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Tambora
Sumbawa Topography.png
L'isola di Sumbawa con il Tambora
StatoIndonesia Indonesia
RegionePiccole Isole della Sonda
ProvinciaNusa Tenngara Occidentale, Reggenza di Bima-Reggenza di Dompu
Altezza2 850 m s.l.m.
Prominenza2 850 m
CatenaArco della Sonda, Cintura di Fuoco
CalderaDiametro 6-7 km; profondità 1 300 -1 400 m
Ultima eruzione2011-2012
Codice VNUM264040
Coordinate8°15′S 118°00′E / 8.25°S 118°E-8.25; 118Coordinate: 8°15′S 118°00′E / 8.25°S 118°E-8.25; 118
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Indonesia
Tambora
Tambora

Il Tambora o Tomboro[1] è uno stratovulcano dell'isola di Sumbawa, situata nell'arcipelago indonesiano della Sonda. Il vulcano è conosciuto per la devastante eruzione del 1815, una delle poche VEI-7 a memoria storica. Deve la sua origine alla subduzione della Placca australiana al di sotto della Placca della Sonda.

Conosciuto in tempi antichi anche come Aram,[2] prima dell'eruzione del 1815 l'edificio vulcanico era di dimensioni davvero poderose, innalzandosi tra i 4 000 e i 4 300 m s.l.m. e rendendosi all'epoca uno dei rilievi più alti dell'intero arcipelago indonesiano, superando il Kerinci, che con 3 805 m s.l.m. è attualmente il vulcano più alto dell'Indonesia. Con un'altezza massima di 4 300 m prima dell'eruzione del 1815, il Tambora era la 15ª montagna più alta al mondo per prominenza,[3] nonché il punto più alto di un'isola in assoluto.[4] Per la sua considerevole altezza era un punto di riferimento per i naviganti che lasciavano Bali navigando verso oriente, profilandosi elevato quanto il vulcano Rinjani, alto 3 726 m e molto più vicino.[5]

Oggi la montagna non supera i 2 850 m s.l.m.. Un terzo dell'altezza originaria è andato perduto a causa dell'evento eruttivo del 1815, e al suo posto esiste un'enorme caldera di 6-7 km di diametro. In quell'occasione vennero udite esplosioni terrificanti fino a 2 000 km di distanza dal vulcano; percepite scosse telluriche dovute a onde d'urto o al collasso della sommità; la cenere vulcanica ricoprì Borneo, Molucche, Giava, Sulawesi; tsunami alti fino a 4 m vennero generati dal contatto tra flussi piroclastici, che discendevano da ogni lato del monte, e l'acqua del mare che circonda la penisola di Sanggar; terribili tempeste d'aria, probabilmente dovute all'ascesa di aria riscaldata attorno alla montagna e conseguente vuoto ricoperto repentinamente da aria fredda, sradicarono ogni cosa nella penisola di Sanggar.[6]

L'eruzione provocò la distruzione dei Regni di Tambora, Pekat e Sanggar, che attorniavano il vulcano, a causa di tsunami e flussi piroclastici con vittime dirette fino a 10 000-12 000. Nell'intera Indonesia le vittime ammontarono a 117 000. Il totale dei morti in tutto il pianeta a causa degli sconvolgimenti climatici che seguirono, compreso l'anno senza estate, supera le 200 000 unità.[7]

Degli scavi archeologici nel 2004 hanno fatto rinvenire una casa totalmente bruciata con due cadaveri carbonizzati a testimoniare l'esistenza di regni perduti, tanto che si parla di "Pompei d'oriente".[8]

Il vulcanoModifica

Il Tambora è il secondo vulcano al mondo per indice di esplosività VEI, stimata a 7;[9] per tale motivo viene considerato uno dei vulcani più pericolosi sulla Terra.[10] Si trova nella zona di subduzione creata dal movimento della placca australiana verso una parte della zolla euroasiatica, in una zona nella quale si sono formati nel corso di millenni tre tra i più esplosivi e devastanti vulcani conosciuti: il Toba, il Tambora, il Krakatoa e il complesso vulcanico Samalas-Rinjani, che nel 1257 ha prodotto un'eruzione di entità paragonabile a quella del Tambora medesimo.[11][12] Tutti questi vulcani fanno parte della Cintura di fuoco, ovvero la zona geologicamente più attiva della Terra, con la massima concentrazione di terremoti e vulcani.

 
Raffronto tra le dimensioni del Tambora e quelle del Vesuvio
 
Caratteristiche tettoniche dell'Indonesia; la zona del Tambora è segnata dal numero "11"

Geografia e geologiaModifica

Il Tambora è ubicato nella penisola di Sanggar, nella parte settentrionale di Sumbawa, appartenente al gruppo delle Piccole Isole della Sonda. A nord della penisola di Sanngar, dominata dall'enorme vulcano, vi è il Mar di Flores, a sud la Baia di Saleh, lunga 86 km e larga 36 km. A occidente della penisola di Sanngar vi è l'isola di Moyo.

Il vulcano è parte dell'Arco della Sonda, un arco vulcanico che attraversa l'arcipelago indonesiano, il suddetto arco a sua volta è parte della Cintura di fuoco del Pacifico.[13] Si trova a 340 km a nord della Fossa di Giava e a 180 -190 km sopra la propria zona di subduzione di origine. L'isola di Sumbawa è fiancheggiata a nord e sud da crosta oceanica.[14] Il Tambora è generato dalla subsidenza della Placca australiana sotto la Placca della Sonda. Il tasso di subsidenza è pari a 7,8 cm per anno.[15]

Secondo alcune ricerche, il Tambora si sarebbe formato tra i 57 000 e i 43 000 anni fa.[16][17] L'esistenza di tanti crateri, che si innalzano fino a 150 m dal fondale della baia di Saleh, ha fatto supporre che un tempo la superficie della baia era al di sopra del livello del mare. Lo sprofondamento sarebbe accaduto in conseguenza del prosciugamento di una camera magmatica preesistente dovuto all'ascesa progressiva del vulcano Tambora. Anche l'isola di Moyo a ovest di Sumbawa sarebbe stata coinvolta dall'evento nella sua formazione, circa 25.000 anni fa.[16]

Una ricerca ulteriore avanza stime ben più elevate sull'età geologica della montagna, fino a 190.000 anni fa.[7] Secondo quest'ultima ricerca, il Tambora apparterrebbe a un grande complesso vulcanico che comprende il Tambora stesso e due edifici ancestrali, il Labumbum, a sud-est del Tambora, attivo tra 690.000 e 410.000 anni fa con eruzioni di natura prevalentemente effusiva (andesite), e il Kawinda Toi, a nord-est, sul corpo dell'attuale edificio vulcanico, attivo tra i 410.000 e 190.000 anni fa, con eruzioni a prevalenza basaltica. Il Tambora si sarebbe formato inizialmente come vulcano a scudo tra i 190.000 e 86.000 anni fa con eruzioni ad alto contenuto di silice, di natura effusiva. In seguito, il vulcano avrebbe alternato eruzioni effusive ed esplosive tra il cratere centrale e le decine di coni di scorie lungo i fianchi del vulcano, databili a partire da 80 000 anni fa. Alcuni di essi hanno dei nomi: Molo e Tahe, tra i 400  e gli 850 m s.l.m., sono i più imponenti coni di scorie, ubicati a est e separati da 3 km circa di distanza. Essi produssero eruzioni freato-magmatiche, ovvero esplosioni di vapore dovute all'interazione tra magma e le acque sotterranee. La morfologia del vulcano sarebbe così mutata assumendo la forma di uno stratovulcano o vulcano a cono, come testimoniano i fianchi del vulcano, ben più ripidi a partire da circa 1 800 m s.l.m. fino all'altezza stimata della montagna precedente all'evento del 1815, tra i 4 000  e i 4 300 m s.l.m..

