Apri il menu principale

Chiesa dei Santi Nazaro e Celso (Verona)

edificio religioso di Verona
Chiesa dei Santi Nazaro e Celso
ChiesaSantiNazaroCelosVR.jpg
Facciata
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàVerona
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareNazario e Celso
Diocesi Verona
Stile architettonicogotico, rinascimentale
Inizio costruzione13 ottobre 1464
Completamento1688

Coordinate: 45°26′27.9″N 11°00′31.9″E / 45.441083°N 11.008861°E45.441083; 11.008861

La chiesa dei Santi Nazaro e Celso è una chiesa di Verona, situata nel quartiere di Veronetta, sulla strada che conduce a porta Vescovo. L'origine è collocabile intorno al VII secolo quando un primo, semplice, edificio monastico sorto in epoca longobarda venne realizzato ai piedi del vicino monte Castiglione. Parte di questo piccolo sacello, originariamente dedicato a San Michele Arcangelo, sopravvive tutt'ora con i suoi affreschi e i suoi pavimenti a mosaico. Si trattava probabilmente di un martyrium dedicato alla venerazione delle reliquie dei Santi Nazaro e Celso.

Accanto a questo primo edificio vi era una chiesa, probabilmente in stile romanico, fatta costruire dai monaci in epoca longobarda (come gli altri benedettini dapprima seguivano la regola di San Colombano di Bobbio e dopo la riforma in epoca carolingia quella benedettina), di cui nulla oggi è rimasto ma abbiamo prove della sua esistenza essendo citata nel Versus de Verona (fine del VIII secolo) e rappresentata nell'iconografia rateriana (prima metà del X secolo). La prima menzione archivistica della comunità monastica annessa risale ad un documento del 1035, fonti successive raccontano di un monastero in crescita grazie ad alcuni beneficium. Con un diploma del 24 maggio 1111 il monastero passò sotto la protezione diretta dell'imperatore Enrico V di Franconia in un vero e proprio rapporto vassallatico. Nel XIII secolo Ezzelino III da Romano, da poco entrato in Verona, spogliò la comunità dei monaci dei propri vasti possedimenti ed esiliò l'abate preoccupato del suo crescente potere e della sua avversione. Con il successivo avvento degli scaligeri il monastero riebbe le sue proprietà ma si evitò di riconfermargli il potere politico di un tempo. Dopo oltre un secolo di declino, papa Eugenio IV nel 1444 dispose che la comunità benedettina veronese venisse unita con la più ricca abbazia di Santa Giustina di Padova. Ciò dette ai monaci un nuovo slancio che gli permise nel 1464 di abbattere la precedente chiesa romanica ed iniziare la costruzione dell'edificio odierno. La consacrazione della nuova chiesa avvenne il 19 gennaio 1483. Nel 1767 venne soppresso il monastero benedettino e i beni acquisti dalla repubblica veneta per poi essere in parte ceduti quattro anni dopo alle monache benedettine di San Daniele, le quali apportarono alcuni restauri. L'editto di Napoleone del 1810 sciolse definitivamente il monastero le cui mura verranno poco dopo abbattute per lasciare posto alla sola chiesa.

L'attuale edificio venne realizzato in un misto di stile gotico e architettura rinascimentale. Il portale inserito in una sobria facciata è raggiungibile attraversando il sagrato racchiuso da un alto muro. L'interno è diviso in tre navate che conducono ad un transetto che si interpone tra il piedicroce e il presbiterio. Sul fianco di ogni navata laterale sono collocati cinque altari ognuno dei quali è arricchito dalla presenza di una pala d'altare sovrastata da una lunetta dipinte da celebri pittori veronesi tra cui: Antonio Badile, Orlando Flacco, Battista del Moro e Domenico Brusasorzi. La volta del presbiterio e il catino absidale vennero affrescati da Paolo Farinati che realizzò anche del due tele poste ai lati del coro. Al termine del braccio destro del transetto si apre la cappella di San Biagio, completata nel 1508 per ospitare le reliquie dei martiri San Biagio e Santa Giuliana giunte portate qui nel 1174. La cappella è riccamente decorata da un ciclo pittorico a cui lavorarono, tra gli altri, Falconetto, Domenico e Francesco Morone, Paolo Morando, Bartolomeo Montagna, Francesco Bonsignori, Girolamo dai Libri e Moretto.

Indice

StoriaModifica

Origine: il martyrium di San MicheleModifica

 
Affresco sulla parete del sacello dei Santi Nazaro e Celso

L'attuale edificio risale al XV secolo ma è solo l'ultimo di una serie di fabbricati religiosi che si susseguirono nei secoli. L'origine della chiesa dei Santi Nazaro e Celso è molto antica e può essere fatta risalire alla realizzazione di un primo, semplice, edificio ai piedi del vicino monte Castiglione nel cui tufo venne scavato l'abside e originariamente dedicato a San Michele Arcangelo,. Probabilmente si trattava di un martyrium dedicato alla venerazione delle reliquie dei Santi Nazaro e Celso e risalente all'epoca paleocristiana, tra il VI e il VII secolo, agli albori del cristianesimo.[1] Oltre all'abside scavato, questo edificio era costituito da un androne cruciforme buio in muratura con transetto e volta a botte. Le pareti erano decorate da cicli di affreschi, in strati sovrapposti di varie epoche, che in parte vennero staccati nel 1881 e spostati nella ex chiesa di San Francesco al corso (dove si trova la tradizionale tomba di Giulietta mentre parti del pavimenti a mosaico rimangono sul posto.[2][3] Accanto a questo martyrium doveva trovarsi un rudimentale monastero benedettino.[4]

