Apri il menu principale

Abbazia di San Zeno (Verona)

Abbazia di San Zeno
VeronaSanZenoMaggioreCloister.jpg
Chiostro dell'ex abbazia
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàVerona
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
Diocesi Verona
Inizio costruzioneIX secolo
Sito web
[1] www.basilicasanzeno.it[1]

Coordinate: 45°26′35″N 10°58′45″E / 45.443056°N 10.979167°E45.443056; 10.979167

L'abbazia di San Zeno fu eretta nel IX secolo sui resti di un monastero preesistente, le cui origini risalgono al secolo IV. Dell'abbazia rimangono la torre ed alcuni chiostri che ora fanno parte della basilica di San Zeno. L'abbazia fu molto importante sia per la storia di Verona sia per i rapporti che gli imperatori tedeschi ebbero con l'Italia.

Gli storici hanno accertato la presenza di un sacello paleocristiano del IV secolo nel chiostro, attualmente denominato sacello di San Benedetto. La costruzione dell'abbazia vera e propria ha avuto impulso nel IX secolo in età carolingia ed ha avuto sviluppo per volontà dell'architetto e arcidiacono veronese Pacifico, del vescovo Rotaldo, e del re franco Pipino, figlio di Carlo Magno. Secondo immagini dell'epoca e ritrovamenti recenti, aveva un'altra torre a nord est ed il palazzo dell'abate. Prima degli Scaligeri, la zona di San Zeno era esterna alle mura, e pertanto le costruzioni del rione erano spesso strutturate al fine di ottenere difesa anche se posizionate fuori città. In quella fase storica si sviluppò un rione protetto proprio dalla presenza dell'abbazia stessa.

Fu distrutta in epoca napoleonica e per questo non seguì la sorte delle proprietà abbaziali veronesi che al sostituirsi dei francesi con gli austriaci entrarono a far parte del demanio austriaco, a volte riscattato come nel caso di Santa Maria in Organo. Dall'inizio ottocento iniziò un periodo di dismissione dell'antica abbazia benedettina, che si concluse a metà del Novecento. Dal dopoguerra in poi, furono eseguiti numerosi restauri e ripristini della torre e di parte dell'abbazia originaria, che attualmente sono visitabili e ben restaurate.

StoriaModifica

Origini paleocristiane e carolingeModifica

 
Morte di San Zeno, affresco sulla parete della navata destra della basilica

Non vi sono fonti che permettano di ricostruire la fondazione del monastero di san Zeno a Verona ma si è ipotizzato che la sua origine possa risalire addirittura al IV secolo quando era in vita il santo stesso.[2] Secondo quanto viene raccontato nella “Cronaca” del notaio veronese Coronato, alla morte di San Zeno (371), sul luogo della sua tomba, venne eretta un prima chiesa da cui poi si svilupperà l'attuale basilica. Secondo quanto riporta Giovanni Battista Biancolini a partire dal 750 il complesso servì come sede vescovile per la diocesi di Verona fin all'804 quando chiesa e monastero vennero distrutti "ab infidelibus hominibus”, forse unni o avari ma più probabilmente insubordinati franchi o superstiti ariani.[3][4]

Due anni più tardi il re d'Italia Pipino e il vescovo Ratoldo decisero che si doveva procedere con la costruzione, in loco, di un nuovo edificio più grande e più degno ad ospitare le spoglie del santo. Secondo quando si può leggere su di una iscrizione posta all'interno del duomo di Verona a questa fabbrica dovette sovrintendere, almeno in parte, il celebre Arcidiacono Pacifico.[5]

