Ferdinando I di Napoli

re di Napoli
Ferdinando I di Napoli
Ferdinando I Napoli.JPG
Busto di Ferrante d'Aragona, Pietro da Milano o Domenico Gagini, verso il 1450-1475, Museo del Louvre, Parigi
Re di Napoli
Stemma
In carica 27 giugno 1458 –
25 gennaio 1494
Predecessore Alfonso I
Successore Alfonso II
Nome completo Ferdinando Trastámara d'Aragona
Nascita Valencia, 2 giugno 1424
Morte Napoli, 25 gennaio 1494
Luogo di sepoltura Sacrestia di San Domenico Maggiore, Napoli[1]
Casa reale Trastámara-Napoli
Padre Alfonso V d'Aragona
Madre Gueraldona Carlino
Consorti Isabella di Taranto
Giovanna d'Aragona
Figli vedi sezione
Religione Cattolicesimo
Motto naturæ non artis opus[2][3][4]

Ferdinando Trastámara d'Aragona, del ramo di Napoli, universalmente noto col nome di Ferrante e chiamanto dai contemporanei anche Don Ferrando e Don Ferrante[5] (Valencia, 2 giugno 1424Napoli, 25 gennaio 1494), era l'unico figlio maschio, illegittimo, di Alfonso I di Napoli. Fu re di Napoli dal 1458 al 1494.

Fu uno dei monarchi più influenti e temuti dell'Europa del tempo e un'importante figura del Rinascimento italiano. Nei suoi trent'anni di regno portò pace e prosperità a Napoli. La sua politica estera e diplomatica volta ad assumersi il compito di regolare le vicende della penisola per non turbare l'equilibrio politico dato dalla pace di Lodi, ad affermare l'egemonia del Regno di Napoli sugli altri stati italiani e a stringere atrraverso i suoi diplomatici e i matrimoni dei suoi numerosi figli legittimi e naturali una fitta rete di alleanze e parentele con sovrani italiani e stranieri, gli valse la fama e l'appellativo di Giudice d'Italia, oltre ad essere riconosciuto come munifico mecenate[6][7][8][9][10]

Emanò varie leggi di stampo sociale che di fatto minavano lo strapotere dei Baroni, favorendo i piccoli artigiani e contadini. Quest’opera di modernizzazione e la resistenza che oppose contro di loro portarono allo scoppio della famosa rivolta che venne successivamente soffocata.[11]

Ferrante fu costretto a dimostrare il suo valore più volte prima di ottenere il trono di Napoli. Non solo come governatore, ma anche come militare, in quanto fu costretto a riconquistare il suo stesso regno, contro tutti i cospiratori,[12] e durante il suo governo, il regno fu sotto costante attacco da parte di potenze come l'Impero ottomano, la Francia, la Repubblica di Venezia e il Papato. Si può dire che, in generale, quasi l’intera sua vita l’abbia passata in guerra.[13]

Riconosciuto come una delle menti politiche più potenti dell'epoca[14], Ferrante era dotato di grande coraggio e di notevoli capacità politiche. Quasi completamente italianizzato, si circondò di numerosi artisti ed umanisti, portò al termine i lavori di edificazione paterna nella città di Napoli ed eresse nuove imponenti architetture che ancora oggi la ornano.

Le capacità di Ferrante e dei suoi diplomatici, abili nell’intessere alleanze al fine di realizzare l’egemonia napoletana nel sistema degli Stati italiani, i frutti della strategia economica del sovrano con l’introduzione dell’arte della seta e della stampa, la politica di promozione e attrazione culturale, il severo esercizio del potere anche attraverso la repressione della Congiura dei baroni portarono il Regno di Napoli, con intellettuali del calibro del Pontano, del Panormita ed altri, a partecipare da protagonista all’Umanesimo e al Rinascimento.[15] A quel tempo possedeva la marina più potente della parte occidentale del Mediterraneo.[16]

BiografiaModifica

L'eredità paternaModifica

GiovinezzaModifica

 
Ferrante d'Aragona, raffigurato come membro dell'Ordine del Toson d'oro

La madre, Gueraldona Carlino,[17] era una donna probabilmente di origine napoletana che nel dicembre del 1423 aveva accompagnato Alfonso al suo ritorno in Spagna, dove poi sposò un tale Gaspar Reverdit di Barcellona.

Nell'intento di assicurare un buon futuro al figlio illegittimo, il padre Alfonso lo aveva chiamato a Napoli. Su disposizione del re, il 26 luglio 1438 il governatore de Corella, il vescovo Borgia e il giovane Ferrante, con il loro seguito di giovani gentiluomini catalani, salparono da Barcellona per l'Italia. Il proposito di Alfonso era di preparare il suo unico figlio, sebbene illegittimo, per il ruolo di erede del regno che stava conquistando. L'intera compagnia il 19 agosto sbarcò a Gaeta, dove Ferrante si ricongiunse con il padre, che conosceva appena.

Fra padre e figlio si sviluppò presto un forte legame affettivo, poiché Alfonso apprezzava l'acuta intelligenza e il coraggio del giovane, mentre Ferrante mostrava una reverente venerazione per il suo genitore. Alfonso il 9 settembre del 1438 creò Ferrante cavaliere sul campo di Maddaloni dove Renato d'Angiò-Valois, sfidato a battaglia, non si era presentato.

A Napoli ebbe come insegnanti Il Valla, il Panormita, il Borgia e l'Altilio, che lo istruirono per molti anni. Ebbe come precettore anche il celebre Paris de Puteo[18] che gli insegnò diritto. Quando venne stabilito il sacro regio consiglio da Alfonso, gli venne assegnata la carica di presidente.[19]

A seguito della morte dello zio Pedro, nell'aprile 1439 Ferrante fu nominato luogotenente generale del regno. Il 17 febbraio 1440 il re Alfonso, per autorità propria, legittimò e dichiarò suo erede al trono di Napoli il figlio e quindi, nel gennaio 1441, si assicurò l'approvazione del parlamento dei baroni del regno che aveva convocato a Benevento e che venne poi trasferito a Napoli. Sempre nel parlamento, Alfonso, preoccupato per la successione, promosse una petizione, in cui i baroni, sapendo di fare un gran piacere al re, proposero di stabilire Don Ferrante suo futuro successore, col titolo di Duca di Calabria, dato solitamente ai primogeniti dei re di Napoli. Quindi Onorato Caetani, con il consenso di tutti, inginocchiandosi davanti al re lo supplicò di creare Duca di Calabria e suo futuro successore Don Ferrante, e il Re con volto allegro gli fece rispondere dal segretario queste parole:[18]

«La Serenissima Maestà del Re rende infinite grazie a voi Illustri, Spettabili, e Magnifici Baroni della supplica fatta in favore dell'Illustrissimo Signore D. Ferrante suo Carissimo figlio, e per sodisfare alla domanda vostra l'intitola da quest'ora, e dichiara Duca di Calabria immediato erede, e successore di questo Regno, e si contenta, che se gli giuri omaggio dal presente giorno»

(Bastian Biancardi, "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza")

Dopo questo, venne gridato con gran giubilo Don Ferrante Duca di Calabria e successore del regno e, il 3 marzo 1443, il re, accompagnato dal figlio e dal baronaggio, andò nel Monastero delle Monache di San Ligoro, dove venne celebrata con pubblica solennità la messa e, dove Alfonso diede la spada nella mano destra di Ferrante, la bandiera nella mano sinistra e ponendogli il cerchio ducale sopra la testa, ordinò che tutti lo chiamassero Duca di Calabria.[18]

 
Don Ferrante di Napoli raffigurato come uno dei Re magi nell'Adorazione dei Magi di Marco Cardisco, Museo civico di Castel Nuovo, Napoli

Il riconoscimento dei diritti di successione di Ferrante fu suggellato dalla bolla Regnans in altissimis emanata dal papa Eugenio IV nel luglio o 1443 e in seguito confermato nel 1451 da Niccolò V.[20] Ferrante nel 1444 si sposò con l'ereditiera Isabella di Taranto, figlia di Tristano di Chiaromonte e Caterina Orsini Del Balzo, erede designata del principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo di Taranto, suo zio materno, che non aveva figli. Isabella era anche nipote della regina Maria d'Enghien che, avendo sposato Ladislao I d'Angiò, era stata pertanto regina di Napoli, di Sicilia e del Regno di Gerusalemme dal 1406 al 1414.

Guerra con FirenzeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre di Lombardia.

Nel giugno del 1452 il re Alfonso intimò di dichiarare guerra ai Fiorentini, su richiesta della Repubblica di Venezia, per deviarli dell'aiuto che davano a Francesco Sforza Duca di Milano; per cui inviò il figlio Ferrante con seimila cavalli e ventimila fanti. Alfonso poi concluse con i Veneziani che lui avrebbe attaccato i Fiorentini e i Signori Veneziani lo Sforza.

Partì dunque Ferrante per l'Abruzzo, e fu per tutto il regno amorevolmente ricevuto. L'esercito del duca si fermò all'Abbazia di San Galgano, luogo assai comodo per avere da terra e da mare viveri per sopravvivere. Allora i Fiorentini (il cui governatore era Cosimo de' Medici) alzarono le bandiere del re Carlo VII, re di Francia e sollecitarono che il re Renato ricominciasse l'impresa per la riconquista del Regno di Napoli.

In questo tempo cominciava a serpeggiare la pestilenza nell'accampamento dell'esercito del duca di Calabria a Tumulo (luogo conforme al nome per la malaria), per la quale si ammalarono il duca di Urbino e molti altri capitani; quindi fu necessario al Duca di Calabria cambiare accampamento e condurre l'esercito a Pitigliano.[18]

Il 1º settembre Ferrante fu avvisato che Foiano era già stata presa. Quando l'inverno sopraggiunse, cessò la guerra in Toscana.[18]Mentre il duca di Calabria si stava trattenendo nel suo accampamento per l'impresa di Toscana contro i Fiorentini, Alfonso trattò la pace e firmò una lega con la Repubblica di Venezia e Siena. Il 9 aprile venne dichiarata la pace tra il doge Francesco Foscari per i Signori Veneziani e il duca Francesco Sforza.[18]

Ferrante ebbe ordine da Alfonso di partire dalla Toscana prendendo la strada verso l'Abruzzo, e arrivato ai confini del Regno, licenziò il Conte di Urbino e gli altri capitani.[18]

Il 28 agosto 1454 entrò a Napoli, dove fu ricevuto sotto un ricchissimo pallio con infinito giubilo da tutti i cittadini.[18]

Il 15 febbraio del 1455, venne a Napoli il cardinale romano Domenico Capranica per trattare e concludere con Alfonso l'alleanza e lega generale dei principi e potentati d'Italia su richiesta del Papa. Alfonso, in suo nome e del figlio, fece l'accordo e firmò la pace e l'amicizia col duca di Milano e con i Fiorentini.[18]

L'ardua IncoronazioneModifica

Come stabilito dal padre, Ferrante gli succedette sul trono di Napoli nel 1458, all'età di 35 anni. Salito al potere dovette affrontare molti problemi: Carlo Principe di Viana incitò i Napoletani ad acclamarlo re, i baroni spinsero alla conquista del regno il re Giovanni della Corona d'Aragona, e dopo il rifiuto di quest'ultimo ricorsero a Giovanni d'Angiò figlio di Renato, che pretendeva il regno di Napoli e il Papa pretendeva per di più che il regno fosse devoluto alla sua Sede. Ferrante dovette superare tutti questi potenti nemici per mantenere saldo il regno.[18][21]

Carlo di Viana il "Pretendente"Modifica

Il Principe di Viana, che si trovava a Napoli, attraverso numerosi baroni catalani e siciliani, i quali erano stati intimi amici di re Alfonso, incitava i napoletani a farsi proclamare Re, poiché come figlio di re Giovanni proclamava di essere il legittimo successore del regno, mentre re Alfonso non poteva lasciarlo a Ferrante in quanto figlio illegittimo, ma il popolo napoletano e molti baroni, ricordandosi del giuramento e delle promesse fatte ad Alfonso per suo figlio, il quale era stato non solo legittimato dal padre, ma dichiarato legittimo successore del regno anche dalla sede Apostolica, gridarono subito: "Viva Re Ferrante nostro legittimo Re". Ferrante allora cavalcò per la città e per i Seggi ricevendo acclamazioni da tutto il popolo. Quando il Principe di Viana vide quello che stava accadendo, decise di abbandonare l'impresa, quindi, salito su una nave, partì per la Sicilia, con i baroni catalani che non avevano avuto feudi nel regno da Alfonso.[18][22]

L'apparente IncoronazioneModifica

Quantunque avesse superato questo ostacolo, Ferrante non si sentiva ancora sicuro, poiché non aveva ancora Callisto III dalla sua parte, anche se era stato suo maestro e amico del padre prima di diventare Pontefice. Il giorno seguente inviò degli ambasciatori al Papa per confermare l'investitura del regno, attraverso la seguente lettera.[18][23]

«Molto Santo Padre.

Questi dì ne la maggior turbùlenza, e forza del grave dolore, scrissi a V. Santità, dandole avviso della morte della gloriosa memoria del Re mio Padre, tanto brevemente, come in carta io scrissi fra listesse lagrime. Adesso rivolto un poco in me, lasciando da parte il pianto, avviso V. Santità che un dì avanti che passasse da questa vita, mio Padre mi ordinò che prima di tutte l'altre cose, preferissi la grazia, e stima di V. Santità e della S. Madre Chiesa, e che con quella in verum modo, io contendessi; affirmando che sempre saria accaduto danno a quelli che la contrastassero, e resistessero. Ma lasciando da parte, ebe per il comando del Re, e per contemplazione dell'autorità di V. Santità lo deggio esequire; particolarmente m'induce, e obbliga a ciò, che non mi posso dimenticare che dalla mia fanciullizza V. Santità mi fu data come dal Cielo per mia guida, e così per disposiziòne, e comandamento del Padre, e per la volontà di Dio fui consegnato a Vostra Santità, come voglio esser suo fino alla morte. Perciò supplico molto umilmente V. S. che corrispondendo a questo amore, mi riceva per suo figlio, o per meglio dire mi confermi nella sua grazia, perch'io da qui avante oprarò di modo, che non possa V. Beatitudine desiderar da me ne maggiòr ubbidienza, ne piu inclinata divoziòne. Da Napoli il primo di Luglio.»

(Bastian Biancardi, "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza")

Dopo aver inviato gli ambasciatori a Roma, Ferrante volle anticipare l'investitura. Uscito quindi da Castel Nuovo andò al duomo della città a Cavallo, accompagnato dai baroni del regno, dove fu ricevuto con applausi dal Cardinal Rinaldo Piscicello Arcivescovo della Città, il quale accompagnato dal clero, si incontrò con lui davanti al coro della chiesa e subito dopo andarono sulle scale dell'altare maggiore, dove inginocchiati, venne cantato il Te Deum. Il cardinale benedisse il nuovo sovrano con benedizione pontificale e lo proclamò Re di Napoli. Dopo l'incoronazione iniziarono a suonare le trombe, mentre il popolo gridava: "Viva il Re Ferrante". Cavalcò poi, accompagnato con grande magnificenza dal baronaggio e dal popolo verso i sette Uffici del Regno, quindi ritornò a Castel nuovo. Trovatolo chiuso, secondo il rito chiamò allora il castellano Arnaldo Sanz, e gli disse: "Apri", ed egli rispose: "Sete voi il Re Don Ferrante, figliuolo della felice memoria del Re Don Alfonso?" Replicò il Re: "Io sono quello". Il Castellano allora domandò ai baroni se il nuovo re fosse figlio di Don Alfonso e risposero tutti di sì. Il Castellano allora, davanti a tutto il popolo, consegnò le chiavi del castello a Ferrante, il quale gliele restituì ordinando di custodire per bene la fortezza. Dopo questo, il popolo continuò a gridare: "Viva il Re Don Ferrando".[18][24]

Scontro con CallistoModifica

Papa Callisto III, mal disposto nei suoi confronti, con bolla del 12 luglio dichiarò vacante il trono di Napoli non riconoscendo la successione di Ferrante perché, a suo dire, egli non era figlio né legittimo, né naturale di Alfonso V d'Aragona, bensì figlio di un servitore moro. Costui desiderava infatti togliere il regno a Ferrante per darlo a Pier Luigi Borgia suo nipote, da lui già fatto Duca di Spoleto, ragion per cui Fece affiggere manifesti in diversi luoghi del regno, dov'era riportato che il Regno di Napoli sarebbe stato devoluto alla Chiesa Romana e che il Papa avrebbe assolto tutti coloro che avevano giurato fedeltà a Ferrante, inoltre ordinava a tutto il clero, baroni, città e popoli del regno che, sotto pena di scomunica, non ubbidissero a Ferrante e non lo tenessero come sovrano, né gli giurassero più fedeltà.[18][25]

Ferrante allora chiamò al Parlamento Generale i baroni e il popolo, i quali gli giurarono fedeltà, senza dimostrare alcun rancore. Per opporsi al piano di Callisto, in presenza del suo nunzio, scrisse una bolla al Papa, la quale riportava ch'egli era re per grazia di Dio, per beneficio del re Alfonso suo padre, per acclamazione dei baroni e delle città del Regno che lo riconoscevano come legittimo sovrano e per le concessioni dei due Papi precedenti: Eugenio e Niccolò. Tra le alleanze di Ferrante, in questa guerra contro Callisto è rilevante quella del Duca di Milano che si unì a Don Ferrante non solo per la parentela tra le due dinastie, ma anche per la Lega che v'era tra loro. Callisto però, sempre implacabile e ostinato, rifiutò ogni mezzo di intercessione; tant'è che Ferrante deliberò di mandare degli ambasciatori al Papa in nome del regno. Questi ultimi trovarono nondimeno il papa infermo e quindi non vennero ammessi alla sua udienza.[18][26]

Scultura raffigurante l'incoronazione di Ferrante come re di Napoli da parte di Latino Orsini. Benedetto da Maiano, Museo del Bargello, Firenze.