Secondo quanto ricostruisce Carlo Cipolla questo sacello (da alcuni indicato anche come “grotta” o come “cappella”) venne profondamente danneggiato dalle invasioni degli Ungari ed in particolare durante quella del 933 per poi essere restaurato per volere del vescovo di Verona Otberto che promosse anche la realizzazione degli affreschi.[3] Cipolla deduce questo grazie ad una scritta del 996 trovata sul posto e oramai perduta che recitava: "ANN. AB INCARNC dNi NRI DCCCCXCVI. INDIC X". Tuttavia i due strati di intonaco che si riscontrano suggeriscono che che ai primi antichi affreschi se ne aggiunsero di ulteriori che possono essere datati intorno al 1180.[1][4]

Periodo basso medioevale: primitivo edificio romanicoModifica

 
Iconografia rateriana, la più antica rappresentazione visuale di Verona (prima metà del X secolo); è visibile la primitiva chiesa dei Santi Nazaro e Celso

Relativamente al periodo alto medioevale nessun documento scritto ci è pervenuto riguardo a questo primitivo insediamento benedettino. Tuttavia il complesso religioso viene citato nel Versus de Verona, un poema della fine del VIII secolo, ed è ben riconoscibile nella cosiddetta iconografia rateriana, la più antica rappresentazione visiva di Verona realizzata dal vescovo Raterio intorno alla prima metà del X secolo.[1]

Agli inizi del XI secolo, il progressivo aumento della popolazione spinse i benedettini a promuovere la realizzazione di un nuovo edificio di maggiori dimensioni. Tale iniziativa venne portata a termine durante gli ultimi anni dell'episcopato del vescovo Giovanni.[5] Il primo abate fu un certo Mauro.[6] Con ogni probabilità questa chiesa doveva essere di tradizionale stile romanico con pianta basilicale a cinque navate, ma nulla di più sappiamo,[7] come nulla sappiamo circa dell'istituzione della comunità benedettina in loco.[8] La prima menzione conosciuta dell'esistenza della comunità monastica benedettina aggregata alla chiesa risale ad un documento del 1035 in cui si attesta che l'abate di quel tempo era un certo Mauro. Le fonti successive raccontano di un monastero in netta crescita grazie all'attribuzione di alcuni beneficium nella provincia[N 1] concessi dai vescovi che si succedettero a capo della diocesi veronese.[9]

 
Diploma imperiale emanato il 24 maggio 1111 dall'imperatore Enrico V con cui poneva il monastero sotto la sua protezione

Con un diploma del 24 maggio 1111 il monastero passa sotto la protezione diretta dell'imperatore Enrico V di Franconia specificando che nessuna altra autorità, vescovo compreso, potesse rivendicare alcun potere giurisdizionale su di esso e sui suoi beni. Inoltre, questo atto conferì all'abate il potere di amministrare la giustizia, sia civile che criminale, in un vero rapporto vassallatico. Tale rapporto era confermato da alcuni obblighi in capo all'abate che, seppur poco più che formali, erano tipici di questa posizione giuridica.[9] Tra i vari obblighi, quello di celebrare una messa al giorno per l'imperatore e dodici nella ricorrenza della sua dipartita, e fornire un cavallo al vescovo veronese ogni qualvolta si fosse dovuto spostare su volere imperiale.[9] L'abate inoltre aveva il potere di creare cavalieri e militi e quindi di costituire una propria milizia a difesa del monastero.[10]

Una bolla papale di Adriano IV del 30 maggio 1158 confermava al monastero, allora retto dall'abate Clemente, i suoi privilegi e assicurava la protezione papale.[10] A quel tempo, il monastero possedeva un ostello e ospedale nel quale il 3 dicembre 1174 venne ospitato un barone tedesco di nome Bonifacio facente parte del seguito dell'imperatore Federico Barbarossa in quella che passerà alla storia come la terza crociata. Bonifacio morì poco dopo ma prima di spirare decise di fare omaggio all'abate che lo aveva assistito, padre Adriano, dei corpi dei martiri San Biagio e Santa Giuliana che aveva trafugato in Terrasanta. I monaci decisero di conservare provvisoriamente le preziose reliquie sotto l'altare maggiore.[11][10][12]

Nel secolo successivo il monastero aveva acquisito una tale ricchezza e un tale potere che portò Ezzelino III da Romano, da poco entrato in Verona, a disporre l'esilio dell'abate Bonifacio, ritenuto politicamente avverso, e di confiscare i vasti possedimenti dell'abbazia.[13] I monaci dovettero aspettare la salita al potere di Mastino I della Scala per ritornare in possesso dei propri beni ma la signoria scaligera evitò di conferigli qualsiasi potere politico.[14][15]

Il secolo successivo fu contrassegnato da una profonda decadenza del monastero, sia per quanto riguarda la propria dotazione economica sia per il numero di monaci che andò inesorabilmente ad assottigliarsi. A nulla servirono gli sforzi dell'abate Bartolomeo Mazzetti, deceduto nel 1442, e dei benefici concessi da papa Martino V con la bolla dell'11 gennaio 1419. Nel 1444 papa Eugenio IV dispose che il monastero dei Santi Nazaro e Celso veronese venisse unito con la prestigiosa abbazia di Santa Giustina di Padova che godeva di ben maggiori fortune.[16][17]

Realizzazione dell'edificio attualeModifica

 
Portale dell'attuale chiesa, si noti sopra di esso l'iscrizione che attesta la data della costruzione delle mura dell'edificio