Terminati i lavori, tra la fine del IX secolo e l'inizio del successivo, durante la dominazione carolingia, il monastero benedettino crebbe di importanza guadagnandosi un consistente riconoscimento sociale ed economico tanto da riuscire ad emanciparsi dal potere del vescovo.[6] In quest'epoca, e molto probabilmente già da prima, il monastero doveva essere provvisto di uno scriptorium, come d'altronde consuetudine nei cenobi benedettini, ove i monaci erano occupati nella copiatura di codici, tuttavia non vi è certezza fino ad almeno il 1315 quando vi sono testimonianze certe; il dibattito è ancora aperto tra gli storici.[7][N 1] Non sappiamo molto dei libri qui custoditi ma è certo che i monaci ricevettero da Pipino in dono, oltre a terreni ed oggetti di culto anche “Evangeli scritti a penna tutti ornati di oro e con gemme pretiosi".[8] Inoltre, nel 1940, vennero trovati due manoscritti che certamente facevano parte della biblioteca del monastero, le “Instituitiones” di Giustiniano e il “Tractatus in Ioannis evangelium” di Sant'Agostino, con quest'ultimo in cui è annotato Liber monasterii Sancti Zenonis Maioris de Verona.[9] E' probabile che proprio qui, tra il XI e l'XII secolo, un monaco anonimo scrisse “Vita S.Zenonis” e una “Historia translationis S. Zenonis”.[10]

Periodo basso medievaleModifica

 
Torre abbaziale, qui probabilmente soggiornò Federico II di Svevia in occasione delle nozze della figlia Selvaggia con Ezzelino III da Romano, celebrate il 23 maggio 1238

Il devastante terremoto del 1117 che colpì la città non risparmiò nemmeno il complesso di San Zeno che riportò ingenti danni. Nonostante ciò il convento continuò a crescere per tutto il XII secolo e venne prontamente ricostruito nelle forme e dimensioni che lo contraddistinguono ancora oggi, secondo il gusto del romanico veronese in voga all'epoca. Il benessere di cui godeva il monastero fu conseguenza sia dei doni che riceveva dai fedeli e dalla diocesi, ma anche e soprattutto dai numerosi privilegi che gli furono concessi dai diversi imperatori nel corso dei secoli, dapprima dai carolingi, poi dagli ottoni, quindi dagli Hohenstaufen; l'ultimo di cui si è a conoscenza venne emanato da Federico II di Svevia nel 1221.[11]

Gli imperatori, inoltre, utilizzarono spesso, almeno dalla discesa di Ottone I di Sassonia del 969, il monastero benedettino di San Zeno come luogo di soggiorno.[12]

Sul finire del XII secolo tuttavia iniziò la parabola discendete del monastero nonostante i tentativi dell'abate Gerardo (1163-1187) e dell'abate Ugo (1187-1199) di garantirgli l'antico prestigio. Nonostante ciò la crisi si palesò in tutta la sua drammaticità quando l'abate Riprando venne ucciso dal proprio fratello, il chierico Avanzo.[13]

Nel 1226 Ezzelino III da Romano conquistò il potere a Verona e in tutta la marca trevigiana soggiogando anche la comunità religiosa di San Zeno creando al loro interno fratture che si palesarono in una sostanziale perdita di autonomia a favore dei membri laici del comune. Il 23 maggio 1238 nella basilica si svolsero le sontuose nozze tra Selvaggia figlia di Federico II e Ezzelino; è molto probabile che l'imperatore risiedette per l'occasione all'intero della torre abbaziale.[14][15][16]

A contrastare l'opprimente potere ezzeliniano provò l'abate Pietro che guidò il monastero tra il 1252 e il 1268, affiancato da un unico monaco, tale Cloza, ma tale tentativo non ebbe successo. Interessante notare che durante il periodo comunale il carroccio del comune di Verona veniva custodito all'interno della chiesa di San Zeno, precisamente all'inizio della navata minore di sinistra. Con l'avvento al potere degli Scaligeri l'autonomia del convento si ridusse ancora di più, tanto che, nel 1292, Alberto I della Scala poté imporre come abate, al posto di un abate "vero”, il figlio illegittimo Giuseppe; al riguardo Dante Alighieri lo cita Giuseppe nel canto XVIII del Purgatorio condannandolo all'Inferno, un giudizio che gli storici ritengono fin troppo severe, considerando che Giovanni si adoperò perché aumentassero i monaci presenti, revisionò la documentazione e iniziò i lavori per il nuovo palazzo abbaziale e dell'attuale chiostro.[17] La vicenda si ripropose nel 1321 quando a capo dei benedettini di San Zeno venne posto Bartolomeo I della Scala, figlio naturale di Mastino I e successivamente vescovo di Verona.[18]

