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Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo

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Armata Cristiana e Reale della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo
Sant antonio protegge Sanfedisti.jpg
Illustrazione popolare del tempo raffigurante Sant'Antonio di Padova che protegge l'Armata Cristiana e Reale, con il cardinale Fabrizio Ruffo a cavallo, durante la sua avanzata e i combattimenti.
Descrizione generale
Attiva1799-1800
NazioneRegno di Napoli
Servizioesercito
Tipocorpo d'armata
Dimensionecirca 25.000 uomini
Equipaggiamento.
SoprannomeEsercito Sanfedista
Patrono.
  • Gesù Cristo;
  • Sant'Antonio di Padova
  • MottoIn hoc signo vinces
    Coloribianco
    MarciaCanto dei Sanfedisti
    Battaglie/guerre.
  • Seconda Coalizione antifrancese (1799);
  • Riconquista della Repubblica Napoletana (1799);
  • Assedio di Modugno;
  • Rivoluzione di Altamura.
  • Reparti dipendenti
    • 16 Formazioni con struttura "a massa";
    • 7 Formazioni con struttura "mista";
    • 16 Formazioni con struttura "militare"
    Comandanti
    Re di NapoliFerdinando IV di Borbone
    Comandante Generale e Vicario Generale del RegnoCardinale Fabrizio Dionigi Ruffo dei Duchi di Bagnara e Baranello
    Capitano Generale e Comandante della Prima ColonnaAbate Giuseppe Pronio (detto Gran Diavolo)
    Capitano Generale e Comandante della Seconda ColonnaMichele Arcangelo Pezza (detto Fra Diavolo)
    Voci su unità militari presenti su Wikipedia

    «Pro Aris, Rege et Focis»

    Fabrizio Ruffo, comandante dell'Esercito della Santa Fede.

    L'Esercito Sanfedista (contrazione di «Santa Fede») è il nome con il quale è conosciuta nella storiografia italiana l'Armata Cristiana e Reale della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo, un esercito popolare costituito dal cardinale calabrese Fabrizio Ruffo che fu protagonista della guerra di riconquista del Regno di Napoli contro i francesi e della caduta della Repubblica Napoletana del 1799.

    StoriaModifica

    OriginiModifica

    Nell'ottobre del 1798 i Borbone decisero di liberare Roma dai francesi, che l'avevano invasa con le truppe del generale Jean Étienne Championnet. L'attacco fallì e causò la reazione francese, che determinò l'invasione e la caduta del Regno di Napoli (gennaio 1799). Nella città di Napoli fu proclamata la Repubblica Napoletana e fu innalzato l'albero della libertà.

    Il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo chiese ai Borbone (rifugiati a Palermo) di poter organizzare la riconquista del Regno e cacciare l'occupazione straniera. La riconquista del territorio sarebbe iniziate dalle Calabrie. I sovrani diedero l'assenso, tuttavia essi non furono prodighi di mezzi per finanziare l'impresa. Nonostante le limitate risorse, Fabrizio Ruffo sbarcò nella terra natale e annunciò alla popolazione un proclama nel quale si proponeva di cacciare i francesi dal Regno di Napoli e di ristabilire la monarchia. Radunò i volontari, soprattutto contadini, a Pizzo Calabro (furono già 17.000 al momento dell'arrivo del cardinale) e coniò la denominazione di «Armata Cristiana e Reale».

    Il cardinale giunse a Pizzo Calabro il 7 febbraio 1799. Sin dalle prime operazioni l'Armata Cristiana e Reale, organizzata dal cardinale nel miglior modo che il poco tempo e gli scarsi sostegni dalla corte di Palermo gli avevano consentito, si rivelò una macchina bellica di tutto rispetto. Ruffo conquistò tutte le città e i villaggi che attaccò. Il fatto di non disporre di soldati regolari ma di semplici volontari creò anche dei problemi. Talvolta, come a Crotone, non poté impedire che l'odio dei contadini e il desiderio di arricchirsi e vendicarsi sfociassero in saccheggi e devastazioni. Un altro dei problemi derivanti dall'esigenza di accettare nelle proprie file molti individui che non avevano nulla da perdere fu che, in occasione di alcuni scontri particolarmente fruttuosi, gran parte dell'Armata ruppe le righe per conquistarsi il bottino, rendendo necessarie ripetute soste per organizzare il rientro nelle file.

