Utente:PersOnLine/uso dell'articolo

La scelta tipo di articolo determinativo/indeterminativo dipende dal contesto comunicativo, come visto sopra,

Determinativo Indeterminativo
maschile femminile maschile femminile
Singolare il lo (l’) la un uno una
Plurale i gli le dei degli delle
Partitivo

In grammatica, l'articolo è una particella proclitica, cioè un particella priva di accento proprio (atona) che si appoggia nella pronuncia alla parola successiva, con cui lega indissolubilmente formano un unico gruppo fonetico (la casa > /la'kasa/) nella catena del parlato. Ciò spiega perché l'articolo, pur essendo sintatticamente dipendente dal sostantivo per quanto riguarda l'accordo, dipenda per la scelta della forma (forte/debole; ridotte) dalla sostanza fonetica dell'attacco della parola immediatamente successiva, che non necessariamente coincide col nome cui si riferisce, essendo possibile l'inserimento tra articolo e sostantivo di vari elementi postarticolari: possessivi, aggettivi, avverbi e participi.

Quadro morfologicoModifica

Gli articoliModifica

L'articolo determinativoModifica

Gli articoli determinativi italiani – nell’ordine canonico: il, lo, la, i, gli, le – hanno la peculiarità, rispetto alle altre lingue romanze, di avere al maschile due coppie di varianti allomorfe, una singolare (il/lo) e una plurale (i/gli), e al femminile due forme singole, sempre una singolare (la) e una plurale (le), alle quali andrebbero aggiunte le rispettive forme ridotte.

Le varianti allomorfe maschili presentano oggi una distribuzione complementare, che vede in il e i, praticamente, le due forme standard e predominanti nell’uso, cioè quelle genericamente previste in ogni contesto fonetico, tranne quelli in cui, invece, l’uso consolidato ha ormai fissato lo e gli, cioè davanti a:

  1. vocale (l’anno, l’eroe, l’inno, l’oro, l’unno) o semiconsonante (l’uomo, lo iodio);
  2. s complicata (lo scoglio), nessi consonanti insoliti (/ks/, lo xilofono; /pn/, lo pneumatico; /ps/, lo psicologo; /pt/, lo pterodattilo; ecc.) o comunque estranei alla fonotassi italiana;
  3. fonemi autogeminanti: z sorda (/ʣ/, lo zaino /lod’ʣaino/) o sonora (/ʦ/, lo zio /lot’ʦio/), /ʃ/ (lo sciame /loʃ’ʃjame/), /ɲ/ (lo gnomo /loɲ’ɲomo/), e /ʎ/ (lo gliommero /loʎ'ʎɔmmero/);[N 1]

inoltre, solo al plurale, gli è di norma davanti a:

  1. dei (gli dei, con raddoppiamento fonosintattico, /ʎid'dei/), plurale di dio.[N 2]

Se oggi il numero di occorrenze di il e i e nettamente superiore rispetto a quello dell'omologo lo e gli, nell'italiano più antico la si situazione decisamente diversa. Le forme primigenie dell'articolo maschile erano, infatti, lo, per il singolare, e l'ormai disusato li, per il plurale; entrambe provenienti dall'aferesi del dimostrativo volgare latino ([il]lu e [il]li): secondo Rohlfs, per un processo di sincope avvenuto all’interno di sintagmi sintatticamente, e quindi anche foneticamente, molto coesi (per (il)lu muro > per lo muro; per (il)li campi > per li campi). Il, e i e gli nascono presto da queste forme primigenie, ma nell'uso inizialmente limitati al contesto fonetico che li ha originati: il (o allora più frequentemente 'l) e i dopo vocale e prima di consonante[1]; gli davanti a consonante. Rohlfs riconduce la parallela nascita di il e i a una prima incidentalmente comune forma comune 'l – derivata da due distinti processi di sincope (ove lo sole tace > ove 'l sole tace; ove li campi > ove ’l campi) –, poi quasi immediatamente differenziati in parte con l'aggiunta di una i- (o e-, da cui l'arcaico el) d'appoggio, anche per tendere l'articolo meno vincolato al contesto fonetico, e in parte con la sua sostituzione con i (o e')[N 3]; gli deriva, invece, più tardivamente da una comune processi di palatizzazione di li in posizione prevocalica (/li alberi/ > /ʎi alberi/), per altro anche il naturale esito della doppia elle latina (-ll-) in posizione intervocalica.[2][3]
Nell’italiano più antico, quindi, la distribuzione degli articoli prevedeva: lo e li quali varianti più diffuse e possibili in tutti i contenti fonetici – al singolare anche elisa davanti a vocale (l'), ma non obbligatoriamente –; il e i, in alternanza con el ed e' (graficamente anche é o e[4]), quali loro varianti concorrenti ma solo in posizione posvocalica e preconsonantica – al singolare spesso in forme afererica ('l) sopratutto in presenza di un forte legame sintattico con la parola precedente, come una preposizione –. Durante primi secoli, la distribuzionale degli articoli muta progressivamente, assestandosi solo ai primi del ‘500 con la stesura delle prime grammatiche volgari. L’uso di il e i[N 4], svincolati – il primo gradualmente, il secondo rapidamente – dal loro contesto originario, si estende a un maggior numero di casi, prima come semplici variabili concorrenti minoritarie, poi prevalenti; parallelamente lo e li regrediscono nell’uso, rimanendo preferiti contesti particolari: dopo consonante (specialmente -r) e, particolarmente lo, in principio di frase. Gli, invece, incomincia a essere usato davanti a consonante.[5]
Nel '500 inizia una prima stabilizzazione dell’uso dell’articolo, in particolar modo sulle indicazioni contenute nelle Prose del Bembo: il e i davanti a consonante (z- compresa), e lo (opportunamente eliso) e gli davanti a vocale e s complicata (/ʃ/ compreso);[N 5] dell’uso di lo (e probabilmente anche gli) davanti a /ɲ/ e /ʎ/ si trova, invece, traccia nella più tarda (XVII sec.) grammatica del Cinonio, le Particelle, lasciando comunque intendere un uso posteriore.[N 6] Li, però, non è ancora scomparso e, assieme a lo, resiste tenacemente dopo consonante, tanto da essere quasi prescritto dopo per e messer; lo, inoltre, non è sempre rispettato davanti a s complicata.[5]
Un quadro distribuzionale più simile all'odierno si assesterà solo durante l'800, con un più netto attestarsi di lo davanti a z- e /j/ (allora in forma elisa l')[6][7] e di gli davanti a z- e s complicata – è possibile infatti trovare in scrittori dell'Otto- e primo Novecento esempi quali «i stemmi» (Foscolo) o «il zappatore» (Leopardi)[8] –; e l'abbandono , dopo per, di lo e li, quest'ultimo anche definitivamente dalla lingua burocratica.[5] La forma i dei, oggi non tollerata, era assai frequente nella tradizione letteraria («esaltato avea fin sopra i dei», Orlando furioso XXIII).[9]. Tracce di tali usi "anomali" si possono ancor oggi regolarmente trovare in alcune forme cristallizzate: perlopiù e perlomeno (in passato non univerbate: per lo più, per lo meno, assieme a per lo meglio/peggio), nel detto «avuta la grazia, gabbato lo santo»[7][10]; e li è talvolta ancora in auge nell'uso burocratico tra luogo e data.
La relativa "recentezza" dell'attuale sistema distribuzione è alla base delle oscillazioni che ancora si registrano, particolarmente nell’italiano non sorvegliato o contaminato da influenze dialettali, seppur con differenti gradi di tollerabilità e di marcatezza diatopica. Frequente è la sovraestensione di il e i davanti pn- (il pneumatico, i pneumatici), ps- (il psicologo, i psicologi), /ɲ/ (il gnocco, i gnocchi[N 7]), /j/ (il iodio, i iuniores), z- (il zaino, i zulù), nel settentrione, /ʃ/ (nel scendere le scale)[N 8]; poco tollerato è, invece, lo davanti a s + semiconsonante /w/ o /j/ (*lo suocero, *lo siero).[7][8][11]

Le forme del femminile la e le non hanno forme concorrenti, ma davanti a vocale possono essere elise (l’alba, molto meno comune l’erbe).
Dal punti divisa etimologico, derivano anch'essa dai dimostrativi latini (IL)LA e (IL)LE, ma non presentano alcun aspetto storico peculiare.