Il Tambora ha prodotto rocce di trachibasalto e trachiandesite ricche in potassio. I prodotti emessi contengono fenocristalli di apatite, biotite, pirosseno, leucite, magnetite, olivina, plagioclasio; l'esatta composizione dei tipi di fenocristalli varia a seconda delle rocce.[13] I prodotti vulcanici del Tambora sono molto ricchi di rubidio, stronzio, anidride fosforica, in quantità maggiori di quelle del Rinjani, e sono leggermente più ricchi anche di zircone rispetto a quelli del vulcano di Lombok.[18]

GeomorfologiaModifica

 
Il vulcano Tambora come appare oggi, privo del cono sommitale collassato nell'eruzione del 1815
 
Pur avendo una forma conica simmetrica che lo ha reso celebre, il Fuji-san sembra possedere due picchi a causa del cratere Hōei
 
L'Elbrus è un ottimo esempio di monte con due vette gemelle, il nome stesso significa picchi gemelli

Prima dell'eruzione del 1815, il Tambora avrebbe avuto la morfologia di uno stratovulcano, con un cono simmetrico dall'altezza torreggiante sulla penisola di Sanngar stimata tra i i 4 000  e i 4 300 m s.l.m. e un singolo camino centrale, come il Fuji-san o il Popocatépetl.[19] Alcune ricerche ipotizzano che il vulcano possa aver avuto due picchi con una vetta orientale e occidentale[5][20][21]. L'eventuale seconda vetta potrebbe essere stata, in presenza di un solo camino che presuppone a sua volta un singolo cratere principale, solo un cono di scorie che per la sua elevazione e considerevole dimensione poteva essere identificato come un secondo picco; in questo caso il vulcano potrebbe aver avuto una morfologia simile al Taranaki col suo Fantham's Peak, che ne rompe la simmetria. Nel caso di picchi gemelli, con altezza e dimensioni simili, il vulcano sarebbe stato invece morfologicamente simile all'Elbrus. Seppure non esistano raffigurazioni del vulcano prima dell'evento del 1815, la comunità scientifica sostiene tacitamente l'ipotesi morfologica del singolo cono simmetrico, e pertanto viene classificato comunemente come stratovulcano.[22][23] La morfologia a due picchi è invece sostenuta dal botanico svizzero Heinrich Zollinger, che fu il primo scienziato a vedere la caldera dai suoi bordi nel 1847. Egli affermava che prima del 1815 il Tambora era a forma di cono, però con due sommità, una orientale e l'altra occidentale, visibili, a detta degli abitanti di Bima, da grandi distanze venendo dalla direzione di Batavia (Giacarta) con la stessa prominenza del Rinjani di Lombok, isola molto più vicina; ne deduce che la montagna doveva superare i 14 000 ft, pari a 4267,2 m s.l.m., e che se si vuole calcolare l'altezza del Tambora prima del 1815 si deve tenere conto della coesistenza di due vette. La sua stima è in linea con quella degli abitanti di Bima, da cui era a conoscenza che la montagna aveva perso più di un terzo dell'altezza originaria.[24] Dall'osservazione della caldera, egli ottiene la prova della preesistenza di due sommità da una sella che le avrebbe unite, probabilmente il valico a nord della caldera, e dal perimetro della parte orientale della caldera che non è in grado da solo, a suo dire, di racchiudere tutta la montagna. La convinzione di due picchi era forte per il botanico svizzero, al punto che sostenne l'esistenza di due crateri, di cui però ne osservava uno solo, ed elaborò persino una mappa di Sumbawa con due crateri del Tambora.[25] È da osservare però che Zollinger non era un vulcanologo o un geologo. Può essere preziosa la descrizione del rajah di Sanngar dell'eruzione del 10 aprile 1815 riportata da Sir Thomas Raffles nelle sue Memorie; egli parlò di tre colonne di fuoco che si innalzarono vicino alla cima del Tambora, apparentemente entro l'orlo del cratere.[26] È menzionata una sola cima identificata con un solo cratere da cui fuoriuscirono le tre colonne eruttive; considerando veritiere le supposizioni di Zollinger, si può pensare all'esistenza di un singolo cono simmetrico, coincidente col corpo principale del vulcano e avente il singolo camino centrale con al vertice il singolo cratere, affiancato da una seconda cima, forse meno elevata di modo che il rajah fosse indotto a parlare di una sola sommità identificata approssimativamente col cratere. L'eventuale seconda vetta potrebbe essere stata un grande cono di scorie oppure una semplice deformazione della montagna; ma si può anche pensare ai resti dell'antico vulcano Kawinda Toi, coperto dal più giovane Tambora nel corso della sua formazione. Ancora una volta, esempi congeniali potrebbero essere quello del Popocatépetl con il declivio detto El Albanico a nord-ovest,[27] oppure del Fuji per il il cratere Hōei. Da una certa prospettiva visiva e a grande distanza, anch'essi sembrano possedere due picchi pur avendo forma conica e un singolo cratere principale.

Inoltre, un solo cratere con una parete più alta ed una più bassa dà l'apparenza di due picchi a grandi distanze, come quello del Popocatépetl, il cui cratere ellittico, visto da Sud, mostra un bordo più alto ed uno più basso. Anche lo stesso Rinjani ha un cratere con un bordo più alto ed uno più basso, e da Est sembra avere due vette.

Grandi e vecchi stratovulcani, specie se particolarmente esplosivi/attivi, possono essere soggetti a cambiamenti morfologici a causa di coni di scorie, duomi di lava, persino parziali collassi dell'edificio vulcanico. Il Tambora è un chiaro esempio di vulcano sottoposto a tali trasformazioni; a dispetto di un'età geologica relativamente giovane, il vulcano esibisce numerosi e grandi rigonfiamenti a causa di duomi di lava lungo le pendici, in special modo in direzione Est e Sud-Est, spesso ricoperti da rigogliose foreste, nonché naturalmente i coni di scorie. Molti vulcani indonesiani, inoltre, presentano fratture che inducono ad ipotizzare degli eventi di collasso seppure parziali; lo stesso Tambora presenta una frattura larga fino a quasi 6 km sul versante Nord.

 
Il vulcano Arayat sembra possedere due picchi; in realtà è la frattura del suo cratere a dare tale impressione
 
Veduta della caldera del Rinjani; è possibile ammirare la gigantesca spaccatura del fianco Ovest del vulcano che dà l'apparenza di due vette, il lago Segara Anak e il cono secondario Barujari al centro

Secondo il vulcanologo Petroeschevsky, il Tambora era composto da un singolo cono il cui cratere presentava una frattura ai bordi, dando l'impressione di due sommità. Il vulcanologo russo definisce inaccurata la mappa di Zollinger per la rappresentazione di due crateri del Tambora.[28][21] In questo caso, un buon esempio potrebbe essere il vulcano filippino Arayat, oppure il vulcano Alaid nelle Curili o il Redoubt in Alaska. Congeniale anche quello del Rinjani del quale, dall'interno della caldera ove è presente il Segara Anak, è possibile contemplare l'inquietante spaccatura sul versante Ovest del vulcano.

