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Indro Montanelli

giornalista italiano
Indro Montanelli negli anni settanta.

Indro Montanelli, nome completo Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli[1][2] (Fucecchio, 22 aprile 1909Milano, 22 luglio 2001), è stato un giornalista, saggista, storico e commediografo italiano.

Considerato da molti il più grande giornalista italiano del Novecento[3] e dotato di una scrittura di straordinaria concisione e limpidezza, Montanelli era in grado di spaziare dall'editoriale, al reportage, al corsivo pungente. Fu per circa quattro decenni l'uomo-simbolo del principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera, e per vent'anni condusse un altro importante quotidiano fondato da lui stesso, il Giornale. Fu anche autore di una collana di libri di storia molto popolari. In ciascuna di queste attività seppe conquistarsi un largo seguito di lettori.

Indice

BiografiaModifica

Infanzia e giovinezzaModifica

 
La famiglia Montanelli: il piccolo Indro e i suoi genitori, Sestilio Montanelli e Maddalena Doddoli.

Figlio di Sestilio Montanelli (1880-1972), professore di scuola media, e Maddalena Doddoli (1886-1982), figlia di ricchi commercianti di cotone[4], Indro nacque a Fucecchio[5], nel palazzo di proprietà della famiglia della madre. A tale circostanza sono riferite alcune «leggende», la più famosa delle quali – raccontata dallo stesso Indro – narra che dopo un litigio (gli abitanti di Fucecchio erano divisi in «insuesi» e in «ingiuesi», cioè di Fucecchio di sopra e di Fucecchio di sotto, la madre di Indro era insuese e il padre ingiuese) la famiglia materna ottenne di far nascere il bambino nella propria zona collinare, mentre il padre scelse un nome adespota, estraneo alla famiglia materna[6].

Il nome Indro, scelto dal padre, infatti è la mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra[7], poi trasformato nel soprannome «Cilindro» dagli amici e anche da alcuni avversari politici[8]. Il nome, dopo la sua nascita, ebbe una certa diffusione a Fucecchio, ad esempio vi furono Indro Cenci e alcuni omonimi Indro Montanelli[9][10]. Il padre gli assegnò altri tre nomi, Alessandro, Raffaello e Schizogene, cioè «generatore di divisioni»[11].

Passò l'infanzia nel paese natale, spesso ospite nella villa di Emilio Bassi, sindaco di Fucecchio per quasi un ventennio, nei primi anni del Novecento. A Emilio Bassi, che considerava come un «nonno adottivo», restò legato tanto da volere che a lui fosse cointitolata la Fondazione costituita nel 1987[12].

Sin da ragazzo Montanelli incominciò a soffrire di depressione, un male che lo segnò per tutta la vita[13]:

«La prima crisi fu a undici anni. Mi svegliai una notte urlando "Muoio, muoio!". Una mano mi attanagliava la gola, mi sentivo soffocare. Accorsero i miei genitori, un po' mi quietai, ma smisi di dormire e di mangiare per mesi, avevo paura di tutto, un vero terrore, e mi sentivo addosso la tristezza del mondo intero. Dovetti abbandonare la scuola per quell'anno. I sintomi si sono poi ripresentati identici più o meno ogni sette anni, ciclicamente[14]

Probabilmente Montanelli soffriva di disturbo bipolare[15]. Il padre, preside di liceo (il più giovane d'Italia)[13], fu trasferito prima a Rieti (nel 1922), poi a Lucca, nonché a Nuoro presso il Liceo ginnasio statale Giorgio Asproni, dove il giovane Indro lo seguì. A causa degli spostamenti del padre, frequentò il liceo classico Marco Terenzio Varrone a Rieti, dove nel 1925 conseguì la maturità. Prima di diplomarsi, insieme al figlio del locale prefetto, aveva organizzato uno sciopero degli studenti e una manifestazione contro gli stessi preside e prefetto[13].

Nel 1930 si laureò in giurisprudenza a Firenze, con un anno di anticipo sulla durata normale dei corsi, discutendo una tesi sulla riforma elettorale del fascismo (legge Acerbo), in cui sostenne che era finalizzata ad abolire le elezioni[16]. Ottenne la valutazione di centodieci e lode[17]. Suoi docenti furono Piero Calamandrei, Federico Cammeo, Enrico Finzi, Manfredi Siotto Pintor e il giovane Giorgio La Pira[18]. Successivamente frequentò corsi di specializzazione all'Università di Grenoble, alla Sorbona e a Cambridge. Nel 1932 ottenne una seconda laurea, in scienze politiche e sociali, sempre a Firenze, al Cesare Alfieri[19], con una tesi in cui valutava positivamente la politica di isolamento inglese[16].

Nel 1929 fu allievo ufficiale a Palermo ove, vittima delle crisi depressive, fu raggiunto dalla madre che provò a rassicurarlo[13]. La madre, molto tempo dopo, raccontò l'episodio in televisione[20].

Gli anni trentaModifica

«Io mi considero un condannato al giornalismo, perché non avrei saputo fare niente altro.»

(Indro Montanelli, Questo secolo, 1982[21].)

Dopo i primi articoli giovanili per La Frusta di Rieti[22], Montanelli firmò il suo primo articolo, su Byron e il cattolicesimo, sulla rivista Il Frontespizio di Piero Bargellini (luglio-agosto 1930)[23]. Fu attento lettore di altre riviste, specie L'Italiano di Leo Longanesi (conosciuto nel 1937 a Roma e destinato a diventare suo grande amico) e Il Selvaggio di Mino Maccari: periodici, entrambi, che pur essendo fascisti furono fra i primi a rompere con il coro conformista del regime[24].

Dopo che nel 1932 un amico, Diano Brocchi, gli fece conoscere di persona Berto Ricci, con cui aveva fino ad allora scambiato alcune lettere[25], incominciò a collaborare al periodico fiorentino L'Universale[26], che aveva una diffusione di nemmeno 2.000 copie[27]. Nello stesso anno fu ricevuto, assieme a tutto lo staff de L'Universale[28] da Benito Mussolini il quale, secondo il racconto che lo stesso Montanelli avrebbe reso a Enzo Biagi per la trasmissione Questo secolo, del 1982, intendeva elogiarlo per un articolo anti-razzista che aveva scritto[21].

«Mi disse: "Avete fatto benissimo a scrivere quell'articolo, il razzismo è roba da biondi"[29]

(Indro Montanelli, Questo secolo, 1982[21].)

Montanelli fu altresì invitato a collaborare a Il Popolo d'Italia: L'Universale venne chiuso nel 1935[24]. Invece si recò a Parigi per respirare aria nuova (1934)[30]. Si presentò al quotidiano Paris-Soir offrendosi come «informatore volontario»[13]. Esordì come giornalista di cronaca nera; contemporaneamente collaborò al quotidiano L'Italie Nouvelle diretto da Italo Sulliotti (un giornale bilingue, organo del Fascio francese). Fu poi, mandato sempre da Paris-Soir[13], corrispondente in Norvegia e da lì in Canada. Gli articoli che Montanelli spedì dal Canada furono letti da Webb Miller, all'epoca inviato parigino della United Press, che suggerì all'agenzia di assumerlo. La prima assunzione di Montanelli come giornalista fu a New York[13]. Incominciò quindi a lavorare come apprendista alla sede centrale della UP, ma non interruppe i rapporti professionali con Paris-Soir[16]. Fu infatti la rivista parigina a offrirgli la possibilità di realizzare il suo primo scoop[17][24]: un'intervista con il magnate Henry Ford.

 
Montanelli, in divisa da ufficiale, nel 1936.

Nel 1935 Montanelli scrisse il suo primo libro, Commiato dal tempo di pace, che fu pubblicato nelle edizioni del «Selvaggio». In quell'anno l'Italia invase l'Etiopia. Montanelli si propose all'UP come inviato in zona di guerra, ma l'agenzia aveva già scelto Webb Miller per quel ruolo[31]. Allora prese una decisione drastica: si licenziò dalla United Press e si arruolò volontario[21]. Partecipò alla guerra (incominciata nell'ottobre 1935) come sottotenente in un battaglione coloniale di Àscari (comandante di compagnia in seno al XX Battaglione Eritreo)[13]:

«Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora.»

(Indro Montanelli, ringraziando Benito Mussolini («Gran Babbo»), nel raccontare la sua esperienza di comandante di una compagnia di àscari durante la guerra d'Etiopia[32].)

La guerra di Montanelli durò solo fino a dicembre: fu ferito e dovette abbandonare i combattimenti. Durante la sua permanenza al fronte aveva incominciato a scrivere un libro-reportage, che uscì all'inizio del 1936, mentre era ancora in Etiopia[33]. L'opera, XX Battaglione Eritreo, in maggio fu recensita favorevolmente da Ugo Ojetti sul Corriere della Sera[34] e da Goffredo Bellonci: la sua tiratura raggiunse le 30.000 copie[13]. Il padre di Indro, Sestilio, si trovava in Africa Orientale per dirigere una commissione di esami per militari e civili dell'esercito residenti nelle colonie. Intercesse presso il direttore del quotidiano di Asmara La Nuova Eritrea, Leonardo Gana, facendolo assumere. Montanelli ottenne così la tessera di giornalista. Nel gennaio 1936 fu trasferito dal XX Battaglione Eritreo al Drappello Servizi Presidiari e incominciò a prestare servizio presso l'Ufficio Stampa e Propaganda[35].

In Etiopia Montanelli, che all'epoca aveva 26 anni, ebbe (come rivelato da lui stesso in un'intervista televisiva del 1969)[36] una relazione di madamato con una ragazzina eritrea di 12 anni, anche se all'epoca la legge italiana (art. 159 codice penale, 1930) considerava violenza carnale i rapporti sessuali con minori di 14 anni. Altre fonti parlano invece di una ragazzina di 14 anni[37]. Fatìma[13], che in un'intervista televisiva Montanelli chiama Milena, in un articolo de La stanza di Montanelli del 2000, dove ricostruisce minuziosamente la vicenda del suo primo «matrimonio», la chiama invece Destà[38] fu comprata dal suo sciumbasci Gabér Hishial[37] versando al padre la convenuta cifra di 500 lire, compresi nel prezzo ebbe anche un cavallo e un fucile[21].

«Vista l'usanza degli ascari di combattere con la moglie al seguito, decisi anch'io di sposarmi. I miei uomini mi procurarono una giovane e bellissima eritrea [...]. In questo modo, ogni due settimane mi ritrovavo, al pari dei miei uomini, con i panni puliti[39]

La ragazza rimase al suo fianco per l'intera permanenza in Africa[40]. L'usanza del madamato, dapprima tollerata e talvolta attuata su spinta dei capi-reggimento locali[38], fu proibita nell'aprile 1937 per limitare le infezioni veneree e per evitare contatti tra italiani e africani: il provvedimento fu poi seguito l'anno dopo dall'emanazione delle leggi razziali. Prima del ritorno in Italia la cedette al generale Alessandro Pirzio Biroli, che la introdusse nel proprio piccolo harem. In seguito la ragazza avrebbe sposato un militare eritreo che era stato agli ordini di Montanelli nella guerra coloniale:

«Nel '52 chiesi e ottenni di poter tornare nell'Etiopia del Negus e la prima tappa, scendendo da Asmara verso il Sud, la feci a Saganeiti, patria di Destà e del mio vecchio bulukbasci, che mi accolsero come un padre. Avevano tre figli, di cui il primo si chiamava Indro. Donde la favola, di cui non sono mai più riuscito a liberarmi, che fosse figlio mio...[38]

Un giorno incontrò Filippo Tommaso Marinetti che, nonostante la non giovane età (era nato nel 1876), aveva voluto ugualmente vivere l'esperienza della guerra[41]. Redattore de La Nuova Eritrea, Montanelli scrisse un pezzo per L'Italia letteraria in cui mostrò la sua disillusione per la nuova Italia che il fascismo voleva costruire:

«Dopo quattordici anni di tensione ideale [e dopo] un crescendo di parole [emerge ora] un certo scetticismo. [Mi accorgo infatti che] la coscienza è una parola che comincia a scomparire dal linguaggio usuale, [sostituita dal] Dovere: imperativo, standardizzato, uguale per tutti[42]»

Il pezzo, incredibilmente sfuggito alla censura fascista, attirò l'attenzione di Carlo Rosselli. L'esule, che aveva conosciuto Montanelli a Parigi, si augurò su Giustizia e Libertà che l'Abissinia potesse aver guarito «Indro Montanelli da molte illusioni»[42].

Manlio Morgagni, direttore dell'Agenzia Stefani e fedelissimo di Mussolini, lo avrebbe voluto come corrispondente da Asmara, ma la trattativa non ebbe esito positivo. Quando il padre ritornò in Italia, Indro lo seguì (agosto 1936)[43].

Nell'aprile 1937 Montanelli si presentò alla redazione del neonato settimanale d'informazione Omnibus di Longanesi. Tra i due nacque una duratura amicizia. Nello stesso anno partì per la Spagna, dov'era scoppiata la guerra civile, come corrispondente per il quotidiano romano Il Messaggero, scrivendo articoli anche per Omnibus. In un resoconto sulla battaglia di Santander descrisse la resa della guarnigione repubblicana facendo questa osservazione: «È stata una lunga passeggiata militare con un solo nemico: il caldo»[20][44]. La sua simpatia per gli anarchici spagnoli lo portò ad aiutare uno di loro, che accompagnò fuori della frontiera: il gesto venne ricompensato da «El Campesino»[45], capo anarchico della 46ª divisione nella Guerra di Spagna, con il dono di una tessera della Federación Anarquista de Cataluña di cui Montanelli si sarebbe fregiato per tutta la vita[46]. Una volta rimpatriato, il Minculpop, con l'intervento diretto di Mussolini, lo cancellò dall'albo dei giornalisti per l'articolo sulla battaglia di Santander, considerato offensivo per l'onore delle forze armate italiane. Gli fu anche tolta la tessera del partito[44], che non fece nulla per riavere. Alla vigilia del processo con il quale avrebbe potuto essere condannato al confino, Montanelli raccontò di aver minacciato che in dibattimento avrebbe chiesto che venisse fatto il nome di un morto, uno solo: «E allora il processo non si fece più»[20].

Per evitare il peggio, Giuseppe Bottai, allora ministro dell'Educazione nazionale e suo amico dai tempi dell'Etiopia[13], prima gli trovò in Estonia un lettorato di lingua italiana nell'Università di Tartu, poi lo fece nominare direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Tallinn, la capitale[47]. Come racconta in Pantheon Minore, a Tallinn, su richiesta del colonnello russo Engelhardt, Montanelli diede ospitalità alla moglie russa di Vidkun Quisling, che di lì a qualche anno sarebbe divenuto il capo del regime collaborazionista di Oslo, avendo modo in quell'occasione di conoscere anche il futuro fører di Norvegia[13][48]. Dalla capitale estone Montanelli scrisse articoli per L'Illustrazione Italiana e il quotidiano torinese La Stampa[49].

 
Milano, 1940. Al ritorno dal fronte finnico, Montanelli, seduto su una pila di giornali, batte a macchina ripreso da Fedele Toscani[50] nella sede del Corriere della Sera di Via Solferino. Anche se la sua macchina per scrivere preferita fu l'Olivetti Lettera 22, questa foto lo ritrae mentre scrive su una Olivetti MP1, il primo modello portatile della casa di Ivrea.

Nell'estate del 1938 ottenne un congedo estivo. Tornato a Milano, conobbe la nobildonna austriaca Margarethe de Colins de Tarsienne e se ne innamorò[51][52]. Deciso a non ritornare più in Estonia, chiese a Ugo Ojetti di essere presentato al direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli. Ojetti, che credeva nel talento giornalistico di Montanelli, fece il suo nome a Borelli[53]. Il primo articolo di Montanelli sul Corriere fu pubblicato il 9 settembre 1938 in Terza pagina[54]. Borelli gli spiegò che non poteva assumerlo poiché non aveva la tessera del partito. Lo nominò «redattore viaggiante» (il moderno inviato) senza contratto[55][56]. Montanelli prese una stanza nell'appartamento dove alloggiavano Dino Buzzati e Guido Piovene. In breve tempo i tre divennero amici[57].

Nel settembre di quell'anno si tenne la Conferenza di Monaco. Dopo le assise fu chiaro che Hitler non avrebbe rinunciato alle sue mire espansioniste. Da qui la decisione del governo Mussolini di occupare l'Albania per contenere l'avanzata del Reich. In novembre Aldo Borelli inviò Montanelli a Tirana. Le sue corrispondenze servivano a preparare l'opinione pubblica italiana all'annessione[58]. Appena giunto ricevette dall'Ambasciatore Francesco Jacomoni l'incarico di scrivere un saggio sul Paese balcanico. I suoi servizi per il Corriere confluirono nel libro Albania una e mille (pubblicazione finanziata dal Minculpop). Montanelli lasciò il paese balcanico nel marzo 1939, prima dell'invasione italiana.

Gli anni della seconda guerra mondialeModifica

Nell'agosto 1939 il Corriere gli diede l'incarico di seguire un gruppo di 200 giovani fascisti che, simboleggiando l'Asse Italia-Germania, partirono da Venezia in bicicletta per raggiungere Berlino. Al passo del Brennero furono raggiunti da una colonna della Hitlerjugend, che li accompagnò fino alla capitale tedesca[13]. Fra le sue corrispondenze ve ne fu una in cui s'inventò che i ciclisti italiani si sarebbero fermati in Austria ad aiutare i coloni a mietere il grano[13]. Tutti i giornali concorrenti rimproverarono i propri inviati per aver "bucato" la notizia[59].

Il 1º settembre 1939 – primo giorno dell'invasione tedesca della Polonia – egli si trovava nelle vicinanze di Danzica: qui incontrò Adolf Hitler, accompagnato dallo scultore Arno Breker e dall'architetto Albert Speer (che confermò nel 1979 la veridicità del fatto)[60].