L'avanzata età, i tanti dispiaceri sofferti e in più la malinconia per aver capito che re Giovanni non avrebbe conquistato il regno di Napoli portarono il pontefice alla morte nell'agosto del 1458, senza che avesse raggiunto il suo obiettivo.[18][27]

Ferrante, risollevato dalla morte del Pontefice, mandò subito Francesco del Balzo, duca d'Andria, e Antonio d'Alessandro, celebre Giureconsulto, a chiedere l'investitura al nuovo Papa e a rendergli obbedienza. Accettata l'udienza, Papa Pio II non volle però trascurare gli interessi della Chiesa: l'investitura gli fu concessa, ma con molte condizioni: Ferrante doveva pagare i censi non pagati, aiutare perpetuamente il Papa ad ogni richiesta, restituire alla Chiesa Benevento e Terracina, e altre condizioni accordate in nome del Papa da Bernardo Vescovo di Spoleto e in nome del Re da Antonio d'Alessandro. Tutto questo venne confermato dalla bolla di Pio II, il 2 Novembre del 1458. Dopo la Bolla dell'Investitura, ne vennero spedite altre due: nella prima il Pontefice avvisava Ferrante di mandargli un Cardinale Legato per l'incoronazione e nella seconda revocava la Bolla di Callisto III fatta contro il Re.[18][28]

Ferrante fu incoronato solennemente il 4 febbraio 1459 nella Cattedrale di Barletta e per ringraziare il Papa volle nel 1461 che Maria sua figlia naturale sposasse Antonio Piccolomini nipote di Pio, dandole in dote il Ducato di Amalfi, il Contado di Celano e l'ufficio di Gran Giustiziere per il marito.[18][29] I problemi, però non erano ancora finiti, infatti il rivale di Ferrante, Giovanni d'Angiò, ambiva a riconquistare il trono di Napoli, perduto dal padre nella guerra contro Alfonso.

La guerra angioino-aragonese (1460-1464)Modifica

 
Moneta d'oro con l'effige coronato di Ferrante I re di Napoli

I principi di Taranto e di Rossano per accrescere il loro potere chiesero al Re di rimettere nel suo Stato il Marchese di Crotone, il Duca d'Atri ed il Conte di Conversano loro parenti; Il Re nonostante qualche rifiuto iniziale volle compiacerli. Questi baroni unitisi decisero di sollecitare il re Giovanni d'Aragona affinché venisse a conquistare il regno che gli spettava per legittima successione dopo la morte di Alfonso suo fratello; ma il Re Giovanni rifiutò. D'altra parte Re Ferrante avendo capito l'intenzione dei baroni, mandò subito in Spagna Turco Cicinello e Antonio d'Alessandro per pregare Giovanni di non mancar d'amore al re suo Nipote, giacché poteva dire che il Regno di Napoli fosse più suo che i regni della Corona d'Aragona.

Questi Ambasciatori non incontrarono molta fatica nel propiziarsi il re, in quanto seppure avesse voluto conquistare Napoli non possedeva le forze militari necessarie. Ebbero però molta fatica a saldare un'altra piaga, perché la Regina Maria, che fu moglie di Re Alfonso, morì in Catalogna e lasciò all'erede Giovanni le proprie doti, ammontanti a quattrocentomila ducati. Re Giovanni sostenne che il denaro andasse prelevato dal tesoro che Alfonso aveva lasciato al regno di Napoli e gli ambasciatori accordarono di darglielo in dieci anni.

Intanto, vedendo fallire il proprio piano, il principe di Taranto tentò un'altra impresa: con l'aiuto dei baroni e soprattutto di Marino Marzano, il quale odiava Ferrante mortalmente poiché si era sparsa la voce che il re avesse commesso incesto con Eleonora sua sorella e moglie di Marino, decisero di chiamare nel 1459 Giovanni duca d'Angiò, figlio di re Renato, che si trovava ancora a Genova, per convincerlo a intraprendere l'impresa di conquista del trono di Napoli. Quest'ultimo, ricevuta l'ambasciata dell'invito da Marco della Ratta, fece armare immediatamente galere e navi.

D'altro canto il Principe di Taranto, che come Gran Connestabile del regno controllava l'intero esercito, reclutò comandanti che dipendevano da lui e li corruppe ad abbracciare la propria causa. Mentre cercava di reprimere le prime rivolte in Puglia e in Abruzzo, Ferrante ebbe l'avviso che il duca Giovanni con ventidue galere e quattro grandi navi era comparso nella marina di Sessa, tra la foce del Garigliano e del Volturno. Il Duca Giovanni fu ricevuto dal Principe di Rossano e subito dopo spinse la sua armata fino al porto di Napoli, invadendo gran parte di Terra di Lavoro. Andò poi in Capitanata dove trovò i Baroni e i Popoli dalla sua parte: Lucera gli aprì subito le porte e Luigi Minutolo gli rese il Castello, lo stesso fecero Troia, Foggia, San Severo, Manfredonia e tutti i Castelli del Monte Gargano. Ercole d'Este, che era stato fatto Governatore della Capitanata da Ferrante, vedendo tutte le terre della sua giurisdizione ribellarsi, per volere del fratello Borso passò a servire il duca. Il Duca di Melfi, il Conte d'Avellino, il Conte di Buccino, il Signore di Torremaggiore ed il Signore di Santobuono passarono tutti al soldo di Giovanni. Il Principe di Taranto che si trovava a Bari andò fino a Bitonto per incontrare il duca e lo condusse a Bari, dove fu ricevuto con apparato regale.

Nel frattempo Marino Marzano tentava attraverso insidie e tradimenti di assassinare il re. L'attentato più importante fu l’abboccamento della Torricella: Marino Marzano ingannò il catalano Gregorio Coreglia, che era stato precettore di Ferrante, confidandogli di volersi riappacificare con il sovrano e chiederne la grazia. Riportato tale messaggio al re fu deciso che i due dovessero incontrarsi in una chiesetta sita nel luogo detto Torricella nei pressi di Teano il 29 maggio 1460 e fu posta quale condizione che ognuno potesse portare due compagni. Pertanto Ferrante recò con sé lo stesso Coreglia e Giovanni Ventimiglia, Conte di Montesarchio, il quale, con un passato di uomo d’armi, in là con gli anni, era tra i consiglieri di Ferrante, mentre Marino fu accompagnato da due condottieri del tempo: Deifobo dell’Anguillara, il quale a capo di un esercito aveva in precedenza costretto le truppe di Ferrante a ritirarsi da Venafro a Calvi, e Giacomo da Montagano, noto alle cronache come uomo pericolosissimo e di mano pronta, che era calato in Terra di Lavoro la Vigilia di Natale per unirsi all’esercito di Giovanni d’Angiò.

Fallito il tentativo da parte di Marino di condurre Ferrante in luogo più riparato, adducendo quale scusa di non farsi scorgere dai francesi accampati sulla Rocca di Teano, i due cominciarono a parlare e ne nacque un alterco. Deifobo affermando di volersi riconciliare anch’egli con il sovrano gli mosse incontro per aggredirlo, tuttavia Ferrante, scorto il pugnale che quegli nascondeva nella mano, estrasse la propria spada e affrontò i due congiurati da solo, in quanto il conte ed il Coreglia erano tenuti a bada dal Montagano. Il Re ebbe la meglio e prima che giungessero le proprie truppe riuscì a ferirli e a metterli in fuga. Nella concitazione dello scontro il pugnale che era caduto dalla mano dell’Anguillara fu raccolto da un soldato di Ferrante e si scoprì che era avvelenato, poiché, avendo sfiorato un cane, questi cadde all’istante morto. Questo avvenimento fu poi rappresentato nel primo, in alto a sinistra, dei sei bassorilievi impressi sulla porta bronzea dopo l’Arco di Trionfo in Castel Nuovo.[30]

 
Raffigurazione dell'abboccamento della Torricella del 1460, su un battente della porta bronzea del Castel Nuovo di Napoli, commissionata da Ferrante

Tutto il Principato Citra, la Basilicata e la Calabria fino a Cosenza alzarono le Bandiere Angioine e il resto della Calabria fu fatta ribellare dal Marchese di Crotone. Si dice che a quel punto la Regina Isabella di Chiaramonte, moglie di Ferrante, vedendo il marito disperato, travestita da monaco con il proprio confessore andò a trovare il Principe di Taranto suo zio e lo pregò che volesse mantenerla regina così come l'aveva volta, tanto che il principe commosso depose le ostilità.[18][31]

Giovanni riuscì a giungere davanti alle mura di Napoli e sarebbe pure entrato se la prudenza della regina Isabella, la quale fece armare tutta la città in assenza del marito, non gli avesse contrastato l'ingresso.[32][33]

Ferrante fu inizialmente sconfitto dagli Angioini e dai baroni ribelli nella battaglia di Sarno il 7 luglio 1460. In tale occasione fu salvato dall'intervento di genti d'arme, "provisionati" e "coscritti", della città della Cava capeggiati dai capitani Giosuè e Marino Longo: questi, giunti in località Foce di Sarno, discesero dal monte e attaccarono gli Angioini che, sorpresi e non potendo determinare l'entità dell'attacco, furono costretti ad arretrare concedendo a re Ferrante la possibilità di aprirsi per la via di Nola la fuga verso Napoli. Fortunatamente per lui quella battaglia non ebbe esito decisivo, anzi il sovrano ottenne ulteriori aiuti dal duca di Milano Francesco Sforza.[20]

La rivalsa di FerranteModifica

Il duca di Milano entrò in guerra in aiuto di Ferrante anche per paura delle pretese che il Duca d'Orleans aveva sullo Stato di Milano e quindi mandò il fratello Alessandro Sforza e Roberto Sanseverino conte di Caiazzo, che era figlio di sua sorella, in soccorso al re, sia per consigliarlo, sia per favorire una riconciliazione tra il re e i baroni. La venuta del Conte di Caiazzo sollevò molto le sorti della guerra, perché essendo parente del Conte di Marsico e di San Severino, trattò con lui di ritornare leale al re, riuscendo alla fine a convincerlo. Il conte accettò volentieri i privilegi che gli offrì il re, fra quali la concessione della città di Salerno col titolo di Principe e di poter battere moneta e molti altri. Il Conte di Marsico che da quel momento venne chiamato Principe di Salerno, mandò subito un messaggero al Pontefice Pio II per l'assoluzione del giuramento che aveva fatto al Duca Giovanni quando lo creò suo Cavaliere. Da questo episodio molti altri baroni seguirono il suo esempio, rifiutando l'Ordine della Luna Crescente del quale Giovanni li aveva onorati Cavalieri. Papa Pio II, con la bolla del 5 Gennaio 1460, assolveva dal giuramento tutti coloro che avevano preso l'Ordine della Luna Crescente da Giovanni e disfaceva questa Confraternita. L'accordo tra il Principe di Salerno e il Re ribaltò la guerra in favore di Ferrante, perché gli aprì la via per riconquistare la Calabria, visto che le terre del principe di Salerno da San Severino fino in Calabria appartenevano a lui o al Conte di Capaccio o al Conte di Lauria e ad altri seguaci della sua casata. Il principe di Salerno andò quindi con Roberto Orsini a conquistarla. Riuscì a prendere Cosenza, che fu saccheggiata, Scigliano, Martorano, Nicastro, Bisignano ed in breve quasi tutta la provincia tornò al re.[18][34]

Intanto il Pontefice Pio II mandò Antonio Piccolomini suo nipote ad aiutare il re con 1000 cavalli e 500 fanti, riuscendo a riconquistare la Terra di Lavoro. Allo stesso tempo il Duca di Milano mandò un nuovo soccorso, col quale riuscì a riconquistare molte terre in Abruzzo. Il re nel frattempo andò in Puglia a Lucera, dove risiedeva il Duca Giovanni che con un grande esercito stava aspettando il Principe di Taranto. Si arresero a Ferrante molte città, come San Severo, Dragonara, molte terre del Monte Gargano e finalmente Sant'Angelo. Il re sceso nella chiesa sotterranea di quel famoso santuario; trovò una grande quantità di argento e di oro, non solo quello che era stato donato per la gran devozione al santuario; ma anche quello che era stato portato da sacerdoti delle vicine terre. Fattolo annotare, lo prese, promettendo dopo la vittoria di restituire ogni cosa; e con quell'argento fece subito battere quella moneta che si chiamava "Li Coronati di S. Angelo", il quale gli giovò molto in questa guerra.[18][35]

Sopraggiunse in aiuto a re Ferrante dall'Albania, con numerose navi, 700 cavalli e 1000 fanti veterani, Giorgio Castriota, soprannominato Scanderbeg, uomo famosissimo a quei tempi per le sue campagne contro i turchi di Maometto II, il quale ricambiava l'aiuto di Alfonso il Magnanimo che anni prima, quando i turchi lo avevano assaltato in Albania dove signoreggiava, lo aveva soccorso. La sua venuta fu così efficace che fece diffidare i suoi nemici di attaccarlo.[18][36]

Ferrante si recò ad incontrare Scanderbeg, accogliendolo a festa e per parecchi giorni gli diede grato riposo a Bari. Lo Scanderbeg fece poi radunare i suoi soldati e gli accrebbe l'animo ispirandogli gratitudine per l'Aragonese e riaccendendo in loro ll'amore della gloria.

Il Piccinino, che comandava l'esercito alleato, osservando lo sconforto dei suoi, domandò ed ottenne una tregua e poiché prevedeva una fine infelice, decise di non mantenere la tregua. Lo Scanderbeg, avendolo saputo, lo intimò che il giorno dopo gli avrebbe ingaggiato battaglia e Scanderbeg, arrivato a Bari si unì a Ferrante che aveva posto il suo accampamento ad Ursara, in Puglia. Il giorno seguente si venne alle armi e gli albanesi, animati dall'esempio del loro condottiero e del Re, sconfissero a pieno l'esercito nemico e il Piccinino e Giovanni d'Angiò furono costretti a fuggire. In tale battaglia, caddero quattromila nemici e altri mille rimasero prigionieri con venticinque bandiere e i vincitori, ricchi delle spoglie dei vinti, festeggiarono il trionfo per 8 giorni. Quando Ferrante rientrò a Napoli, gli abitanti lo accolsero con vivissime acclamazioni e gli rinnovarono il sacramento di fedeltà.

