Cadria

frazione del comune italiano di Magasa
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Cadria
frazione
Cadria – Veduta
Piazza san Daniele Comboni
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Lombardia-Stemma.svg Lombardia
ProvinciaProvincia di Brescia-Stemma.png Brescia
ComuneMagasa-Stemma.png Magasa
Territorio
Coordinate45°46′33″N 10°38′39″E / 45.775833°N 10.644167°E45.775833; 10.644167 (Cadria)Coordinate: 45°46′33″N 10°38′39″E / 45.775833°N 10.644167°E45.775833; 10.644167 (Cadria)
Altitudine943 m s.l.m.
Abitanti7[1] (anno 2001)
Altre informazioni
Cod. postale25080
Prefisso0365
Fuso orarioUTC+1
Nome abitantiCadriesi
Patronosan Lorenzo
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Cadria
Cadria

Cadria (Cadèrgia nella parlata locale) è la piccola frazione di 7 abitanti del Comune di Magasa nella provincia di Brescia, in Lombardia. Situata su un pianoro della Valle del Droanello a 943 m s.l.m. dista circa sei chilometri dal capoluogo. È il paese natale degli avi di Antonio Pace fu Pasino, padre di Domenica, madre di san Daniele Comboni, l'evangelizzatore dell'Africa, contadino di professione, presente nella riviera di Salò verso la fine del 1700.

Il toponimoModifica

L'origine del toponimo è incerta e secondo alcuni ricercatori deriverebbe dal celtico "cader" che significa monte, col significato quindi di un villaggio costruito su un monte o pianoro, mentre per altri dal greco "catà e oros", che significa ai piedi del monte o dal latino "cado" che indica la parte dove tramonta il sole o "quadrivium" (quadrivio) e infine, ultima ipotesi, lo fa derivare dal basso latino "cadrus" che sta a indicare la misura del terreno o l'angolo[2] così pure concordano i linguisti Cesare Battisti e Elisabetta Ventura che osservano come in Trentino la parola "quadra" avesse il significato di divisione amministrativa nelle antiche "vicinie", le comunità medioevali, forse derivata dalle centuriazione romane[3].

StoriaModifica

Le originiModifica

Le origini della frazione sono antichissime e risalirebbero ad un insediamento di popolazioni celtiche: Stoni o Galli Cenomani. Nella parlata locale gli abitanti vengono chiamati “caderge” e il loro soprannome (scotöm) è quello di “patate”. Il primo documento in cui compare il nome del borgo risale a venerdì 7 marzo 1186 e consiste nella Bolla di papa Urbano III spedita dalla Diocesi di Verona all'arciprete Martino di Tremosine, nunzio ed amministratore di un certo Domenico, arciprete della chiesa S. Maria di Tignale, nella quale si confermavano gli antichi diritti di quella chiesa entro la sua giurisdizione che comprendeva anche la Val Vestino.

 
Magasa e Valvestino

Tra le varie disposizioni era previsto che Cadria, unitamente al villaggio di Bollone, doveva contribuire al pagamento della “seconda decima” con un determinato quantitativo in denaro, prodotti agricoli e capi di bestiame. Una copia autenticata su pergamena di questo documento è tuttora premurosamente conservata presso l'Archivio Parrocchiale di Turano e, in assoluto, si può considerare il manoscritto più antico presente negli archivi della Valle.

A partire dal 1200 è accertato che la famiglia dei Conti Lodron esercitava indiscutibilmente presso le comunità Valvestinesi i suoi diritti derivanti dall'autorità giurisdizionale concessa dal principe vescovo di Trento, ma è dal 1300 che apprendiamo dal testo di un'investitura feudale dell'esistenza del feudo di Cadria. Il 14 marzo del 1346 in Castel Telvana a Borgo Valsugana, Margherita di Tirolo-Gorizia detta Maultasch e il marito Ludovico V di Baviera o Brandeburgo, investirono Raimondo Lodron con i feudi in Val Vestino di Bollone, Cadria e Droane. Tale investitura sarà riconfermata diciassette anni più tardi.

Il 13 settembre del 1363 a Trento nel Castello del Buonconsiglio, Albrigino, figlio del defunto Pietrozoto di Lodrone, erede per la metà, e Pietrozoto, figlio del defunto Parisino del suddetto Pietrozoto, erede per l'altra metà, dichiaravano di avere in feudo da Rodolfo IV d'Asburgo, come i loro progenitori, la Val Vestino e i villaggi di Bollone, Cadria e Droane. Una prima investitura del feudo di Cadria del conti Lodron alla comunità di Magasa risale al 2 marzo del 1513.

Produttori di legname e carbone vegetaleModifica

Il suo territorio montagnoso ed accidentato fu nei secoli passati ampiamente sfruttato dai locali per l'allevamento del bestiame e il taglio del legname. Nella vallata del Droanello era fiorente la produzione della pece, venduta esclusivamente ai cantieri navali della Repubblica di Venezia, e la lavorazione del carbone vegetale, commerciato nella Riviera del Garda, nel Bresciano e nel Mantovano, ove era usato come unico e prezioso elemento per alimentare l'insaziabile voracità dei forni delle fucine della nascente industria metallurgica leggera ed anche per il riscaldamento delle abitazioni urbane. Una prima consistente compravendita di legname è documentata nel 1508.

Il 22 novembre, nel palazzo del Caffaro, il notaio Andrea De Zulinis di Vestone stipulava un contratto tra il Comune di Magasa e i conti condomini Sebastiano (+1527), signore di Castel san Giovanni di Bondone, e Ludovico conte Lodron, figli del defunto Paride Antonio detto “Parisotto” (1463-1505), per lo sfruttamento ventennale di legne cedue situate nelle contrade Selve e Crona Lunga.

