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Primavera fu la corrente di destra della Democrazia Cristiana, di orientamento conservatore e clericale.

Nata nel 1954, si disciolse dopo la mancata elezione a Presidente della Repubblica del suo leader Giulio Andreotti, nel 1992.

Indice

Storia della correnteModifica

Nel 1954, con l'affermarsi della segreteria di Amintore Fanfani e della sua corrente Iniziativa Democratica, nascono molte correnti minoritarie, tra le quali la corrente politica che fa riferimento a Giulio Andreotti.

La corrente di Andreotti a Roma ereditava i quadri del centrismo degasperiano e godeva dell'appoggio del Vaticano.

Essa si distinse inizialmente per una furiosa campagna di stampa che coinvolse Piero Piccioni, figlio del vicesegretario nazionale Attilio, protagonista del caso Montesi.

In seguito contribuì, in collaborazione con i centristi dorotei, a battere numericamente Amintore Fanfani, costringendolo alle dimissioni dalla Presidenza del consiglio e dalla segreteria del partito.

Il suo organo ufficiale era la rivista quindicinale «Concretezza». La corrente aveva nel Lazio la sua principale zona d'influenza, anche se poi, nel 1968, a seguito dell'arrivo di Salvo Lima, Vito Ciancimino e i cugini Salvo, la corrente incomincia a raccogliere molti consensi anche in Sicilia. Si trattava di "una sorta di curva Sud del partito (...) inizialmente marginale all'interno della Dc".[1]: Franco Evangelisti la battezzò "corrente Primavera", prendendo il nome in prestito dal gergo calcistico, ed in cambio del sostegno offerto ebbe mano libera nel gestire la speculazione edilizia nella Capitale nel successivo ventennio.

I rapporti con la mafiaModifica

Salvo LimaModifica

 
Salvatore Lima (1928-1992)

Come afferma nel 1996 l'ispettore della Polizia di Stato Salvatore Bonferraro, teste del processo a carico di Giulio Andreotti, Lima fu in rapporti di affari con Francesco Vassallo, notissimo costruttore palermitano e spesso citato nelle relazioni della Commissione antimafia:[2]

Ho svolto accertamenti anagrafici presso il Municipio di Palermo, dal quale accertamento è emerso che Lima Salvatore Achille Ettore di Vincenzo in altri atti generalizzato, ha risieduto anagraficamente dal 04/08/1961 al 09/07/1979 in un appartamento sito al civico 175 della via Marchese di Villabianca. Vi ha risieduto per diciotto anni. La via Marchese di Villabianca comunemente è nota, per la maggior parte dei palermitani, come via Roma Nuova. Per detto appartamento ho acquisito anche presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Palermo la nota di trascrizione 19866 del 15/07/1961 e dalla quale si evince che l'appartamento è stato acquistato, intestato a Lima Salvatore, dal costruttore Vassallo Francesco nato a Palermo il 18/07/1909 deceduto, noto come costruttore Ciccio Vassallo.

Nel 1974 Paolo Sylos Labini si dimise dal comitato tecnico-scientifico del ministero del Bilancio, di cui faceva parte da circa dieci anni, quando Giulio Andreotti, ministro in carica per quel dicastero, nominò come sottosegretario Salvo Lima, che già all'epoca era comparso varie volte nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia ed era stato oggetto di quattro richieste di autorizzazioni a procedere nei suoi confronti.[3]

Prima delle dimissioni, Sylos Labini sollevò il problema col presidente del consiglio Aldo Moro, il quale affermò di non poter fare nulla in quanto «Lima è troppo forte e troppo pericoloso». Sylos Labini si rivolse allora direttamente ad Andreotti, affermando: «O lei revoca la nomina di Lima, che scredita l'immagine del ministero, o mi dimetto». Andreotti non lo lasciò nemmeno finire e lo liquidò rinviando il discorso.[4][5]

Il pentito Tommaso Buscetta rilasciò nel settembre del 1992 alcune dichiarazioni secondo cui Lima aveva avuto rapporti, ma senza essere affiliato, con la famiglia mafiosa dei La Barbera (della quale invece era stato parte il padre Vincenzo). Egli inoltre affermò di essersi incontrato con il deputato nel 1980 durante la sua latitanza[6].