Nella Terra di Bari rimaneva dalla parte Angioina solo Trani, che l'ambizioso siciliano Fusianò venne deputato da Ferrante di governarla e con l'ordine di difenderla. Egli, vedendo il regno in disordine ne approfittò per divenire padrone della città, cominciando anche a taglieggiare gli abitanti dei paesi vicini. Ma l'apparire dello Scanderbeg nel Tranese bastò alla caduta di tanto ribaldo e dal Re ebbe la grazia, non venendo punito. Inanto non taceva nel cuore di Ferrante la gratitudine che lo legava allo Scanderbeg e volendogliene dare segno, gli donò a suo proprio e perpetuo retaggio Trani, Siponto e San Giovanni Rotondo, città della Puglia e quindi dirimpetto all'Albania.[19]

Il Cardinal Roverella Legato Apostolico, che stava a Benevento, riuscì a portare dalla parte del Re Orso Orsini e dopo questo episodio anche il Marchese di Cotrone e il conte di Nicastro si riconciliarono con il re.[18][37]

Alfonso duca di Calabria, primogenito di Ferrante, il quale aveva meno di 14 anni, fu mandato dal padre sotto la protezione di Luca Sanseverino a sottomettere la Calabria.[18][38]

Il re invece riuscì a debellare i suoi nemici in Capitanata, prese Troia e sottomise interamente quella Provincia. Alcuni baroni, vedendo le sconfitte degli Angioini, decisero di arrendersi al re, come tra l'altro fece Giovanni Caracciolo duca di Melfi.[18][39]

 
Raffigurazione della battaglia di Troia del 1462 su un battente della porta bronzea del Castel Nuovo di Napoli, commissionata da Ferrante

Le sorti della guerra si capovolsero a favore di Ferrante il 18 agosto 1462 in Puglia con la battaglia di Troia, dove il re Ferrante ed Alessandro Sforza inflissero una definitiva sconfitta ai loro avversari. Dopo la battaglia la schiera dei nemici di Ferrante andò costantemente disgregandosi.

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Troia.

Rimaneva da sottomettere solo la Terra di Lavoro oltre il Volturno e l'Abruzzo, dove il Duca Giovanni si era fortificato. Il Principe di Rossano, invece fu guerreggiato a Sora, dove l'esercito del Papa, sollecitato da Ferrante per l'assalto, non volle muoversi, sostenendo che il Papa non l'avesse mandato per aiutare il re in quanto non ce n'era più bisogno, dato che il duca d'Angiò era stremato dalla guerra, ma che fossero stati mandati solamente perché il Papa pretendeva che il Ducato di Sora, il Contado d'Arpino e quello di Celano, essendo stati un tempo territorio della Chiesa, gli fossero restituiti. Il Re per non intricarsi in nuove contese decise di dare il Contado di Celano ad Antonio Piccolomini, nipote del Papa e suo genero con la condizione che riconoscesse come supremo signore il re.

Morto poi Papa Pio, con la stessa condizione diede il Ducato di Sora a Leonardo della Rovere, nipote di Papa Sisto. Tornando alla guerra, finalmente il Principe di Rossano capitolò e attraverso il Cardinal Roverella fu concluso il trattato di pace con alcune condizioni, tra cui un nuovo vincolo parentale: Ferrante doveva concedere a Giambattista Marzano, figlio di Marino, la propria figlia Beatrice, la quale venne subito mandata a Sessa dalla zia Eleonora come segno di pace.

Marino fu successivamente fatto incarcerare da Ferrante, il quale aveva già preso possesso di tutto il suo feudo. Il Principe di Taranto vedendo la situazione degenerare a causa del re, che lo stava raggiungendo per espugnarlo, gli chiese la pace. Ferrante non la ricusò e mandò Antonello di Petruccio, suo segretario, con il Cardinal Roverella legato del Papa a trattare le condizioni dell'armistizio con gli Ambasciatori del principe. Fra le condizioni dell'armistizio vi era che il principe fosse cacciato dalla Puglia e il Duca Giovanni da tutti i suoi feudi. Il Principe sì ritirò ad Altamura dove poco dopo morì, non senza il sospetto di avvelenamento da parte del re.[18][40]

Il 16 novembre, la morte di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo principe di Taranto privò il fronte angioino del suo più influente capo e finanziatore. Con la sua morte si realizzava il disegno originario di Alfonso V d'Aragona di fare di Taranto il principato-cardine nelle mani sue e dei suoi eredi. Il feudo pugliese fu ereditato da sua moglie Isabella e divenne un punto di forza fondamentale per le risorse di Ferrante.[20]

L'ultima roccaforte AngioinaModifica

Nel settembre 1463 il duca Giovanni, vedendosi abbandonato dai suoi alleati, si accordò con il re per andarsene sull'isola d'Ischia. Dopo aver sottomesso la Puglia, l'Aquila e l'Abruzzo, a Ferrante non restava altro che la riconquista di Ischia, ultimo baluardo angioino, dove si era ritirato il Duca d'Angiò, che era difesa dai fratelli Carlo e Giovanni Toreglia; questi con otto galee infestavano il golfo di Napoli a tal punto che re Ferrante chiese l'intervento di suo zio Giovanni II d'Aragona, il quale gli mandò Galzerano Richisens con numerose galee Catalane. Nella primavera del 1464 Giovanni d'Angiò, vistosi ormai isolato e sconfitto, ripartì con due galee per la Provenza.

Essendo venuta poi l'armata catalana, di cui non era più in bisogno, Ferrante diede un grande regalo al generale Toreglia e mandò indietro l'armata. Quando il Duca Giovanni partì dal regno lasciò un buon ricordo ad alcuni popoli e nobili grazie alle sue numerose virtù, per cui molti cavalieri lo seguirono in Francia come il Conte Nicola di Campobasso, Giacomo Galeota e Rofallo del Giudice. Il Duca Giovanni giunto in Provenza fu chiamato dai Catalani, che si erano ribellati al re Giovanni d'Aragona, evento per il quale Ferrante molto si rallegrò, poiché se il Duca Giovanni, il Re Renato suo padre e il Re d'Aragona erano impegnati a fare guerra tra di loro non avrebbero costituito un pericolo per Napoli. Intanto il Contado di Barcellona si era ribellato contro Re Giovanni ed aveva chiamato Re Renato a governarlo, Ferrante, avvisato della guerra, mandò alcune milizie in Catalogna in soccorso allo zio.[18][41]

Ventennio di prosperitàModifica

Politica matrimonialeModifica

Dopo aver trionfato contro i suoi nemici e sottomesso tutto il regno, Ferrante pensò di restaurarlo dai danni dei sette anni di guerra che lo avevano sconvolto; ma prima di ogni altra cosa attraverso matrimoni politici cercò di mantenere sicuro il regno e decise pertanto di far sposare il primogenito Alfonso con Ippolita, figlia del duca di Milano, la figlia maggiore Eleonora col duca di Ferrara Ercole d'Este e la minore Beatrice col re Mattia d'Ungheria. Tutte queste feste furono interrotte dal lutto per la morte della regina Isabella, donna di numerose virtù. Costei fu compianta da tutti e il suo cadavere venne portato nella chiesa di San Pietro Martire, dove si può vedere ancora oggi il suo sepolcro. Re Ferrante dopo lunghi anni di vedovanza nel 1477 si sposò per la seconda volta con Giovanna sua cugina, figlia del Re Giovanni d'Aragona suo zio.[18][42]

Politica Interna durante l'età dell'oroModifica

La fine della ribellione dei baroni fu seguita da venti anni di pace interna che consentirono a Ferrante di rinforzare lo stato e di accrescerne la ricchezza. La confisca delle terre dei baroni ribelli trasformò il rapporto di forza tra la corona e la nobiltà del regno. Ferrante, sempre diffidente verso i baroni, spinse i suoi sudditi a maggiore vigore economico con l'introduzione di nuove misure che di fatto consentivano a tutta la popolazione del regno di godere di maggiore libertà nella vita quotidiana. Con una legge del 1466 consentì ai coltivatori di disporre liberamente dei propri prodotti, svincolandoli dall'obbligo di dover vendere le derrate al signore locale al prezzo da lui fissato.

 
Miniatura della fine del XV secolo, forse degli anni '80 che mostra il re Ferrante mentre riceve dei doni

Le città demaniali acquisirono sempre maggiore importanza mentre imponeva maggiori controlli sul potere baronale. Nel regno gli ebrei protetti dal re Ferrante svolgevano una notevole attività artigianale e commerciale. Per le libertà comunali fu un momento importante. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e ratificò quelli concessi dai baroni, favorendo la crescita di un'aristocrazia urbana come contrappeso alla nobiltà feudale.[20]

Inoltre, nel 1466, per impedire l'abbandono delle terre con le sue inevitabili conseguenze, dannose per il fisco e per il benessere del paese, ordinò che alla libera vendita dei frutti della terra nessun ostacolo potessero opporre i ceti privilegiati, soliti ad accaparrarli a prezzi fissati a loro arbitrio; nel 1469, pur confermando le immunità ecclesiastiche, le lasciò soltanto a coloro che effettivamente si dedicavano alle pratiche del culto. Tentò di riattivare le industrie, specie quelle della seta e della lana; e anzi egli stesso si fece industriale e commerciante, associandosi alle ardite imprese di Francesco Coppola, poi conte di Sarno.

Né meno innovatore l'incremento e la promozione delle belle arti e alla vita culturale. Infatti oltre alle architetture erette e all'impulso dato all'università, durante il suo regno si formò nel regno una vera cultura italiana e latina, che contò fra i suoi maggiori rappresentanti il Panormita, il Sannazaro, il Pontano: letteratura che rispecchiava la vita del paese, le sue tendenze, i suoi bisogni, in specie attraverso le opere di Diomede Carafa, del Galateo, di Tristano Caracciolo, e, come tale, era destinata a sopravvivere anche nei secoli successivi.[43]

La Lega delle Potenze ItalianeModifica

Ferrante rinsaldò ulteriormente il suo potere con una serie di alleanze. Intorno al 1463 promosse una lega tra i maggiori stati italiani: Napoli, Firenze e Milano. La pacificazione del regno di Napoli ebbe effetti positivi in tutta Italia e l'alleanza fu, come scrive il Pontieri, benefica anche «ai fini della conservazione della pace in Italia».[44]

Ma gli equilibri faticosamente raggiunti si mostrarono ben presto assai precari. Il duca di Milano nel marzo del 1470 si alleò con Luigi XI di Francia, invalidando di fatto la lega con Firenze e con Napoli. Ferrante, allora, sfruttò il punto debole della potenza sforzesca rappresentato da Genova, fomentando la ribellione della capitale, dove nel 1476 avvennero tumulti e rivolte al grido «viva il re di Napoli e viva la libertà».[44]

La morte del Duca di Milano, seguita poi da quella di Giorgio Castriota Signore d'Albania, privò Ferrante dei suoi maggiori amici.

La guerra del censoModifica

Il 19 Agosto del 1464 morì anche Pio II, privando Ferrante del suo più fedele alleato. Il successore, Papa Paolo II, riconoscendo che il suo predecessore aveva trascurato l'esazione del censo dovuto alla Chiesa, cominciò a sollecitare Ferrante a pagare tutti i censi che doveva alla Santa Sede, i quali per più anni non erano stati pagati. Ferrante, aggravato dalle eccessive spese per la scorsa guerra, era rimasto a corto di denaro e quindi non solo si scusò di non poterli pagare, ma chiese al Pontefice di abbonargli il pagamento. Da questa pretesa venne generata una discordia che si fermò quando il Papa per abbassare il potere dei figli dei conti dell'Anguillara chiese aiuto a Ferrante, il quale gli mandò delle truppe.

Terminata l'impresa il problema del censo ritornò a galla perché il Papa tornò a richiedere con maggiore assiduità i censi rispetto a quanto fatto precedentemente. Il Re allora pretese dal Papa di rilasciare i censi per le spese che ultimamente aveva fatto per soccorrerlo e pretese anche per l'avvenire che il censo che prima importava, ottomila onze l'anno, si dovesse diminuire, poiché prima il suo costo era molto elevato sia per il regno di Napoli che quello di Sicilia, ma la Sicilia era un possesso del Re Giovanni d'Aragona suo zio e non suo, quindi non era suo dovere pagare l'intero censo. Il Papa d'altra parte enfatizzava gli aiuti che Ferrante aveva avuto dal proprio predecessore.

Ognuno cercava di far valere le proprie ragioni, ma Ferrante pose in campo un'altra pretesa, ovvero la restituzione delle terre che il Papa possedeva entro i confini del regno, cioè Terracina in terra di Lavoro, Cività Ducale e Leonessa nell'Abruzzo, vicino ai confini dello stato della Chiesa; e ciò in vigore dell'accordo fatto nel 1443 da Papa Eugenio IV con il Re Alfonso suo padre. Ferrante pretese anche la restituzione di Benevento, che aveva concesso al Pontefice Pio suo buon amico, non desiderando che adesso se la godesse un Pontefice così poco amorevole. Il Papa vedendo inasprito l'animo del Re e non potendo con l'esercito e con altri modi resistergli, mandò subito a Napoli il Cardinal Roverella suo Legato a placare Ferrante, il quale infuriato aveva ordinato ad Alfonso suo figlio di togliere il Ducato di Sora alla Chiesa. Il Cardinale eseguì così bene l'incarico che da allora non si parlò più né di censi scaduti, né della restituzione di quelle terre. Sorsero poi fra loro altre contese per la difesa dei Signori di Tolfa, visto che il Papa pretendendo che la città fosse sua, l'assedio, ma sopraggiunse l'armata del Re e l'esercito del Papa vedendo quello di Ferrante fuggì subito, lasciando l'assedio. Le contese che ebbero i Re di Napoli con i Pontefici Romani furono sempre acerbe e continue non solo a Tolfa, ma anche nel territorio di Pozzuoli e di Agnano che i Pontefici pretendevano che spettassero a loro.[18][45]

La morte del pontefice Paolo il 26 Luglio del 1471 e la successione del Cardinal Francesco della Rovere, che fu chiamato Sisto IV, fece cessare tutte le discordie, poiché Papa Sisto spedì a Ferrante nel 1475 una Bolla, la quale riferiva che per tutta la sua vita non sarebbe stato obbligato a pagare i censi, bensì per l'investitura a inviargli ogni anno un cavallo bianco ben guarnito; così venne introdotto l'uso della chinea a San Pietro. Ferrante riconoscendo le virtù di questo Pontefice, volle omaggiarlo dando il Ducato di Sora (che aveva tolto a Giovanni Paolo Cantelmo) a Leonardo della Rovere, con il quale fece poi sposare una sua figlia.[18][46]

La Corte AragoneseModifica

Ferrante, dunque postosi in una placida calma, marcò le stesse orme del re Alfonso suo Padre e non trascurò in questi anni di felicità e di pace di riorganizzare il regno e di arricchirlo di nuove arti e fornirlo di provvide leggi e istituti, facendo anche venire alla sua corte uomini letterati ed illustri in ogni sorta di scienze e soprattutto professori di legge civile e canonica. Nel suo regno, oltre allo splendore della casa regale, fiorirono le lettere e i letterati. In questi anni Napoli ebbe un'età dell'oro florida simile a quella che fu nel regno di Carlo II d'Angiò per la promozione dell'arte e per i tanti reali che adornavano il suo Palazzo, infatti Ferrante ebbe come Carlo numerosa prole che ne aumentò il prestigio. La casa Regale di Napoli non aveva in questi tempi da invidiare nessuna corte dei maggiori principi d'Europa, perché un giorno in un festino celebrato a Napoli comparvero più di cinquanta persone di questa regale Famiglia, tant'è che si credeva che non potessero mai finire.[18][47]

Politica estera durante l'età dell'oroModifica

Nel 1471 Ferrante strinse alleanze con l'Inghilterra, con la Borgogna e con la Repubblica di Venezia.