L'unione con l'abbazia padovana dette nuova forza al convento, tanto che verso nella seconda metà XV secolo si procedette con la realizzazione dell'edificio odierno. L'inizio dei lavori, ricordato in una iscrizione posta sulla facciata sopra il portale di ingresso, avvenne il 15 ottobre 1464, poco dopo la demolizione del precedete edificio romanico. A quel tempo, Guglielmo da Milano ricopriva la carica di abate.[18][14] Secondo quanto documentato sull'iscrizione i lavori per la muratura esterna del nuovo edificio si conclusero il 6 aprile 1466,[N 2] tuttavia i lavori di rifinitura proseguirono per circa altri vent'anni in cui si susseguirono ritardi e riprese. L'apertura al culto avvenne il 19 gennaio 1483 sotto l'abate Gianfrancesco, l'arcivescovo di Durazzo Marco Cattaneo, vicario del vescovo veronese e cardinale Giovanni Michiel, procedette con la consacrazione.[19][20][8]

La nuova costruzione fu l'occasione per trovare una degna collocazione per le reliquie dei martiri giunte dalla Terrasanta che vantavano una grande venerazione da parte dei veronesi. Si decise pertanto di conferire a Beltrame Jarola (detto Beltramo da Valsolda) la costruzione di una cappella dedicata per ospitarle; i lavori iniziarono il 7 marzo 1488 con Girolamo da Piacenza a capo del monastero. L'anno successivo si procedette ad istituire una confraternita, denominata "di San Biagio", a cui conferire l'incarico di attendere all'edificazione. La cappella, di stile rinascimentale e collocata al termine del braccio di sinistra del transetto, venne completata venti anni dopo e il 24 aprile del 1508 si poté traslare le sacre reliquie.[20][8] La consacrazione era comunque avvenuta già il 30 luglio del 1491.[18]

 
La chiesa dei Santi Nazaro e Celso in un disegno dei primi anni del 1700

Oltre a questi importanti avvenimenti relativi alla vicenda edificatoria, negli stessi anni il monastero poté beneficiare di nuovi benefici: il 2 aprile 1498 papa Alessandro VI gli conferisce la giurisdizione dell'abbazia benedettina di Badia Calavena, il vescovo Marco Corner concede il titolo di parrocchia con fonte battesimale, Papa Paolo IV gli sottomette la pieve di Santa Maria di Tregnago.[20][21] La ritrovata prosperità economica permette al monastero di costruire l'attuale campanile,[22] di apportare ritocchi all'interno e di incaricare il celebre pittore Paolo Veronese di realizzare Cena in casa di Simone il fariseo da collocarsi nel refettorio (oggi esposta alla Galleria Sabauda).[23] Nella seconda metà del XVI secolo vengono effettuati diversi lavori che comprendono l'allungamento del presbiterio e la copertura del coro e dello stesso presbiterio di volte che verranno poi affrescate da Paolo Farinati nel 1575.[24]

La devastante epidemia di peste del 1630 che colpì gran parte d'Europa non risparmiò il monastero che perse quasi tutti i suoi monaci. Ne 1736 si provvedette al restauro della canonica.[22] Per volere del governo veneto, nel 1767 viene soppresso il monastero benedettino[25] e i beni acquisti dalla repubblica veneta;[24] quattro anni dopo, con atto rogato il 28 ottobre e per la somma di 14.500 ducati, le monache benedettine di San Daniele entrano in possesso del monastero e della chiesa, procedendo ad effettuare diversi restauri che molti critici non ritengono del tutto rispettosi dell'insieme architettonico.[26][27] L'editto di Napoleone del 1810 scioglie definitivamente il monastero le cui mura verranno da li a breve abbattute per lasciare posto alla sola chiesa che rimarrà a svolgere le funzioni di parrocchia.[28][29]

EsterniModifica

SagratoModifica

 
Portale attraverso il quale si accede al sagrato

Antistante alla chiesa vi è un ampio sagrato, di forma ellittica, racchiuso da un alto muro in cui si intervallano alcune lesene. Al sagrato si accede attraversando un ampio ed originale portale del 1688 in stile rinascimentale composto da quattro colonne binate, arricchite da due drappi annodati al fusto e poggianti su basi quadrate. Queste sorreggono una trabeazione di ordine dorico, decorata con simboli ecclesiastici, con frontone che racchiude un timpano decorato con la croce di Lorena, una variante dello stemma dell'ordine benedettino, e il motto "PAX".[30][11]

All'interno, il muro di cinta è suddiviso da paraste che si alternano con delle nicchie vuote e in cui probabilmente dovevano collocarsi delle statue secondo le intenzioni del progettista. Le paraste terminano con delle cuspidi che superano il muro a sua volta sormontate da una pietra sferica. Sopra la chiave dell'arco del frontone interno vi è una lapide in cui si legge: "PROSPECTVM HVVNC SITV SQVALIDVM // AC RUDERIBUS HORRIDUM // IN AMOENIOREM FORTUNAM // ABBAS ET MONACHI RESTITVERVNT // ANNO SALVTIS MDCLXXXVIII // FRANCISCO MOSCARDO CO PROTECTORE". L'intera opera fu ideata dall'architetto Antonio Saletti e finanziata dal nobile Francesco Moscardo.[30][11]