Per la sua altezza il Tambora era un punto di riferimento per i naviganti, ed era visibile navigando verso est subito dopo aver lasciato Bali con una prominenza pari a quella del ben più vicino vulcano Rinjani, alto 3 726 m s.l.m..[29] Il suo diametro è pari a 60 km.[13]. Il suo volume supera i 1 000 km³.[30] L'eruzione ha provocato il collasso della sommità lasciando una gigantesca caldera tra i 6 - 7 km di diametro, 1.300-1.400 m circa di profondità e l'altezza massima di 2 850 m s.l.m..

 
I bordi della caldera del Tambora; al centro sono visibili i depositi piroclastici Brown Tuff, emessi tra 5.900 e 1.200 anni fa e sovrastati dal materiale dell'eruzione del 1815

Storia eruttivaModifica

Con il metodo del radiocarbonio sono state confermate tre eruzioni del Tambora durante l'Olocene, sebbene la loro entità è sconosciuta. Esse sono datate a 3910 ± 200 anni a.C., 3050 a.C. e 740 ± 150 anni d.C. Erano tutte eruzione esplosive dal cratere centrale, ma la terza, a differenza delle prime due, non ha prodotto flussi piroclastici.

Dai depositi di materiale rinvenuti lungo i bordi della caldera sono state inoltre constatate due formazioni piroclastiche, Black Sands e Brown Tuff, i cui depositi, rispettivamente, possiedono uno spessore di 100 m e 5-10 m; Black Sands, che rappresenta l'inizio di un'attività a prevalenza esplosiva, deve essere stata depositata tra 10.000 e 5.900 anni fa in conseguenza di eruzioni freatico-magmatiche, mentre Brown Tuff, dalla bassa attività pliniana, è stata prodotta a intermittenza tra 5.900 e 1.200 anni fa secondo la tecnica del radiocarbonio ed è l'evento precedente l'eruzione del 1815. I due depositi sovrastano strati di lava effusiva, dello spessore di 300 m che, a loro volta, riempiono in larga parte una precedente caldera formatasi 43.000 anni fa circa in conseguenza di un grande evento esplosivo-ignimbritico che distrusse in tutto o in parte uno stratocono ancestrale alto circa 4 000 m, un'altezza simile a quella dell'attuale vulcano prima dell'eruzione del 1815. Tale antica caldera ha un diametro di 4 -5 km, estendendosi dal picco forestale a Sud-ovest fino al picco dell'intera montagna, ed è asimmetrica a quella del 1815. Il vulcano odierno si ricostruì proprio grazie agli anzidetti flussi di lava a partire da 10.000 anni fa e alle due formazioni piroclastiche successive, prodotte da eruzioni esplosive. Pare che al momento del grande evento del 1815 la prima caldera non fosse stata riempita del tutto e ciò avrebbe influito sulla deposizione del materiale della grande eruzione.[17][19][31][32][33]

Nel 1812 il Tambora divenne fortemente attivo, con emissioni di cenere dalla sommità, esplosioni e scosse telluriche, segnali precursori dell'eruzione parossistica del 1815. L'eruzione del 1815 è una delle poche eruzioni VEI-7 degli ultimi 2 000 anni. Ebbe inizio ad aprile e, con esplosioni sempre più a intermittenza, terminò in luglio, sebbene emissioni di vapore e nubi di cenere vennero osservate fino al 23 agosto.

Segue un'eruzione VEI-2 nel 1819; successivamente un nuovo evento, anch'esso catalogato come VEI-2, datato tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, produce il cono di scoria dentro la caldera chiamato Doro Afi Toi, e un'eruzione nel ventesimo secolo, anch'essa entro i confini della caldera.[34]

 
Vista della caldera, dai 6-7 km di diametro

Il Tambora è ancora attivo, come hanno testimoniato piccoli eventi tellurici ed emissioni di vapore nel 2011.[35][36] Sembra che a quest'ultimo evento è dovuta la formazione di un duomo di lava interno alla caldera, il Doro Api Bou.[37]

Le dinamiche dell'eruzioneModifica

Prima del 1812, il Tambora è rimasto quiescente (ovvero inattivo, non spento) per almeno un migliaio di anni; nessuna eruzione precedente è stata testimoniata dall'uomo. Il vulcano ha avuto così un enorme arco temporale per accumulare la pressione sufficiente a scatenare una delle eruzioni più potenti mai testimoniate dall'uomo.

Durante la quiescenza, la camera magmatica era composta da rocce di trachibasalto, tra cui magnetite, olivina e plagioclasio, con contenuto di acqua dal 3% fino al 6% circa a seconda delle profondità, rispettivamente a 1,5 km e almeno 4,5 km; l'acqua era satura nel primo caso e inizialmente non satura nel secondo. La profondità di almeno 4,5 km è richiesta affinché la pressione fosse abbastanza elevata da saturare la trachiandesite. Le temperature dovevano essere di 900 -1 100 °C. Tali rocce si evolsero dalla cristallizzazione dei magmi in un sistema aperto. Il processo comportò, fondamentalmente, l'evoluzione del trachibasalto in trachiandesite. Il sistema aperto implicava l'intrusione di rocce di natura alcalina, di natura acida, che reagivano col materiale preesistente in concomitanza con un progressivo raffreddamento della camera fino a 700 °C. Ciò comportava, da un lato, l'espansione e il rinforzo della camera con materiale viscoso, dall'altro la solidificazione delle pareti della stessa con la formazione di un guscio attorno che chiuse il sistema; nel frattempo la cristallizzazione proseguiva finché il materiale all'interno non assunse la composizione vetrosa della trachiandesite alla temperatura di circa 850 °C (presumibilmente la stessa temperatura del materiale eruttato) con contenuto di acqua di circa il 6%, evolvendosi in un fluido viscoso con una sovra-pressione di 4 000 - 5 000 bar.

L'eruzione dovette essere conseguenza del collasso delle pareti della camera magmatica dovuto all'accumulo abnorme di pressione. È possibile che il collasso non sia avvenuto repentinamente; a testimonianza di questo il raffreddamento lento della camera, nonché l'assenza di attività vulcanica fino al primo evento del 5 aprile, preceduto da fenomeni solo sporadici a partire dal 1812. Ma all'avvio delle prime fasi del collasso il processo si accelerò repentinamente; rafforzato dalla viscosità del materiale liquido, culminò prima con l'esplosione del 5 aprile e infine col parossismo ipersonico del 10 aprile che potrebbe avere disintegrato in tutto o in parte la parte sommitale del vulcano, svuotò la camera magmatica e generò la formazione della caldera.[13]

L'eruzione del 1815 ed eventi precursoriModifica

Eruzione del 1815
Il cratere del Tambora visto dall'alto.
VulcanoTambora
StatoIndonesia
Quota/eTra 4000 e 4300 m s.l.m.
Durata~90 giorni
Prima fase eruttiva5 aprile 1815
Ultima fase eruttiva15 luglio 1815
Metri cubi100-175 miliardi
Caratteristiche fisicheFlussi piroclastici, tsunami, terremoti, caldera
VEI7 (ultra-pliniana)

Nel 1812 il Tambora si risvegliò dallo stato di quiescenza con boati e nubi oscure provenienti dal cratere.[5]

Nel dicembre del 1814 la nave da crociera Ternate constatò a grande distanza delle immense colonne di fumo dal vulcano; il loro diametro era così grande che, in un primo approccio, vennero identificate con parti dell'edificio vulcanico stesso.[38]

Il 5 aprile 1815 si ebbe il primo fenomeno eruttivo con boati che vennero uditi fino a Makassar nelle Sulawesi (oggi Celebes), alla distanza di 380 km, a Batavia (oggi Giacarta) in Giava a 1 260 km, a Ternate sulle Isole Molucche a 1 400 km dal Tambora.