In questo momento di pace il pericolo turco riapparve con la conquista dell'isola veneziana di Negroponte ad opera di Maometto II. Venezia e Napoli intrapresero subito azioni unitarie delle flotte nell'Egeo, frenando l’espansionismo ottomano. La Francia e il Ducato di Milano cercarono inutilmente di contrastare l’alleanza, potenzialmente molto pericolosa per i loro interessi mediterranei. Ma fu invece proprio l'ambizione di Ferrante a decretare la fine dell’alleanza, quando nel 1473 pretese il possesso dell'isola di Cipro, protettorato della Serenissima, proponendo in tutta segretezza di far sposare suo figlio Alfonso con una figlia di re Giacomo. Il tutto avvenne con la complicità di papa Sisto IV, che non vedeva di buon occhio l’espansionismo veneziano nell'Egeo.[44]

Nel rapido gioco di alleanze e conto-alleanze che contraddistinse l’epoca, il 2 novembre del 1474 fu sottoscritto un patto d’alleanza tra il duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza, Firenze e Venezia. Ferrante rispose contrapponendo la coalizione con lo Stato della Chiesa, stipulata nel gennaio 1475 e In occasione del Giubileo di quell'anno, Ferrante si recò a Roma insieme ad alcuni baroni del Regno ed il viaggio costituì l'occasione per rinsaldare ulteriormente, attraverso l’alleanza, i legami tra lo Stato Pontificio e il regno napoletano. Si crearono così due blocchi in antitesi, che minacciavano nuovamente la pace in Italia. Ferrante, con la sua diplomazia fatta di mosse e contromosse, strinse legami anche con il duca di Ferrara e il re d'Ungheria, che come detto avevano sposato due sue figlie.

Re Luigi XI, nel frattempo, nel 1475 si era impossessato dell'Angiò, assicurandosi così i diritti angioini sul trono di Napoli. In seguito egli propose il matrimonio della nipote Anna di Savoia con Federico, figlio di Ferrante, ma la proposta venne accettata solo nel 1478. Nel 1476 morì Galeazzo Maria Sforza, e Ferrante volle approfittare dell’occasione tentando, con l'appoggio del pontefice Sisto IV, di impadronirsi del Ducato di Milano. Ferrante sobillò i genovesi e gli svizzeri contro Milano per fare in modo che la duchessa reggente dovesse difendersi da due parti. Genova e Savona si ribellarono e gli Svizzeri nel novembre del '78 entrarono in Lombardia, ma Milano seppe ben difendersi. Il piano di Ferrante fallì anche perché non ottenne l’appoggio dell'imperatore Federico III d'Asburgo, restio ad immischiarsi nell'instabile politica italiana, inoltre questo portò al fallimento del progettato matrimonio tra Federico, figlio di Ferrante, e Cunegonda d'Asburgo, figlia dell’imperatore. Lo stesso Sisto IV comprese che i piani ambiziosi di Ferrante avrebbero finito col portarlo in contrasto con gli altri Stati italiani.[44]

In ogni caso la Repubblica di Genova, grazie ai sussidi e alla ribellione suscitata da Ferrante si sottrasse al dominio dello Sforza, diventando indipendente e Prospero Adorno venne nominato doge della repubblica, ma dopo discordie interne tra Adorni e Fregosi rianimate dalla reggenza di Milano, Battista Fregoso venne eletto doge e l'Adorno fu costretto ad imbarcarsi in una galera del Re Ferrante che tornava a Napoli.[48]

Don Ferrante allora capovolse completamente la sua politica, Iniziando ad appoggiare di nascosto i ribelli dello Stato della Chiesa, come quel Niccolò Vitelli che combatteva il pontefice per il possesso di Città di Castello. Prese accordi con Maometto II, che fu ben contento di trovare un alleato contro Venezia. Strinse trattati commerciali con la Siria, con l'Egitto e con la Tunisia, che diedero un benefico impulso al commercio e al traffico marittimo del regno.[44]

Don Ferrante e la stampaModifica

Ferrante fu uno dei primi in Italia ad introdurre a Napoli la stampa,[18] conducendo da lui, nel 1470, Arnaldo da Bruxelles, Sixtus Riessinger e Iodoco Havenstein, ai quali diede larghi stipendi ed ampie franchigie. Tra i libri che sotto il suo ordine vennero stampati a Napoli, oltre ai classici latini, anche i Commentari sopra i primi libri del Codice del celebre Antonio d'Alessandro, quelli di medicina di Angelo Catone da Supino, lettore di Filosofia, l'opera di Aniello Arcamone sulle Costituzioni del regno, le rime dei pescatori e italica gloria.[19] Tra gli altri libri napoletani che vennero stampati fu anche l'Arcadia del celebre Sannazaro fatta stampare da Pietro Summonte, suo carissimo amico.[18][49] Quando Riessinger nel 1478 se ne tornò a Roma, Francesco Del Tuppo divenne direttore della tipografia fondata da Riessinger e fu il più prolifico degli editori e stampatori attivi nella Napoli del XV secolo.

L'incontro tra Don Ferrante e San Francesco da PaolaModifica

 
Sangue dalla moneta spezzata, seconda metà del XVIII, pinacoteca del Santuario di San Francesco di Paola

Ferrante, per insistenza del re di Francia Luigi XI e spinto dalla fama della sua integrità, fece venire da Paola il monaco Francesco, celebre per la sua santità. Il pio religioso lasciò la sua Calabria e fu a Napoli nel 1481. Accolto a Porta Nolana, venne ricevuto con grande onore e cortesia dal Re, che lo fece alloggiare nella Reggia di Castel Nuovo, in una stanzetta ancora esistente. Durante questa permanenza il re lo pregò, prima di passare in Francia, di fondare un convento a Napoli, facendo scegliere a lui il posto in cui fondarlo. Il Santo scelse un luogo solitario e rupestre sovrastante il mare, asilo di malfattori, sulle pendici settentrionali del Monte Echia.[50]

Avvertito di non lasciarsi ingannare nell’elezione del sito, frate Francesco profetò che questo luogo sarebbe stato il centro più importante e popolato non solo di Napoli, ma di tutto il Regno. Il Convento fu fabbricato con accanto, una Chiesa dedicata a San Luigi, detta chiesa di San Luigi di Palazzo, per una cappella allora esistente e dedicata a questo Santo. Durante la fabbrica, pervennero molte elemosine ed una cospicua elargizione da parte del Re.[51] Il santo richiese con insistenza ed ottenne anche che il corpo di San Gennaro venisse traslatato a Napoli, alla quale cerimonia con pompa magna celebrata dal cardinale Oliviero Carafa, volle anch'egli assistere.[19]

Seppure il Regno di Napoli fosse retto da Ferrante, localmente il potere effettivo era appannaggio dalle famiglie nobiliari secondo quello che era il sistema feudale. Questi baroni opprimevano la popolazione, che occupava il livello sociale più basso, per cui Ferrante cercava di ostacolarne il potere. Francesco adempì anche in tale contesto storico alla missione della diffusione della vita cristiana.

Volendo provare la sua integrità - come si racconta - Ferrante portò il santo dalle parti dell’attuale Piazza del Plebiscito e lo tentò con un vassoio pieno di monete d'oro offerte per la costruzione di un convento dei Frati Minimi a Napoli, nello slargo che oggi è occupato dal colonnato della Basilica di San Francesco di Paola. San Francesco rifiutò, prese una moneta, la spezzò e ne fece uscire sangue. Il sangue che usciva dalle monete era quello dei sudditi, del popolo che subiva i potenti. Di fronte ad una ingente offerta di denaro e ad una proposta di prosperità e di ricchezza definitive, chiunque sarebbe capace di lasciarsi sedurre; così non fu per il Santo.

Quando poi quest'ultimo partì per la Francia su invito di re Luigi XI, il Papa e il re di Napoli colsero l'occasione per rinsaldare i fragili rapporti con la Francia, intravedendo, in prospettiva, la possibilità di raggiungere un accordo per abolire la Prammatica Sanzione di Bourges.[52]

 Lo stesso argomento in dettaglio: San Francesco da Paola.

Governo dopo il ventennio di prosperitàModifica

Congiura dei Pazzi (1478-1480)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Congiura dei Pazzi.
 
Trionfo di Ferrante d'Aragona, Kupferstichkabinett inv. 78c 24 f, Berlino

Le alleanze di Ferrante poggiavano principalmente sugli Sforza di Milano e gli Estensi di Modena e Ferrara.

Nel 1478, al tempo della congiura dei Pazzi, mostrò di voler mediare pacificamente, ma dopo gli esiti della congiura si schierò contro Lorenzo de' Medici e dichiarò guerra a Firenze. Ferrante riuscì a accordarsi con il sultano turco, che scatenò il suo esercito contro Venezia la quale, costretta a difendersi, non poté accorrere in aiuto a Firenze. L’erede al trono Alfonso, comandante dell'esercito napoletano, venne mandato in guerra in Toscana, dove riuscì a farsi proclamare signore di Siena. Ai Fiorentini non rimase che venire a patti con il re di Napoli e fu chiesto l’armistizio. Lorenzo de' Medici si era reso conto di non poter permettersi l'inimicizia di un sovrano così potente e così vicino: si mise quindi in viaggio per Napoli per trattare direttamente con Ferrante.[44]

Il 5 dicembre del 1479 Lorenzo il Magnifico si imbarcò su navi napoletane a Pisa per raggiungere Napoli. Tutta l'Italia osservava con grande interesse questo viaggio, attendendone grandi decisioni: l'incontro era stato ben preparato e le accoglienze a Lorenzo, giunto a Napoli il 18 dicembre del 1479, furono superiori ad ogni aspettativa. La pace, che fu stipulata il 17 marzo del 1480, prevedeva l’alleanza tra Firenze e Napoli. Il papa Sisto IV, quando seppe che al trattato aderivano anche Milano e il duca di Ferrara, pensò bene di allearsi con Venezia.[44]

 
Lorenzo si reca a Napoli da Ferdinando d'Aragona, dipinto di Giorgio Vasari e Marco da Faenza, Palazzo Vecchio, Sala di Lorenzo il Magnifico, Firenze

La pace fu concessa sebbene la sorte delle armi fosse stata favorevole all'Aragonese, e felici circostanze, quali le interne agitazioni di Milano e la neutralità di Venezia, autorizzassero a far considerare quello come il momento più opportuno per Napoli di tentare la conquista d'un effettivo predominio sull'Italia, in ogni caso, l’alleanza con la Firenze di Lorenzo de' Medici si dimostrò vantaggiosa per Ferrante, tanto che nel 1483 Ferrante nominò Lorenzo il Magnifico Camerario del Regno. Un titolo più che altro onorifico, per colui che più di ogni altro si dimostrerà buon alleato del re di Napoli. Commenta lo storico Ernesto Pontieri: «Ferrante, ritrovò nella lega con Firenze un baluardo contro le forze nemiche della sua dinastia, che come è noto, erano il baronaggio infido e riottoso all'interno e i pretendenti stranieri all'esterno. Ai patti convenuti a Napoli nel 1480 si conservarono fedeli entrambi i contraenti, l'Aragonese e il Medici; e in realtà, finché vissero, nessuno violò i confini d'Italia».[44]

Tuttavia il viaggio ardimentoso del Magnifico valse a confermare la fama che Ferrante godeva di Giudice d'Italia. Inoltre, la magnificenza della sua corte e la ricchezza di mezzi di cui poteva disporre gli creò la reputazione di sovrano ricchissimo; e finalmente i suoi appariscenti trionfi diplomatici e bellici, le sue sagge riforme finanziarie e amministrative e i notevoli aiuti dati a letterati e artisti valsero a dare buone speranze ai sudditi che erano favorevoli alla sua casata.[53]

Guerra di Otranto (1480-1481)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Otranto.

Nel frattempo che a Napoli si patteggiava, sempre nel 1480, Maometto II, seguito da una potente flotta cominciò a minacciare il Regno di Napoli. Era stato obbligato a togliere l'assedio di Rodi gloriosamente difeso dai cavalieri ospitalieri e comparve nel canale di Otranto, dove a proteggere Otranto vi erano soltanto mille combattenti, mentre altri 400 arrivarono da Napoli condotti da Francesco Zurolo. I cittadini fecero una valorosa difesa più dei soldati, ma contro il potente e numeroso esercito Ottomano non valse a nulla la loro costanza contro il perfido e crudele Gedik, comandante della a spedizione contro Napoli che alla fine riuscì ad occupare in meno di due mesi Otranto, dove venne massacrata la maggior parte della popolazione. Ottocento Otrantini vennero esortati dagli Ottomani ad abbandonare la religione cattolica per convertirsi all'Islam. Con eroismo si opposero alle loro pressioni, per cui pagarono col sangue pensando che il martirio e la fede fossero la cosa più preziosa.[32][54]

Presa la città, Maometto richiamò a sé Gedik, che lasciò in città il suo Luogotenente Ariadeno Baglivo di Negroponte con 7000 Turchi e 500 cavalli, ed egli con 12 Galee, caricò le risorse del sacco di quella città e le fece partire per Costantinopoli. Ariadeno dunque, volendo proseguire le conquiste, pensava di occupare Brindisi e porre d'assedio altre Città. Ferrante vedendo il suo regno in pericolo, chiese aiuto a tutti i principi d'Europa e mandò subito un messaggero per chiamare Alfonso suo figlio in Toscana, perché lasciasse la guerra contro Firenze e venisse a soccorrere il regno.

Il pericolo turco fu, esplicitamente, alla base della decisione reale di fortificare adeguatamente Brindisi. Mentre i turchi erano ancora asserragliati in Otranto, nel febbraio del 1481, Ferrante d’Aragona dispose l’avvio dei lavori per la costruzione di una fortezza a guardia del porto di Brindisi: il torrione di Ferrante. Successivamente, nel 1485, Alfonso, figlio del re Ferrante e allora duca di Calabria, trasformò il torrione di Ferrante in un castello. Sorse così il superbo castello Aragonese di Brindisi.[55]

Il Duca di Calabria abbandonò la guerra in Toscana e, giunto a Napoli il 10 Settembre del 1480, raccolse un'armata di 80 Galere con alcuni vascelli e ne diede il comando a Galeazzo Caracciolo, il quale giunto con l'armata nello stretto di Otranto spaventò molto l'esercito nemico. Poco dopo lo raggiunse lo stesso duca di Calabria, accompagnato da gran numero di baroni Napoletani. Il Re d'Ungheria cognato del Duca mandò 1700 soldati e 300 cavalli ungheresi ed il Papa inviò un cardinale con 22 galere genovesi. Il Pontefice per ostacolare il pericolo da cui era minacciata l'Italia cercò di riunire in un suo volere i governi italiani per farli agire contro l'invasione dei Turchi ed assolse i Fiorentini dalla scomunica, perdonandoli per tutte le ingiurie fatte alla Chiesa; e Ferrante in cambio di 10.000 ducati restituì loro tutte le terre che aveva conquistato durante il conflitto contro Firenze (Colle Val d'Elsa, Poggibonsi, Monte San Savino, Poggio Imperiale e altri luoghi fortificati del Chianti e della Valdelsa).[48]

I Turchi, dopo molte battaglie, furono finalmente costretti a ritirarsi dentro Otranto, dove per molto tempo si difesero. La morte di Maometto II e la discordia nata tra due suoi figli, Zizim e Bayezid, ciascuno dei quali pretendeva l'impero, spinsero Ariadeno a comprendere che il soccorso che aspettava sarebbe giunto molto tardi, decise quindi di arrendersi ad Alfonso e, dopo aver stretto le trattative di pace, si imbarcò con le truppe e si incamminò per Costantinopoli.

Il giovane Alfonso, entusiasta del successo dell'impresa, dopo aver licenziato i soldati ungheresi rientrò finalmente a Napoli, dove venne acclamato dal popolo e dove trovò i soccorsi che erano venuti dal Portogallo e dalla Spagna, che fece rimandare indietro. Nella guerra morirono numerosi celebri uomini d'arme come: Matteo di Capua, Conte di Palena, Giulio Acquaviva Conte di Conversano, Don Diego Cavaniglia e Marino Caracciolo. Le ossa degli eroici Martiri di Otranto vennero poi fatte seppellire da Alfonso con tutti gli onori, alcune delle quali nella Chiesa di Santa Maria Maddalena, trasferite poi nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove si venerano come reliquie di Martiri.[18][56]

Gli elogi al re vittorioso furono pari al folle terrore che aveva sconvolto l'Europa alla notizia dello sbarco dei musulmani in Puglia e Ferrante venne salutato come salvatore dell'Italia e dell'Europa.[57]

Morto Maometto II, iniziò una discordia tra Bayezid e Zizim su chi doveva salire al trono e quest'ultimo, attraverso un salvacondotto, si diede nelle mani del Gran maestro di Rodi. Bayezid, desideroso di averlo tra le mani, fece istanza al Gran maestro e ai cavalieri di consegnarglielo in cambio di centomila scudi, ma i cavilli lo mandarono prima in Francia e poi a Roma alla corte papale prima di Papa Innocenzo VIII e poi di Papa Sisto IV. Bayezid per questo si sdegnò molto e reclutò un possente esercito contro i cavalieri, che nel 1483 passò sopra Rodi. Ferrante, avendo saputo che Rodi era assediata e dubitando che per un ostacolo così grande l'isola non capitolasse, reclutò una piccola armata di navi e altri legni per soccorrerla, la qual armata navigando giunse a Rodi e non solo la soccorse, ma la salvò valorosamente dagli impeti dei nemici. Ciò accrebbe tanta lode al Re, tant'è venne nominato conservatore dei cavalieri di San Giovanni.

