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Vecchia guardia (film)

film del 1934 diretto da Alessandro Blasetti
Vecchia guardia
Vecchia guardia 1934.JPG
Il fascista Marcone (Ugo Ceseri) assieme a Mario (Franco Brambilla)
Titolo originaleVecchia guardia
Paese di produzioneItalia
Anno1934
Durata91 min
Dati tecniciB/N
Generedrammatico, epico
RegiaAlessandro Blasetti
SoggettoLivio Apolloni, Giuseppe Zucca
SceneggiaturaAlessandro Blasetti, Guido Albertini, Leo Bomba
ProduttoreFauno Film S.A.
Distribuzione in italianoFilmimpero
FotografiaOtello Martelli
MontaggioAlessandro Blasetti, Ignazio Ferronetti
MusicheUmberto Mancini, Capolongo
ScenografiaLeo Bomba
Interpreti e personaggi

Vecchia guardia è un film del 1934, diretto da Alessandro Blasetti. Generalmente viene considerato dalla critica uno fra i migliori lungometraggi di carattere apologetico prodotti in Italia in epoca fascista.

Il film venne distribuito in Germania col titolo Mario[1] e fu particolarmente apprezzato da Adolf Hitler, da sempre estimatore del fascismo, tanto che il Führer ricevette Blasetti e il piccolo Franco Brambilla in terra tedesca per una visita[2].

TramaModifica

Italia Centrale (il film fu girato prevalentemente a Viterbo), 1922. Nel clima arroventato del primo dopoguerra Roberto è uno squadrista fascista reduce della Grande Guerra che, ora disoccupato, si distingue nella lotta contro i lavoratori in sciopero. Suo padre, Claudio, è un medico che dirige un manicomio che da tempo sta tentando in vari modi di far cessare lo sciopero degli infermieri. Claudio si rivolge alle istituzioni ma non viene ascoltato, allora chiede aiuto al fascio locale, del quale Roberto è membro. Scoppiano dunque scontri tra fascisti e infermieri, in cui gli scioperanti devasteranno la bottega di Aristide, un barbiere e squadrista membro di spicco del fascio. Da ciò scaturira' una violenta rissa tra infermieri scioperanti e fascisti, i fascisti tuttavia hanno la meglio e dopo lo scontro in piazza irrompono nel bar dove si ritrovano gli scioperanti e dopo un breve scontro costringono molti di loro a bere Dell'Olio di ricino . Lo sciopero dunque fallisce e gli infermieri sono forzati a tornare al lavoro. I fascisti compieranno altre azioni eclatanti, ad esempio riapriranno le scuole elementari da tempo chiuse, obbligando l'assessore a dar loro le chiavi, e nel mentre proseguono la loro lotta antisocialista e antisindacalista organizzandosi per nuovi scontri contro gli antifascisti, il sindaco e il commissario rimango immobili davanti a tutto ciò, un po' per disinteresse, e per timore della reazione degli Squadristi.

In questo clima di altissima tensione, Mario, il fratello minore di Roberto, ha solo 12 anni ma è smanioso di entrare in azione al fianco del fratello; la giovane età però non gli consente di armarsi e partecipare direttamente agli scontri con gli odiati avversari. Una notte, tuttavia, senza essere visto, riesce finalmente a salire a bordo di una camionetta e a partecipare a una spedizione punitiva nella quale perde tragicamente la vita, colpito da un colpo di fucile sparato da un operaio "rosso". Lo sdegno che provoca in città la morte del ragazzo convince anche molti antifascisti ad aderire al PNF e a partecipare successivamente alla marcia su Roma, accompagnati da Roberto e da suo padre Claudio. Alle prime luci dell'alba i fascisti, raggruppatisi ad Orte, si avviano a piedi e con altri mezzi verso la Città eterna.

CastModifica

Prendono parte alle riprese alcuni attori già affermati, come Mino Doro nel ruolo di protagonista, Giovanni Grasso (da non confondere con l'omonimo e più celebre cugino, Giovanni Grasso), nella parte del commissario, ed altri che, pur essendo alle prime armi, avrebbero fatto molto parlare di sé in seguito, come Andrea Checchi, nel ruolo di uno squadrista, che nonostante la giovanissima età aveva già lavorato in 1860 di Blasetti, e Memmo Carotenuto, semplice comparsa in Vecchia guardia ma destinato a divenire uno degli interpreti più richiesti della commedia all'italiana, l'aiuto regista è Flavio Calzavara.

Giudizio criticoModifica

Stando alle fonti dell'epoca, alla sua uscita il film riesce a riscuotere un discreto successo di pubblico ed una accoglienza in linea di massima positiva da parte della critica del tempo, che ne mise in rilievo i pregi stilistici e alcune impostazioni innovative. Fra queste ultime il taglio realistico di molte scene e lo stesso linguaggio usato dagli interpreti, sempre naturale e in sintonia con la classe socio-culturale di appartenenza.

Sotto un profilo più propriamente formale va sottolineata la superba fotografia di Otello Martelli utilizzata dal regista con una valenza simbolica di grande impatto visivo, con le luci accese su tutto ciò che incarnò il fascismo e che ad esso si ricollega (spedizioni punitive e pestaggi compresi) e le ombre, che invece avvolgono le forze "antinazionali".