Il seguente 6 aprile 1815, al mattino, cadde cenere vulcanica a Giava Orientale; i boati si susseguivano deboli e a intermittenza fino al 10 aprile. Il 5 aprile le esplosioni vennero identificate con l'utilizzo di artiglieria distante con conseguente mobilitazione di truppe a Giacarta; ma la caduta della cenere vulcanica il giorno successivo fece constatare che la causa delle detonazioni era un vulcano.

Il 10 aprile 1815 incominciava la fase parossistica dell'eruzione. Il luogotenente britannico delle Indie Orientali Olandesi, Sir Thomas Stamford Raffles, è prezioso nel raccogliere testimonianze di chi vi assistette.

La descrizione seguente del rajah (capo-tribù) di Sanngar, sopravvissuto per miracolo, è la più dettagliata. Alle 7:00 circa della sera del 10 aprile 1815, tre distinte colonne di fuoco eruppero dal cratere del Tambora, si unirono a grande altezza caoticamente mentre il vulcano diveniva una massa di "fuoco liquido". Alle 8:00 circa incominciava a piovere pomice di dimensioni fino a 20 cm per poi, alle 9:00 circa, essere la volta della cenere vulcanica. Alle 10:00 un violento turbine, probabilmente una descrizione non scientifica di flussi piroclastici oppure tempeste d'aria a causa di aria fredda che colmava violentemente il vuoto di aria calda meno densa sollevatasi per l'aumento di temperature, distruggeva Sanngar, a circa 30 km dal vulcano. Era la fine anche degli altri due regni di Tambora e Pekat, spariti dalla storia. Le onde alte fino a 4 m circa (12 piedi) dovrebbero essere state generate da esplosioni freato-magmatiche dovute al contatto tra l'acqua del mare e i flussi piroclastici al raggiungimento delle acque. Dalla mezzanotte fino alla sera dell'11 aprile tremende esplosioni vennero udite con chiarezza fino a Sumatra, a Bengkulu, alla distanza di 1 800 km, a Muko-Muko a 2 000 km, forse persino a Trumon, a 2 600 km di distanza dal vulcano. Inoltre ad ampia scala la superficie si scuoteva terribilmente a causa di onde d'urto prodotte dalle potenti esplosioni o di onde di cedimento per il collasso della cima del Tambora e la formazione della caldera. La cenere oscurò il cielo fino a Giava Orientale e Sulawesi Meridionale, mentre un odore nitroso era percepibile a Batavia.

Le esplosioni, dalla sera dell'11 aprile 1815, divennero intermittenti e sempre meno potenti, cessando del tutto il 15 luglio.[39] Fino al 23 aprile era impossibile vedere la sommità a causa di nubi di fumo, allo stesso modo le pendici del vulcano continuavano a fumare.[40]

Lungo alcune aree costiere della penisola di Sanngar, specialmente quelle sud-orientali, è possibile constatare gigantesche depressioni circolari. Dovrebbero essere crateri di esplosioni freato-magmatiche al momento dell'interazione tra le colate piroclastiche e l'acqua marina; se si pensa che esse raggiunsero le acque da tutti i lati della penisola, è possibile che dalle esplosioni si sia generata un'immensa coltre semi-circolare di ceneri di decine di chilometri di diametro lungo l'intera penisola.[29]

L'entità dell'eruzioneModifica

L'eruzione del 1815 è stata, a detta dei vulcanologi, una delle più potenti, almeno dalla fine dell'ultima Era glaciale; l'emissione di ceneri fu, quantitativamente, circa 100 volte superiore a quella dell'eruzione, pur rilevante, del monte Sant'Elena del 1980, e fu maggiore anche di quella della formidabile eruzione del Krakatoa del 1883.

Le stime sulla quantità di materiale eruttato variano considerevolmente: dagli improbabili 1 000 k ai probabili 100-175 k, con ~25 k di ignimbrite piroclastica. Il tasso di flusso di massa è compreso in un range tra 5 × 105  e 8 × 106 m³/s. Il volume del cono sommitale andato perduto doveva essere pari ad almeno 30 k.[5][41][42] La densità delle ceneri cadute a Makassar era di 636 kg/m³.[43] L'eruzione ha immesso nella stratosfera 60-80 megatoni di anidride solforosa, ovvero 3-4 volte la quantità della medesima dell'eruzione del Pinatubo nel 1991, che pure è stata la più grande eruzione del XX secolo. Nella statosfera la sostanza si ossida e forma acido solforico, il quale si condensa formando piccole goccioline di aerosol di solfato. Questo oscura la luce solare ed è la causa primaria del sconvolgimento climatico su scala globale che seguì negli anni successivi. La circolazione tropicale favorisce ulteriormente la sua diffusione su scala planetaria[7]. La camera magmatica è stata svuotata provocando il collasso del cono simmetrico del vulcano, alto fino a 4.300 m; ne resta una caldera immensa di 6-7 km di diametro e 1 300 -1 400 m di profondità; la sua altezza minima è di ~2 300 m sul lato sud-orientale, quella massima di ~2 850 m su quello orientale; ne consegue che il vulcano ha perso la bellezza di ben 1.300-2.000 m d'altezza sul livello del mare. Con questi incredibili numeri, l'eruzione del 1815 è una delle poche VEI-7 avvenute a memoria d'uomo.

Le esplosioni terminarono il 15 luglio, ma emissioni di vapore e nubi di cenere vennero osservate fino al 23 agosto. Fiamme e forti scosse di assestamento, invece, furono testimoniate ad agosto 1819, quattro anni dopo l'evento principale, e se ne possono considerare come delle propaggini finali.

La vegetazione dell'isola di Sumbawa è stata interamente distrutta da cenere, colate piroclastiche; alberi stradicati sono stati trasportati con prorompenza nelle acque formando zattere fino a 5 km di diametro.[5] Una zattera di pomice è stata rinvenuta nell'Oceano Indiano, vicino Calcutta, tra l'1 e il 3 ottobre 1815.[29]

 
La dispersione delle ceneri emesse dall'eruzione; il forte orientamento delle ceneri verso occidente, descrivendo una curiosa ellisse, trova spiegazione in fenomeni monsonici[29]

