Peste nera

Pandemia di peste del XIV secolo
Peste nera
Trionfo della morte, già a palazzo sclafani, galleria regionale di Palazzo Abbatellis, palermo (1446) , affresco staccato.jpg
Trionfo della morte, Palazzo Sclafani, Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo (1446), affresco staccato.
TipoPandemia
DataXIV secolo
1347 – 1353
LuogoAsia, Europa, Nordafrica, Caucaso
ResponsabiliYersinia pestis
MotivazioneDiffusione tramite i roditori, scarsa igiene, guerre, epidemie minori
Conseguenze
Morticirca 20 milioni di vittime stimate in Europa[1]

La peste nera fu un'epidemia, molto probabilmente di peste, importata, forse nel 1346, dal nord della Cina e che, attraverso la Siria, si diffuse in fasi successive alla Turchia asiatica ed europea per poi raggiungere la Grecia, l'Egitto e la penisola balcanica; nel 1347 si trasmise alla Sicilia e da lì a Genova; nel 1348 la peste nera aveva infettato la Svizzera tranne il cantone dei Grigioni e tutta la penisola italica risparmiando parzialmente Milano. Dalla Svizzera si allargò in Francia e in Spagna; nel 1349 raggiunse l'Inghilterra, la Scozia e l'Irlanda;[2] nel 1353, dopo aver infettato tutta l'Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a scomparire.[3] Secondo studi moderni uccise almeno un terzo della popolazione del continente,[4] provocando verosimilmente quasi 20 milioni di vittime.[1]

Quasi l'unanimità degli studiosi attribuisce la responsabilità delle peste nera all'infezione da Yersinia pestis, un batterio isolato solamente nel 1894 e che si trasmette generalmente dai ratti agli uomini per mezzo delle pulci. Se non trattata adeguatamente, e nel XIV secolo non era conosciuto alcun modo per farlo, la malattia risulta letale dal 50% alla quasi totalità dei casi a seconda della forma con cui si è manifestata: bubbonica, setticemica o polmonare.

Oltre alle devastanti conseguenze demografiche, la peste nera ebbe un forte impatto nella società del tempo. La popolazione in cerca di spiegazioni e rimedi arrivò talvolta a ritenere responsabili gli ebrei dando luogo a persecuzioni e uccisioni; molti attribuirono l'epidemia alla volontà di Dio e di conseguenza nacquero diversi movimenti religiosi, tra cui uno dei più celebri fu quello dei flagellanti. Anche la cultura fu notevolmente influenzata, Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori nel suo Decameron dei giovani fiorentini che erano fuggiti dalla città appestata. Il soggetto della "danza macabra" fu un tema ricorrente delle rappresentazioni artistiche del secolo successivo. Terminata la grande epidemia, la peste continuò comunque a flagellare la popolazione europea, seppur con minor intensità, a cadenza quasi costante nei secoli successivi.

Origine dell'espressioneModifica

Il termine peste (dal latino pestis, "distruzione, rovina, epidemia")[5] indicava nel Medioevo molte malattie caratterizzate da alta mortalità ed epidemicità quali il colera, il morbillo o il vaiolo; l'espressione peste nera nacque dall'osservazione che nel Trecento si poté fare dei sintomi che essa provocava sulle persone, ovvero, fra gli altri, la comparsa di macchie scure e livide di origine emorragica che si manifestavano sulla cute e sulle mucose dei malati. I contemporanei solitamente si riferirono a tale pandemia come febris pestilentialis, infirmitas pestifera, morbus pestiferus, morbus pestilentialis, mortalistas pestis o semplicemente pestilentia.[6][5]

Nel 1832 l'espressione di morte nera fu coniata dal medico tedesco Justus Friedrich Karl Hecker. Il suo articolo sulla peste del 1347-1353, intitolato La morte nera, ebbe grande risonanza, anche perché pubblicato durante la grande epidemia di colera che imperversò in Europa tra il 1826 e il 1837. L'articolo fu tradotto in inglese nel 1833 e pubblicato numerose volte.[7]

Causa della peste neraModifica

Se all'epoca medici e autorità sanitarie non possedevano conoscenze sufficienti per identificarne la causa e i rimedi, attribuendone sovente la cagione a significati religiosi, oggi (XXI secolo) l'agente eziologico più accreditato della peste nera è il bacillo Yersinia pestis. Isolato alla fine del XIX secolo, tale bacillo venne trasmesso dai ratti all'uomo attraverso le pulci, in particolare la Xenopsylla cheopis e la Pulex irritans. Il microrganismo, una volta penetrato attraverso la cute, raggiunge i linfonodi ingrossandoli e causando i caratteristici "bubboni", riuscendo, talvolta, a raggiungere il flusso sanguigno e i polmoni dando origine a forme ancora più letali. I sintomi più frequenti sono febbre elevata, mal di testa, dolori articolari, nausea e vomito, oltre ai già citati bubboni; negli stati più avanzanti compaiono letargia, ipotensione e dispnea che conferiscono al malato un colorito scuro, da cui il nome peste nera; la morte sopraggiunge in pochi giorni. Nel corso degli anni sono state avanzate ipotesi diverse sulle cause della peste nera che non hanno però riscosso un pieno successo nella comunità scientifica.[8][9]

Precedenti storici e consapevolezza sociale delle epidemieModifica

 
Lo storico Tucidide descrisse alla fine del V secolo a.C. la pestilenza che colpì Atene.

