luglio 1897.
  • Sogno d'un tramonto d'autunno. Poema tragico, Milano, Treves, 1898.
  • La città morta. Tragedia, Milano, Treves, 1898.
  • La Gioconda. Tragedia, Milano, Treves, 1898.
  • La gloria. Tragedia, Milano, Treves, 1899.
  • Francesca Da Rimini tragedia di Gabriele D'Annunzio rappresentata in Roma nell'anno 1901 a di 9 del mese di decembre, Milano, Treves, 1902. (Trilogia de I Malatesta)
  • La figlia di Iorio. Tragedia pastorale, Milano, Treves, 1904.
  • La fiaccola sotto il moggio. Tragedia, Milano, Treves, 1905.
  • Più che l'amore. Tragedia moderna. Preceduta da un discorso ed accresciuta d'un preludio, d'un intermezzo e d'un esodio, Milano, Treves, 1906.
  • La nave. Tragedia, Milano, Treves, 1908.
  • Fedra. Tragedia, Milano, Treves, 1909.
  • Le martyre de Saint Sébastien. Mystère composé en rythme français, Paris, Calmann-Lévy, 1911.
  • Parisina. Tragedia lirica, Milano, Sonzogno, 1913. (Trilogia de I Malatesta)
  • La Pisanelle, ou Le jeu de la rose et de la mort. Comedie, Paris, 1913, poi in Tutte le opere di Gabriele D'Annunzio, XXXII, Milano, Istituto Nazionale per l'edizione di tutte le opere di Gabriele D'Annunzio, 1935.
  • Il ferro. Dramma in tre atti, Milano, Treves, 1914.
  • La crociata degli innocenti. Mistero in quattro atti, in "L'eroica", a. V, n. 6-7, agosto-settembre 1915.

Oratoria politicaModifica

  • L'Armata d'Italia. Capitoli estratti dal giornale La Tribuna, Roma, Stabilimento tipografico della Tribuna, 1888.
  • Per la più grande Italia. Orazioni e messaggi, Milano, Treves, 1915.
  • Orazione per la Sagra dei Mille, in "Corriere della Sera", 6 maggio 1915. (ma 5 maggio 1915)
  • La riscossa, Milano, Bestetti & Tumminelli, 1918.
  • Lettera ai dalmati, Venezia, a cura delle associazioni Trento-Trieste e Dante Alighieri, 1919.
  • Carta del Carnaro. Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato libero di Fiume, 8 settembre 1920.
  • Teneo te Africa, 6 voll., Gardone Riviera, Officine del Vittoriale degli italiani, 1936.
  • Le dit du sourd et muet qui fut miraculé en l'an de grâce 1266, de Gabriele d'Annunzio qu'on nommoit Guerri de Dampnes, Roma, L'Oleandro, 1936.

EpistolariModifica

  • Solus ad solam, Firenze, Sansoni, 1939.

NoteModifica

  1. ^ P. Chiara, Vita di Gabriele D'Annunzio, Milano, Mondadori, 1978, p. 23
  2. ^ P. Chiara, Vita di Gabriele D'Annunzio, Milano, Mondadori, 1978, p. 24
  3. ^ G. Gatti, Firenze, Sansoni, 1988, p. 36
  4. ^ Alcuni critici hanno identificato in Lilia, Marietta Ciccarini, figlia di un muratore (vd. Palanza, Introduzione alla letteratura contemporanea, Società editrice Dante Alighieri, 1966, p. 90 e M. Masci, Dalla Pescara all'Arno, in Aa.Vv., Gloria alla terra, Pescara, Editrice dannunziana pescarese, 1963, p. 54-56). Sappiamo però che la donna che all'altezza di Primo vere produsse in lui il primo turbamento e che soprannominò Clematide fu Clemenza Coccolini, figlia del Colonnello Coccolini (vd. M.Masci, cit., p. 61) a cui fu dedicata la lirica Paesaggio, presente nella prima edizione di Primo vere, ma espunta nella seconda.
  5. ^ Lettera di Gabriele D'Annunzio a Chiarini, febbraio 1880, scritta dal Cicognini di Prato
  6. ^ Federico Roncoroni, in G. D'Annunzio, Poesie, Milano, Garzanti, 1999, pp. XI-XII.
  7. ^ A tal proposito basta vedere la sensualità presente in molte delle liriche, del tutto assente, invece, nelle Odi barbare.
  8. ^ Attalienti, p.516.
  9. ^ Attalienti, p.517.
  10. ^ senza fonte
  11. ^ G. d'Annunzio, Il Piacere, a cura di F. Roncoroni, Oscar Mondadori, Milano 1995, p. LXXVIII-IX.
  12. ^ G. d'Annunzio, Il Piacere, a cura di F. Roncoroni, Oscar Mondadori, Milano 1995, p. XVIII.
  13. ^ G. Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Firenze 1979, pp. 795.
  14. ^ G. Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi, Torino 1992, p. 828.
  15. ^ Cfr. la cronologia a cura di E. Roncoroni in G. d'Annunzio, Il Piacere, a cura di F. Roncoroni, Oscar Mondadori, Milano 1995, p. LXXIV.
  16. ^ Cfr. la cronologia a cura di E. Roncoroni in G. d'Annunzio, Il Piacere, a cura di F. Roncoroni, Oscar Mondadori, Milano 1995, p. LXXIX.
  17. ^ G. Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Firenze 1979, pp. 797-798.
  18. ^ appunto di lettura del Michelstaedter su il Piacere

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