FacciataModifica

 
Facciata della chiesa

La sobria facciata in cotto della chiesa dei Santi Nazaro e Celso si presenta divisa in tre settori, corrispondenti alle navate interne, la cui centrale, delimitata da paraste, risulta nettamente più alta rispetto alle due laterali.[31] Sotto gli spioventi vi è una decorazione costituita da archetti rampanti leggermente aggettanti e ortogonali all'inclinazione del tetto. Sopra la gronda cinque pilastrini decorati con un arco trilobato sorreggono alti pinnacoli che terminano con una croce. Centralmente vi è un'ampia apertura ovale, racchiusa in una cornice in marmo strombata con anelli concentrici, che richiama l'architettura gotica lombarda.[11][32]

Sotto di essa si apre il portale in stile neogotico racchiuso in un arco acuto lievemente strombato e sorretto da piedritti costituiti da colonnine tortili e pilastrini lisci susseguenti che terminano in capitelli su cui sono scolpiti motivi floreali. Tra il portale e il vertice dell'arco vi è una lunetta affrescata, opera oramai rovinata di Paolo Ligozzi in cui ha rappresentato la Beata Vergine col Figlio e ai lati i Santi Nazaro e Celso. Sopra il portale, nel 1466, venne posta una lapide a ricordo del completamento della struttura muraria della chiesa, mentre sul lato destro vi è un elogio del poeta Girolamo Pompei. Lateralmente si aprono due grandi finestroni a tutto sesto con cornice marmorea che illuminano le navate interne.[11][32]

CampanileModifica

 
Il campanile della chiesa

Il caratteristico e originale campanile rinascimentale venne commissionato nel novembre del 1550 dall'abate padre Mauro Vercelli all'architetto Francesco da Castello (1486 – 1570), discendente di una famiglia di lapicidi originaria della Lombardia. La la fornitura e la lavorazione delle pietre bianche fu affidata ai fratelli Gadin di Sant'Ambrogio di Valpolicella.[33] È caratterizzato da un alto fusto, realizzato in cotto con alcuni elementi in pietra, segnato da quattro lesene terminanti con un arco acuto che lo percorrono fino alla cella campanaria. Quest'ultima è caratterizzata da una apertura a bifora per ogni lato che presentano dei mascheroni posti sulle chiavi di volta.[11][34] Sopra la cella corre un fregio composto da metope e glifi su cui si innalza una loggetta con una balaustra leggermente sporgente. Infine, il campanile termina con un pigna piramidale a base quadrata realizzata in cotto con costoloni in pietra bianca ai lati. Caratteristica unica tra i campanili della città di Verona è la presenza dell'orologio sul fusto.[35]

La cella campanaria, in tipico stile quattrocentesco, ospita un insieme di sei campane intonate secondo la scala musicale di Re3 calante. Fuse nel 1849 dalla ditta Cavadini,[N 3] vengono spesso citate dagli esperti come uno fra i più pregiati cori campanarii esistenti nella penisola.[36] Esse vengono tuttora suonate manualmente secondo la tecnica dei concerti di Campane alla veronese.

InterniModifica

 
Panimetria della chiesa. Alla lettera B la cappella di San Biagio, alla lettera O la sagrestia

L'attuale chiesa a tre navate e tre absidi con crociera risultò dagli interventi quattrocenteschi. Le navi sono di sei campate ciascuna e divise tra di loro da pilastri di ordine dorico con lesene. Questi pilastri sorreggono pilastri di ordine ionico che sostengono a loro volta gli archi di cintura delle volte. Le arcate trasversali delle navate minori sono invece acute e la loro copertura è tutta a vela.[11]

La navata centrale, oltre che dall'occhio aperto sulla facciata, è illuminata dal delle finestrelle rotonde poste in corrispondenza di ogni campata nel sottarco della vela del soffitto.[37] Ai lati delle navate laterali sono posti, leggermente rientranti, cinque altari tutti incorniciati da lesene a specchio specchio decorate nel fusto e che sorreggono un capitello. Le due navatelle ricevono luce da due grandi finestroni ad arco a tutto sesto inseriti nella facciata. Il piedicroce termina in un transetto il cui braccio sinistro si conclude con una balaustra che separa la cappella di San Biagio, mentre quello destro conduce alla sagrestia.[11]

 
Navata centrale

Il presbiterio è di forma rettangolare così come lo è il coro. Ai lati del presbiterio si aprono de piccole cappelle poste in continuazione delle due navate laterali. La chiesa termina con un abside semicircolare con catino. L'attuale pavimento venne posato nel 1843.[38]

L'attuale organo della chiesa, posto nella cantoria sopra la porta di ingresso, è una realizzazione del 1852 del vicentino Gian Battista De Lorenzi e presenta due ante dipinte da Battista Brusasorzi in cui sono raffigurati degli angeli musicanti posti dietro una balconata di un loggiato.[39][40] All'interno della chiesa vi sono tre confessionali realizzati in noce e risalenti al XVI secolo. Appena entrati si incontrano due acquasantiere in marmo rosso di Verona anch'esse del cinquecento.[41] Le tavole della via crucis vennero dipinte nel 1820.[39]

Altari della navata di sinistraModifica

 
Navata di sinistra

Entrando dal portale principale, sul primo altare che si incontra sulla navata di sinistra è collocata una pala d'altare, collocabile intorno al 1580, di Michelangelo Aliprandi raffigurante una Beata Vergine allattante in trono e ai lati i Santissimi Rocco e Sebastiano sormontata da una lunetta, sempre di Aliprandi, con il battesimo di Cristo. In entrambe le opere si nota come l'autore tragga ispirazione dagli esponenti della scuola veronese come Caroto, dai Libri e il suo maestro, il celebre pittore Paolo Veronese, pur attestandosi ad un risultato qualitativo di più modesto rilievo.[42] Sul primo pilastro della navata vi è appeso un dipinto ad olio su tela di autore ignoto del XV secolo, probabilmente un imitatore di Stefano da Verona, con raffigurata una Madonna col Bimbo tra le braccia.[43][44]