Guerra di Ferrara (1482-1484)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Ferrara (1482-1484).

Nel 1482 i Veneziani e il Papa si allearono contro il duca di Ferrara, genero di re Ferrante, perché non osservava i patti stabiliti tra loro in tempi addietro. I due avversari del duca erano già riusciti ad occupare quasi tutti i luoghi del Polesine e a depredare il contado di Ferrara. il re Ferrante, che per la passata guerra di Otranto si ritrovava affaticato e impoverito, non ardiva ad entrare in guerra, ma alla fine spinto anche dal volere del duca di Calabria, deliberò di soccorrere il genero e la figlia, con l'intento anche di evitare che i Veneziani e il Papa accrescessero i propri territori. Allora il Re volle essere consigliato privatamente e in pubblico e gli fu suggerito che Ferrara doveva essere difesa, visto che sconfitto Ercole, il Papa e i Veneziani avrebbero fatto la stessa cosa con lui, infatti entrambi pretendevano il Regno di Napoli. Oltra al Re, i Fiorentini e Ludovico Sforza, reggente del ducato di Milano per il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza presero le armi in aiuto a Ferrara, con deliberazione che i Fiorentini e il Re molestassero il Papa e Ludovico travagliasse i confini dei Veneziani, così che quella Repubblica, dovendo in difendere i confini in tanti punti molestasse con minor impeto Ferrara.

Passò quindi il duca di Calabria con un fiorito esercito in favore del duca Ercole, ma essendogli negato il passaggio verso la Marca dalle genti d'arme Papali, si volse a travagliare le terre della Chiesa e assediò col favore dei Colonna e dei Savelli la stessa città di Roma; ma Virginio Orsini conte di Tagliacozzo e di Albe, vedendo che Roma stava alle strette, volendosi mostrare religioso e amorevole verso lo Stato Pontificio, Lasciò in questa impresa al soldo del duca di Calabria e coraggiosamente si pose a difendere la città.

Intanto Roberto Malatesta da Rimini, capitano dei Veneziani, andò a soccorrere il Papa e il duca si ritirò a Velletri, dove, forzato ad andare in un luogo chiamato Campomorto, venne ingaggiata battaglia, dove l'esercito del duca fu sconfitto. Alfonso riuscì a scampare miracolosamente grazie a quattrocento giannizzeri, che rimasti nella Terra d'Otranto sotto di lui militavano, i quali con grande virtù, lo portavano al sicuro fino alle mura di Nettuno. Restarono in potere del nemico i principali uomini d'arme del suo esercito, che entrando prigionieri a Roma ornarono il trionfo del vincitore.

Quando il duca di Calabria e il Re si trovarono nel più grande pericolo che fossero mai stati, avvenne poco dopo la vittoria la morte di Roberto Malatesta e il Papa trovandosi senza capitano e perciò non potendo più continuare la guerra, chiese la pace, e lasciando l'alleanza con i Veneziani si accostò al re, consentendo di far passare nei suoi territori il duca di Calabria, che con duemila cavalli andò alla difesa di Ferrara.

Volendo il Papa acquetare le discordie tra i potentati d'Italia, scrisse ai Veneziani, di dover restituire tutto quello che avevano occupato al duca di Ferrara, ma essi negarono di farlo e nonostante il Papa li avesse abbandonati, perseguirono la guerra ostinatamente, e per sbigottire maggiormente Re Ferrante, chiamarono in Italia il duca di Lorena, pretendente al trono di Napoli in virtù dei suoi legami con gli Angioini, speranzosi che il duca incontrasse quello di Milano che era accampato nella campagna di Roma per convincerlo ad allearsi con i Veneziani; ma il loro piano fallì perché mentre durò quella guerra, fu dal duca con tanta virtù e fortuna amministrata, che se Ludovico duca di Milano non si scompagnava dalla lega, egli avrebbe tolto ai Veneziani tutta la terra ferma.

Intanto il Pontefice Sisto su requisizione di Re Ferrante scomunicò e interdisse i Veneziani per essere disturbatori della quiete d’Italia. Il Re con questo mezzo mandò Federico suo figlio con cinquanta galee nel mare di Ancona per danneggiare le terre dei Veneziani. La primavera seguente i Veneziani posero in mare un'armata di centoventi legni con truppe comandate dal duca di Lorena, Renato II, la quale occupò con resistenza Gallipoli, Nardò e Monopoli e altri luoghi minori di Terra di Otranto. Il Re, impaurito fortemente per la perdita di questi luoghi, per non ricevere maggior danno, chiese la pace, che ottenne il 27 Agosto 1484 con la seguente condizione:

Si restituissero ai Veneziani i luoghi che erano stati occupati in Lombardia dal duca di Calabria e essi rilasciassero i territori occupati nel Ferrarese, Gallipoli, Nardò e Monopoli con tutte le terre che avevano occupato nel Regno di Napoli.[58]

Seconda Congiura dei Baroni (1485-1486)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Congiura dei baroni.

Re Ferrante, benché principe prudentissimo, per il grande affetto che portava al duca don Alfonso, per la sua vecchiaia e per l'amore e le carezze della novella sposa, si era avvilito trai bassi affetti, e visto che si fidava molto del valore del duca gli cedette quasi tutte le redini del governo.

Alfonso disprezzata i baroni, infatti era solito sempre dire ai suoi confidenti che se i baroni non avevano saputo soccorrere il loro re in grave bisogno durante la guerra di Otranto, lui voleva insegnargli come i sudditi devono comportarsi con il loro sovrano, assicurandogli che opprimendo i baroni avrebbe favorito il popolo da loro sfruttato; e per spargere la voce della sua opposizione, Alfonso decise di porre sull'elmo una scopa per cimiero e nella sella del cavallo alcune tenaglie, dimostrando di volerli annientare. Tutto ciò, unito al governo centralista di Ferrante e alla crudeltà di Alfonso verso i baroni, portò nel 1485 ad un secondo tentativo di rivolta, infatti, i baroni, che avevano concepito un grande odio verso Alfonso, atterriti da queste minacce, cominciarono a pensare al modo in cui potersene liberare.

Nel frattempo era morto Sisto e il suo successore, papa Innocenzo VIII, dopo aver tolto la scomunica ai Veneziani che Sisto gli aveva dato, volle ristabilire il pagamento del censo nel regno di Napoli. Il Re il 29 Giugno del 1485 (giorno stabilito per il pagamento) aveva mandato Antonio d'Alessandro come suo Oratore a Roma per presentare al Papa il cavallo bianco in vigore dell'investitura, ma il Papa non volle riceverlo, tant'è che Antonio fu obbligato a fare pubblica protesta. D'altra parte i Baroni, vedendo l'insoddisfazione del Papa, pensarono di ricorrere a lui per essere sostenuti. I capi e gli autori di questa Congiura furono Francesco Coppola Conte di Sarno e Antonello Petrucci segretario del Re. Le tante ricchezze e i tanti straordinari favori che il Re faceva a questi due personaggi li fecero entrare nell'odio e nell'invidia di molti, soprattutto del Duca di Calabria, il quale non poteva contenersi nel dire in pubblico che suo Padre per arricchirli aveva impoverito sé stesso.[18][59]

I baroni che congiurarono furono il Principe di Salerno, il Principe di Altamura, il Principe di Bisignano, il Marchese del Vasto, il Duca d'Atri, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Lauria, il Conte di Mileto, il Conte di Nola e molti altri cavalieri. Questi, riuniti a Melfi per le nozze tra Ippolita Sanseverino e Troiano Caracciolo, figlio di Giovanni Duca di Melfi, mandarono un messaggero al Pontefice Innocenzo per chiedere aiuto ed il Papa accettò volentieri l'impresa.[18][60]

Visto che era morto sia Giovanni Duca d'Angiò che Renato suo padre, il Pontefice spinse Carlo VIII di Francia a spedire Renato Duca di Lorena a conquistare il regno di Napoli, del quale egli lo avrebbe investito, purché fosse sempre fedele alla Santa Chiesa. Intanto Alfonso duca di Calabria, avendo scoperto la congiura, si impadronì all'improvviso della Contea di Nola e conquistò Nola, incarcerando i due figli e la moglie del Conte, conducendoli poi nelle prigioni del Castel Nuovo a Napoli. Quando gli altri congiurati seppero quello che aveva fatto Alfonso, temendo che facesse lo stesso con i loro feudi, cominciarono apertamente ad armarsi e a rivoltarsi. In un attimo il Regno si trovò tutto sottosopra: strade rotte, niente commerci, Tribunali chiusi e ogni luogo pieno di confusione.[18][61]

Re Ferrante scosso da questi tumulti cercò di sedarli. Il Principe di Bisignano, per dare tempo agli altri baroni di armarsi, cominciò a fare un trattato di pace con Ferrante che in apparenza sembrava molto disposto ad accettare, ma in realtà non aveva intenzione di concedergli nulla. L'uno dunque cercava con simulazione di ingannare l'altro, i baroni proposero al re condizioni molto impertinenti; ma furono tutte accordate. Quando poi si doveva firmarle, visto che il principe di Salerno e molti baroni risiedevano a Salerno, il principe di Bisignano chiese al re che per maggior sicurezza mandasse a Salerno Don Federico e in suo nome le firmasse. Il Re mandò Federico che fu ricevuto dal Principe e dai Baroni, che lo salutarono con segni di stima. Federico era un principe dotato di rare ed incomparabili virtù, avvenente, con comportamenti dolcissimi, moderato e modesto, tant'è che era amato da tutti e di costumi opposti al Duca di Calabria suo fratello.[18][62]

Federico entrò pertanto a Salerno con ferma speranza di concludere la pace; ma un giorno il Principe di Salerno avendo fatto convocare nel suo Palazzo i baroni e fatto entrare Federico nel Castello in una eminente stanza, cominciò con molta eloquenza a persuaderlo di prendere il regno che gli offrivano affinché, cacciato Alfonso, quello riposasse sotto la sua clemenza, e di ciò certamente non se ne sarebbe offeso il vecchio Re, anzi avrebbe assecondato la volontà degli uomini e di Dio. Influenzò insomma il principe con molto ardore, tant'è che ciascun barone credeva che Federico non avrebbe rifiutato il dono; ma questo principe che non aveva né ambizione, né immoderata sete di dominare, ma solo virtù, dopo aver ringraziato per l'offerta, con molta placidezza rispose che se concedendogli il regno fosse stato sotto il loro controllo, volentieri avrebbe accettato il dono, ma non potendo prendere possesso del regno, se non violando tutte le leggi, il volere paterno e la ragione di suo fratello, rifiutò. Quando i congiurati intesero la risoluzione di Federico, si impallidirono, e visto che dovevano portare a termine la congiura, imprigionarono Federico e per invigorire l'animo del Papa alzarono le bandiere Papali.[18][63]

 
Ferrante (in basso a sinistra) raffigurato come santo Stefano, Madonna col Bambino in trono e santi, Pietro Befulco, Museo Nazionale di Capodimonte[64]

Ferrante infuriato per l'accaduto, minacciò di dichiarare guerra al Papa e mandò il Duca di Calabria con un grande esercito ai confini del regno. Il duca di Calabria, prima di entrare in guerra contro lo Stato Pontificio, dichiarò che andava non per offendere la Santa Sede, ma solo per difendersi e liberare il regno dalle insidie dei ribelli e dichiarò che era e sempre sarebbe stato un ubbidente figlio del Pontefice e della Sede Apostolica.[18][65]

Ferrante pubblicò poi un bando con il quale ordinava a tutto il clero del regno che dimorasse nella Corte Romana e che avesse Vescovadi, Arcivescovadi e benefici nel Regno, di presentarsi entro quindici giorni alla sua presenza e di risiedere nelle loro chiese. Non avendo voluto ubbidire, l'Arcivescvo di Salerno e i Vescovi di Mileto e di Teano, che si trovavano a Roma, furono privati delle rendite.[18][66]

Radunò poi un altro esercito, del quale diede il comando a Ferrandino principe di Capua suo nipote e primogenito del duca di Calabria. Per compensare la tenera età del principe, anch'egli giovanissimo, gli diede come compagni il Conte di Fondi, di Maddaloni e di Marigliano, e mandò un altro esercito anche in Puglia, guidato dal Duca di Sant'Angelo Francesco suo figlio, a controllare quelle terre.[18][67]

Papa Innocenzo atterrito dai preparativi di guerra, non vedendo comparire Renato Duca di Lorena da lui invitato alla conquista del regno, chiese soccorso ai Signori Veneziani che all'epoca erano potenti in Italia, promettendogli che, dopo la conquista del regno, gli avrebbe offerto buona parte di quello, ma i veneziani non accettarono l'offerta e cercarono comunque neutralmente di supportare sia il Papa che il Re, opportunamente per i propri interessi. Intanto il Duca di Calabria aveva invaso lo Stato Pontificio e dopo aver combattuto molte battaglie era riuscito ad arrivare fino alle porte di Roma, cingendola d'assedio. Nel frattempo Ferrante cercava attraverso astuzie ed inganni di portare dalla sua parte i baroni congiurati.

