Giuseppe Romita

politico italiano
Giuseppe Romita
Giuseppe Romita 2.jpg

Ministro del lavoro e della previdenza sociale
Durata mandato 2 febbraio 1947 -
1º giugno 1947
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore Ludovico D'Aragona
Successore Amintore Fanfani

Ministro dell'Interno
Durata mandato 10 dicembre 1945 -
14 luglio 1946
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore Ferruccio Parri
Successore Alcide De Gasperi

Segretario del Partito Socialista Italiano
Durata mandato 1942 –
1943
Predecessore segreteria collegiale
Successore Pietro Nenni

Senatore della Repubblica Italiana
Legislature I
Gruppo
parlamentare
Socialista poi Gruppo Misto poi Socialdemocratico
Circoscrizione Senatore di diritto
Incarichi parlamentari
Membro di:
  • Giunta per il regolamento
  • 1ª Commissione permanente (Affari della Presidenza del Consiglio e dell'Interno)
  • Commissione speciale per gli alluvionati
  • Commissione parlamentare per la vigilanza sulle radiodiffusioni
  • Commissione parlamentare per il parere sulla nuova tariffa generale dei dazi doganali
Sito istituzionale

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature XXV, XXVI, XXVII, Consulta Nazionale, AC, II
Gruppo
parlamentare
Socialista,
Socialdemocratico (II)
Circoscrizione Cuneo
Collegio CUN
Incarichi parlamentari
  • Giunta per il regolamento interno (Costituente)
  • Membro della I Commissione (Affari Interni)
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano
Titolo di studio Laurea in ingegneria
Professione Ingegnere

Giuseppe Romita (Tortona, 7 gennaio 1887Roma, 15 marzo 1958) è stato un politico italiano, già Ministro dell'Interno.

Figlio di Guglielmo Romita e Maria Gianneli, proveniva da una famiglia povera: suo padre era contadino e, in seguito, fu capomastro con tre figli maschi e tre femmine. Nonostante le umili origini, Giuseppe Romita conseguì il diploma di geometra ad Alessandria. Nell'autunno del 1907 si iscrisse al corso d'ingegneria del Politecnico di Torino dando lezioni private di matematica per mantenersi agli studi.

Indice

Romita politicoModifica

La vita politica di Giuseppe Romita può essere divisa in tre periodi. Il primo periodo va dagli esordi del suo coinvolgimento politico nel Partito Socialista fino alle sue elezioni alla camera. Poi abbiamo il periodo nero delle persecuzioni fasciste che iniziò per lui quasi in contemporanea con il decreto fascista di scioglimento dei partiti e si concluse con la liberazione. Infine, dal dopoguerra in poi, abbiamo il periodo della sua maturità politica che affianca ad un'intensa opera come membro della costituente prima e ministro poi, l'attività politica di socialista autonomista che lo porterà, tra l'altro, a fondare il PSU.

Primi passiModifica

Appena sedicenne, nel 1903 si iscrisse al PSI prima ad Alessandria poi alla sezione di Torino, divenendo membro esecutivo della sezione locale della FIGS e corrispondente locale del suo organo l'Avanguardia.

Al congresso della Figs del 18 ottobre 1910 entra a far parte del consiglio nazionale e abbraccia le tesi anti monarchiche e repubblicane. Diviene segretario della sezione del PSI di Torino nel 1911 aumentando il suo coinvolgimento politico e contemporaneamente riuscendosi a laureare in ingegneria nel 1913. Nel giugno del 1914 viene eletto in consiglio comunale sia nella sua Tortona che a Torino. Ritorna alla segreteria della sezione torinese del PSI in seguito all'arresto del precedente segretario e partecipa quindi alla "rivolta del pane" dell'agosto 1917, finendo in galera fino all'aprile del 1918. Finita la prima guerra mondiale, con le elezioni del 16 novembre 1919 viene eletto in parlamento. Nel 1920 si sposa con Maria Stella e avrà due figli Gemma 1922 e Pier Luigi 1924 che diverrà a sua volta un importante politico nel dopoguerra. Durante il biennio rosso sfociato con l'occupazione delle fabbriche, Romita, anche grazie al suo esser ingegnere, fu impegnato a dirigere la produzione industriale nelle fabbriche torinesi per garantirne la continuità operativa anche durante le occupazioni operaie.