La pala del secondo altare è invece una pregevole opera firmata e datata 1545 dal pittore Antonio Badile in cui è rappresentata La Beata Vergine col Figlio in gloria e i Santissimi Battista, Antonio Abate, Benedetto e Biagio e tradizionalmente conosciuta come "pala di san Biagio". Sul retro vi sono riportate informazioni sulla data di realizzazione e di collocazione.[N 4] La tela, prettamente manieristica, richiama l'arte lombarda ed in particolare lo stile di Moretto da Brescia. Il dipinto della lunetta, Le tentazioni di Sant'Antonio abate, è invece opera di Michelangelo Aliprandi.[45][46]

Il pittore Giulio Carpioni è invece l'autore della pala del terzo altare in cui è rappresentato San Mauro che risana gli ammalati mentre la realizzazione della lunetta venne affidata a Battista del Moro che affrescò un San Francesco che riceve le stimmate, non una delle sue opere più riuscite.[47][48]

Il quarto altare è abbellito da una pala, Cristo crocifisso, dipinta nel 1560 da Orlando Flacco, in cui spicca il sapiente utilizzo del chiaroscuro a sottolineare l'aspetto drammatico della scena.[48] Di dubbia attribuzione il Cristo risorto dipinto nella lunetta in cui tradizionalmente si è indicata la mano di Francesco Torbido ma che più recentemente si è ipotizzato che sia anch'esso del Flacco.[49][50]

Infine, la pala che adorna il quinto altare, raffigurante Beata Vergine col Figlio e i Santissimi Pietro, Paolo e Margherita, è opera di gran pregio del pittore veronese Domenico Brusasorzi, collocabile tra il 1547 e il 1548. Interessante la composizione cromatica ed in particolare il rosa cangiante utilizzato per la veste della Madonnna e il colore "sabbia" per la tunica di San Pietro. Inizialmente il dipinto era collocato nella chiesa di Santa Maria del Paradiso e poi qui spostato nel 1810.[51] Sempre del Brusasorzi è il dipinto della lunetta in cui rappresenta Cristo che consegna le chiavi a San Pietro, opera ad affresco profondamente influenzata dalla scuola veneziana e non classificabile tra le migliori realizzazioni di Domenico.[52][53]

Altari della navata di destraModifica

 
Quarto altare della navata di destra con la pala Ecce Homo del pittore Orlando Flacco

Il primo altare della navata di destra appartenne, come si può notare dall'arma gentilizia rappresentata nel plinto dei pilastri laterali, alla famiglia nobiliare degli Orci. L'autore della pala, datata 1584, La conversione di San Paolo è il pittore Bernardino India[54] che per realizzarla ha tratto ispirazione del mantovano Giulio Romano. India realizzò anche il dipinto ad olio e quasi monocromo (con toni biancastri e gialli chiaro), trasfigurazione di Cristo, per la lunetta,[39] mentre le decorazioni dei sotto archi potrebbero essere attribuibili alla bottega di Paolo Farinati .[55]

Del Farinati è certamente la tela raffigurante una Annunciazione collocata sul secondo altare che, oltre a firmarla, Paolo provvedette a datarla MDLVII. Sempre dello stesso autore scelse di rappresentare Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre per la lunetta, considerato uno dei migliori lavori di Farinati e il cui disegno preparatorio è oggi conservato nelle collezioni reali del castello di Windsor.[56][57]

Giovanni e Paolino Caliari sono, invece, gli autori della pala Sacro Cuore di Gesù in gloria e ai lati san Benedetto da Norcia e la beata Caterina da Raconigi per il terzo altare di destra che firmano "PAOLO ET JOVANES CALIARI - V. PIN - MDCCCXXVI". La lunetta invece è opera di Battista del Moro in cui rappresenta L'incontro di Cristo con le pie donne.[58]

La manieristica pala del quarto altare è un Cristo presentato al popolo (o Ecce Homo) opera risalente al 1560 del pittore Orlando Flacco in cui gli elementi compositivi, si pensi all'ambiente architettonico dello sfondo e le due figure dei soldati, denotano una chiara ispirazione allo stile di Paolo Veronese. Anche qui un giovane Battista del Moro è l'autore della lunetta santa tratta davanti ad un giudice realizzata nel 1632.[59][60]

Sul quinto e ultimo altare è collocata la pala Sacra Famiglia in gloria, ai lati in basso i santi Antonio da Padova e Francesco realizzata da Giovanni Caliari verso la prima metà del XIX secolo.[61] Il padre di Giovanni, Paolino Caliari, è invece l'autore della lunetta in cui è rappresentata La discesa dello Spirito Santo.[62]

TransettoModifica

Sul braccio sinistro del transetto, in corrispondenza della navata laterale, vi è la "Cappella del Sacro Corpo di Cristo" (o "Cappella del Santissimo"). Realizzata nel 1722 presenta una volta a cupola con decorazione a cassettoni. Originariamente sopra l'altare barocco era presente una pala raffigurante Cristo che comunica gli apostoli di Antonio Balestra e ora spostata nella vicina cappella dei Gaio; al suo posto trova oggi collocazione una statua della Beata Vergine di Lourdes. Alle pareti si trovano due tele del pittore settecentesco Felice Boscaratti: a destra Il sogno di Elia, a sinistra Il sacrificio di Melchisedech. Il braccio del transetto termina, infine, con la cappella di San Biagio.[63][64]

