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Buccio di Ranallo, ipocoristico di Jacobuccio (L'Aquila, 1294 circa – L'Aquila, 1363), è stato uno scrittore italiano, per alcuni anche giullare, cronista abruzzese, precisamente di Coppito[senza fonte], dei fatti dei suoi tempi, precursore di un filone letterario, quello delle cronache aquilane, che ebbe un notevole séguito grazie a una folta schiera di epigoni e imitatori.

L'Aquila: casa natale di Buccio di Ranallo in Via Accursio

Indice

BiografiaModifica

Non sono molte le notizie sulla vita del primo cronista aquilano. In assenza di documenti di archivio, la fonte principale di tali notizie è la sua stessa opera, una cronaca rimata, singolare ibrido letterario tra il poema e la narrazione storica.

Origini familiariModifica

In base dunque ai riferimenti e alle notizie che la Cronica ci offre, possiamo desumere che Buccio sia nato a L'Aquila circa 40 anni dopo la prima fondazione della città, che lui stesso colloca nell'anno 1254. Nasce probabilmente negli anni in cui la città ospita il grandioso evento dell'incoronazione papale di Pietro da Morrone, Celestino V (1294). Il luogo di nascita è il quarto aquilano di S. Pietro, i cui cittadini provengono dal castello di Poppleto, ovvero, come si chiama ancora oggi, di Coppito. La sua famiglia d'origine doveva essere di ceto elevato e di riconosciuto prestigio, ma non di alta nobiltà, quanto piuttosto di piccola nobiltà di campagna.

Si ritiene dai più che il suo nome derivi dall'abbreviazione di Iacobuccio, a sua volta diminutivo di Iacobo, cioè Giacomo, ma non è possibile escludere che il nome sia un adattamento popolare dell'antroponimo Boezio, tanto più che un personaggio nominato due volte della Cronaca vi figura una volta come Buccio e l'altra come Boezio[senza fonte].

Incoronazione di Celestino VModifica

Dalle vicende narrate nella sua Cronica, si può dedurre che abbia partecipato a diverse battaglie contro alcune città vicine tra il 1318 e il 1320; certamente ha assistito ai festeggiamenti e alle onoranze per il ritorno in città, nel 1327, del corpo di Celestino V. In questo periodo è probabilmente da collocare la data del suo matrimonio e la nascita dell'unica figlia del poeta. (Del matrimonio di questa figlia, avvenuto nel 1342, è Buccio stesso a darci notizie in un suo sonetto, in cui si lamenta per le tasse da pagare proprio quando deve affrontare le spese per la sistemazione della figlia).

Nel 1330 si colloca l'esordio di Buccio sulla scena poetica con la composizione di un poemetto sacro: La leggenda di Santa Caterina d'Alessandria, “che presuppone una educazione letteraria già solidamente formata” e la conoscenza da parte di Buccio dell'opera di Dante, certamente dell'Inferno.

Lotte intestineModifica

A partire da questi anni, Buccio assiste alle lotte tra le famiglie più potenti per il predominio sulla città e inizia a scrivere una serie di 21 sonetti che saranno in seguito incorporati nell'opera maggiore. In essi l'autore si rivolge ai suoi concittadini, invitandoli a non farsi strumento delle lotte dei grandi, che tanta sofferenza arrecano alla città. L'adozione del sonetto, la forma metrica più diffusa nella poesia italiana contemporanea, ci dimostra come Buccio da una parte fosse in linea con le scelte letterarie del suo tempo, dall'altra ci testimonia però la sua autonomia letteraria, dal momento che fu uno dei pochi a trattare in quella forma metrica non più soltanto temi amorosi, ma argomenti politici e civili.

Quando finalmente, nel 1354, le lotte politiche cittadine si concludono, con la fine del regime signorile di Pietro Camponeschi (detto anche Lalle), che muore assassinato, Buccio inizia la composizione della sua Cronica. La città assume una nuova forma di governo, che è retto da un Consiglio Comunale di cui lo stesso Buccio farà parte.

La peste nera del 1348 e altri avvenimentiModifica

Nel frattempo, altri fatti importanti, lieti e tristi, si erano verificati; la peste nera, nel 1348, aveva portato a L'Aquila, come in tutta Europa, morte e sofferenze enormi: Buccio ci testimonia la morte dei due terzi della popolazione cittadina; il terremoto del 1349; il giubileo del 1350, che vede il nostro poeta a Roma per i festeggiamenti di cui ci dà nella Cronica una vivace descrizione.

La morte per pesteModifica

È ancora con una descrizione di solenni festeggiamenti, quelli in onore di S. Massimo nel maggio del 1362, che si chiude la Cronica di Buccio. Egli, infatti, rimane vittima del ritorno della peste e muore sul finire dell'anno 1363, nella casa che ancora oggi si può ammirare in città e che porta il suo nome.