 
L'attuale chiostro dell'abbazia la cui costruzione venne iniziata dall'abate Giuseppe della Scala

Nel 1318 un documento, redatto in scrittura gotica cancelleresca, ci porta a conoscenza delle presenza nella biblioteca abbaziale di 29 codici e altri beni di culto.[19] Siccome tale documento menziona solo oggetti religiosi, riguardava il passaggio di consegne tra monaci, non ci è dato sapere se a quell'epoca fossero conservate anche opere a carattere profano. Tra i vari codici citati vi so due della Historia Corporis Christi, due con i racconti dei Miracoli di San Zeno, due riguardanti l'ordine benedettino di cui un Liber comenti super regulam, tre messali, di cui uno appartenente al vescovo Adelardo, probabilmente Adelardo Cattaneo degli inizi del XII secolo.[N 2]

Un secondo inventario di codici contenuti nel monastero, ne elenca 131, è invece dato 12 maggio 1400[20] e venne compilato, non tralasciando molte aggettivazioni, dal bresciano Giovanni De Lantanis, studente di arti liberali alla Sorbona di Parigi, su volere di Pietro Emilei, abate di san Zeno tra il 1399 e il 1421.[21]

Tali inventari permettono di supporre che per tutto il XIV secolo lo scriptorium fosse in piena attività e che fosse indirizzato anche a fornire un servizio per i privati oltre che quello legato al culto; si è proposto addirittura che molti degli amanuensi fossero dei laici o comunque non dei monaci. Quello che è certo è che nel 1425 all'interno del monastero fecero la loro comparsa dei monaci tedeschi che si occuparono del lavoro di copiatura.[22]

Età modernaModifica

 
Breviario in uso nell'abbazia di San Zeno nel XV secolo e oggi custodito presso la biblioteca civica di Verona (ms 745)

Nel frattempo era caduta la dinastia scaligera e, dopo una breve parentesi viscontea che non modificò la vita del monastero, si ebbe la dedizione di Verona a Venezia pronunciata il 24 giugno 1405.[23] A seguito di essa si assistette ad una perdita di potere da parte dell'aristocrazia locale a favore dei funzionari della Serenissima, un fatto che investì, seppur indirettamente anche il complesso di San Zeno. Infatti, a partire dal 1425, con la nomina di Marco Emilei da parte di papa Martino V, ebbe inizio il periodo degli abati commendatari[24][25] non più residenti nel monastero. Il nuovo abate, comunque, operò per risollevare l'andamento del monastero ordinando di la mensa abbaziale da quella monastica, stabilendo che i monaci residenti non fossero mai meno di dodici (mentre i frati conversi dovevano essere almeno in tre), che ogni primo maggio dovesse tenersi il capitolo per eleggere il priore con carica annuale e che l'abate non intervenga nell'amministrazione dei beni temporali.[26] Tra gli atti disposti dal'Emilei si legge a proposito della biblioteca (cum loco ibidem pro Libraria) indicando che si trovava in un locale situato tra il granaio e il forno a dimostrazione che il numero dei codici era talmente elevato che non potevano più essere custoditi nella sagrestia.[27]

 
Antifonario in uso nell'abbazia di San Zeno nel XVI secolo e oggi custodito presso la biblioteca civica di Verona (ms 741)

Nel 1433, il camaldolese Ambrogio Traversari ebbe modo di parlare della biblioteca del monastero descrivendola come “sacroru, voluminum copiosa”. Essa dovette crescere molto anche tra il 1445 e il 1464 quando abate commendatario fu Gregorio Correr, grande sostenitore della cultura e committente della Pala di San Zeno del Mantegna, conservato ancora oggi all'interno della chiesa.[28] Nel 1472, chiamati con l'intento di rafforzare l'aderenza alla regola benedettina che doveva essere osservata, giunsero nel monastero altri monaci tedeschi che si occuparono anche di raccogliere altri manoscritti.[29]