Gli uomini del XIV secolo erano ben cosci dell'esistenza di epidemie, senza tuttavia possedere nozioni su come prevenirle o curarle. Sia la popolazione più colta che quella meno istruita aveva potuto avere notizia delle grandi pestilenze passate attraverso racconti o manoscritti.[10] Nella Bibbia (Deuteronomio 32, 23-24) si dice "accumulerò sopra di loro i malanni; le mie frecce esaurirò contro di loro. Saranno estenuati dalla fame, divorati dalla febbre e da peste dolorosa",[11] Lo storico Tucidide, nella sua Guerra del Peloponneso, descrive la pestilenza che colpì Atene negli anni della sua guerra contro Sparta (431-404 a.C) contribuendo, si presume, a causarne la sconfitta.[12][13]

Oltre a Tucidide, molti altri scrittori antichi descrissero epidemie: Galeno, Ippocrate di Coo, Platone, Aristotele, Rufo di Efeso, tra gli altri.[14] Medici come Ippocrate e Galeno affermavano che la causa era da trovarsi nei “miasmi” dell'aria, veleni atmosferici che compromettevano l'equilibrio umorale dell'organismo. Nessuno, tuttavia, riconobbe la contagiosità tra esseri umani.[11]

Nel 541 d.C. Costantinopoli fu duramente colpita dalla cosiddetta “Peste di Giustiniano”, raccontata con dovizia di particolari dallo storico Procopio di Cesarea,[15] che dopo aver ucciso circa il 40% della popolazione della capitale bizantina si propagò, ad ondate, per tutta l'area mediterranea fino al 750 circa e causò dai 50 ai 100 milioni di morti, arrivando pertanto ad essere considerata la prima pandemia della storia.[16] Quando la pestilenza arrivò a Roma nel 590, la tradizione vuole che venne fermata grazie ad una processione penitenziale voluta da papa Gregorio Magno durante la quale gli era apparso l'Arcangelo Michele.[17]

Anche il mondo musulmano non fu risparmiato; a partire dall'Egira si conoscono almeno cinque pestilenze: la "peste di Shirawayh" (627-628), la "peste di 'Amwas" (638-639), la "peste violenta" (688-689), la "peste delle vergini" (706) e la peste dei notabili (716-717).[18]

Gli uomini del XIV secolo erano consapevoli dell'esistenza di altre malattie epidemiche come il vaiolo o il morbillo, tuttavia, poiché chi sopravviveva a tali condizioni risultava immune per il resto della vita, ritenevano che riguardassero esclusivamente i bambini.[19] Inoltre non erano a conoscenza della possibilità di contagio tra uomini, considerandole condizioni che interessavano solo i singoli e ignorando che potevano essere trasmesse ad altri individui.[16]

L'Europa alla vigilia della pandemiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi del XIV secolo, Grande carestia del 1315-1317 e Piccola era glaciale.
 
Principali rotte commerciali delle repubbliche marinare di Venezia e di Genova. La ripresa degli scambi commerciali del XIII secolo fu una delle cause principali della diffusione della peste nera.

Tra il X e gli inizi del XIV secolo si assistette in Europa ad una lenta ma costante crescita della popolazione, che arrivò a raddoppiare in Francia e in Italia e addirittura a triplicare in Germania. Ciò fu favorito da una stabilizzazione delle strutture politiche che portò maggiori poteri pubblici e ad un periodo di clima mite, conosciuto come periodo caldo medievale.[20] L'economia prosperò: dopo secoli le vie di comunicazione tornarono ad essere mantenute in efficienza e così gli scambi commerciali fiorirono spingendosi fin verso il Mar Nero e l'impero Bizantino.[21][22] All'inizio del Trecento molte città europee contavano oltre 10 000 abitanti, mentre altre arrivarono ad averne anche 10 volte tanto; in Italia Milano aveva una popolazione di circa 150 000 anime, Venezia e Firenze 100 000, Genova 60 000 mentre Verona, Brescia, Bologna, Pisa, Siena e Palermo si fermavano alla comunque ragguardevole conta di circa 40 000 cittadini.[23][24]

 
Andamento delle temperature, si può notare il periodo caldo medievale e la successiva piccola era glaciale, un generale peggioramento del clima che causò gravi carestie nel corso del XIV secolo.

Per far fronte alla sempre maggior richiesta di cereali, l'alimento base della dieta dell'epoca, si procedette ad estendere i terreni coltivati e si introdussero migliorie nelle tecniche agricole, come la rotazione triennale e nuovi attrezzi agricoli. Tuttavia, nei primi decenni del Trecento, complice anche un generale abbassamento delle temperature, passato poi alla storia come “piccola era glaciale”, la produzione non riuscì più a soddisfare la domanda.[25] Tra il 1315 e il 1317 l'Europa fu investita da una grande carestia, come non ne accadevano da tempo,[25] che in alcune città, in particolare del nord, portò alla morte del 5-10% della popolazione. Altre carestie si succedettero negli anni seguenti, si ricordano quelle del 1338 e del 1343 che interessarono maggiormente l'Europa meridionale. Tra il 1325 e il 1340 le estati furono molto fresche e umide, comportando abbondanti piogge che mandarono in rovina molti raccolti e aumentarono invece l'estensione delle paludi esistenti. Già nel 1339 e nel 1340 vi furono epidemie, si suppone prevalentemente di infezioni intestinali, che provocarono nelle città italiane un deciso aumento della mortalità.[26][27]

Ad aggravare ulteriormente la situazione, nel 1337, tra il regno di Francia e il regno d'Inghilterra scoppiò un conflitto destinato a durare oltre un secolo. I contadini, impauriti dalla guerra e non più in grado di sopravvivere con gli scarsi prodotti dei loro campi, si riversarono nelle città alla ricerca di sussistenza, andando a creare degli insediamenti sovrappopolati dove si viveva in condizioni igieniche assai precarie, con cumuli di rifiuti giacenti a marcire per strada e assenza di fognature, con rifiuti organici versati direttamente in strada da finestre e balconi. È questo il quadro nel quale, nell'ottobre 1347, la peste, comparsa nei porti del mar Mediterraneo, trovò le condizioni ideali per scatenare una pandemia.[27]

Scoppio della peste e diffusione in EuropaModifica

«Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L'unica cosa che si faceva era aspettare la morte, chi, ormai pazzo, guardando fisso nel vuoto, chi sgranando il rosario, altri abbandonandosi ai vizi peggiori. Molti dicevano: "È la fine del mondo!".»