Il pentito Gaspare Mutolo ha enucleato ai magistrati Pier Luigi Vigna e Paolo Borsellino il ruolo di mediatore ricoperto da Lima tra mafia e politica, riconoscendo responsabilità in capo a Giulio Andreotti[7]. Nella sentenza di primo grado del processo contro lo stesso Andreotti (pronunciata il 23 ottobre del 1999), la Corte dichiara nella seconda sezione del provvedimento emanato che dagli elementi di prova acquisiti si desume che già prima di aderire alla corrente andreottiana, l'on. Lima aveva instaurato un rapporto di stabile collaborazione con "Cosa Nostra"[8].

Il pentito Leonardo Messina effettuò dichiarazioni ai giudici in merito alle responsabilità di Lima nei tentativi di aggiustamento del maxiprocesso alla mafia[9].

Il 12 marzo del 1992, mentre Lima stava per recarsi a lavoro dalla sua villa di Mondello a bordo di un'auto, un commando con alla testa due uomini in motocicletta sparò alcuni colpi di arma da fuoco contro la vettura bloccandola. Mentre Lima scendeva dall'auto cercando di mettersi in salvo, venne raggiunto dai killer e ucciso a colpi di pistola. La mano che commise il delitto fu sicuramente mafiosa.

Giulio AndreottiModifica

Andreotti è stato sottoposto a giudizio a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza di primo grado, emessa il 23 ottobre 1999, lo aveva assolto perché il fatto non sussiste. Interrogato dalla procura di Palermo il 19 maggio 1993, il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, in qualità di responsabile della sicurezza dell'allora ministro degli Esteri Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e quello che solo successivamente sarà identificato come boss Andrea Manciaracina, all'epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina. Lo stesso Andreotti ammise in aula l'incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca. Il tribunale definì «inverosimile» la «ricostruzione dell'episodio offerta dall'imputato». Pur confermando che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra anche dopo la primavera del 1980, il tribunale stabilì che mancava «qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio». La versione fornita dall'onorevole Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere dovuta «al suo intento di non offuscare la propria immagine pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito con lui in modo assolutamente riservato».

La sentenza di appello, emessa il 2 maggio 2003, invece, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì per i primi il non luogo a procedere per prescrizione nei confronti di Andreotti. Per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato invece assolto. Un passaggio della motivazione della sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, parla di «un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»[10].

Sia l'accusa sia la difesa presentarono ricorso in Cassazione, l'una contro l'assoluzione per i fatti posteriori al 1980 e l'altra per ottenere un'assoluzione piena anche per i fatti anteriori in accordo con la sentenza di primo grado. Tuttavia la Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004 rigettò entrambi i ricorsi, confermando la sentenza di appello.[11].

Principali esponentiModifica

NoteModifica

  1. ^ La corrente controllava inizialmente soltanto il 2% degli iscritti del partito, ma con l'arrivo di Lima, Ciancimino e dei Salvo la corrente raggiunge il 10%, diventando così determinante per gli equilibri della DC. Così Fernando Proietti, Morto Franco Evangelisti il camerlengo di Andreotti, in: "Corriere della Sera", 12 novembre 1993, pagina 15, secondo cui "Uno per tutti, tutti per Giulio" era il motto della squadra, fondata nel 1954 da Evangelisti.
  2. ^ Processo Andreotti, Banca Dati della Memoria. URL consultato il 7-3-2009 (archiviato dall'url originale il 1º settembre 2007).
  3. ^ [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9]
  4. ^ Gli Intoccabili Saverio Lodato e Marco Travaglio, ed. BUR
  5. ^ Andreotti, la mafia, la storia d'Italia Di Salvatore Lupo, Ilvo Diamanti 1996 Donzelli Editore ISBN 88-7989-255-X pag 53
  6. ^ E In Nome Di Falcone Buscetta Ha Rotto Il Silenzio Sui Politici - Repubblica.It » Ricerca
  7. ^ Alexander Stille, Cadaveri eccellenti, p. 378-80
  8. ^ Cap. IV – Sez. II - § 2 – I rapporti intrattenuti da Salvatore Lima con esponenti mafiosi
  9. ^ la Repubblica/dossier: "E noi lo chiamavamo zio" I pentiti lo ricordano così
  10. ^ Andreotti assolto in appello "Non è un boss mafioso", in La Repubblica, 02 maggio 2003. URL consultato l'08-11-2008.
  11. ^ Andreotti, la Cassazione conferma l'appello, in Panorama, 28 dicembre 2004. URL consultato il 13-11-2008 (archiviato dall'url originale il 3 marzo 2010).

Voci correlateModifica