Sul transetto di destra, posta davanti alla navata laterale, vi è una cappella realizzata da Ottavio Zanella nel 1805 su progetto di Leonardo Manzati e dededicata alla Vergine Assunta. Il soffitto con volte a botte è decorato da un affresco di autore ignoto e assai deteriorato. In fondo al braccio destro del transetto si apre la sagrestia; sullo stesso muro sono presenti alcune importanti lapidi. Una di esse, posta alla sinistra della porta che conduce alla sagrestia, ricorda la consacrazione della chiesa del 1484, mentre in quella posta a destra attesta la traslazione delle reliquie dei Santi Biagio e Giuliana nella nuova cappella nel 1466. Sopra la porta vi è una statua policroma in terracotta collocata in una nicchia. Sulla parete de destra vi è la porta che conduce al chiostro e sopra di essa vi è posto, in una nicchia, il busto del poeta Girolamo Pompei.[N 5] Sul lato destro si apre anche un piccolo locale che ospita la tomba dei Sacerdoti, sul pavimento vi è una lapide con l'iscrizione: "SACERDOTUM SODALITATI MDCCLXXIX".[65]

Presbiterio, coro e absideModifica

 
Presbiterio della chiesa. La volta e il catino absidale vennero affrescati da Paolo Farinati, sue anche le tele ai lati del coro.

Di gusto rinascimentale, il presbiterio della chiesa dei Santi Nazaro e Celso è sormontato da un soffitto realizzato con volta a vela e decorato da affreschi di Paolo Farinati che realizzò anche i quadri qui collocati. Alla sinistra vi è Il battesimo di san Nazaro impartito da san Lino in cui Farinati realizza il suo autoritratto e quello di Paolo Veronese nei volti delle due uomini appoggiati alle colonne. Sopra di esso la lunetta rappresenta I santi Nazaro e Celso condotti in carcere. Sempre Paolo è l'autore della tela appesa sulla parete di destra, viaggio di San Nazaro da Roma a Milano, sovrastata dalla lunetta I santi Nazaro e Celso illuminati dallo Spirito Santo fanno precipitare infranti gli idoli. Entrambe le opere presentano uno stile spiccatamente manieristico che tradisce alcune forzature negli atteggiamenti dei personaggi. Al centro del presbiterio vi è appeso un grande Crocifisso dipinto a tempera su tavola con un fondo oro.[62]

Il coro ha un soffitto che nella prima parte è a volta a botte mentre nell'abside è a catino. Anch'esso venne affrescato da Farinati. Sempre di Paolo Farinati sono le tele poste alla sinistra e alla destra del coro, la prima raffigura I santi Nazaro e Celso condotti davanti all'imperatore per sacrificare agli idoli (firmato e datato PAVLVS - FARINATI - F - MDLXXI), la seconda Il miracoloso salvataggio dei santi Nazaro e Celso gettati in mare.[66] Paolo Farinati è anche l'autore dell'incoronazione dei Santi Martiri Nazaro e Celso che decora il catino absidale. Sempre sull'abside, al centro vi è collocata la tela La Vergine col Figlio in gloria ai piedi i santi Nazaro e Celso di incerta attribuzione anche se sono stati proposti diversi nomi.[N 6] Nel pannello di sinistra sono raffigurati I santi Giovanni Battista e Benedetto mentre su quello di destra I santi Nazaro e Celso.[67]

Cappella di San BiagioModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella di San Biagio (Verona).

Al termine del braccio sinistro del transetto si apre, attraverso un arco largo 7,60 metri e alto 8,53, la cappella di San Biagio, considerata l'opera di maggior pregio della chiesa. I lavori per la sua edificazione, voluta per ospitare le reliquie di san Biagio e santa Giuliana, iniziarono nel 1488 su progetto di Beltrame di Valsolda a cui venne commissionata anche la direzione del cantiere.[68] Tuttavia a Beltrme venne affiancato il giovane pittore Giovanni Maria Falconetto al quale i più riconoscono la vera paternità dell'opera relegando al primo il ruolo, comunque non marginale, di esecutore.[69] I lavori per la cappella furono possibili grazie all'impegno economico della "Compagnia di san Biagio", una congregazione sorta proprio a sostegno del cantiere, che fece realizzare nel pavimento quattro sepolture per i proprio membri. Altri finanziamenti arrivarono dai committenti delle due edicole sepolcrali poste a destra e a sinistra.[70][71]

 
Particolare della cupola

La cappella è a pianta centrale e può essere vista come un parallelepipedo a base quadrata con lati di 8,2 metri, su cui è stata sovrapposta una calotta semi sferica la cui imposta si trova a 16,40 metri dal piano terra. I muri, in cotto, hanno uno spessore di 65 centimetri che aumenta a 83 nell'abside. Vi sono due nicchie laterali, e l'abside è provvista di volta a costoloni, di gusto quindi gotico.[72][73]