Le relazioni tra monaci e tedeschi però si incrinarono tanto che i primi arrivarono addirittura a distrugger il carroccio.[d persico 147] Di loro ebbe modo di rilevare un cattivo comportamento anche l'abate commendatario (1567-1577) Giovanni Francesco Commendone che in occasione di una visita parlò di “disciplinam regularem in hoc Monasterio esse valde depravatam, ac fere collapsam... Preterea graves excessus in Monasterio factos fuisse” dovendo, di conseguenza, promuovere una Reformatio monachorum S. Zenoni.[30]

Fu però solamente la peste del 1630 ad allontanare definitivamente i monaci tedeschi da San Zeno. La terribile epidemia risparmiò solamente un tale Leonardo, converso non professo, e i sacerdoti Giovanni Galingh e Mauro Haymb. I superstiti per prima cosa proposero di richiamare altri tedeschi per riportare il numero dei monaci al minimo di 12, come stabilito in precedenza.[31] Fu però l'abate commendatario Pietro Contarini ad opporsi a tale idea introducendo a San Zeno quattro monaci vallambrosiani, provenienti dalla vicina chiesa della Santissima Trinità e arrivando ad accusare don Mauro di sottrazione di documenti facendolo, così, incarcerare. Tornato in libertà, il sacerdote tedesco, inizia una dura battaglia per tornare a san Zeno[32] che si conclude con il sua assassinio, avvenuto nel 1637 a Mantova, per mano di un sicario. Da questo momento la Serenissima emana un decreto con cui si vieta l'inserimento nel monastero di san Zeno di qualsiasi monaco straniero.[33]

La fine dell'abbaziaModifica

 
Il cardinale Luigi Priuli, benefattore dell'abbazia

Nel 1684 il cardinale Luigi Priuli assunse la carica di abate commendatario che tenne fino alla sua morte avvenuta nel 1720. Grazie a lui il monastero riceve diversi donativi e anche in punto di morte ricorda San Zeno tanto da lasciarli neltestamento moltissimi dei suoi libri oltre a chiedere che il suo cuore potesse essere sepolto davanti all'altare maggiore, desiderio che viene esaudito e ancora oggi è possibile vedere una lastra di marmo nero dove venne inumato. Sulla porta di ingresso della biblioteca del monastero i monaci posero un'epigrafe a ricordare la generosità del Priuli verso di loro, su cui vi è scritto: “PRAECLARUM HUIUS BIBLIOTHECAE CUM DOTE // UNCREMENTUM ALOYSII CARD. PRIOLO AB. // COM. EX TEST. MUNUS XVI MARTII MDCCXX”.[34]

Pochi anni più tardi la biblioteca del monastero continua ad espandersi grazie ad un altro lascito, questa volta è il veronese Ludovico Perini che nel su testamento, redatto il 14 gennaio 1731[35] dona tutti i suoi libri.[36]

Il 5 dicembre 1770 il senato veneziano emana un decreto con cui si impone la soppressione di quattro monasteri benedettini tra cui quello di San Zeno a Verona.[N 3] Inizialmente venne previsto di traslare i libri della biblioteca presso la Basilica di San Giorgio Maggiore a Venezia ma, grazie all'opposizione di alcuni cittadini veronesi essi poterono rimanere al loro posto affinché venisse fondata una “Pubblica Libreria”. In [37] Secondo quanto riportato nel trattato “Beschreibung Verschiedener Biblioteken in Europa” del prete e bibliotecario Adalbert Blumenschein (1720 circa-1781) sembra che questa biblioteca si trovava ancora nel convento e che fosse accessibile agli studiosi solo di rado, forse solo due volte ogni tre mesi.[38]

Nel 1771 il comune di Verona acquistò per 2 400 ducati il monastero e venne deciso di trasferire la biblioteca in un punto più centrale della città. Con la successiva acquisizione della chiesa di San Sebastiano si poté dar atto a quest'intenzione e così nel 1792 nacque, sulla base del fondo libraio proveniente dal monastero, la Biblioteca civica di Verona. Infine, nel 1797, a seguito della dominazione napoleonica venne sancita definitivamente la soppressione della mensa abbaziale di San Zeno.[39]

