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Giovanni Ansaldo (giornalista)

giornalista e scrittore italiano
Giovanni Ansaldo

Giovanni Ansaldo (Genova, 28 novembre 1895Napoli, 1º settembre 1969) è stato un giornalista e scrittore italiano.

Indice

BiografiaModifica

Discendente da una colta famiglia borghese genovese, era nipote del Giovanni Ansaldo, fondatore della società industriale di famiglia.

Esordì sulla carta stampata nel 1913 sulla «Rivista ligure di scienze lettere e arti», periodico ufficiale della Società di letture e conversazioni scientifiche, un cenacolo di intellettuali genovesi. Nello stesso periodo incominciò a collaborare con la rivista «L'Unità», fondata da Gaetano Salvemini, verso il quale nutrì sempre un'incondizionata ammirazione. Nel 1915, all'età di vent'anni, partecipò al "maggio radioso" e al noto episodio dell'inaugurazione del monumento di Quarto da parte di Gabriele d'Annunzio. Quindi partì per la prima guerra mondiale come ufficiale. Combatté nelle trincee sul fiume Isonzo, in Francia e poi in Renania.

Tornato in Patria, decise in un primo momento di tentare la carriera accademica. Parallelamente avviò una collaborazione giornalistica con il quotidiano della sua città. Lo chiamò il direttore de «Il Lavoro», Giuseppe Canepa (deputato del Partito socialista), che aveva letto i suoi articoli sulla rivista di Salvemini. Il primo pezzo firmato da Ansaldo sul «Lavoro» uscì il 29 ottobre 1919[1]. Abbandonò i propositi accademici e si concentrò sull'attività giornalistica. Nel 1922 venne nominato redattore capo dallo stesso Canepa. Ansaldo nutrì sempre un'incondizionata stima per il suo direttore, il quale guidò il quotidiano genovese fino al 1938, prima di ritirarsi a vita privata.

Amico di Piero Gobetti, nonché dotato di una vasta cultura, Ansaldo fu anche l'articolista principe della sua rivista «La Rivoluzione liberale» (1922-1925). Come caporedattore del «Lavoro», nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Politicamente socialista riformista, si batté a duello tre volte: con Giuseppe Ungaretti, Piero Parini, giornalista del «Popolo d'Italia», e con Telesio Interlandi, direttore del «Tevere».[2]

Avverso agli estremismi, non accettò i metodi violenti del fascismo, cui si oppose recisamente. Dal 1920 Ansaldo svolse attività antifascista[3]. Il 28 novembre 1926, quando aveva poco più di trent'anni, lasciò Genova per tentare di entrare clandestinamente in Francia, dove avrebbe vissuto da rifugiato politico. Ma a Como fu arrestato (insieme con Carlo Silvestri) in una retata di antifascisti.[4] Fu condannato al confino nell'isola di Lipari (30 maggio 1927). Decise di chiedere la grazia, che gli fu concessa ai primi di settembre. Raccontò queste vicende nell'opera L'antifascista riluttante.

Tornato in libertà (8 settembre 1927), si vide interdetta la firma come giornalista, ma continuò a pubblicare sul «Lavoro» attraverso lo pseudonimo Stella Nera. Nei primi anni Trenta incominciò a collaborare con Leo Longanesi, sostituendo Camillo Pellizzi come ideologo del periodico «L'Italiano». Il suo primo contributo, non firmato, risale all'aprile 1931. Anche sul celebre mensile culturale di Longanesi firmò i propri articoli come Stella Nera. I due giornali avevano un pubblico diverso, cui Ansaldo adattava il proprio stile: «Il Lavoro» seguiva la tendenza imperante di "andare verso il popolo" (in ogni numero erano pubblicati fino a tre feuilleton, che piacevano molto ai lettori). Per «L'Italiano», invece, scriveva pezzi di stampo più elitario.

Sposatosi con Maria Luigia Boscoscuro, ebbe quattro figli. Negli anni trenta il fascismo, da movimento rivoluzionario, era diventato regime, fondendosi con lo Stato. Ansaldo accettò il dato di fatto:

«In realtà, poca gente, come me, ha capito la ineluttabilità di quanto è successo in Italia, e si è convinto […] che in Italia è accaduta una rivoluzione, che le vecchie idee dell'Ottocento sono liquidate, e che ormai, prima di scrivere un rigo o fare un passo, bisogna tener conto di questo»

(Lettera a Leo Longanesi, in Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini, Firenze, Le Lettere, 2010, p. 136)

Con l'aiuto dell'amico Leo Longanesi Ansaldo si riavvicinò al regime e ottenne la riabilitazione. Nel febbraio 1935 fu nominato vicedirettore del «Lavoro». Da allora poté scrivere anche articoli sulla politica estera del regime: in estate si recò infatti nella regione della Saar. In novembre lasciò il quotidiano genovese e partì volontario in Africa (fu destinato a Bengasi), poi ritornò a Genova. Nel 1936 fu di nuovo in Libia e rientrò in Italia alla proclamazione dell'Impero.