Da Livorno allo scioglimento dei partitiModifica

Nel gennaio 1921 dopo la scissione di Livorno, Romita scelse di restare nel PSI e nel maggio dello stesso anno fu rieletto in parlamento. Nell'ottobre 1922 il PSI sancì l'espulsione dei riformisti che egli cercò di evitare mediando fino all'ultimo. Al IV congresso della terza internazionale difese le ragioni dell'autonomia socialista divenendone il principale sostenitore. Le sue idee appoggiate da Nenni al congresso straordinario del PSI nell'aprile del 1923 impedirono sul nascere progetti di fusione col PCI. Alle ultime elezioni della primavera del 1924 venne nuovamente eletto in parlamento. Il 5 novembre 1926 il governo fascista sciolse i partiti.

Sinossi partecipazione di Romita al parlamento del RegnoModifica

Ramo parlamento Partito Legislatura Data elezioni
Camera deputati PSI XXV 16 novembre 1919
Ramo parlamento Partito Legislatura Data elezioni
Camera deputati PSI XXVI 15 maggio 1921
Ramo parlamento Partito Legislatura Data elezioni
Camera deputati PSI XXVII 24 giugno 1924

La sua lotta sotto il fascismoModifica

 
Giuseppe Romita

Durante la XXVII legislatura del Regno, Romita partecipò alla Secessione dell'Aventino e subì nel corso del 1925 la lenta decadenza del mandato parlamentare. In seguito al decreto fascista che scioglieva i partiti, il PSI decise di andare in esilio a Parigi, ma Romita decise di rimanere in patria. Fu arrestato il 16 novembre 1926 e condannato a cinque anni di confino prima a Pantelleria e poi nella più irraggiungibile Ustica. Nel 1927 fu trasferito al carcere Ucciardone di Palermo in quanto accusato di reati contro il regime. Venne assolto da quest'accusa ma confinato sull'isola di Ponza. Ottenne nel 1929 la libertà condizionata, ma fu espulso dall'Albo degli Ingegneri. Tornato nel 1930 a Torino, tentò subito con altri compagni e sindacalisti di riorganizzare la presenza socialista ma fu di nuovo arrestato il 31 agosto 1931. Fu condannato nuovamente al confino presso Veroli ma qui poté essere raggiunto dalla famiglia. Tornò in libertà il 20 giugno 1933 si stabilì a Roma. Riuscì, nonostante lo scoppio della guerra ad aggregare un nucleo di socialisti e addirittura a rifondare in clandestinità un esecutivo socialista di cui fu eletto segretario col mandato di occuparsi del nord del paese.[1] Operando in difficili condizioni riuscì a ricostituire il partito socialista che si fuse col Movimento di Unità Proletaria di Lelio Basso e l'Unione Proletaria Italiana prendendo il nome di Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP). Il giorno successivo al fatidico 8 settembre 1943 si costituì il CLN in cui Romita insieme a Nenni fu chiamato a rappresentare il PSIUP. Nel 1944 fu nominato vice presidente della Camera dei deputati, titolo meramente onorifico visto le vicissitudini del momento.

Immediato dopoguerraModifica

Al termine della II guerra mondiale ricoprì il ruolo di Ministro in quattro diversi governi, ininterrotamente dal 5 giugno del 1945 al 31 maggio del 1947 prima che con le elezioni del 1948 le sinistre andassero all'opposizione. Uscì dal PSI nel giugno 1949 e nel dicembre di quell'anno confluì nel nuovo Partito Socialista Unitario.

Solo sette anni dopo, a partire dal 1954 coll'ingresso del PSDI nella maggioranza, ritornò però a ricoprire l'incarico di Ministro dei lavori pubblici in tre differenti governi (De Gasperi II, 1946-47; Scelba, 1954-55; Segni I, 1955-57). Nonostante la molteplice e duratura attività ministeriale, viene principalmente ricordato per essere stato il ministro dell'interno che gestì il referendum istituzionale sulla scelta fra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946. Fu grazie al suo operato che si optò per un referendum popolare che decidesse la forma dello stato anziché lasciare tale decisione all'Assemblea Costituente. Per le sue idee repubblicane e per l'attivismo pro-referendum fu coinvolto nelle polemiche perpetrate dagli ambienti monarchici per presunti brogli a favore della repubblica[2]. In particolare il fatto che i risultati del referendum fossero stati resi pubblici solo il 5 giugno a tre giorni dalle consultazioni fomentò tale sospetto. In realtà Giuseppe Romita si preoccupò di tutelare l'ordine pubblico perché i primi dati che giunsero dal sud Italia davano vincente la monarchia, mentre in un secondo momento con l'arrivo dei dati dal nord le sorti si capovolsero. Il ministro temeva che l'alternarsi dei risultati riscaldasse gli animi del popolo già accesi e spaccati.[3] Romita, fervente repubblicano, nei suoi diari scrisse del suo sconforto durante i primi momenti dello spoglio quando sembrava che la monarchia avesse vinto il referendum.[4]

Sinossi degli incarichi di GovernoModifica

Ministro Mandato Governo
Ministro Lavori Pubblici 21 giugno 1945 - 8 dicembre 1945 Governo Parri
Ministro Mandato Governo
Ministro dell'Interno 10 dicembre 1945 - 13 luglio 1946 Governo De Gasperi I
Ministro Mandato Governo
Ministro Lavori Pubblici 13 luglio 1946 - 2 febbraio 1947 Governo De Gasperi II
Ministro Mandato Governo
Ministro del Lavoro e Previdenza Sociale 2 febbraio 1947 - 31 maggio 1947 Governo De Gasperi III
Ministro Mandato Governo
Ministro dei Lavori Pubblici 10 febbraio 1954 - 6 luglio 1955 Governo Scelba
Ministro Mandato Governo
Ministro dei Lavori Pubblici 6 luglio 1955 - 19 maggio 1957 Governo Segni I

Fautore dell'autonomia socialistaModifica

Sin dal primissimo dopoguerra l'attività di Romita proseguiva su due piani paralleli. Accanto al piano istituzionale, che lo vide addirittura sfiorare la presidenza dell'assemblea costituente (poi andata a Giuseppe Saragat) e ministeriale, Romita fu, sul piano politico, autore e protagonista dei fermenti interni al PSI che portarono alla nascita del PSU e successivamente all'unione col PSDI.

Nel gennaio 1947 Romita fu colto in contropiede dalla scissione di Palazzo Barberini con cui la rappresentanza del PSI alla costituente quasi si dimezzò. Nacque il PSLI (successivamente PSDI). In seguito alla scissione Romita rientrò nella direzione nazionale del PSI e divenne il principale rappresentate degli autonomisti all'interno del partito, posizionandosi nella destra interna al PSI. Nonostante essi fossero fortemente critici nei confronti del PCI, al congresso nazionale del PSI del 19 gennaio 1948 a Roma, gli autonomisti evitarono lo scontro e votarono a favore del Fronte popolare in unione col PCI per le elezioni del 1948, ma mettendo ai voti una mozione per mantenere le liste separate. La mozione non passò, ma ottenne comunque il 32,7% dei voti dei delegati. La successiva sconfitta elettorale del Fronte Popolare alle elezioni del 1948 costrinse il PSI ad un nuovo congresso (Genova 27 giugno 1948) dove gli autonomisti di Romita ottennero il 27%, risultato considerato buono visto la recente fuoriuscita dei saragattiani.

Gli autonomisti, e Romita, continuavano a dialogare sia con l'UDS che con la sinistra del PSLI, con l'obbiettivo di unire i socialisti in un'ottica autonomistica. Per questi motivi, al congresso del PSI di Firenze dell'11 maggio 1949 si decise la sospensione di Romita dal partito per sei mesi. Ormai Romita non si riconosceva più nel PSI e si dedicò all'obbiettivo di riunire tutti i socialisti autonomisti sotto un'unica sigla. Così il 4 dicembre 1949 a Firenze nacque il Partito Socialista Unitario (PSU), che riuniva, oltre agli autonomisti di Romita fuoriusciti dal PSI, l'UDS e le correnti di centro sinistra del PSLI.

L'opera unitaria di Romita non venne meno neanche con la nascita di questo terzo partito socialista. Infatti, nel secondo congresso del PSU a Torino a fine gennaio del 1951, Romita fece passare (con una stretta maggioranza) una mozione per il dialogo unitario con il PSLI. Nel simbolico 1º maggio 1951 si addivenne alla fusione fra PSU e PSLI. Il nuovo soggetto, che ridusse a due i partiti socialisti, prese in un primo momento il nome di Partito Socialista Sezione Italiana dell'Internazionale Socialista (PS-SIIS). Al congresso di Bologna del 3 gennaio 1952 il PS-SIIS assunse la definitiva denominazione di Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e Romita fu chiamato alla segreteria nazionale.

Nel 1953 Romita, d'intesa con Saragat, fu fautore di un reingresso del PSDI al governo per evitare una deriva a destra di stampo monarchico conservatore. Tale azione politica lo riportò, dopo sette anni, a un incarico ministeriale. Fu infatti per tre anni ministro dei Lavori Pubblici nei successivi due governi, Scelba e Segni.

Ultimo periodoModifica

L'ultimo periodo dell'attività politica e della vita di Romita è legato alle importanti realizzazioni intraprese nella sua veste di ministro dei lavori pubblici. Fu sotto il suo ministero che prese avvio il piano autostradale nazionale cui egli diede una forte spinta forzando le resistenze dell'ANAS che non aveva ancora approvato i piani tecnici di costruzione.[5] Il 27 maggio 1957 insieme al presidente della repubblica Giovanni Gronchi posò la prima pietra della futura autostrada del sole.[5] Si dedicò con la stessa forza ai piani per l'edilizia popolare, alla costruzione di acquedotti e al rafforzamento del sistema portuale italiano. Fu fautore della creazione di una rete di infrastrutture che furono determinanti per l'avvio del miracolo economico italiano (1958 - 1963). Diede il suo sostegno all'adesione alla Ceca e della Ced. Con il cessare dei suoi incarichi ministeriali fu eletto nel 1956 consigliere al comune di Torino e di Roma. Continuò a lavorare per l'unità socialista in chiave autonomista soprattutto dopo le aperture del PSI al suo congresso di Venezia del 1957. Venne eletto nel comitato centrale del PSDI al congresso di Milano del 1957. Morì a Roma il 15 marzo 1958 a seguito di un attacco cardiaco che gli impedì di assistere ai successi della sua politica di opere pubbliche e all'unificazione delle forze socialiste.

NoteModifica

  1. ^ Per tutto il periodo di lotta sotto il fascismo cfr: M. Giovana in "Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza vol IV" pp 249-50, La Pietra, Milano
  2. ^ vedi a biografia redatta a cura dell'ISRAL Istituto Storia Resistenza Alessandria
  3. ^ Vedi intervista a Ugo Zatterin dalla storia siamo noi
  4. ^ Oltre ai diari di Romita, vedi scheda di approfondimento su la storia siamo noi
  5. ^ a b La Storia siamo noi

BibliografiaModifica

  • G. Sapelli (a cura di) "Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943, vol III" pp 375–80, Editori Riuniti, Roma.
  • M. Giovana in "Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza vol IV" pp 249–50, La Pietra, Milano.
  • F. Fornaro, "Giuseppe Romita. L'autonomia socialista e la battaglia per la Repubblica", Franco Angeli, Milano 1996, pp. 252

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