Casa di Buccio a L'AquilaModifica

A L'Aquila è ancora visibile la casa dove egli morì nel 1363.
Si tratta di una bella costruzione trecentesca nel Quarto di Santa Maria, espressiva nella facciata (posta sulla centrale via Accursio) con bifore e archi ogivali; sul fianco destro della casa, il Chiassetto del Campanaro: piccolo, delizioso angolo, movimentato dagli zoccoli della poderosa torre, poi mozzata, dove abitava appunto il "campanaro" dell'attigua Chiesa di Santa Maria Paganica.
Attualmente la casa ospita una galleria d'arte privata.

La Cronaca aquilana rimata di Buccio di RanalloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cronache aquilane.

È autore di una cronaca, in forma di poema in versi, sulla storia della città, L'Aquila, dalla sua fondazione, che ipotizza nel 1254, al 1362; scritta, probabilmente a partire dal 1355[1], in quartine di 1256 versi alessandrini monorimi intercalati da 21 «vigorosi sonetti politici»[1], intesi, questi ultimi, alla pacificazione dei contrasti intestini tra le fazioni cittadine.[2] Fu anche autore di una Leggenda di Santa Caterina d'Alessandria, commissionatagli da una compagnia di pietà.[2]

 
Ritratto di Federico II

Nella sua cronaca tratta di molti degli eventi salienti dei suoi tempi, quali la prima e seconda fondazione della città e il succedersi delle dinastie reali nel meridione. La cronaca è di notevole importanza sia per la verosimiglianza degli episodi raccontati che per le qualità della sua vivace e appassionata narrazione.[2]

È stato definito come

«il primo cronista che narrò con tono appassionato e con ritmo di epica solennità le vicende di quel comune rustico sorto tra le aspre montagne di Abruzzo da un potente sforzo di volontà compiuto dall'oppresso ceto contadinesco»

(Leopoldo Cassese[3])

In Buccio di Ranallo «la lingua, [...] nella sua rozzezza, attingeva ai serbatoi più genuini della dialettalità municipale, del resto alimentata da una città che non aveva ancora inaugurato in modo permanente i contatti con la cultura contemporanea»[4]

Contenuto

Il poema narra in 1256 strofe tetrastiche di alessandrini (il verso ufficiale della didascalia settentrionale) gli avvenimenti della storia Aquilana, partendo dalle vicende che precedettero la prima fondazione nel 1254 dai famosi 99 castelli circostanti, e terminando con i fatti del maggio del 1362. In questi termini si svolge il filo di una ricostruzione storica, che ha per tema la lotta delle forze del nascente Comune contro i feudatari di stabilimento imperiale (dapprima di Federico II di Svevia, poi di Carlo I d'Angiò); intorno a questo nucleo di interesse prevalente trova poi modo di innestarsi il complesso di vicende che dalla seconda metà del XIII secolo, alla prima del XIV caratterizzarono la storia del sud Italia. Dai primi tentativi di edificazione della città dagli abitanti di Amiternum (l'antica città romana sabina presso San Vittorino), verificatisi nel momento critico della lotta imperiale e papale tra papa Gregorio IX e Federico II, si passa agli sforzi più consapevoli degli Aquilani, tesi al raggiungimento di una costituzione comunale, nell'ambito di quel generale risveglio delle autonomie locali, che s'avverte nel Regno di Napoli, all'indomani della morte di Federico (1254), e si conclude con la costituzione dell'originario Comune rustico, presso la località di Acculi (l'area attuale del Borgo Rivera con la fontana delle 99 cannelle), che divenne Municipio riconosciuto dal Privilegium concesso da Corrado IV di Svevia, figlio di Federico, nel 1254.

 
Carlo I d'Angiò, che fece ricostruita L'Aquila nel 1267

La città inizia a svilupparsi dall'attuale Quarto di San Giovanni di Lucoli, e nella parte nord-est, in località La Torre, il cuore dell'attuale Quarto di Santa Giusta. Nel 1256 la diocesi viene trasferita dalla vicina Forcona nella nuova cattedrale in Piazza del Mercato, durante il regno di Manfredi di Svevia nel 1258-59, che rivendica nel Mezzogiorno la tradizionale politica accentratrice dei Normanni e degli Svevi, L'Aquila, per la sua stessa natura fi tradizione municipalista con un collegio comunale, si oppone fieramente a questa politica, e pertanto viene attaccata e distrutta nel 1259. La città verrà ricostruita nel 1265-67 per volere del nuovo sovrano Carlo I d'Angiò, che insieme agli Aquilani sconfisse Corradino di Svevia nella battaglia di Tagliacozzo. La politica di lealismo che la monarchia intese restaurare nei confronti del clero e dei nobili, il fiscalismo gravoso, l'arbitrio degli ufficiali, dovettero essere avvertiti in Aquila, il cui notevole sviluppo economico e sociale avrebbe richiesto un'adeguata evoluzione delle forme costituzionali, nei confronti della monarchia.