Ottenuta la fiducia del Ministro degli affari esteri Galeazzo Ciano, Ansaldo divenne editorialista del «Telegrafo» di Livorno, giornale di proprietà della famiglia Ciano. L'anno seguente arrivò la promozione a direttore (15 settembre 1937). Ansaldo sommò la carica di direttore con quella di consigliere di Galeazzo Ciano. Durante questi anni non cessò di scrivere su «L'Italiano» di Longanesi. Ansaldo collaborò assiduamente anche al settimanale a rotocalco «Omnibus» (1937-39), diretto sempre da Longanesi. Dal maggio 1940 al marzo 1943 commentò i fatti del giorno alla radio.

Mussolini disse di lui (verosimilmente nel 1938 o 1939):

«Giovanni Ansaldo è uno dei pochi giornalisti italiani con i quali sia possibile discutere di cultura del fascismo. I giornalisti italiani dicono sempre “sì”! Giovanni Ansaldo, che deve fare sforzi eroici per sentirsi fascista, membro di quel nostro partito al quale Galeazzo lo ha iscritto per potergli affidare la direzione del livornese “Telegrafo”, dice anche, e lo dice spesso, “no!”»

(Benito Mussolini in Yvon De Begnac, Taccuini mussoliniani, a cura di Francesco Perfetti, Bologna, Il Mulino, 1990, p. 420).)

Dopo la caduta del regime fascista (25 luglio 1943), Giovanni Ansaldo si dimise da direttore del «Telegrafo» e si arruolò volontario nel nuovo esercito di Badoglio (27 luglio). Fu assegnato, con il grado di tenente colonnello, al Comando del VI Corpo d'armata a Ragusa, in Dalmazia. Il 12 settembre fu catturato dai tedeschi e rinchiuso in campo di prigionia, prima in Polonia (a Tarnopol, oggi in Ucraina e successivamente a Częstochowa), poi in Germania. Non aderì alla Repubblica sociale e rimase internato per quasi due anni nel campo di Gross Hesepe. Fu liberato dalle truppe corazzate canadesi.

Finita la guerra, Ansaldo riprese la via dell'Italia nel settembre 1945, quattro mesi dopo la fine del conflitto. Durante il viaggio fu però riconosciuto da un ferroviere e arrestato. Processato a Livorno, fu condannato per i tre anni trascorsi nella radio del regime (era stato una delle voci più popolari del fascismo). Trascorse la prigionia dapprima nel campo di Coltano, poi a Firenze e quindi nell'isola di Procida. Nell'estate del 1946 beneficiò dell'amnistia e fu liberato.

Si ritirò, formalmente "a vita privata", nella villa della Marsalla presso Pescia (PT), di fatto diresse «L'Illustrazione Italiana», grazie soprattutto alla mediazione di Orio Vergani presso l'editore Garzanti. Riallacciò i rapporti con Leo Longanesi, che lo chiamò a collaborare alla sua nuova rivista, «Il Libraio», mensile d'informazione della sua nuova casa editrice, la Longanesi editore (1946-1949). Ansaldo, che riscuoteva la piena fiducia di Longanesi, divenne in breve tempo il suo alter ego e pubblicò tutti i propri libri con la sua casa editrice. Nel 1950 seguì Leo Longanesi nella sua nuova avventura: il settimanale «Il Borghese»[5]. Nello stesso anno arrivò una nuova nomina: Ansaldo fu chiamato a dirigere il maggiore quotidiano napoletano, «Il Mattino». Il giornale ricompariva nelle edicole dopo sette anni di assenza (dovuti all'epurazione della precedente gestione, espressione del vecchio regime). Furono De Gasperi e Silvio Gava a volere un giornalista conservatore come Ansaldo alla direzione de Il Mattino, di proprietà del Banco di Napoli e quindi nell'orbita democristiana, in grado di fare concorrenza a un altro quotidiano napoletano, Il Roma, di cui era proprietario Achille Lauro.[6]