L'articolo indeterminativo e partitivoModifica

Data la presenza di limitazioni, in italiano gli articoli indeterminativi e i partivi concorrono congiuntamente alla qualificazione dei sintagmi indefiniti secondo una distribuzione perfettamente complementarmente:

  • un(o), una per i sostantivi singolari numerabile;
  • del, dello, della per i sostantivi (singolari) non numerabili
  • dei, degli, delle per i sostantivi plurali;

Entrambe le due serie di partitivi, ovviamente, si comportano come le rispettive preposizioni articolate, varianti elise comprese

Uno è la forma dell’indeterminativo maschile; si presenta di norma intero davanti a:

  1. i semiconsonatica /j/ (uno iato)
  2. s complicata (uno scoglio), nessi consonanti insoliti (/ks/, uno xilofono, /pn/, uno pneumatico, /ps/, uno psicologo, /pt/, uno pterodattilo), o comunque estranei alla fonotassi italiana;
  3. fonemi autogeminanti: z sorda (/ʣ/, uno zaino /unod’ʣaino/) o sonora (/ʦ/, uno zio /unot’ʦio/), /ʃ/ (uno sciame /unoʃ’ʃjame/), /ɲ/ (uno gnomo /unoɲ’ɲomo/), e /ʎ/ (uno gliommero /unoʎ'ʎɔmmero/).[N 1]

In tutti gli altri casi, invece apocopato, (un, sempre senz’apostrofo): un albo, un insegnante (maschile), un uomo, un cane, un tronco, ecc.
Anticamente le possibilità d’uso della forma apocopata e intera erano molto più libere: un poteva trivarsi davanti a s complicata[8][12] («un spirto» Dante, Inf. XXIX v.20); tale libertà si ritrova ancor oggi in certe oscillazioni, molto più tollerate rispetto al determinativo, davanti a /j/ (un(o) ione), /ɲ/ (un(o) gnocco), /pn/ (un(o) pneumatico) e /ps/ (un(o) psicologo).[13][8]
Una è la forma dell’indeterminativo femminile, di norma elisa (un', sempre con apostrofo) davanti a vocale: un’alba, un’insegnante (femminile).
Etimologicamente l’articolo indeterminativo deriva dal numerale latino UNUM ‘uno’, tramutatosi in articolo per l’attenuamento dell’originario significato numerico, che rimane comunque implicito nei suoi usi, dato, per esempio, che non può essere usto coi sostantivi plurali.[12][14]

L’articolo partitivo, costituito dalle forme articolate della preposizione di, fa le veci dell’indeterminativo coi:

  • (del, dello, della) sostantivi esprimenti un concetto non numerabile (nomi massa; astratti);
  • (dei, degli, delle) sostantivi plurali.

Essendo l’indeterminativo, per sua natura, impossibile coi referenti non numerabili (dell’acqua, del coraggio) o plurali (dei cani), in italiano si ricorre al partitivo per ovviare a tale carenza. Le forme singolari fanno le veci dell’indeterminativo coi sostantivi non numerabili, estendendo praticamente il loro senso di ‘una parte di’ (dell’acqua = ‘una parte di acqua’), mentre le forme plurali suppliscono alla mancanza di forme plurali proprio dell’indeterminativo (un cane abbaia vs dei cani abbaiano), come ad esempio si trovano in spagnolo.

In quanto articolo, anche il partitivo può essere usato in combinazione con le preposizioni semplici, con alcune restrizioni:

  • con di è incompatibile (*di dei cani): volgendo una frase al plurale si ricorre solamente alla preposizione articolata (l’abbaiare di un cane vs l’abbaiare dei cani) lasciando che il senso di indeterminatezza del referente venga veicolato dal concetto di specie.
  • con le altre preposizioni la combinazione è sempre teoricamente possibile, ma nei fatti piuttosto limitata con in (avvertita spesso come costruzione anomala: ?in dei casi del genere)[15]

Per ragioni stilistiche le grammatiche solitamente sconsigliano la combinazione prep. + part., suggerendo, a seconda dei casi, l’omissione dell’articolo (non sempre possibile) o l’uso dell’indefinito alcuni, tuttavia «il significato non è esattamente lo stesso»[16] poiché l’aggettivo alcuni veicola una indeterminatezza specifica[15] (è stato sbranano da dei cani vs è stato sbranato da alcuni cani)

Le forme ridotte dell'articoloModifica

Nell’uso concreto, le «forme piene» dell’articolo subiscono correntemente delle alterazioni, grafiche (l’, gl’, un(‘)) o fonetiche (/l/, /ʎ/, /un/) – quest’ultime più frequenti –, originando vere e proprie «forme ridotte» per via di fenomeni di elisione, apocope (solo per l’indeterminativo maschile) e, marginalmente, aferesi. L’uso di tali forme, a seconda del caso, può definirsi: obbligatorio, possibile e/o raccomandabile, oppure marcato stilisticamente o diamesicamente.

Al singolare, le forme ridotte del determinativo, l’ (elisione di lo o la), e dell’indeterminativo, un e un’ (rispettivamente troncamento di uno, sempre senz’apostrofo, ed elisione di una, sempre con apostrofo), sono da considerarsi obbligatorie al maschile e «sempre raccomandabil[i]»[17] al femminile, davanti a vocale e alla semiconsonante /w/ (l'uomo)[N 9]; non /j/ per cui ormai prevalgono le forme piene.
L’elisione degli articoli femminili, per quanto preferibile – secondo il DOP, comunque, obbligatoria davanti a vocale tonica –, viene talvolta omessa per ragioni di chiarezza o, opinabilmente, per conferire maggiore formalità. L’omissione è frequente quando la vocale dell’articolo risulta essere l’unico indizio sul genere (reale) del sostantivo: ciò può accadere, nello scritto e nel parlato, con l’articolo determinativo (la onorevole, solo fem., vs l’onorevole, masc. o fem.), ma con l’indeterminativo solo nel parlato, in quanto nello scritto anche l’apostrofo può supplire a tale l’azione disambiguante (un onorevole, masc., vs un’onorevole, fem.). Nella parlato l’elisione può essere evitata davanti ad a- atona quando ingenera equivoci, come, ad esempio, nelle coppie antinomiche originate da a- privativo (la asimmetria /la.asimme’tria/ vs la simmetria /lasimme’tria/ omofono di l’asimmetria /lasimme’tria/).[18][13] La mancata elisione senza particolari motivazioni si riscontra, comunque, anche nello stile letterario, ma soprattutto è comune nell’uso burocratico o nello scritto che ne far il verso nella ricerca di una maggiore formalità; tale abitudine talvolta si estende nell'uso orale, ma ne può discendere una pronuncia innaturale o affettata.
Davanti a /j/, la forma piena del determinativo maschile (lo) è ormai ben salda «nell’uso scritto» e «nella codifica grammaticale»[19]; quella elisa (l’) invece è marcata per desuetudine (l'Ionio), benché diffusa in passato, ma rimane comunque obbligatoria quando i- mantiene il suo statuto vocalico (l’Io: /’lio/)[N 10]. Al femminile sono invece possibili soltanto le forme piene la e una (la iena, una iena).
Nell’italiano più antico, l’elisione di lo non era obbligatoria (lo usignolo)[N 11], e anzi si potevano trovare l'aferesi dalla parola successiva se iniziante per in- (lo ‘nferno, lo ‘ncenso), con conseguenti varianti arcaiche in on- (onferno, oncenso) per «agglutinazione e falsa deglutinazione» (lo ‘nferno > lonferno > l’onferno).[20] In poesia, inoltre, è stata a lungo frequente l’aferesi di il (’l) «dopo vocale di parola strettamente unita»[21], particolarmente coi monosillabi forti.[22]
Relativamente agli indeterminativi, invece, va segnalato che nel parlato non formale possono registrarsi, per influsso dialettale, episodiche aferesi della u- (è uno spreco /ɛnos’prɛko/; è una pera: /ɛna’pera/), che graficamente verrebbero rese con l’apostrofo (‘no, ‘na).[23]. La nasale del troncamento un, inoltre, si adatta foneticamente alla consonante seguente, assimilandone il luogo di articolazione: davanti a bilabiale (/b/ o /p/) infatti si pronuncia /m/ (un po': /um’pɔ/).

Al maschile plurale, gli ha comunemente pronuncia elisa /ʎ/ avanti a vocale (gli altri: /’ʎaltri/; gli italiani: /ʎita’ljani/) o semiconsonante (gli uomini: /’ʎwɔmini/; gli iugeri: /ʎi’uʤeri/, con vocalizzazione di /j/, o /‘ʎuʤeri/[24]), ma nella pronuncia più accurata solo /ʎi/ (/ʎi’altri/; /ʎi’ita’ljani/; /ʎi’wɔmini/; /ʎijetta’tori/)[11]; l’elisione grafica (gl'), però, oggi è ammessa solo davanti a i- con valore vocalico[N 12] (gl’italiani; mai *gl’amici), ma è oggi tipica soltanto di un registro letterario o ricercato[11] (gl’italiani) oppure di una grafia che si fa più mimetica del parlato[N 13].
Nell’italiano più antico, e fino all’800, gli poteva subire l’elisione grafica anche davanti a vocali diverse da i- (gl’altri)[25]. I, invece, poteva addirittura essere soppresso dopo le congiunzioni o ed e, sostituito graficamente da un apostrofo (o’ per o i; e’ per e i, quest’ultimo nelle riedizioni moderne rappresentato più frequentemente con la grafia staccata, e ’, per evitare confusioni con la variante arcaica e’).[26][27]
Al femminile plurale, l’elisione di le è oggi poco comune, ma non del tutto scomparsa davanti a e- (l’eliche), con una maggiore diffusione nel parlato che nello scritto, [28] ma evitata se ingenera confusione (le elettrici /le.elet’triʧi/ vs l’elettrici /lelet’triʧi/ omofono di le lettrici /lelet’triʧi/),[29] specialmente coi plurali invariabili in assenza di altri elementi rivelatori del plurale (le età, le analisi[N 14]).[30] Con le altre vocali l’elisione non è scorretta (l’uve)[31], ma è comunemente evitata poiché avvertito come letteraria (l’armi, l’ali) o, all’opposto, «troppo popolare» (l’ernie).[17]