Il Papa, passati tre mesi, non vedendo comparire né Renato, né soccorsi dai veneziani, infastidito sempre di più dal Collegio dei Cardinali e dalle lamentele di molti soldati e baroni del regno (che per non avere la paga dal Pontefice devastavano lo Stato Pontificio), decise finalmente di stringere un trattato di pace e persuadere i baroni ad accordarsi col Re. I Baroni non potendo altrimenti accettarono l'accordo, il quale il 12 Agosto 1486, con la partecipazione dell'Arcivescovo di Milano, il Conte di Tendiglia, gli Ambasciatori del Re di Spagna e di Sicilia, venne accettato in nome del Re Ferrante da Giovanni Pontano famoso letterato di quei tempi. Tra le condizioni del trattato vi era quella che il Re riconoscesse la Chiesa Romana, pagandogli il consueto censo, oltre che la chinea, e smettesse di molestare i baroni.[18][68]

Il Duca di Milano, Ferdinando il Cattolico Re d'Aragona e di Sicilia e Lorenzo de' Medici furono quelli che firmarono l'accordo tra Ferrante ed il ceto dei Baroni.[32][69]

 
Esortazione di insorgere contro i baroni ribelli, 1486

Papa Innocenzo VIII, dopo il trattato di pace, fu per tutta la sua vita molto amico del re, e lo compiacque in tutto ciò che gli chiedeva. Spedì a sua richiesta il 4 Giugno del 1492 una bolla nella quale dichiarava che dopo la morte di Ferrante il successore del regno sarebbe stato Alfonso Duca di Calabria suo figlio primogenito, per osservanza delle bolle di Papa Eugenio IV e di Pio II, suoi predecessori; ed in mancanza del Duca di Calabria avrebbe dovuto succedere Ferrandino.[18][70]

Vendetta di Ferrante sui baroniModifica

I baroni, quantunque rassicurati dal Papa e dal Re di Spagna e di Sicilia, conoscevano la crudeltà di Alfonso e la poca fede di Ferrante verso di loro, rimanendone grandemente afflitti. Pietro di Guevara Gran Siniscalco morì proprio per questa afflizione. Dopo la pace i baroni, riuniti fra loro, si fortificarono nelle loro Rocche; ma il Duca di Calabria e re Ferrante avendoli in pugno, cercavano di ingannarli, offrendo loro sicurezza e mostrando loro la propria umanità. Molti baroni, ingannati, si rassicurarono, ma il Principe di Salerno sospettando l'inganno del re scappò di nascosto dal regno e se ne andò a Roma, qui vedendo che il Papa non aveva intenzione di rinnovare la guerra, se andò in Francia.[18][71]

Ferrante e Alfonso, infatti, sentivano imperiosamente il bisogno di vendicarsi dei due rivoltosi traditori, il Coppola e il Petrucci. Il momento propizio fu la celebrazione delle nozze di Marco, figlio del Conte di Sarno con la figlia del Duca di Amalfi, nipote del Re, la cui festa si svolse nella gran Sala del Castel nuovo. Tutti gli animi erano ricolmi d'immenso giubilo quando all'improvviso furono arrestati e destinati con gli altri all'ultimo supplizio.[32][72] Ferrante fece imprigionare anche il Conte di Sarno, il Segretario Petrucci, i Conti di Carinola e di Policastro con i suoi figli, Aniello Arcamone cognato del Segretario e Giovanni Impoù Catalano. Dopo processi ed altre solennità, furono condannati alla privazione di tutti gli onori Titoli, Dignità, Uffici, Cavalleria, Feudi, nobiltà e vennero condannati alla decapitazione. I loro beni furono poi incorporati al Fisco.[18][73] Commovente, fu comunque il discorso e l'addio che pronunciò il Conte di Sarno ai suoi figli dall'alto del patibolo.[32][74]

 
La Sala dei Baroni di Castel Nuovo, luogo dove si svolse l’epilogo della congiura dei baroni

Dopo questo episodio il 10 febbraio il re fece imprigionare il Principe d'Altamura, il Principe di Bisignano, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Morcone, il Conte di Lauria, il Conte di Mileto, il Conte di Noja, il Duca di Sessa e molti altri Cavalieri. Stimolato dal Duca di Calabria li fece morire segretamente quasi tutti; ma per far credere al mondo che fossero ancora vivi il re mandò loro per molto tempo la provvisone per i loro bisogni. Alla fine però, essendo stato visto il boia con una catenetta d'oro appartenuta al principe di Bisignano, si diffuse la voce che fossero stati scannati, chiusi dentro alcuni sacchi e gettati in mare in una notte di gran tempesta.[18][75]

Le conseguenzeModifica

Dopo questo episodio sorsero da tutte le parti i clamori dei sovrani per aver Ferrante violato la fede su cui era basato il sacro patto che accordava il perdono a tutti i baroni.[32][76]

Alfonso si discolpò e lo fece anche Ferrante, ma invano. Il Pontefice allora sollecitò Carlo VIII ad invadere il regno, tuttavia Ferrante con un nuovo trattato allontanò la minaccia.[32][77] In questo tempo quasi tutto il regno ebbe una grande carenza di viveri e dappertutto si vedeva gente morire di fame, ma la provvidenza del Re prettamente vi accorse, adoperando ogni mezzo per rendere meno triste la condizione dei suoi popoli. I napoletani, grati, fecero per decreto pubblico battere medaglie in suo onore, nelle quali vi era da una parte l'effige del re con le lettere Ferdinandus D. G. Hierusalem, Siciliae Rex e dall'altra una donna vestita con lunghi panni, avendo nella destra due spighe di grano e sulla sinistra una corba piena di spighe con la seguente iscrizione:"Frug. Ac. Ordo. Et- P. Neap. Opt. Princip".[19]

Re Ferdinando il Cattolico, avendo compreso che Ferrante aveva disobbedito al patto, cominciò a lamentarsi con lui prendendo il pretesto di conquistare il regno di Napoli. Re Ferrante, avendo capito l'insoddisfazione del Re Cattolico, inviò in Spagna Giovanni Nauclerio per scusarsi di non aver potuto fare altro poiché i baroni inquieti cominciavano a macchinare nuove congiure contro di lui. Giovanni, vedendo che il Re Cattolico era insoddisfatto di quella ambasciata, cominciò ad organizzare un matrimonio con l'aiuto della Regina Giovanna, moglie di Ferrante e sorella del Re Cattolico, tra Ferrandino, primogenito del Duca di Calabria, e una delle figlie del Re Cattolico, ma il negoziato non venne concluso.[18][78]

Ultimi anniModifica

Dopo tante vicende politiche, Ferrante continuò a dirigere lo Stato. Attivo e laborioso, fu rispettoso verso i costumi della nazione. Dopo essersi arricchito ed aver arricchito lo stato con la rovina dei baroni, per mantenere sicuro il regno e quindi per tenere ancora al suo servizio i maggiori capitani di ventura di quel secolo, quali Gian Giacomo Trivulzio, i due Prospero e Fabrizio Colonna, il Conte di Pitigliano e tanti altri, si mise a fortificare di nuovo le Fortezze della Capitale, senza ricevere un minimo di turbamento da queste sue volontarie e piacevoli operazioni.[18][79]

Ferrante, con una Prammatica dal titolo De scolaribus doctorandis, ordinò ai sudditi di promuovere le Scienze nella Capitale e dopo Napoli volle che solamente alla città dell'Aquila si accordasse il privilegio di licenza per aprire uno Studium.[32][80]

Nel 1486 partecipò alla guerra per il ducato di Milano in appoggio agli Sforza.[81]

Nel dicembre 1491 Ferrante ricevette la visita di un gruppo di pellegrini di ritorno dalla Terra Santa. Questo gruppo era guidato da Guglielmo I, Langravio d'Assia.

L'8 Aprile 1492 morì Lorenzo de' Medici, e poco dopo anche Innocenzo VIII. Il successore del Papa fu Alessandro VI e quello di Lorenzo Piero de' Medici, che continuò ad essere alleato di re Ferrante.[18][82] Incoraggiato da Ludovico Sforza, nel 1493 il re di Francia Carlo VIII, erede dei pretendenti angioini di Napoli, si preparava ad invadere l'Italia per la conquista del Regno e Ferrante comprese di essere di fronte al più grande pericolo che avesse mai affrontato. Con un istinto quasi profetico mise in guardia i principi italiani rispetto alla calamità che stava per abbattersi su di loro, ma le trattative con papa Alessandro VI e con Ludovico il Moro fallirono e Ferrante morì prima di avere assicurato la pace al proprio regno.

La fine del regnoModifica

Morte e sepolturaModifica

 
Moneta con l'effige di Ferrante

Re Ferrante, che fino al 1493 con la sua prudenza aveva mantenuto la pace sia nel Regno che in Italia, sapendo che la Francia si preparava alla guerra, cominciò a rinforzare il regno e a reclutare eserciti per resistere a un così potente nemico; ma a causa di un gran catarro e poi della febbre, nel quattordicesimo giorno della sua infermità, morì il 25 gennaio del 1494, sopraffatto più dai dispiaceri dell'animo che dall'età. Quest'uomo tenace conservò la salute fisica e la lucidità mentale fino alla fine della sua vita; il suo corpo robusto e muscoloso rinsecchì nella vecchiaia e i folti capelli scuri, tagliati corti nel fiore degli anni, divennero bianchi e lunghi, ma si ricordano di lui solo poche serie malattie.[83]

Poco prima di morire, non credendo di essere giunta veramente la sua ora, si fece accomodare i capelli e le mascelle che sembrava gli dovessero cascare, ma, sentendosi improvvisamente mancare, disse tremante ai figli e nipoti che gli stavano intorno queste parole: "Figliuoli miei, siate benedetti"; e voltandosi ad un Crocifisso disse: "Deus, propitius esto mihi peccatori (Dio, perdona i miei peccati)", e subito morì.[18][84] La morte di questo sovrano venne preceduta da grandissimi terremoti, per i quali crollarono molti edifici a Napoli, Capua, Gaeta e Aversa e si narra che nel giorno in cui ebbe sepoltura, la Zecca di Napoli fosse crollata in gran parte.

I funerali di Ferrante che vennero celebrati per ordine di Alfonso furono solenni e né i baroni, né i primati della città furono secondi nel rendergli gli estremi uffizi. Vennero celebrate due orazioni funebri, una dentro il Castel Nuovo al cospetto delle milizie e l'altra nella basilica di San Domenico Maggiore.[19]

Il suo cadavere imbalsamato fu riposto in una cassa coperta di broccato d'oro, e venne seppellito nella Basilica di San Domenico Maggiore. Il suo sepolcro si può vedere nella Sagrestia della basilica.[18] Il suo cuore venne rinchiuso con soavissimi ingenti in una piccola urna dorata con incisi i versi:"Fernandus senior, qui condidit aurea saecla (Ferdinando il vecchio, il quale fondò l'età d'oro). Hic felix Italum vivit in ore virum."[19]

La sua morte, purtroppo funesta, portò alla rovina non solo la sua progenie e il regno, ma ricolmò d'infiniti mali tutta l'Italia.[18][85]

Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferrandino a causa dell'invasione tanto temuta di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia.

La mossa non sortì gli effetti sperati: la stirpe aragonese era ormai pericolosamente vacillante e l'imminente arrivo del sovrano francese spinse molti nobili napoletani a schierarsi dalla parte dell'invasore, agevolando la futura caduta dei reali dal trono.

«Son quel regno sfortunato
pien di pianto, danni e guerra,
Francia e Spagna in mar in terra
m'hanno tutto disolato.
Per me pianga ogni persona,
gentil regno pien d'affanni,
ché cinque re di corona
me son morti in tredici anni,
con tormenti e gravi danni.
[...] Son quel regno sfortunato,
el magnanimo Ferrando,
del gran sangue di Ragona,
hebbe Italia a so comando,
tremar fece ogni persona,
poi che morto sua corona
perse el ramo de l'oliva,
hor più pace non se scriva
per me tristo disgraziato.»

(Dragoncino da Fano, El lamento del Reame di Napoli (1528). Guerre in Ottava rima (III-1.1))

Aspetto e personalitàModifica

 
Scultura di Ferrante raffigurato come Nicodemo nell'opera Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni, Chiesa di Sant'Anna dei Lombardi, 1492.

Re Ferrante era di media statura, aveva una grande testa, una bella e lunga zazzera di color castano, era bruno di faccia, aveva una bella fronte e la vita proporzionata. Fu assai robusto e si disse che fosse dotato addirittura d'una forza sovrumana, a tal punto che un giorno - come si racconta - recatosi alla Basilica di Santa Maria del Carmine per ascoltare la messa, incontrò in piazza del Mercato un toro inferocito che seminava il terrore tra i presenti e lo fermò afferrandolo per un corno.[18][86]

Ferrante fu molto grazioso nel ragionare, astuto, modesto, paziente a soffrire cose di suo contrario genio, pronto e grato nel dare udienza, risoluto nei negoziamenti e destrissimo simulatore. Ebbe in dono un grande coraggio e una notevole abilità politica. I buffoni gli erano graditissimi, ed egli fece loro molte grazie in alcune occasioni. Fu amante della caccia, specialmente dell'arte della falconeria. Era cortese e liberale, ad esempio un giorno donò 300 cavalli ad un suo amico Genovese, chiamato Olietto de Tiesso.[18][87]

Questo sovrano fu adorno di molte lettere ed assai versato nel diritto, e reputava tale scienza più necessaria di ogni altra per i reggitori dei popoli. Amò soprattutto gli uomini di leggiadri motti ed i poeti e si narra che a loro richiesta perdonasse i colpevoli di gravi delitti. Ferrante protesse grandemente le scienze e le lettere e con grande munificenza regale largheggiò con gli uomini che ne erano cultori e a studiosi poveri concedette ampli privilegi e soccorsi. Fu amantissimo di libri, tant'è che la sua biblioteca, detta Aragonese, veniva celebrata come una delle principali di quei tempi.[19] Fu, come detto, mecenate delle arti e amante delle lettere,[18][88] difatti scrisse un libro contenente alcune epistole ed elegantissime orazioni dette Militari, che venne fatto pubblicare nel 1486,[19] dove si scorge il suo buon gusto per le buone lettere.[18][89] Pietro Napoli Signorelli cita con elogio altre due lettere, una che si chiama Audiat hodierna die e l'altra Studebo quantum potero.[19]

Anche se la Sicilia dopo la morte di Alfonso I passò sotto il regno di Giovanni, re Ferrante volle far uso del titolo di re di Sicilia, infatti in tutte le prammatiche e gli editti si legge: Ferdinandus Arag. D. G. Rex Siciliae, Hierus, Ungariae, Valentiae ecc.[19]

Gaetano Canzano Avarna lo descrive "egoista e spietato, quando poteva promettersi qualche piacere, volentieri se ne procurava, spesso a spese dell'altrui infelicità, non essendo in ciò scrupoloso per quella specie di odio che aveva concepito pei suoi simili, ai quali era felice di far provare quei medesimi pungoli che avea egli stesso provati".[90] In effetti, se remunerò generosamente coloro che erano stati leali alla sua causa, quali il conte Onorato II Caetani, fu viceversa severo, vendicativo e crudele verso i propri nemici, e non di rado ricorse all'inganno e a false promesse pur di attirarli nella propria rete.

Organizzava numerosi matrimoni di povere donzelle ed ebbe una ricchissima tappezzeria che era stata di proprietà della Regina Giovanna II. Dopo la morte del Re, la comprò il Duca di Ferrara, la quale, vedendola l'imperatore Carlo V a Reggio, nel Palazzo di Alfonso d'Este, restò molto meravigliato. Don Ferrante con le sue virtù lasciò un Regno che aveva guidato alla maggior grandezza, forse più di qualunque altro sovrano che l'avrebbe governato, per cui tanti celeberrimi letterati lo nominarono nei loro famosi scritti.[18][91]

Ferrante era anche molto legato alla musica, per la quale mostrava un vero entusiasmo. Ricercò, infatti di continuo cantanti educati alla scuola di Borgogna ed esperti organari che ricevevano un caldo benvenuto nella sua corte. Tra le numerose personalità presenti nella sua cappella di corte si ricorda il teorico della musica e compositore fiammingo Johannes Tinctoris. Allo stesso Ferrante si attribuisce una certa abilità di strumentista.[83]

Come suo padre anche Ferrante era un uomo di grande fede: attaccato al cerimoniale religioso, professava la stessa devozione per il culto della Vergine, lavava i piedi dei poveri il Giovedì Santo e assisteva alla messa in ginocchio.[83]

Era modesto nel mangiare e nel modo di presentarsi, anche se elegante nei modi e nel vestire, ereditò l'amore del padre per il cerimoniale e la magnificenza, come dimostrano le accoglienze fatte ad una ambasciata borgognona nel 1472, una delle più grandiose manifestazioni di splendore principesco dell'epoca, secondo il Pontano, e i festeggiamenti in occasione del matrimonio del duca di Calabria con Ippolita Maria Sforza.

 
Ritratto postumo di re Ferrante d'Aragona in soprabito ricamato

Era affascinato, come altri principi, dalle fastose cerimonie degli Ordini cavallereschi, e avendo il controllo dell'Ordine aragonese della Giara, detto anche del Giglio, fondò anche l'Ordine dell'ermellino con il motto "Malo mori quam foedari", che conferiva con liberalità, ricevendone in cambio Ordini come il Toson d'oro e la Giarrettiera. La passione giovanile per gli aspetti più mondani della cavalleria, i tornei e le cavalcate durò ben oltre la maturità, aiutandolo a conservare la forza fisica.[83]

Fu uomo assai passionale, nutriva un'attrazione quasi patologica nei confronti delle giovani donne[92] e, nonostante le numerose amanti e concubine, amò tantissimo la propria consorte Isabella di Chiaramonte, donna dalle eccezionali virtù, la cui morte lo afflisse grandemente. Come padre fu assai presente e affezionatissimo alla propria prole, noto è soprattutto il fortissimo affetto mostrato per le proprie figlie femmine e per la primogenita Eleonora.

Amava sommamente i bambini e gli piaceva circondarsene, difatti quando la stessa Eleonora si recò in visita a Napoli nel 1477, Ferrante la persuase a lasciare presso la propria corte, oltre al neonato appena partorito, anche la piccola nipote Beatrice, la quale egli poi crebbe come una figlia.[93] Prese altresì sotto la propria protezione i due orfani del conte don Diego Cavaniglia, ovvero Troiano e Nicolina, come aveva a suo tempo protetto anche lo stesso Diego, rimasto prestissimo orfano di padre.