Ansaldo, prima di accettare la nomina, scrisse una lettera aperta alla proprietà del «Mattino»:

«V'è poi da tenere presente il mio passato politico. Questo passato può essere variamente giudicato; anzi, secondo la legislazione vigente, - legislazione che io, naturalmente, non approvo, e che non difenderò mai - esso è addirittura criminoso e tale che nel passato ha offerto materia a imputazioni penali cadute soltanto per amnistia. Qualunque sia il giudizio che da altri se ne dà, è certo che per quel passato mio, io debbo avere, ed ho, il massimo rispetto. Libero da ogni vincolo coi movimenti genericamente denominati neo-fascisti, anzi libero da ogni conoscenza diretta con gli uomini che li capeggiano; libero altresì da ogni forma di […] "nostalgia", io non posso però, senza avvilirmi, rinnegare uomini e principii che un tempo ho servito; e debbo anche evitare l'apparenza di questo rinnegamento. Di conseguenza anche è chiaro che se mi fosse data la direzione del giornale, il giornale stesso dovrebbe essere precluso a ironie ed invettive contro quegli uomini e quei principii. Nessuna apologia, certo, neppure larvata; ma, del pari, nessun vilipendio retrospettivo (che sarebbe poi, anche, erroneo ai fini della diffusione e del credito del giornale stesso)»

(Giovanni Ansaldo, lettera a destinatari vari, 30 gennaio 1950.)

L'articolo di fondo di saluto ai lettori del Mattino fu firmato il 9 aprile 1950. Ansaldo resse la direzione del giornale per quindici anni, fino al 1965, quando concluse la sua carriera a causa di una malattia. Durante questo periodo continuò a collaborare al «Borghese» e al settimanale «Tempo».

OnorificenzeModifica

Dissero di luiModifica

Membro dell'Assemblea Costituente, Sandro Pertini dichiarò in Aula quanto segue:

«Difatti, attraverso queste maglie del decreto di amnistia, noi abbiamo visto uscire non soltanto coloro che dell’amnistia erano meritevoli, cioè coloro che avevano commesso reati politici di lieve importanza, ma anche gerarchi: Sansanelli, Suvich, Pala; abbiamo visto uscire propagandisti e giornalisti, che si chiamano Giovanni Ansaldo, Spampanato, Amicucci, Concetto Pettinato, Gray. Costoro, per noi, sono più responsabili di quei giovani che, cresciuti e nati nel clima politico pestifero creato da questi propagandisti, si sono arruolati nelle brigate nere ed in lotta aperta hanno affrontato i partigiani e ne hanno anche uccisi.»

(Sandro Pertini in Atti dell'Assemblea Costituente, 22 luglio 1946 [8].)

NoteModifica

  1. ^ S'intitolava Lettera aperta di un radicale genovese. In esso Ansaldo dichiarava di appoggiare la lista del Partito del Lavoro alle imminenti elezioni politiche.
  2. ^ Giuseppe Marcenaro, Ansaldo, l'antifascista che divenne il cantore di Ciano, in Il Foglio, nº 121, Milano, 24 maggio 2014, pp. VI-VII.
  3. ^ Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini, Firenze, Le Lettere, 2010, p. 136
  4. ^ Il 31 ottobre era stato compiuto a Bologna un fallito attentato a Benito Mussolini, da parte del sedicenne Anteo Zamboni.
  5. ^ Durante la direzione di Longanesi (1950-1955), Ansaldo fu una delle tre colonne portanti del Borghese, con Longanesi e Indro Montanelli.
  6. ^ Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017, p. 122.
  7. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  8. ^ Sull'amnistia, Fondazione Sandro Pertini, su fondazionepertini.it. URL consultato il 17 gennaio 2014.

OpereModifica

BibliografiaModifica

  • Lorenzo Del Piano, Giovanni Ansaldo tra carcere e confino, "Archivio Storico Sardo", vol. 38, 1995.
  • Andrea Viani, "Il Telegrafo" di Giovanni Ansaldo, 1936-1943, Livorno , Belforte editore, 1998.
  • Raffaele Mazza, Giovanni Ansaldo, il giornalista di Napoli, introduzione di Ermanno Corsi, San Giuseppe Vesuviano, 2005.
  • Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo. I grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Bologna, Minerva, 2017. ISBN 978-8873818496.

Voci correlateModifica

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