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Montanelli si recò sui fronti di guerra europei: oltre all'invasione della Polonia, il giornalista assistette a quella dell'Estonia da parte dell'URSS di Stalin. Giunto in Finlandia nell'ottobre 1939, fu appassionato testimone della guerra russo-finlandese: nei suoi articoli per il Corriere della Sera traspare la forte adesione alla causa del paese sopraffatto dal gigante comunista. Quelle corrispondenze per il Corriere diedero fama a Montanelli presso i lettori italiani, e furono poi raccolte nel volume I cento giorni della Finlandia. Dopo il trattato di pace di Mosca del 12 marzo 1940, si trasferì in Norvegia per seguire l'invasione del Paese da parte dei tedeschi, assistendo al disastroso sbarco inglese di Namsos. I reportage dal fronte valsero a Montanelli l'assunzione al Corriere come inviato di guerra il 29 gennaio 1940: a maggio rientrò in Italia.

Il 10 giugno 1940 si trovava a Roma, dove ascoltò la dichiarazione di guerra di Mussolini all'Inghilterra e alla Francia. Montanelli fu inviato in Francia, ma pochi giorni dopo andò nei Balcani, soprattutto in Romania. Alla fine di ottobre era in Albania, da dove, come corrispondente, seguì la disastrosa campagna militare italiana contro la Grecia. Raccontò di aver scritto poco, per malattia ma soprattutto per onestà intellettuale: il regime gli imponeva l'obbligo di propaganda, ma sotto i suoi occhi l'esercito italiano subiva batoste dai greci[61]. A metà aprile 1941 rientrò in Italia per alcuni mesi, poi seguì la seconda guerra russo-finlandese. In Albania tornò nel maggio 1942 e due mesi dopo si recò nella Croazia di Ante Pavelić, dove ebbe modo di vedere il campo di concentramento di Jasenovac. Dal settembre 1942 al luglio 1943 collaborò al settimanale Tempo di Alberto Mondadori con lo pseudonimo di «Calandrino»[62].

Il 24 novembre 1942 si sposò con Margarethe, con cui era fidanzato da quattro anni. Fu il cardinale di Milano Ildefonso Schuster – lo stesso che, col suo intervento, salvò poi Indro dalla fucilazione nel 1944 – a sposarli nella Chiesa di San Gottardo in Corte. Per ottenere i documenti necessari – causa di complicazioni, visto che l'Austria nel 1938 era stata annessa alla Germania – il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano mandò una persona a Berlino per ottenere il permesso di matrimonio[62]. I due vissero un'unione contrastata, che si concluse con la separazione nel 1951[63][64].

Con la principessa Maria Josè di Savoia, sua amica, Montanelli intrattenne a Milano e Roma colloqui privati di tono antifascista; dopo la guerra scoprì che le conversazioni, spiate e trascritte, furono la causa del suo arresto. Bastò solo affermare: «Altezza, è ora che Casa Savoia si districhi da questa responsabilità, è ora che faccia qualcosa»[65] per inserire Montanelli nella lista dei traditori del regime. Il 26 luglio 1943 Montanelli si trovava a Portofino quando apprese la notizia dell'arresto di Mussolini: scrisse vari articoli antifascisti, sul Corriere della Sera e su Tempo. Quando l'Italia cadde sotto l'occupazione tedesca, decise di aderire al gruppo clandestino di Giustizia e Libertà. Ma prima che riuscisse ad unirsi alle formazioni combattenti fu scoperto dai nazi-fascisti.

La prigionia (febbraio-luglio 1944)Modifica

Il 5 febbraio 1944 Indro Montanelli e la moglie furono arrestati dietro una soffiata della portinaia dello stabile in cui viveva la moglie del giornalista. Un paio di giorni dopo i due coniugi si ritrovarono in una cella in una prigione tedesca di Gallarate. L'accusa per il giornalista fu di aver pubblicato su Tempo degli articoli considerati diffamatori del regime nell'ottobre 1943[66].

Ecco la deposizione resa da Montanelli nel primo interrogatorio nella prigione tedesca:

«Dal 1938 non appartengo più al Partito fascista. Sono liberale ma non ho svolto nessuna attività in seno al partito omonimo. Ho considerato un giorno di lutto nazionale quello dell'alleanza fra Italia e Germania; ugualmente catastrofico per noi e per voi il nostro intervento in guerra. Considero l'8 settembre come un evento vergognoso e necessario. Come Ufficiale sono fedele al Re. E, siccome il Re è in guerra con voi, anch'io mi considero in guerra con voi. Se l'8 settembre avessi rivestito l'uniforme non mi sarei arreso. Non odio la Germania. Riterrei catastrofica per il mio Paese una sua completa vittoria, così come una sua completa sconfitta. Dopo l'8 settembre ho avuto più volte la tentazione di arruolarmi nelle bande, ma vi ho sempre rinunziato: vorrei combattere come soldato, ma, non potendolo, rinunzio a combattervi come bandito[67]

La moglie fu tenuta in carcere sotto la seguente accusa: «Essendo al corrente delle opinioni e dell'attività del marito, non lo denunziava». A Montanelli fu comunicato: «La sua fucilazione è inevitabile» e fu consegnato al reparto dei condannati a morte. La sua condanna a morte venne portata alla firma il 15 febbraio, per poi essere revocata per una prosecuzione d'inchiesta[68].

Nei tre mesi successivi Montanelli spedì dal carcere diverse lettere e biglietti, sia ad amici e parenti sia a persone altolocate (tra cui anche l'arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster), realizzando così una fitta rete di sostegno[69][70][71][72][73][74][75]. Nello stesso periodo, tutti i suoi vicini di cella (26 persone) vennero portati al muro e fucilati, tranne lui. Il 6 maggio Montanelli e la moglie vennero prelevati dal carcere tedesco e trasferiti nel carcere di San Vittore[76], dove conobbe il giovanissimo Mike Bongiorno (futura stella della televisione italiana) e il generale Della Rovere, in realtà una spia infiltrata dai tedeschi, Giovanni Bertone (che si rifiutò di fare la spia e venne fucilato dai tedeschi)[77]. Le condizioni di vita migliorarono notevolmente: le guardie erano italiane e il CLN aveva in carcere i suoi delegati.

Ma in luglio cominciarono le fucilazioni anche a San Vittore. Di nuovo, uno dopo l'altro i suoi compagni di prigionia furono messi al muro. Con l'aiuto di più persone, tra le quali anche Luca Ostèria, funzionario dell'OVRA (che fabbricò un falso ordine di trasferimento)[78][79], un giorno prima della data prevista per l'esecuzione, Montanelli e un altro prigioniero vennero prelevati dal carcere e portati in un nascondiglio. Passati dieci giorni, i fuggitivi, con l'appoggio del CLN[80], furono condotti fino a Luino, al confine con la Svizzera, grazie all'intervento del movimento scoutistico segreto delle Aquile randagie[senza fonte]. A piedi Montanelli raggiunse la città di Lugano. Dall'esperienza trascorsa nella prigione di Gallarate e poi in quella di San Vittore trasse ispirazione per il romanzo Il generale Della Rovere[81].

Accolto con freddezza, sospetto e ostilità dai fuorusciti italiani antifascisti[62] (cosa che non dimenticherà mai di ricordare), rimase in Svizzera, collaborando a diversi giornali, sino alla fine della guerra: Lugano (agosto-ottobre 1944); Davos (ottobre 1944-febbraio 1945); Berna (marzo-maggio 1945). Qui Montanelli pubblicò nel 1945 su L'Illustrazione Ticinese il romanzo Drei Kreuze (Tre croci), ispirato al romanzo di Thornton Wilder Il ponte di San Luis Rey. La storia inizia il 17 settembre 1944, quando in Val d'Ossola un prete seppellisce tre sconosciuti commemorandoli con tre croci. Il romanzo apparve in italiano col titolo Qui non riposano, polemicamente stroncato dai critici.

Dal dopoguerra agli anni sessantaModifica

Quando Montanelli fece ritorno in Italia il 29 aprile 1945 trovò al Corriere della Sera una situazione molto diversa rispetto a quando l'aveva lasciato[82]. Il Corriere era stato commissariato per decreto del Comitato di Liberazione Nazionale. Il nuovo direttore, Mario Borsa, aveva organizzato l'epurazione di vari giornalisti ritenuti colpevoli di connivenza col regime di Salò[83]. A indicare i nomi degli epurati fu designato Mario Melloni, il futuro «Fortebraccio», che «siccome era un galantuomo, alle fine non epurò nessuno, o quasi. Io [Montanelli] fui uno dei pochi»[83]. Montanelli dovette ricominciare dal «settimanale popolare» del Corriere, La Domenica del Corriere (all'epoca intitolata Domenica degli Italiani), di cui assunse la direzione nello stesso anno. Solo alla fine del 1946 poté tornare in via Solferino. Nel corso dell'anno lui e Leo Longanesi si occuparono, curarono e adattarono le memorie di Quinto Navarra, pubblicate nel libro Memorie del cameriere di Mussolini, edito dalla Longanesi. Nel frattempo, Montanelli era stato reintegrato nell'Albo dei giornalisti[84].

Nel settembre 1945 uscì in Italia Qui non riposano, nel quale Montanelli ripercorse la propria biografia politica, dall'adesione giovanile al fascismo alla critica, fino all'antifascismo conservatore cui approdò alla fine della guerra. Fin dalla sua prima uscita nell'inverno 1944-1945 in Svizzera, suscitò polemiche per il ritratto impietoso dell'Italia, sia di quella sotto il fascismo sia di quella occupata dai nazisti, assai diversa dalla pubblicistica antifascista dell'epoca già grondante di retorica. Montanelli faticò non poco a trovare un editore: dopo vari rifiuti, fu il libraio Antonio Tarantola a stamparlo a Milano. Il successo fu immediato: l'opera ebbe dodici ristampe in due mesi e fu ristampata da Mondadori tre anni dopo[85].

 
Montanelli nei primi anni cinquanta.

Identica difficoltà nel trovare un editore ebbe con il pamphlet Il buonuomo Mussolini, pubblicato nel 1947 da un semiclandestino stampatore milanese. Il libro riscosse subito un grande successo di vendite, ma sollevò anche fortissime polemiche, nel clima di «ribollenti passioni partigiane» che animava il capoluogo lombardo nel primo dopoguerra. In seguito a tali polemiche, Montanelli fu costretto ad abbandonare Milano per diversi mesi, per sottrarsi a prevedibili rappresaglie[86].

Per l'amico Leo Longanesi – segnalato all'industriale Giovanni Monti da Montanelli per la creazione di una nuova casa editrice, la Longanesi & C. – pubblicò alcune opere, come il reportage sulla Resistenza tedesca al nazismo Morire in piedi, nel 1949. Nel 1950 fu tra i fondatori – insieme a Giovanni Ansaldo, Henry Furst – del settimanale Il Borghese, diretto da Longanesi. Scrisse fin dal primo numero, del 15 marzo 1950. La collaborazione con il periodico proseguì fino al 1956. In quell'anno s'interruppe l'amicizia tra i due: i rapporti si incrinarono a causa delle corrispondenze di Montanelli sulla rivolta antisovietica d'Ungheria dell'autunno 1956, non gradite a Longanesi. Solo pochi giorni prima della morte, dopo una lettera riconciliatoria di Montanelli a Longanesi, si riappacificarono.

Montanelli, oltre che con Longanesi, strinse un'amicizia profonda con un altro personaggio importante nella cultura italiana dell'epoca, Dino Buzzati[87]. Il terzo intellettuale con cui Montanelli strinse una forte e duratura amicizia fu Giuseppe Prezzolini, che stimava per l'indipendenza di pensiero[88].

Montanelli fu amico personale dell'ambasciatrice americana, la signora Clare Boothe Luce, di cui tra l'altro apprezzava il deciso anticomunismo, tanto che nel 1954, in una lettera personale, si rivolse a lei in questi termini:

«Se alle prossime elezioni un Fronte Popolare comunque costituito raggiungesse la maggioranza, Scelba cosa farebbe? Consegnerebbe il potere, e sarebbe la fine. [...] Ma debbo aggiungere qualcosa di più: qualunque uomo di governo, oggi, anche non democristiano, si arrenderebbe per totale impossibilità di compiere un colpo di Stato. Gli mancherebbe tutto, per osarlo: la polizia e l'esercito sono inquinati di comunismo; i carabinieri, senza il Re, hanno perso ogni mordente; la magistratura è vile. E in tutto il paese non c'è una forza capace di appoggiare l'azione di un uomo risoluto. Noi dobbiamo creare questa forza. Quale? Non si può sbagliare, guardando la storia del nostro Paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza: l'unità d'Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista. È l'unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla individuo per individuo, darle una bandiera, una organizzazione terroristica e segreta… e un capo. [...] De Gasperi nella lotta contro il comunismo non serve più, come non servono più gli altri uomini e partiti dell'attuale regime. Di fronte a questa realtà, mi trovo in questo dilemma: difendere la democrazia fino ad accettare, per essa, la morte dell'Italia: o difendere l'Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia? La mia scelta è fatta... Suo, sinceramente, Indro Montanelli[89]

Nel 1998 Montanelli sostenne, a proposito del rapporto con la Luce:

«Non volevamo il golpe. Volevamo essere pronti alla resistenza, a una nuova resistenza: se prendono il potere i comunisti, che naturalmente avranno alle spalle le forze armate sovietiche, noi ci battiamo... C'erano già delle formazioni che si erano date alla montagna, per esempio quella di Carlo Andreoni, che conoscevo bene perché era stato mio compagno a San Vittore. E c'era Sogno che cominciava ad agitarsi. Però quelli lì volevano il golpe, io no: ecco perché non ero con loro. Finché si poteva difendere la democrazia si difendeva la democrazia, era soltanto nel caso in cui la democrazia venisse seppellita dalle cose... Io non avevo nulla a che fare con i De Lorenzo e compagnia bella. E la Luce era perfettamente d'accordo: era lei che mi pregava di mettere tutto per iscritto[90]

Oltre a Montanelli erano coinvolti vari industriali italiani – tra cui Furio Cicogna – e figure come Dino Grandi e Vittorio Cini. Il progetto fallì a causa dell'impossibilità di trovare un accordo tra Montanelli, Grandi, Cini e Clare Luce. Montanelli confidava in Clare Boothe Luce, che però disse di avere le mani legate (stando ai diari di Indro). Grandi temeva che iniziative più aggressive venissero associate a un «rigurgito fascista». Cini premeva per una campagna anticomunista da svolgere tramite la stampa[91]. La stessa ambasciatrice non mostrò però alcuna apertura verso l'istituzione della vagheggiata «guardia civile» o verso richieste di intervento giunte per esempio da Franco Marinotti, sempre nel 1954[92].

Sino alla fine del 1953 Montanelli fu impegnato come inviato speciale del Corriere, spesso all'estero. Dal 1954 incominciò la sua collaborazione stabile con Il Borghese, in cui firmò gli articoli sotto gli pseudonimi di Adolfo Coltano[93] e Antonio Siberia e di cui fu una delle tre colonne portanti, assieme a Longanesi e Giovanni Ansaldo[85]. Nel 1956 Longanesi e Montanelli diedero una descrizione opposta della rivolta d'Ungheria: i rapporti tra i due si raffreddarono. Montanelli interruppe la collaborazione al Borghese.

Nello stesso periodo accettò la richiesta di Dino Buzzati di tornare a collaborare con La Domenica del Corriere. Buzzati gli diede una pagina intera; nacque la rubrica Montanelli pensa così, che divenne poi La Stanza di Montanelli, uno spazio in cui il giornalista rispondeva ai lettori sui temi più caldi dell'attualità. In breve tempo diventò una delle rubriche più lette d'Italia.

Grazie al successo della rubrica, Montanelli accettò di scrivere a puntate la storia dei Romani e poi quella dei Greci. Cominciò così la carriera di storico, che fece di Montanelli il più venduto storico italiano[94].

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia d'Italia (Montanelli).

Il primo libro venne intitolato Storia di Roma e fu pubblicato a puntate sulla Domenica del Corriere e poi, nel 1957, raccolto in volume per la Longanesi. Nel 1959 Montanelli passò dalla Longanesi alla Rizzoli Editore[95]. Da quell'anno in poi la Rizzoli pubblicò tutti gli altri volumi. La serie continuò con la Storia dei Greci, per poi riprendere con la Storia d'Italia dal Medioevo ad oggi.

Quando la parlamentare socialista Lina Merlin nel 1956 propose un disegno di legge che prevedeva l'abolizione della regolamentazione della prostituzione in Italia e la lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui, in particolare attraverso l'abolizione delle case di tolleranza, Montanelli si batté pervicacemente contro quella che veniva già chiamata – e si sarebbe da allora chiamata – legge Merlin. Diede alle stampe un pamphlet intitolato Addio, Wanda! Rapporto Kinsey sulla situazione italiana, un libello satirico nel quale scriveva tra l'altro:

«In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l'intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia.»

Nello stesso 1956 la sua attività d'inviato aveva portato Montanelli a Budapest, dove fu testimone della rivoluzione ungherese. La repressione sovietica gli ispirò la trama di un'opera teatrale, I sogni muoiono all'alba (1960), da lui portata anche al cinema l'anno successivo insieme a Mario Craveri ed Enrico Gras, con Lea Massari e Renzo Montagnani nel ruolo dei giovani protagonisti.

