Nobiltà pontificia

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La nobiltà pontificia (o nobiltà papale) è l'aristocrazia della Santa Sede. Alcuni titoli pontifici, oltre a singole onorificenze, sono state concesse nel corso dei secoli dallo Stato Pontificio con a capo il papa in quanto sovrano dello Stato della Chiesa. Tra questi figuravano principi, duchi, marchesi, conti e baroni che spesso erano al servizio della corte pontificia o dello stato. La nobiltà pontificia venne riformata con la lettera apostolica Pontificalis Domus del 1968 che riorganizzò l'intera corte pontificia ed essi continuano ad essere ritenuti validi in quanto la Città del Vaticano è uno stato sovrano. La pari dignità ai titoli concessi dal Regno d'Italia venne garantita dai Patti Lateranensi del 1929, ma quand'anche la monarchia cadde in Italia, la Città del Vaticano continuò a ritenere validi i propri titoli che vennero riconosciuti come parte del predicato nella giurisdizione repubblicana italiana.

Christopher, I conte de Paus (1862–1943), un norvegese convertito al cattolicesimo, nominato ciambellano papale e parente di Henrik Ibsen, ottenne il titolo di conte da papa Pio XI.

Dalla nobiltà pontificia si distinguono le famiglie baronali romane che appartengono all'aristocrazia della città di Roma, ma non sono di nomina pontificia.

StoriaModifica

Lo Stato della Chiesa costituiva la giurisdizione temporale del potere dei papi e pertanto disponeva di una propria aristocrazia, spesso alleata e imparentata con la nobiltà di altri stati italiani. Durante questo periodo, in tutta Italia, varie famiglie influenti raggiungevano con membri delle loro casate il soglio pontificio, motivo per cui poi venivano nobilitate dallo stesso papa in carica. Questa aristocrazia era solita utilizzare l'istituto del matrimonio per fortificare la propria posizione rispetto al soglio pontificio, con altre famiglie papali (che avevano avuto almeno un pontefice tra le proprie fila), oppure cercare alleanze potenti all'esterno che potessero garantire loro di mantenere il loro potere e la loro influenza presso la sede di Pietro. Come accadeva in altre società aristocratiche, con la propria influenza presso il papa e col denaro, queste famiglie erano in grado di acquistare borghi, città o gruppi di terre per poi ottenere l'elevazione nobiliare da parte del pontefice, in particolare tra XVI e XVII secolo. Ricorda a tal proposito lo storico e studioso tedesco Leopold von Ranke:

«Durante il pontificato di Innocenzo X, vi erano ed esistevano da parecchio tempo due grandi fazioni, o associazioni di famiglie. Da una parte vi erano gli Orsini, i Cesarini, i Borghese, gli Aldobrandini, i Ludovisi, i Giustiniani ed i Pamphili; a loro opposti stavano i Colonna ed i Barberini

(Leopold von Ranke)

I papi erano soliti elevare alcuni membri delle principali famiglie della nobiltà pontificia alla posizione di cardinale, in particolare se si trattavano di figli ultrogeniti (secondogeniti o terzogeniti), che quindi non avevano in prospettiva l'ereditare i titoli paterni. I papi stessi elevarono a tale posizione membri delle loro stesse famiglie di provenienza, in particolare i propri nipoti andando a creare quello che divenne il vero e proprio istituto del cardinal nipote. Le famiglie più ricche dell'aristocrazia pontificia potevano acquistare degli uffici di curia, nella speranza di poter ottenere degli episcopati o dei cardinalati e quindi acquisire sempre maggior influenza o autorità, sia sul papa, sia su altri membri della nobiltà papale.[1]

Molte famiglie, in particolare tra Cinquecento e Seicento, beneficiarono di questa politica come ad esempio i Barberini ed i Pamphili, in particolare per l'essere imparentati coi pontefici. Famiglie che in precedenza traevano la loro ricchezza dal lavoro o dalle avventure mercantili, si ritrovarono in un paio di generazioni elevate tra i ranghi della nobiltà romana quando un parente veniva eletto al soglio pontificio.[1] Parallelamente queste stesse famiglie iniziarono a costruire sontuosi palazzi, in particolare a Roma, ove tenere proprie piccole "corti", oltre a patrocinare la costruzione o la protezione di chiese e cappelle, pratica che divenne diffusissima e che rappresentava il miglior modo per ostentare non solo la propria ricchezza, ma anche la propria fedeltà al papato.

L'occupazione napoleonica di Roma portò all'abolizione temporanea dei titoli nobiliari, ma quando papa Pio VII riebbe dal Congresso di Vienna la piena sovranità dei propri stati, decise come prima cosa con motu proprio del 6 luglio 1816 di abolire la feudalità negli stati pontifici, tramutando tutti i titoli concessi dal papato ed ancora in essere come onorifici e quindi slegati dal possesso diretto della terra.

Un passo importante che pose fine alla secolare dualità tra la nobiltà pontificia e le famiglie baronali romane, fu il chirografo voluto da Pio IX il 2 maggio 1853. Con tale documento il patriziato civico della città di Roma venne equiparato alla nobiltà creata dal Papa e venne redatto nel 1854 un elenco completo delle famiglie principesche romane così da includerle nel Libro d'oro della nobiltà capitolina istituita dalla costituzione Urbem Romam di Benedetto XIV del 1746. Sia i nobili civici che l'aristocrazia pontificia ottennero quindi il titolo di "patrizio romano".

Dopo l'annessione dello Stato Pontificio al regno d'Italia e la presa di Roma nel 1870, il papa rimase "prigioniero in Vaticano", sostenuto dalla "nobiltà nera", ovvero da quelle famiglie che rimasero fedeli al papato anziché alla monarchia italiana, rifiutandosi di collaborare col nuovo stato. I Patti Lateranensi posero fine alla disputa tra la nobiltà papale e la nobiltà italiana, ponendole a pari merito sino al 1946 quando la costituzione repubblicana italiana non abolì i titoli in Italia.

Papa Paolo VI nell'ambito della riforma della curia romana, stabilì nel 1968 che la nobiltà pontificia non sarebbe più stata un corpo costituente della corte papale e pertanto la pratica di conferire titoli nobiliari andò scomparendo. Papa Giovanni Paolo II concesse titoli nobiliari a compatrioti polacchi all'inizio del suo pontificato, ma senza che questi venissero pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis. I papi continuarono a concedere onorificenze regolarmente, anche se esse non conferiscono più nobilitazione come in passato.[2]

Concessione di titoli all'esteroModifica

La particolare natura dello Stato della Chiesa, potenza temporale e spirituale nel contempo, consentì ai diversi pontefici di concedere titoli onorifici anche all'estero, presso quelle potenze cattoliche che riconoscevano poi l'uso dei titoli concessi dal pontefice anche sul loro territorio. Una minima parte venne concessa anche a famiglie cattoliche residenti in stati protestanti o musulmani, oppure a personalità convertitesi al cattolicesimo.

I titoli potevano essere concessi per particolari servizi militari resi alla Santa Sede, per il sostegno dato a opere di beneficenza o scuole cattoliche, per la difesa di particolari idee religiose, per la difesa della dottrina sociale della Chiesa, per la lotta politica a favore della difesa dei diritti della Chiesa, per la difesa di particolari congregazioni religiose oppure per generici servizi di natura eccezionale concessi a favore della Santa Sede o del pontefice stesso.

Nazione Principe Duca Marchese Conte Visconte Barone Nobile Totale Casate viventi
Francia 18 (di cui 5 ereditari) 25 (di cui 3 ereditari) 43 (di cui 23 ereditari) 431 (di cui 155 ereditari) 24 (di cui 3 ereditari) 1 (ereditario) 1 (ereditario) 529 (di cui 197 ereditari) 90
Spagna - - - - - - - 99 31
Belgio - - - - - - - 59 17
Paesi Bassi - - - - - - - 2 1
Svezia - - 1 (ereditario) 1 (ereditario) - - - 2 2
Portogallo - - - - - - - 1 1
Polonia - - - - - - - 19 3
Medio Oriente - - - - - - - 42 35
Malta - - 8 6 - - - 14 2

Alcune personalità titolateModifica

Quello di conte era uno dei titoli più diffusi tra la nobiltà pontificia. Il titolo comitale, concesso a livello personale o ereditario, era già in uso presso la nobiltà pontificia nel medioevo e continuò ad essere regolarmente concesso sino al 1870.

Il titolo era utilizzato come segno di alta distinzione e riservato come tale unicamente ai cattolici anche se non italiani come ad esempio il tenore irlandese John McCormack, il finanziere americano George MacDonald, il filantropo americano Katherine E. Price, e Rose Kennedy (madre del presidente John F. Kennedy). L'americano Francis Augustus MacNutt venne elevato al titolo di marchese, mentre l'argentina Mercedes Castellanos de Anchorena fu marchesa, mentre negli anni '20 Genevieve e Nicholas Frederic Brady di New York ottennero il titolo di duchi.

I conti del Sacro Palazzo del LateranoModifica

Il titolo di "conte del Sacro Palazzo del Laterano" è un onore che viene garantito ex officio e ad vitam a quanti sono stati creati Ciambellani Papali (oggi Gentiluomini di Sua Santità e ai Parafrenieri Pontifici) e sono pertanto membri della corte pontificia. Il titolo venne concesso in automatico anche a tutti i membri del capitolo spagnolo dell'Ordine del Santo Sepolcro con una tradizione che risaliva al periodo della Reconquista, dove l'ordine ebbe un ruolo importante.[3]

Famiglie principesche romaneModifica

Le famiglie principesche romane erano della nobiltà pontificia le casate più influenti ed erano costituito da un numero circoscritto di famiglie romane che ebbero per caratteristica quella di detenere come ereditario un titolo principesco sovrano dai sovrani pontefici e sono inquadrabili nella disciplina dettata da apposite "massime" della consulta araldica del Regno d'Italia:

  1. è riconosciuta l'esistenza del "ceto" dei principi e duchi romani, rappresentanti l'antico baronaggio romano;
  2. ai capi delle suddette famiglie spetta il titolo di principe e duca appoggiato sul cognome: le famiglie stesse sono principesche e ducali romane;
  3. il ceto dei principi e duchi romani è ristretto alle sole famiglie che furono riconosciute tali dalla congregazione araldica capitolina nella seduta del 17 gennaio 1854 (solo quelle che avessero ricevuto questi titoli dal romano pontefice e che avessero in Roma il loro principale domicilio);
  4. il trattamento antichissimo spettante a dette famiglie viene riconosciuto col titolo di don prefisso al nome di battesimo nel capo della famiglia (ai figli compete il titolo di don e donna dei principi e dei duchi), con l'uso di speciali ornamentazioni araldiche (ma la prevista pubblicazione ufficiale al riguardo non venne mai emanata), e col trattamento di "eccellenza" (poi disconosciuto con massima del 18 novembre 1926).

I capi delle famiglie principesche e ducali romane, individuate dalla Congregazione araldica capitolina il 17 gennaio 1854 e iscritte fra i nobili e patrizi romani in ottemperanza alla volontà sovrana espressa nel chirografo del 2 maggio 1853, sono i seguenti:

Stemma Nome della casata Titoli Note
  Aldobrandini Principe di Meldola Sopravvive la casata dei Borghese-Aldobrandini
  Altemps Duca di Gallese
  Altieri Principe di Oriolo Estinta nel 1955
  Barberini Principe di Palestrina
  Barberini Duca di Castelvecchio
  Bonaparte Principe
  Boncompagni Ludovisi Principe di Piombino
Duca di Sora
  Bonelli Duca di Salci Sopravvive la casata dei Tognini-Bonelli
  Borghese Principe di Sulmona
  Caetani Principe di Teano

Duca di Sermoneta

Estinta nel 1961
  Cesarini poi Sforza Cesarini Principe di Genzano

Duca di Civitanova

  Chigi Principe di Farnese
  Colonna di Paliano Principe di Paliano
  Colonna di Sciarra Principe di Sciarra
  Corsini Principe di Sismano
  Doria poi Doria Landi Pamphili Principe di Melfi
  Lante poi Lante Della Rovere Duca di Bomarzo

Duca Lante della Rovere

  Montholon Principe
  Odescalchi Principe di Bassano Romano
  Orsini Principe
Duca di Bracciano
  Ottoboni poi Boncompagni-Ludovisi-Ottoboni Principe Ottoboni
Duca di Fiano
Estinta nel 1909
  Pallavicini Duca di Castro
  Rospigliosi Principe di Castiglione
Duca di Zagarolo
  Ruspoli Principe di Cerveteri
  Salviati Duca di Giuliano Sopravvive nella casata Borghese-Salviati
  Santacroce Principe di San Gemini Estinta nel 1867
  Strozzi Principe di Forano
  Caffarelli Duca di Assergi
  Grazioli Duca di Magliano
  Conti Principe di San Gregorio
  Mattei Duca di Giove
  Torlonia Principe di Civitella Cesi
  Torlonia Duca di Poli e Guadagnolo
  Braschi Duca di Nemi
  Del Drago (Del Drago-Biscia-Gentili) Principe di Manzano e Antuni
  Gabrielli Principe di Prossedi
  Massimo Principe di Arsoli
  Spada Veralli Principe di Castel Viscardo

A queste famiglie la consulta araldica del Regno aggiunse poi gli Sforza Cesarini (successivamente Cesarini), i Giustiniani-Bandini (per sentenza) e i Lancellotti (già Massimo).

Fra le sopra elencate famiglie la Congregazione Araldica Capitolina individuò quelle che ebbero nel loro seno uno o più pontefici e che quindi "in qualche modo parteciparono della sovranità", iscrivendole fra i "coscritti": Aldobrandini, Della Rovere, Borghese, Altieri, Barberini, Boncompagni Ludovisi, Caetani, Chigi, Colonna di Paliano, Colonna di Sciarra, Corsini, Doria Pamphili, Ludovisi Boncompagni, Odescalchi, Orsini, Ottoboni, Rospigliosi.

A queste ultime famiglie spetta nello stemma l'ornamentazione della "basilica", cioè il gonfalone della Camera apostolica accollato alle chiavi pontificie.

In conformità alle consuetudini vigenti negli Stati della Chiesa, sono comprese a pieno titolo, negli elenchi sopra riportati, sia le famiglie "originarie" che le famiglie "surrogate", con surrogazione "piena" o "mista" (per esempio i Doria Pamphili, essendo papale la Pamphili) indifferentemente.

Per quanto concerne la corona, secondo Fabrizio Barbolani di Montauto[4] i principi romani usano sormontare il tocco rosso con due archi contornati da perle sostenenti un piccolo globo cimato da una crocetta il tutto d'oro, con il cerchio d'oro gemmato, mentre per Carlo Mistruzzi di Frisinga[5] i principi romani adottarono "il cerchio con il risvolto di ermellino come quello dei principi del Sacro Romano Impero, dato che il papa è depositario della dignità del S.R.I.".

Per antica tradizione, sono assimilati ai principi romani, nel rango e nel trattamento, i marchesi romani detti "di baldacchino", che secondo Carlo Cardelli[6], sono le famiglie Theodoli, Patrizi Naro Montoro, Costaguti ora Afan de Rivera Costaguti, Serlupi Crescenzi, Sacchetti e i conti Soderini oltre ai capi delle famiglie che diedero un Pontefice.

Secondo monsignor Karel Kasteel[7] generalmente i principi creati dalle due principali fonti d'onore non sono dello stesso rango: i principi romani ovunque avevano la precedenza sui principi del Sacro Romano Impero. Perciò la nomina principesca imperiale, concessa ad alcuni principi romani, non aumentava la loro dignità e in alcuni casi il titolo non è stato usato.

Le famiglie ducali e quelle dei marchesi di baldacchino erano considerate quasi appartenenti alla stessa categoria e tutti i componenti godevano del trattamento di don e donna.

I capi delle famiglie che diedero un Pontefice e le loro legittime consorti godono del trattamento di "eccellenza" e il titolo di Principe, dato anche ai capi delle famiglie principesche romane. Indipendentemente dai loro titoli, i capi delle famiglie papali sono stati tradizionalmente considerati - prosegue Kasteel, come "pari" dalle "famiglie sovrane", essendo questa cortesia dovuta al fatto che il sovrano pontefice è riconosciuto come pater principum et regum dai monarchi cristiani e come rappresentante della prima e più antica monarchia cristiana.

NoteModifica

  1. ^ a b History of the popes; their church and state (Volume III) by Leopold von Ranke (2009, Wellesley College Library)
  2. ^ Philippe Levillain, ed. John W. O'Malley, tr. The Papacy: An Encyclopedia (2002) vol. ii s.v. "Nobility, Roman".
  3. ^ (ES) Manuel de Mata, Breve resena de la Orden del Santo Sepulcro presentada a S.M. el Rey D. Alfonso XIII el 25 de julio de 1904 por el Excmo. Sr. D. manuel de Mata, in Memorias de la Academia Mallorquina de Estudios Genealógicos, 1–4, 1955, pp. 136–143.
  4. ^ Fabrizio Barbolani di Montauto, Manuale di Araldica.
  5. ^ Carlo Mistruzzi di Frisinga, Trattato di diritto nobiliare italiano.
  6. ^ Carlo Cardelli, La tribune de la noblesse romaine au Vatican, inedito in Archivio Cardelli, Roma, 1965.
  7. ^ Karel Kasteel, Almanach de Gotha 2001, vol.2°, p. 759-763.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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