I giudizi retrospettivi portano a vedere nel film il momento di massima adesione di Alessandro Blasetti al regime fascista con alcune scene di retorica squadrista che ne abbasserebbero il livello qualitativo spezzando il ritmo drammatico che pur il regista riesce ad imprimere alla vicenda. Un film pertanto tutt'altro che disprezzabile, ma giudicato discontinuo e, in linea di massima, girato con chiari intenti apologetici.

Reazioni delle gerarchie fascisteModifica

Secondo Callisto Cosulich «Vecchia guardia è l'unico film sinceramente fascista che sia stato girato nel ventennio»[3]. La classe dirigente del regime in quel momento però accoglie Vecchia guardia con una certa freddezza se non addirittura con ostilità, come nel caso di Luigi Freddi[4], da poco nominato massimo responsabile della cinematografia italiana del tempo, che si rende immediatamente conto dei pericoli insiti nel lungometraggio di Blasetti. Fra questi ultimi balza agli occhi l'esaltazione dello squadrismo, esplicitamente indicata in una nota presente nei titoli di testa, in un momento in cui il regime vuol far dimenticare i propri trascorsi "rivoluzionari" e, ancor peggio, la difesa ad oltranza operata dai fascisti a salvaguardia degli interessi dei ceti abbienti e del padronato ai danni delle classi lavoratrici e proletarie che il Duce stesso si è sempre vantato di proteggere. Tra l'altro il film mostrava gli antifascisti in maniera negativa, li rapprentava come rozzi e aggressivi, mentre gli squadristi venivano dipinti come eroi, e sono numerose nel film scene di scontri e violenze. ma fu proprio questa eccessiva esaltazione della violenza e dello squadrismo che rese il film scomodo per il governo fascista e per il fascismo stesso.

A Roma si dice che Mussolini si sia fatto proiettare il film a Villa Torlonia e che abbia addirittura pianto;[senza fonte] non abbiamo a disposizioni fonti che possano provarlo, ma quel che è certo è che il lungometraggio resterà in programmazione solo pochi mesi e che il regime non farà nulla per pubblicizzarlo.

Dopo Vecchia guardia e il precedente Camicia nera di Giovacchino Forzano (1933) la cinematografia italiana torna sui suoi passi per riprendere la strada di sempre, caratterizzata dal disimpegno e dall'apoliticità. Sintomatico il trionfo, in quegli anni, del cinema dei telefoni bianchi, dei gialli americani della Cines e dei feuilleton sentimentali, caratterizzati dalla totale assenza di tematiche "impegnate", sia sotto il profilo politico che sociale. Solo dopo la conquista dell'Etiopia da parte del regime fascista (avvenuta nel 1936), torneranno ad essere prodotti film del filone apologetico-propagandistico come Lo squadrone bianco (1936) di Augusto Genina, Il grande appello (1936) di Mario Camerini, Sentinelle di bronzo (1937) di Romolo Marcellini, Condottieri (1937) di Luis Trenker, Cavalleria (1936) e Luciano Serra pilota (1938) di Goffredo Alessandrini, Pietro Micca (1938) di Aldo Vergano, Ettore Fieramosca (1938) dello stesso Blasetti, per poi raggiungere l'apice dopo l'entrata in guerra dell'Italia (L'assedio dell'Alcazar, Carmen fra i rossi, Il cavaliere di Kruja, Uomini sul fondo, Giarabub, Bengasi, Noi vivi, Addio Kira!, Harlem, Il treno crociato, Quelli della montagna, Orizzonte di sangue ecc.).

Manifesti e locandineModifica

La realizzazione dei manifesti, per l'Italia, fu affidata al pittore cartellonista Anselmo Ballester.

NoteModifica

  1. ^ Roberto Chiti, Enrico Lancia, Dizionario del cinema italiano. I film, Volume 1, p.400, Gremese Editore (2005)
  2. ^ Elaine Mancini, Struggles of the Italian film industry during fascism, 1930-1935, p.117, UMI Research Press (1985)
  3. ^ in Callisto Cosulich, Fa bene a ricordarceli, art. apparso su Cinema Nuovo, a. III, n.36 1º giugno 1954. Il rif. è riportato da Gian Piero Brunetta, Storia del cinema italiano, il cinema del regime, 1929-1945, Vol. II, Roma, Editori Riuniti, 2ª edizione rivista e accresciuta, 1993, pag. 135, ISBN 88-359-3730-2
  4. ^ «...dentro di me pensavo che il mio dovere sarebbe stato di bocciare il film...il Regime, secondo me, non aveva certo bisogno di quelle riesumazioni e di quei lenocini che invece potevano suscitare e provocare reazioni dannose» ricorderà lo stesso Freddi molti anni più tardi. Cit. da Claudio Carabba, Il cinema del ventennio nero, Firenze, Vallecchi editore, 1974, pag.62

BibliografiaModifica

  • Gian Piero Brunetta, Storia del cinema italiano, il cinema del regime, 1929-1945, Vol. II, Roma, Editori Riuniti, 2ª edizione rivista e accresciuta, 1993, ISBN 88-359-3730-2
  • Claudio Carabba, Il cinema del ventennio nero, Firenze, Vallecchi editore, 1974

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