(Cronista svedese, annotazione locale)

OrigineModifica

 
Cronologia della diffusione del morbo. Si notino che alcune aree dell'Europa furono parzialmente risparmiate. Ad esempio, a Milano, l'autoritario governo dei Visconti impose un forte controllo di merci e persone che portò a limitare le perdite a circa il 15% della popolazione,[28] come avvenne analogamente in Polonia grazie alle misure intraprese da Casimiro III che bloccò i confini della nazione.[29]

Nel XIV secolo la peste bubbonica risultava essere una malattia endemica tra i roditori che vivevano tra la Mongolia e il deserto dei Gobi; probabilmente furono le guerre tra la popolazione mongola e cinese a provocare le condizioni sanitarie perché si diffondesse su scala mondiale.[30][22] L'area di origine della pandemia sembra esser stata quella regione dell'Asia centrale settentrionale tra l'area dell'Altaj e Tuva[31] o la vicina Cina[32] dove ricerche moderne hanno stimato che morirono circa il 65% degli abitanti durante le epidemie che la flagellarono tra il 1331 e il 1353.[30]

Tra il 1338 e il 1339 la pestilenza raggiunse le comunità afferenti alle chiese nestoriane presso il lago Issyk-Kul, nell'odierno Kirghizistan. Le prime testimonianze scritte circa l'epidemia sono state rinvenute proprio presso questo lago, che costituiva una tappa obbligata sul cammino della Via della Seta.[30][33] Nel 1345 si segnalarono i primi casi a Sarai sul Volga meridionale e in Crimea. Nel 1346 la peste fece le prime vittime ad Astrachan'[30] e l'anno successivo il morbo raggiunse i confini dell'Europa di allora. L'Orda d'Oro, guidata da Ganī Bek, assediava Caffa, nella penisola di Crimea, capoluogo della ricca colonia genovese della Gazaria e scalo sulla Via dell'Oriente. La peste raggiunse la città al seguito dell'Orda d'Oro: le cronache dell'epoca riportano (come ha scritto lo storico francese Michel Balard sulla scorta di una cronaca anonima,[34] attribuita al frate francescano Michele da Piazza)[35] che gli assedianti gettavano con le catapulte i cadaveri degli appestati entro le mura della città. Gli abitanti di Caffa avrebbero immediatamente gettato in mare i corpi, ma la peste riuscì comunque ad entrare in città in questo modo. Altre fonti, tuttavia, indicano più verosimilmente che la contaminazione dei genovesi fosse in realtà avvenuta per via dei ratti che passavano dalle schiere dei mongoli agli abitanti della città o, secondo una teoria recente, trasmessa attraverso i gerbilli.[30][36]

Una volta a Caffa, la peste fu introdotta nella vasta rete commerciale dei genovesi, che si estendeva su tutto il Mediterraneo. A bordo delle navi commerciali che partivano dalla città nell'autunno del 1347 la peste giunse a Costantinopoli, prima città europea contagiata, e a Pera, colonia genovese sul Bosforo;[37][38] dopo aver infettato la popolazione di Cipro e di Alessandria d'Egitto, alla fine del settembre del 1347 il morbo arrivò al porto di Messina.[39][40][22]

Diffusione in EuropaModifica

 
Vie di diffusione dell'epidemia in Europa e nel vicino oriente.

Una volta giunta in Europa, la peste nera si diffuse rapidamente e perdurava tra i sei e i nove mesi nelle aree colpite. Il tasso di mortalità medio fu di circa il 30% della popolazione totale, uccidendo circa il 60% di coloro che la contraevano. Si diffuse soprattutto nei quartieri più sovrappopolati delle città dove gli abitati, spesso debilitati dalla malnutrizione, vivevano in condizioni igieniche precarie. Dopo essere sbarcata a Messina, si registrarono altri casi nei principali porti mediterranei, come Genova e Marsiglia. Agli inizi del gennaio 1348 giunse a Pisa, per poi diffondersi a Spalato e i vicini porti di Sebenico e Ragusa, da dove passò a Venezia il 25 gennaio 1348 per poi diffondersi, in un solo anno, in tutto il Mediterraneo.[41]

A partire dal 1348 la malattia iniziò a diffondersi nell'entroterra seguendo le rotte commerciali all'epoca molto frequentate. E così vennero contagiate città come Cairo, Antiochia e Tunisi; l'Italia venne contagiata da tre direzioni: dalla Sicilia venne contagiata tutta l'Italia Meridionale e il Lazio, da Genova venne contagiata tutta la Lombardia (con la notevole eccezione del milanese), il Piemonte e la Svizzera, da Venezia venne contagiato il Veneto, l'Emilia-Romagna, la Toscana, l'Istria e la Dalmazia. In Francia, dopo aver colpito Marsiglia, risalì la valle del Rodano verso nord e dopo poco tempo raggiunse la Linguadoca e Montpellier; nell'agosto 1348 vennero coinvolte anche Carcassonne, Bordeaux, Aix-en-Provence. Ad Avignone, all'epoca sede papale, nei primi tre giorni del contagio morirono 1 800 persone. In marzo la peste aveva raggiunto Tolosa e in maggio Parigi[40] per poi dirigersi verso la Normandia e i Paesi Bassi.[40][42] Arrivata al canale della Manica non ci volle molto perché la pestilenza lo attraversasse giungendo in Inghilterra, probabilmente nel Weymouth, per poi muoversi rapidamente verso Londra, Bristol, Plymouth e Southampton.[40]

Nel 1349 la peste iniziò a mietere vittime in Cornovaglia e in Norvegia. L'anno seguente fu la volta della Svezia, della Scozia, dell'Islanda, della Groenlandia, delle isole Fær Øer e Shetland.[43][44][42] Nel dicembre dello stesso anno era giunta in Svizzera e in Germania: partendo da Venezia e passando per il Brennero, aveva raggiunto l'Austria comparendo prima in Carinzia, quindi in Stiria e infine a Vienna. Nella penisola iberica, nel 1350 morì a causa del morbo Alfonso XI, re di Castiglia e Leon. Questo evento fece precipitare il paese nella guerra civile, dalla quale uscì incoronato Enrico II di Trastámara, figlio di Alfonso e della sua amante Eleonora de Guzman.[45]

Nel 1351 giunse nel Brandeburgo e nello stesso anno si diffuse a nord est verso la Polonia, i Paesi Baltici, la Finlandia e in Russia, dove uccise nel 1353 Teognoste il Greco, patriarca della chiesa ortodossa russa, e Simeone di Russia, principe di Mosca.[46] La sua espansione terminò una volta che giunse nelle vaste e disabitate pianure della Siberia.[42]

Per limitare i rischi di contagio dopo il 1347 le navi sulle quali si sospettava la presenza di peste, venivano messe in isolamento per quaranta giorni (quarantena, originariamente forma veneta per quarantina). La quarantena poteva impedire che gli equipaggi mettessero piede a terra, ma non impediva che lo facessero i ratti, responsabili della successiva diffusione della malattia.[47][48]

Effetti demograficiModifica

 
Rappresentazione della peste bubbonica che colpì Tournai nelle cronache di Gilles Li Muisis (1272-1352), abate del monastero di San Martino dei giusti, conservata nella Biblioteca reale del Belgio.