Tutte le superfici interne della cappella sono decorate ad affresco. Il cubo e la cupola furono dipinte dal Falconetto[N 7] tra il 1497 e 1499 in cui ha rappresentato elementi architettonici in cui sono collocate figure di santi, angeli e allegorie,[74] con l'eccezione della parete di destra a cui lavorarono alcuni sui allievi tra cui un certo Zuan Giacomo che realizzò l'Adorazione dei Magi per il catino dell'abside sepolcrale.[75] Nella cupola sono invece raffigurati i profeti con angeli volteggianti, mentre nel cupolino il Padre Eterno benedicente.[76] La facciata interna dell'arco di ingresso nella cappella venne dipinto, invece, dal Cavazzola nel 1514 con una Annunciazione e ai lati San Biagio e San Zeno.[77]

L'abside della cappella è di forma poligonale ed è innalzato di tre gradini. Gli affreschi del catino absidale sono opera di Domenico Morone che divide lo spazio in sette spicchi al cui interno rappresenta altrettante figure di santi e martiri.[78] Al centro vi è la pala d'altare Madonna in gloria e i santi Giuliana e Biagio, commissionata il 20 luglio 1514 al pittore Francesco Bonsignori.[79][80] Questa è inserita in una pregevole cornice realizzata da un certo Piero nel 1526[N 8] e successivamente decorata da Callisto e Girolamo dai Libri, con quest'ultimo che realizzò anche la predella, raffigurando Un miracolo di San Biagio, Il martirio di San Sebastiano, La decapitazione di santa Giuliana.[81] [82]

SagrestiaModifica

Al termine del braccio destro del transetto vi è la porta tramite la quale si accede alla sagrestia. Il suo spazio è suddiviso in tre campate con volta a vela con piedritti decorati multipli e pensili.[83] Il locale è adornato da un complesso di elementi in legno formato da panconi, spalliere e cassettoni realizzati intorno alla fine del XV secolo da un autore ignoto. Il mobile più interessante è il grande armadio posto in fondo alla che adorna l'altare della vestizione e in cui sono incise due scritte: RELIQVIAE SANCTORVM e ANNO DNI . MDCCLXVIII.[84]

Nella sagrestia sono inoltre presenti alcune tele. Bartolomeo Montagna dipinse il polittico con I santi Giuliano e Biagio e Cristo nel sepolcro, mentre Felice Brusasorzi è l'autore di La Beata Vergine col Figlio in gloria, ai lati in basso i santi Pietro, Paolo, Agostino e Benedetto appesa sopra la porta di ingresso.[61] Sulla parete di destra è appeso un San Benedetto genuflesso in adorazione della Vergine firmata da Simone Brentana e datata 1723. Di autore ignoto, anche se è stata proposta una possibile attribuzione a Francesco Benaglio[85], è invece l'olio su tavola raffigurante La Pietà con ai lati San Benedetto ed altro santo.[86]

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ Questi benefici riguardavano diversi beni a Lavagno, Mezzane, Illasi e Garda. In particolare, nel 1037, il vescovo Giovanni con un diploma donò alcuni fondi presso Coriano, Rivalta, Vighizzolo e Gazzo: "Ego Joannes quamvis indignus divina tamen disponente gratia episcopali... et per hanc meam concessionem ibidem disposui confirmari, videlicet Corlianum cum omni iure, Rivalta, Graziolo, villa Vigizolo seu vinei vel terris dominibus quoque tam infra civitatem positis... anno dominacae incarnationis millesimo trigesimo septimo. Indicione quinta". In Biancolini, 1723, Libro I, p. 263 e in Dal Forno, 1982, p. 21.
  2. ^ Di seguito il testo dell'iscrizione: CAPXH // III. ID . OCTOBRIS // MCCCCLXIIII // .DISCE . VTRVNQVE .SIMVL . GRAE // CO. SVB . GRAMATE . TEMPVS . // . ID . MIHI . PRINCIPVM .FINIS . // ET . ILLE . FVIT . // TEVOS // VIII. ID. APRILIS // MCCCCLXVI
  3. ^ Sul bordo delle campane è impressa la scritta "PIETRO - PADRE – FRANCESCO E LUIGI – FIGLI – CAVADINI – FONDITORI – VERONA". In Dal Forno, 1982, p. 40.
  4. ^ sul retro vi è infatti scritto: "Ab. Ant. Bajlo Veron. hoc opus factum est die jovis penultimo octobris MDXLIII". In Dal Forno, 1982, p. 57.
  5. ^ Alla base vi è la scritta: "HIERONYMO FANCISCI .F. // POMPEJO // ORATORI . PHILOLOGO . POETAE . // HOMINI . OPTIMO. // PUBLICE. // AN. MDCCLXXXXI. In Dal Forno, 1982, p. 68.
  6. ^ Tra i vari possibili autori proposti: Gian Battista Burato (1731-1787), Michelangelo Prunati (1690-1756 e figlio di Sante Prunati), Michelangelo Burato. In Dal Forno, 1982, p. 67.
  7. ^ Sulla sinistra la firma del pittore su due cartigli che recitano: "Io Maria Falconetus veron. Pinx." In Tessari, 1958, p. 48.
  8. ^ "per intagiador che sta sul Corso. In Dal Forno, 1982, p. 92.