Gli articoli determinativi lo, la e le hanno, inoltre, anche un potere degeminante, cioè possono, in un eloquio che va da normale a veloce, rifiutare la cogeminazione anche quanto la parola precedente la precederebbe: è la sera /ɛla’sera/, mentre l’ortoepia prevede /ɛlla’sera/.[32]

L'articolo coi forestierismi, le sigle e le cifreModifica

Con le parole straniere, le sigle e le cifre il criterio generale è quello di adottare lo stesso artico che si userebbe davanti a parola italiana iniziante con lo stesso fonema, presescindendo dalla grafia: si ha quindi il chador ma lo champagne, perché la prima inizia per /ʧ/ (/ilʧa'dɔr/) e la seconda per /ʃ/ (/loʃʃam'paɲ/); lo jodel ma il jolly, perché la prima inizia per /j/ (/lo'jɔdel/) e la seconda per /ʤ/ (/ilʤɔlli/).[33] L'unica eccezione è rapprsentata dalle parole inizianti con la lettere w-, davanti alle quali si usano quasi sempre il, i e un sia che abbia pronuncia consonantica /v/ (il wafer, /il'vafer/), sia che l'abbia semiconsonantica /w/ (il whisky /il'wiski/), in quest'ultimo caso è comuqne anche possibile lo (eliso) e gli (l'whisky, /l'wiski/), sebbene sia un uso minoritario;[34] parallelamente con le parole inizianti con sw- (/sw/-) sono invece diffusi lo, gli e uno (lo swahili /loswa'ili/; lo swing /lo'swing/), come se iniziassero per s complicata, nell'uso formale, sono, però preferibili i più normativi il, i e un (un swing /un'swing/).
Coi forestierismi può esserci il problema dei fonemi estranei al sistema fonologico italiano o delle differenze fra pronuncia originaria e quella adatta italiana, in genere si fa riferimento alla pronuncia italofona più diffusa - rintracciabile nei vocabolari o nei repertori di pronuncia. Un caso importe di oscillazione si ha con la lettera h-, lettera in italiano normalmente muta, ma che in una pronuncia intenzionale può diventare aspirata (/h/): nel primo caso si usano i normali articoli prevocalici l’, gli e un (l’hotel, gli harem, un herpes), nel secondo lo, gli e uno come si usa coi gruppi consonantici «esotici» (lo Hegel /lo'hegel/; lo Heine /lo'haine/),[35][36] ma in forma minoritaria sono diffusi anche il e i (il Heine /ilhaine/; i highlanders /ihai'lɛnder/)[31][37].
Anche con le sigle[N 15] si usa l’articolo richiesto dal genere, dal numero e dalla reale pronuncia adottata, sapendo che per quest’ultima non esiste una regola assoluta: delle sigle possono – e sono appositamente studiate per – essere pronunciate come una parola sola (il PRA /il’pra/, lo SME /loz’me/, l’ONU /’lɔnu/, la FAO /la’fao/, gli USA /ʎ(i)uza/); altre devono essere scandite per lettere (il TV /ilti(v)’vu/, la TV /lati(v)’vu/, l’OMS /’ɔɛmme’ɛsse/, l'SMS /lɛsseɛmme’ɛsse/); e altre ancora ammettono entrambe le pronunce (lo PSI /lop’si/, il PSI /ilpiɛsse’i/[N 16]; l’MSI /lɛmmessei/, il MSI /il’mis/)[38], ma alcune di queste ne ammettono fattivamente una sola (l’SOS /l’ɛsseɔɛsse/). I cosiddetti articoli prevocalici (l’, gli, un(‘)), dunque, risultano in uso sia davanti a vocale – si hanno però, correttamente, anche casi come lo IOR /lo’jɔr/ –, sia a consonante il cui nome inizia per vocale (F, H, L, M, N, R, S) se pronunciate per lettera; in quest’ultimo caso, tuttavia, l’uso non è ben stabile al maschile, mentre al femminile l’elisione è comunque piuttosto rara (l’UEFA, la UEFA).[39]
Con le cifre (arabe o romane) ci si comporta come se il numero (numerale o ordinale) fosse scritto in lettere (lo 0 in condotta [=’lo zero’], il 1(°) maggio o il I maggio [=‘il primo’], il XXV aprile, il '700), con piena legittimazione, quindi, anche delle forme ridotte (l’1%, l’8 marzo, l’11 settembre, l’800,[N 17] l'VIII sec.).[40]

Le preposizioni articolateModifica

In luogo della sequenza preposizione propria + articolo determinativo è possibile avere le cosiddette preposizioni articolate, ovvero forme sincretiche coniuganti le caratteristiche sintattico-semantiche di entrambe le particelle, seguendone le modalità d’applicazione sia nella scelta della forma che dell’uso.

il lo la i gli le
di del dello della dei degli delle
a al allo alla ai agli alle
da dal dallo dalla dai dagli dalle
in nel nello nella nei negli nelle
con col collo colla coi cogli colle
su sul sullo sulla sui sugli sulle
per (pel) (pello) (pella) (pei) (pegli) (pelle)
tra (tral) (trallo) (tralla) (trai) (tragli) (tralle)
fra (fral) (frallo) (fralla) (frai) (fragli) (fralle)

Le forme sintetiche relative alle preposizioni di, a, da, in e su sono le uniche forme oggi possibili, e quindi obbligatorie nell’uso sia orale che scritto. Mentre quelle relative alla preposizione con sono in concorrenza con le varianti analitiche (con il, con lo, ecc.), oggi preferite nell’uso scritto; ma quelle sintetiche rimangono comunque prevalenti nel parlato spontaneo (pure nella realizzazione delle forme analitiche nella lettura ad alta voce[N 18]);[41][42] inoltre col e coi resistono ancora negli scritti più formali o sorvegliati, mentre le altre forme sono ormai prerogativa solo nello scritto letterario.[43][44]
Ormai desuete sono le forme sintetiche di per, pur avendo resistito nella poetica fino al Novecento ed essendo le varianti pei e pel raramente ancora utilizzate nella prosa d’autore.[45][N 19] Arcaiche, invece, le forme sintetiche derivate da tra e fra, presenti solo nell’italiano dei primi secoli.[46]

Nella tradizione letteraria, fino all’Ottocento e nel parlare toscano, erano presenti delle forme tronche delle preposizioni articolate derivate da i: de’, a’, da’, ne’, co’, su’, pe’, tra’ e fra’.
Nell’italiano antico, e più a lungo nella poetica, le preposizione articolate che oggi si possono scrivere soltanto nella forma sintetica potevano essere scritte con una grafia analitica[47] (de ‘l, a lo, da la, ne i, su gli) pur pronunciandosi alla stessa maniera: le preposizioni a, da, su, e le particelle de[48] e ne[49] sono, infatti, cogeminanti. Si noti che il viene reso attraverso la forma aferetica, ‘l, diversa da quella elisa di lo e la (de l’), e che con essa è, inoltre, possibile anche la grafia analitica per co ‘l e pe ‘l.[50][51]. Oggi le forme analitiche possono trovarsi coi titoli (de «I promessi sposi») e i toponimi (a La Spezia) quando l'articolo ne fa parte integrante, se tale uso è in parte motivavo dalla necessità mostrare il nome nella sua interezza,[52] specie se poco conosciuto, dal punto di vista stilistico è invece deprecato, preferendo le forme canoniche (dei «Promessi sposi»; alla Spezia)[N 20], perché introduce talvolta un «distacco tra grafia e pronuncia»[53] (ne Il barone rampante) e ricorre forme non sincroniche.
Come ultima forma arcaica vanno ricordate le preposizioni articolati derivanti dall’arcaico li: delli, dalli, ecc. sempre possibili anche nelle rispettive grafie analitiche: de li, da li, ecc.

Dalla sequenza preposizione + articolo indeterminativo non nascono forme di sintesi, tuttavia non sono infrequente fenomeni fono-sintattici volti all'eufonia con di e su.
Di, preposizione già incline all'elisione, può essere elisa, d’un(o) d’una: si tratta della forma più comune nella realizzazione orale, ma decisamente più limita, nell'italiano odierno, nella forma scritta: riservate generalmente alla prosa letteraria e d’obbligo come nella locuzioni cristallizzate come d’un tratto
Nella sequenza su un[o/a] può sorgere l'esigenza di evitare lo iato prodotto dalle due u, magari percepito come cacofonico, per ovviare a ciò nei secoli sono state adottate diverse soluzioni: la più comunemente adotta oggi è l'inserzione di una di pleonastica tra preposizione e articolo, su di un (o su d'un) - si tratta di un'estensione dell'uso di di, già obbligatorio davanti pronome (su di me, su di noi), e comunque evitato nello stile più sorvegliato[54], in favore di su un, prevalente nella lingua letteraria[55] -; ma nella lingua letteraria del passato è stata adottata anche la r epitetica, surcome sur un leggio», Manzoni), o l’elisione, s’uns’una picca», Carducci), ovviamente solo ed esclusivamente in su con valore preposizionale, mai avverbiale.[56]

Quadro sintatticoModifica

La posizioneModifica

Vincolato in posizione prenominale, l’articolo si colloca in principio del relativo sintagma, salvo la presenza di alcuni elementi obbligatoriamente prearticolari quando precedono il sostantivo: tutto, ambo, ambedue, entrambi (e mezzo nella lingua letteraria: vide mezza la faccia del Griso[57]).[58] I prearticoli – per usare la terminologia di Schwarze – impediscono anche la formazione di eventuali preposizioni articolate, la dove sarebbero altrimenti presenti in loro assenza (chiese a tutti gli invitati un minuto di silenzio, in assenza di tutti avremmo obbligatoriamente la preposizione agli).
Tutto è l'unico prearticolo compatibile sia coi determinativi che con gli indeterminativi, possibile sia al plurale che al singolare; vi è però una certa riserva sull'accertabilità dell'uso coi partitivi plurali, che, se non agrammaticale, è comunque considerato ai limiti dell’accettabilità o tipico di un registro trascurato (si vedono tutti dei treni scassati)[57]. Tutto, inoltre, può essere accompagnato da un rafforzativo, come quanto o intero, e formare locuzioni come tutt’e due, tutt’e tre ecc., richiedendo sempre l’articolo posposto.[59]
I numerali duali ambo, ambedue, ed entrambi, invece, sono compatibili soltanto coi determinativi plurali; mentre mezzo, come già detto, può accettare la presenza di un determinativo in un registro tendente al letterario, ma nella lingua standard richiede l'articolo zero.