L'energia prodotta dall'evento è davvero strepitosa: ~1,4 x 1020 J rilasciati in totale. Se si pensa che 1 tonnellata di tritolo rilascia ~4,2 x 109 J, ne consegue che l'eruzione sviluppò energia pari a 33 miliardi di tonnellate di tritolo, l'equivalente di ben 2,2 milioni di bombe atomiche Little Boy. Tra la notte del 10 e dell'11 aprile, difatti, si udirono continuamente esplosioni fino a migliaia di chilometri di distanza, vale a dire che ognuna di quelle detonazioni doveva avere una potenza di decine di megatoni. In altri termini, l'energia dell'eruzione era pari all'intero consumo di energia degli Stati Uniti in un anno, o a un quarto del consumo mondiale di energia.[44] Altre stime parlano di 1,2 x 1027 erg, equivalenti a un'esplosione di 30.000 megatoni.[13] La colonna eruttiva raggiunse nella stratosfera un'altezza pari o superiore ai 43 km.[29] Le particelle di cenere più grosse sono cadute da una a due settimane dopo le eruzioni, mentre le particelle più fini sono rimaste nell'atmosfera per mesi o anni a un'altitudine di 10-30 chilometri. I venti longitudinali diffondono queste particelle fini intorno al globo, creando suggestivi fenomeni ottici. Tra il 28 giugno e il 2 luglio, e tra il 3 settembre e il 7 ottobre 1815, a Londra, in Inghilterra, si vedevano spesso tramonti e crepuscoli prolungati e dai colori brillanti. Più comunemente, i colori rosa o viola apparivano sopra l'orizzonte al crepuscolo e arancione o rosso vicino all'orizzonte.[5]

Effetti locali e regionali: vittime e conseguenzeModifica

Con la distruzione dei tre regni attorno al Tambora, Pekat, Sanngar e Tambora, per i flussi piroclastici e i conseguenti tsunami, le vittime dirette dell'eruzione ammontano a ~12.000, secondo i rapporti conservati nelle memorie di Sir Thomas Raffles.[45] Indirettamente, per malattie e fame dovute alla distruzione delle piantagioni, a Sumbawa si registrarono fino a 38.000 decessi, assenza di cibo e malattie eliminarono fino alla meta della popolazione dell'isola. Ma fame e malattie si diffusero fino a Lombok e Bali provocando, rispettivamente, 44.000 e 25.000 morti. Il totale delle vittime mietute nell'intera Indonesia ammonta a circa 117.000. Il totale dei morti indiretti, a livello mondiale, per gli sconvolgimenti climatici globali a cui seguirono fame e carestie, ammonta a più di 200.000 unità.[7]

Le vittime del solo tsunami, provocato dall'interazione tra flussi piroclastici e acqua marina, ammonterebbero a ~4.600.[46]

I rapporti che provenivano dalla regione colpita furono desolanti. Sono conservati nel giornale asiatico di quegli anni e, ancora una volta, nelle memorie di Sir Raffles. Un ufficiale del Dispatch incontrava il rajah di Sanngar e informava che Sanngar era quasi totalmente distrutta, raccolti compresi, la popolazione in larga parte sterminata e ciò che restava era sommerso dalla cenere.[47]

Il luogotenente Philipps, giunto a Sumbawa per soccorsi umanitari, definì la situazione a Dompu e Bima scioccante e fu testimone di miseria inimmaginabile con innumerevoli cadaveri e sopravvissuti affamati. Rapportava inoltre di gravi fenomeni di dissenteria, dovuta all'interazione tra acqua e cenere, a Bima, Dompu e ciò che restava di Sanngar e per la quale numerosi erano i morti tra la popolazione e il bestiame. I sopravvissuti a Dompu cercavano a stento sussistenza da diverse specie di palme e papaye.

A Sumbawa Besar furono rinvenute delle imbarcazioni disseminate nell'entroterra a causa degli tsunami, fiancheggiate da numerosi morti.

Rapporti ulteriori informano che l'unico villaggio sopravvissuto fu quello di Tempo, con 40 abitanti; tra i villaggi di Pekat e Tambora, su un totale di ~12.000 individui, solo 5-6 sono scampati agli effetti diretti dell'eruzione. Miracolosamente, sono riusciti a sopravvivere due uomini e due donne, rifugiatisi su una piccola altura vicino il villaggio di Tambora; con loro, l'hanno scampata anche pochi alberi.[48]

Effetti globaliModifica

 
Concentrazioni di zolfo datate nel decennio 1810-1820 nelle carote di ghiaccio della Groenlandia centrale. L'eruzione del 1810 non è identificata

L'eruzione del 1815 rilasciò da 10 a 120 milioni di tonnellate di zolfo nella stratosfera, provocando sconvolgimenti climatici a livello globale. Il metodo più efficiente è quello delle carote di ghiaccio, che può fornire dati molto interessanti sui cambiamenti climatici del passato.

Nella primavera-estate del 1816, un velo persistente di aerosol fu osservato negli Stati Uniti nordorientali, descritto come "nebbia secca". Tale fenomeno non era ordinario, erano visibili perfino le macchie solari a occhio nudo.[29]

Nell'emisfero settentrionale vi furono condizioni climatiche estreme, tanto che il 1816 fu denominato "anno senza estate". Le temperature globali decrebbero di un intervallo tra 0,4 e 0,7 °C.[5] Altre stime parlando di raffreddamento globale tra 1 °C e 2,5 °C con punte di 10 °C in alcune zone.[7] Ne seguirono fenomeni meteorologici estremi: si pensi che dopo il 4 giugno 1816, in Connecticut, vi furono vere e proprie gelate, mentre freddo pungente colpiva il New England; il 6 giugno nevicava ad Albany e Dennysville. Tali condizioni, persistendo per almeno i tre mesi successivi, devastarono le colture del Nord America; anche il Canada subiva freddo estremo: neve fino al 10 giugno cadde a Quebec, accumulandosi fino a 10 cm.[29] Quell'anno divenne il secondo anno più freddo nell'emisfero settentrionale dal 1400,[49] mentre il decennio che incominciava nel 1810 fu quello più freddo mai registrato, anche a causa di altre attività vulcaniche, in concomitanza a quella del Tambora.[50] Le anomalie della temperatura superficiale durante le estati del 1816, 1817 e 1818 erano, rispettivamente, -0,51, -0,44 e -0,29 °C.[49]

Insieme con un'estate più fredda, alcune parti d'Europa hanno vissuto un inverno più tempestoso e i fiumi Elba e Ohře si sono congelati per un periodo di dodici giorni nel febbraio 1816. Di conseguenza, i prezzi di grano, segale, orzo e avena sono aumentati drammaticamente nel 1817.[51] Queste anomalie climatiche sono state citate come le ragioni per la gravità dell'epidemia di tifo 1816-19 nel sud-est Europa e nel Mediterraneo orientale. Inoltre, un grande numero di capi di bestiame morì nel New England durante l'inverno del 1816-1817, mentre temperature fresche e forti piogge portarono a mancati raccolti nelle isole britanniche. Le famiglie in Galles hanno viaggiato per lunghe distanze come rifugiati, chiedendo cibo. La carestia era diffusa nel nord e nel sudovest dell'Irlanda, in seguito al fallimento dei raccolti di grano, avena e patate. La crisi è stata grave in Germania, dove i prezzi alimentari sono aumentati bruscamente. Dimostrazioni nei mercati dei cereali e nelle panetterie, seguite da rivolte, incendi dolosi e saccheggi, hanno avuto luogo in molte città europee. Fu la peggiore carestia del diciannovesimo secolo.[29]

Tra le conseguenze più curiose, pare che debba ascriversi all'eruzione del 1815 l'invenzione della bicicletta: fu dovuta alla necessità di sostituire agli animali da trasporto, preda del freddo e della fame, un mezzo veloce e incondizionato.[52] Anche i tramonti rossi e gialli di William Turner nonché la nascita del famoso Frankenstein sembrano essere parto dell'eruzione.[53][54]

È stato ipotizzato che l'eruzione del Tambora possa avere avuto conseguenze storiche su una battaglia epocale come quella di Waterloo per le condizioni climatiche avverse incontrate dalle truppe di Napoleone.[55] È possibile inoltre che, in un continente devastato dalle guerre napoleoniche, l'anno senza estate e relativi fenomeni estremi siano stati fattori aggravanti di una situazione già negativa, conducendo ai moti rivoluzionari del 1820-21.