Si calcola che la peste nera uccise tra i venti e i venticinque milioni di persone, un terzo della popolazione europea dell'epoca, mentre per le vittime in Asia e Africa mancano fonti certe. Le cifre devono venire considerate con prudenza, perché le testimonianze dei contemporanei riportano numeri probabilmente esagerati per esprimere il terrore e la crudeltà di questa pandemia. Per esempio, ad Avignone i cronisti dell'epoca stimarono fino a 125 000 morti, quando a quei tempi la città non contava più di 50 000 abitanti. Più affidabili i dati relativi a istituti religiosi: morirono tutti i religiosi agostiniani di Avignone, tutti i francescani di Carcassonne e Marsiglia, che erano circa 150; 153 su 160 francescani a Maguelon, 133 su 140 francescani a Montpellier. Si è stimato che, tra dicembre 1347 e maggio 1349, la città di Venezia perse circa il 60% della popolazione, vale a dire tra le 72 000 e le 150 000 vittime su una popolazione che poteva oscillare tra i 120 000 e i 150 000 abitanti, nonostante avesse adottato precocemente la quarantena.[47] Londra contò tra i 25 000 e i 50 000 decessi su 125 000 abitanti.[49]

Più delle cifre sono i destini individuali a dare un'idea concreta delle devastazioni della peste: Agnolo di Tura, cronista senese, lamentava di non trovare più nessuno che seppellisse i morti e di aver dovuto seppellire con le proprie mani i suoi cinque figli. John Clyn, l'ultimo monaco ancora in vita in un convento irlandese a Kilkenny, poco prima di morire egli stesso di peste metteva sulla carta la sua speranza che all'epidemia sopravvivesse almeno un uomo, che potesse continuare la cronaca della peste che egli aveva cominciato.[6] Molti furono i religiosi che perirono, chiamati a dare conforto agli appestati sovente si ammalarono loro stessi; nella diocesi di York morì circa il 40% del clero locale.[50]

La peste nera non colpì tutta Europa con la stessa intensità: alcune rare zone rimasero quasi immuni dal contagio (come alcune regioni della Polonia, il Belgio e Praga), altre invece furono quasi spopolate. In Italia la peste risparmiò parzialmente Milano che contò 15 000 morti su una popolazione di circa 100 000 anime, mentre a Firenze uccise quattro quinti degli abitanti. Sono state fatte supposizioni sul perché Milano riuscì a limitare i decessi: alcune di esse si focalizzano sulla forte autorità dei Visconti che imposero rigide regole sull'ingresso di merci e persone in città e segregando in casa le famiglie in cui si sospettava che tra i membri vi fosse un infetto,[47] mentre altri suggeriscono che il motivo sia da trovarsi nei vasti territori rurali poco fuori dalla città che permisero a molti di trovare rifugio.[49] Anche Anversa venne colpita con relativa clemenza, perdendo il 20-25% della propria popolazione.[51] In Germania invece, mentre il meridione venne prevalentemente risparmiato, Amburgo, Brema e Colonia vennero colpite in maniera massiccia dall'epidemia. Gli effetti sulla popolazione furono senz'altro più gravi in Francia e in Italia che in Germania. In Scandinavia ebbe un effetto disastroso; specialmente in Norvegia, dove la pandemia colpì così forte da lasciare la popolazione senza sovrani. Fu in quel momento che i tre regni nordici di Danimarca, Norvegia e Svezia si unirono sotto la guida della regina Margherita I di Danimarca.[52]

Furono necessari alcuni secoli perché la popolazione europea ritornasse alla densità precedente la pandemia. David Herlihy, medievalista statunitense, nota che il numero degli abitanti dell'Europa cessò di calare solo nei primi decenni del XV secolo e che nei cinquant'anni successivi rimase stabile, per poi riprendere lentamente ad aumentare attorno al 1460.[53]

La peste dal punto di vista medicoModifica

Cause e rimedi del tempoModifica

 
Manoscritto miniato con illustrati due pazienti sofferenti di peste bubbonica.

I medici dell'epoca rimasero disorientati di fronte a questo fenomeno, per loro incomprensibile; la loro formazione infatti prevedeva una solida preparazione filosofica, che impegnava la maggior parte del loro studio. Le teorie mediche risalivano all'antichità, a Ippocrate e Galeno, secondo i quali le malattie nascevano da una cattiva miscela (discrasia) dei quattro umori del corpo: sangue, flemma, bile gialla e bile nera.[54][55] L'idea stessa del contagio era sconosciuta alla medicina galenica e del tutto impensabile era la trasmissione di malattie da animale a uomo. Per la quantità di persone contagiate dal morbo e per la velocità con cui si diffondeva, gli studiosi ricorsero ad Ippocrate per definirne la causa:

«Allorché molti uomini son cólti da una sola malattia nello stesso tempo, occorre imputarne la causa a ciò che v'è di più comune e di cui tutti in primo luogo ci serviamo: e questo è ciò che respiriamo.»

(Ippocrate, Natura dell'uomo[56])

Basandosi su questo, i medici del tempo decisero che l'origine del male era l'aria umida e fredda che ci fu nella primavera 1348.[57] L'idea era che questa fosse dovuta alla congiunzione di Giove, Saturno e Marte, avvenuta tre anni prima. Questa tesi fu sostenuta da vari studiosi, tra cui Guy de Chauliac[57] e Gentile da Foligno, il quale morì di peste dopo aver elaborato la teoria del soffio pestifero.[58] La facoltà di medicina dell'Università di Parigi, incaricata da Filippo VI di redigere una relazione sulle cause dell'epidemia,[57] fece propria questa tesi e così questa spiegazione assunse grande autorevolezza e venne tradotta in numerose lingue europee.

Angelo Antonio Frari nella sua opera riporta come molti la considerassero un castigo divino, mentre altri pensassero che il morbo provenisse dall'oriente e fosse stato causato da un fuoco, caduto dal cielo o proveniente da sottoterra, che espandendosi diffondeva il morbo.[59]

 
Malato di peste nera in una miniatura del XV secolo.