Quando fece incarcerare Marino Marzano per averlo tradito nella congiura dei baroni, Ferrante, mosso da tenerezza verso la sua famiglia, se ne prese cura egli stesso e particolarmente della nipote Camilla, che fu educata presso la sua corte.[94] Presso la sua corte aveva pure trovato rifugio la piccola Maria Balsa, figlia del despota di Serbia o più probabilmente del signore di Misia, che insieme alla zia Andronica Cominata fuggiva dalla Grecia invasa dai turchi.

La Napoli FerdinandeaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rinascimento napoletano.
 
Tavola Strozzi, veduta della città di Napoli dal mare, 1470. (Rientro trionfale della flotta napoletana dopo la vittoria riportata contro il pretendente al trono Giovanni d'Angiò, avvenuta al largo di Ischia il 7 luglio 1465), Museo nazionale di San Martino, Napoli

Ferrante riuscì a gettare le basi per la formazione di un embrione di Stato moderno grazie alla creazione di nuove istituzioni politiche come il Consiglio Collaterale e al consolidamento di strutture finanziarie come la Regia Camera della Sommaria.[95]

Le capacità di Ferrante e dei suoi diplomatici, abili nell’intessere alleanze al fine di realizzare l’egemonia napoletana nel sistema degli Stati italiani, i frutti della strategia economica del sovrano con l’introduzione dell’arte della seta e della stampa, la politica di promozione e attrazione culturale, il severo esercizio del potere anche attraverso la repressione della Congiura dei baroni portarono Il Regno di Napoli, con intellettuali del calibro del Pontano, del Panormita ed altri, a partecipare da protagonista all’Umanesimo e al Rinascimento.[95]

A lui si deve un primo ampliamento della cinta delle mura di Napoli, al quale fece seguito un secondo nel 1499. La murazione aragonese di Napoli, infatti fu iniziata sotto il suo regno, nel giugno 1484. Ferrante cinse Napoli di mura verso il lato orientale e ridusse in una forma più ampia le mura innalzate da Giovanna II dalla Dogana del Sale sino alla strada delle Corregge, oggi Via Medina. Il 15 giugno del 1488 pose la prima pietra di esse dietro il monastero del Carmelo, dove venne edificata una torre, chiamata Torre Spinelli, che prese nome dall'architetto che l'aveva eretta, Francesco Spinelli. Le mura furono condotte fino al monastero di San Giovanni a Carbonara, che a quel tempo venne rinchiuso dentro le mura della città e diede la direzione di tale lavoro all'architetto Carlo Majano, il quale aggiunse alla città la strada del Lavinaro. Nel 1476, quando fece spostare la dogana vicino al porto, ordinò che l'arsenale venisse trasferito sotto le mura del palazzo regale.[19]

Considerata una delle massime espressioni dell'architettura difensiva quattrocentesca, la murazione scaturiva dall'esigenza di rafforzare le protezioni della capitale, soprattutto all'indomani della presa di Otranto nel 1480 da parte ottomana. Essa andava a sostituire l'obsoleta cortina angioina, con una struttura più rispondente alle nuove esigenze difensive, derivanti dall'introduzione delle artiglierie. La nuova struttura partiva dal castello durazzesco dello Sperone, di cui oggi è ancora riconoscibile la torre Brava, con la Torre Il Trono. Lo sviluppo della nuova fortificazione, a delimitazione del lato orientale della Capitale, fu di circa due chilometri e comprese venti poderosi torrioni di forma cilindrica scarpati alla base, comprese quattro porte. Lo spessore dei tratti di cortina colleganti i suddetti torrioni arrivava in alcuni casi anche a 7 metri, ed era costituito da blocchi di tufo giallo. Il lato rivolto verso la campagna era rivestito in blocchi di piperno grigio, ad elevata resistenza. Ciascuna torre era completamente piena, in modo da poter offrire la massima resistenza passiva al tiro delle bombarde d'assedio. Nel corso del XVI secolo, in epoca vicereale, la murazione sul lato orientale sopravvisse intatta al rinnovamento prodottosi sotto Pedro di Toledo, che portò alla realizzazione di una moderna cinta bastionata a delimitazione della città. Contrariamente alla totale demolizione subita da quest'ultima a partire dalla metà del XVIII secolo, la murazione orientale resistette sostanzialmente integra fino al periodo post-unitario subendo poi una parziale demolizione durante le opere di risanamento.[96]

Sotto il suo regno venne terminata la costruzione del Castel Nuovo, venne commissionato da suo figlio Alfonso il magnifico palazzo di Poggioreale[19] e vennero eretti il bellissimo Palazzo Como, ora sede del Museo Filangieri (costruito fra il 1464 e il 1490), Porta Nolana, il Palazzo Diomede Carafa (1470), la facciata del Palazzo Sanseverino, ora della Chiesa del Gesù Nuovo (1470), nonché la Porta Capuana (definita la più bella porta del Rinascimento insieme alla porta di San Pietro a Perugia,[97]).

 
Porta Capuana eretta per volere di Ferrante in una stampa del 1823.

Don Ferrante riformò gli studi dell'università di Napoli,[18][98] riaperta nel 1465 con un corpo docente di ventidue membri, appoggiandola molto più di quanto avesse fatto il padre, e concesse che al corso di studi tradizionale fosse aggiunto lo studio umanistico del greco e del latino, anche se, in realtà, il suo scopo era forse stato quello di ripristinare il monopolio universitario degli studi superiori sotto uno stretto controllo statale, così come lo aveva concepito il suo fondatore Federico II. Nel 1478 aveva una tale fiducia nelle possibilità offerte dall'università di Napoli da proibire ai suoi sudditi di studiare o di ricercare il dottorato fuori dal Regno. Anche gli insegnanti erano reclutati nel Regno e, fra i pochi stranieri incaricati, solo il fiorentino Francesco Pucci trovò l'ambiente napoletano abbastanza allettante da rimanervi per sempre.[83] Inoltre Ferrante riuscì a far sì che l'università fiorisse attraverso dotti professori; e a questo scopo invitò con un suo grazioso diploma Costantino Lascaris, perché venisse ad insegnare la lingua greca, assegnandogli un grosso salario corrispondente alla fama del suo nome.[19] Ferrante, con una Prammatica dal titolo De scolaribus doctorandis, ordinò ai sudditi di promuovere le Scienze nella Capitale e volle che la città dell'Aquila si accordasse il privilegio di licenza per aprire uno Studium.[32][99]

Ferrante promosse la cultura e l'arte rinascimentale col suo mecenatismo, circondandosi di numerosi artisti e letterati che fiorirono nel suo regno come: Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Bartolomeo Platina, Jacopo della Pila, Raffaele Volaterrano, Antonio Fiorentino della Cava, Francesco di Giorgio Martini, Pietro e Ippolito del Donzello, Francesco Del Tuppo, Giovanni Giocondo, Giovanni Francesco Mormando, Francesco Laurana, Pietro da Milano, Cola Rapicano, Cristoforo Majorana, Tommaso e Giovan Tommaso Malvito, Ermolao Barbaro il Giovane e il Vecchio, Giuliano e Benedetto da Maiano, Bernardo Rossellino, Francesco Pagano, Riccardo Quartararo, Pietro Befulco, Novello da San Lucano, Guido Mazzoni, Niccolò Antonio detto Colantonio, Angiolillo Arcuccio, Antonio De Ferraris, Poliziano, Teodoro Gaza, Cola Rapicano, Pietro Alemanno, Giovanni Pontano, Antonio Beccadelli e tanti altri. Il Panormita fu secondo Segretario del Re e Presidente della Camera. Il Pontano successe al Beccadelli come rettore della rinomata Accademia di Napoli fondata dal suo predecessore (una delle primissime Accademie fondate in Europa, la prima del Regno di Napoli e la più antica d'Italia tuttora esistente), della quale fu il maggiore rappresentante e che poi gli venne intitolata, i cui allievi piu illustri furono: Sannazaro, Antonio Flaminio, Cardinal Sadoleto, Giano Anisio, Giovanni Cotta, Andrea Sabatini, Andrea Matteo III Acquaviva e tanti altri.[18][100]

Ferrante completò la costruzione e la decorazione del Castel Nuovo utilizzando artigiani di provenienza quasi esclusivamente italiana come Pietro da Milano, uno degli artisti chiamati da Alfonso, ritornò con Francesco Laurana nel 1465 per completare l'arco di trionfo e per eseguire alcuni busti della famiglia reale. Su ordine di Ferrante, per ammonimento duraturo, venne gettata in bronzo, attraverso le artiglierie tolte dai nemici, la splendida porta di bronzo del Castel Nuovo, chiamata La Vittoriosa, con la rappresentazione del trionfo del re nella congiura dei baroni, opera di Guglielmo Dello Monaco, un parigino che aveva servito Alfonso come fabbricante di cannoni, orologi e campane.[83] Sulla porta appaiono in sei quadri espressi a bassorilievo alcuni avvenimenti della congiura: nel primo di essi, dalla parte sinistra di chi guarda, si scorrono effigiata, l'apparente pace del duca di Sessa, con i versi che dicono: "PRINCEPS CVM IACOBO CVM DIOFEBO QVEM DOLOSE/ VT REGEM PERMANT COLLOQVIVM SIMVLANT"[101]. Parimenti nel primo di quello a destra è rappresentato il Re che valorosamente mette in fuga i congiurati con i versi: "HOS REX MARTIPOTENS ANIMOSIOR HECTORE CLARO/ SENSIT VT INSIDIAS ENSE MICANTE FVGAT"[102]. Gli altri quadri rappresentano l'assedio con la presa di Troia e la resa di Acquaviva, con i versi scolpiti che dicono: TROIA DEDIT NOSTRO REQVIEM FINEMQ(VE) LABORI/ IN QVA HOSTEM FVDI FORTITER AC POPVLI"[103]; "HOSTEM TROIANIS FERNANDVS VICIT IN ARVIS/ SICVT POMPEVM CESAR IN EHACTIS"[104]; "HINC TROIAM VERSVS MAGNO CONCVSSA TIMORE/ CASTRA MOVENT HOSTES NE SVBITO PEREANT"[105]; "AQVA DIA FORTEM CEPIT REX FORTIOR VRBEM/ ANDEGAVOS PELLENS VIRIBVS EXIMII"[106][19]. Verso la fine della sua vita, Ferrante progettò anche la costruzione di un grande edificio, un enorme palazzo in stile rinascimentale destinato forse ad accogliere l'amministrazione e la corte di giustizia, ma che non fu mai realizzato.[83]

Ferrante eresse la Porta del Carmine e quella di San Gennaro e per questa opera spese 28466 ducati, su suo ordine furono tolti i ponti di tavola posti davanti a ciascuna porta della città e al lato della chiesa del Carmelo fece costruire quella porta che si vede adornata di pietre travertine, fece trasportare la Porta Capuana, che era vicino al Castel Capuano ai fianchi della chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove fu magnificamente edificata con sculture lavorate di meravigliosi marmi fini, fece costruire un'armeria tale da poter contenere armi per sessantamila soldati, portò a termine la famosa torre che oggi serve come campanile della basilica di San Lorenzo Maggiore cominciata da Carlo II, per sua disposizione venne dipinto dai fratelli Pietro e Ippolito del Donzello il cenacolo dei frati di Santa Maria la Nova e fece anche riparare molti luoghi di culto, adornandoli di preziosi suppellettili.

Alla sua pietà cristiana si deve la ricostruzione della Chiesa cattedrale di Napoli, che per i terribili terremoti del 5 e 30 dicembre del 1456 crollò quasi tutta, causando nella capitale la morte di trentamila persone e volle che a tale ricostruzione vi concorressero molte famiglie nobili napoletane, le quali vi avevano delle cappelle di giuspatronato, permettendo loro di apporre le armi gentilizie sopra ciascun pilastro delle cappelle riedificare. A Novello da San Lucano gli affidò la ricostruzione della basilica di San Domenico Maggiore, dopo la rovina di molta parte dell'edificio a causa del precedente terremoto. Il De Dominici dice che da lui vennero messi i pilastri, venne rinnovato il soffitto e vennero compiuti gli ornamenti della cappella, ma nella biografia dei del Donzello, contenuta nella sua opera, attribuisce anche a costoro la direzione di alcuni lavori. Aggiunge il Terminio che, come esempio a Ferrante, molti nobili concorsero alla spesa di nuovi pilastri, alla sommità dei quali posero le loro insegne.[19]

Nel 1486, Ferrante incaricò l'architetto e ingegnere militare Francesco di Giorgio Martini di ampliare la rocca di Taranto costruita dai bizantini, onde rimpiazzare la tipologia medievale delle torri concepita per la difesa piombante. L'utilizzo infatti dei cannoni in seguito alla scoperta della polvere da sparo, necessitava di torri larghe e basse, di forma circolare per attutire l'urto delle palle di cannone, fornite di rampe o scivoli che permettessero lo spostamento dei pezzi da una torre all'altra, nonché dotate di un ampio e robusto parapetto con specifiche aperture per le bocche da fuoco[107]. La nuova fortificazione doveva comprendere sette torri, di cui quattro unite tra loro a formare un quadrilatero, e le rimanenti tre allineate lungo il fossato fino al Mar Piccolo. Le quattro torri furono intitolate rispettivamente a san Cristofalo, a san Lorenzo, alla Bandiera ed alla Vergine Annunziata.

Nacque così il castello aragonese della città, e nel 1491 fu aggiunto sul lato rivolto al mar Grande il rivellino di forma triangolare tra la torre della Bandiera e la torre San Cristofalo. Il castello fu ultimato nel 1492, come risulta dall'incisione di una lapide murata sulla "Porta Paterna" insieme allo stemma degli Aragonesi inquartato con l'arma dei d'Angiò tripartita:

"Ferdinandus Rex Divi Alphonsi Filius Divi Ferdinandi Nepos Aragonius Arcem Ha(n)c Vetustate Collabente(m) Ad Im(pe)tus Tormentorum Substine(n)dos Quae (Ni)mio Feruntur Spiritu In Ampliorem Firmioremq(ue) Formam Restituit Millesimo CCCCLXXXXII".

"Re Ferdinando aragonese, figlio del divino Alfonso e nipote del divino Ferdinando, rifece in forma più ampia e più solida questo castello cadente per vecchiaia, perché potesse sostenere l'impeto dei proiettili che è sopportato col massimo vigore - 1492."

 
Castello Aragonese di Taranto, eretto per volere di Ferrante

Sotto Ferrante la ricchissima biblioteca reale fondata da Alfonso nel Castel Capuano continuò a crescere ad un ritmo imponente, grazie agli acquisti, ai doni e alla confisca delle collezioni dei baroni ribelli.[83]

L'uso del Napoletano come lingua ufficiale del Regno promosse negli ambienti di corte la moda di una poesia in cui si fondevano la tradizione colta e quella popolare, in modo non dissimile da quanto avveniva a Firenze con Lorenzo de' Medici. Questa cultura si dimostrava più accessibile anche al di fuori della corte, diffondendo l'alfabetizzazione fra la nobiltà e incoraggiando la crescita di una letteratura popolare che trova il suo migliore esempio nel Il Novellino di Masuccio Salernitano.[83]

L'arte per cui Ferrante dimostrò un vero entusiasmo, e in cui i suoi gusti si avvicinavano di più a quelli di Alfonso, fu la musica: ricercò di continuo cantanti educati alla scuola di Borgogna; esperti costruttori di organi ricevevano un caldo benvenuto e agli inizi degli anni Settanta Johannes Tinctoris giunse a Napoli per completare la schiera di talenti attivi nella cappella di corte e per sviluppare la tradizione della polifonia secolare, in modo che la città partenopea primeggiò su tutta l'Italia per la maggior parte del secolo.[83]Johannes Tinctoris, che si definiva “cappellano e musico del re di Sicilia”, al servizio di Ferrante svolse importanti funzioni: cantore cappellano (archicapellanus), strumentista di ribeca e vihuela de arco (successivamente conosciuta come viola da gamba), precettore, compositore e consulente legale. Tinctoris ebbe a corte un ruolo intellettualmente preminente e nell'ottobre 1487 fu inviato in Nord Europa per ingaggiare nuovi cantori per la cappella reale. Per l'ottima conoscenza delle lingue e del diritto, il re Ferrante gli ordinò anche di redigere una traduzione italiana degli articoli dell'Ordine del Toson d'oro (Articuli et ordinatione dell'ordine del Toson d'oro).

