Eleonora d'Aragona (1450-1493)

Duchessa di Ferrara, Modena e Reggio
Eleonora d'Aragona
EleonoraCornazzano.png
Ritratto di Eleonora d'Aragona, dal manoscritto "Il modo di regere e di regnare" di Antonio Cornazzano.
Duchessa consorte di Ferrara, Modena e Reggio
Stemma
In carica 3 luglio 1473 –
11 ottobre 1493
Predecessore Maria d'Aragona (come marchesa)
Successore Lucrezia Borgia
Altri titoli Principessa di Napoli
Nascita Napoli, 22 giugno 1450
Morte Ferrara, 11 ottobre 1493
Luogo di sepoltura Monastero del Corpus Domini, Ferrara
Casa reale Trastámara-Napoli
Padre Ferrante d'Aragona
Madre Isabella di Chiaromonte
Consorte di Sforza Maria Sforza
Ercole I d'Este
Figli Isabella
Beatrice
Alfonso
Ferrante
Ippolito
Sigismondo
Alberto
Religione Cattolicesimo

«De l'alta stirpe d'Aragone antica
non tacerò la splendida regina,
di cui né saggia sí, né sí pudica
veggio istoria lodar greca o latina,
né a cui Fortuna piú si mostri amica:
poi che sará da la Bontá divina
elletta madre a parturir la bella
progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella.
Costei sará la saggia Leonora,
che nel tuo felice arbore s'inesta.»

(Dall'Orlando furioso di Ludovico Ariosto - XIII, 68,69.[1])

Eleonora d'Aragona (Napoli, 22 giugno 1450Ferrara, 11 ottobre 1493) è stata la prima duchessa di Ferrara e di Modena e Reggio. Ebbe numerosi figli che divennero importanti figure rinascimentali, che lei stessa fece sposare con importanti personaggi dell'Italia dell'epoca, dando prestigio e centralità alla Casa d'Este. Fu inoltre personalità politica e culturale di rilievo. Ebbe la reggenza del Ducato di Ferrara in varie occasioni sostituendo Ercole I, duca suo coniuge; e in questa carica seppe affrontare situazioni molto critiche che misero in pericolo il Ducato.

BiografiaModifica

GiovinezzaModifica

 
San Vincenzo Ferrer e sue storie, Colantonio, 1456-65 circa, Museo nazionale di Capodimonte. Presunto ritratto di Eleonora (la bambina a sinistra) vicina alla madre Isabella di Chiaromonte

Era figlia di re Ferrante di Napoli e di Isabella di Chiaromonte, a sua volta figlia del principe di Taranto e nipote di Maria d'Enghien. Fu quindi sorella di Alfonso II di Napoli, Federico I di Napoli e di Beatrice d'Aragona, regina d'Ungheria.

Nella sua educazione, il suo principale precettore fu Diomede Carafa, regio consigliere e uomo di lettere. Col Carafa Eleonora rimase sempre in ottimi rapporti, anche dopo che sposata con Ercole d'Este dovette trasferirsi a Ferrara. Alcuni anni dopo le sue nozze, e proprio in relazione con la sua nuova posizione di duchessa di Ferrara, il Carafa le volle dedicare il Memoriale sui doveri del principe. La stessa Eleonora aveva sollecitato quest'opera, e per favorirne la diffusione nell'ambiente letterario volle anche farla tradurre in latino da Battista Guarino.

A Napoli Eleonora ebbe modo di conoscere e stringere rapporti con l'ambiente culturale che gravitava intorno alla corte Aragonese. Oltre che col Carafa, fu legata da amicizia con Giovanni Albino, storico e letterato, allievo del Pontano e del Panormita; Masuccio Salernitano le dedicò anche una novella del suo Il Novellino. Fu l'educazione napoletana a far nascere in Eleonora il gusto e la simpatia per il mondo delle lettere: propensioni che ebbero poi modo di affermarsi e maggiormente affinarsi nella corte ferrarese.[2]

Sposò nel 1465 il quattordicenne Sforza Maria Sforza, terzogenito dei duchi di Milano Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, ma il matrimonio non venne mai consumato. Per via sia della giovane età dello sposo sia di alcuni questioni politiche, le clausole del contratto di nozze prevedevano infatti che il matrimonio non venisse consumato prima che a Sforza Maria venisse ratificato il titolo di duca di Bari e ad Eleonora venisse assegnata una città del ducato di Milano.

Quando tuttavia venne a morte il duca Francesco Sforza, il padre di Eleonora, Ferrante, mutò radicalmente politica, non trovandosi in buoni termini col suo successore Galeazzo Maria Sforza. Quest'ultimo infatti non solo rifiutò di dare altra città ad Eleonora all'infuori di Tortona, ma pretese anche che la sposa fosse immediatamente inviata a Milano, richiesta alla quale Ferrante non fu disposto a soggiacere.

Egli conosceva infatti la pessima fama di Galeazzo, noto per essere uomo crudelissimo e dalla sfrenata lussuria, e perciò non volle mandare Eleonora presso di lui, temendo che sarebbe stata "ad discretione sua" e che Galeazzo l'avrebbe trattata "assai pegio" di quanto non fosse solito maltrattare la propria stessa madre Bianca Maria.[3]

L'ambasciatore napoletano presso gli Sforza, Turco Cincinello, avanzò anche la proposta che Eleonora sposasse lo stesso Galeazzo invece di Sforza Maria, ma Ferrante non ne volle sapere nulla e nel 1472 si giunse all'annullamento. Nonostante le vive proteste di Sforza Maria, che non voleva rinunciare alla sposa, Galeazzo impose la propria volontà al fratello minore e accettò lo scioglimento delle nozze in cambio di una nuova promessa di matrimonio fra il proprio figlio Gian Galeazzo e la nipote di Ferrante Isabella.

Fu in questi anni che si parlò di una relazione che Eleonora avrebbe intrattenuto col giovane don Diego Cavaniglia, discepolo prediletto di suo padre Ferrante, che risiedeva come paggio a corte. Sebbene non vi siano prove concrete di questa relazione e sebbene Eleonora si sia dimostrata - almeno durante il suo periodo di residenza a Ferrara - donna casta, austera e profondamente religiosa, Ferrante in effetti allontanò il giovane Diego da corte, confermandogli la contea di Montella che gli era spettata alla morte del fratello, inoltre provvide a trovargli moglie proprio quando nel 1477 Eleonora, ormai duchessa di Ferrara, tornò in visita presso la corte di Napoli.

Duchessa di Ferrara, Modena e ReggioModifica

 
Scultura in terracotta policroma di Eleonora rappresentata nelle vesti di Maria di Cleofa insieme al Marito, nel Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni, Chiesa del Gesù, Ferrara

Già prima della ratifica dell'annullamento Ferrante aveva iniziato le trattative per concedere la figlia in sposa al duca di Ferrara Ercole I d'Este. Il primo di novembre furono firmati i patti matrimoniali e nel luglio dell'anno seguente Eleonora fece il suo ingresso trionfale a Ferrara in qualità di nuova duchessa.[4]

Eleonora partì da Napoli nel 1473. La sposa era stata accompagnata nel suo viaggio dal cognato Sigismondo d'Este, mandato dal duca Ercole a prelevarla a Napoli con ricca compagnia di signori ferraresi ed il padre la mandò col duca d'Amalfi e sua moglie, con il conte d'Altavilla e la contessa sua moglie, con la contessa di Bucchianico, con il Duca d'Andria e con altri signori, cavalieri e dame. L'una e l'altra compagnia, secondo il gusto di quei tempi, era composto da un numero molto considerevole che superava i 1 500. Questo viaggio avvenne via terra; e giunta a Roma la sposa reale, ebbe da Sisto IV un trattamento così magnifico che sorprese allora tutta l'Europa e di cui con stupore ed ammirazione parlano tutti gli storici di quei tempi. Il Papa era già, per mezzo degli Estensi, in buona armonia con Ferrante, per cui voleva onorare la Casa Aragonese e la Casa Estense e quindi ne diede l'incarico al suo prediletto nipote, il cardinale di San Sisto Pietro Riario.

Anche a Siena Eleonora ebbe trattamenti distintissimi da quella Repubblica, la quale a proprie spese mantenne tutto il seguito e diede grandissime feste. In altri luoghi Eleonora ebbe ancora grandissimi onori, giungendo infine a Ferrara, dove ritrovò il suo sposo reale che aveva preparato altre feste.[5]

Il corteo nuziale in città fu fastoso. Partì dalla basilica di San Giorgio fuori le mura, oltre il Po, attraversò il ponte, percorse la via Grande (poi Carlo Mayr) sino a Santa Maria in Vado continuando per arrivare a San Francesco, al palazzo Paradiso e percorrendo la via Sabbioni per passare accanto a San Romano per arrivare infine al cortile d'onore del palazzo ducale.[6] Alloggiò inizialmente in un appartamento dove da tempo non erano accolte consorti dei signori di Ferrara. Borso non era sposato, e le nobili di corte sino a quel momento avevano optato ognuna per una sistemazione diversa.

Con il matrimonio di Eleomora ed Ercole si diffuse nelle corti del nord Italia il banchetto rinascimentale, una forma d'arte nata a Napoli che unisce il gusto dello spettacolo, della musica e della tavola.[7]

Dopo due femmine, Isabella e Beatrice, nel luglio 1476 Eleonora diede al marito il tanto desiderato figlio maschio, il quale fu battezzato col nome del nonno materno Alfonso. Poco più di un mese dopo, nel primo di settembre, Niccolò d'Este, figlio di Leonello e nipote di Ercole, appoggiato dai Gonzaga, tentò di appropriarsi di Ferrara incitando anche il popolo alla rivolta.

Con le sue forze circondò il palazzo ducale per catturare Eleonora d'Aragona e i suoi figli. Questi riuscirono a salvarsi rifugiandosi nel castello attraverso la via Coperta, il passaggio sopraelevato che collega il palazzo con la fortezza. Ercole, che si era recato quella mattina alla Delizia di Belriguardo, trovandosi fuori dalla città senza armi né denari subito si adoperò per radunare un esercito chiedendo aiuto a sudditi e alleati, ma non fu necessario in quanto i suoi fratelli Sigismondo e Rinaldo, rimasti in città, riuscirono a respingere le forze di Niccolò in quella stessa giornata. Il giorno successivo Ercole rientrò in città acclamato da una folla festante e la famiglia ducale si recò in processione solenne alla cattedrale di San Giorgio, ringraziando pubblicamente i ferraresi.[8]

Niccolò venne catturato a Bondeno e il 4 settembre dello stesso anno fu decapitato nel cortile del castello.

Nell'ottobre di quell'anno ricevette a Ferrara la sorella Beatrice, in viaggio per l'Ungheria; con lei rimase sempre in contatto, tenendola informata delle vicende italiane. Segno tangibile dell'affetto che le legava fu la concessione del ricchissimo arcivescovato di Strigonia, sede dei primati ungheresi, voluta da Beatrice, nel 1486, per il piccolo Ippolito d'Este, sestogenito di Eleonora.[2]

Sempre nel 1476 venne annunciato il fidanzamento tra il piccolo Alfonso d'Este ed Anna Maria Sforza, figlia di Galeazzo Maria Sforza (questo divenne promessa nel 1477 e matrimonio nel 1491).

Nel giugno dell'anno successivo Eleonora, gravida per la quarta volta, partendo da Livorno con due barche del Regno di Napoli e portando con sé le due figlie, Isabella e Beatrice, si recò in visita a Napoli in occasione delle nozze fra il padre Ferrante e la principessa spagnola Giovanna di Trastamara. A Napoli le venne dato come alloggio il Castel Capuano ed in questo luogo Eleonora partorì un altro maschio, a cui diede il nome di Ferrante in onore di suo padre.[5] Quando tre mesi dopo dovette fare ritorno a Ferrara decise, su espressa richiesta del padre Ferrante, di lasciare a Napoli sia la secondogenita Beatrice che il neonato appena partorito.[9]

 
Ritratto di Eleonora d'Aragona, Giovanni Cristoforo Romano, 1473, Rijksmuseum, Amsterdam. Il fatto che sia rivolta a sinistra suggerisce che non sia ancora sposata. Con la sua iscrizione glorificante – 'divina Eleonora' – il ritratto potrebbe essere stato un dono da Ercole I d'Este, duca di Ferrara, che sposò nel 1473.[10]

Quando il marito era assente partecipava all'"Esame delle Suppliche" e prendeva le redini del governo. L'"Esame" consisteva per lo più in una serie di richieste di grazia o di liberazione di prigionieri trattenuti a Ferrara.

Tra il settembre e il dicembre 1478, mentre il marito era impegnato nella guerra, come capitano generale della Lega degli alleati di Firenze, Eleonora assunse la direzione della cosa pubblica, mostrando di possedere ottime qualità di amministratrice. Sempre più spesso, infatti, nel corso degli anni, Ercole sarebbe stato poi disposto a lasciarle incarichi e oneri dell'amministrazione, ed Eleonora diede sempre ottima prova, sapendo affrontare anche situazioni molto difficili, come durante la guerra contro Venezia. Le tensioni fra i due Stati, già forti alla fine del 1481, sfociarono in guerra aperta nel maggio successivo. Il 4 ottobre 1482, però, Ercole sembrava morente, affetto da una grave malattia e non in grado di guidare le forze nella difesa cittadina, e ben presto Eleonora si trovò a dover fronteggiare una situazione estremamente drammatica e in questa circostanza, quando si sostituì al duca la sua azione fu determinante per salvare lo stato, infatti in vari modi seppe infondere il necessario coraggio ai ferraresi. All'inizio di novembre la situazione militare era sfavorevole per i Ferraresi e sempre più grave si faceva il problema degli approvvigionamenti di Ferrara. Mandato a prendere del grano a Modena, il 18 novembre, quella città si era sollevata per impedirne il trasporto. Il 20 i Veneziani, passato il Po, arrivarono a pochissima distanza dalle mura del castello e la città stava per capitolare. Eleonora, affiancata da Bonifazio Bevilacqua, fece allora riunire tutte le magistrature e chiamò il popolo a raccolta: esposta la gravità della situazione, riuscì ad ottenere piena fiducia e appoggio per la casa d'Este. Si adottarono misure politiche e finanziarie, come la riduzione di alcune tasse e l'allontanamento di Paolo Antonio e Giacomo Trotti. Voluto dalle famiglie nemiche dei Trotti, questo atto fu accettato da Eleonora, ma fu solo temporaneo, poiché presto essi sarebbero tornati a ricoprire i loro incarichi, e continuarono a godere sempre della sua fiducia. Contemporaneamente, nel novembre e nel dicembre 1482, Eleonora esercitò continue pressioni su Giovanni Bentivoglio per ottenerne aiuto di uomini e mezzi. Nel dicembre, staccato il papa dall'alleanza con Venezia, le cose migliorarono per Ferrara, ma la situazione, specie dal punto di vista economico, rimase grave fino alla conclusione della guerra, nel 1484.

Eleonora, comunque, con la sua fermezza e la sua abilità nei momenti difficili, si era conquistata la stima generale. Sempre più spesso fu lei a sbrigare le questioni dell'amministrazione giudiziaria e di quella economica, mostrando, in particolare in questo secondo campo e nell'amministrazione del patrimonio estense, notevoli doti di capacità e oculatezza. Scriveva Bernardino Zambotti per il 1478:"Eleonora faceva tuto quello fa bixogno ad ogni sapiente Segnore" e Ugo Caleffini scriveva per l'anno 1484:"regeva et gubernava il tuto, como anche havea facto per lo passato", e nel 1486 annotava: "dava audientia et spazava tute le facende como Signore".

Eleonora, inoltre, curò personalmente le trattative matrimoniali dei suoi figli e la stipulazione dei vari contratti matrimoniali: nella primavera 1480 gli accordi preliminari per le nozze di Isabella con Francesco Gonzaga e di Beatrice con Ludovico Sforza e, tra il 1489 e il 1490, la sottoscrizione definitiva di questi due patti nuziali e di quello tra Alfonso e Anna Maria Sforza. Seppe mantenere ottimi rapporti anche con i due figli illegittimi del marito: Lucrezia e Giulio, che crebbe come propri figli.[2]

Fu signora attenta e sempre presente, sia nei momenti di assenza del marito sia in quelli di normale vita di corte. Decise di far sistemare per sé e per i figli un nuovo appartamento nella torre Marchesana del castello, iniziando di fatto la sua trasformazione in vera e propria reggia ed influenzando in tal senso la decisione successiva dello stesso duca.

Ultimi anni e morteModifica

Nel 1486 Eleonora, malata ad un orecchio, dovette andare a curarsi ad Abano e Montegrotto. Nel luglio 1490 si recò a Mantova per accompagnare alle nozze la figlia Isabella. Parimenti, il 29 dicembre 1491 partì con Alfonso e Beatrice per Pavia e Milano, dove si sarebbero celebrati i loro matrimoni.[2]

Nel 1493 si recò a Milano per assistere la figlia Beatrice, moglie di Ludovico il Moro, nel suo primo parto, portandosi dietro da Ferrara la levatrice di famiglia. Nell'estate dello stesso anno accompagnò Beatrice in una importante missione diplomatica a Venezia, dove cercò di fare gli interessi del padre Ferrante contro le minacce di una possibile invasione francese.

Subito dopo cominciò a soffrire per un'affezione di stomaco e morì l'11 ottobre 1493 a Ferrara. Per sua volontà fu seppellita nella nuda terra, sotto una semplice lastra di marmo, nel monastero del Corpus Domini che era solita frequentare quotidianamente in vita, scalza e con indosso solamente un saio da suora e il cilicio. Per la sua morte Battista Guarino compose un'Oratio funebris e altri componimenti furono fatti da Battista Mantovano e Carlo da San Giorgio; Bartolomeo Goggio compianse la sua morte nell'opera manoscritta De nobilitate humani animi.[2]

Aspetto, personalità e ruolo politicoModifica

 
Moglie di Asdrubale coi figli, 1490-1493 circa, Ercole de' Roberti, National Gallery of Art, Washington. Il dipinto, commissionato da Eleonora, rende omaggio al coraggio e alla virtù di Eleonora

Un cronista come Hondedio di Vitale la descriveva un po' astiosamente come donna: "De statura bassa e picola, grassa e grosa, lo volto largo, lo colo curto, più bruna che biancha, la bocha bicola, lo ochio negro e picolo, non molto ponposa del vestire: havea lo naxo picolo, uno puocho rivolto in suxo. Et era altiera e subita e tirana: lei facea gratie ma puoche, chi li parlava ala audiencia convenia stare in gienochiuni come se havesse adorato Dio e cusì lei voleva".

Di certo Eleonora era consapevole del proprio rango reale, molto superiore a quello del marito: era figlia di Ferrante d'Aragona, re di Napoli, e di Isabella di Chiaromonte, principessa di Taranto e sia pur in contumacia regina di Gerusalemme (altra donna energica, capace nel bel mezzo della guerra dei Baroni di travestirsi da frate francescano per attraversare la Campania, entrare nel campo nemico e avere un colloquio con suo zio il principe di Taranto, convincendolo ad abbandonare la causa angioina e determinando così di lì a poco la vittoria aragonese). Giovanni Sabadino degli Arienti ne ricordava soprattutto l’«aspecto regale», così innato che «qualuncha incognito l'havesse veduta, o sola, overo in compagnia de altre donne, non per distinctione de vestimente overo altri portamenti, ma solo per la maiestà delo aspecto che era in lei, senza dubio l'haverebbe iudicata regina».

Dalla madre, Eleonora non dovette ereditare solo l'energia e il gusto per l'ostentazione del rango, ma anche la determinazione di sostenere in tutto e per tutto la politica del marito, in una logica dinastica che portava la consorte a mettere tutte le proprie risorse al servizio della causa della famiglia acquisita, ovvero – in prospettiva – del nome che avrebbero portato i suoi figli. Era lei stessa a teorizzarlo con enfasi in una lettera del 15 aprile 1491 indirizzata proprio alla figlia Isabella, già marchesa di Mantova, dove dichiarava esplicitamente alla figlia che «chi ha marito et Stato bisogna che anche habi dele fatiche», e che preciso dovere di una principessa nei confronti dei propri figli fosse quello di «attendere a mantenirli et conservarli la roba et Stato, et fare le cose che siano necessarie ali subditi et citadini suoi secundo accade».

Sta di fatto che nei periodi in cui Ercole era lontano da Ferrara o ammalato, o troppo preso dai suoi progetti artistici e architettonici, era Eleonora che si occupava di ogni questione di governo, sbrigando personalmente anche gli affari più minuti, dalla gestione delle finanze al controllo degli officiali, dall'amministrazione della giustiza al disbrigo delle suppliche, curando i rapporti con gli enti ecclesiastici e l'aristocrazia cittadina e tenendo regolarmente udienze. Del resto era sua abitudine dare in modo regolare udienza a tutti, senza differenze tra appartenenti alla nobiltà o al popolo, quindi conosceva perfettamente i suoi sudditi, che a loro volta, anche quando la criticavano, non potevano non riconoscerne le qualità.

Un promemoria intitolato Recordi che facea la excellentia de Madama, per esempio, ce la mostra sovrintendere regolarmente all'operato degli officiali finanziari, controfirmando «de sua mane» le «liste dove se havea a dispensare dinari»; nonché controllare periodicamente l'attività delle Camere, masserie e castalderie del dominio, e dirigere personalmente l'accoglienza a corte degli ospiti di riguardo («andava alle camere delli forestieri in persona a vedere se erano bene ordinate et mettevali sopra sescalchi che intendesse se le brigate era bene atratade et che non fusse robate le robe»). Tant'è che la sua capacità di integrarsi nell'ambiente ferrarese, contribuendo in maniera determinante alla saldezza del potere estense, è un dato ampiamente sottolineato non solo dagli scrittori encomiastici (come Bartolomeo Goggio o Jacopo Filippo Foresti, per esempio), ma anche dai cronisti coevi, non necessariamente benevoli nei suoi confronti, ma concordi nel rilevarne il ruolo di primo piano sulla scena politica cittadina.

Alla sua morte, in particolare, il diarista Ugo Caleffini – che nel 1482 elencando i «Grandi» che «regnavano a Ferrara» aveva potuto mettere al primo posto proprio Eleonora – la evocava come:"Benivola al populo, per lo suo dare audientia al populo et spazare le facende di subditi del suo signore marito, et poi per le sue sanctimonie et bontade, però che viveva proprio da suora et faceva tante elimosine ad ogni religione et povertade, seu in vita sua havea facto, che era una meraviglia et cossa incredibile; et tanto bene havea gubernato il Stato del duca Hercule et cum amor de ogni persona che è incredibile".

Non è dunque un caso che le venissero dedicati ben due trattati sull'arte di governo – il De regentis et boni principis officiis di Diomede Carafa e il Canto del modo di regnare di Antonio Cornazzano, testi fra loro diversissimi (sorta di prontuario di consigli pratici l'uno, divagazione essenzialmente letteraria l'altro), accomunati però entrambi dall'attribuire alle principesse né più né meno che gli stessi compiti attributi al Principe, prescrivendo loro le medesime Virtù necessarie a qualsiasi sovrano indipendentemente dal suo sesso.

Eleonora si vedeva dunque apertamente riconosciuto un ruolo essenziale in quasi ogni ambito di governo, non solo in città ma in tutto il dominio.[11]

La sua fede religiosa era profondissima. Il cronista Caleffini è esplicito al proposito: «La Illustrissima Duchessa nostra è per certo tuta sancta. Speso se comunica. Ogni zorno sta in oratorio ad orare, quasi ogni zorno cum sore in li monasteri. Et fa tante elimosine che se mai non se poteria contare, credere ni savere et è certissimo. Et dà audienza al populo et spaza suplicatione et è accepta al populo ferrarese».[12]

Sabadino degli Arienti, pochi giorni dopo la morte della duchessa, ne tesse un elogio appassionato per il:"Magnifico governo,... la sua liberalità in... maritare donzelle, et de la sua munificentia in far richi paramenti a le chiese, et de la colenda sua affabilità in li boni religiosi et de doctrina ornati; che sono effecti da farsi senza ostaculo le ademantine porte del paradiso aprire".

Scrive Domenico Fava: "Di nessuna delle donne di Casa d'Este la Biblioteca Estense ci conserva tante attestazioni di onore e di omaggio quante sono quelle che si riferiscono ad Eleonora". Ludovico Ariosto la definì "saggia" e "pudica" nel suo Orlando furioso.[2]

Non mancò di attenzioni verso i figli, esigendo per loro la ricca educazione che lei stessa aveva avuto, costruendo per loro, con grande capacità diplomatica, matrimoni che diedero lustro e centralità alla Casa d'Este.[13]

Eleonora amava la musica e suonava l'arpa[2], era una scrittrice eloquente e mostrava una grande abilità politica quando scriveva lettere; ed insieme alle sue figlie, in particolare sua figlia Isabella, era considerata una nuova rappresentazione dello status tra le donne.[14]

MecenatismoModifica

 
Profilo di Eleonora, miniatura contenuta nella Genealogia dei Principi d'Este, 1471-1474, Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

Eleonora fu sempre animata da profondo interesse e simpatia per la cultura letteraria. Ebbe infatti modo di frequentare numerosi umanisti, poeti, uomini di lettere, e a molti di loro accordò protezione ed aiuti, e a volte autentica amicizia.

Per la sua stessa posizione di duchessa venne a trovarsi al centro del vivo universo culturale che ruotava intorno alla corte Estense. Volle il Guarino, Sebastiano dal Longo, Jacopo Gallino, Bellino Pezzolati come precettori dei propri figli. Fu in rapporti con Ludovico Carbone e Matteo Canale, che scrissero carmi per le sue nozze. Fu amica del Guarino, che le dedicò vari componimenti, come pure lo fu del Carbone e del Gallino. Il Guarino l'avrebbe poi fatta comparire come personaggio nel dialogo De Regno administrando. Frequentò Francesco Ariosto e Bartolomeo Goggio, che le dedicarono varie opere, e Carlo da San Giorgio, che le dedicò la traduzione del De nobilitate di Leonardo Bruni. Amante della musica fece venire a corte il maestro Iachetto di Lorena. Conobbe Tito Vespasiano Strozzi e Matteo Maria Boiardo. Protesse Bartolomeo Cavalieri e Antonio Cornazzano[2], che le dedicò Del modo di regere et di regnare[15]. Questo non è l'unico libro che è stato dedicato a Eleonora. A lei è stato dedicato anche Da Ladibus Mulierum (Elogio delle donne) di Bartolomeo Goggio.[16][17] Altro suo protetto fu l'umanista marchigiano Pandolfo Collenuccio, che da lei fu incoraggiato a scrivere il Compendio de le Istorie del Regno di Napoli. Nell'ambito di una politica essenzialmente economica, tesa a favorire gli ebrei, Eleonora volle anche incoraggiare Abramo Perizol a comporre il suo Maghem Abraam.

Eleonora possedette una ricca collezione di quadri e si servì dell'opera di numerosi artisti; commissionò tele al Mantegna e possedette quadri di Giovanni Bellini. Si servi dell'opera di cosmè Tura, Francesco Bianchi Ferrari, Antonio di Angiolo, Antonio Pochettino, Niccolò Monteleone, Sigismondo Morini, e soprattutto di Ercole de' Roberti, che da lei fu altamente stimato ed ebbe anche vari incarichi di fiducia.[2]

Nel 1477, dopo il tentativo fallito di Niccolò d'Este di conquistare il ducato deponendo Ercole I, Eleonora fece adattare con modifiche importanti la Torre Marchesana del Castello Estense, perché vi fossero sistemati i propri appartamenti privati. La decisione di Eleonora fu poi determinante per l'utilizzo della fortezza che ne sarebbe seguito, che trasformò una struttura militare-difensiva in luogo raffinato per gli alloggi degli Estensi e di alcuni membri della corte.[18] Infatti, per volere di Eleonora, la cosiddetta «Via coperta» (ovvero il corridoio sopraelevato che collegava il palazzo di corte alla rocca) fu provvista di un nuovo tetto lastricato; magazzini, camerini, cucine e guardaroba presero il posto di armerie e corpi di guardia; tutte le aperture dei camminamenti vennero murate per evitare che i bambini (Alfonso non aveva allora nemmeno due anni) vi cadessero per errore, e più generalmente fu tutta la mole trecentesca ad essere ingentilita da logge, finestre, balconi e giardini. Un grande giardino pensile, in particolare, fu costruito sopra tutta la cortina orientale del castello, intervento assolutamente originale e di forte pregnanza simbolica: lì dov'erano spalti e armigeri veniva ora costruito un locus amoenus, riservato agli svaghi delle dame. Un secondo giardino fu costruito a nord del castello, oltre il fossato, nel borgo di San Guglielmo: adorno di un ammiratissimo padiglione cui facevano corona fontane e loggiati, bagni e pergolati, nonché aiuole di fiori, cespugli di erbe odorose e alberi da frutta d'ogni genere, «alevati con egregia arte e similitudine che con penello da optimo pictore se potesse pore»: un piccolo paradiso in terra, «luoco celeste», come lo definiva Sabadino degli Arienti, paragonandolo al «bel zardino de Iohachino de Babilonia».

Quanto alle stanze vere e proprie di Eleonora, esse trovarono sede nell'ala orientale del castello (fra la torre Marchesana e quella dei Leoni), appositamente sopraelevata di un piano: il quartiere della duchessa comprendeva per lo meno una «sala grande», una camera nella torre Marchesana, una «guardacamera» con un soffitto dipinto “all'antica”, un camerino e un'altra stanza dipinti «a verdure», oltre a una camera della stufa e ad alcune stanze per le donzelle. Nel 1485, quando l'appartamento fu parzialmente ristrutturato, i documenti menzionano anche un «saloto de madama» adiacente a una «gixiola nova», «un saloto dale done», una «camara de madama» con annesso un «camarino segreto», un altro camerino contiguo e un oratorio. La «camera de madama» si apriva su un poggiolo marmoreo aggettante sul fossato, scandito da finestre e colonnine di legno con capitelli finemente scolpiti che reggevano un tetto piombato; sulla parete posteriore della stanza campeggiava un grande affresco con colonne giganti dietro cui si apriva illusionisticamente una veduta di Napoli. Dai giardini di Napoli raffigurati nel dipinto della città, la verzura si protendeva alle altre pareti della stanza circondando il poggiolo, in un gioco di rimandi fra realtà e finzione tanto più notevole in quanto precedente di oltre quarant'anni la decorazione illusionistica della Sala delle Prospettive nella Villa Farnesina.

Va sottolineato che l'operazione patrocinata da Eleonora ebbe un impatto tanto profondo quanto duraturo sulla configurazione degli spazi di corte: fu da questo momento in poi che tutto il baricentro della vita cortigiana prese gradualmente a spostarsi verso Nord, in qualche modo preco-nizzando la grande espansione urbana – la cosiddetta Addizione erculea – che avrebbe portato il castello, originariamente costruito a ridosso della cinta muraria, al centro della città. I figli di Eleonora, e in particolare Alfonso, che avevano seguito la madre nei suoi nuovi quartieri, avrebbero continuato a risiedervi e a trasformarli, e nel corso del cinquecento tutta la vita di corte si sarebbe trasferita in quella che sarebbe divenuta la grande reggia ducale, a scapito del vecchio palazzo signorile prospiciente il duomo, progressivamente abbandonato.

Seppure la documentazione in proposito sia molto lacunosa, è quanto mai probabile che tutta l’iniziativa e almeno parte del progetto di trasformazione del Castelvecchio in reggia siano stati gestiti direttamente da Eleonora, che dovette contribuire in maniera decisiva anche al finanziamento dei lavori, seguendo in prima persona il cantiere nei lunghi periodi d'assenza del marito. Così, per lo meno, indurrebbe a ritenere una notizia di qualche anno successiva: e cioè che nel 1491-1492 la duchessa abbia pagato di tasca propria la costruzione di una «stala nova», nonché la nuova copertura di «lastre» del castello, prelevando le somme necessarie da «li dinari dela dota». L'anno seguente alcune lettere da lei indirizzate a Ercole ce la mostrano alle prese con i preparativi per alloggiare degnamente sua figlia Beatrice (moglie di Ludovico il Moro) in visita a Ferrara.

Il Castello Estense di Ferrara e la Torre Marchesana del castello. Eleonora decise di far sistemare per sé e per i figli un nuovo appartamento nella Torre Marchesana del castello, iniziando di fatto la sua trasformazione in vera e propria reggia e in luogo raffinato per gli alloggi degli Estensi e di alcuni membri della corte, influenzando in tal senso la decisione successiva dello stesso duca

i lavori in castello non furono gli unici a essere stati diretti da Eleonora: non molti anni dopo, nel 1479-1480, fu proprio a lei, insieme all'ingegnere di corte Pietro Benvenuto degli Ordini, che Ercole I d'Este – allora di stanza a Poggio Imperiale come capitano generale della Lega fiorentina durante il conflitto scoppiato dopo la congiura dei Pazzi – affidò il compito di sovrintendere alla radicale ricostruzione del palazzo di corte. L'episodio, riportato da tutti i cronisti ferraresi del tempo, trova conferma in alcune lettere superstiti scambiate da Ercole ed Eleonora, in cui la duchessa informava il consorte di ogni dettaglio relativo al procedere dei lavori, mentre questi dal canto suo le spediva istruzioni e «disegni» di propria elaborazione, salvo spesso rifarsi alla capacità di giudizio di lei, in cui egli non perdeva occasione di ribadire tutta la propria fiducia.

Il ruolo svolto da Eleonora nella progressiva “curializzazione” del castello risulta tanto più significativo se si pensa che l'idea di adibire una rocca a propria residenza era assolutamente estranea ai costumi degli Este, i quali, fedeli alle matrici cittadine, comunali, della propria Signoria, prima di allora erano sempre stati avvezzi ad abitare in un complesso caratterizzato da un aspetto eminentemente “civile”, quasi mercantile; o tutt'al più a itinerare nelle loro tenute di campagna (le cosiddette “delizie”), che generalmente non avevano alcunché di militaresco. Certo, l'idea di fare di un castello urbano la sede della corte non era inedita nell'area padana. I Visconti l'avevano già introdotta a Pavia e a Vigevano sin dalla metà del Trecento, e Filippo Maria aveva passato trent'anni nel castello di Porta Giovia, oggi Castello Sforzesco; negli anni del Concilio di Mantova anche Ludovico Gonzaga, auspici Leon Battista Alberti e Mantegna, aveva avviato un analogo progetto nel castello di San Giorgio, e di lì a poco pure Galeazzo Maria Sforza avrebbe investito energie e denari nell'impresa di trasferire la propria corte nella rocca costruita da suo padre. Tuttavia, è probabile che nel momento in cui decise di traslocare i propri quartieri nel Castelvecchio, la duchessa di Ferrara si sia ispirata a una tradizione diversa, e per certi versi molto più antica: quella ben radicata nel Regno di Napoli già da prima di Federico II, e poi riaffermata negli anni '40 del Quattrocento con grande enfasi da Alfonso I d'Aragona, nonno di Eleonora, con la ricostruzione in forme rinascimentali del Castel Nuovo a Napoli, in cui il Magnanimo si era insediato con la propria corte dopo la conquista della città. In tal senso non potrebbe essere più eloquente la grande veduta di Napoli affrescata nella camera da letto della duchessa, la cui assonanza con la Tavola Strozzi può essere accidentale, ma rimane straordinariamente indicativa. Altre vedute di Napoli, per altro, sembra che si trovassero nelle stanze dei figli di Eleonora, nei rispettivi appartamenti, a dichiarare un'affinità che non rimaneva confinata alla sfera degli affetti familiari, ma ambiva evidentemente a manifestarsi anche nel modo più tangibile possibile, cristallizzandosi sul piano delle forme architettoniche.[11]

Nella cultura di massaModifica

DiscendenzaModifica

Eleonora ed Ercole I ebbero sette figli:

AscendenzaModifica

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Ferdinando I di Aragona Giovanni I di Castiglia  
 
Eleonora d'Aragona  
Alfonso V d'Aragona  
Eleonora d'Alburquerque Sancho Alfonso d'Alburquerque  
 
Beatrice del Portogallo  
Ferdinando I di Napoli  
Enrico Carlino  
 
 
Gueraldona Carlino  
Isabella Carlino  
 
 
Eleonora d'Aragona  
Deodato II di Clermont-Lodève Guglielmo IV di Clermont-Lodève  
 
Guillemette de Nogaret  
Tristano di Chiaromonte  
Isabella di Roquefeuil Arnaud III de Roquefeuil  
 
Jacquet de Combret  
Isabella di Chiaromonte  
Raimondo Orsini del Balzo Nicola Orsini  
 
Giovanna di Sabrano  
Caterina Orsini del Balzo  
Maria d'Enghien Giovanni d'Enghien  
 
Sancia del Balzo  
 

NoteModifica

  1. ^ https://it.m.wikisource.org/wiki/Orlando_furioso_(1928)/Canto_13
  2. ^ a b c d e f g h i https://www.treccani.it/enciclopedia/eleonora-d-aragona-duchessa-di-ferrara_%28Dizionario-Biografico%29/
  3. ^ Nicola Ferorelli, Il Ducato di Bari sotto Sforza Maria Sforza e Lodovico il Moro.
  4. ^ "Gli Este investirono molto, per quanto attiene tutto l'armamentario di rivendicazioni circa i titoli e le precedenze, nel matrimonio che aveva unito nel 1473 Ercole I con Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli Ferdinando I. Da quelle nozze era nato nel 1476 un fanciullo e, per «rinovatione del glorioso nome dell’avo della madre fu questo figliuolo nominato Alfonso: nome passato poi non senza conformità d’effetti nel nipote suo: che è il presente Duca di Ferrara». La casa ducale estense avrebbe annoverato in totale quattro duchi di nome Alfonso, oltre a diversi cadetti (legittimi o meno) ai quali sarebbe stato imposto il nome del lontano avo napoletano": A. Spagnoletti, Le dinastie italiane nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 296-297.
  5. ^ a b Michele Maria Vecchioni, Notizie di Eleonora e di Beatrice di Aragona figlie di Ferdinando 1 Re di Napoli maritate ... con Ercole 1., Duca di Ferrara, e di Modena, e con Mattia Corvino Re di Ungheria, di Michele Vecchioni ..., Napoli, A spese di Salvatore Palermo, 1791.
  6. ^ pp. 13-15, Ferrara al tempo di Ercole I d'Este: scavi archeologici, restauri e riqualificazione urbana nel centro storico della città (PDF), a cura di Chiara Guarnieri, Firenze, All'insegna del giglio, 2018, ISBN 9788878148246, OCLC 1090192268.
  7. ^ Franco Cazzola, Giuseppe Mantovano, Giovanni Batista Panatta, Piero Piccini, Maria Serana Mazzi, Anna Maria Visser Travagli, Alessandra Chiappini, Jadranka Bentini, Anna Maria Fioravanti Baraldi, Elena Corradini, Giovanna Degli Esposti, Gioia Meconcelli, Luciano Chiappini, Adriana Cavicchi, A tavola con il Principe, Ferrara, Corbo Editore, 1989, ISBN 8885668267.
  8. ^ Anonimo, Diario ferrarese.
  9. ^ Maria Serena Mazzi, Come rose d'inverno. Le signore della corte estense nel '400.
  10. ^ https://www.rijksmuseum.nl/en/search/objects?q=Aragon&p=1&ps=12&st=Objects&ii=3#/BK-16977,3
  11. ^ a b RM-Folin-Eleonora.pdf
  12. ^ https://rivista.fondazioneestense.it/it/1997/6/item/371-eleonora-daragona
  13. ^ https://cantiereestense.it/cantiere/donne-di-casa-deste-eleonora-daragona-le-fatiche-di-chi-ha-marito-e-stato/
  14. ^ Margaret Ann Franklin, Boccaccio's Heroines: Power and Virtue in Renaissance Society, 2006, p. 21.
  15. ^ "DIOMEDE CARAFA (1406?-1487), De Boni Principis Officiis [De Regentis Et Boni Principis Officiis], Translation from the Italian by BATTISTA GUARINI., su textmanuscripts.com.
  16. ^ George R. Marek, The Bed and the Throne: The Life of Isabella D'Este, New York, Harper & Row, 1976, p. 8.
  17. ^ Konrad Eisenbichler, The Cultural World of Eleonora di Toledo: Duchess of Florence and Siena, Taylor & Francis, 5 July 2017, p. 126–, ISBN 978-1-351-54517-4.
  18. ^ pp. 13-15, Ferrara al tempo di Ercole I d'Este: scavi archeologici, restauri e riqualificazione urbana nel centro storico della città (PDF), a cura di Chiara Guarnieri, Firenze, All'insegna del giglio, 2018, ISBN 9788878148246, OCLC 1090192268..
  19. ^ Gerolamo Melchiorri, Donne illustri ferraresi dal Medioevo all'Unità, a cura di Graziano Gruppioni, prefazione di Enrica Guerra, Ferrara, 2G Editrice, 2014, ISBN 978-88-89248-18-8.
  20. ^ Sigismondo d'Este è nato l'8 settembre 1480 come da Manoscritto di Bernardino Zambotto in Biblioteca Ariostea MS Classe I nr 470
  21. ^ Fonte Manoscritto Bernardino Zambotto citato pag 94 v mese marzo 1482

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