I consigli o regimi contro la peste, opere mediche che mostravano come difendersi dal contagio, divennero quasi un genere letterario: i regimina contra pestilentiam.[60] Questi proponevano più che altro soluzioni volte a prevenire piuttosto che curare la malattia.[61] La maggior parte delle soluzioni proposte per evitare il contagio era il rifugiarsi in campagna, o comunque fuggire dal morbo.[61] Poi venivano dati suggerimenti più o meno dettagliati su cosa mangiare e come vivere. Per esempio, il medico fiorentino Tommaso del Garbo consigliava di arieggiare bene le stanze, di lavarsi con aceto e acqua di rose, di mangiare cibi buoni e di astenersi dai rapporti fisici, i quali stimolavano gli umori corporei.[61] Le terapie proposte erano quelle tipiche galeniche, quindi salassi e cauteri. I farmaci usati dovevano controbilanciare le qualità della peste; ad esempio, essendo questa umida e calda, per via dei bubboni e della febbre, si potevano usare pietre, come smeraldi e zaffiri, terre ed erbe, come l'ersicaria, che erano secche e fredde; poiché gli appestati sono pallidi, si usava lo zafferano.[62]

Molti medici di fronte alla peste fuggivano, riferisce il cronista fiorentino Marchionne di Coppo Stefani:

«Medici non se ne trovavano, perocché moriano come gli altri; e quelli che si trovavano, voleano smisurato prezzo in mano innanzi che intrassero nella casa, ed entratovi, tocavono il polso col viso volto adrieto, e' da lungi volevono vedere l'urina con cose odorifere al naso.»

(Marchionne di Coppo Stefani in Cronaca fiorentina[63])

In caso di peste l'unico dovere del medico era di invitare l'ammalato a confessarsi. Il rimedio cui i medici più frequentemente ricorrevano erano fumigazioni con erbe aromatiche. Papa Clemente VI, per tutta la durata dell'epidemia ad Avignone, rimase rinchiuso nei suoi appartamenti, dove erano accesi grandi falò. È probabile che in questo modo riuscì realmente a sfuggire al contagio, in quanto il calore allontana le pulci.[64] Per il resto, il pontefice fece costruire e consacrare sempre più cimiteri, poiché già i presenti campisanti erano sovraffollati; consacrò persino il Rodano per l'inumazione degli appestati.[65]

Per cercare di contenere l'epidemia, i vari governi delle città italiane iniziarono a nominare funzionari addetti alla salute pubblica, come a Firenze, Venezia e Pistoia.[66] Questi ordinarono la chiusura dei mercati, il divieto di rivendita dei vestiti degli appestati e i funerali. A Pistoia venne istituito nel 1348 il primo corpo di beccamorti.[66] Iniziò a farsi strada anche l'idea di isolare i malati: a Milano le case dei primi appestati vennero sprangate con i malati dentro. Le città non fecero più entrare le persone provenienti da regioni in cui l'epidemia era accertata.[66] Nel 1377 a Ragusa le navi provenienti da zone infette dovevano aspettare un mese prima di poter entrare in porto. Per i viaggiatori terrestri i giorni divennero quaranta, poiché se una malattia si fosse manifestata dopo questo momento, secondo Ippocrate, non sarebbe potuta essere una malattia acuta, ma una cronica, quindi non peste.[66]

La spiegazione della medicina modernaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Peste e Yersinia pestis.

La teoria maggiormente accreditata che identifica la causa della pestilenza è quella che ne attribuisce la responsabilità al bacillo (una classe di batteri) Yersinia pestis. Tale patogeno venne scoperto e isolato da un gruppo di scienziati, tra cui il batteriologo franco-svizzero Alexandre Yersin da cui il nome, che si recò ad Hong Kong nel 1894 in occasione di un'epidemia simile scoppiata nel sud della Cina nel 1865.[67][57]

 
Pulce Xenopsylla cheopis infettata da Y. pestis 28 giorni dopo aver succhiato il sangue da un ratto precedentemente inoculato del batterio.

Nel 1898 Paul-Louis Simond spiegò che tale bacillo si poteva trasmettere attraverso il morso di pulci infette i cui visceri erano ostruiti causandone fame e un comportamento più aggressivo. In origine il bacillo della peste viveva e si diffondeva nei ratti, quest'ultimi classificabili in due popolazioni: una resistente alla malattia, che fungeva da ospite per lo Y. Pestis e una che invece ne moriva; con la morte della seconda, le pulci passavano ad altri ospiti, compresi gli uomini, dando origine all'epidemia.[67] Le pulci responsabili della trasmissione appartengo alla specie delle Xenopsylla cheopis mentre si ritiene che la pulce umana Pulex irritans sia colpevole del contagio tra uomo e uomo.[68][69] Lo spostamento delle pulci dai ratti alle persone avvenne facilmente in Europa anche grazie alla scarsa igiene personale, mentre la diffusione su larga scala della malattia fu favorita dallo spostamento degli uomini, impegnati in commerci o guerre, e degli stessi ratti che affollavano le stive delle navi.[70] Nonostante l'aria fredda e umida non sia la causa della malattia, ne favorì il diffondersi: la capacità pestigena delle pulci varia al variare delle condizioni climatiche, ed è appurato che questa aumenti in climi caldi e secchi o freddi e umidi.[57]

Sono state identificate tre varianti della peste. La "peste bubbonica" è causata dall'introduzione nell'organismo del bacillo Y. Pestis attraverso la cute a seguito del morso di una pulce infetta; successivamente questo progredisce attraverso i vasi linfatici fino a giungere ai linfonodi, solitamente quelli ascellari o inguinali, dando luogo ad un'infezione con conseguente produzione di pus e ingrossamento di questi fino a formare i caratteristici "bubboni" che ne conferiscono il nome. Successivamente, è possibile che il bacillo raggiunga il flusso sanguigno e da lì altri organi causando la "peste setticemica" dalla mortalità ancora più elevata. Se riesce a raggiungere i polmoni si ha la "peste polmonare", con tassi di sopravvivenza scarsissimi, e può da lì diffondersi e contagiare altri uomini per via aerea, dopo un colpo di tosse del malato.[70][69]

 
Tumefazione dei linfonodi inguinali in un soggetto sofferente di peste bubbonica.