Fra articolo e nome, nonostante la forte coesione sintattica, possono inserirvisi diversi elementi, non tutti necessariamente vincolati alla sola posizione prenominale:

  1. Elementi genitivali: a) aggettivi possessivi (la mia casa); b) il relativo cui (Mario la cui madre); c) le forme di lui (o di lei) e di loro per le terze persone nello stile letterario/burocratico (Il tribunale … fece … sequestrare in casa la di lui famiglia).
  2. Elementi aggettivali: gli aggettivi qualificativi, ma anche i participi, passati e presenti, quando svolgono la medesima funzione, nonché altri elementi sempre nella stessa funzione: si pensi al fu per ‘defunto’, come in Il fu Mattia Pascal. Gli aggettivi possono essere a loro volta accompagnati da propri modificatori avverbiali come più e meno.
    Negli aggettivi indicativi il quadro è piuttosto complesso: ci sono intere classi che rifiutano del tutto l’articolo, come gli interrogativi e gli esclamativi, e altre che invece lo ammettono, come i numerali e i possessivi; per altre ancora dipende dalle singole proprietà semantiche dell’aggettivo stesso. I tre dimostrativi fondamentali questo, quello e codesto, in quanto anch’essi specificatori e quindi concorrenti, rifiutano l’articolo; al contrario, altri aggettivi che assumono valore dimostrativo lo ammettono: stesso e medesimo, e pure tale, simile e siffatto (letterariamente e antiquamente anche cotale e altrettale), quest'ultimi principalmente con gli indeterminativi. Negli aggettivi indefiniti qualche, certo, qualunque, qualsiasi e qualsivoglia sono compatibili solo con gli indeterminativi, mentre tale, altro, poco, molto, tanto e troppo, più vario e diverso lo sono anche con i determinativi; impossibili tutti gli altri.[60]
  3. Elementi avverbiali: avverbi o locuzioni avverbiali, frequente è la presenta di allora e già.

Quella precedente è la casistica degli elementi appartenente allo stesso sintagma nominale, ma teoricamente, non è impossibile nemmeno la presenza di un elemento incidentale, perfino una parentetica: ...e questa è la, per noi poco credibile, versione dell’imputato.

La scelta dell'articoloModifica

La scelta dell’articolo, tra determinativo e indeterminativo, è guidata principalmente dalle opposizioni (ideali) noto/nuovo e classe/membro riferitamente all’informazione rappresentata dal referente.[61] L’articolo determinativo si usa con quei sintagmi il cui referente è ritenuto noto, cioè determinabile (attualizzazione) da parte del destinatario sulla base dei riferimenti linguistici (endoforici) e/o extralinguistici (esoforici) forniti o presunti in suo possesso; mentre l’indeterminativo con quei referenti ritenuti dei dati nuovi, cioè portati a conoscenza del destinatario per la prima volta, e quindi non determinabili sulla sola base delle informazioni da lui possedute.
Relativamente ai referenti indeterminati bisogna poi distinguere fra un'indeterminatezza specifica e una non specifica: la prima si ha quanto il referente è noto al parlante ma non al destinatario, il parlante ha cioè in mente un referente bene determinato (specifico) ma presuppone che non lo sia affatto per il suo interlocutore; nella secondo a invece non è noto né al parlante né all'ascoltatore, si tratta cioè di un referente indeterminato nel vero senso del termine: uno qualsiasi fra tutti quelli possibili.[62]


Uso del determinativo e dell'indeterminativoModifica

La determinatezza non è una qualità intrinseca del referente, ma piuttosto un attributo che dipende dall’«atteggiamento del parlante, che può dar[n]e per noto, familiare, reperibile [al suo interlocutore] il riferimento oppure no»[63]. Il giudizio sulla determinatezza, tuttavia, non è neppure una valutazione totalmente soggettiva, poiché viene influenzato dal contesto linguistico o extralinguistico.
Il determinativo si usa così con un referente che è già stato nominato, l’indeterminativo con uno che non è mai stato presentato.[64] Si tratta di una determinatezza di tipo anaforico, cioè quando si riprende un termine (ma anche con un suo equivalente semantico: sinonimo o iperonimo) già espresso, riagganciandosi allo stesso referente (coreferenzialità)[65]: la maestra ha annunciato l’arrivo di una nuova alunna, e oggi la nuova alunna era in classe.Alla prima occorrenza, il termine, l’alunna, viene introdotto da un indeterminativo, perché si presenta un dato nuovo; alla seconda si usa un determinativo perché invece il referente è già noto all’interlocutore, essendo già stato menzionato. La frase potrebbe essere riscritta usando due indeterminativi (la maestra ha annunciato l’arrivata una nuova alunna, e oggi una nuova alunna era in classe), ma rinunciando alla coreferenzialità: i due termini introdurrebbero due referenti distinti non necessariamente coincidenti, come a voler mettere in dubbio che si tratti della stessa bambina.
La determinatezza anaforica può ottenersi anche con un «aggancio più vago al contesto precedente»[66], in cui è indotta da una serie di relazioni sottintese: ieri notte c’è stato un grave incidente, ma i soccorritori hanno salvato tutti i feriti; i soccorritori e le vittime (determinati) possono essere soltanto quelli dell’incidente appena nominato.
La determinatezza può essere anche di tipo cataforico, cioè mediante una specificazione che viene dopo la presentazione del referente. L’esempio più calzante è il caso della relativa limitativa, in cui il pronome relativo riprende il referente, appena citato, determinandolo: i libri che ho letto…, solo quelli che ho letto, non altri. In altri casi si può arrivare a indicare una determinatezza affine a quella intrinseca dell’oggetto unico, come coi complementi di specificazione (il cane di Marco), le apposizioni (lui è il Luigi figlio di Marco) o, più semplicemente, gli aggettivi («Signori, trovate la carta rossa!»).[67]
Oltre ai riferimenti testuali, la determinatezza può essere ottenuta per via ostensiva, attraverso la gestualità: indicare con la mano o un cenno della testa.[65]
Ma nella maggior parte casi non sono i riferimenti [para]linguistici a supportare la determinatezza, bensì il contesto extralinguistico con la presunzione di conoscenze comuni condivise dal destinatario. Si tratta di conoscenze comuni che possono essere tali perché condivise solamente tra gli interlocutori o perché di pubblico dominio; il determinativo si usa, quindi, quando si ha ragione di ritiene che l’interlocutore abbia le nostre stesse informazioni che gli permettono di individuare il referente: sono stato dall’avvocato può essere detto con un conoscente che si presume sappia dell'esistenza del nostro legale di fiducia, mentre sono stato da un avvocato si dirà con un collega per giustificare un'assenza, ma anche in questo caso può essere usato il determinativo, facendo, però, più verosimilmente riferimento all’avvocato in quanto figura (cioè come classe) che non come singolo individuo.[67]. Il determinativo, più in generale, si può usare con ciò che, secondo le conoscenze comuni, si presume «abituale, o prevedibile nel contesto», e perciò noto, mentre l’indeterminativo qualcosa che si ritiene «raro o inatteso»;[64] emblematico è l’esempio fornito da Serianni: «ricevendo un ospite […] potremmo chiedergli sia "Prende un caffè?", sia "Prende il caffè?". Alle dieci di mattina, l’ora classica del caffè, ci verrà forse più spontanea la seconda domanda (con il che marca il "noto", l’abituale; […]). Alle sette del pomeriggio, l’ora dell’aperitivo, l’offerta del caffè è meno prevedibile e […] richiederebbe piuttosto l’articolo un»[68]
Un caso particolare[65] delle conosce comuni sono, poi, gli oggetti unici, ovvero oggetti (o soggetti) intrinsecamente determinati per la loro unicità. Designano oggetti unici: i nomi propri, il Monte Bianco, il Po, l’Italia e i nomi di persona, ma anche comuni, come il sole o la luna che sono notoriamente unici.[67] Tuttavia, anche un oggetto unico può essere idealmente ridefinito, fino a diventare parte di una classe immaginaria in cui è uno fra molto: non ho mai visto un sole così pallido/una luna così brillante, in queste frasi il referente non è il sole o la luna, un sole cosi pallido e una luna così brillante, che sono un sole e una luna fra i tanti che è possibile osservare;[69] va comunque osservato che, in casi come questo, il valore dell’indeterminativo è un tutt'uno con quello di numerale.[70]
Un’altra sottoclasse[65] sono i casi in cui l’articolo sottintende l’appartenenza/possesso del referente a qualcuno o qualcosa, come accade per le parti del corpo (lavati le mani = 'le tue mani'), degli oggetti personali (ha perso le valige = 'le sue valige') dei parente (la madre è di Roma = 'sua madre'), ma anche altro (Il capo lo ha licenziato = 'il suo capo')[64].[67]