Interpretazioni misticheModifica

L'eruzione è stata attribuita all'ira di Dio, Allah, in termini di divina retribuzione, per vendicare l'uccisione di un hadji o sceicco chiamato Seid Idrus.[2] Nei giorni precedenti il grande evento Seid Idrus, originario di Bengkulu, giungeva nel regno di Tambora per motivi commerciali; quando questi si intrattenne per pregare in moschea, constatò la presenza di un cane nel luogo sacro, un vero abominio per l'Islam, e, nonostante seppe che il cane appartenesse al rajah (capo) stesso di Tambora, ordinò di farlo picchiare definendo diavolo e infedele chiunque profani il tempio del Signore. Quando il rajah di Tambora seppe questo, si infuriò e fece macellare il suo cane, facendolo poi servire per cena allo sceicco mascherato da capra. A cena ultimata il rajah indusse Seid Idrus, convinto di avere mangiato carne di capra, alla scoperta dell'inganno domandandogli il perché avesse mangiato carne di cane impuro; ma fu una manovra per aizzare una lite e così indurre il popolo ad osteggiare lo sceicco. Questi venne trascinato sul vulcano, percosso con pugnali e lance, lapidato e, infine, gettato in una fossa. Pare proprio che mentre gli assassini erano sulla via del ritorno in città, il vulcano cominciò ad eruttare provvidenzialmente; pareva che il fuoco inseguisse gli assassini ovunque andassero, fino al villaggio di Tambora stesso, che dopo essere stato sepolto dal fuoco sprofondava negli abissi, e ciò venne interpretato come intervento soprannaturale di Allah quale vindice della morte ingiusta di un suo virtuoso fedele, ma è stato ipotizzato un ruolo fortemente incisivo del folclore locale per giustificare aristocrazie musulmane oppure per contaminare la memoria di regni avversari con cui si era spesso in guerra.[25][56] Tutto questo è espresso in un poema scritto nel 1830:

(ID)

«Bunyi bahananya sangat berjabuh Ditempuh air timpa habu Berteriak memanggil anak dan ibu Disangkanya dunia menjadi kelabu

Asalnya konon Allah Taala marah Perbuatan sultan Raja Tambora Membunuh tuan haji menumpahkan darah Kuranglah pikir dan kira-kira»

(IT)

«Il suo rumore rimbombava rumorosamente Torrenti di acqua mista a cenere discendevano Bambini e madri piangevano e urlavano Credendo che il mondo stesse andando in cenere

Venne detto che la causa fu l'ira di Dio Onnipotente All'atto del Re di Tambora nell'assassinare un degno pellegrino, spargendo il suo sangue avventatamente e senza riguardi»

Tra le altre curiose interpretazioni della catastrofe, alcuni locali parlarono di una lotta tra Jin (il loro demonio) e le anime di defunti in prova tra le montagne prima di accedere in paradiso[57], oppure di matrimoni celesti con l'impiego di artiglieria sovrannaturale per i festeggiamenti.[58]

Scavi archeologiciModifica

L'eruzione del 1815 annientò i tre regni di Tambora, Pekat e Sanggar.

Nell'estate 2004 un team guidato da Haraldur Sigurdsson, un vulcanologo islandese, incominciava gli scavi archeologici nell'area. Dopo sei settimane, sono riusciti a portare alla luce evidenze di abitazioni 25 km a ovest della caldera, nelle profondità delle foreste, ma a 5 km dalla costa. Il team incominciò gli scavi di ben 3 m di depositi di cenere e pomice utilizzando il georadar, constatando una piccola casa bruciata che conteneva i resti di due adulti, ciotole di bronzo, vasi di ceramica, attrezzi di ferro e altri manufatti.[59] Le ricerche rivelarono che è stato il calore del magma a carbonizzare gli oggetti. Sigurdsson e il team proclamarono di avere rinvenuto la "Pompei d'Oriente".[60][61] I media comunicarono al grande pubblico l'esistenza del "Regno Perduto di Tambora".[62][63]

Sigurdsson espresse l'intenzione di tornare nell'area l'anno successivo al fine di ritrovare i resti dei villaggi e un palazzo.[59] Molti villaggi sono stati convertiti all'Islam nel XVII secolo, sebbene le strutture scoperte non sembrano averne ricevuto influsso.[62] Sulla base di alcuni elementi, come gli artefatti in bronzo e le porcellane finemente decorate, di origine vietnamita o cambogiana, la squadra concluse che si trattava di commercianti benestanti.[62] La gente di Sumbawa venne conosciuta nelle Indie Orientali per i loro cavalli, il loro miele, la ricerca di sandali per incenso e medicamenti, di Biancaea sappan (una pianta tropicale asiatica) per coloranti rossi. L'area doveva essere molto produttiva dal punto di vista dell'agricoltura.[59]

La lingua del popolo di Tambora è andata invece perduta completamente. I linguisti hanno esaminato materiale lessicale dai rapporti di Zollinger e Sir Raffles stabilendo che essa non appartenesse, come ci si aspettava, al gruppo delle lingue austronesiane, ma forse era una lingua isolata; probabile che fosse parte delle lingue paupasiche a 500 km o più a oriente.[64]

EcosistemaModifica

 
La savana che attornia il Tambora con il vulcano sullo sfondo sovrastato da nubi
 
Immagine della savana attorno al vulcano
 
Trichoglossus moluccanus, una specie di uccello che abita l'area del Tambora

Un team guidato dal botanico svizzero Heinrich Zollinger giunse a Sumbawa nel 1847. Il loro obiettivo fu quello di studiare l'area dell'eruzione e i suoi effetti sull'ecosistema locale. Egli fu la prima persona dopo l'eruzione ad ascendere la caldera, che persino nel 1847 era ancora coperta di fumo. Mentre Zollinger saliva, i suoi piedi affondavano più volte attraverso una sottile crosta superficiale in uno strato caldo di zolfo simile a polvere. Allora era possibile constatare la ricrescita di parte della vegetazione, persino gli alberi sui fianchi più bassi.

Una foresta di Casuarina fu notata tra 2.200 e 2.550 m d'altezza nonché praterie di Imperata Cylindrica.[65]

Nell'agosto 2015 un team del Georesearch Volcanedo Germany seguì lo stesso tragitto di Zollinger nel 1847. A causa della lunghezza della distanza da percorrere a piedi, delle temperature in parte molto alte e della mancanza di acqua, è stata una sfida particolare per il team di Georesearch Volcanedo.[37]

Gli insediamenti nell'area incominciarono a partire dal 1907, una piantagione da zucchero fu stabilita nel 1930 nel villaggio Pekat sui fianchi nord-occidentali. Una densa foresta pluviale di Duabanga moluccana (alberi endemici indonesiani) è cresciuta tra i 1.000 e i 2.800 m d'altezza; copre un'area fino a 80.000 ettari. Fu scoperta da un team olandese, guidato da Koster a de Voogd nel 1933. Dai loro resoconti, incominciarono il loro tragitto in un "paese abbastanza sterile, asciutto e caldo", e poi entrarono in una "possente giungla" con "giganti enormi e maestosi della foresta". A partire dai 1.100 m gli alberi divennero più sottili. Sopra i 1.800 m trovarono piante da fiore Dodonaea viscosa dominate da alberi Casuarina. Sulla vetta erano sparse Leontopodium nivale e Wahlenbergia.