I sintomi della malattia comprendono febbre tra i 38 e i 41° C, mal di testa, dolori articolari, nausea e vomito, sete, diarrea, tumefazione dei linfonodi e una generale sensazione di malessere.[71] Nelle forme setticemiche e polmonari può verificarsi letargia, sonnolenza, ipotensione e dispnea, tanto da conferire al malato un colorito scuro, cianotico, da cui si è coniato il nome "peste nera". In breve tempo si va incontro a sepsi e sindrome da disfunzione multiorgano giungendo poi al decesso.[70][72]

Se non trattati mediante antibiotici, tra coloro che contraggono la peste bubbonica l'80% muore entro otto giorni.[73] La peste polmonare presenta invece un tasso di mortalità che arriva tra il 90 e il 95% con febbre, tosse e espettorato macchiato di sangue, tra i sintomi. Man mano che la malattia progredisce, l'espettorato diventa a flusso libero e rosso vivo. La peste setticemica è la meno comune delle tre forme, con un tasso di mortalità vicino al 100%. I suoi sintomi sono febbri alte e chiazze di pelle viola dovute alla coagulazione intravascolare disseminata. In caso di peste polmonare e particolarmente setticemica, il progresso della malattia è così rapido che spesso non vi è tempo per lo sviluppo dei linfonodi ingrossati, noti come bubboni.[70][69][74] Se non trattata tempestivamente la forma polmonare risulta fatale nella quasi totalità dei casi.[75]

Teorie alternativeModifica

 
Lesione della cute in un caso di antrace. Alcuni studiosi hanno suggerito che il Bacillus anthracis sia il vero responsabile della peste del XIV secolo, tuttavia tali teorie non hanno riscontrato una piena approvazione dalla comunità scientifica.

Nonostante la maggioranza della comunità scientifica attribuisca allo Yersinia Pestis la responsabilità per l'epidemia del 1347-1352, sono state nel tempo formulate delle teorie alternative. La prima volta è stato nel 1970, quando il batteriologo J. F. D. Shrewsbury notò che i tassi di mortalità nelle aree rurali segnalati durante la pandemia del XIV secolo erano incompatibili con la moderna peste bubbonica.[67] Nel 1984, lo zoologo Graham Twigg realizzò il primo grande lavoro per confutare la teoria della peste bubbonica e i suoi dubbi vennero ripresi da numerosi autori, tra cui David Herlihy (1997), Susan Scott e Christopher Duncan (2001) e Samuel K. Cohn, Jr. (2002 e 2013).[67]

Nella ricostruzione dei dati epidemiologici i ricercatori sono, tuttavia, ostacolati dalla mancanza di statistiche affidabili. Gran parte del lavoro è stato svolto sulla diffusione della peste in Inghilterra ma non è facile stimare la popolazione esistente all'epoca poiché gli unici censimenti disponibili sono il Domesday Book del 1086 e uno relativo ad un testatico del 1377.[76]

Oltre a sostenere che il numero di ratti esistenti non era sufficiente a giustificare una pandemia di peste bubbonica, gli scettici sottolineano che i sintomi non sono unici (e probabilmente in alcuni resoconti possono differire), che la trasmissione tramite pulci avrebbe avuto un significato marginale e che i risultati del DNA potrebbero essere imperfetti.[67]

Sono state avanzate diverse teorie alternative allo Y. Pestis: Twigg suggerì che la causa fosse una forma di antrace e Norman Cantor ritenne che potesse essere stata una combinazione di antrace e altre pandemie. Scott e Duncan sostennero che la pandemia fosse una forma di malattia infettiva emorragica simile all'ebola. L'archeologo Barney Sloane ha sostenuto che non ci sono prove sufficienti e che la peste si diffuse troppo rapidamente per sostenere la tesi secondo cui Y. pestis si diffuse dalle pulci dei ratti; egli sostiene che la trasmissione deve essere stata esclusivamente da persona a persona.[77][78]

Tuttavia, nessuna teoria alternativa ha mai ottenuto un'accettazione diffusa.[67] Molti studiosi che sostengono lo Y. pestis come il principale agente della pandemia suggeriscono che la sua estensione e i suoi sintomi possono essere spiegati da una combinazione tra la peste bubbonica con altre malattie, tra cui la febbre tifoide, il vaiolo e le infezioni respiratorie. Oltre all'infezione bubbonica, altri indicano forme setticemiche e polmonari che spiegherebbero l'alto tasso di mortalità e i sintomi aggiuntivi riscontrati.[79]

Peste e religioneModifica

 
Rappresentazione di flagellanti in un manoscritto di Gilles Li Muisis del 1350, conservato nella Biblioteca reale del Belgio.

Quasi tutti i contemporanei ritennero che la peste fosse un volere di Dio e cercarono conforto e giustificazione nella religione. I musulmani furono portati ad accettare la malattia con rassegnazione e umiltà, arrivando a considerarla un dono che avrebbe consentito a chi ne fosse morto di entrare immediatamente nella Janna, il paradiso musulmano, come se si fosse morti in una guerra santa.[80] Gli Ulema, musulmani esperti in scienze religiose, esortarono i fedeli a non fuggire da un luogo colpito né a recarvisi, poiché si sarebbe contravvenuto al volere di Allah.[81] I cristiani invece vissero la pandemia in modo più personale ritenendola un castigo per i propri peccati e per il cosmopolitismo delle grandi città e del proliferare, soprattutto in oriente, delle varie eresie. Non mancarono inoltre interpretazioni alternative e fantasiose.[82]

In occidente nacquero spontaneamente diversi movimenti religiosi in conseguenza della peste (o nel timore dell'epidemia) e molti di essi sfidavano il monopolio ecclesiastico sulla sfera spirituale. La vita quotidiana era segnata da rogatorie e processioni. Il culto di San Rocco, patrono degli appestati, divenne particolarmente intenso e i pellegrinaggi divennero più frequenti. In molti luoghi sorsero chiese votive e altri monumenti, come le cosiddette "colonne della peste", volute dagli abitanti nella speranza che così si placasse il flagello. Nella generale disperazione vi furono altri che decisero di gustare ogni minuto, almeno il pensiero di esso.[83] Tra i vari movimenti cattolici che proliferarono tra la popolazione terrorizzata, menzione particolare va fatta per i cosiddetti flagellanti che praticavano, durante cortei che si spostavano da città a città, l'autoflagellazione come forma estrema di penitenza e devozione, ritenendosi ispirati da Dio. Nonostante fossero stati banditi pubblicamente da papa Clemente VI il 20 ottobre 1349, questo fenomeno perdurò fino al XV secolo.[81]

La persecuzione degli ebreiModifica

 
Rappresentazione di un ebreo con un turbante mentre avvelena un pozzo d'acqua per diffondere la peste nera in Europa. Incisione alsaziana basata sull'originale tardo medievale.