L’articolo determinativo si usa per disegnare una classe (il cane è il migliore amico dell’uomo),[67] l’indeterminativo un membro (Luca ha comprato un cane). Tuttavia, anche con l'uso dell'indeterminativo si può indicare una classe, se si vuole esprimere una relazione deontica fra tema (semantica) e rema: un uomo coraggioso non scappa davanti al pericolo; in pratica un membro generico (tema), un uomo coraggioso, viene rappresento come prototipo di una classe, gli uomini coraggiosi, esprimendone le caratteristiche necessarie e/o implicite (rema).[71]
In parte per questo principio e in parte per un richiamo all’unicità, il determinativo viene usato coi nomi di massa (l’acqua è un elemento abbondante sulla Terra), e con tutti i sostantivi astratti (tutti auspicano la pace); ma quanto il concetto viene specificato facendolo diventate uno fra altri possibili allora scatta l’uso del determinativo (tutti augurano una pace lunga e duratura = 'un tipo di pace fra le tante possibili') in questi casi emerge veramente la contrapposizione classe/membro.

Funzioni particolari del determinativoModifica

Funzioni particolari dell'indeterminativoModifica

Casi particolariModifica

L'articolo coi nomi di parentelaModifica

Coi nomi di parentela (singenionimi), nella sequenza “poss. + singeniomino”, comunemente l’articolo si omette (mio suocero vs il mio suocero: quest'ultimo più marcato, con maggiore diffusione nel Settentrione, e preferito nell’uso toscano[72]), tranne nei casi in cui:

  1. il singeniomino sia plurale (i miei nonni, i suoi fratelli, le vostre sorelle) o alterato (il tuo fratellino, la mia cuginetta) o preceduto da un aggettivo qualificativo (il mio caro fratello, ma mio fratello maggiore);
  2. il possessivo sia loro (la loro madre [vs nostra madre], la loro nonna [vs mia nonna], il loro fratello) o, nei costrutti enfatici, posposto («il figlio mio, mio figlio aveva bruciato» Il Trovatore).

dov’è invece d’obbligo.
Diverso è il caso coi vincoli parentali più stretti: padre, madre e figlio/a col possessivo non vogliono mai l’articolo (mio padre), mentre le rispettiva varianti affettive, papa (o babbo), mamma, figli(u)olo/a, e quelle indicanti vincoli parentali “spuri”, patrigno, matrigna, figliastro/a (ma anche fratellastro e sorellastra), lo richiedono (il mio papa, il mio patrigno). Sono tuttavia ugualmente ben radicate nell'uso forme: poss. + papa/mamma, senz'articolo (mio papa).
Vogliono, invece, sempre l’articolo i sostantivi che indicano un legame affettivo, ma non parentale, come fidanzato/a, ragazzo/a, moroso/a, ecc., e padrino, madrina, figlioccio/a.

Senza il possessivo, almeno nell’uso formale, l’articolo è invece richiesto, lo zio ha cacciato Luca di casa; il padre l’ha cacciato di casa (equivale a suo padre l’ha cacciato di casa, l’articolo supplisce all’assenza del possessivo).[73]
Nell’uso familiare, invece, possono anche presentarsi senza articolo papa (o babbo), mamma, nonno/a e zio/a[72], precedendo un nome proprio (zio Alberto ha cacciato Luca di casa) oppure in forma assoluta (zio ha cacciato Luca di casa). È però necessario che il legame di parentela sia rispetto o all’ascoltatore (di’ a nonna che cosa è successo) al parlante (Il figlio dei vicini ha risposto male a nonna: la nonna di chi parla, ma non del figlio dei vicini).[73]

L'articolo con le espressioni temporaliModifica

Nelle espressioni temporali l’articolo è obbligatorio con gli anni (il 1999, il ’68, l’88), i giorni (il primo [del mese], il 2, il 1° (o 1) gennaio, l’8 marzo, l’11 settembre), e le date (il 1° gennaio (del) 2000);[74] si omette, invece, coi mesi e i giorni della settimana (sabato 1° gennaio (2000); domenica è dalla nonna), ma non se accompagnai da un modificatore (era il maggio odoroso; nel maggio del 1980) o se il costrutto ha valore distributivo (la prima domenica del mese, la domenica è dalla nonna cioè ‘ogni domenica’). [75]
In passato, nelle date si usava il singolare solo per il primo del mese, mentre per gli altri giorni si adottava il plurale (...ai 22 di settembre dell’anno 1612..., nella prima edizione dei Promessi sposi).[74] Tale uso sopravvive ancor oggi, nell’ambito burocratico o negli atti formali, attraverso il ricorso l’antiquato li, solitamente preceduto dal nome del luogo; si tratta di un uso sempre più avvertito come desueto (e comunque errato davanti al primo del mese che richiederebbe il singolare[11]), sostituibile più modernamente con l’articolo il o evitandolo del tutto, essendo tali date generalmente fuori da un contesto testuale.[76]
Con le ore, invece, si usa sempre il femminile sottintendendo il sostantivo ora/ore: le (ore) 2 (o le (ore) due), le (ore) tre e trenta, ma l’una(1:00 o 13:00), e la mezza (00:30 o 12:30); nell’italiano antico o poetico si preferiva al contrario esprimere la parola ore e omettere l’articolo.[77] Sono quasi sempre senz’articolo mezzogiorno e mezzanotte (è mezzogiorno!, il bagno di mezzanotte; ma allo scoccare della mezzanotte).

Con i nomi delle parti del giorno (mattina, pomeriggio, sera e notte) e delle stagioni è spesso possibile l’omissione dell’articolo, a condizione che siano posposti al verbo di cui sono soggetto e non abbiamo modificatori (è notte vs è la notte di Halloween). [78]

L'articoli coi nomi propriModifica

Anche i nomi propri, pur essendo referenzialmente determinati, ammettono l’uso dell’articolo. A grandi linee, si può dire che l’articolo manca con gli antroponimi (Mario, Maria) e affini (nomi di animali, divinità); dipende dai casi coi toponimi (Roma vs l’Italia), i quali presentano diverse eccezioni (la Spezia vs San Marino); ed è invece obbligatorio con tutte le altre tipologie di nomi propri: enti istituzionali o economici, periodi o avvenimenti storici, nomi di manufatti che indica un esemplare o un modello, ecc.
Al di la dei singoli casi, però, vi sono situazioni in cui l’articolo è sempre richiesto:

  1. al plurale: le (tre) Marie; i Dioscuri, le Parche; gli Stati Uniti, le Filippine ecc.
  2. in presenza di un modificatore: un aggettivo (il buon Mario), un sintagma preposizionale (il Mario di vent’anni fa), o una relativa restrittiva (il Mario che conoscevo)[79]

e altri in cui invece in cui non è ammissibile:

  1. nei vocativi,
  2. nelle formule brachilogiche: la distanza Terra-Luna

Per gli antroponimi e i toponimi esistono poi delle formule cristallizzate composte da 'nome + art. + attributo, in cui l’articolo ha valore dimostrativo, che sono tipiche dei nomi di personaggi storici, Plinio il Vecchio, o assimilabili a motti: Bologna la dotta. [80]

Vi sono poi i casi in cui il nome proprio viene usato con un significato traslato alla stregua di un nome proprio, e in casi come questi ammette perfino l’uso dell’indeterminativo. Alcune situazioni frequenti sono:

  • l’uso del nome del produttore o della marca per il prodotto: una Fiat, le Fiat
  • l’uso del nome del modello per indicare un singolo esemplare: una Punto, le Punto

i casi afferenti agli antroponimi e toponimi sono invece presenti nei rispettivi paragrafi.