Gli imperatori tedeschi e l'abbaziaModifica

C'è un forte legame nella storia fra gli imperatori tedeschi e l'abbazia, avutasi dal X secolo in poi con lo sviluppo del Sacro Romano Impero Germanico. Per lungo tempo Verona fu spesso sede e residenza degli imperatori tedeschi in Italia. La base scelta fu sempre l'abbazia di San Zeno, forse perché difendibile come una struttura militare. Lo stesso imperatore tedesco Ottone I diede impulso ai lavori di ingrandimento dell'abbazia e così fecero anche gli altri imperatori tedeschi successivi. Sono storicamente documentate diverse presenze degli imperatori tedeschi nell'abbazia di San Zeno, i quali vi risiedevano per diversi mesi con tutta la propria corte e con i vertici dell'esercito imperiale. La torre dell'abbazia era generalmente il luogo dove l'imperatore riceveva in udienza i suoi dignitari e collaboratori. Al piano primo della torre è presente un pregevole affresco murale che raffigura l'imperatore Federico II di Svevia nel momento in cui riceve l'omaggio dei suoi sudditi, appartenenti a tutti i popoli europei e mediterranei. La torre e l'abbazia sono in muratura di mattoni a faccia vista e presentano la nota merlatura ghibellina, con tipica forma a coda di rondine, che è presente anche in altri edifici storici veronesi, in segno di appartenenza della città all'alleanza politica ghibellina.

I dominiModifica

I domini immobiliari e territoriali dell'abbazia erano vasti. I primi nascono ai tempi dei Longobardi. Alcuni sono contigui a quelli dell'altra importante abbazia veronese, Santa Maria in Organo. Si ricordano quelli nell'attuale comune di Gazzo che erano annessi al Cesòn, quelli di Erbè che crebbero fino a raggiungere una vasta area nel 1668; quelli di Sorgà; parte del comune di Povegliano; parte del comune di Buttapietra; a Bardolino la chiesa di San Zeno e pertinenze con un dono di re Pipino; a Fumane una parte della parte meridionale del comune al confine con Sant'Ambrogio di Valpolicella; quelli della Frizzolana nell'attuale comune di Bosco Chiesanuova dove si produceva il Carbon bianco; quelli intorno al Monte Loffa nella parte nord dei comuni di Sant'Anna d'Alfaedo e Fumane; quelli di Ostiglia, attualmente in provincia di Mantova, accennati dall'imperatore Lotario quando confermava i privilegi concessi all'abbazia nell'anno 833; alcune chiese e monasteri dell'attuale provincia di Treviso.

L'abbazia e la Divina CommediaModifica

Forte è il legame di Dante Alighieri con Verona, dove ha lasciato anche la sua discendenza. Nel canto XVIII del Purgatorio cita l'abate Giuseppe, figlio naturale deforme e ritardato mentale (deforme nel corpo e nella mente: «perché suo figlio, mal del corpo intero, /e de la mente peggio, e che mal nacque, /ha posto in loco di suo pastor vero») del conte Alberto della Scala, che per diritto di giuspatronato concesso dal Papa, impose il proprio figlio come abate al posto di un abate vero. Per questo il conte pianse per il Monastero.

«Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: "Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni.

Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha già l'un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d'avere avuta possa;

perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero".

Io non so se più disse o s'ei si tacque,
tant' era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.

E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
disse: "Volgiti qua: vedine due
venir dando a l'accidïa di morso".»