Una ricerca del 1896 registra 56 specie di uccelli che comprendevano Zosteropidae, uccelli dai tipici occhi bianchi. Seguirono altre ricerche e vennero trovate altre specie di uccelli fino a 90 specie diverse, comprese Cacatua sulphurea, Zoothera, Gracula, Gallus varius, Trichoglossus moluccanus; erano specie destinate all'avicoltura dai locali. Il Megapodius reinwardt era destinato invece a essere cibo. Tuttavia, l'avicoltura è stata praticata spregiudicatamente e Cacatua sulphurea è a rischio estinzione a Sumbawa.[66]

Nel 1972, nell'area ha incominciato a operare una compagnia commerciale di diboscamento in grado di minacciare la foresta pluviale. La compagnia ha il permesso di diboscare 20.000 ettari, pari al 25% del totale. Altre parti della foresta pluviale sono usate come territorio di caccia. Tra le due aree c'è una riserva naturale ove è possibile trovare cervi, bufali indiani, maiali selvatici, pipistrelli, molti rettili e altri uccelli[2]. Nel 2015, l'area è stata dichiarata parco nazionale a tutela dell'ecosistema.[67][68]

Oggi, l'area che circonda il vulcano è costituita da savana a est e sud, da foreste pluviali a ovest e nord.

 
Il Macaca fascicularis è un mammifero che vive nella giungla del Tambora

Escursionismo e naturalismoModifica

Accanto a vulcanologi e sismologi che monitorano costantemente l'attività del vulcano, il Tambora è un'area di interesse per biologi e archeologi. La montagna attrae anche per escursionismo a piedi e attività naturalistiche,[69] sebbene non esiste turismo di massa.[2] Le due città più vicine sono Dompu e Bima. I villaggi lungo le pendici del vulcano sono Sanngar, a 30 km di distanza a est della montagna, Doro Peti e Pesanggrahan nella parte nord-occidentale, Calabai a ovest.

Ci sono due itinerari principali per ascendere il vulcano. Il primo incomincia nel villaggio Doro Mboha a sud-est della montagna e segue una strada asfaltata attraverso piantagioni di Anacardium occidentale fino a 1.150 m; termina nella parte meridionale della caldera a 1.950 m, da dove è possibile ascendere alla caldera solo a piedi. In un'ora da lì è possibile giungere ai bordi della medesima, di solito serve come campo base per poter monitorare il vulcano.

Il secondo itinerario ha inizio dal villaggio di Pancasila a nord-ovest della montagna, all'altezza di 740 m, ed è accessibile solo a piedi; si percorrono ben 16 km in circa 14 ore prima di giungere alla caldera, con diverse soste durante il cammino;[70] è chiaramente l'itinerario più impegnativo.

Durante le escursioni è possibile ammirare una natura selvaggia con densa giungla e animali come il Varanus salvator, il Pitone reticolato, l'Accipiter, il Megapodius reinwardt, l'Edolisoma dohertyi, il Lichmera indistincta, il Lichmera lombokia, il Cacatua sulphurea, lo Zosterops wallacei, il Philemon buceroides, il cinghiale, Rusa timorensis, il Macaca fascicularis.[71]

 
Il fondo della caldera con emissioni di vapore
 
I bordi della caldera

Esplorazione della calderaModifica

Gli scienziati Zollinger (1847), van Rheden (1913) e W.A. Petroeschevsky (1947) furono i primi ad ascendere la caldera osservandola con tutta probabilità solo dai suoi bordi; ognuno di essi elaborò un'analisi sul vulcano.

Il botanico svizzero Heinrich Zollinger, il primo ad ascendere la caldera nel 1847, ne fa una descrizione accurata. Egli menziona il piccolo lago verde-giallastro sul fondo della caldera deducendone le basse temperature, constata delle emissioni di gas lungo i bordi, la forma ovale a est e ovest della caldera e il valico a nord che ne unisce la parte orientale e occidentale.[25]

Seguì l'ascesa della montagna da parte degli altri due scienziati, van Rheden e il vulcanologo russo W.A. Petroeschevsky, rispettivamente nel 1913 e 1947.

Nel 2013, un team di ricerca tedesco (Georesearch Volcanedo Germany) ha effettuato per la prima volta una spedizione più a lungo nella caldera, profonda circa 1.300 m, e con l'aiuto di locali, giunsero a discendere i bordi meridionali sperimentando condizioni estreme. Una scienziata del team è stata la prima donna europea e mondiale ad aver conquistato le pareti interne del vulcano.

Il team stette all'interno della caldera 9 giorni. Solo in pochi casi il piano della caldera è stato esplorato, per la ripidità dei bordi, il pericolo di frane, movimenti tellurici. Fino a ora, degli studi completi sono stati impossibili a causa di problemi logistici che hanno permesso solo soste molto brevi. Le ricerche del Georesearch Volcanedo Germany hanno incluso analisi degli effetti visibili di piccole eruzioni successive all'evento del 1815, dei gas, di flora e fauna, raccolta di dati meteorologici.

Particolarmente sorprendente è stato constatare l'alta attività del Doro Api Toi ("Gunung Api Kecil" significa "piccolo vulcano") nella parte meridionale della caldera, e l'emissione di gas ad alta pressione lungo la parte inferiore della parete nord-orientale.

Inoltre il team scoprì vicino al Doro Api Toi un duomo di lava mai menzionato negli studi scientifici, denominato Adik Api Toi ("Adik" significa fratello più giovane), per poi essere in seguito chiamato Doro Api Bou ("nuovo vulcano"). Questo duomo di lava deve essere stato prodotto nel 2011-2012, quando vi furono registrazioni di scosse telluriche e probabilmente vi fu attività vulcanica all'interno della caldera, ma non esistevano allora dati attendibili per il fondo della caldera.

Nel 2014 il Georesearch Volcanedo Germany ha effettuato una nuova spedizione nella caldera permanendo oltre 12 giorni lungo il suo piano.[37]

Monitoraggio del vulcanoModifica

Nel 2011 il Tambora dava segni di un possibile risveglio, poi fortunatamente scongiurato, tramite eventi tellurici all'interno della caldera da Aprile con picchi di 15-20 scosse al giorno a Settembre, mentre ad Agosto si osservava una densa colonna di fumo bianca alta fino a 2.000 m d'altezza sopra i bordi della stessa; segni che il vulcano è ancora attivo e merita di essere monitorato.[35][36]

La popolazione indonesiana si è incrementata rapidamente dopo l'eruzione del 1815. Nel 2010 la popolazione contava 238 milioni di unità circa, di cui il 57,5% è concentrata sull'isola di Giava.[72] Un evento vulcanico della portata del 1815, è stato ipotizzato, metterebbe in pericolo circa 8 milioni di persone.[73]

L'attività sismica in Indonesia è monitorata dal Direttorato di Vulcanologia e Mitigazione del Pericolo Geologico col monitoraggio del vulcano nel villaggio Doro Peti.[74] A essere adoperati sono stati i sismometri. Non sono stati rilevati incrementi sismici dopo l'eruzione del 1880. Tenuto in particolare sott'occhio è il cono di scoria Doro Api Toi.[74]

Il Direttorato ha prodotto una mappa di gestione delle emergenze con una zona di pericolo e una zona di prudenza. La prima identifica le aree che dovrebbero essere sottoposte agli effetti diretti di un'eruzione, quali flussi di lava o flussi piroclastici; comprende la caldera e i suoi dintorni fino a 58,7 km² ove ogni abitazione è proibita. La zona di prudenza identifica l'area soggetta a effetti indiretti quali lahar, cenere e pomice; comprende i villaggi di Pasanggrahan Doro Peti, Rao, Labuan Kenanga, Gubu Ponda, Kawinda Toi, Hoddo, per un totale di 185 k. È anche incluso un fiume, chiamato Guwu, nella parte meridionale e nord-occidentale del vulcano nella seconda area.[74]

Effetti di un'eruzione VEI-7 su piccola e larga scalaModifica

 
Alcune eruzioni VEI in scala, comprese quelle del Tambora (1815) e del Pinatubo (1991)

Ma è chiaro che un'eruzione della portata di quella del 1815 avrebbe, di nuovo, conseguenze globali.