AntroponimiModifica

Coi nomi di persona (o di animale) e i cognomi maschili, pure nella forma nome-cognome, l’articolo non è di norma previsto (Mario/a (Rossi)), se non in presenza di modificatori (il bell’Antonio); mentre «coi cognomi femminili la norma tradizionale […] prescrive l’obbligo dell’articolo»[81] in quanto «segnala automaticamente che la persona in questione è una donna, mentre l’assenza [...] che si tratta di un uomo»[82] ([Mario] Rossi vs la [Maria] Rossi). Accanto a questo sistema, prevalente nella lingua letteraria, ne esistono altri non meno corretti, ma con una diversa marcatezza e distribuzione diatopica e diafasica.
Coi nomi propri – anche in forma nome-cognome – la presenza dell’articolo sottintende sempre una certa familiarità col personaggio, specie se al maschile: il che ne esclude l’utilizzo coi nomi di personaggi storici (Dante, Cleopatra, ecc) o mitologici (Achille, Elena). Al maschile, tuttavia, si tratta di un uso tipicamente settentrionale (il Mario (Rossi)); mentre al femminine, sebbene più diffuso al Nord, si tratta di un uso quasi panitaliano, connotato talvolta da un certo grado di affettività (ha telefonato Maria vs ha telefonato la Maria – fino a essere praticamente d’obbligo con gli ipocoristici: ha telefonato la Nico[letta] vs ha telefonato Nico[la]).[83][84]
Coi cognomi maschili, per quanto riguarda le persone non illustri, l’articolo è diffuso in area settentrionale, con la stessa connotazione di famigliarità vista per i nomi, o è tipico dell’uso burocratico e giornalistico[85] o ovunque si tenda al formalismo (come nella letteratura scientifica); per contrasto a quest’uso è anche utilizzato con intenti ironici (ma sentilo, il Rossi!). Per i personaggi storici o illustri, dove comunque non può mai dirsi obbligatorio, l’articolo viene usato per conferire un tono più «distaccato, neutro, obiettivo» – dacché si nominano generalmente senza quelli «amati, odiati o trascurati» – oppure una maggiore distanza nel tempo. [86]
Coi cognomi femminili, benché la tradizione ne prescrive l’obbligo, è sempre più diffusa la tendenza alla sua omissione, soprattutto se coordinata con un cognome maschile per evitare disomogeneità (Rossi [Mario] e la Bianchi [Carla] vs Rossi [Mario] e la Bianchi [Carla]), preferendo magari specificare il nome (Mario Rossi e Carla Bianchi) [82]
Per quanto riguarda i soprannomi, se riferiti a persone comuni, prendono l’articolo se derivanti da aggettivi (lo Smilzo), mentre è facoltativo se si tratta di un sostantivo: coi personaggi illustri, perlopiù artisti rinascimentali, invece, l’articolo è facoltativo, ma più spesso presente con quei nomi di derivazione geografica: il Correggio, il Veronese, ecc. [85]

L’articolo è invece sempre presente al plurale sia coi nomi, quando si vogliono intendere una molteplicità di persone con lo stesso nome (gli Andrea, le Simone), sia che coi cognomi, quando si voglie indicare la famiglia (gli Sforza, i Savoia, i Rossi) o gli suoi (i [fratelli] Bandiera, i [coniugi] Rossi); se però gli individui sono solo femminili o ci si riferiste solo ai componenti femminili della famiglia si usa solo l’articolo le (le Kessler, le gemelle; le Kennedy, le donne di famiglia Kennedy). [87]
Il cognome non vuole l’articolo quanto pur indicando la famiglia è accompagnato dalle parole casa (in casa Rossi, anticamente in casa i Rossi) o famiglia (la famiglia Rossi), o da in, nella formula burocratica per indicare una donna coniugata dopo il suo nome da nubile (Maria Bianchi in Rossi). [88]

Quando l’antroponimo (nome o cognome) è preceduto da un titolo (professionale, onorifico o reverenziale), la presenza dell’articolo è molto varia:[89]

  • coi titoli professionali, spesso apocopati al maschile, è d’obbligo con: ingegner(e), ragionier(e), dottor(e)/ssa, professor(e)/ssa, avvocato/(ess)a, geometra, maestro (sia direttore d’orchestra, che insegnante), ecc, fa eccezione mastro, oggi in disuso, che non voleva l’articolo (mastro Ciliegia).
  • coi titoli ecclesiastici manca con: don, monsignor(e), fra(te), suor(a), sorella; è facoltativo, ma solitamente assente, con padre e papa; e obbligatorio con cardinal(e), vescovo, ecc.
  • titoli nobiliari manca generalmente con re, ma obbligatorio con tutti gli altri altri: regina, principe/ssa, conte/ssa, duca/hessa, marchese/a, ecc.
  • titoli di rispetto: e obbligatorio con signor(e)/a; e invece assente con tutti gli altri, oggi scomparsi: comare, compare, donna, madama, madonna.

Quando gli antroponimi sono usati metonimicamente o antonomasticamente, l’articolo è sempre obbligatorio. I casi i maggiore frequenza sono: [90]

  • per indicare un’opera: è più frequente l’indeterminativo (un Picasso, dei Picasso), ma è possibile anche il determinativo (ecco il Vangog!, ad un’esposizione di artisti vari). L’articolo è generalmente omesso se l’autore è presentato come tema (questa sera c’è Verdi/Pirandello/Fellini, a seconda se si sia all’opera, al teatro o a una rassegna cinematografica);
  • per indicare una personaggio esemplare, ‘uno come X’, ‘uno del livello/valore di X’: al singolare indicati con l’indeterminativo (ci vorrebbe un Einstein, cioè ‘uno col genio di’) al plurale dai determinativi (...furono gli Einstein del XIX sec., cioè ‘gli scienziati col genio di Einstein del XIX sec.’).

ToponimiModifica

Coi toponimi l’uso dell’articolo può essere grossomodo ricondotto all’opposizione areale/puntuale: rispettivamente con articolo e senz’articolo; tenendo presente che «per puntuale si intende 'privo di dimensioni geometriche nella rappresentazione mentale che il parlante si fa delle entità geografiche’» e che nella sua percezione «la lontananza tende a privare i luoghi di dimensioni geometriche»,[91] sicché aree geograficamente vaste ma lontane – o, culturalmente, esotiche –, possono essere percepite come 'puntuali' e quindi usate comunemente senz’articolo. Esistono poi delle eccezioni, dovute a usi e consuetudini , che non sono comunque spiegabili a priori sull'uso dell'articolo coi toponimi.
Vogliono in tutti i modi l’articolo (o la preposizione articolate) i toponimi:

  • plurali[92] (le Marche) – è soprattutto il caso delle catene montuose (le Alpi), degli arcipelaghi (l’Eolie) e degli stati insulari (le Samoa; ma Capo verde perché singolare) – o usati al plurale;
  • che iniziano con un iperonimo (la Repubblica di San Marino, il Principato di Monaco; nelle isole è soprattutto presente la parola isola: l’isola di Formosa, l’Isola Bella),[93] spesso vengono usati con due forme, con e senza iperonimo – in quest'ultimo caso valgono le regole specificate in seguito –;
  • o sono accompagnati da un modificatore (l’Italia insulare; la Roma dei papi, la Cuba castrista),[94], il modificatore spesso rende il toponimo non un referente unico, ma un membro d’una classe.

Al contrario, l’articolo è sempre omesso nelle formulazioni brachilogiche (i rapporti Italia-Francia, la distanza Terra-Luna) o se il toponimo è usato in funzione vocativa (nominazioni: Terra chiama Luna!; vocativo: «Attendi, Italia, attendiLeopardi. All’italia, v. 45);[95] l’articolo è inoltre sempre omissibile se i toponimi sono correlati ((l’)Italia e (la) Francia) o in serie, secondo le consuete regole delle elencazioni.
Per i toponimi singolare occorre distinguere se vengono usati in un caso diretto, cioè in funzione di soggetto o complemento oggetto, e come caso indiretto, cioè di complemento indiretto.
Vogliono l’articolo, nel caso diretto, i toponimi che identificano un’entità (l’Equatore, il Tropico del Cancro, il Polo Nord) o una regione geografica (la Pianura Padana), amministrativa (la Basilicata) o storica (la Lucania), i continenti (l’Europa), e più in generali i diversi oronimi (montagne: il Cervino; vulcani: l’Etna; promontori: il Gargano) e idronimi (oceani: l’Atlantico; mari: il Mediterraneo; laghi: il Trasimeno; fiumi: il Po); mentre lo rifiutano i centri abitati (Roma), ad eccezione di quelli che invece lo richiedono tradizionalmente: l'Aquila, la Spezia, e, fuori d’Italia, il Cairo, il Pireo, l'Aia, l'Asmara, l’Avana, la Mecca, la Valletta[96] – esistono altre località minori[N 21] tradizionalmente articolate, ma in questi casi la presenza dell’articolo è spesso incerta o tendente a sparire. Un discorso a parte va fatto per isole e nazioni, talvolta coincidenti: richiedono l’articolo quelle che, in funzione locativa, vengono introdotte dalla preposizione in ([in] l’Italia; stato insulare: [in] l’Irlanda; grandi isole: [in] la Groenlandia; microstati: [in] il Vaticano; isole maggiori italiane [in] Sardegna) – fa eccezione Israele, sempre senz’articolo nonostante si dica: in Israele[97] –, mentre lo rifiutano quelle introdotte da a ([a] Panama; stati insulari: [a] Cuba; grandi isole esotiche: [a] Sumatra; microstati: [a] San Marino; isole minori italiani: [a] Pantelleria – fanno eccezione: l'Asinara, l'Elba, il Giglio, la Maddalena, ecc.);[98] esistono, inoltre, toponimi introdotti da entrambe le preposizioni (a Gibilterra o in Gibilterra), che infatti si presenta sia con che senza l’articolo (la Gibilterra o Gibilterra). Con entità inferiori al centro abitato l'uso è più variabile. Per quartieri o altre suddivisioni urbane «ogni caso fa storia a sé»: si riscontrano casi sia con (la Bovisa) sia senza articolo (Tor Vergata).[99] Con gli odonimi l'articolo è facoltativo ((la) piazza San marco) e con le preposizioni il più della volte manca (per piazza San Marco),[100] ma se non sono accompagnati dal nome comune diventa necessario (l'Appia, l’Adriatica).[101] Coi nomi di monumenti e di edifici l’articolo è obbligatorio (il Colosseo; con nome comune la Torre di Pisa), anche se con alcuni agiotoponimi manca (Santa Maria Novella; San Pietro; ma il San Raffaele, l’ospedale);[102] in presenza dell’iperonimo palazzo, però l’obbligo vige solo se quest’ultimo regge un complemento di specificazione (il Palazzo di Vetro), mentre è oscillante con altri elementi (gentilizi: (il) Palazzo Pitti; aggettivi: (il) palazzo Ducale; sostantivo giustapposto: (il) Palazzo Venezia).[103]
Nei casi indiretti vale la stessa casistica del caso diretto: richiedono la preposizione articolata quei toponimi che vogliono l’articolo, e la semplice quelli che lo rifiutano; ma è tuttavia possibile, in determinate condizioni, usare di e in al posto delle rispettive articolate.[97] Di è possibile, di norma, solo coi toponimi femminili (i re di Francia vs i re della Francia), ma sotto l’aspetto connotativo «indica una caratterizzazione nazionale o un rapporto de iure», mentre la preposizione articolata «una più neutra caratterizzazione geografica o un rapporto de facto»;[N 22] non è invece possibile quando assume «altri valori» (l’Italia è alleata dell’America) o con toponimi maschili (*i re di Portogallo), eccetto che nelle locuzioni cristallizzate (…d’Egitto) o nella toponomastica (Schiavi di Abruzzo, Alessandria d’Egitto).[92] In è possibile solo se con valore locativo (vivere in Europa, ma credere nell’Europa: valore non locativo);[104] pur non sussistendo vere restrizioni di genere, la preposizione semplice è molto più comune, se non naturale, coi toponimi femminili (in Lombardia più frequente che nella Lombardia) rispetto a quelli maschili (in Veneto meno frequente che nel Veneto), fino a rappresentare in alcuni casi, sempre femminili, l’unica soluzione possibile, soprattutto con stati e continenti (vivere in Europa/in Italia, la preposizione articolate richiederebbe una determinazione: vivere nell’Europa di fine Ottocento).[92]
Per quanto riguarda i "toponimi celesti" hanno l’articolo o la preposizione articolata: l’Universo e i suoi sinonimi (il Cosmo, lo Spazio), le diverse regioni nella volta celeste (lo Zodiaco, il Tropico del Cancro), le galassie (la Via Lattea) e le costellazioni (l’Orsa maggiore) – possono far eccezione quelle che derivano da nomi propri della mitologia classica (Andromeda, Cassiopea, Ercole, Cefeo, Orione, Pegaso, Perseo) più spesso senza. Sono invece senza articolo o con preposizione semplice i corpi celesti: astri (Alfacentauri), pianeti (Giove), satelliti (Europa), ecc.; fanno eccezione il Sole, la Terra e la Luna, che invece vogliono sempre l’articolo o la preposizione articolata.[105]