Nel 1959 Montanelli fu protagonista della prima intervista rilasciata da un Papa ad un quotidiano laico[96], pubblicando il resoconto di un suo incontro con Papa Giovanni XXIII. Il pontefice, tramite il suo segretario Loris Capovilla, aveva informato il direttore del Corriere, Mario Missiroli, di voler concedere un'intervista a un giornalista esterno al mondo cattolico. Missiroli designò perciò Montanelli al posto del vaticanista del Corriere, Silvio Negro. Superato l'iniziale imbarazzo nel trovarsi di fronte a un mondo a lui non familiare, il giornalista intrattenne una lunga conversazione con il Papa, il quale gli confidò anche alcune sue opinioni private, come la sua scarsa stima per il suo predecessore Pio X, canonizzato alcuni anni prima[97]. L'incontro con Giovanni XXIII fu pubblicato sulla terza pagina del Corriere, cosa che Montanelli considerò una posizione inadatta per lo storico evento (il giornalista attribuì questa scelta di Missiroli alla sua preoccupazione di non offendere Negro per l'esclusione)[96]. D'altra parte, il direttore rimproverò a Montanelli di avere relegato a un accenno la storica decisione dell'indizione del Concilio Vaticano II, una notizia che Giovanni XXIII aveva ufficializzato proprio durante l'incontro: Montanelli, inesperto del linguaggio ecclesiastico, non aveva colto l'importanza dell'annuncio[97].

Nel 1962 pubblicò un'inchiesta sull'Eni e il suo presidente, Enrico Mattei, uscita a puntate dal 13 al 17 luglio. Pur ammirandolo come imprenditore, Montanelli contestò il fatto che avesse escluso i privati dalla ricerca di un ipotetico petrolio italiano, oltre a speculare sulla «rendita petrolifera», realizzando profitti immensi e incontrollati, che gli hanno consentito di espandersi in settori non collegati all'attività dell'Eni. Un altro motivo di contestazione fu l'aver firmato contratti petroliferi all'estero (ad esempio in Egitto e in Iran) senza nessuna convenienza economica per l'Eni, solo per dare fastidio alle Sette sorelle. Montanelli scrisse inoltre che Mattei, per la stessa ragione, decise di costruire un grande oleodotto europeo (quando le compagnie concorrenti ne avevano già progettato uno analogo), si mise in affari con l'URSS (scavalcando lo Stato nelle decisioni di politica estera) e si servì delle larghe disponibilità occulte dell'azienda per offrire «sussidi» a vari partiti e organi di stampa[98][99][100][101][102]. Il presidente dell'Eni scrisse una lettera risentita e cavillosa[103] e Montanelli controreplicò ribadendo punto per punto le proprie affermazioni: gli rimproverò di non aver risposto a nessuna delle sue domande, «attaccandosi ai particolari tecnici», e che nulla si era saputo a proposito della «rendita metanifera», dei profitti occultati e adoperati per finanziare i partiti (in particolare la DC) e sui contratti pubblicitari con cui l'Eni condizionava la stampa[104].

Montanelli aggiunse che Mattei continuava a violare le leggi, trattava «spregiativamente di "Catone" il giornalista che, non senza il condimento di molte lodi e il riconoscimento delle sue grandi qualità, ha osato criticarlo» e concluse che il presidente Eni cercò di individuare chi c'era dietro l'inchiesta del Corriere della Sera[104]. In merito a questi timori scrisse che dietro quell'inchiesta non c'erano né ministri né monopoli privati, ma soltanto «il disagio di una opinione pubblica che, avvertendo in aria qualcosa che non va, vuol sapere cos'è e di dove viene»[104].

Nel 1963, dopo il disastro del Vajont, Montanelli assunse una posizione controversa in merito alle reali cause della tragedia[105] affermando il carattere di catastrofe naturale della stessa e tacciando di «sciacallaggio» l'attività di alcuni giornalisti italiani, tra i quali Tina Merlin de l'Unità, che avevano denunciato i rischi derivanti dalla costruzione della diga per l'incolumità della popolazione[105]: nel 1998, rispondendo a un lettore, raccontò che quella presa di posizione fu dovuta al comportamento di una certa stampa che, senza avere prove in quel momento, cercava di addossare tutta le responsabilità all'industria privata per accontentare quella parte politica che reclamava la nazionalizzazione dell'industria elettrica[105], riconoscendo l'errore ma affermando che forse, in circostanze analoghe, l'avrebbe ricommesso[105].

A partire dal 1965 partecipò attivamente al dibattito sul colonialismo italiano. In accesa polemica con lo storico Angelo Del Boca, Montanelli sostenne ostinatamente l'opinione secondo cui quello italiano fu un colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all'azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene[106]. Nei suoi numerosi interventi pubblici negò ripetutamente l'impiego sistematico di armi chimiche come iprite, fosgene e arsine da parte dell'aviazione militare italiana in Etiopia[24][107], salvo poi scusarsi nel 1996 quando il suo oppositore dimostrò, documenti alla mano, l'impiego di tali mezzi di distruzione[108].

Dichiaratamente anticomunista, anarco-conservatore (come amava definirsi su suggestione del grande amico Prezzolini), liberale[67][109][110] e controcorrente, vedeva nelle sinistre un pericolo incombente[111], in quanto finanziate dall'allora superpotenza sovietica[112].

Nel 1968 Montanelli pubblicò sul quotidiano Corriere della Sera una serie di inchieste sulle città verso le quali nutriva maggiore interesse. I servizi riguardarono, tra le altre, Firenze e Venezia. Il giornalista dedicò ampio spazio alla Serenissima[113], lanciando l'allarme per la salvaguardia della città. Montanelli rilevò i pericoli che la crescente industrializzazione stava arrecando al delicato ecosistema lagunare. Stabilì un rapporto causa-effetto tra la forte industrializzazione della zona attorno a Porto Marghera e l'inquinamento a Venezia, la città e i suoi monumenti. Infine denunciò il silenzio delle pubbliche autorità, che continuavano ad ignorare i sintomi del degrado della laguna (su tutti l'acqua alta, che proprio in quegli anni incominciava a essere molto frequente). Impiegò, in quest'opera di impegno civile svincolata da tematiche o colorazioni partitiche, tutta la sua autorevolezza personale[114]. L'anno seguente, nel 1969, Montanelli registrò tre reportage televisivi per la Rai, dedicati rispettivamente a Portofino, Firenze e Venezia[115][116].

L'abbandono del CorriereModifica

 
Indro Montanelli (a sinistra) con Guglielmo Emanuel, direttore del Corriere della Sera dal 1946 al 1952.
 
Margarethe de Colins de Tarsienne e Indro Montanelli. La prima moglie, austriaca, del giornalista raccontò: «il nostro fu un colpo di fulmine, era il 1938 e avevo 27 anni. Ci incontrammo all'Hotel Continental di Milano, dove tutti i giovani andavano a ballare ai tempi. E lui era stato appena assunto al Corriere della Sera e mi invitò a ballare nonostante fosse un pessimo ballerino. E scoccò la scintilla». Arrestata nel 1944, Margarethe fu deportata in un lager nazista vicino a Bolzano[117].

A partire dalla metà degli anni sessanta, dopo la morte di Mario e Vittorio Crespi e la grave malattia del terzo fratello Aldo, la proprietà del Corriere della Sera fu gestita dalla figlia di quest'ultimo[72]. Sotto il controllo di Giulia Maria, il quotidiano operò una netta virata a sinistra. La nuova linea venne varata nel 1972, con il licenziamento in tronco del direttore Giovanni Spadolini e la sua sostituzione con Piero Ottone.

Montanelli diede un giudizio tagliente sull'operazione. In un'intervista a L'Espresso dichiarò che «un direttore non lo si caccia via come un domestico ladro» e, rivolgendosi ai Crespi, stigmatizzò il «modo autoritario, prepotente e guatemalteco che hanno scelto per imporre la loro decisione»[118]. L'articolo fece sensazione. Montanelli ricevette addirittura una proposta di candidatura alle imminenti elezioni politiche[119] da Ugo La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano e suo amico personale (era stato lui a introdurre il giornalista, nel 1935, nel gruppo di antifascisti che in seguito avrebbero fondato il Partito d'Azione)[120]. Montanelli declinò la proposta, girandola signorilmente a Spadolini. Un altro terreno di scontro con la proprietà del Corriere della Sera fu la sostituzione del capo della redazione romana, Ugo Indrio. Dopo il cambio di direttore, Indrio fu costretto a dimettersi: Montanelli lo difese, ma non riuscì ad evitare il suo allontanamento.

Nello stesso anno fu uno dei pochissimi giornalisti a scrivere che l'uccisione del commissario Luigi Calabresi era la conseguenza di una campagna diffamatoria senza precedenti, scatenata dall'estrema sinistra e sostenuta da molti intellettuali[121].

Rispondendo a un lettore, pochi giorni dopo il massacro di Monaco di Baviera, prese anche posizione a favore dello Stato d'Israele nelle guerre arabo-israeliane, scrivendo:

«Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato feddayn scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli "usurpatori" ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso[122]

A partire dal 1973 Montanelli cominciò ad esprimere il proprio malumore sulla conduzione del giornale. Piero Ottone replicò con un articolo di fondo nel quale ribadiva la giustezza della propria posizione. Per evitare quella che considerava l'«autocensura rossa» attuata da molti colleghi, Montanelli scelse di limitarsi a curare una rubrica settimanale[123], Montanelli risponde. Il giornalista entrò definitivamente in rotta di collisione con la proprietà in seguito a due interviste rilasciate nell'ottobre 1973 e ad un articolo molto polemico[124] nei confronti di Camilla Cederna (definita radical chic), grande amica di Giulia Maria Crespi[125]. La prima intervista fu pubblicata il 10 ottobre sul settimanale politico-culturale Il Mondo. Montanelli dichiarava a Cesare Lanza:

«Non esiste un contrasto personale fra Piero Ottone e me. Siamo, anzi, in ottimi rapporti. C'è piuttosto un'impostazione del Corriere della Sera del tutto diversa da quella che è la tradizione del giornale: dissensi sull'attuale indirizzo esistono e sono stati apertamente manifestati. Un dissenso niente affatto sotterraneo, un dibattito; e può darsi che esso si concluda con la sconfitta di chi sostiene questi valori tradizionali. In questo caso, potrebbe avvenire una secessione.»

(Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Milano, Bompiani, 1977, p. 143.)

E concludeva lanciando un appello:

«Ci vorrebbe da parte di una certa borghesia lombarda, che si sente defraudata dal suo giornale, un gesto di coraggio, di cui però questa borghesia, capace in fondo solo di brontolare, non è capace.»

(Giampaolo Pansa, op. cit., p. 143.)

La seconda uscì il 18 ottobre su Panorama. L'intervista, raccolta da Lamberto Sechi, venne pubblicata con il titolo Montanelli se ne va. E nel sommario: «"A novembre mi metto in pensione", annuncia il più famoso giornalista italiano. I motivi: dissensi sulla nuova linea del Corriere, vecchia ruggine con uno dei proprietari, Giulia Maria Crespi. Per adesso pensa a portare a termine gli ultimi volumi della sua Storia d'Italia. Ma non gli dispiacerebbe, dice, fondare un nuovo giornale».

L'editorialista spiegava:

«Tra virgolette, ora mi si può solo attribuire questo: il Corriere era un giornale misto, nel senso che conciliava il tipo di giornale a grande tiratura con quello di giornale d'élite. È molto probabile che questo compromesso si basasse su un tipo di pubblico e di società che non esiste più e che quindi oggi ci si deva [sic] rinunciare. Questa rinuncia Ottone la sta compiendo con coerenza (il giornale è anche tecnicamente fatto bene) e forse non poteva esimersi dal compierlo. Ma mette me in estremo disagio. Non gliene faccio alcun rimprovero. Semplicemente constato che le mie attitudini, la mia mentalità, il mio stile, tutto mi rende difficile l'adeguamento.»

(Franco Di Bella, Corriere segreto, Milano, Rizzoli, 1982, p. 402 (Appendice).)

Nel seguito dell'articolo, Panorama scriveva che Montanelli stava già pensando di realizzare un nuovo giornale con alcuni suoi fedelissimi, molti dei quali lavoravano con lui al Corriere. Avuta l'anticipazione del testo, il 17 ottobre, Giulia Maria Crespi e Piero Ottone non apprezzarono affatto l'intervista. Quello stesso giorno, in serata, Ottone si recò al domicilio milanese di Montanelli per comunicargli la decisione del suo licenziamento. Montanelli, però, se ne andò volontariamente, presentando le dimissioni e accompagnandole da un polemico articolo di commiato. L'articolo non fu pubblicato: il Corriere diede la notizia con un comunicato, su una colonna, il 19 ottobre (in un'intervista concessa a Franco Di Bella, Montanelli smentì di aver lasciato il giornale per incassare subito la liquidazione e rivelò che la cifra che ricevette fu di soli 75 milioni di lire, dopo 37 anni di carriera)[126].

Il giorno stesso della sua uscita dal Corriere, Montanelli ricevette un'offerta da Gianni Agnelli, che gli propose di scrivere su La Stampa. L'offerta fu accettata. Indro pubblicò il suo primo pezzo sul quotidiano torinese il 28 ottobre[127]. Montanelli lasciò anche la sua storica rubrica sul settimanale La Domenica del Corriere per traslocare sul concorrente Oggi[128]. Il vero obiettivo di Montanelli rimaneva comunque la fondazione di un quotidiano indipendente.

Chiamò la nuova creatura il Giornale nuovo[129]. Nella sua «traversata nel deserto» dal Corriere della Sera al Giornale nuovo lo seguirono molti validi colleghi che, come lui, non condividevano il nuovo clima interno al Corriere, tra i quali Enzo Bettiza, Egisto Corradi, Guido Piovene, Cesare Zappulli, e intellettuali europei come Raymond Aron, Eugène Ionesco, Jean-François Revel e François Fejtő.

All'inizio del 1974, quando il progetto di fondazione del nuovo quotidiano era ormai definitivo, giunse (grazie anche all'interessamento di Amintore Fanfani) un insperato sostegno finanziario da parte di Eugenio Cefis. Il presidente della Montedison gli fornì 12 miliardi di lire per tre anni[130]. Con quel finanziamento Montanelli tentò di avere dalla sua il nome di un importante editore. Tentò prima con Andrea Rizzoli (gli offrì il giornale gratis ma Rizzoli rispose di no perché era già in trattative per l'acquisto del Corriere della Sera) e poi con Mario Formenton, genero di Arnoldo Mondadori e amministratore delegato della casa editrice (anche lui disse di no grazie anche al parere negativo di Spadolini, cosa che fece arrabbiare molto Indro). In precedenza Montanelli aveva rifiutato di fare il giornale insieme ad Eugenio Scalfari (il primo direttore, il secondo condirettore) definendo la proposta di Scalfari un tantino azzardata. A quel punto Cefis affiancò a Indro due manager di provata esperienza: Angelo Morandi, per lungo tempo direttore amministrativo al quotidiano milanese Il Giorno e Antonio Tiberi, presidente di una società del gruppo Montedison, Industria, attiva nel settore editoriale[131][132][133]: Montanelli rimase comunque il proprietario della testata con i giornalisti cofondatori. Nel marzo 1974 Montanelli annunciò pubblicamente dalle colonne della Stampa il suo progetto di fondare un nuovo giornale[134]: il suo ultimo articolo sul quotidiano torinese comparve il 21 aprile[135].

Nello stesso anno si sposò in terze nozze con la collega Colette Rosselli (1911-1996), corsivista del settimanale Gente, più nota con lo pseudonimo di «Donna Letizia». La relazione tra Montanelli e la Rosselli era già incominciata intorno al 1950 (nonostante vivessero sempre in case separate, lui a Milano e lei a Roma), ma il giornalista ottenne il divorzio da Margarethe Colins de Tarsienne solo nel 1972, a causa della legge italiana che non lo ammetteva fino al 1970[136].

Direttore del GiornaleModifica

Con il Giornale – il primo numero uscì martedì 25 giugno 1974 – Montanelli intese creare una testata che esprimesse le istanze delle forze produttive della società, in particolare della piccola e media borghesia lombarda[137], inserendosi nel dibattito politico in guisa di interlocutore esterno alla politica, non schierato se non su orientamenti di massima e fautore di una destra ideale[138]. L'iniziativa, in cui Montanelli ebbe l'opportunità di rappresentare con maggiore evidenza le proprie posizioni sempre poco conformiste e spesso originali, fu accolta con ostilità da gran parte del mondo della stampa nazionale e degli ambienti di sinistra[137]. Il Giornale nuovo si avvalse della collaborazione di diverse grandi figure del giornalismo italiano: Enzo Bettiza nel ruolo di condirettore[139], Mario Cervi, Cesare Zappulli, Guido Piovene, come presidente della società dei redattori; vi scrissero grandi intellettuali liberali come Rosario Romeo, Renzo De Felice, Sergio Ricossa, Vittorio Mathieu, Nicola Matteucci, Raymond Aron e François Fejtő; alla critica letteraria Geno Pampaloni; per la filosofia Nicola Abbagnano; e ancora, Renato Mieli, Frane Barbieri, Giovanni Arpino e, più tardi, Gianni Brera[140].

La prassi giornalistica di Montanelli fu influenzata dal praticantato fatto negli Stati Uniti, tenendo presente la massima imparata alla United Press, vale a dire che ogni articolo deve poter essere letto e capito da chiunque, anche da un «lattaio dell'Ohio». Divenne membro onorario dell'Accademia della Crusca, per la quale si batté, sulle pagine del Giornale, cercando di coinvolgere direttamente i suoi lettori, così che uno dei più antichi e importanti centri di studio sulla lingua italiana non scomparisse.

Nel 1975, Montanelli troncò la quarantennale amicizia con Ugo La Malfa. Il motivo della rottura, avvenuta in seguito ad una violenta lite[141], fu la decisione, da parte del presidente del PRI, di sostenere il compromesso storico, ovvero il riavvicinamento fra DC e PCI[137]. La lite sarebbe stata ricomposta solo nel 1979, pochi giorni prima della scomparsa di La Malfa[142].

Fra gli episodi che Montanelli ritenne a posteriori più importanti[137] nella storia della sua conduzione del Giornale, vi furono due campagne, entrambe lanciate nel 1976. La prima fu la raccolta fondi lanciata a favore delle vittime del terremoto del Friuli, che in poche settimane raccolse tre miliardi di lire. I proventi, affidati al cronista Egisto Corradi, vennero usati per la ricostruzione dei comuni di Vito d'Asio e Montenars e della frazione di Sedilis, nel comune di Tarcento.

L'altra campagna fu l'invito a votare per la Democrazia Cristiana, lanciato alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 1976[137]. Dinanzi alla crescita del Partito Comunista Italiano, Montanelli sollecitò gli elettori moderati a impedire la salita al potere del partito di Berlinguer con uno slogan poi divenuto celebre[143]:

«Turiamoci il naso e votiamo DC.»

(Frase originalmente detta da Gaetano Salvemini alla vigilia delle elezioni politiche del 1948, come affermato dallo stesso Montanelli.)

Sempre nel 1976, Montanelli fu contattato da Mike Bongiorno, che gli propose di condurre, sulla nascente rete televisiva Telemontecarlo, un notiziario curato dalla redazione del Giornale. La trasmissione, anch'essa intitolata Il giornale nuovo, ebbe un notevole successo nonostante gli scarsi mezzi tecnici a disposizione. Costato solamente cento milioni di lire, il telegiornale, registrato in uno scantinato a Milano, fece registrare un'audience di alcuni milioni di telespettatori[137]. La popolarità della trasmissione fu accolta con ostilità dagli ambienti di sinistra: in particolare Eugenio Scalfari, direttore de la Repubblica, accusò TMC di essere una rete illegale, e alcuni pretori ne bloccarono le frequenze[144].

Per tutto il periodo della sua conduzione, Montanelli curò sul Giornale una rubrica quotidiana, intitolata Controcorrente, in cui commentava in modo sarcastico fatti e personaggi d'attualità. Su questa rubrica, fra l'altro, proseguì il duello a distanza, già cominciato sulle colonne del Corriere della Sera, con Fortebraccio, divenuto corsivista per l'Unità. I due giornalisti, di opposte ideologie («Fortebraccio» era comunista) ma identica vis polemica, mascherarono in realtà sotto i reciproci attacchi una relazione personale di amicizia e stima, come testimoniato dall'ironico epitaffio che Mario Melloni dichiarò sull'Unità di volere per se stesso: «Qui giace Fortebraccio / che segretamente / amò Indro Montanelli. / Passante, perdonalo / perché non ha mai cessato / di vergognarsene». Montanelli, sul Giornale, replicò che avrebbe voluto essere seppellito a fianco del collega, sotto l'epitaffio: «Vedi / lapide / accanto»[145][146].

Nel 1978, in seguito al sequestro di Aldo Moro e all'uccisione della scorta da parte delle Brigate Rosse, il Giornale nuovo si schierò fin dal primo giorno per la linea della fermezza, scrivendo:

«Naturalmente noi facciamo i più fervidi voti perché la sua tragica avventura si concluda nel modo migliore. Ma al cittadino italiano non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo offrire lo spettacolo di uno Stato che contratta il proprio prestigio, la propria autorità, i propri doveri con la criminalità ideologizzata solo quando è in gioco la sopravvivenza di uno dei suoi esponenti. Quanto più alti siano questi esponenti, tanto più è doveroso che essi soggiacciano alla regola comune: coi terroristi non si tratta[147]

Durante i due mesi di sequestro Moro non fu mai torturato o minacciato dalle BR, e a tal proposito Montanelli criticò severamente le lettere scritte dal presidente democristiano durante la prigionia, affermando che «tutti a questo mondo hanno diritto alla paura. Ma un uomo di Stato (e lo Stato italiano era Moro) non può cercare d'indurre lo Stato ad una trattativa con dei terroristi che oltre tutto, nel colpo di via Fani, avevano lasciato sul selciato cinque cadaveri fra carabinieri e poliziotti»[148].

Altre critiche furono rivolte a Eleonora Chiavarelli, vedova di Aldo Moro diventata accusatrice della DC e della classe politica italiana pochi anni dopo l'omicidio del marito:

«C'era infatti qualcosa di trionfalistico nel tono con cui questa vedova nera della politica parlava dei politici e nel perentorio gesto con cui puntava il dito contro tutti. Tutti, eccettuati coloro che le hanno ammazzato il marito. Contro di essi, dalle cronache che ho letto, non ha sporto accuse, non ha pronunciato condanne, non li ha nemmeno guardati. Fosse dipeso da lei, il processo ai terroristi sarebbe diventato il processo alla Dc, di cui suo marito era presidente, al governo di cui suo marito era l'artefice e garante, e ai servizi di sicurezza di cui suo marito era stato l'affossatore[149]

Quando venne reso pubblico l'elenco degli appartenenti alla P2, pur criticandone l'attività e le persone che vi avevano aderito[150], non condivise le accuse golpiste rivolte alla loggia[151], considerando Licio Gelli un «golpista da operetta» e affermando:

«L'idea che ministri, parlamentari, generali, ammiragli, ambasciatori, prefetti, magistrati, professionisti, imprenditori, giornalisti, tutta gente di grido, abbiano preso sul serio un personaggio come Gelli e accettato di fargli da valletti nella P2, mi sgomenta. Se questo è il Gotha italiano, figuriamoci il resto. Secondo me meritano davvero la galera. Non per associazione a delinquere, come dicono gl'inquirenti, ma per baggianeria e sconsideratezza[152]

Nel corso degli anni Montanelli lanciò una campagna giornalistica contro la candidatura di Venezia per l'Expo 2000 (voluta dal socialista Gianni De Michelis e ritirata nel 1990), appoggiò i referendum abrogativi a favore della preferenza unica e del sistema maggioritario (prendendo a modello il sistema elettorale francese a doppio turno) e nel 1991 sostenne la partecipazione dell'Italia nella guerra del Golfo per la liberazione del Kuwait (invaso dall'Iraq), promuovendo un appello a favore dei militari italiani presenti nel Golfo e criticando i pacifisti[153].

In occasione delle elezioni politiche italiane del 1992 (le prime dalla fine della guerra fredda) invitò i lettori del Giornale a votare una rosa di nomi favorevoli alle riforme istituzionali: furono individuate 457 persone tra vari partiti[154][155], ritenendo tuttavia votabili soltanto il PRI (quasi tutto filo-referendario), parte del PLI e la corrente DC vicina a Mario Segni (risulteranno eletti oltre 150 «pattisti»). Pur essendo critico nei confronti delle Leghe riconobbe che erano «un fenomeno di reazione a una provocazione» dovuto alla partitocrazia e alla politica nazionale che amministrava malissimo i soldi pubblici[156] e al ballottaggio delle elezioni comunali del 1993 invitò gli elettori milanesi a votare per Marco Formentini, candidato leghista considerato meno lontano dai moderati rispetto a Nando dalla Chiesa, sostenuto da una coalizione di sinistra, dando per certa la sconfitta dei candidati centristi al primo turno[157].

L'attentato delle Brigate RosseModifica

 
Montanelli ferito dalle Brigate Rosse.

Il 2 giugno 1977 Montanelli fu vittima a Milano di un attentato, ordito dalla colonna milanese delle Brigate Rosse. Mentre come ogni mattina, dopo essere uscito dall'Hotel Manin, dove risiedeva[24][158], si stava recando in redazione, venne ferito all'angolo fra via Daniele Manin e piazza Cavour (ove aveva sede il Giornale nuovo, nel cosiddetto Palazzo dei giornali), con una pistola 7,65 munita di silenziatore. L'attentatore gli sparò otto colpi consecutivamente, colpendolo due volte alla gamba destra, una volta di striscio alla gamba sinistra e alla natica, secondo una pratica definita – con un neologismo coniato in quel periodo – «gambizzazione»[159].

Il gruppo brigatista era formato da Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Calogero Diana: fu quest'ultimo a sparare. Gli attentatori, che probabilmente non sapevano che Montanelli portava con sé una pistola, lo avvicinarono di spalle chiamandolo per nome. Mentre il giornalista, fermatosi, stava girandosi per rispondere, Diana gli sparò a distanza ravvicinata. Colpito, Montanelli sentì cedere le gambe, ma decise di non estrarre la pistola. Il suo unico pensiero fu di non lasciarsi cadere a terra: si aggrappò alla cancellata dei Giardini[160] mentre urlava: «Vigliacchi, vigliacchi!» all'indirizzo dell'attentatore e dei complici in fuga; poi si lasciò scivolare a terra. Poco dopo dichiarò ad un soccorritore: «Quei vigliacchi mi hanno fottuto. Li ho visti in faccia, non li conosco, ma credo di poterli riconoscere»[161]. I proiettili trafissero la carne, senza però ledere né ossa né vasi sanguigni[162]. Lauro Azzolini affermò che se Montanelli avesse estratto la sua pistola sarebbe stato sicuramente ucciso[163].

Tutta la stampa italiana diede grande rilievo all'attentato contro Montanelli. Con due significative eccezioni: il Corriere della Sera, diretto da Piero Ottone, e La Stampa, diretta da Arrigo Levi, che arrivarono addirittura a omettere nel titolo di prima pagina il nome di Montanelli, relegandolo al sommario. Il Corriere della Sera titolò: I giornalisti nuovo bersaglio della violenza. Le Brigate rosse rivendicano gli attentati[164]; poi nel suo editoriale, pur esprimendogli una solidarietà senza riserve, avvertì i propri lettori che il collega ferito «rappresenta e difende posizioni nelle quali non ci riconosciamo». Per colmo, sia Arrigo Levi che Piero Ottone faranno poi visita al capezzale di Montanelli, che prenderà nota nei suoi Diari dell'imbarazzante visita dei due, col consueto sarcasmo:

«La notizia era il mio nome. Abolendolo, hai [Piero Ottone] svuotato la notizia. Ed è strano che lo abbia fatto proprio tu, che della notizia hai sempre predicato la centralità. [...] Più tardi sopraggiunge Arrigo Levi, che dopo consulto telefonico con Ottone, aveva a sua volta evitato, nel titolo, il mio nome. Più accorto, non dice nulla, e io nulla gli rimprovero. Ma da quali ometti è rappresentato questo povero giornalismo italiano![165]»

Più ironico su la Repubblica fu il vignettista Giorgio Forattini, che raffigurò l'allora suo direttore Eugenio Scalfari nell'atto di puntarsi una pistola contro il piede dopo aver letto la notizia dell'attentato a Montanelli, suggerendo che ne invidiasse la popolarità. Altri quotidiani pubblicarono la notizia in prima pagina (l'Unità riportò la cronaca dell'evento evidenziando la ferma condanna del partito per un atto definito criminale nell'occhiello del titolo)[166].

L'attentato venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse con una telefonata al Corriere d'Informazione (edizione pomeridiana del Corriere della Sera). Secondo la rivendicazione dei terroristi perché «schiavo delle multinazionali». Il giorno prima, con la medesima tecnica, le Brigate Rosse avevano gambizzato a Genova Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX, mentre il giorno successivo all'attentato a Montanelli venne gravemente ferito a Roma Emilio Rossi, a quel tempo direttore del TG1.

Montanelli divenne amico dei due brigatisti che lo avevano ferito[167] e che si erano dissociati dalla lotta armata[168][169]. Ad un incontro pubblico in cui erano presenti anche gli ex brigatisti disse poi:

«Sono da rispettare perché stanno pagando, con pene che sono state giustamente inflitte, per tutto il male che hanno fatto. Pagano e non hanno però tradito i loro compagni. Oggi rifiutano il loro passato e vogliono reinserirsi. [...] Sono stati bravi, mi hanno sparato quattro colpi senza uccidermi o azzopparmi, e non è facile. Ora la guerra è finita e tra vecchi nemici si usa brindare. Però se mi avessero ucciso il padre o il figlio non sarei certo qui, ma loro stanno pagando o hanno pagato. Prima o poi riusciranno a venir fuori e quindi hanno diritto al perdono. Non amo i pentiti, ma stimo Renato Curcio, anche se siamo su posizioni opposte. Non ha mai tradito i suoi compagni e non ha ammazzato nessuno. Non capisco perché stia ancora dentro. [...] Il mio conto con loro è chiuso. Li rispetto perché oggi rifiutano il loro passato[170]

Montanelli espresse stima, oltre che per l'ex capo brigatista, anche per il bandito Graziano Mesina[171], mentre definì l'ex leader di Autonomia Operaia Toni Negri «un esemplare umano di bassa lega»[172].

Nel 1996, rispondendo a Lauro Azzolini, rievocò il gesto di riconciliazione, aggiungendo:

«Quando, dieci anni dopo, venni a stringervi la mano, il gesto fu naturalmente equivocato. Non potendo attribuirlo alla paura, visto che voi eravate in galera e che il terrorismo era ormai debellato, molti mi accusarono di avervi stretto la mano per esibizionismo. Non capirono che lo avevo fatto perché ci eravamo combattuti all'ultimo sangue, ma allo stesso modo, cioè di fronte e a viso scoperto. Ecco perché ogni qual volta il romanziere di turno (e Dio sa quanti ce ne sono in questo Paese) si mette a ricamare sulle vostre tresche con la mafia, la camorra, la P2, i servizi segreti, ed insomma con quanto c'è di più sudicio in questo sudicio Paese, mi viene da ridere, ma anche un po' da indignarmi perché questo significava non avere, del terrorismo, capito nulla. Il terrorismo era la pistola; la malavita e il sudiciume sono l'Aids. Bene, caro Azzolini, sono contento che tu e Bonisoli abbiate ritrovato una certa normalità di vita, dandole un contenuto sociale e solidaristico in perfetta sintonia con le vostre ideologie. State tranquilli: nessuna persona di buon senso potrà mai scambiarvi per dei "pentiti" o dei complici di mafia o di camorra[173]

I rapporti con Silvio BerlusconiModifica

Nel 1977 terminò il finanziamento della Montedison. Montanelli accettò il sostegno di Silvio Berlusconi, all'epoca costruttore edile, che rilevò il 12% delle quote del Giornale per poi diventare socio di maggioranza nel 1979 con il 37,5%[174]. Secondo Felice Froio, Montanelli, sottoscrivendo il contratto con Berlusconi, gli avrebbe detto: «Tu sei il proprietario, io sono il padrone almeno fino a che rimango direttore. [...] Io veramente la vocazione del servitore non ce l'ho»[175].

 
Indro Montanelli con Silvio Berlusconi.

Nel corso degli anni ottanta Berlusconi affidò alla redazione del Giornale i primi notiziari di Italia 1, e schierò Montanelli tra gli opinionisti di punta di Canale 5[174]. Nel 1987, a causa dei debiti e della concorrenza sempre più agguerrita, i giornalisti-azionisti cedettero le loro quote a Berlusconi, che raggiunse la maggioranza assoluta prima di cedere il quotidiano al fratello Paolo nel 1992, per via della legge Mammì approvata due anni prima[174].

Il loro sodalizio durò senza significativi contrasti fino al 1994. Tanto che Montanelli, in un'intervista concessa al giornalista Giorgio Ferrari agli inizi degli anni novanta, disse: «La gente forse non ci crede quando dico che Silvio Berlusconi è il miglior padrone che potessi desiderare di avere. Sa perché? Perché ha capito immediatamente che non poteva darmi ordini. E non l'ha fatto. Di lui posso dire che è un misto di genialità e di coraggio, con un pizzico di "bausceria milanese". Uno che scommette su cose sulle quali tu non punteresti una lira»[176].

Secondo quanto racconta Marco Travaglio, in una delle visite di Montanelli presso la villa di Arcore, Berlusconi gli fece visitare il mausoleo funebre e, al termine della visita, giunti presso la sala dei loculi, gli avrebbe offerto un posto vicino a Cesare Previti, Marcello Dell'Utri e se stesso. Ma Montanelli declinò l'offerta, rispondendo ironicamente con l'incipit di una preghiera liturgica: «Domine, non sum dignus» («O Signore, non sono degno»)[177]. Dal punto di vista politico il sodalizio cominciò a scricchiolare durante il 1993, dal momento che Montanelli appoggiò il movimento referendario di Mario Segni come l'unica forza moderata e liberaldemocratica in grado di favorire il cambiamento, mentre Berlusconi era favorevole a una coalizione formata dal vecchio pentapartito, dalla Lega Nord e dal MSI[174]. Tra il dicembre 1993 e il gennaio 1994 arrivarono i primi attacchi personali da parte di Vittorio Sgarbi, che lo definì «un fascista» ripescando alcuni articoli scritti all'età di vent'anni, ed Emilio Fede, che il giorno dell'epifania ne chiese in diretta le dimissioni durante il TG4[174].

Secondo la versione raccontata da Montanelli nel gennaio 1994, due settimane prima della «discesa in campo» di Berlusconi, questi si presentò all'ufficio amministrativo del Giornale a sua insaputa, dicendo ai redattori che se volevano stipendi più alti e più mezzi tecnologici dovevano appoggiare i suoi interessi politici[178]. Successivamente arrivarono 35 lettere di dimissioni[178] (poi diventate 55)[174]: Montanelli, che gli aveva sconsigliato di entrare in politica, decise di non seguirlo e l'11 gennaio si dimise dalla direzione del quotidiano[179], che passò sotto la guida di Vittorio Feltri.

Da un'intervista audiovisiva rilasciata ad Alain Elkann si evince che la loro separazione fu presa di comune accordo. Nell'intervista con Elkann, Montanelli spiega meglio la dinamica della sua uscita dal Giornale. Egli, riferendosi a Berlusconi, racconta: «Gli dissi: "Io non mi sento di seguirti in questa avventura, quindi noi dobbiamo separarci". [...] Fu una separazione consensuale fra me e Berlusconi. Il patto su cui si reggeva la nostra convivenza, che era stato scrupolosamente osservato da tutt'e due le parti (ossia "Berlusconi è il proprietario del Giornale, Montanelli ne è il padrone"), era venuto meno»[180]. Montanelli ricostruisce quindi il dialogo che avvenne con Berlusconi, asserendo che non volle mettersi al suo servizio, sia perché non si era mai messo a servizio di nessuno e non riteneva opportuno cominciare con Berlusconi, sia perché riteneva che Berlusconi non potesse avere successo in politica.

Altri invece, citando lo stesso Montanelli, parlano di un aspro conflitto tra lui e Berlusconi e non convengono con coloro che sostengono la tesi che l'abbandono di Montanelli fosse in comune accordo con la proprietà[174]. Nella sua testimonianza autobiografica pubblicata postuma nel 2002, in ogni caso, il giornalista dichiarò che ciò che aveva scritto nel suo fondo di addio, ovvero che se n'era andato di sua iniziativa e non perché costretto, era «la verità»[181].

Il 10 gennaio 1994, Montanelli in una lettera aperta a Silvio Berlusconi scrisse:

«Ho creduto di metterti in guardia da quello che mi sembra un grosso azzardo [la discesa in campo]. A questa mia franchezza hai risposto venendo in assemblea di redazione a proporre un rilancio del Giornale purché adottasse una linea politica diversa per sostanza e per forma da quella seguita da me: e con questo hai sbarrato la strada ad ogni possibile intesa.»

(Federico Orlando, Il sabato andavamo ad Arcore, Bergamo, Larus, 1995, p. 214.)

Risultò quindi per lui una sorpresa la vittoria del suo ex editore, che attribuì a una combinazione di fortuna e fiuto, e in particolare al fatto che, dopo Mani pulite, l'elettorato desiderava votare qualcosa di nuovo. Nel 1996 Berlusconi invitò Montanelli a cena nella sua villa di Arcore, per riconciliarsi con lui[138]. Montanelli rimase comunque sempre convinto che Berlusconi fosse inadatto al ruolo di politico, per i suoi atteggiamenti prima ancora che per il suo conflitto di interessi[138], e tra il 2000 e il 2001 ricominciò ad attaccarlo, preoccupato dall'instaurazione di un «regime», come fece durante il suo primo governo[174].

Direttore de la Voce (1994-1995)Modifica

 
Indro Montanelli presenta il suo nuovo quotidiano, la Voce.

Non ritenendo di poter accettare la direzione del Corriere della Sera (che non avrebbe assunto anche gli altri redattori del Giornale) offertagli da Paolo Mieli e Gianni Agnelli[53], Montanelli decise di fondare una nuova testata, la Voce, il cui nome fu scelto in omaggio a Giuseppe Prezzolini[182]. L'idea iniziale era di farne un settimanale[183], sul modello de Il Mondo di Mario Pannunzio: di conseguenza la progettazione della «terza pagina», la sezione culturale, risultò particolarmente curata. A far decidere Montanelli di pubblicare un quotidiano fu il numero di giornalisti alle sue dipendenze: a seguire il loro direttore nel passaggio dal Giornale alla Voce vi furono infatti 55 cronisti su 77[182]. Tra questi, Beppe Severgnini, Marco Travaglio, Mario Cervi, Giancarlo Mazzuca, Federico Orlando, Peter Gomez, Donata Righetti, Luigi Offeddu, Alberto Mazzuca, Tiziana Abate. La nuova impresa tuttavia non ebbe vita lunga non riuscendo ad ottenere nel tempo un sufficiente volume di vendite: nonostante un esordio di 500.000 copie[138][184], le vendite scesero presto sotto le 100.000 unità. L'ultimo numero fu pubblicato mercoledì 12 aprile 1995. Secondo Montanelli, una causa dell'insuccesso fu l'avere sovrastimato il numero di potenziali acquirenti della rivista, pensata per un pubblico di destra liberale, non soddisfatto della svolta populistica impressa da Berlusconi[182]. Un secondo errore fu la grafica troppo anticonvenzionale della pubblicazione, in particolare il fotomontaggio satirico e caricaturale che caratterizzava la prima pagina: la troppa aggressività delle immagini avrebbe contribuito ad allontanare i possibili acquirenti, abituati a uno stile più misurato[138]. In retrospettiva, tuttavia, l'avveniristica impostazione grafica, ideata dall'art director Vittorio Corona, avrebbe influenzato lo stile giornalistico degli anni successivi[185].

Gli ultimi anni: il ritorno al Corriere della SeraModifica

Dopo la chiusura della Voce, Montanelli tornò a lavorare per il Corriere della Sera, curando una seguitissima pagina di colloquio coi lettori, La Stanza di Montanelli. Le lettere e le risposte più significative furono in seguito raccolte nei due libri antologici (Le Stanze e Le nuove Stanze) e, in parte, anche nell'epistolario Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita.

Nel 1996 sostenne, suscitando polemiche, l'ipotesi dell'illegittimità della condanna dell'ex militare nazista Erich Priebke, uno dei responsabili dell'eccidio delle Fosse Ardeatine (pur avendo due amici tra le vittime) in quanto, secondo Montanelli, Priebke fu costretto a scegliere tra eseguire l'ordine, che veniva dai vertici tedeschi, o morire fucilato anch'egli[186][187][188].

Negli ultimi anni Montanelli prese posizione a favore dell'intervento della NATO in Jugoslavia[189][190], definendo Slobodan Milošević «uno dei maggiori responsabili dello sfacelo della Jugoslavia e del suo precipizio nella guerra civile»[191], scrisse di essere contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso, sostenendo che «la nostra società è basata [...] sulla famiglia, e la famiglia è per definizione formata da un uomo e da una donna»[192], contro la legalizzazione delle droghe leggere perché portano alle droghe pesanti, e quelle pesanti portano allo sfacelo e alla morte[193] e si dichiarò favorevole all'eutanasia[194]. Fu contrario all'istituzione della giornata della Memoria, spiegando che «le feste comandate non raggiungono mai gli effetti che si propongono, anzi provocano il contrario»[195].

Quando uscì Il libro nero del comunismo espresse dei dubbi sulle reali cifre riportate dagli autori e si disse non sorpreso dal contenuto, poiché non fu rivelato nulla che già non si sapesse[196], così come definì il dossier Mitrokhin (riferito in particolare alla lista di presunti agenti e informatori del KGB in Italia) «una patacca»[197] e «una bufala» per via dei nomi presenti nell'elenco[198], scrivendo:

«Cossutta, per esempio. Ma che bisogno aveva, Cossutta, di parlare con qualche piedipiatti del Kgb, lui che a Mosca parlava con tutti i maggiori esponenti della cosiddetta Nomenklatura, da Suslov a Breznev, dai quali era considerato un loro fiduciario? E cosa c'entrano i giornalisti? Ognuno di noi ha avuto certamente rapporti con agenti dei servizi segreti stranieri, il più delle volte ignorando che lo erano, ma talvolta magari sapendolo. Fa parte del nostro mestiere. E ora mi spieghi una cosa lei: come mai queste liste che non comprendono soltanto nomi italiani, ma anche francesi, inglesi, spagnoli ecc., sono state considerate dappertutto carta straccia meno che in Italia?»

Favorevole a un atto di grazia o di indulto verso gli ex terroristi degli anni di piombo, considerò una truffa un gesto analogo per le inchieste di Tangentopoli, poiché «la corruzione è una piaga endemica della nostra società e come tale va endemicamente combattuta»[199], e inutile l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sui magistrati della Procura di Milano[200].

Nel 1998, in un editoriale sul Corriere della Sera, difese Gian Carlo Caselli e gli altri magistrati palermitani accusati da buona parte dell'opinione pubblica di aver indotto al suicidio il giudice Luigi Lombardini, indagato per estorsione nell'ambito del sequestro di Silvia Melis (rapita dall'anonima sequestri l'anno prima), che si uccise dopo un lungo interrogatorio[201]. L'allora procuratore capo di Palermo scrisse una lettera di ringraziamento e Montanelli rispose: «Signor Procuratore, grazie del suo grazie, che forse non merito perché mi sono limitato a parlare da giornalista indipendente. Indipendente da tutto, anche dai pregiudizi e partiti presi. Posso ricambiarlo soltanto con un augurio: che la limpidezza della sua azione trionfi e valga a disperdere o almeno ad alleggerire la cappa di fango che si cerca di gettare sulla Giustizia. Lo auguro a Lei. Ma lo auguro anche, come cittadino, a me stesso»[202]. Successivamente tornò sull'argomento per «scagionare Caselli da qualsiasi responsabilità nel suicidio di Lombardini»[203], scrivendo:

«Dapprincipio, leggendo che Caselli si era presentato alla procura di Cagliari portandosi al seguito cinque colleghi, avevo pensato che anche lui fosse incorso in qualcuna di queste pecche. Ma poi è risultato evidente che di lavoro, in questo caso, ce n'era non per cinque, ma per dieci o quindici toghe, talmente profondo era il pozzo nero in cui dovevano calarsi. Quanto ai metodi intimidatori, essi sono smentiti non dal resoconto stenografico che si può alterare come si vuole, ma dalla registrazione su nastro di tutto l'interrogatorio, su cui non si possono operare né tagli né omissioni. "Lo hanno torchiato per 5 ore!" fu l'indignato grido che si levò dopo il suicidio dell'indagato. Sfido io, con quel po' po' di roba che stava venendo a galla, e che non riguardava soltanto Lombardini, ma tutta la procura di Cagliari con annessi e connessi avvocati, avventurieri, delinquenti e vittime in un inestricabile viluppo di responsabilità e complicità, che disperiamo di vedere mai chiarito[203]

In politica interna dichiarò di aver votato per L'Ulivo alle elezioni politiche italiane del 1996[204] e del 2001, temendo che un successo della Casa delle Libertà con margine di voti troppo largo avrebbe potuto portare Berlusconi a ritenersi «un nuovo uomo della provvidenza»[205], mentre votò per il candidato di centrodestra Gabriele Albertini alle elezioni comunali di Milano del 1997[206] e del 2001[207]; si astenne per le elezioni europee del 1999[208] e votò per il centrosinistra alle Regionali del 2000[209]. Scrisse inoltre di voler vedere al Quirinale una donna tra Rita Levi-Montalcini, Emma Bonino, Letizia Moratti e Tullia Zevi (presidente dell'UCEI dal 1983 al 1998)[210].

Molto critico verso la coalizione di centrodestra, Montanelli concesse qualche apertura al percorso di Alleanza Nazionale verso l'area governativa (come fece con il PDS)[211] mentre disprezzò gli ex comunisti o filocomunisti convertiti al liberalismo d'accatto e all'anticomunismo barricadiero, dopo aver tifato per il «sorpasso» sulla DC negli anni settanta, chiamandoli «sedicenti liberaloni» e descrivendo la borghesia italiana come «la più vile di tutto l'Occidente»[212].

Nel 2000, alla morte di Bettino Craxi, criticò severamente la proposta di Massimo D'Alema di offrire come «atto dovuto» i funerali di Stato all'ex segretario socialista, morto latitante in Tunisia, dicendo:

«"Atto dovuto"? Ma dovuto a chi? Anche a un latitante: quale, dal punto di vista legale, era Craxi? Concedere i funerali di Stato a un latitante significa sconfessare la Giustizia che lo ha condannato. [...] Ma può lo Stato sconfessare la propria Giustizia senza sconfessare se stesso? Mi sembra di vivere in un Paese che di senso dello Stato ne ha meno di una tribù del Ghana[213]

Altre critiche furono rivolte all'ambiente cattolico (vicino a Comunione e Liberazione) filo-secessionista e anti-unitario riunito al Meeting per l'amicizia fra i popoli:

«A Rimini, cioè in casa propria (ma anche nostra, almeno per il momento), questi signorini non hanno fatto che fischiare tutto ciò che è italiano, acclamare nel nuovo beato Pio IX il Papa-Re che pretendeva d'impedire il processo di unificazione nazionale ed esaltare come i veri eroi del Risorgimento i Borboni e i briganti del Cardinale Ruffo. A lei, tutto questo va bene? A me, dà il vomito[214]

In politica estera si disse contrario all'allargamento del Patto Atlantico in Europa orientale[215] e a un secondo Piano Marshall a favore dei Balcani, della Russia e del Medio Oriente[216], mentre nel 2000 scrisse che, pur essendo un simpatizzante repubblicano, se avesse potuto avrebbe votato Al Gore (candidato democratico) alle presidenziali americane, sostenendo che aveva più esperienza sia in politica interna che in politica estera rispetto a George W. Bush, considerato poco più che una comparsa[217].

La morte nel 2001Modifica

Il 22 luglio 2001, Montanelli morì a Milano nella clinica La Madonnina (lo stesso luogo dove 29 anni prima era scomparsa un'altra figura storica del Corriere, l'amico Dino Buzzati): operato agli inizi del mese per un tumore all'intestino[218], morì a causa di complicazioni seguite a un'infezione delle vie urinarie[219]. Il giorno seguente il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, pubblicò in prima pagina il necrologio di Montanelli, scritto da lui stesso pochi giorni prima di morire:

«Mercoledì 18 luglio 2001, ore 1:40 del mattino. Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza – Indro Montanelli – giornalista – Fucecchio 1909, Milano 2001 – prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell'affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un'urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose, né commemorazioni civili.»

(Corriere della Sera, 23 luglio 2001.)

Migliaia di persone sfilarono nella camera ardente per rendergli omaggio[220]. Montanelli è sepolto nel cimitero di Fucecchio.

Riconoscimenti ed eredità culturaleModifica

Fra i vari riconoscimenti tributati a Montanelli, spicca la nomina a Senatore a vita offertagli nel 1991 da Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica. Il giornalista non accettò però la proposta, a garanzia della sua completa indipendenza[221]. Dichiarò:

«Non è stato un gesto di esibizionismo, ma un modo concreto per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza[222]

E ancora:

«Purtroppo, il mio credo è un modello di giornalista assolutamente indipendente che mi impedisce di accettare l'incarico[222]

 
Montanelli al Teatro Nuovo di Milano, 1994, alla presentazione de la Voce.

Montanelli fu autore e uomo di cultura riconosciuto e premiato anche all'estero: nel 1992 fu il primo italiano ad essere nominato Commendatore di I classe dell'Ordine del Leone di Finlandia (Suomen Leijonan I lk:n komentaja)[223][224][225], nel 1994 ricevette l'International Editor of the Year Award della World Press Review[226], e nel 1996 ebbe il Premio Principessa delle Asturie, attribuitogli con la seguente motivazione[227]:

«Il dottor Indro Montanelli è stato ed è per i professionisti della comunicazione di tutto il mondo un esempio e uno specchio permanente di etica professionale, indipendenza di giudizio, difesa della libertà e servizio alla convivenza democratica per mezzo della comunicazione. Alla sua straordinaria biografica giornalistica e al suo sforzo per difendere la pluralità dei media - che lo ha portato a fondare varie testate - si aggiunge inoltre un'ampia opera di divulgazione storica, caratterizzata da rigore e originalità.»

Nel 2000 fu insignito negli Stati Uniti dell'International Press Institute World Press Freedom Heroes, unico italiano tra 50 personalità scelte tra i più grandi giornalisti del Novecento per aver difeso e salvato la libertà di stampa nella seconda metà del secolo. Interpellato da un lettore sul significato del prestigioso premio «Eroe della libertà di stampa», Montanelli rispose così:

«Posso dirle che nessun riconoscimento poteva lusingarmi più di questo, che mi assegna un posto fra i più grandi giornalisti di questo secolo. Lo considero qualcosa di mezzo fra un Oscar e un Nobel, comunque il coronamento più esaustivo e gratificante di una carriera di oltre settant'anni punteggiata di triboli d'ogni genere, ma rimasta fedele a se stessa, cioè al giornalismo, al di fuori del quale non ho cercato né accettato nulla[228]

Fra i personaggi di fama mondiale da lui intervistati, oltre ai già citati Henry Ford e Papa Giovanni XXIII, si possono ricordare Winston Churchill e Charles de Gaulle.

Degna di nota è la cena che Indro Montanelli ebbe nel 1986, in Vaticano, con Papa Giovanni Paolo II:

«La sera che cenai col Papa [...] cenai praticamente da solo [...]. Per la prima volta, nella mia lunga carriera d'inappetente sempre in imbarazzo per ciò che rifiuta, mi sentivo in colpa d'ingordigia. [...] Quando ci alzammo da tavola, lui che c'era rimasto seduto quasi due ore a veder noi mangiare, mi accompagnò lungo il corridoio. Ma, passando davanti alla cappella, mi toccò il braccio e con qualche esitazione, come avesse paura di apparirmi indiscreto, mi disse: «So che sua madre era una donna molto pia. Vogliamo dire una piccola preghiera per lei?». C'inginocchiammo l'uno accanto all'altro. Ma quando, nel congedarmi, accennai a un inchino, me lo impedì serrandomi il polso in una morsa di ferro, e mi abbracciò accostando due volte la tempia alle mie. Come faceva mio padre, che baci non ne dava[229]

Enzo Biagi ricordava il suo legame con il lettore: «Era il suo vero padrone. E quando vedeva lo strapotere di certi personaggi, si è sempre battuto cercando di rappresentare la voce di quelli che non potevano parlare»[230].

Il Comune di Milano ha intitolato al grande giornalista i Giardini Pubblici di Porta Venezia, divenuti Giardini Pubblici Indro Montanelli. All'interno del parco è stata posta una statua raffigurante Montanelli intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.

La Fondazione Montanelli Bassi ha istituito nel 2001 un premio di scrittura dedicato alla triplice figura di Montanelli, giornalista, storico e narratore, assegnato a cadenza biennale (la prima edizione si tenne nel 2003). Il premio, suddiviso nelle sezioni «Alla carriera» e «Giovani», prende in considerazione gli scritti nel settore del giornalismo, della divulgazione storica e della memorialistica[231].

Nel 2016 la sua vita ha ispirato la docu-fiction televisiva Indro. L'uomo che scriveva sull'acqua, in cui gli attori Roberto Herlitzka e Domenico Diele lo interpretano rispettivamente da vecchio e da giovane[232][233].

OpereModifica

  • Commiato dal tempo di pace, Roma, Il Selvaggio, 1935.
  • XX Battaglione eritreo, Milano, Panorama, I ed. marzo 1936; riedizione: XX Battaglione Eritreo. Il primo romanzo e le lettere inedite dal fronte africano, a cura di Angelo Del Boca, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2010, ISBN 978-88-17-03303-9.
  • Primo tempo, Milano, Panorama, 1936.
  • Guerra e pace in Africa Orientale, Firenze, Vallecchi, 1937.
  • Ambesà. Racconto, Milano, Fratelli Treves Editori, 1938.
  • Albania una e mille, Torino, Paravia, 1939.
  • Giorno di festa, Collana I narratori dello "Specchio", Milano, Mondadori, 1939-1942; seconda edizione: Milano, Rizzoli, 1968.
  • Vecchia e nuova Albania, Milano, Garzanti, 1939.
  • I cento giorni della Finlandia, Collana Pagine dell'ora, Milano, Garzanti, 1940.
  • Gente qualunque. Racconti di Indro Montanelli, Milano, Bompiani, 1942.
  • Guerra nel fiordo, Collana La guerra per l'Europa n.3, Milano, Mondadori, 1942.
  • La lezione polacca, Milano, Mondadori, 1942.
  • Qui non riposano. Romanzo, Milano, Antonio Tarantola Editore, I edizione: agosto 1945 - II edizione: ottobre 1945; Milano, Mondadori, 1949[234]; Edizione integrale,Collana Biblioteca Moderna, Milano, Mondadori, III edizione maggio 1949; Venezia, Marsilio, 1982; Collana La Scala, Milano, BUR, 2001, ISBN 978-88-1712-573-4.
  • Il buonuomo Mussolini, Milano, Serie polemica n.6, Edizioni Riunite, 1947.
  • Vita sbagliata di un fuoruscito. A. Herzen, 1811-1871, Collana Il Cammeo n.8, Milano, Longanesi, 1947; II edizione riveduta: Herzen: Vita sbagliata di un fuoruscito, Milano, Rizzoli, 1961.
  • L'illustre concittadino, con Mario Luciani, Torino, Società Editrice Torinese, 1949.
  • Morire in piedi. Rivelazioni sulla Germania segreta 1938-1945, Milano, Longanesi, 1949; oggi nella Collana Opere di Indro Montanelli, Prefazione di Sergio Romano, Milano, Rizzoli, 2006, ISBN 88-17-00922-9.
  • Padri della Patria,(ritratti di Winston Churchill, António de Oliveira Salazar, Francisco Franco, Alcide De Gasperi, Cesare Maria De Vecchi), Milano, Mondadori, 1949.
  • Incontri
Pantheon minore (Incontri), Milano, Longanesi, 1950.
Tali e quali (Incontri). Volume II, Milano, Longanesi, 1951.
I rapaci in cortile (Incontri). Volume III, Milano, Longanesi, 1952.
Busti al Pincio (Incontri). Volume IV, Milano, Longanesi, 1953.
Facce di bronzo, Milano, Longanesi, 1955.
Belle figure. (Incontri) volume VI, Milano, Longanesi, 1959.
  • Mio marito, Carlo Marx, Milano, Longanesi, 1954.
  • Andata e ritorno, Firenze, Vallecchi, 1955.
  • Lettere a Longanesi e ad altri nemici, Collana La Fronda n.10, Milano, Longanesi, 1955.
  • Addio, Wanda! Rapporto Kinsey sulla situazione italiana, sovraccoperta di Mino Maccari, Milano, Longanesi, 1956.
  • Storia di Roma. Narrata da Indro Montanelli ai ragazzi dai nove ai novant'anni, con 51 incisioni di Colette Rosselli, Milano, Longanesi, 1957; Milano, Rizzoli, 1959.
  • Il generale Della Rovere. Istruttoria per un processo, Collana Zodiaco, Milano, Rizzoli, 1959.
  • Il generale (sceneggiatura de Il generale Della Rovere), Roma, Zebra film, 1959.
  • Storia dei Greci, Milano, Rizzoli, 1959.
  • Reportage su Israele, Milano, Editrice Derby, 1960.
  • Tagli su misura (Incontri), Milano, Collana Lo Zodiaco, Rizzoli, 1960.
  • Gli Incontri. Edizione completa e definitiva, Milano, Rizzoli, 1961 (contiene i ritratti scritti per il Corriere della Sera dal 1949 al 1960).
  • I sogni muoiono all'alba. Commedia in 2 tempi, Milano, Il Teatro delle novità, 1960.
  • Garibaldi, con Marco Nozza, Milano, Rizzoli, 1962, ISBN 88-17-42701-2.
  • Teatro: Viva la dinamite! I sogni muoiono all'alba. Kibbutz. Resistè. Cesare e Silla, Milano, Rizzoli, 1962.
  • Gente qualunque, Nuova ed. ampliata, Milano, Rizzoli, 1963; riedito nel 2003, nella Collana Opere di Indro Montanelli, Rizzoli, ISBN 88-17-00020-5.
  • Dante e il suo secolo, Milano, Rizzoli, 1964, ISBN 88-17-42000-X.
  • Indro Montanelli, Alberto Cavallari, Piero Ottone, Gianfranco Piazzesi, Giovanni Russo, Italia sotto inchiesta. Corriere della Sera (1963-65), Firenze, Sansoni, 1965.
  • L'Italia dei secoli bui. Il Medio Evo sino al Mille, con Roberto Gervaso, Milano, Rizzoli, 1965.
  • L'Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250, con Roberto Gervaso, Milano, Rizzoli, 1966.
  • L'Italia dei secoli d'oro. Il Medio Evo dal 1250 al 1492, con Roberto Gervaso, Milano, Rizzoli, 1967.
  • L'Italia della Controriforma (1492-1600), con Roberto Gervaso, Milano, Rizzoli, 1968, ISBN 88-17-42710-1.
  • L'Italia del Seicento (1600-1700), con Roberto Gervaso, Milano, Rizzoli, 1969.
  • Per Venezia, Venezia, Sodalizio del libro, 1970.
  • Rumor visto da Montanelli, Vicenza, Neri Pozza, 1970.
  • Venezia. Caduta e salvezza, con Giuseppe Samonà e Francesco Valcanover, Sansoni, Firenze, 1970.
  • L'Italia del Settecento (1700-1789), con Roberto Gervaso, Milano, Rizzoli, 1970.
  • L'Italia giacobina e carbonara (1789-1831), Milano, Rizzoli, 1971.
  • L'Italia del Risorgimento (1831-1861), Milano, Rizzoli, 1972.
  • L'Italia dei Notabili (1861-1900), Milano, Rizzoli, 1973.
  • L'Italia di Giolitti (1900-1920), Milano, Rizzoli, 1974.
  • I libelli, (contiene Mio Marito Karl Marx, Il buonuomo Mussolini, Addio, Wanda!), Milano, Rizzoli, 1975; poi in BUR, 1993-2001, ISBN 88-17-11586-X.
  • Il generale Della Rovere. Introduzione di Geno Pampaloni, Nuova ed., Collana BUR n.53, Milano, Rizzoli, 1975.
  • I Protagonisti, Milano, Rizzoli, 1976, ISBN 978-88-1742-718-0.
  • L'Italia in camicia nera (1919-3 gennaio 1925), Milano, Rizzoli, 1976.
  • Controcorrente (a cura di Marcello Staglieno), Milano, Società Europea di Edizioni, 1978.
  • Cronache di guerra (contiene La lezione polacca, I cento giorni della Finlandia e Guerra nel fiordo), Milano, Editoriale Nuova, 1978.
  • Se io fossi, come Averroè, illustrazioni di Ugo Marantonio, Milano, Società Europea di Edizioni, 1978.
  • L'Italia littoria (1925-1936), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1979.
  • Controcorrente. Volume secondo (a cura di Marcello Staglieno), Milano, Editoriale Nuova, 1980.
  • Due secoli di guerre, con Mario Cervi, Milano, Editoriale Nuova, 1980.
  • L'archivista. Tra cronaca e storia, con Marcello Staglieno e Renato Besana, Milano, Società Europea di Edizioni, 1980.
  • L'Italia dell'Asse (1936-10 giugno 1940), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1980.
  • Incontri italiani, Milano, Rizzoli, 1982, ISBN 978-88-1742-800-2.
  • L'Italia della disfatta (10 giugno 1940-8 settembre 1943), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1982.
  • L'Italia della guerra civile (8 settembre 1943-9 maggio 1946), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1983.
  • Leo Longanesi, con Marcello Staglieno, Milano, Rizzoli, 1984.
  • L'Italia della Repubblica (2 giugno 1946-18 aprile 1948), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1985, ISBN 88-17-42724-1.
  • L'energia e la storia, con Mario Cervi, Roma, Ente Nazionale per l'Energia Elettrica, 1986.
  • Professione verità (contiene i reportages: Giappone '51, Ungheria '56, Toscana '62), Roma-Bari, Laterza-Cassa di Risparmio della Spezia, 1986.
  • Sommario di storia d'Italia dall'Unità ai giorni nostri, con Paolo Granzotto, Milano, Rizzoli, 1986, ISBN 978-88-1742-802-6.
  • Controcorrente 1974-1986, Milano, Mondadori, 1987, ISBN 978-88-0430-055-7.
  • Figure & figuri del Risorgimento, con una nota biografica di postfazione di Marcello Staglieno, Pavia, Editoriale Viscontea, 1987, ISBN 88-7807-009-2.
  • L'Italia del miracolo (14 luglio 1948-19 agosto 1954), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1987, ISBN 88-17-42725-X.
  • Montanelli narratore. Da Giorno di festa a Qui non riposano, da Paura a Gallarate a Gente qualunque, Milano, Rizzoli, 1988.
  • Ritratti, a cura di Paolo Granzotto, Milano, Rizzoli, 1988, ISBN 978-88-1742-803-3 (galleria di ritratti estrapolati dai libri di Storia di Montanelli).
  • L'Italia dei due Giovanni (1955-1965), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1989, ISBN 978-88-1742-726-5.
  • Milano Ventesimo secolo. Storia della capitale morale da Bava Beccaris alle Leghe, con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1990; nuova edizione rivista, ampliata e aggiornata da Mario Cervi dopo la morte di Montanelli: Milano Ventesimo secolo. Storia della capitale morale da Bava Beccaris all'anno 2000, Milano, SuperBur Saggi, 2002, ISBN 88-17-11719-6.
  • Caro direttore. 1974-1977. Il meglio della rubrica "La parola ai lettori", Milano, Rizzoli, 1991, ISBN 88-17-42728-4.
  • Firenze, Collana Passpartout, Milano, Mondadori, 1991, ISBN 978-88-0437-756-6.
  • L'Italia degli anni di piombo (1965-1978), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1991, ISBN 88-17-42805-1.
  • Dentro la Storia. Finlandia 1939-40. Ungheria 1956, Milano, Rizzoli, 1992, ISBN 978-88-17-42806-4.
  • Il testimone, a cura di Manlio Cancogni e Piero Malvolti, Collana Il Cammeo n.232, Milano, Longanesi, 1992, ISBN 88-304-1063-2; Milano, TEA, 1993.
  • Il meglio di «Controcorrente». 1974-1992 (antologia della rubrica tenuta su il Giornale), Milano, Rizzoli, 1993, ISBN 978-88-17-42807-1. - Collana Montanelli giornalista, Milano, Rizzoli, 2005, ISBN 978-88-1700-906-5.
  • L'Italia degli anni di fango (1978-1993), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1993.
  • Caro Lettore. Il meglio della rubrica "La parola ai lettori". 1978-1981, Milano, Rizzoli, 1994, ISBN 88-17-42730-6.
  • Istantanee. Figure e Figuri della Prima Repubblica, Milano, Rizzoli, 1994, ISBN 88-17-42729-2.
  • Eppur si muove. Cambiano gli italiani?, con Beniamino Placido, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 1995, ISBN 978-88-17-42809-5.
  • Una Voce poco fa (contiene i più importanti editoriali apparsi sul quotidiano La Voce), Collana Tendenze, Bologna, Il Mulino, 1995, ISBN 978-88-15-05136-3.
  • Indro Montanelli: la mia «Voce», (intervista di Giancarlo Mazzuca), Milano, Sperling & Kupfer, 1995.
  • L'Italia di Berlusconi (1993-1995), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1995, ISBN 88-17-42810-8.
  • L'Italia dell'Ulivo (1995-1997), con Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1997, ISBN 88-17-42810-8.
  • Le Stanze. Dialoghi con gli italiani, Milano, Rizzoli, 1998, ISBN 88-17-85259-7.
  • L'Italia del Novecento, con Mario Cervi, Collana Storica, Milano, Rizzoli, 1998, ISBN 978-88-17-86014-7.
  • La stecca nel coro. 1974-1994: una battaglia contro il mio tempo, a cura di Eugenio Melani (antologia di editoriali pubblicati in prima pagina su il Giornale), Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 1999, ISBN 978-88-17-86284-4.
  • L'Italia del Millennio. Sommario di dieci secoli di storia, con Mario Cervi, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2000, ISBN 978-88-1786-608-8.
  • Colloquio sul Novecento: 31 gennaio 2001, Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio / con Vittorio Foa, Rita Levi-Montalcini, Indro Montanelli, Leopoldo Pirelli; coordinato da Maurizio Viroli; introdotto da Luciano Violante - Roma, Camera dei deputati, 2001.
  • Il Generale Della Rovere, prefazione di Gianni Riotta, con un'intervista di Michele Brambilla all'Autore, Collana La Scala, Milano, BUR, 2001, ISBN 978-88-17-86679-8.
  • Le Nuove Stanze, Prefazione di Ferruccio de Bortoli, a cura di Michele Brambilla, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2001, ISBN 978-88-17-86842-6.
  • Soltanto un giornalista. Testimonianza resa a Tiziana Abate, Milano, Rizzoli, 2002, ISBN 978-88-1712-991-6.
  • Caro Indro... Dialoghi di Montanelli con il direttore di OGGI. 1993-2001. Il meglio di una rubrica di successo durata otto anni, a cura di Paolo Occhipinti, supplemento al settimanale Oggi n. 30 del luglio 2002, RCS.
  • Il Generale Della Rovere. Prefazione di Sergio Romano, Collana I Grandi Romanzi Italiani n. 28, allegato al Corriere della Sera
  • Senza Voce. Breve storia di un giornale-fenomeno: i testi e i fotomontaggi più belli, prefazione di Ferruccio de Bortoli, postfazione di Vittorio Corona, Collana Saggi, Milano, BUR, 2005, ISBN 978-88-17-00633-0.
  • Istantanee-Caro Direttore-Caro Lettore-Il meglio di controcorrente,(cofanetto di 4 volumi), Collana Saggi, BUR, Milano, 2006, ISBN 978-88-17-01431-1.
  • La sublime pazzia della rivolta. L'insurrezione ungherese del 1956 (raccoglie gli articoli scritti per il Corriere della Sera, già presenti nel volume Dentro la Storia), Prefazione di Miriam Mafai, Milano, Rizzoli, 2006, ISBN 978-88-17-01444-1.
  • L'Impero bonsai. Cronaca di un viaggio in Giappone 1951-1952, Prefazione di Vittorio Zucconi, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2007, ISBN 978-88-17-01710-7.
  • La mia eredità sono io. Pagine da un secolo, a cura di Paolo Di Paolo, Collana Scrittori contemporanei, Milano, BUR, 2008, ISBN 978-88-17-02631-4.
  • I conti con me stesso. Diari 1957-1978 (tratti da 12 quaderni e taccuini redatti tra il 1957 e il 1978, ma espunti da diversi brani ritenuti lesivi nei confronti di alcune persone citate), prefazione e note di Sergio Romano, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2009, ISBN 978-88-17-02820-2.
  • Le passioni di un anarco-conservatore. Intervista a cura di Marcello Staglieno, Collana Il salotto di Clio, Firenze, Le Lettere, 2009, ISBN 978-88-6087-284-5.
  • Per Venezia. Libro+DVD. a cura di Nevio Casadio, (raccolta di 4 articoli apparsi il 22, 23, 24, 26 novembre 1968 sul Corriere della Sera + il film-inchiesta tv Montanelli-Venezia, trasmesso sulla Rai il 12 novembre 1969), Collana Gli Specchi, Marsilio, Venezia, 2010 ISBN 978-88-317-0727-5
  • Ricordi sott'odio. Ritratti taglienti per cadaveri eccellenti (antologia di epitaffi), a cura di Marcello Staglieno, Collana Saggi Italiani, Milano, Rizzoli, 2011, ISBN 978-88-17-04963-4.
  • Ve lo avevo detto. Berlusconi visto da chi lo conosceva bene (raccolta di editoriali e risposte ai lettori), prefazione di Massimo Fini, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2011, ISBN 978-88-17-05317-4.
  • Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita, a cura di Paolo Di Paolo, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2012, ISBN 978-88-17-05710-3.
  • Indro al Giro. Viaggio nell'Italia di Coppi e Bartali. Cronache del 1947 e 1948, a cura di Andrea Schianchi, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2016, ISBN 978-88-17-08969-2.
  • Io e il duce, a cura di Mimmo Franzinelli, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2018, ISBN 978-88-17-09121-3.
  • Da inviato di guerra. Lo squadrismo romeno, a cura di Claudio Mutti, Edizioni di AR, 2018, ISBN 978-88-98672-90-5.

Opere teatraliModifica

Montanelli fu un grande estimatore e frequentatore del teatro e, in particolare, del teatro di varietà[235]. Da giovane, secondo la testimonianza di Gastone Geron, fece parte per una stagione della compagnia di Nanda Primavera (di cui era innamorato)[236][237]. Dal 1937 al 1965 scrisse una decina di commedie che furono messe in scena da vari teatri di Milano, Roma e Torino:

  • L'idolo (1937) rappresentato al Teatro Sperimentale GUF di Firenze, aprile 1938, regia di Giorgio Venturini[238].
  • Lo specchio delle vanità (1942), allestita al Teatro Carignano di Torino.
  • L'illustre concittadino (1949), allestita al Teatro Excelsior di Milano (scritta con Mario Luciani).
  • Resisté (1955), allestita al teatro Olimpia di Milano.
  • Cesare e Silla (1956), allestita al Teatro delle Maschere di Milano.
  • Viva la dinamite! (1960), allestita al Teatro Sant'Erasmo di Milano.
  • I sogni muoiono all'alba (1960).
  • Kibbutz (1961).
  • Il petto e la coscia (1964), allestita al Piccolo Teatro di via Piacenza di Roma.
  • Il vero generale Della Rovere (1965), allestita al Teatro Sant'Erasmo di Milano (scritta con Vincenzo Talarico).

Nel 1959 collaborò con Federico Zardi e Vittorio Gassman alla stesura dei testi per la trasmissione televisiva Il Mattatore[239].

TraduzioniModifica

  • André Maurois, Chateaubriand, pp. 343, 16 ill., Milano, Antonio Tarantola Editore, 1946.
  • André Malraux, Tentazione dell'Occidente, pp. 144, Collana I Quaderni della Medusa n.43, Milano, Mondadori, 1955.

Prefazioni, Introduzioni e PresentazioniModifica

  • Leo Longanesi, La sua Signora. Taccuino, Milano, Longanesi, 1957.
  • Amerigo Bartoli, Italiani in casa, Milano, Mondadori, 1957.
  • F. Pestellini, P. Ghiglia nella vita e nell'arte, Roma, Edizioni Corso, 1960.
  • Jean D'Hospital, Roma in confidenza, Milano, Rizzoli, 1963.
  • Cesarino Branduani, Memorie di un libraio, Milano, Longanesi, 1964.
  • Terzo Reich: storia del nazismo, a cura e con la prefazione ad ognuno dei 3 volumi di I. Montanelli, Roma, Sadea Editore, 1965.
  • Colette Rosselli, Il Grande libro della casa a cura di Donna Letizia, Roma, Armando Curcio Editore, 1967.
  • Leo Longanesi, In piedi e seduti, Milano, Longanesi, 1968.
  • AA.VV., Piazza Navona. Isola dei Pamphilj, Roma, Edizioni Nuova Spada, 1970.
  • Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, Milano, Mondadori, 1970.
  • Delio Mariotti, Roma Imperiale. Colosseo primo attore, Roma, Fratelli Palombi Editore, 1970.
  • Dino Buzzati, I miracoli di Val Morel, Milano, Garzanti, 1971.
  • Leo Longanesi, I Borghesi stanchi, Milano, Rusconi, 1973.
  • Giorgio Torelli, Cosa Nostra, Milano, Rusconi, 1976.
  • AA.VV., Il GOTHA, Milano, Società Europea di Edizioni, 1977.
  • Alberto Pasolini Zanelli, I liberalcristiani all'appuntamento con l'Europa, Milano, Editoriale Nuova, 1979.
  • Renzo Trionfera, Valzer di marescialli: 8 settembre 1943, Milano, Editoriale Nuova, 1979.
  • Arrigo Pecchioli (a cura di), Il Palio di Siena, Siena, EDITALIA, 1980.
  • Marx non abita più qui. Viaggio straordinario nell'URSS sconosciuta attraverso l'obiettivo di Vladimir Sichov, testi di Eugène Silianoff, Milano, Editoriale Nuova, 1980.
  • Egisto Corradi, Dalle zone calde, Milano, Società Europea di Edizioni, 1982.
  • Baldassarre Molossi, La coda del diavolo, Parma, Artegrafica Silva, 1982.
  • Mauro Ballarè, L'Ottocento. Un secolo straordinario. Cronaca, storia, immagini, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1983.
  • Giuseppe Barigazzi, Le osterie di Milano, Milano, Mursia, 1983.
  • Willy Farnese (Giovanni Ansaldo), Il Vero Signore. Guida pratica di Belle Maniere, Milano, Longanesi, 1983.
  • Quinto Navarra, Memorie del commesso di Mussolini, Milano, Longanesi, 1983.
  • Franz Herre, Metternich: considerò l'Italia un'espressione geografica, trad. di Lydia Magliano, Milano, Bompiani, 1984.
  • Cesare Piacesi-Angelini, Perpetua e Don Abbondio, Milano, Sciardelli, 1984.
  • Luigi Offeddu, La sfida dell'acciaio. Vita di Agostino Rocca. Prefazione di I. Montanelli. Postfazione di Giovanni Malagodi, Venezia, Marsilio, 1984.
  • Berto Ricci, Lo scrittore italiano, Roma, Ciarrapico Editore, 1984.
  • AA.VV., Italia Ventesimo Secolo, Milano, Reader's Digest, 1985.
  • Dino Buzzati, Il Reggimento parte all'alba, Milano, Frassinelli, 1985.
  • Pier Francesco Listri, Firenze e la Toscana di Yorick. Torna, a 150 anni dalla nascita, il primo giornalista moderno (Piero Coccoluto Ferrigni), Firenze, Edizioni del Palazzo, 1985.
  • Cesare Marchi, Caro Montanelli. Lettere al direttore sull'Italia che cambia e sugli italiani che non cambiano mai, Milano, Rizzoli, 1985.
  • Rodolfo Graziani, Una vita per l'Italia. Ho difeso la patria, Milano, Mursia, 1986.
  • AA.VV., Storia di Milano. Dai Romani a Tognoli, Milano, Mondadori, 1986.
  • Alberto Pasolini Zanelli, Città e il sogno, Roma, Crocetti, 1986.
  • Achille Campanile, La televisione spiegata al popolo, a cura di Aldo Grasso, con una nota di Oreste Del Buono, Milano, Bompiani, 1989.
  • Massimo Fini, Il conformista. Contro l'anticonformismo di massa, opinioni che fanno scandalo, Milano, Mondadori, 1990.
  • Beppe Severgnini, Inglesi. Guida al regno della Thatcher, Milano, Rizzoli, 1990.
  • Daniele Vimercati, I lombardi alla nuova crociata. Il «Fenomeno Lega» dall'esordio al trionfo. Cronaca di un miracolo politico, Milano, Mursia, 1990.
  • Michele Brambilla, L'Eskimo in redazione. Quando le Brigate Rosse erano «sedicenti», Milano, Edizioni Ares, 1991.
  • Franco Cardini, La vera storia della Lega Lombarda, Milano, Mondadori, 1991.
  • Sergio Congia, Intervista a Baldassarre Molossi, direttore storico della Gazzetta di Parma, Cagliari, Gasperini, 1992.
  • Vadim Dubrovski, Orfani di Madre Russia. Le memorie di un cinico, Milano, Sperling & Kupfer, 1992.
  • Paolo Mazzanti e Giancarlo Mazzuca, Eredi. Padri e figli del capitalismo italiano, Milano, Sperling & Kupfer, 1992.
  • Gli Imperatori Romani, a cura di Arrigo Pecchioli, Roma, 1992.
  • Georges-André Chevallaz, La Svizzera nel contesto storico europeo, Locarno, Armando Dadò Editore, 1993.
  • Giuseppe Marotta, Nulla sul serio, Milano, Corbaccio, 1993.
  • Graziano Mesina, Io, Mesina. Dal Supramonte ad Asti: Un ergastolo, nove evasioni, una prigione raccontati a Gabriella Banda e Gabriele Moroni, Cosenza, Edizioni Periferia, 1993.
  • Marco Travaglio, Stupidario del calcio e di altri sport, Milano, Mondadori, 1993.
  • Nicola Dioguardi, Lettere al Cardinale, Milano, Mursia, 1994.
  • Federico Orlando, I 45 giorni di Badoglio, Roma, Bonacci, 1994.
  • Alberto Pasolini Zanelli, Americani, Milano, Mondadori, 1994.
  • Paolo Pinto, Una Repubblica in rovina, Chieti, Solfanelli, 1994.
  • Gigi Riva e Marco Ventura, Jugoslavia il nuovo Medioevo. La guerra infinita e tutti i suoi perché, Milano, Mursia, 1994.
  • Gianni Rizzoni, Dreyfus. Cronaca illustrata del caso che ha sconvolto la Francia, Milano, Editoriale Giorgio Mondadori, 1994.
  • Monica Setta, Berlusconi sul sofà. Manuale per far carriera nella Seconda Repubblica, Napoli, Tullio Pironti Editore, 1994.
  • Alessandro Pavolini, Scomparsa d'angela, Cyrano, 1995.
  • Marco Travaglio, Il pollaio delle libertà. Detti, disdetti e contraddetti, Firenze, Vallecchi, 1995.
  • Luigi Crivelli, Schuster. Un monaco prestato a Milano, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1996.
  • Marzio G. Mian, Karadzic. Carnefice psichiatra poeta, Milano, Mursia, 1996.
  • Gian Antonio Stella, Dio Po. Gli uomini che fecero la padania, Milano, Baldini & Castoldi, 1996.
  • Gigi Garanzini, Il romanzo del vecio. Enzo Bearzot, una vita in contropiede, Milano, Baldini & Castoldi, 1997.
  • Piero Gheddo, Missionario. Un pensiero al giorno, Novara, Piemme, Novara, 1997.
  • Lorenzo Bedeschi, Padre Marella. Un prete accattone a Bologna, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1998.
  • Giuseppe Prezzolini, Diario 1968-1982, Milano, Rusconi, 1999.
  • Sergio Ricossa, Scrivi che ti passa, Torino, Fògola, 1999.
  • Angelo Cremonesi, Milano. Il fascino dei navigli. Testi di Francesco Ogliari e Franco Fava, Genova, De Ferrari Editore, 2000.
  • Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini, Milano, Mondadori, 2000.
  • Orio Vergani, Alfabeto del XX secolo. Protagonisti, eventi, luoghi, storie del Novecento nell'"enciclopedia" di un grande del giornalismo, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  • Mussolini giornalista, a cura di Renzo De Felice. 1912-1922: i migliori articoli degli anni alla direzione dell'"Avanti" e de "Il Popolo d'Italia", Milano, Collana SuperBur Saggi, BUR, 2001.

FilmografiaModifica

RegieModifica

Soggetti cinematograficiModifica

OnorificenzeModifica

Onorificenze italianeModifica

  Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— Roma, 15 dicembre 1995[240].
  Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 27 dicembre 1963[241].
  Croce al merito di guerra
«Corrispondente di guerra volontario, assolveva il delicato suo compito con capacità e slancio ammirevoli. Partecipava a varie azioni di guerra con gli elementi più avanzati e con essi entrava nei territori conquistati, dando prova di sereno coraggio e sprezzo del pericolo.»
— Struga (Macedonia), Santorino (Mar Egeo), Lettigue; aprile 1941.
  Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale (ruoli combattenti)
  Medaglia commemorativa da volontario di guerra delle operazioni militari in Africa Orientale (1935 – 1936)

Onorificenze straniereModifica

  Commendatore di I classe dell'Ordine del Leone di Finlandia
— 1992

NoteModifica

  1. ^ Schizogene, ovvero «generatore di divisioni», «seminatore di zizzania». Indro Montanelli, Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita, a cura di Paolo Di Paolo, p. 6.
  2. ^ Il vero nome di Montanelli, Fondazione Montanelli Bassi, ottobre 2015. URL consultato il 28 dicembre 2016.
  3. ^ Contro il coro - Ritratto di Indro Montanelli, Rai.
  4. ^ Paolo Granzotto, Montanelli, p. 12.
  5. ^ Lo stesso giorno, mese e anno di Rita Levi Montalcini.
  6. ^ Indro Montanelli – Storia di un giornalista, fucecchionline.com. URL consultato il 3 novembre 2008.
  7. ^ In hindi il nome è comunque di genere maschile.
  8. ^ Giancarlo Mazzuca, Testimoni del Novecento, Bologna, Poligrafici Editoriale, 2008.
  9. ^ Stefano Lorenzetto, Il custode della «stanza» di Indro: «Fui io a dirgli chi era veramente», in il Giornale, 24 settembre 2006. URL consultato il 23 aprile 2014.
  10. ^ MONTANELLI: UN OMONIMO PORTA FIORI SULLA SUA TOMBA, in Adnkronos, 25 luglio 2001. URL consultato il 23 aprile 2014.
  11. ^ Paolo Granzotto, Montanelli, p. 11.
  12. ^ Dal sito della Fondazione Montanelli Bassi.
  13. ^ a b c d e f g h i j k l m n Correva l'anno – Indro Montanelli, un elegante provocatore, Rai 3, 17 agosto 2010.
  14. ^ Serena Zoli e Giovanni B. Cassano, E liberaci dal male oscuro, Milano, Longanesi, 2003 [1993].
  15. ^ Michelangelo Betti, Disturbo bipolare, una malattia che fa tendenza [collegamento interrotto], su ilgiornale.unipi.it, 19 luglio 2010. URL consultato il 24 giugno 2011.
  16. ^ a b c Francesco Curridori, Indro Montanelli. Un giornalista libero e controcorrente, Roma, Aracne, 2011.
  17. ^ a b Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 1.
  18. ^ S. Merlo, p. 29.
  19. ^ Vittore Buzzi e Claudio Buzzi, Le vie di Milano, Milano, Hoepli, 2005.
  20. ^ a b c L'ora della verità, trasmissione televisiva di Gianni Bisiach, 1972.
  21. ^ a b c d e Questo secolo, trasmissione televisiva di Enzo Biagi, 1982.
  22. ^   2) Leo Longanesi, Enzo Biagi, Giorgio Bocca – Parte 4/5, su YouTube, 29 aprile 2013. URL consultato il 28 agosto 2013.
  23. ^ Indro Montanelli, E Montanelli rilesse Byron: dandy sì ma cattolico, in Corriere della Sera, 13 maggio 2003. URL consultato il 4 maggio 2013 (archiviato dall'url originale il 17 marzo 2014).
  24. ^ a b c d e Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Indro Montanelli. Una biografia (1909-2001), Milano, Hoepli, 2014.
  25. ^ Il Borghese, 4 febbraio 1955, citato in Berto Ricci: come fummo giovani allora, intervento di Beppe Niccolai tenuto a Firenze il 25 marzo 1984.
  26. ^ Indro Montanelli, Il fascismo visto da Diano Brocchi, in Corriere della sera, 4 marzo 1996. URL consultato il 6 giugno 2014 (archiviato dall'url originale il 14 luglio 2014).
  27. ^ Alberto Mazzuca e Luciano Foglietta, Mussolini e Nenni. Amici nemici, Bologna, Minerva, 2015, p. 378.
  28. ^ Diano Brocchi (a cura di), L'Universale, Milano, Edizioni del Borghese, 1969. Diano Brocchi racconta la «straordinaria suggestione che provocava Mussolini sui suoi interlocutori, e particolarmente sui giovani» e aggiunge: «Non mi fa affatto sorridere il ricordo del mio amico Indro, fattosi poi spietato critico degli atteggiamenti, dei gesti e degli atti mussoliniani, che, curvo a punto interrogativo verso colui che ci parlava, ipnotizzato da lui, mi piangeva accanto, tanto da trasmettere agli altri la sua sincera commozione».
  29. ^ Mussolini mi disse: «Il razzismo è roba da biondi», in Corriere della Sera, 21 febbraio 2002. URL consultato il 12 novembre 2017.
  30. ^ S. Merlo, p. 45.
  31. ^ S. Merlo, p. 58.
  32. ^ Indro Montanelli, XX Battaglione eritreo, Milano, Panorama, 1936.
  33. ^ Fu dato alle stampe dall'editore Gianni Mazzocchi, che aveva raccolto le note diaristiche che il giovane ufficiale aveva inviato per posta al padre dall'Africa.
  34. ^ Antonio Carioti, Così la recensione di Ojetti lanciò il giovane Indro, in Corriere della Sera, 29 novembre 2010. URL consultato il 2 agosto 2018.
  35. ^ Marco Lenci, L'Eritrea e l'Etiopia nell'esperienza di Indro Montanelli, Studi Piacentini, nº 33/2003.
  36. ^ Casa Fanti, Elvira Banotti VS Indro Montanelli - L'ora della verità, 1969 (di Gianni Bisiach), 3 settembre 2017. URL consultato il 29 settembre 2017.
  37. ^ a b Paolo Granzotto, Montanelli, p. 37.
  38. ^ a b c Un'accusa ingiusta e strumentale, Fondazione Montanelli Bassi, luglio 2015. URL consultato il 3 febbraio 2016.
  39. ^ Gian Luca Mazzini, Montanelli mi ha detto, Rimini, Il Cerchio, 2002.
  40. ^ Intervista di Enzo Biagi a Indro Montanelli del 1982 nel programma RT-Era ieri, trasmesso da Rai 3 alle 23:45 del 13 ottobre 2008.
  41. ^ S. Merlo, p. 69.
  42. ^ a b S. Merlo, p. 71.
  43. ^ Romano Canosa, La voce del Duce. L'agenzia Stefani: l'arma segreta di Mussolini, Milano, Mondadori, 2002.
  44. ^ a b Biografia dal sito Fondazione Montanelli, Fondazione Montanelli Bassi, 4 gennaio 2010. Relativamente al 1937. Lo stesso sito fa riferimento anche ad un ordine diretto di Mussolini per quanto riguarda il successivo rimpatrio.
  45. ^ Al secolo Valentín González.
  46. ^ Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 4.
  47. ^ Giornalisti raccontano, trasmissione televisiva di Giordano Bruno Guerri, 1987.
  48. ^ Indro Montanelli, Pantheon minore, Milano, Longanesi, 1950.
  49. ^ S. Merlo, p. 97.
  50. ^ Gaetano Afeltra, Fedele Toscani, la vita è tutta un clic, in Corriere della Sera, 20 luglio 1992. URL consultato il 25 ottobre 2010 (archiviato dall'url originale il 7 marzo 2011).
  51. ^ S. Merlo, p. 98.
  52. ^ Margarethe, detta Maggie, lavorava come direttrice dell'istituto di bellezza «Elisabeth Arden».
  53. ^ a b Indro Montanelli, Le nuove stanze, Milano, Rizzoli, 2001.
  54. ^ S. Merlo, p. 104.
  55. ^ S. Merlo, p. 110.
  56. ^ Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 6.
  57. ^ S. Merlo, p. 112.
  58. ^ S. Merlo, p. 120.
  59. ^ S. Merlo, p. 128.
  60. ^ Indro Montanelli, Il testimone, Milano, Longanesi, 1992.
  61. ^ Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 10.
  62. ^ a b c Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Indro Montanelli, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 75, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011. URL consultato il 17 settembre 2012.
  63. ^ Chiara Caliceti, Io, signora Montanelli, in Quotidiano.net, 5 gennaio 2002. URL consultato il 17 settembre 2012 (archiviato dall'url originale il 24 novembre 2012).
  64. ^ Tiziana Abate, Mamma non lo voleva per genero. Così l'ex moglie di Montanelli ricorda le sue nozze contrastate col giornalista, in Oggi, 1995.
  65. ^ S. Merlo, p. 175.
  66. ^ Indro Montanelli, Nella mia lunga e tormentata esistenza, Milano, Rizzoli, 2012.
  67. ^ a b Lettere, p. 89.
  68. ^ Lettere, p. 97.
  69. ^ Indro Montanelli – Biografia, Fondazione Montanelli Bassi. URL consultato il 22 aprile 2009.
  70. ^ Travaglio:ricordando il grande Montanelli, spacepress.info, 20 aprile 2009. URL consultato il 22 aprile 2009.
  71. ^ È morto Indro Montanelli in lutto il giornalismo, in Repubblica.it, 22 luglio 2001. URL consultato il 22 aprile 2009.
  72. ^ a b Gaetano Afeltra, Montanelli. appuntamenti con la storia, in Corriere della Sera, 19 novembre 1992. URL consultato l'11 novembre 2008 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2016).
  73. ^ Nello Ajello, Montanelli L'imprevedibile Indro, in la Repubblica, 23 luglio 2001. URL consultato il 22 aprile 2009.
  74. ^ Montanelli Indro (Fucecchio 1909 – Milano 2001 luglio 22), Lombardia Beni Culturali. URL consultato il 22 aprile 2009.
  75. ^ Indro Montanelli 1909-2001. Dal nostro inviato del Novecento, Ordine dei Giornalisti. URL consultato il 22 aprile 2009.
  76. ^ Lettere, p. 105.
  77. ^ S. Merlo, p. 83.
  78. ^ Lettere, p. 102.
  79. ^ È anche vero che Aldo Crespi versò di propria tasca 500.000 lire all'ufficiale SS Theodor Saevecke, e a Luca Ostèria.
  80. ^ Lettere, p. 108.
  81. ^ Dal libro Roberto Rossellini trasse il film-capolavoro Il generale Della Rovere, che venne premiato con un Leone d'oro a Venezia.
  82. ^ Odoardo Reggiani, Indro Montanelli (prima parte) – I grandi del giornalismo[collegamento interrotto], Il Castellano. URL consultato il 25 settembre 2012.
  83. ^ a b Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 12.
  84. ^ Lettere, p. 265.
  85. ^ a b Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, Venezia, Marsilio, 2002.
  86. ^ Indro Montanelli, I libelli, Milano, Rizzoli, 1975.
  87. ^ Mario Biondi, Montanelli: più che un'amicizia una complicità. Conversazione con Giorgio Soavi, infinitestorie.it. URL consultato il 18 settembre 2012.
  88. ^ Montanelli conosceva la rivista che Prezzolini aveva fondato nel 1909, La Voce, che considerava uno dei migliori prodotti del giornalismo culturale italiano.
  89. ^ Le tre lettere, in la Repubblica, 19 dicembre 1998. URL consultato il 3 dicembre 2014.
  90. ^ Ma il mio non era un vero golpe, in la Repubblica, 19 dicembre 1998. URL consultato il 18 febbraio 2015.
  91. ^ Federico Robbe, L'America di Indro Montanelli tra atlantismo, anticomunismo e disagio verso il culto del progresso, 1953-1956, in Nuova Rivista Storica, 3/2015.
  92. ^ Federico Robbe, L'impossibile incontro. Gli Stati Uniti e la destra italiana negli anni Cinquanta, Milano, FrancoAngeli, 2012.
  93. ^ Chiaro il riferimento al campo di prigionia in cui, nei mesi successivi alla Liberazione, erano stati rinchiusi numerosi appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana.
  94. ^ Solo la Storia d'Italia ha venduto, al 2004, oltre un milione di copie, e risulta il saggio storico di maggior successo negli annali dell'editoria italiana.
  95. ^ Gian Carlo Ferretti, Storia dell'editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Einaudi, Torino 2004, pag. 140.
  96. ^ a b Giovanni Cubeddu, La Chiesa che ho conosciuto, in 30 giorni nella Chiesa e nel Mondo, luglio/agosto 2000.
  97. ^ a b Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 19.
  98. ^ Indro Montanelli, In mano di Mattei le chiavi di una grande cassaforte dell'Italia, in Corriere della Sera, 13 luglio 1962.
  99. ^ Indro Montanelli, Dal petrolio al metano, in Corriere della Sera, 14 luglio 1962.
  100. ^ Indro Montanelli, Petroliere ma senza petrolio, in Corriere della Sera, 15 luglio 1962.
  101. ^ Indro Montanelli, L'uomo che sostituendosi alla diplomazia va di persona a trattare con i sovietici, in Corriere della Sera, 16 luglio 1962.
  102. ^ Indro Montanelli, Gli oscuri conti dell'Eni, in Corriere della Sera, 17 luglio 1962.
  103. ^ Enrico Mattei, La lettera dell'ingegner Mattei, in Corriere della Sera, 27 luglio 1962.
  104. ^ a b c Indro Montanelli, Le mancate risposte alle nostre domande, in Corriere della Sera, 27 luglio 1962.
  105. ^ a b c d La tragedia del Vajont e la caccia alle streghe, in Corriere della Sera, 6 dicembre 1998. URL consultato il 13 gennaio 2011 (archiviato dall'url originale il 20 maggio 2011).
  106. ^ Michele Brambilla, Montanelli, Del Boca e l'Etiopia: le guerre non finiscono mai, in Corriere della Sera, 1º ottobre 1996. URL consultato il 4 ottobre 2012.
  107. ^ Angelo Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Roma, Editori Riuniti, 1996.
  108. ^ Indro Montanelli, Gas in Etiopia: i documenti mi danno torto, in Corriere della Sera, 13 febbraio 1996. URL consultato il 4 ottobre 2012 (archiviato dall'url originale il 7 novembre 2012).
  109. ^ Montanelli: diario di un anarchico borghese, nicolatranfaglia.com, 8 luglio 2009. URL consultato il 20 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 20 febbraio 2015).
  110. ^ Liberali di destra e liberali di sinistra, in Corriere della Sera, 7 maggio 2001. URL consultato il 20 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 20 febbraio 2015).
  111. ^ Le "democrazie popolari" dei regimi comunisti, in Corriere della Sera, 23 marzo 2000. URL consultato il 31 ottobre 2016 (archiviato dall'url originale il 20 novembre 2015).
  112. ^ Ma chi vuole che s'impegni al digiuno per il Pds?, in Corriere della Sera, 27 gennaio 1998. URL consultato il 31 ottobre 2016 (archiviato dall'url originale il 9 novembre 2015).
  113. ^ L'inchiesta su Venezia uscì in quattro articoli, il 22, 23, 24 e 26 novembre 1968.
  114. ^ Dino Messina, Il Sessantotto di Montanelli, la battaglia per Venezia, in Corriere della Sera, 27 gennaio 2011. URL consultato il 22 giugno 2011 (archiviato dall'url originale l'11 luglio 2012).
  115. ^ Il reportage su Venezia fu trasmesso il 12 novembre 1969.
  116. ^ Indro Montanelli TV, RAI.it. URL consultato il 20 ottobre 2018.
  117. ^ Veronica Deriu, «Con Indro la mia felicità. Festa a Malnate: Maggie, prima moglie di Montanelli, compie 100 anni», 17 dicembre 2001, www.prealpina.it
  118. ^ Nello Ajello, D'ora in poi i padroni siamo noi, in L'Espresso, 12 marzo 1972.
  119. ^ Elezioni politiche italiane del 1972.
  120. ^ Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 11.
  121. ^ Michele Brambilla, "Colpevoli? Non so, certo il clima di odio...", in Corriere della Sera, 12 novembre 1995. URL consultato il 29 ottobre 2016 (archiviato dall'url originale il 7 novembre 2015).
  122. ^ Indro Montanelli, L'antico e legittimo focolare degli ebrei, in Corriere della Sera, 16 settembre 1972.
  123. ^ Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 21.
  124. ^ Indro Montanelli, Lettera a Camilla, in Corriere della Sera, 21 marzo 1972.
  125. ^ Luca Sofri, Cosa sono i radical chic?, in il Post, 29 agosto 2014. URL consultato il 20 febbraio 2015.
  126. ^ Franco Di Bella, Corriere segreto, Milano, Rizzoli, 1982.
  127. ^ Indro Montanelli, I nostri filoarabi, in La Stampa, 28 ottobre 1973. URL consultato il 1º novembre 2016.
  128. ^ Montanelli manterrà la sua Stanza su Oggi fino alla morte, nel 2001.
  129. ^ Montanelli avrebbe desiderato chiamarlo il Giornale, tuttavia, a quel tempo esisteva una piccola testata con lo stesso nome, per cui dovette aggiungervi l'aggettivo nuovo. In seguito, con la chiusura di quella testata poté rinominare il suo quotidiano semplicemente il Giornale.
  130. ^ Vittorio Feltri, Piccola storia del giornalismo, in Libero, 16 giugno 2003.
  131. ^ Giampaolo Pansa, La Repubblica di Barbapapà, Milano, Rizzoli, 2013.
  132. ^ Franco Recanatesi, La mattina andavamo in piazza Indipendenza, Milano, Cairo, 2016.
  133. ^ Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017.
  134. ^ Indro Montanelli, Chi pagò i fascisti, in La Stampa, 17 marzo 1974. URL consultato il 31 ottobre 2016.
  135. ^ Indro Montanelli, Congedo dal Piemonte, in La Stampa, 21 aprile 1974. URL consultato il 31 ottobre 2016.
  136. ^ Riccardo Cardellicchio, Quello strano matrimonio di Colette Rosselli e Indro, in Il Tirreno, 31 marzo 2013. URL consultato il 19 febbraio 2015.
  137. ^ a b c d e f Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 22.
  138. ^ a b c d e Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 29.
  139. ^ Il sodalizio professionale tra Montanelli e Bettiza durò fino al 1983.
  140. ^ Brera collaborerà con il quotidiano di via Negri dal 1979 al 1982, per poi passare a la Repubblica.
  141. ^ Francesco Cevasco, Indro e il Cavaliere. un divorzio o uno strappo?, in Corriere della Sera, 24 marzo 1994. URL consultato il 18 ottobre 2012 (archiviato dall'url originale il 17 marzo 2014).
  142. ^ Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, cap. 24.
  143. ^ Venanzio Postiglione, Montanelli si tura il naso come nel '76: voto l'uomo della Lega, in Corriere della Sera, 6 giugno 1993. URL consultato il 6 ottobre 2012 (archiviato dall'url originale il 7 novembre 2012).
  144. ^ Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Montanelli l'anarchico borghese. La seconda vita 1958-2001, Torino, Einaudi, 2009.
  145. ^ Giulio Nascimbeni, Controcorrente: il cruccio quotidiano di Montanelli, in Corriere della Sera, 1º luglio 1993. URL consultato il 22 ottobre 2012 (archiviato dall'url originale il 9 maggio 2014).
  146. ^ La mia amicizia a prova di bomba con Fortebraccio, in Corriere della Sera, 28 maggio 1997. URL consultato il 22 ottobre 2012 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio 2013).
  147. ^ Indro Montanelli, Faccia a faccia, in il Giornale nuovo, 17 marzo 1978.
  148. ^ Indro Montanelli, Aldo Moro, al di là della melassa ipocrita..., in Corriere della Sera, 22 marzo 1997. URL consultato il 13 settembre 2015 (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2015).
  149. ^ Indro Montanelli, La vedova nera, in il Giornale nuovo, 23 luglio 1982.
  150. ^ Indro Montanelli a Roberto Gervaso, Milano, 16 febbraio 1982, (FM, Fondo Montanelli, Corrispondenti, ad nomen). «Credi che mi abbia fatto piacere e recato giovamento il fatto che dopo tanti libri in cui i nostri nomi compaiono insieme, il tuo sia stato associato a questa faccenda?».
  151. ^ Indro Montanelli, Tiro al piccione, in il Giornale, 19 marzo 1985.
  152. ^ Indro Montanelli, Se questo è il Gotha, in il Giornale nuovo, 22 maggio 1981.
  153. ^ Carmine Fotia, Montanelli: «È solo l'inizio», in il manifesto, 31 gennaio 1991.
  154. ^ Marco Ventura, Ammessi in 457 al «patto Segni», in il Giornale, 18 marzo 1992.
  155. ^ I candidati referendari erano così suddivisi: 192 nel PDS (130 candidati alla Camera dei deputati, 62 candidati al Senato della Repubblica), 94 nella DC (76 deputati e 18 senatori), 73 nel PRI (48 e 25), 41 nel PLI (29 e 12), 25 nella Rete (22 e 3), 20 nei Verdi (10 e 10), 4 nella Vallée d'Aoste (2 e 2), 2 nel SVP (candidati al Senato), nella Lista Giannini (1 e 1) e nella Lista Pannella (candidati alla Camera), 1 nel PSI e nel PSDI (entrambi alla Camera).
  156. ^ Francesco Cevasco, Montanelli, ultima sfida «Qui il padrone sono io», in La Stampa, 7 novembre 1990. URL consultato il 13 settembre 2015.
  157. ^ Indro Montanelli, Povera Madunina, in il Giornale, 5 giugno 1993.
  158. ^ Oriana Davini, Hotel Manin a Milano: il settimo piano dello storico albergo cambia veste [foto], in Milano Weekend, 6 novembre 2013. URL consultato l'11 febbraio 2017.
  159. ^ In quello stesso mese furono gambizzati altri due giornalisti: Vittorio Bruno, vicedirettore de Il Secolo XIX, ed Emilio Rossi, direttore del TG1.
  160. ^ Ricordando l'episodio in un'intervista televisiva sostenne che fu questo gesto a salvargli la vita, in quanto se fosse immediatamente caduto gli ultimi colpi l'avrebbero probabilmente colpito alla pancia e al torace. Il particolare è annotato anche nei Diari, pubblicati nel 2009.
  161. ^ L'attentatore è fuggito a piedi con un complice [collegamento interrotto], in l'Unità, 3 giugno 1977. URL consultato il 31 ottobre 2016.
  162. ^ Giorgio Torelli, Non avrete altro Indro. Montanelli raccontato con nostalgia, Milano, Ancora, 2009.
  163. ^ Giorgio Bocca, Noi terroristi, Milano, Garzanti, 1985.
  164. ^ I giornalisti nuovo bersaglio della violenza. Le Brigate rosse rivendicano gli attentati, in Corriere della Sera, 3 giugno 1977.
  165. ^ Indro Montanelli, I conti con me stesso, Milano, Rizzoli, 2009.
  166. ^ Mauro Brutto, Montanelli ferito da colpi di pistola in un attentato di «brigatisti rossi» [collegamento interrotto], in l'Unità, 3 giugno 1977. URL consultato il 30 ottobre 2016.
  167. ^ La Storia d'Italia di Indro Montanelli – 11 – Il terrorismo fino al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro, su dailymotion.com. URL consultato il 20 novembre 2015.
  168. ^ Francesco Cevasco, Montanelli "gambizzato" cinque mesi prima: "Mi salvò una promessa a Mussolini", in Corriere della Sera, 9 novembre 1997. URL consultato il 18 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 5 ottobre 2010).
  169. ^ E dieci anni dopo, Indro strinse la mano a chi gli sparò, in Corriere della Sera, 24 luglio 2001. URL consultato il 13 aprile 2015 (archiviato dall'url originale il 22 settembre 2015).
  170. ^ Leonardo Coen, Montanelli stringe la mano ai due che gli spararono, in la Repubblica, 20 marzo 1987. URL consultato il 18 febbraio 2015.
  171. ^ Montanelli pranza con Mesina: ti aiuterò, in Corriere della Sera, 1º ottobre 1992. URL consultato il 13 settembre 2015 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2016).
  172. ^ Riccardo Chiaberge, "io, testimone di lungo corso", in Corriere della Sera, 3 ottobre 1992. URL consultato il 13 settembre 2015 (archiviato dall'url originale il 17 settembre 2015).
  173. ^ Terroristi, non complici di mafia, in Corriere della Sera, 18 gennaio 1996. URL consultato il 18 ottobre 2016 (archiviato dall'url originale il 29 ottobre 2015).
  174. ^ a b c d e f g h Marco Travaglio, Montanelli e il Cavaliere, Milano, Garzanti, 2004.
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  192. ^ Gli omosessuali non vanno discriminati, ma...., Corriere della Sera, 15 gennaio 1999. «La nostra società è basata, ci piaccia o no, sulla famiglia, e la famiglia è per definizione formata da un uomo e da una donna. È un postulato, lo riconosco, ma è basato sulla natura, sulla tradizione e sul buon senso. Se ammettiamo il "matrimonio gay" non avremo più argomenti per opporci al matrimonio a tre, o ad altre variazioni sul tema. Sulla possibilità di crescere figli adottivi, poi, non ho dubbi: le due figure – materna e paterna – rimangono fondamentali (nonostante certi padri e certe madri). Nessuno può arrogarsi il diritto di imporre a un bambino regole diverse.».
  193. ^ Liberalizzare le droghe leggere? Meglio di no, Corriere della Sera, 31 gennaio 2000. «Droghe leggere che portano alle droghe pesanti, e droghe pesanti che portano allo sfacelo e alla morte. Come può, lo Stato, tollerare che sostanze del genere circolino liberamente? [...] La mia incompetenza mi costringe a fidarmi di qualcuno: e mi fido di più dei preti da battaglia (come mi fido dei missionari quando si parla di Terzo Mondo) che di venti intellettuali in un partito. Qualunque partito.».
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