Uno studio effettuato nel 2017 ha simulato gli effetti di un'eruzione VEI-7. Sono stati presi in considerazione effetti diretti e indiretti. Tuttavia, è azzardato ipotizzare scenari certi nell'eventualità di un'eruzione di quella portata, ancora più lo è il quando. Il modello di riferimento è l'eruzione recente del Pinatubo del 1991, che con soli 10 k di materiale eruttato ha abbassato la temperatura globale di 0,1 -0,2 °C.[75]

Tra gli effetti diretti sono stati menzionati i flussi piroclastici. Nelle eruzioni più violente, essi possono viaggiare fino decine di chilometri dal vulcano, nei casi più estremi hanno rasentato il centinaio di chilometri di distanza dalla fonte dell'eruzione; quelli del Tambora giunsero fino a Sanngar, distante 30 km circa dal cratere. Se il vulcano è ubicato in una penisola, oppure è un'isola vera e propria, i flussi piroclastici, giungendo in mare, possono produrre tsunami per esplosioni freato-magmatiche; anche in questo caso il Tambora non si smentisce in quanto, circondato dal mare, ha prodotto tsunami fino a 4 m d'altezza. Cenere e pomice nei dintorni del vulcano possono ricoprire la superficie per diversi metri, diminuendo proporzionalmente alla distanza, ma la cenere, depositandosi, può provocare il collasso di fabbricati anche a lungo raggio. Da considerare l'eventualità di ghiacciai prossimi alla sommità, ne deriverebbero lahar in grado di devastare le aree limitrofe pesantemente. Gli effetti diretti di una VEI-7 da soli possono distruggere potenzialmente, in un mondo ben più denso demograficamente, milioni di persone.

Tra gli effetti indiretti sono considerati problemi relativi al traffico aereo a causa della pesantissima emissione di cenere, con incidenti in grado di costare molte vite e con forti ricadute economiche, anche solo per la riparazione dei componenti danneggiati dalla cenere. Inoltre, la cenere può provocare l'arresto di energia elettrica data la vulnerabilità dei trasformatori, uno degli effetti più gravi in considerazione della forte dipendenza dall'energia elettrica; incerti invece gli effetti su computer e semiconduttori, apparentemente resistenti a meno che la cenere non sia umida. Veicoli e macchinari risultano probabilmente molto vulnerabili anche se ben protetti; i primi lo sono alla cenere nei motori, i secondi all'abrasione, che può provocare l'arresto di alimentazione di intere infrastrutture. Paradossalmente, la complessità dell'odierna società è in grado di aggravare gli effetti di una VEI-7 rispetto ai secoli precedenti; nel passato le comunità erano più o meno autosufficienti, oggi la logistica è in grado di trasportare alimenti con celerità per prevenire le carestie, ma resta pur sempre vulnerabile.

Tra i rimedi, per quanto riguarda gli effetti diretti poco può essere fatto a oggi, se non l'evacuazione della popolazione residente nelle aree più prossime. Anche relativamente agli effetti indiretti e a lungo termine e raggio ancora poco si può fare, ma è necessario trovare una soluzione interdisciplinare a più settori della società.[76]

NoteModifica

  1. ^ (EN) Global Volcanism Program, Tambora (264040), in Venzke, E. (a cura di), Volcanoes of the World, v. 4.8.1, Smithsonian Institution, 2013, DOI:10.5479/si.GVP.VOTW4-2013. URL consultato il 18 luglio 2019.
  2. ^ a b c d (EN) Bernice de Jong Boers, Mount Tambora in 1815: A Volcanic Eruption in Indonesia and Its Aftermath, in Indonesia (Cornell University Press), vol. 60, Ottobre 1995, pp. 37-60, DOI:10.2307/3351140.
  3. ^ (EN) Pre-1815 World Top 50 by Prominence [Historic] - Peakbagger.com, su www.peakbagger.com. URL consultato il 15 luglio 2019.
  4. ^ (EN) Pre-1815 World Island High Points above 2 000 m [Historic] - Peakbagger.com, su www.peakbagger.com. URL consultato il 15 luglio 2019.
  5. ^ a b c d e f g (EN) Richard B. Stothers, The Great Tambora Eruption in 1815 and Its Aftermath, in Science, vol. 224, nº 4654, luglio 1984, pp. 1191-1198, DOI:10.1126/science.224.4654.1191.
  6. ^ (EN) William K. Klingaman, Nicholas P. Klingaman, Tambora Erupts in 1815 and Changes World History, su scientificamerican.com, 1º marzo 2013. URL consultato il 15 luglio 2019.
  7. ^ a b c d e (EN) Achmad Djumarma Wirakusumah e Heryadi Rachmat, Impact of the 1815 Tambora Eruption to global climate change, in IOP Conference Series Earth and Environmental Science, vol. 71, nº 1, giugno 2017, p. 012007, DOI:10.1088/1755-1315/71/1/012007.
  8. ^ (EN) 'Pompeii of the East' discovered, su news.bbc.co.uk, 28 febbraio 2006.
  9. ^ Global Volcanism Program | Volcanoes of the World | Large Holocene Eruptions
  10. ^ 10 Vulcani più Pericolosi del Mondo, su Travel365. URL consultato il 18 luglio 2019.
  11. ^ (EN) Franck Lavigne, Jean-Philippe Degeai, Jean-Christophe Komorowski, Sébastien Guillet, Vincent Robert, Pierre Lahitte, Clive Oppenheimer, Markus Stoffel, Céline M. Vidal, Surono, Indyo Pratomo, Patrick Wassmer, Irka Hajdas, Danang Sri Hadmoko, and Edouard de Belizal, Source of the great A.D. 1257 mystery eruption unveiled, Samalas volcano, Rinjani Volcanic Complex, Indonesia, in Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America, vol. 110, nº 42, 15 ottobre 2013, pp. 16742-16747, DOI:10.1073/pnas.1307520110. URL consultato il 18 luglio 2019.
  12. ^ (EN) Céline M. Vidal, Jean-Christophe Komorowski, Nicole Métrich, Indyo Pratomo, Nugraha Kartadinata, Oktory Prambada, Agnès Michel, Guillaume Carazzo, Franck Lavigne, Jessica Rodysill, Karen Fontijn,Surono, Dynamics of the major plinian eruption of Samalas in 1257 A.D. (Lombok, Indonesia), in Bulletin of Volcanology, vol. 77, nº 73, 8 agosto 2015, DOI:10.1007/s00445-015-0960-9.
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BibliografiaModifica

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