Un comportamento ancora diverso viene assunto con gli aggettivi mezzo e tutto. Con mezzo l'articolo è sempre soppresso (mezzo Mediterraneo, mezza Europa, mezza Italia), anche nei precedenti casi di obbligatorietà (plurale: mezze Marche; iperonimo: mezzo Principato di Monaco; modificatore: mezza Italia settentrionale). Con tutto l’articolo è spesso presente, coi toponimi che lo richiedono, ma non obbligatorio: in particolare manca con Italia (tutta Italia o tutt'Italia).[106]

L'uso metonimico dei toponimi, cioè quanto indicano non un luogo ma un referente ad esso collegabile, è talvolta marcato da un utilizzo inconsueto dell'articolo difforme da quanto precedentemente indicato, in particolare:

  • le squadre sportive indicate mediante città (squadre di club: il Napoli, la Roma) o stati (le nazionali: l'Italia) vogliono l’articolo[107]
  • gli organismi partitici, industriali, ecc., nell'uso giornalistico, l'articolo si omette se indicati attraverso gli odonimi in cui hanno le sedi (a Botteghe Oscure, via in cui si trovava la sede dell'ex PCI).[100]

L'articolo coi pronomiModifica

L’articolo precede anche determinati pronomi, in alcuni casi obbligatoriamente, in altri quando concorrere a determinarne una particolare funzione.
Il determinativo è obbligatorio sempre coi pronomi possessivi (quella macchina è nuova, la mia è vecchia) e i dimostrativi stesso e, più raramente, medesimo (prendo lo stesso di quel signore là!); con gli indefiniti uno e altro usati correlativamente (l’un l’altra; l’uno..., l’altro...), o solo con altro per indicare qualcosa di alternativo (...no quello, l’altro!), o con uno con valore distributivo (2 euro l'uno); con quale nella formazione di pronomi relativi più sostenuti di che (Ma Antonio Ferrer, il quale era [...], rispondeva) e cui (disse il conte Attilio, al quale parve...), in loro sostituzione; con (il) che se si riferisce a un’intera proposizione precedente.
Alcuni dei pronomi già menzionati ammettano anche l'uso dell'indeterminativo, che conferisce un maggior grado di vaghezza: un (certo) (non so) che (...un che di magico nell’aria), un altro (avanti un altro!), un tale (a cena c’era un tale...); si noti come (un) che e (un) tale siano quasi usati di un sostantivo per indicare, rispettivamente, qualcosa o qualcuno che non si riesce a definire o a determinate.