Inoltre Ferrante istituì a Napoli la prima scuola musicale d'Italia e una delle prime d'Europa, che coinvolse i maggiori musicisti dell’epoca come: Bernhard Hykaert, il già citato Tinctoris, Guglielmo Guarnier e Franchino Gaffurio, che dal 1475 al 1478 ricoprì la carica di Maestro di Cappella di Palazzo Reale. In questo periodo furono tradotte a Napoli per la prima volta in latino le opere dei trattatisti musicali greci quali Aristosseno, autore dei fondamentali Elementa harmonica ed Elementa rhytmica, Aristide Quintiliano, autore di un De musica, fondamentale per l'approfondita trattazione della materia e “Institutio oratoria", in cui l’autore mette in parallelo l’arte retorica, con la composizione musicale, che è in grado di suscitare emozioni, prodromo di quella che sarà la teoria degli affetti nella Scuola musicale napoletana del Settecento. Questa scuola fondata da Ferrante fu molto importante per lo sviluppo della musica in Italia ma soprattutto determinò le basi della nascente Scuola Musicale Napoletana.[108][109]

La sua diplomazia era molto costosa e per rinforzare le finanze, già provate dal mecenatismo di Alfonso I, Ferrante introdusse un regime di austerità nella corte e nell'apparato statale[110], per facilitare ai suoi vassalli il traffico commerciale lo aprì non meno in oriente che in occidente[19], incentivò le imprese ed i commercianti varando una serie di iniziative tese ad aumentare gli scambi commerciali con Venezia, Pisa e con la Spagna; favorì la migrazione dalle campagne in città e permise l'immigrazione di numerosi ebrei cacciati dalla Spagna attraverso il decreto dell'Alhambra emanato dai re Cattolici. Uno dei profughi, don Isaac Abrabanel, ricevette persino una posizione presso la corte napoletana di Ferrante che mantenne anche sotto il suo successore, Alfonso II. Nel complesso la popolazione napoletana aumentò rapidamente e fu necessario ampliare le mura cittadine.[111]

Tra le tante grazie e larghi privilegi conceduti a Brindisi, le diede anche, per la fedeltà mostratagli, il privilegio di coniare monete, privilegio che concedette anche a Capua, Chieti, Sulmona e L'Aquila. A quest'ultima impose di battere monete non diverse da quelle della zecca napoletana.[19]

Durante il suo regno la Casa Reale di Napoli non aveva niente da invidiare in quanto a fastosità alle Corti dei maggiori Principi d'Europa, visto che Ferrante volle accrescere ed introdurre molte arti, quali l'arte di tessere la seta, introdotta a Napoli da Ruggero II di Sicilia, l'arte di lavorare la Lana nel 1480,[18][112] l'arte degli orafi e l'arte di tessere drappi e broccati d'oro e per perfezionarla chiamò da Venezia Marino di Cataponte e da Firenze Francesco di Nerone, largheggiando loro in munificenza.[19]

Museo delle MummieModifica

Lo storico Jacob Burckhardt descrisse le attività ricreative di Ferrante come segue: "i suoi piaceri erano di due tipi: gli piaceva avere i suoi avversari vicino a lui, o vivi in prigioni ben sorvegliate, o morti e imbalsamati, vestiti con gli abiti che indossavano durante la loro vita. "Non temendo nessuno, avrebbe avuto un grande piacere nel condurre i suoi ospiti in un tour del suo prezioso museo delle mummie". In effetti, Ferrante aveva un modo personale per trattare con i suoi nemici. Dopo averli uccisi, faceva mummificare i loro corpi e li teneva in un "museo nero" privato, vestiti con gli abiti che avevano indossato in vita. Se sospettava che uno dei suoi soggetti stesse complottando contro di lui, lo portava a visitare il "museo" come deterrente.[113]

DiscendenzaModifica

Affresco del Trasferimento del santo nell'eremo di Efide, appartenente al ciclo di affreschi "Storie della vita di san Benedetto" di Antonio Solario del chiostro del Platano nella chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli. Taluni vi hanno riconosciuto i ritratti di Ferrante (al centro) di sua figlia Eleonora (a sinistra), di suo figlio Federico (secondo da sinistra) e di suo nipote Ferrandino (a destra).[114] Inoltre l'uomo incappucciato e vestito di nero, col bastone e la lunga barba, parrebbe essere l'eremita san Francesco da Paola, molto famoso nella Napoli di quel tempo

Figli legittimiModifica

Dalla prima moglie Isabella di Chiaromonte ebbe sei figli:

Dalla seconda moglie Giovanna d'Aragona ebbe una figlia:

Figli illegittimiModifica

Dalla concubina Diana Guardato:[115]

Da Marchesella Spitzata, sorella del suo cappellano e del suo montiero:[116]

  • Maria (1451 – ...).[117]

Da Piscicella Piscicelli:[115]

Da Eulalia Ravignano:[118]

Controversa è la situazione relativa ai figli avuti da Giovannella Caracciolo, la più bella tra le figlie del conte Giacomo di Brienza, che Ferrante ottenne a forza nel 1472 tramite accordi col padre, ma senza il consenso né della madre né della diretta interessata. Giovannella, che doveva essere molto giovane (è definita una puta, cioè una bambina), rimase a corte per circa due anni.[92] I Successi tragici et amorosi di Silvio Ascanio Corona riferiscono che diede a Ferrante tre figli:[115]

  • Maria, moglie di Alfonso d'Avalos marchese del Vasto;
  • Giovanna, moglie di Ascanio Colonna.

Altre fonti[118] la dicono madre di Cesare e Alfonso, che i Successi indicano invece come figli di Piscicella, nonché di Ferdinando, conte di Arena e Stilo, e Leonora. È chiaro che non poté essere madre di tutti costoro, in relazione sia alla giovane età, sia al poco tempo trascorso a corte, sia al noto uso di anticoncezionali che Alfonso aveva procurato al padre dall'Oriente.[92]

Nella cultura di massaModifica

 
Guido Mazzoni, Busto del re Ferrante d'Aragona con il collare dell'Ordine dell'Ermellino, da lui istituito, Museo di Capodimonte, Napoli, 1489-1492

LetteraturaModifica

Ferrante è protagonista:

  • dell'omonima tragedia "Ferrante" di Giuseppe Campagna (1842), ispirata agli eventi conclusivi della famosa Congiura dei Baroni del 1485-1486.
  • del romanzo "Del proibito amor - Storia napoletana del XV secolo" di Dino Falconio (2014), ispirato alla presunta relazione incestuosa che Ferrante avrebbe intrattenuto con la sorella Eleonora.

Compare inoltre come personaggio nel romanzo "La duchessa di Milano" di Michael Ennis (1992), nonché nei fumetti:

  • Gli 800 Martiri - La presa di Otranto, di Franco Baldi e Giovanni Ballati (2017).
  • Sanseverino - Storia di una grande famiglia italiana, di Giuseppe Rescigno e Antonio Pannullo (1994).

TelevisioneModifica

  • Nella serie televisiva canadese del 2011-2013 I Borgia, Ferrante è teoricamente impersonato dall'attore Joseph Kelly, tuttavia non ha nulla a che vedere con il personaggio storico.
  • Nella serie britannico-statunitense di genere storico-fantastico del 2013-2015 Da Vinci's Demons, Ferrante è impersonato dall'attore inglese Matthew Marsh.
  • Nella serie televisiva anglo-italiana del 2016-2019 I Medici, Ferrante è impersonato dall'attore britannico Ray Stevenson.

OnorificenzeModifica

Il 29 settembre 1465 Ferrante fondò il famoso Ordine dell'Ermellino, del quale furono insigniti lo stesso sovrano, il figlio Alfonso, il nipote Ferrandino e molte altre personalità importanti, quali Ercole I d'Este, Galeazzo Maria Sforza, Ludovico il Moro, Federico da Montefeltro e Carlo I di Borgogna.

  Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera
«Investito da Edoardo IV d'Inghilterra»
— 1463
  Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro
«Investito da Carlo I di Borgogna[119]»
— 1473
  Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino
  Cavaliere dell'Ordine del Drago

OpereModifica

  • Ferdinando d'Aragona, Esortazione di insorgere contro i baroni ribelli, Napoli, Francesco Del Tuppo, 1486. URL consultato il 24 giugno 2015.
  • Una raccolta di lettere in latino fu pubblicata sotto il suo nome nel 1585 col titolo Epistole Militari o meglio Regis Ferdinandi et aliorum Epistolae ac Orationes utriusque militiae.[120]
  • Gli viene attribuito un opuscolo teologico-dogmatico: De causis quare Deus fecit peccabile genus humanum.[121]

AscendenzaModifica

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Giovanni I di Castiglia Enrico II di Castiglia  
 
Giovanna Manuele  
Ferdinando I di Aragona  
Eleonora d'Aragona Pietro IV di Aragona  
 
Eleonora di Sicilia  
Alfonso V d'Aragona  
Sancho Alfonso d'Alburquerque Alfonso XI di Castiglia  
 
Eleonora di Guzmán  
Eleonora d'Alburquerque  
Beatrice del Portogallo Pietro I del Portogallo  
 
Inés de Castro  
Ferdinando I di Napoli  
 
 
 
Enrico Carlino  
 
 
 
Gueraldona Carlino  
 
 
 
Isabella Carlino  
 
 
 
 

NumismaticaModifica

NoteModifica

  1. ^ Le mummie aragonesi di San Domenico, su Università di Pisa. Paleopatologia (archiviato dall'url originale il 22 aprile 2019).
  2. ^ http://www.napoliaragonese.it/le-divise-araldiche-di-alfonso-ii/.
  3. ^ Traduzione,  Un'opera della natura, non d'arte.
  4. ^ Significato,  Il motto indicava che le doti di liberalità e clemenza del sovrano erano insite nella sua natura, ovvero derivanti dalla sua nobile ascendenza, e non frutto di artificio umano.
  5. ^ Gino Benvenuti, Le Repubbliche Marinare. Amalfi, Pisa, Genova, Venezia, Roma, Newton & Compton editori, 2002 [1989], ISBN 88-8289-529-7, SBN IT\ICCU\RAV\0164536.
  6. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-i-d-aragona-re-di-napoli/
  7. ^ https://www.sapere.it/enciclopedia/Ferdinando+I+%28re+di+Napoli%29.html
  8. ^ https://www.repubblica.it/cultura/2021/03/15/news/l_oro_di_napoli_durante_il_regno_degli_aragonesi-292313702/
  9. ^ http://www.sunelweb.net/modules/sections/index.php?artid=5280
  10. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-i-d-aragona-re-di-napoli_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  11. ^ https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/grande-sud/237985-don-ferrante-re-illegittimo-sfido-baroni-napoletani/
  12. ^ https://storienapoli.it/2020/12/02/ferrante-i-re-di-napoli-storia/
  13. ^ https://www.medscape.com/viewarticle/573905_4
  14. ^ ferrante_of_naples_the_statecraft_of_a_renaissance_prince
  15. ^ https://www.repubblica.it/cultura/2021/03/15/news/l_oro_di_napoli_durante_il_regno_degli_aragonesi-292313702/
  16. ^ https://www.medscape.com/viewarticle/573905_4
  17. ^ I signori di Napoli.
  18. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al am an ao ap aq ar as at au av aw ax ay az ba bb bc bd be bf bg bh bi Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.
  19. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s Nicolò Morelli, Vite de Re di Napoli, con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascun sovrano: Volumi 1-2, Napoli, G. Nobile, 1849.
  20. ^ a b c d Massimo Buchicchio, La guerra tra Aragonesi e Angioini nel Regno di Napoli. La Battaglia di Sarno, Cava de' Tirreni, 2009, ISBN 88-906429-0-4. ISBN 978-88-906429-0-6.
  21. ^ Biancardi, pp. 325-326.
  22. ^ Biancardi, p. 326.
  23. ^ Biancardi, p. 326.
  24. ^ Biancardi, pp. 327-328.
  25. ^ Biancardi, p. 328.
  26. ^ Biancardi, p. 329.
  27. ^ Biancardi, p. 330.
  28. ^ Biancardi, pp. 330-331.
  29. ^ Biancardi, p. 331.
  30. ^ http://www.nobili-napoletani.it/Ordine-Ermellino.htm#(2)
  31. ^ Biancardi, pp. 331-334.
  32. ^ a b c d e f g h i Nicolò Morelli, Biografia de Re Di Napoli: Ornata de Loro Rispettivi Ritratti, Volume 10, Napoli, N. Gervasi, 1825.
  33. ^ Morelli, p. 224.
  34. ^ Biancardi, pp. 334-335.
  35. ^ Biancardi, p. 335.
  36. ^ Biancardi, p. 336.
  37. ^ Biancardi, p. 336.
  38. ^ Biancardi, p. 336.
  39. ^ Biancardi, p. 336.
  40. ^ Biancardi, pp. 336-337.
  41. ^ Biancardi, pp. 338-339.
  42. ^ Biancardi, pp. 339-340.
  43. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-i-d-aragona-re-di-napoli_(Enciclopedia-Italiana)/
  44. ^ a b c d e f g h http://www.ilportaledelsud.org/ferrante_1.htm
  45. ^ Biancardi, p. 341.
  46. ^ Biancardi, p. 342.
  47. ^ Biancardi, pp. 342-343.
  48. ^ a b Vincenzo Buonsignori, Storia della repubblica di Siena esposta in compendio:Volume 2, Siena, G. Landi, 1856.
  49. ^ Biancardi, pp. 343-344.
  50. ^ https://www.altaterradilavoro.com/francesco-di-paola-il-santo-delle-due-sicilie/
  51. ^ http://www.sanfrancescodapaola.com/indexfra2.html
  52. ^ http://www.sanfrancescodapaola.com/indexfra2.html
  53. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-i-d-aragona-re-di-napoli_(Enciclopedia-Italiana)/
  54. ^ Morelli, p. 225.
  55. ^ https://www.senzacolonnenews.it/il-blog-di-gianfranco-perri/item/nei-costruttori-del-nostro-castello-aragonese-le-radici-storiche-dellindipendentismo-catalano.html
  56. ^ Biancardi, pp. 346-347.
  57. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-i-d-aragona-re-di-napoli_(Enciclopedia-Italiana)/
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  101. ^ Il re è rappresentato frontalmente, a cavallo, mentre discute col cognato Marino Marzano, duca di Sessa e principe di Rossano, Giacomo Montagano e Deifobo dell'Anguillara.
  102. ^ Il re, di spalle, resosi conto delle reali intenzioni dei tre, sguaina la spada e li affronta valorosamente, mentre sulla sinistra si scorgono due cavalieri che corrono in suo aiuto (forse il conte Giovanni Ventimiglia e Gregorio Coreglia)
  103. ^ Al centro del pannello c'è una mischia tra cavalieri e fanti dei due eserciti nemici, mentre dal basso si snoda una colonna di cavalieri e fanti aragonesi, con in primo piano probabilmente Alfonso, duca di Calabria, che sale una montagna in direzione di Troia. In alto è effigiato il re Ferrante che assiste all'ingresso della sua avanguardia nella città, che si staglia sullo sfondo con le sue poderose fortificazioni.
  104. ^ L'esercito angioino schierato sulla riva destra del torrente fronteggia re Ferrante e le sue truppe, mentre sullo sfondo si vedono gli aragonesi che attraversano un ponte all'inseguimento degli angioini, ormai in rotta verso Troia.
  105. ^ In alto si vedono i fanti angioini che smontano l'accampamento presso Accadia e caricano i bagagli, mentre l'esercito, col duca Giovanni in primo piano, si incolonna in ordine di ritirata con in testa i trombettieri.
  106. ^ Nella parte superiore si vede su un monte scosceso la città fortificata di Accadia, con una torre ormai danneggiata dai colpi di artiglieria e una vistosa breccia nelle mura, attraversata da una numerosa colonna di fanti e cavalieri aragonesi.
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BibliografiaModifica

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  • Vincenzo Buonsignori, Storia della repubblica di Siena esposta in compendio:Volume 2, Siena, G. Landi, 1856.
  • Nicola Ratti, Della famiglia Sforza:Volume 2, Roma, Presso Il Salomoni, 1794.

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