    Assedio e conquista di NapoliModifica

    Il 7 maggio 1799 le armate francesi furono richiamate in Italia settentrionale dall'avanzata austro-russa. In difesa di Napoli rimasero solo tre Corpi. L'esercito del cardinale Ruffo si attendò a Nola. Era un esercito multinazionale, essendo composto da italiani, austriaci e russi. A essi si aggiunse anche un contingente turco, che volle aggregarsi in quanto l'Impero ottomano faceva parte della Seconda coalizione. Infine, una squadra navale anglo-borbonica, al comando dell'ammiraglio Horatio Nelson, si impegnò a bloccare dal mare ogni tentativo di fuga dei francesi. Da Nola, Ruffo si mosse a Somma Vesuviana e poi a Portici, conquistandole entrambe. Nella battaglia del 13 giugno 1799 l'Armata Cristiana e Reale espugnò Napoli.

    I volontari entrarono vittoriosi in città. Nelle operazioni si distinse per coraggio e capacità di comando un brigante calabrese, Panedigrano.[1]

    La capitolazione fu firmata dai seguenti comandanti:

    Gli ultimi soldati francesi furono imbarcati su una nave diretta a Tolone.

    OrganizzazioneModifica

    L'Armata Cristiana e Reale della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo era così organizzata[2]:

    Nella storiografiaModifica

    Generalmente i volontari dell'Esercito della Santa Fede, in una storiografia quasi esclusivamente di impronta risorgimentale, quindi, pro-repubblicana, sono descritti come poco più che briganti assetati di sangue. Nell'epistolario del cardinale, e in altri documenti, non mancano però le prove che egli si dicesse «costretto ad inghiottire la propria indignazione» di fronte agli atti vandalici di parte della sua Armata, e che quando poté fu inflessibile nel punirne gli eccessi.

    Ad esempio, il cardinal Ruffo adottò sovente misure severissime per reprimere gli atti delinquenziali dei sanfedisti; fece tutto il possibile anche per salvare i giacobini stessi dalla furia dei suoi uomini, tanto che non di rado accadde che gli stessi repubblicani si consegnassero a lui in persona al fine di sfuggire alla vendetta dei suoi miliziani.

    Nella letteraturaModifica

    Nella letteratura di parte giacobina i sanfedisti vennero dipinti come bande di persone violente, senza nulla da perdere. Fu affermato che i briganti del luogo si infiltrassero nelle formazioni e, dopo una battaglia vinta, si lanciassero in crudeli vendette contro gli sconfitti. In mancanza di giacobini e dei loro beni da saccheggiare, si verificarono diversi casi di assalti a chiese e conventi, sostenitori dei giacobini, con l'uccisione dei religiosi, come avvenne nell'Assedio di Modugno.

    Carlo De Nicola, contemporaneo degli eventi narrati, filogiacobino, riferì nel suo «Diario Napoletano» anche di atti di cannibalismo[3].

    Riccardo Bacchelli nel suo «Il mulino del Po», ha lasciato un vivido ritratto di Virginio Alpi, sanfedista, poi funzionario pontificio, che operò nel territorio tra Forlì e Faenza nella prima metà del XIX secolo.

    NoteModifica

    1. ^ Altamura rievoca la rivoluzione del 1799 con 'l'olmo della libertà', su La Repubblica, 19 febbraio 2019. URL consultato il 19 febbraio 2019.
    2. ^ Emilio Gin, Santa Fede e congiura antirepubblicana, Adriano Gallina Editore, Napoli, 1999, ISBN 88-87350-08-6.
    3. ^ Carlo De Nicola in Diario Napoletano, avvenimenti del 3 luglio 1799.

    Voci correlateModifica

    Altri progettiModifica