L'autorità della Chiesa e dello Stato crollò molto rapidamente, anche per l'inefficacia delle misure messe in campo contro il contagio. Nel Decameron Boccaccio annota: «E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d'adoperare». A soffrire maggiormente di questa perdita di autorità fu chi si trovava ai margini della società medievale, come gli ebrei

Dall'arrivo in Provenza della malattia gli ebrei vennero presi di mira: a Tolone e Barcellona ci furono massacri e saccheggi causati dall'isteria generale della popolazione.[84] Dopo questi primi avvenimenti gli stati si mossero in loro difesa: gli aggressori di Tolone vennero arrestati; la regina Giovanna I di Napoli diminuì i tributi dovuti dagli ebrei. Anche papa Clemente VI, tramite una bolla pontificia, disse che la malattia non era dovuta all'intervento umano ma aveva una causa naturale o divina.[85]

 
Rogo di ebrei in un manoscritto di Gilles Li Muisis del XIV secolo.

L'accusa che gli ebrei avvelenassero fonti e pozzi cominciò a circolare nell'estate del 1348, tanto che in Savoia furono posti sotto tortura alcuni ebrei inquisiti che avevano ammesso questo reato.[85] Successivamente, in un processo analogo in Svizzera, un mercante ammise che durante i suoi viaggi aveva infettato i pozzi delle città in cui era passato. Ammise inoltre che era un complotto ebraico in cui tutta la popolazione era coinvolta.[86] Queste confessioni si diffusero rapidamente in tutta Europa e scatenarono un'ondata di violenze, soprattutto in Svizzera e in Germania.[86] Il papa emanò una seconda bolla in cui sottolineava come anche gli ebrei morissero a causa della peste e ne ribadiva l'innocenza. Lo stesso cercarono di fare altri eruditi.[86] A Strasburgo il governo cittadino aveva tentato di proteggere gli ebrei, ma venne esautorato dalle corporazioni.[87] Il nuovo governo si mostrò tollerante verso l'annunciato rogo dei circa 2 000 ebrei, che ebbe luogo nel febbraio 1349, quando la peste ancora non aveva raggiunto la città.[87]

Si è inoltre discusso sul ruolo dei flagellanti nelle persecuzioni, in passato si riteneva infatti che ancora prima dell'arrivo della peste essi avessero istigato la popolazione contro gli ebrei in città come Friburgo, Colonia, Augusta, Norimberga, Königsberg e Ratisbona. La ricerca più recente è però del parere che i flagellanti siano stati una "comoda giustificazione". Quando la peste cessò ben pochi ebrei erano rimasti tra Germania e Paesi Bassi, i più furono uccisi o si spostarono verso l'Italia.[88]

Conseguenze a lungo termineModifica

 
Peste nera a Firenze in una edizione del Decameron di Giovanni Boccaccio.

La peste nera provocò un mutamento profondo nella società dell'Europa medievale. Come hanno dimostrato moltissimi storici, dopo il 1348 non fu più possibile mantenere i modelli culturali del XIII secolo. Le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società che avrebbe avuto effetti positivi nel lungo termine: il crollo demografico rese disponibile a una percentuale significativa della popolazione terreni agricoli e posti di lavoro remunerativi; i terreni meno redditizi vennero abbandonati, il che comportò l'abbandono in alcune zone di interi villaggi; le corporazioni ammisero nuovi membri, cui prima si negava l'iscrizione; i fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo, dopo la peste un gran numero di persone poté godere di un benessere che in precedenza era irraggiungibile. L'aumento del costo della manodopera favorì un'accentuata meccanizzazione del lavoro, così il tardo Medioevo divenne un'epoca di notevoli innovazioni tecniche. La ritrovata prosperità nei commerci comportò lo sviluppo delle scienze bancarie e delle tecniche contabili: vennero introdotte le lettere di cambio e la partita doppia, le attività creditizie conobbero un rapido impulso.[89] Tra le innovazioni, lo storico David Herlihy cita l'esempio della stampa: fino a quando i compensi degli amanuensi erano rimasti bassi, la copia a mano era una soluzione soddisfacente per la riproduzione delle opere. L'aumento del costo del lavoro diede il via a una serie di esperimenti che sfociò nell'invenzione della stampa a caratteri mobili di Johann Gutenberg. Sempre Herlihy ritiene che l'evoluzione della tecnica delle armi da fuoco sia da ricondurre alla carenza di soldati.[90]

 
Abito del medico della peste del XVII secolo, successivamente alla peste nera le autorità cittadine emanarono decreti e ordinanze per scongiurare, inutilmente, nuove epidemie e istituirono uffici sanitari.

Come conseguenza della pandemia del 1347-1353, le autorità iniziarono a sviluppare, e continuarono a farlo per i quattro secoli successivi, ordinanze e regolamenti atti a tentare di prevenire o curare la peste che, tuttavia, continuò a ripresentarsi a cadenza quasi periodica. Ogni qualvolta ci fosse un'avvisaglia di una nuova epidemia, si prese l'abitudine di limitare i movimenti di merci e persone istituendo quarantene, certificati sanitari e migliorando le condizioni igieniche delle città.[91][92] Basandosi sulla teoria dei “miasmi”, venivano bloccate le attività che producevano cattivi odori e allontanate alcune categorie di persone considerate “moralmente inquinanti”, come prostitute, vagabondi e altri “peccatori”.[93] Successivamente si provvedette a creare comitati o ufficiali sanitari provvisori.[94] Ad esempio, Milano istituì un ufficio di sanità permanente nel 1450 e realizzò il lazzaretto di San Gregorio, progettato nel 1488.[95] Nel 1486 fu la volta di Venezia mentre a Firenze si dovette aspettare il 1527.[96] Parigi ne costituì uno nel 1580, ma già da circa 30 anni aveva affrontato il problema con l'emanazione di ordinanze e norme per affrontare le epidemie.[97] Verso la fine del XVI secolo, Amsterdam istituì un servizio di rimozione dei rifiuti dalle strade, al fine di migliorare le condizioni igieniche nel tentativo di prevenire focolai epidemici, costruì un lazzaretto, e decise di porre un medico professionista tra i magistrati che si occupavano della sanità pubblica.[97] A Londra si preferì per lungo tempo la segregazione domiciliare rispetto al confinamento in un lazzaretto.[98]