BibliograficheModifica

  1. ^ a b c Dal Forno, 1982, p. 20.
  2. ^ Viviani, 2004, p. 226.
  3. ^ a b Dal Forno, 1982, p. 19.
  4. ^ a b Tessari, 1958, p. 5.
  5. ^ Biancolini, 1723, libro IV, p. 711; libro V, p. 55.
  6. ^ Tessari, 1958, p. 6.
  7. ^ Viviani, 2004, pp. 226-227.
  8. ^ a b c Viviani, 2004, p. 227.
  9. ^ a b c Dal Forno, 1982, p. 21.
  10. ^ a b c Dal Forno, 1982, p. 22.
  11. ^ a b c d e f g h Viviani, 2004, p. 228.
  12. ^ Tessari, 1958, p. 10.
  13. ^ Dal Forno, 1982, pp. 22-23.
  14. ^ a b Dal Forno, 1982, p. 23.
  15. ^ Tessari, 1958, p. 11.
  16. ^ Dal Forno, 1982, pp. 23-24.
  17. ^ Tessari, 1958, p. 13.
  18. ^ a b Tessari, 1958, p. 15.
  19. ^ Tessari, 1958, pp. 14-15.
  20. ^ a b c Dal Forno, 1982, p. 24.
  21. ^ Tessari, 1958, pp. 15-16.
  22. ^ a b Tessari, 1958, p. 16.
  23. ^ Dal Forno, 1982, pp. 24-25.
  24. ^ a b Dal Forno, 1982, p. 25.
  25. ^ Tessari, 1958, p. 17.
  26. ^ Tessari, 1958, p. 18.
  27. ^ Dal Forno, 1982, pp. 25-26.
  28. ^ Dal Forno, 1982, p. 26.
  29. ^ Tessari, 1958, p. 19.
  30. ^ a b Dal Forno, 1982, p. 39.
  31. ^ Dal Forno, 1982, pp. 39-40.
  32. ^ a b Dal Forno, 1982, p. 40.
  33. ^ Dal Forno, 1982, p. 41.
  34. ^ Dal Forno, 1982, pp. 40-41.
  35. ^ Tessari, 1958, p. 25.
  36. ^ Appunti di Mario Carregari, Pietro Sancassani e Luigi Gardoni presso l'archivio della Scuola Campanaria Verona in S. Anastasia.
  37. ^ Dal Forno, 1982, p. 53.
  38. ^ Tessari, 1958, p. 2.
  39. ^ a b c Tessari, 1958, p. 42.
  40. ^ Dal Forno, 1982, p. 70.
  41. ^ Dal Forno, 1982, p. 69.
  42. ^ Tessari, 1958, pp. 27-28.
  43. ^ Dal Forno, 1982, p. 56.
  44. ^ Tessari, 1958, p. 27.
  45. ^ Dal Forno, 1982, p. 57.
  46. ^ Tessari, 1958, p. 28.
  47. ^ Dal Forno, 1982, p. 58.
  48. ^ a b Tessari, 1958, p. 29.
  49. ^ Dal Forno, 1982, pp. 58-59.
  50. ^ Tessari, 1958, pp. 30.
  51. ^ Tessari, 1958, pp. 30-31.
  52. ^ Dal Forno, 1982, p. 60.
  53. ^ Tessari, 1958, p. 31.
  54. ^ Tessari, 1958, p. 41.
  55. ^ Dal Forno, 1982, p. 61.
  56. ^ Dal Forno, 1982, p. 62.
  57. ^ Tessari, 1958, pp. 40-41.
  58. ^ Dal Forno, 1982, p. 63.
  59. ^ Dal Forno, 1982, p. 64.
  60. ^ Tessari, 1958, p. 40.
  61. ^ a b Tessari, 1958, p. 39.
  62. ^ a b Dal Forno, 1982, p. 65.
  63. ^ Dal Forno, 1982, p. 68.
  64. ^ Tessari, 1958, pp. 31-32.
  65. ^ Dal Forno, 1982, pp. 68-69.
  66. ^ Dal Forno, 1982, pp. 65-66.
  67. ^ Dal Forno, 1982, pp. 66-67.
  68. ^ Tessari, 1958, p. 43.
  69. ^ Tessari, 1958, pp. 43-44.
  70. ^ Tessari, 1958, p. 44.
  71. ^ Dal Forno, 1982, pp. 90-91.
  72. ^ Tessari, 1958, p. 46.
  73. ^ Dal Forno, 1982, p. 90.
  74. ^ Tessari, 1958, p. 48.
  75. ^ Tessari, 1958, p. 50.
  76. ^ Tessari, 1958, p. 52.
  77. ^ Tessari, 1958, pp. 49-50.
  78. ^ Tessari, 1958, p. 54.
  79. ^ Tessari, 1958, p. 55.
  80. ^ Dal Forno, 1982, pp. 91-92.
  81. ^ Dal Forno, 1982, p. 92.
  82. ^ Tessari, 1958, p. 52-53, 56.
  83. ^ Tessari, 1958, p. 37.
  84. ^ Dal Forno, 1982, p. 145.
  85. ^ Tessari, 1958, pp. 38-39.
  86. ^ Dal Forno, 1982, p. 146.

BibliografiaModifica

  • Giovanni Battista Biancolini, Notizie storiche delle chiese di Verona, 1723, ISBN non esistente.
  • Giorgio Borelli (a cura di), Chiese e monasteri di Verona, Verona, Edizioni B.P.V., 1981, ISBN non esistente.
  • Federico dal Forno, La Chiesa dei SS. Nazaro e Celso, Verona, Fiorini editore, 1982, ISBN non esistente.
  • Gian Maria Varanini (a cura di), Il sacello di S. Michele presso la chiesa dei SS. Nazaro e Celso a Verona, Sommacampagna, Cierre, 2004, ISBN non esistente.
  • Giuseppe Franco Viviani, Chiese nel veronese, Verona, Società cattolica di assicurazione, 2004, ISBN non esistente.
  • Umberto Gaetano Tessari, La chiesa di San Nazaro, Verona, Edizioni di "Vita Veronese", 1958, ISBN non esistente.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica