Storia del Salento

Le origini preistoricheModifica

Gli studi e le ricerche effettuati negli ultimi anni, hanno rivelato come il Salento fosse abitato già nel Paleolitico medio periodo risalente a circa 80.000 anni fa. Nelle tante grotte dovute alla natura calcarea del territorio, sono stati rinvenuti utensili di selce. Probabilmente si trattava di ominidi appartenenti alla specie Uomo di Neanderthal, mentre quella dell'Homo sapiens sapiens si sarebbe diffusa nel Paleolitico superiore.[1]

Un'importante scoperta archeologica riguarda alcune statue ossee rinvenute nella Grotta delle Veneri presso Parabita, che dimostrano l'esistenza, già 20.000 anni fa, di culti della fertilità. Un'altra testimonianza notevole della preistoria salentina è rappresentata da Delia, un'ominide di sesso femminile scoperto ad Ostuni. L'importanza di Delia è data dal fatto che essa conservava in grembo i resti di un feto in fase terminale, ed è quindi la più antica madre della storia di cui si conservino i resti.[2] Questi resti rappresentano i primi consanguinei di cui si ha traccia del Paleolitico e dell'intera storia umana.

La presenza di uomini nel Salento durante il Paleolitico e il Neolitico è documentata anche da interessanti graffiti, pitture, utensili, resti umani ed animali, anch'essi rinvenuti nelle grotte della penisola. Sicuramente notevoli per qualità e quantità sono le incisioni e i graffiti della Grotta Romanelli, presso Castro, e della Grotta dei Cervi, presso Porto Badisco. A Roca Vecchia è stato inoltre rinvenuto un imponente sistema di fortificazioni risalente all'età del bronzo (XV-XI secolo a.C.). Nella stessa area si trova un altro sito archeologico importante: la grotta della Poesia piccola, scoperta nel 1983; essa si sviluppa circolarmente su una superficie di 600 m² e reca numerosissime iscrizioni votive, talvolta sovrapposte, di epoche e civiltà differenti, che risalgono all'VIII-II secolo a.C.
Altre importanti testimonianze sui nostri avi sono alcune costruzioni megalitiche nel territorio, come i dolmen, menhir e specchie, che nei secoli successivi furono adibite al culto del Cristianesimo.[3]

Il periodo pre-romanoModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Messapi, Illiri, Magna Grecia e Mappa di Soleto.
 
Antica mappa del Salento
 
Le colonne doriche a Taranto
 
Le colonne poste alla fine della Via Appia a Brindisi
 
L'anfiteatro romano di Lecce

La penisola salentina, dai greci anticamente chiamata Messapia (cioè "Terra fra due mari"), era abitata dai Messapi, popolazione di origine illirica o egeo-anatolica. Le città principali, oggi ricordate come dodecapoli messapica per assimilizione con la dodecapoli etrusca, erano in realtà almeno 16: Alytia (Alezio), Ozan (Ugento), Brention/Brentesion (Brindisi), Hyretum/Veretum (Vereto), Hodrum/Idruntum (Otranto), Kaìlia (Ceglie Messapica), Manduria, Soletum (Soleto), Neriton (Nardò), Orra (Oria), Cavallino (non si hanno notizie certe del nome antico), Muro Leccese, Rudiae (Lecce), Basta (Vaste), Thuria Sallentina (Roca Vecchia) e, ai limiti settentrionali della penisola, l'importante città di Egnazia.

La storia pre-romana del Salento è la storia della rivalità fra le popolazioni messapiche e tarantine, narrata anche da Erodoto, quando raccontò dello sterminio degli eserciti di Tarentini e Reggini avvenuto nel 473 a.C. ad opera dell'alleanza stipulata tra Messapi e Lucani. Le popolazioni messapiche difendevano infatti la propria autonomia dalle mire espansionistiche dell'antica città greca di Taras, la cui fondazione è datata tradizionalmente 706 a.C., in seguito al trasferimento di alcuni coloni Spartani in questa zona per necessità di espansione o per questioni commerciali[4].

Nel V secolo a.C. Taras visse il periodo di maggiore floridezza, durante il governo settennale di Archita, che segnò l'apice dello sviluppo ed il riconoscimento di una superiorità politica sulle altre colonie dell'Italia meridionale. Risale a quel periodo l'occupazione dell'isola su cui sorgerà la futura Gallipoli: i Tarantini ne fecero uno scalo commerciale. La polis di Taranto ebbe rapporti alterni con i vicini Messapi, rapporti che spesso culminavano in veri e propri scontri, epocale quello del 473 a.C. come ci riferisce Erodoto:«fu questa la più grande strage di Greci e Reggini che noi conosciamo, che dei Reggini morirono 3000 soldati e dei Tarantini non si poté nemmeno contare il numero". L'avvenimento ebbe una forte eco in tutto il mondo greco tanto che Aristotele precisa che l'avvenimento: "accadde un po' dopo che i persiani invasero la Grecia».

Che i Messapi fossero valenti guerrieri lo attesta Tucidide in un breve passo della sua Storia (VII, 33) durante la Guerra del Peloponneso quando Atene decide di fare una spedizione contro Siracusa. I generali ateniesi attraversarono lo Jonio e approdarono alle isole Cheradi(forse di fronte a Porto Cesareo), per imbarcare 150 lanciatori di giavellotto messapi forniti da un potente capo locale "Arta" che era alleato di Atene contro Sparta e quindi Taranto, fondata e popolata da spartani.

Un altro celebre episodio è quello che vuole l'intervento in favore di Taranto dello spartano Archidamo III, che poi troverà la morte sotto le mura della città messapica di Manduria. Proprio la guerra secolare tra i Messapi e Taranto, avrebbe più tardi in parte favorito la conquista romana dell'intero Salento.

Il periodo romanoModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Storia romana, Storia di Taranto e Regio II Apulia et Calabria.

Nel III secolo a.C. Taranto, orgogliosa della sua origine greca, cercò di ostacolare le mire espansionistiche di Roma nell'Italia meridionale e strinse un'alleanza con Pirro, Re dell'Epiro e nipote di Alessandro Magno. Gli scontri tra Epiroti e Romani cominciarono nel 280 a.C., e furono sempre durissimi e costosi in termini di vite umane. Con il ritiro epirota determinato dalla sconfitta di Maleventum, i Tarantini chiamarono allora una flotta cartaginese a sostegno, affinché li aiutasse a liberarsi del presidio lasciato da Pirro. Per tutta risposta la città fu consegnata al console romano Lucio Papirio Cursore, e così Taranto cadde in potere dei Romani nel 272 a.C. Diventato presidio romano, la città fu citata da numerosi autori classici come luogo di divertimento della gioventù romana.

Per tutte le città del Salento si preparava la conquista dei Romani, conclusasi intorno al 260 a.C., i quali ben presto si accorsero della posizione strategica del Salento che, con il porto di Brindisi, rappresentava la via per la conquista dei Balcani e della Grecia. Con la conquista romana, avvenuta tra il 269 a.C. e il 267 a.C., Lecce latinizzò il suo nome in Lupiae, passando da statio militum (stazione militare) a municipium (comunità cittadina affiliata a Roma). La città conobbe un periodo di notevole magnificenza sotto la guida dell'Imperatore Marco Aurelio. Il nucleo cittadino si spostò poi di circa 3 km a nord-est e prese il nome di Licea o Litium. La nuova città fiorì in epoca adrianea e venne arricchita di un teatro e di un anfiteatro e collegata al Porto Adriano (oggi San Cataldo).

Brindisi, intorno al 240 a.C., venne elevata al rango di municipio e ai brindisini fu riconosciuta la prestigiosa cittadinanza romana. La città adriatica divenne un porto trafficatissimo e caposcalo per l'Oriente e la Grecia, infatti molti romani illustri transitarono da Brindisi, diretti in Grecia. Cicerone scrisse le "Lettere Brindisine"[5] e Marco Pacuvio realizzò alcune sue tragedie; a Brindisi morì Virgilio, mentre tornava da un viaggio in Grecia.

Il Salento si latinizzò a tal punto da contribuire alla nascita della letteratura latina con figure di spicco quali Livio Andronico, Quinto Ennio e Marco Pacuvio. Tale processo fu lungo e laborioso, e seppur sotto l'egida di Roma, la Messapia e Taranto non persero comunque la loro importanza e la loro totale autonomia. Il dominio romano favorì la realizzazione di importanti infrastrutture e opere pubbliche, che comportarono una radicale trasformazione del paesaggio salentino e una completa ristrutturazione dei centri urbani. Fu costruita la via Appia che, passando da Taranto e Oria terminava di fronte al porto di Brindisi: la fine della Regina Viarum era segnata da due imponenti colonne. Da Brindisi partiva anche la via Traiana, la quale passava da Egnazia (città che segnava il confine del territorio messapico e l'inizio di quello peuceta), Bari, Ruvo e Canosa, per poi ricollegarsi alla via Appia nei pressi di Benevento.

A dimostrazione delle differenze presenti attualmente tra la Puglia del nord e la Puglia del sud, i Romani distinsero nella Regio II Apulia et Calabria sia l'Apulia sia la Calabria (l'attuale Salento), cioè due realtà contingue e simili ma con delle opportune differenze politico-culturali. L'Apulia era l'area abitata dalle popolazioni dei Peucezi e dei Dauni, mentre la Calabria era l'area costituita dalla Messapia e da Taranto.

Alto MedioevoModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Longobardi, Bizantini, Regio II Apulia et Calabria e Monaci basiliani.
Il Limitone dei greci

Vi sono state numerose ricerche storiche ed archeologiche mirate alla ricerca del cosiddetto "Limitone dei greci", ma non vi è stato ancora alcun risultato apprezzabile in merito.
Le difficoltà sono da ricercare nel fatto che i confini tra i possedimenti Longobardi e quelli Bizantini furono sempre instabili. Inoltre, è molto probabile che si trattasse in realtà di un fossato con retrostante terrapieno, piuttosto che di un vero e proprio muraglione; una frontiera formale, fortificata dove necessario, e dove nei periodi di pace si potevano avere scambi tra Longobardi e Bizantini.
Questo confine dovrebbe partire dalla costa Adriatica a sud di Brindisi (forse Otranto) e passare a sud di Francavilla Fontana, per poi ripiegare ancora più a sud nel territorio di Sava. Una zona di particolare interesse potrebbe essere quella che corre lungo la direttrice Oria-Sava, dove recenti studi hanno anche messo in evidenza alcuni resti di tale muraglione.

A partire dal VI secolo Otranto cominciò a crescere di importanza e diventare il principale ponte con l'Oriente, sostituendosi a Brindisi che invece perdeva la sua centralità rispetto al periodo romano. Il Salento fu particolarmente colpito durante la guerra greco-gotica (535 - 553), voluta dall'Imperatore d'Oriente Giustiniano per riconquistare le terre occidentali un tempo appartenute a Roma, nel Salento e in Sicilia si affermò la dominazione bizantina.

Il Salento conobbe una difficile ripresa economica nel dopo-guerra, che prese di mira soprattutto i maggiori centri urbani, mentre i Bizantini con la loro lingua, costumi e religione avvicinarono questi territori alla cultura greco-orientale. Intanto i Longobardi, sebbene ad oggi non si conoscono i modi e i tempi, conquistarono la Puglia e il Bruttium settentrionali con incursioni anche più a sud[6]. Nella prima metà del VII secolo i Longobardi erano giunti poco più a sud dell'Ofanto, l'ulteriore avanzata fino alla soglia messapica si ebbe successivamente con duca di Benevento Romualdo I.

La penisola salentina divenne, quindi, una terra di confine fra Longobardi e Bizantini. Questi ultimi, intorno al VII secolo, fondarono il Ducato di Calabria, aggregando la regione del Bruzio (l'attuale Calabria) alle terre che già possedevano nel Salento. Fu in questa occasione che il nome Calabria finì per designare l'odierna regione calabrese, mentre il Salento venne progressivamente conquistato dai Longobardi che finirono per prendere anche la capitale del ducato, Otranto. Nel 757, nel periodo in cui Longobardi e Bizantini stipularono la pace e si spartirono il territorio, la città idruntina venne restituita all'Impero insieme alla parte meridionale del Salento, ma ormai la trasmigrazione del nome Calabria era compiuta.

Lungo il confine pattuito i Bizantini eressero un muraglione, tramandatoci con il nome di Limitone (o Paretone) dei greci[7], a salvaguardia di quello che ormai veniva designato semplicemente come territorio di Otranto. I Bizantini favorirono l'immigrazione dei Greci, in particolare nel sud del Salento, per ripopolare una zona considerata strategica. Le tracce di quell'antica migrazione sopravvivono tutt'oggi nell'isola linguistica della Grecìa salentina, dove si parla una lingua direttamente imparentata al greco. I territori salentini posti a nord del Limitone confluirono invece nella Langobardia Minor. Nell'VIII secolo vi fu anche una migrazione di monaci basiliani dalla vicina Grecia nel Salento dove con la creazione prima di cappelle ipogee e poi di chiesette greco-ortodosse contribuirono allo sviluppo economico e sociale.

Basso MedioevoModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Saraceni, Agareni, Normanni, Feudalesimo, Hohenstaufen e Angioini.
Gli Altavilla
Quella degli Altavilla fu la dinastia reale che operò la riunificazione politica dell'Italia meridionale, (compresa la Sicilia). L'opera iniziata dai figli di Tancredi (capostipite della famiglia), Roberto il Guiscardo e Ruggero I, fu portata a termine da Ruggero II, nel 1130. Gli Altavilla regnarono indisturbati sui territori meridionali per oltre mezzo secolo dopodiché, nel 1194, succedettero loro gli Svevi.
L'ultima degli Altavilla, Costanza sposò l'imperatore germanico Enrico VI di Hohenstaufen; il loro figlio Federico II ereditò il regno normanno, garantendo ancora a lungo quella nuova continuità territoriale che gli Altavilla avevano costituito.

Tra IX e X secolo il Salento dovette sopportare gli assalti dei Saraceni, che riuscirono a stanziarsi a macchia di leopardo sul territorio per periodi più o meno lunghi, fieramente contrastati dai Bizantini, che con Basilio I avevano nel frattempo strappato ai Longobardi l'intera Puglia, istituendovi il Thema di Longobardia. Spesso, però, gli stessi sovrani bizantini mettevano a capo di una data città un generale o un uomo di fiducia longobardo, ennesima riprova di una situazione non ben chiara.

Nel 927 i musulmani distrussero numerose città tra le quali Taranto, che fu ricostruita solo quarant'anni dopo grazie all'Imperatore bizantino Niceforo II Foca. Nel 977 Oria fu devastata dai musulmani (Agareni li chiama il cronista Lupo Protospata che parla di migliaia di deportati, tra cui molti insigni ebrei). Nonostante ciò il IX e X secolo vanno ritenuti secoli di fioritura per il Salento, specie per le comunità ebraiche. Prime fra tutte quelle di Oria ed Otranto, che contribuirono anche con i loro commerci e la loro scienza all'ascesa di tali città. In particolare le fonti storiche riferiscono un'importante scuola di Qabbalah e medicina ad Oria, dove viveva l'insigne ebreo Shabbataj Ben Abbraham Donnolo.

Dai Bizantini ai NormanniModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Normanni, Contea di Lecce e Principato di Taranto.

In seguito alla conquista normanna furono fondati intorno al 1055 la Contea di Lecce, che diede i natali al re normanno Tancredi d'Altavilla, la contea di Nardò, la contea di Soleto e nel 1088 il Principato di Taranto.

I Normanni attuarono numerose riforme politiche, organizzando un efficace stato feudale, e si occuparono della fortificazione del territorio attraverso la costruzione di motte, ossia terrapieni aventi sulla sommità una torre di avvistamento e difesa[8]. Nel territorio di Supersano sono ancora oggi presenti i resti della cosiddetta motta di Specchia Torricella. La prosperità raggiunta dal Salento durante la dominazione normanna è ancora oggi avvertibile dai lasciti artistici, tra i quali il celebre mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto e il Monastero di San Nicola di Casole.

 
Antica mappa della Terra d'Otranto

Con l'estinzione della famiglia regnante normanna ed il matrimonio fra l'ultima discendente della famiglia Altavilla Costanza ed Enrico VI di Svevia vi fu il successivo avvento degli Svevi. Il Salento divenne un'importante area di caccia e gli Svevi si interessarono anche della ristrutturazione delle fortificazioni, con modalità differenti rispetto al resto della Puglia. Un esempio, sia pure in larga parte rimaneggiato, di architettura del periodo svevo risulta essere il castello di Oria che venne ampliato da Federico II. Altra struttura probabilmente da riferire al periodo svevo potrebbe essere la torre di Leverano. Sin dalle prime Crociate, Brindisi divenne il principale imbarco verso l'Oriente per i numerosi cavalieri e pellegrini diretti in Terra Santa. Lo stesso Federico II, che il 9 novembre 1221 nella Cattedrale di Brindisi aveva preso in moglie Isabella (o Jolanda) di Brienne, erede della corona di Gerusalemme[9], nel 1228 partì dal porto brindisino per la Sesta crociata da lui comandata[10].

Dagli Svevi agli AngioiniModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Contea di Lecce, Principato di Taranto, Orsini Del Balzo, Hohenstaufen e Angioini.
 
Incoronazione di Manfredi

Nel 1266, l'ultimo sovrano di origine sveva Manfredi, figlio naturale di Federico II, morì combattendo nella battaglia di Benevento contro Carlo d'Angiò, signore di Provenza inviato a scendere in Italia meridionale da papa Clemente IV. Il nuovo sovrano, fondatore della dinastia angioina, era accompagnato da un nugolo di cavalieri provenzali che nel giro di pochi anni si sostituirono agli antichi feudatari normanno-svevi. Questi ultimi, non sopportando di essere privati dei loro feudi, invocarono l'aiuto del sovrano aragonese, imparentato con il defunto re Manfredi.

Comincia così un'interminabile contesa tra Angioini (di origine francese) ed Aragonesi (di origine spagnola). Approfittando di ciò presero il sopravvento i baroni, piccoli sovrani assoluti di feudi più o meno vasti, che costruirono grandiosi e minacciosi castelli riducendo il popolo alla miseria.

Nel 1384, sotto gli Angioini, il principe di Taranto Raimondo Orsini Del Balzo - in seguito al matrimonio con la contessa di Lecce Maria d'Enghien - diventò uno dei più ricchi e potenti feudatari del Regno. Alla sua morte, nel 1406, il Re di Napoli Ladislao giunse in armi sotto le mura di Taranto per rivendicarne il possesso, ma Maria d'Enghien, vedova di Raimondo, lo respinse per due volte. Alla fine Ladislao propose di sposare la contessa, ottenendo per via diplomatica ciò che non era riuscito a conquistare con la forza. Morto Ladislao il 6 agosto 1414, Maria d'Enghien nel 1415 tornò in possesso della Contea di Lecce ed riottenne nel 1420 il Principato di Taranto per il figlio Giovanni Antonio.

A lei si deve il riordino delle attività economiche e amministrative della città di Lecce, con l'emanazione il 14 luglio 1445 degli Statuta et capitula florentissimae civitatis Litii.

Dagli Aragonesi all'Unità d'ItaliaModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Otranto, Borbone, Regno delle Due Sicilie, Latifondismo e [[]].

Morto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo nel 1463, Ferrante d'Aragona, poiché la città era diventata demaniale, concede a Lecce e ai suoi cittadini una serie di benefici: diviene centro tra i più importanti con uffici pubblici e giudiziari che avevano giurisdizione sulla terra d'Otranto e su Matera. A seguito della congiura dei Baroni nel 1486-1487 vengono eliminati tutti i grandi feudatari del Regno (tra cui Pietro Del Balzo duca d'Andria e d'Altamura; Agilberto Del Balzo conte di Nardò, Copertino, Tricase, Castro e Ugento) e le varie contee assegnate ad alleati degli Aragonesi con esclusione di Lecce, Brindisi, Taranto, Otranto e Gallipoli che dipendono direttamente dalla corona tramite un governatore.

A partire dal XV secolo ebbero particolare fortuna le attività commerciali: Lecce in particolare ospitava tra le sue mura influenti comunità di mercanti Veneziani, Genovesi, Ragusei, ecc. I Veneziani crearono a Lecce e nella contea una loro colonia ed una loro chiesa presso la piazza del Mercato (attuale Sant'Oronzo), dove esercitavano le loro industrie ed i loro commerci. Fin dal 1543, la colonia veneziana era così prospera che innalzò, sulla sua chiesa leccese, il leone di San Marco. I Veneziani costruirono anche i loro palazzi signorili; tra tutti, si ricorda "Il Sedile" (1592), sito attualmente in Piazza Sant'Oronzo.
Nel 1480, durante la dominazione Aragonese, Otranto fu assediata e invasa dai Turchi guidati da Ahmet Pascià, che provocò l'eccidio di 800 persone che rifiutarono la conversione all'Islam. Fu questo l'episodio più eclatante di una lunga serie di assalti turchi e corsari, che si fecero particolarmente intensi nel XVI secolo.

Per difendersi da questi Carlo V ideò la costruzione di una serie ininterrotta di torri costiere fortificate (quasi tutte ancora visibili oggi lungo la costa salentina da San Cataldo a Porto Cesareo), su cui montavano la guardia giorno e notte pattuglie di soldati che segnalavano visivamente (di giorno con bandiere colorate e di notte con fuochi) l'avvicinarsi di flottiglie turche. Lo stesso Carlo V fece costruire la città fortificata di Acaja ed il castello di Lecce. Nello stesso periodo si diede il via alla costruzione di moltissime strutture religiose. Iniziò così una fiorente attività artistica fra XVI e XVIII secolo, che fece di Lecce uno dei centri più significativi del barocco[11]. In epoca spagnola la città - elevata da Carlo V al rango di capoluogo dell'intera Puglia - si trasformò in un vero e proprio cantiere a cielo aperto, per le tante opere civili e religiose che i privati, il clero e le congregazioni ecclesiastiche permisero di erigere, in un crescendo di opere sempre più belle ed importanti.

Agli inizi del XVII secolo, la situazione economica di Taranto si aggravò inesorabilmente: la città ionica non costituì più una base militare importante, e le stagnanti attività della pesca e della mitilicoltura, nonché l'attività agricola nelle mani della nobiltà e del clero, determinarono una grave crisi economica che culminò nell'insurrezione popolare del 1647. In concomitanza con i moti di Napoli, il Re Filippo IV pretese l'arruolamento dei giovani di circa 18 anni. Scoppiò allora anche a Taranto una rivolta popolare guidata da Giandonato Altamura, sedata grazie all'intervento del Duca Francesco II Caracciolo di Martina Franca. Anche Lecce e Nardò insorsero con l'aiuto di nobili filoangioini ma la rivolta fu soffocata nel sangue con l'intervento militare del Conte di Conversano e Duca di Nardò, Giangirolamo Acquaviva che approfittando dell'occasione fece eliminare molti avversari politici e numerosi sacerdoti.

Dalla seconda metà del secolo, la Spagna cominciò ad interessarsi maggiormente alle sue colonie dell'America centro-meridionale dalle quali ricavava oro e argento, tralasciando invece quelle del Mediterraneo. Per rimpinguare le casse dello stato spagnolo furono messi in vendita (al maggior offerente) i titoli nobiliari di barone e marchese, che non appetibili dai veri nobili, furono acquistati da facoltosi proprietari terrieri o ricchi borghesi. Così ogni piccolo comune del salento ebbe il suo barone o marchese con relativo palazzo baronale. Così i Gallone si fregiarono del titolo di Principi di Tricase, ottenuto a Madrid il 24 marzo del 1651 da Filippo IV di Spagna.

Una tremenda epidemia di peste funestò il Regno di Napoli nel 1656. Le vittime furono migliaia ovunque, ma la provincia di Terra d'Otranto fu miracolosamente risparmiata. La popolazione attribuì lo scampato pericolo all'intercessione di Sant'Oronzo, che fu poi per questo proclamato patrono di Lecce e della provincia. In quell'occasione la città di Brindisi donò a Lecce una delle due colonne romane che contrassegnavano la fine della via Appia, affinché su di essa venisse posta la statua di sant'Oronzo, nell'omonima piazza leccese.

Il Periodo BorboneModifica

Il periodo Borbone iniziò nel 1734 con il re Carlo III, figlio di Filippo V di Spagna e dell'italiana Elisabetta Farnese, che rese il Regno di Napoli indipendente dopo molti secoli di dominazione apagnola e austriaca. Fu un periodo di intensa crescita economica attraverso la costruzione di nuove strade, il potenziamento del trasporto marittimo e lo sviluppo dei porti, dove i porti di Taranto, Brindisi, Gallipoli e Otranto divennero un brulicare di navi, soprattutto inglesi, che caricavano nei porti salentini grandi quantità di olio d'oliva per la vendita sui mercati nordeuropei. Il primo periodo Borbone (1734-1759) è da considerarsi un momento di rinascita del Salento dal punto di vista economico e conseguentemente delle arti. Il secondo periodo Borbone, regnante Ferdinando IV, continuò nel segno di uno sviluppo dei commerci, delle arti e dei mestieri, soprattutto nelle zone litoranee, ne fanno fede il proliferare di costruzioni di nuove chiese e luoghi di culto, masserie, palazzi signorili di pregio, ristrutturazioni di edifici esistenti in campo architettonico e il potenziamento degli impianti olivicoli e di spremitura, l'impianto di nuovi tipi di vitigni, e lo sviluppo del commercio delle produzioni artigianali in campo economico. L'assolutismo illuminato dei Borbone e soprattutto le grandi capacità di governo del primo ministro del Regno di Napoli Bernardo Tanucci che promosse una radicale riforma delle istituzioni, dettero anche al Salento un impulso potente verso la modernizzazione e l'emancipazione da antichi gioghi. La parentesi napoleonica con le lunghe guerre e il drenaggio di uomini, denaro e mezzi di sussistenza da tutti i territori controllati dai francesi, interruppe la crescita innescata da Carlo e Ferdinando di Borbone, sebbene alcuni provvedimenti soprattutto in campo giuridico, sulla scia della nuova filosofia del diritto di stampo giacobino introdotta da Napoleone, fossero teoricamente un apprezzabile tentativo di modernizzare la società. .

 
Mappa del XIX secolo del Regno delle Due Sicilie

Con la Restaurazione e il ritorno dei Borboni con il breve regno di Francesco I, il Salento riprese faticosamente la strada dello sviluppo economico che ebbe un nuova accelerazione con l'avvento al potere di Ferdinando II, sicuramente un monarca che nei suoi 30 anni di amministrazione rese il Regno di Napoli una Nazione moderna. Anche il Salento ne trassse beneficio con un notevole sviluppo agricolo, affiancando la produzione di cereali alle tradizionale produzione olearia. L'agricoltura, comunque, presentava rese più basse rispetto alla media pugliese per l'endemica mancanza di acqua. Nella Terra d'Otranto ricominciò una notevole crescita demografica e i centri più importanti (Taranto e Brindisi) ritornarono ad espandersi.

Quando nel 1860 il re Francesco II delle Due Sicilie cadde sotto i colpi di Garibaldi e dei piemontesi, il Salento fu annesso al Piemonte come il resto del Regno di Napoli, diventando poi Regno d'Italia e con la legge del 20 marzo 1865 ottenne autonomia amministrativa con la creazione della provincia di Lecce, che ricalcava i confini dell'antica Terra d'Otranto. Con l'apertura del canale di Suez nel 1869, Brindisi divenne il terminale europeo della Valigia delle Indie, sviluppando commerci fiorenti di cui però i salentini non trassero particolari benefici essendo il monopolio dei commerci portuali affidati a società genovesi e toscane.

Il cosiddetto brigantaggio meridionale, di fatto una vera e propria guerra civile e di rivolta popolare durata oltre 5 anni contro i conquistatori piemontesi e le imposizioni fiscali e militari che apportarono, interessò anche il Salento, in forma molto violenta nel nord della regione e in misura minore nel sud.

Condizioni di vita nel SalentoModifica

Le condizioni di vita della popolazione salentina nel periodo preunitario non differivano di molto da quelle del resto d'Italia. La lotta al feudalesimo portata avanti con discreti risultati nei 127 anni del periodo borbone ma soprattutto la particolare struttura sociale e le forme promiscue di proprietà della terra ( i cosiddetti usi civici della terra), consentivano un tenore di vita decoroso -rapportato agli standard dell'epoca- nell'entroterra fino ai buoni livelli delle città costiere e del capoluogo Lecce. La divisione in 3 grandi gruppi praticamente uguale delle terre, distribuite per un terzo ai latifondi nobiliari, per un terzo al clero e per l'ultimo terzo alle università (I Comuni) insieme ad un piccolo numero di piccoli e piccolissimi proprietari terrieri consentiva un discreto e armonico sfruttamento del territorio in quanto sia i latifondi che le proprietà ecclesiastiche venivano concesse in affitto, in enfiteusi o in mezzadria al popolo minuto che attraverso il sistema di finanziamento materiale all'agricoltura rappresentato dai "Monti Frumentari", vere e proprie banche delle sementi che prestavano ai contadini a interesse ridottissimo e fino al raccolto, permettevano un tenore di vita non alto ma ragionevole. I nobili vivevano di rendita e di prassi a Napoli e spesso le grandi proprietà erano amministrate da fattori e amministratori, che erodevano la ricchezza nobiliare a proprio favore ma anche i fittavoli concorrevano a detta erosione e a una certa ridistribuzione della ricchezza anche se in forme forse poco ortodosse. La chiesa era il miglior padrone, dando spesso in affitto i propri possedimenti a prezzi più bassi rispetto alla nobiltà. Le proprietà comunali rendevano poi un servizio all'intera comunità che era libera di esercitare su queste terre vari diritti fra i quali il "diritto di legnatico ed erbatico" che consentivano la sopravvivenza di allevatori e delle classi più povere. Nutrita era poi la classe sociale dei cosiddetti "Artieri", cioè artigiani di vario genere: falegnami, fabbri, vasai, calzolai, sarti, artigianato femminile del tessile, etc. che trovavano sbocco ai propri prodotti oltre che sul mercato locale anche sui mercati europei attraverso i mercanti stranieri che brulicano nelle città costiere.

Una ristretta cerchia di nobili sempre più impoverita e oberata da debiti e liti giudiziarie interminabili, costretta a vendere terre, palazzi e persino mobili, quadri e posate per poter sopravvivere.

Vi era un elevato numero di religiosi (sacerdoti, monaci, suore) che occupavano i numerosi conventi (almeno uno in ogni paese) e di cui curavano le relative rendite. Era questa una strada obbligata per molti giovani che volvevano sfuggire una vita di stenti.

I braccianti costituivano la maggior parte della popolazione attiva e lavoravano dall'alba al tramonto solo nei mesi estivi ed autunnali. Per raggiungere il posto di lavoro spesso dovevano percorrere a piedi lunghi tratti di strada ed usavano delle zappe con manici corti che deformavano la spina dorsale. Si nutrivano con un pezzo di pane d'orzo ed un piatto di legumi la sera.

L'agricoltura che veniva praticata era essenzialmente estensiva e di sussistenza, i braccianti vivevano in stato di servitù, spesso senza possedere neanche un pezzo di terra da coltivare per il proprio sostentamento. Questo fragile equilibrio veniva facilmente spezzato da avvenimenti imprevisti come siccità, invasioni barbariche o calamità naturali, provocavando nella popolazione immani sofferenze.[senza fonte]

I bambini venivano avviati presto al lavoro: conducevano le pecore al pascolo, aiutavano a dissodare la terra e raccogliere la frutta. Non vi erano scuole pubbliche e quelle esistenti erano gestite da sacerdoti o monaci ed erano riservate ai figli delle famiglie abbienti. La mortalità infantile era spaventosa. L'artigianato era prospero (falegnami, fabbri, vasai, calzolai, sarti) ed i prodotti erano esposti nelle fiere e nei mercati settimanali di paese. Numerosi ed eccellenti gli scalpellini che lavoravano la pietra leccese lasciando il loro anonimo contributo sulle facciate delle chiese e dei palazzi signorili. L'analfabetismo superava nel Salento il 90%.

I professionisti (notai, medici) erano molto pochi ed appartenevano alle famiglie nobili o di grossi proprietari terrieri.

Il NovecentoModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Economia di Taranto, Questione meridionale e Cassa del Mezzogiorno.

Con il Governo di Giovanni Giolitti fu realizzato il mastodontico Acquedotto Pugliese, il più grande acquedotto d'Europa, che permise all'intera Puglia di rimediare allo storico problema della penuria di acqua. I lavori iniziarono nel 1906, dopo che alcuni deputati pugliesi ebbero ottenuto la creazione di una commissione di studio, cui seguirono il finanziamento e l'affidamento dei lavori in concessione, mediante una gara internazionale. La realizzazione dell'opera fu possibile grazie all'utilizzo di ingenti mezzi finanziari (125 milioni di lire dell'epoca) e di materiali, nonostante non mancasse chi pronosticasse l'irrealizzabilità della stessa. Venne inaugurata nel 1914, ma fu effettivamente completato solo nel 1939.

 
Sede dell'Arsenale della Marina Militare a Taranto (1922)

Durante la Grande Guerra Brindisi contribuì in modo significativo all'evolversi degli eventi bellici, grazie all'ampiezza ed alla sicurezza del suo porto. Le industrie meccaniche presenti sul territorio, insieme all'Arsenale Militare Marittimo di Taranto lavorarono a ritmi frenetici.
Il primo dopoguerra fu caratterizzato da aspre lotte sociali fra proprietari terrieri e contadini. In diversi paesi del Salento ci furono scioperi, occupazioni di terre e agitazioni, per sedare le quali le forze dell'ordine ricorsero spesso alle armi. L'episodio più eclatante, noto come "l'eccidio di Parabita", si verificò il 21 giugno 1920 a Parabita, dove diversi manifestanti rimasero uccisi in seguito agli scontri con i Carabinieri.

Con l'avvento del fascismo, furono istituite le due nuove province, la provincia di Taranto con decreto del 2 settembre 1923 n.1911, e quella di Brindisi con la legge 2 gennaio 1927, ma l'egemonia amministrativa e culturale di Lecce continuò però a esercitarsi grazie alla presenza in città dell'unica sede del Tribunale e dell'unica Università del territorio. Durante il ventennio, nonostante il rovinoso epilogo del regime, nel Salento furono realizzati insediamenti rurali per migliorare la resa della terra, vennero risanate zone malariche e paludose sia sul litorale ionico (bonifica della Terra d'Arneo) sia su quello adriatico, furono costruite scuole, formati gli insegnanti, realizzati alcuni palazzi istituzionali ed altre importanti infrastrutture.

Nel corso della seconda guerra mondiale, il porto di Taranto fu teatro della tristemente nota "notte di Taranto". Dopo la destituzione di Mussolini e l'armistizio, la famiglia reale e il governo Badoglio si trasferirono a Brindisi, che quindi divenne capitale del Regno d'Italia a partire dal 10 settembre 1943 fino all'11 febbraio 1944 (data in cui la capitale provvisoria fu trasferita a Salerno).

Le drammatiche condizioni economiche del secondo dopoguerra provocarono sia una ripresa delle lotte del movimento contadino (che con la riforma agraria degli anni cinquanta riuscì a ottenere la distribuzione ai braccianti del latifondo di Arneo), sia una massiccia emigrazione verso le città industriali del Nord Italia.

Nei primi anni sessanta il Salento si dotò di importanti impianti industriali. A Brindisi fu realizzata una grande industria petrolchimica che andava ad aggiungersi alle imprese meccaniche e aeronavali, garantendo opportunità di lavoro a tecnici e operai provenienti dal territorio e dalle province e regioni limitrofe. A Taranto nel 1965 venne inaugurato il "IV Centro Siderurgico Italsider", uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell'acciaio in Europa.

Attualmente il territorio del Salento conosce un processo di terziarizzazione dell'economia e punta sullo sviluppo e la commercializzazione di prodotti locali di qualità, nonché sull'uso delle peculiarità del territorio in funzione del turismo, grazie anche al rinnovato interesse per le caratteristiche culturali ed enogastronomiche insieme alle bellezze paesaggistiche e balneari.

NoteModifica

  1. ^ Periodo risalente a circa 35.000 anni fa.
  2. ^ Delia sarebbe vissuta circa 25.000 anni fa.
  3. ^ L'aurea di sacralità che circondava queste costruzioni spinse i primi cristiani ad edificare a loro volta nel territorio ulteriori colonne votive, dette più tardi Osanna, poiché al loro cospetto si iniziò a celebrare la Benedizione delle Palme e dei rami di Ulivo.
  4. ^ Come tramanda lo storico Eusebio di Cesarea.
  5. ^ Cicerone, Epistulae - Ad Familiares, 14 - 4.
  6. ^ come lascia intendere l'epistolario di papa Gregorio Magno.
  7. ^ Per approfondire vedi G.Stranieri - Un limes bizantino nel Salento?
  8. ^ La fortificazione del territorio mediante le motte era una tecnica propria dei Normanni in tutta Europa, come attestato dall'Arazzo di Bayeux che celebrava la conquista normanna dell'odierna Inghilterra avvenuta nel 1066.
  9. ^ Documento sulle nozze tra Federico e Isabella.
  10. ^ Documento sulla VI Crociata partita da Brindisi.
  11. ^ Il Barocco leccese si sviluppò pienamente tra XVII e XVIII secolo, nel periodo in cui i vescovi fanno di Lecce una città-reggia, sul modello della Roma dei Papi.

BibliografiaModifica

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Voci correlateModifica

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