A lungo termine la peste fece sì che la medicina si emancipasse dalla tradizione galenica. Le bolle pontificie di Papa Sisto IV e Papa Clemente VII consentirono che si sezionassero cadaveri, pur di scoprire le cause dalla malattia; il medico fiammingo Andrea Vesalio (1514 - 1564) fu uno dei primi ad intraprendere lo studio autoptico del corpo umano con intento metodico.[99] La ricerca diretta sul corpo umano per mezzo di studi anatomici ebbe un maggior impulso dopo la peste, un primo passo in direzione della medicina moderna e della scienza empirica. Tuttavia dovettero trascorrere quasi duecento anni prima che il medico veronese Girolamo Fracastoro (1483-1533) si confrontasse in maniera più sistematica con l'idea di contagio.[100]

Secondo alcuni storici della cultura, tra cui in particolare Egon Friedell, la peste nera causò la crisi delle concezioni medievali di uomo e di universo, scuotendo le certezze della fede che avevano dominato fino ad allora e vede un rapporto causale diretto tra la catastrofe della peste nera e il Rinascimento.[101]

La peste nera nell'arte e nella letteraturaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Decameron, Trionfo della Morte e Danza macabra.
 
Frammento dell'affresco della Danse macabre (XV secolo) sito su una parete interna dell'Abbazia di Chaise-Dieu in Alvernia (Francia). Nella pittura del Quattrocento la danza macabra e il trionfo della Morte, probabilmente ispirate alle epidemie di peste trecentesche, furono un tema ricorrente.

La maggior parte delle opere d'arte con soggetto gli effetti o gli eventi legati alla Peste Nera vennero realizzati successivamente agli anni della pandemia. Un'eccezione a ciò è il Decameron di Giovanni Boccaccio, che si ritiene scritto tra il 1350 e il 1353. L'opera, una raccolta di cento novelle, è ambientata in una casa di campagna posta sulle colline fuori Firenze, a breve distanza dalla città; qui, sette giovani donne e tre giovani uomini si sono rifugiati per scampare all'epidemia che infuria in città tra la primavera e l'estate del 1348. L'introduzione del libro è una delle fonti medievali più dettagliate sull'impatto della peste in città.

«Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno; per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati d'alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai n'erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de lor corpi corrotti che altramenti facevano a' vicini sentire sé esser morti; e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno.

Era il più da' vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità la quale avessero a' trapassati. Essi, e per sé medesimi e con l'aiuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano dalle lor case li corpi de' già passati, e quegli davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n'avrebbe potuti veder senza numero chi fosse attorno andato: e quindi fatte venir bare, (e tali furono, che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavole) ne portavano.

Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e 'l marito, di due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne contenieno.»

(Giovanni Boccaccio, Decameron)

Anche Francesco Petrarca, amico del Certaldese, fu toccato dall'epidemia: molti dei suoi amici morirono a causa del morbo e tra questi vi fu anche Laura, protagonista del Canzoniere. Tra i testi nei quali parla di quesi fati si ricordano la lettera Ad se ipsum, in cui descrive cosa accadde a Firenze in quel periodo, e nell'egloga IX, Querulo, contenuta nei Bucolicum carmen, dove ad un dialogo tra Filogeo e Teofilo affida le proprie riflessioni sulle conseguenze e sul male causato dalla peste e su come vivere al meglio il tempo rimanente per essere sicuri di arrivare al Paradiso.[102]

Anche la pittura tardo medievale ha avuto ripercussioni dalle tragedie legate alla pestilenza. La cosiddetta "danza macabra", uno dei temi iconografici più frequenti dei primi decenni del XV secolo, nella quale è rappresentata una danza tra uomini e scheletri, è stata messa in relazione con la peste del trecento. Una delle produzioni più celebri è la Danza macabra di Lubecca, opera del pittore e intagliatore Bernt Notke, oggi purtroppo andata perduta a seguito di un evento bellico.[103][104]

Tale tema venne utilizzato anche per le musiche di Totentanz, composte tre il 1834 e il 1859 da Franz Liszt. Il pittore tedesco del XX secolo Werner Tübke ricorse al soggetto della peste per una scena del suo monumentale dipinto dedicato alla guerra dei contadini del XVI secolo.[105][106]

Il ritorno della peste nei secoli successiviModifica

Si ritiene che lo stesso agente patogeno del 1348 sia responsabile delle periodiche epidemie scoppiate in Europa, con vari gradi di intensità e mortalità seppur sempre inferiori alla prima, a ogni generazione fino al XVIII secolo. E' stato, infatti, osservato che, tra il 1347 e il 1480, la peste colpì le maggiori città europee ad intervalli di circa 6-12 anni affliggendo, in particolare, i giovani e le fasce più povere della popolazione. A partire dal 1480 la frequenza iniziò a diminuire, attestandosi ad un'epidemia ogni 15-20 anni circa, ma con effetti sulla popolazione non certo minori.[107][108]

Importanti epidemie successivamente si registrarono nel territorio milanese nel biennio 1576-1577, nell'Italia settentrionale nel 1630 (immortalata da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi) e a Siviglia tra il 1647 e il 1652. Nel 1661 l'impero ottomano fu pesantemente colpito mentre, tra il 1663 e il 1664, un'epidemia si propagò nella repubblica olandese uccidendo 35 000 persone nella sola Amsterdam.[109] Da ricordarsi la grande peste di Londra, che colpì la capitale britannica tra il 1665 e il 1666, causando la morte di un numero di persone compreso tra 75 000 e 100 000, vale a dire più di un quinto dell'intera popolazione della città.[110] L'ultima grande epidemia, e una delle più devastanti che abbia afflitto una grande città, fu quella che interessò Marsiglia nel 1720, considerata di origine vicino-orientale, e che arrivò ad uccidere quasi il 50% di tutta la popolazione cittadina, a cui si dovettero sommare le vittime delle zone limitrofe.[111]

NoteModifica

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