NoteModifica

Note
  1. ^ a b Il caso lo, gli, e uno davanti a /ʎ/ è un evento più teorico che pratico, essendo gliommero l’unico sostantivo (cioè l’unica parola che può normalmente essere accompagnata da un articolo) tra le pochissime parole italiane inizianti per /ʎ/; le altre sono, infatti, la particella gli (articolo e pronome) e i suoi derivati (glielo, gliene, ecc.), qualche toponimo siciliano (Gliaca) e alcuni cognomi (Glielmi, Gliori, Gliosci, ecc.)
  2. ^ L’anomala gli dei si spiega quale consolidarsi d'una «grafia impropria» (nota 305, in Pronuncia e grafia dell'italiano di Amerindo Camilli, 3^ ed. Firenze 1965, Sansoni Editore) per l’originario gl’iddei (plurale di l'iddio), essendo entrambe identiche nella pronuncia (ortoepica), /ʎid'dei/, a causa dell’autogeminazione di dio/dei
  3. ^ Non è in realtà ben chiaro il passaggio da 'l a i: Rolhfs ipotizza un influsso, per analogia, con la coppia quel:quei, ma, come fa notare Tekavcic a tal proposito, data la maggior frequenza degli articoli rispetto ai dimostrativi, è più probabile che l’influenza abbia agito in senso opposto, cioè inducendo le forme del dimostrativo in analogia da quelle dell’articolo
  4. ^ In verità, nei primi secoli, le forme el ed e’ prevalgono costantemente nell’uso sulle il e i , raggiungendo il loro apice nel '400, prima di scomparire rapidamente, a cavallo del secolo successivo, per il caldeggio accordato dai primi grammatici alle forme odierne, sull’esempio dato dai maggiori autori del passato (Dante, Boccaccio, Petrarca).
  5. ^ «È, l’articolo del maschio del numero del meno [maschile singolare], quando la voce, a cui esso si dà, incomincia da lettera, che consonante sia, [...], il; e quando da vocale, lo; il quale nondimeno si vede alcuna volta usato eziandio dinanzi a consonante.»; «suole [lo] dinanzi alle vocali lasciare sempre addietro la vocale sua, l’ardore, l’errore»; «Nel numero del più è l’articolo del maschio i dinanzi a consonante, i buoni, i rei [...] Dinanzi a vocale è il detto articolo gli, gli uomini, gli animali. È il vero, che quando la voce incomincia dalla S dinanzi ad alcun’altra consonante posta, […] si scrive come se ella da vocale cominciasse, gli sbanditi, gli sciocchi, [ecc.] Nelle quali voci medesimamente al numero del meno lo, e non il, è richiesto, così nel verso, come nelle prose; che non si dirà, il spirito, il stordimento; ma lo spirito, lo stordimento»
  6. ^ Il riferimento è implicitamente indicato parlando dell’articolo il (Le particelle, capitolo CXXVII)
  7. ^ In particolar modo con gnocco e gnocchi si trovano il e i usati davanti a /ɲ/: il gnocco soprattutto in emiliano per indicare lo gnocco fritto, i gnocchi nel parlare romano per gli gnocchi
  8. ^ «Nel scendere le scale /ci metto più attenzione, / sarebbe imperdonabile...» versi del brano Il Bombarolo (1973) di Fabrizio De André
  9. ^ Non è chiara la reale possibilità d’elisione degli articoli femminili davanti a semiconsonante /w/: l’unica parola italiana esistente è l’arcaismo uosa, usato perlopiù al plurale (uose); a tal proposito il dizionario Treccani afferma che «[non] si elidono mai davanti a semiconsonante» (lemma «articolo») e Camilli conferma tale impostazione indicando come possibili solo gli esempi «la uosa» e «una uosa» (§117), ma Fiorelli, nella nota a commento dello stesso passo (n.302), smentisce: «quando la parola era veramente in uso, l’elisione si faceva: gli esempi du[ec]enteschi e trecenteschi […] hanno regolarmente l’uosa, dell’uosa».
  10. ^ Nella lingua italiana, oltre a io, poche altre parole inizianti per i- + voc, ammettono un attacco vocalico (/i/): iato (/i’ato/), ioide( /i’ɔide/) per una pronuncia etimologica (DOP, lemmi «iato» e «ioide»), ma più frequenti con /j/ (/’jato/ e /’jɔide/); ieri (/i’ɛri/) per una pronuncia ortoepica postconsonantica (DOP, lemma «ieri») in rare frasi come dall'ieri all'oggi (Treccani, lemma «ieri»).
  11. ^ Da segnalare come il DOP, esemplificando l’uso antico di lo intero davanti a vocale, riporti sempre parole non accentate sulla prima sillaba («[dal]lo idolàtra, [al]lo imperatóre, [del]lo altrùi, [nel]lo umanésimo, [sul]lo ospedàle»).
  12. ^ Sebbene non sempre specificato, dato il regresso nell’uso, l’elisione di gli è possibile solo davanti a i- vocalica (/i/), mai semiconsonantica (/j/): 1) «davanti a i "semiconsonante" […] lo e gli si usano nella forma intera» (Battaglia. La grammatica italiana pag. 52 §2b); 2) «…davanti a i- semiconsonante ([…] al plur. sempre gli, senza apostrofo: gli iatagan, gli Iugoslavi)» (Treccani, lemma «articolo»); 3) «Lo / gli e un si adoperano: davanti a vocale ([…]; gli è ormai quasi sempre invariabile […]: gli italiani, meno comunemente gl’Italiani […]) e a semiconsonante (interi davanti a i-: […]).» (Serianni, §IV5a)].
  13. ^ Riportano Camilli-Fiorelli (Pronuncia e grafia dell’italiano §87b e nota 194) e il DOP (lemma «degli») il medesimo esempio manzoniano di “[de]gli imbrogli” per indicare una pronuncia «strascicata» e il “[de]gl’improgli” per quella «affrettata» denotante l’«impulsiva e brusca reazione di Renzo» alle esitazioni di Don Abbondio.
  14. ^ Per il plurale, le età e le analisi sono le grafie (e le pronunce) più canoniche rispetto a quelle elisie (l'età e l'analisi) convenzionalmente più attribuibili al plurale, anche se non sono del tutto da condannare in presenza di altri elementi in grado di rivelare la pluralità come aggettivi (l'età passate) o forme verbali (l'analisi sono...).
  15. ^ Le regole d'uso degli articoli con le sigle valgono più genericamente per qualsiasi acronimo, abbreviazione, simbolo, codice alfanumerico.
  16. ^ Con la grafia il PSI non è comunque affatto da escludere la pronuncia /ilp’si/, come d’altronde accadere anche con le parole piene: il psicologo]
  17. ^ Nel caso di possibile incontro tra due apostrofi, quello dell'elisione dell'articolo (l') e quello dell'aferesi dell'anno ('88) o del secolo ('800), ortograficamente si riduce a uno solo (l'88 [=il 1988], l'800 [=il 1800])
  18. ^ La rarità del nesso -nl- e la naturale tendenza, nella lingua italiana, delle nasali all'omorganicità col fonema successivo facilitano l'assimilazione regressiva (da /n/ a /l/), specie nell'eloquio svelto, come testimonia anche il DiPI
  19. ^ Si noti la differenza, riservata dal vocabolario Treccani, tra le preposizioni pel e pei, definite «non più in uso», e pello, pella, ecc., definite, invece, «antiquat[e]»
  20. ^ All'uso delle forme articoli analitiche davanti a titoli e toponimi, le maggiori grammatiche (ad es. Serianni, VI.82) o manuali di stile (ad es, il Lesina) consigliano l'uso delle comuni forme sintetiche, più naturali nel flusso del discorso, tuttavia quando l'artico dovesse far parte di cognomi o nomi stranieri prescrivono l'uso delle preposizioni semplici (la leggi di La Malfa; sono andati a Los Angeles) (Serianni, IV.83)
  21. ^ Presentano l'articolo nella denominazione ufficiale italiana i comuni di la Cassa, la Loggia, la Maddalena, la Morra, [[la Salle (Italia)|]], la Valle, la Valle Agordina; mentre, secondo il DOP, lo richiederebbero nell'uso: l'Abetone, (l’)Amandola, (l')Amatrice, (l’)Apiro, l'Ariccia, il Dolo, la Genga, l'Impruneta, (l)’Incisa, la Manta, la Novalesa, il Poetto, la Stellata, (Il) Vasto, ecc.; lo richiedevano invece nell'uso antico: (l)’Aulla, (l’)Amantea, (la) Cattolica, la Mira, (la) Mirandola, ecc.; tracce dell'articolo sono talvolta presenti nella toponomastica locale o nei nomi di personalità storiche (Pico della Mirandola).
  22. ^ Lo stesso autore esemplifica come segue: «i vini di Francia sono una categoria nazionale apprezzata dagli intenditori, mentre i vini della Francia sono i vini prodotti in Francia; i laghi d'Italia appartengono all'"immagine" del paese, mentre i laghi dell'Italia è una designazione geografica più obiettiva; 'il re di Grecia [rapporto de iure] se è in esilio non è il re della Grecia [rapporto de facto].»
Riferimenti
  1. ^ Dardano-Trifone, § 4.6.3
  2. ^ Rohlfs, § 414
  3. ^ Tekavcic, § 583-586
  4. ^ DOP, lemma «i»
  5. ^ a b c Migliorini, pp. 148, 208, 263, 341-2, 354, 424, 486, 565, 632
  6. ^ Riquadro "Uso dell'articolo davanti a i semiconsonantica" nel Glossario e dubbi linguistici di Giuseppe Patota (in Serianni)
  7. ^ a b c DOP, lemma «lo»
  8. ^ a b c d Serianni, § IV.5
  9. ^ Serianni, IV.13
  10. ^ Treccani, lemma «lo»
  11. ^ a b c d DOP, lemma «gli»
  12. ^ a b Rohlfs, §422
  13. ^ a b DOP, lemma «uno»
  14. ^ Tekavcic, §604-607
  15. ^ a b GGIC, VII 2.6
  16. ^ Vanelli, p. 144
  17. ^ a b Serianni, §IV.4
  18. ^ DOP
  19. ^ Errore nelle note: Errore nell'uso del marcatore <ref>: non è stato indicato alcun testo per il marcatore Serianni_IV5
  20. ^ Treccani, lemma «agglutinazione»
  21. ^ DOP, lemma «il»
  22. ^ Luca Serianni. La lingua poetica italiana §22.1
  23. ^ DiPI, lemmi «uno», «una», «’no», «’na»
  24. ^ DiPI, lemma «gli»
  25. ^ Treccani, lemma «elisione»
  26. ^ DOP, lemma «o i»
  27. ^ DOP, lemma «e i»
  28. ^ DiPI, lemma «le»
  29. ^ DOP, lemma «le»
  30. ^ Aldo Gabrielli. Si dice o non si dice. p. 58 («Forme piene e forme elise»)
  31. ^ a b Treccani, lemma «articolo»
  32. ^ MaPI §5.7.5
  33. ^ Serianni, IV.6
  34. ^ Serianni, IV.8
  35. ^ Serianni, IV.7
  36. ^ Dardano-Trifone, §4.1.1
  37. ^ Camilli, p. 194
  38. ^ {{cita|DIPI|lemmi «PSI» e «MSI»
  39. ^ Serianni, §IV.9-12
  40. ^ L'articolo con le date e le cifre, dal sito dell'Accademia della Crusca
  41. ^ DOP, lemma «con lo»
  42. ^ Lemmi del vocabolario Treccani: collo, colla, cogli, colle
  43. ^ Dardano-Trifone, §4.4
  44. ^ Serianni, IV.
  45. ^ Serianni, IV.79
  46. ^ Serianni, IV.81
  47. ^ Serianni, IV.82
  48. ^ DOP, lemma «de»
  49. ^ DOP, lemma «ne»
  50. ^ DOP, lemma «col»
  51. ^ DOP, lemma «per il»
  52. ^ Camilli, p.197
  53. ^ Serianni, p. 84
  54. ^ Treccani, lemma «su»
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  56. ^ DOP, lemma «su»
  57. ^ a b CCIG, §1.1.1. Treccani, lemma «lemma»
  58. ^ Schwarze, I1.2.2
  59. ^ Treccani, lemma «tutto»
  60. ^ Serianni, VII. 149. 179. 206a.
  61. ^ Serianni, IV.1
  62. ^ {{cita|CCIG|VII 2.1
  63. ^ Adorno Cecilia. La grammatica italiana. Mondadori, 2003. p. 20
  64. ^ a b c Lepschy, pp. 147-149
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  68. ^ Serianni, IV.2
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  70. ^ CCIG, VII 2.2
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  79. ^ Schwarze, p. 72
  80. ^ Serianni, IV.21 e 39
  81. ^ Serianni, IV.24
  82. ^ a b GGIC, 3.3.1.1a,b e d
  83. ^ Serianni, IV. 23-24
  84. ^ Lepschy, p. 152
  85. ^ a b Dardano-Trifone, §4.3.2
  86. ^ Serianni, IV. 25-26
  87. ^ Serianni, IV.29
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  89. ^ Serianni, IV 32-34
  90. ^ Serianni, 70
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  92. ^ a b c Lepschy, IV.2d(ii)
  93. ^ GGIC, VII.3.3.1.3
  94. ^ Serianni, IV.38
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  102. ^ GGIC, VII.3.3.1.1q
  103. ^ Serianni, IV.46
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  105. ^ GGIC, VII.3.3.1.1i
  106. ^ Serianni, IV.39 e 41
  107. ^ Serianni, IV.40

BibliografiaModifica

Grammatiche
Grammatiche storiche
Altro