(Dante Alighieri, Purgatorio, Canto XVIII, versi 112-132)

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ A titolo di esempio, è appurato che lo scriptorium della cattedrale di Verona fosse attivo almeno dal 517 (forse già da un secolo prima) ovvero dalla data impressa sul codice di Ursicino che qui è custodito]]. Da tale scriptorium ebbe origine la biblioteca capitolare ancora oggi esistente e dunque considerata la più antica al mondo ancora in attività. In Parolotto, 2002, p. 10.
  2. ^ Nel codice è scritto semplicemente “missale quod fuit episcopi Abelardi”, gli storici propendono quindi per Adelardo Cattaneo, invece che per il suo omonimo Adalardo di Verona vescovo tra il IX e X secolo. In Parolotto, 2002, p. 8.
  3. ^ Oltre a quello di San Zeno, vennero soppressi quello di San Nicolò al Lido, l'abbazia di Busco, e quello dei Santi Nazaro e Celso a Verona. In Parolotto, 2002, p. 39.

BibliograficheModifica

  1. ^ http://www.diocesiverona.it
  2. ^ Parolotto, 2002, p. 1.
  3. ^ Biancolini, 1749, p. 41.
  4. ^ Parolotto, 2002, p. 2.
  5. ^ Parolotto, 2002, p. 2.
  6. ^ Parolotto, 2002, p. 3.
  7. ^ Parolotto, 2002, pp. 5, 10.
  8. ^ Parolotto, 2002, p. 4.
  9. ^ Parolotto, 2002, p. 4.
  10. ^ Parolotto, 2002, p. 14.
  11. ^ Parolotto, 2002, p. 4.
  12. ^ Parolotto, 2002, p. 5.
  13. ^ Parolotto, 2002, p. 5.
  14. ^ Solinas, p. 265.
  15. ^ Simeoni, p. 141.
  16. ^ Parolotto, 2002, p. 5.
  17. ^ Parolotto, 2002, pp. 6-7.
  18. ^ Parolotto, 2002, p. 6.
  19. ^ Parolotto, 2002, p. 7.
  20. ^ Parolotto, 2002, p. 8.
  21. ^ Parolotto, 2002, p. 9.
  22. ^ Parolotto, 2002, p.1.
  23. ^ Parolotto, 2002, p. 11.
  24. ^ Da Lisca, 1941, p. 138.
  25. ^ Valenzano, 1993, p. 12.
  26. ^ Parolotto, 2002, p. 12.
  27. ^ Parolotto, 2002, p. 13.
  28. ^ Parolotto, 2002, p. 14.
  29. ^ Parolotto, 2002, p. 14.
  30. ^ Parolotto, 2002, pp. 16-18.
  31. ^ Parolotto, 2002, p. 19.
  32. ^ Parolotto, 2002, p. 20.
  33. ^ Parolotto, 2002, p. 21.
  34. ^ Parolotto, 2002, p. 26.
  35. ^ Parolotto, 2002, p. 29.
  36. ^ Parolotto, 2002, pp. 30-31.
  37. ^ Parolotto, 2002, p. 39.
  38. ^ Parolotto, 2002, pp. 42-43.
  39. ^ Parolotto, 2002, p. 43.

BibliografiaModifica

  • Giovanni Battista Biancolini, Notizie storiche delle chiese di Verona, Verona, 1749, ISBN non esistente.
  • Girolamo Orti Manara, Dell'antica basilica di San Zeno, Verona, 1839, ISBN non esistente.
  • Gian Paolo Marchi, Angelo Orlandi e Maurizio Brenzoni, Il culto di San Zeno nel veronese, Verona, Banca mutua popolare di Verona, 1972.
  • Giorgio Borelli (a cura di), Chiese e monasteri di Verona, Verona, Edizioni B.P.V., 1981, ISBN non esistente.
  • G. Lorenzoni e G. Valenzano: Il duomo di Modena e la basilica di San Zeno. Verona, 2000.
  • Alessia Parolotto, La biblioteca del monastero di San Zeno in Verona (1318-1770), Verona, Della Scala, 2002.
  • Giovanni Solinas, Storia di Verona, Verona, Centro Rinascita, 1981, SBN IT\ICCU\SBL\0619693.
  • Luigi Simeoni, Studi su Verona nel medioevo, I volume, Verona, 1959, SBN IT\ICCU\VEA\0008536.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Controllo di autoritàLCCN (ENn80053301 · WorldCat Identities (ENn80-053301