 
Ritratto di papa Celestino V, di cui Buccio ricorda il ritorno delle reliquie nel 1317 a L'Aquila

Buccio avverte il nesso storico di questi elementi, svelando in forma polemica e spregiudicata gli interessi mondani celati all'ombra della politica della Chiesa, denunciando i soprusi dei burocrati angioini, gli intrighi degli appaltatori che assicurano la continuità della politica finanziaria statale, nei confronti delle collettività produttrici, ma soprattutto additando nella potenza delle consorterie nobiliari, il maggior pericolo per la libertà del Comune. Infatti il tema centrale della Cronica è la lotta delle fazioni, poiché ogni elemento nuovo dei mercanti e degli arrivisti è visto da Buccio come fonte del sovvertimento del vecchio ordine; questo sovvertimento può mostrarsi con tentativi di restaurazione degli antichi privilegi, oppure cercando di monopolizzare con la politica demagogica le nascenti risorse dell'attività commerciale e artigianale, dato che in quel tempo nacque il Collegio delle Arti Nobili, con sede nell'ancora esistente palazzetto dei Nobili.
Sotto re Roberto d'Angiò, definito "re Mercante" da Buccio, i nobili minacciarono la collettività, e il dissidio tra politica oligarchica e necessità del Comune, che si individuano nello sviluppo artigiano nella regolamentazione dei rapporti col ceto rurale, si acuisce al punto da rendere precaria la stabilità della forma istituzionale vigente di governo.
In questo contesto Buccio traccia uno spietato ritratto di Pietro Lalle I Camponeschi, da non confondere col nipote Pietro Lalle Camponeschi, il quale con il sui potere ha occupato il Comune, gestendo la cosa pubblica. Tuttavia non mancano chiari riferimenti storici, come la congiura contro il tribuno della plebe Niccolò di Sinizzo, l'incoronazione papale del 28 agosto 1294 di frate Pietro da Morrone presso la basilica di Santa Maria di Collemaggio, e la tremenda pestilenza del 1348, seguita da un forte terremoto del 1349, che distrusse gran parte della città.

I SonettiModifica

Dopo aver composto il laudare della Santa Caterina d'Alessandria per la confraternita omonima del Quarto di San Pietro (esiste ancora oggi la chiesa in via Gaglioffi), Buccio iniziò a diffondere dei sonetti sugli episodi della vita aquilana, che maggiormente accendevano il suo sorte sentire politico, che li indirizzava ai concittadini. I primi sonetti sono del 1338, la città è in armi, divisa in due fazioni che parteggiano per i Camponeschi e per i Bonagiunta, di fronte al pericolo della guerra civile, Buccio ammonisce di non prestare fede alle lusinghe delle due fazioni, smaschera la froda baronale, come il più serio pericolo che minacci la costituzione del Comune. Dopo la carestia del 1340, Buccio ammonisce i cittadini a trarre pregio dalle sofferenze passate, di monito per custodire con maggior parsimonia il frutto degli anni di abbondanza agricola. I sonetti V-XI furono composto nel 1342, anno di fallimento delle trattative di Napoli con le fazioni aquilane, il poeta invoca il colpo dell'ebrea biblica Giuditta contro i tiranni di Amiterno (sonetto XII), inveisce contro gli Aquilani che fomentano la discordia (sonetto XIII). Nel 1348 durante il governo di Lalle I Camponeschi, Buccio invita i concittadini ad abbandonare il politico, definito tiranno, ed auspica l'unione di tutte le forze del Comune contro la violenza dei Camponeschi. Gli ultimi sonetti (XV-XXI), scritti tra ul 1360-62, si rivolgono ai consiglieri comunali, in essi Buccio esorta alla concordia che la vagheggiata magistratura delle Cinque Arti del Collegio dei Nobili sembra promettere, dopo un secolo di discordie; rammenta il giuramento fatto di amministrare per bene la cosa pubblica, ed evoca infine le anime dei padri fondatori dell'Aquila nel 1267, per contrapporre la loro fermezza, che aveva ispirato rispetto allo stesso Carlo I d'Angiò, alle incertezze di molti che ostacolano ancora una decisa azione politica.

EdizioniModifica

NoteModifica

  1. ^ a b Voce «BUCCIO di Ranallo» dal Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana, Roma (on-line)
  2. ^ a b c Voce «Buccio di Ranallo», Grande dizionario enciclopedico UTET, 1967
  3. ^ Leopoldo Cassese, Gli antichi cronisti aquilani, da Buccio di Ranallo ad Alessandro de Ritiis, in « Archivio storico napoletano » n. s. anno XXVII, 1941, v. LXI
  4. ^ Gianni Oliva, Carlo De Matteis, Letteratura delle regioni d'Italia: Abruzzo, 1986 p. 25

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