Nel Settecento tra i maggiori acquirenti di legna e carbone figurava la nobile e ricca famiglia dei marchesi Archetti, proprietaria degli opifici per la lavorazione del ferro di Campione[4]. Tra il 1746 e il 1761 si assicureranno, tramite il loro uomo di fiducia, il signor Angelo Bertella, vantaggiosi contratti con la comunità per lo sfruttamento del territorio boscoso situato a est di Cadria verso il confine con il comune di Tremosine sul Garda.

La famiglia bresciana degli Archetti “già proprietari di fucine in Val di Ledro, che a partire dal 1704 iniziarono ad acquisire alcuni degli impianti esistenti sul promontorio di Campione, acquisendo poi nel 1744 l'intera penisola. Nella seconda metà del Settecento vi erano qui quattro fucine di seconda fusione con circa cento operai che producevano chiodi e ‘ferrarezze’ di vario genere. Nel 1781 la ditta Archetti ottenne poi l'esenzione fiscale per i propri manufatti.

Nella Riviera risultano nel complesso operanti nel 1766 30 impianti da ‘ferrarezze’ e 42 da chioderie. Interi paesi della zona collinare e montana traevano soprattutto dalla metallurgia il proprio sostentamento. Con la fine della Repubblica di Venezia la ‘ferrarezza’ gardesana perse l'importante mercato di Venezia. La rovinosa piena del torrente Tignalga del 1807 portò poi alla distruzione di quasi tutti gli impianti di Campione.

Per vedere il rifiorire economico di questa penisola bisognò attendere il 1896, quando Giacomo Feltrinelli vi impiantò una fabbrica di cotone”[5]. La vendita del legname rappresentò sempre per il risicato bilancio del Comune di Magasa un'ottima e sicura entrata, una sorta di manna provvidenziale, si potrebbe dire, al punto che nel luglio del 1874 con il parziale ricavato di questo commercio, i suoi rappresentanti civici furono autorizzati dal Capitano del Distretto Politico di Tione a far “fronte alla spesa nella costruzione dei locali della scuola nella frazione Cadria”.

Posta a guardia del confineModifica

Data la sua posizione strategica Cadria costituì tra il 1426 e il 1796, periodo in cui la Val Vestino si trovò a confinare con i domini della Serenissima, l'estremo avamposto del principato vescovile di Trento posto a guardia della frontiera sudoccidentale rappresentata dai comuni di Tignale, Tremosine sul Garda e Gargnano.

Da questo luogo con delle pattuglie si poteva controllare agevolmente il vicinissimo confine, situato a neanche un chilometro di distanza in linea d'aria, e il relativo transito di uomini e merci sulle strade o sentieri che dal monte Puria, dalla Bocca di Paolone o da Lignago mettevano in comunicazione con il lago di Garda. Successivamente, fino al 1918, fu linea di demarcazione tra l'impero Austroungarico e il Regno d'Italia.

Per oltre tre secoli questi passi di frontiera suscitarono nei provveditori veneti, detti anche rettori, di Salò una morbosa attenzione e “uno stato d'animo di attesa del nemico, simile a quello dei protagonisti del romanzo ‘Il deserto dei Tartari' di Dino Buzzati” , infatti costoro, in tempo di pace erano costantemente assillati dalla predisposizione di misure utili al loro controllo e, in caso di guerra dovevano provvedere efficacemente alla loro custodia con uomini e con la costruzione di sistemi difensivi, fra i quali era prevista la distruzione di alcuni tratti di carreggiata per impedire il transito della cavalleria avversaria.

Ciascun provveditore nel periodo in cui ricopriva quest'importante carica amministrativa, forte della sua passata preparazione militare, poiché la maggioranza di loro giungeva a quest'incarico dopo aver prestato un lungo periodo di servizio nelle piazzeforti del Veneto o della Dalmazia, spesso impegnati nella lotta sanguinaria contro i Turchi, si recava personalmente nella vasta area di confine ed in incognito s'infiltrava anche più in là, all'interno del territorio trentino, ove raccoglieva importanti informazioni che poi puntualmente spediva, nel più assoluto segreto, al Doge ed al Senato Veneto. Dal 1428 al 1796 i provveditori della Riviera compilarono ben 44 “Relazioni”.

Alcune di queste, oltre a dettagliate descrizioni geografiche della Val Vestino, accennano pure alla sua situazione politica, sociale ed economica. Dalla relazione del provveditore Melchior Zane, datata 3 giugno 1621, cogliamo notizie interessanti sulla condizione della rete viaria che dal paese di Cadria si snodava attraverso la vallata del Droanello fino a raggiungere il confine di Stato scriveva: “Il secondo passo che entra in Comune di Gargnano è quello di Cocca di Pavolon con due strade. Una viene da Cadria, luogo della Valvestino, passando per la montagna di Risech del Comune di Tignale con cavalli e pedoni e l'altra che da Camiolo – luogo di detta Valle - sale sul monte del Pinedo del Comune di Gargnano e va nel fiume Droane, venendo a dirittura della Cocca di Pavolone […] Il terzo passo è quello del monte Notton, nel Comune di Tignale, ove da Cadria, terra della Valvestino situata sopra un monte asperrimo discende un sentiero da pedoni solamente che va nella valletta di Bergn […] Dei molti passi che vengono dal Valvestino nella Riviera, le incursioni non possono essere evitate con il semplice taglio delle strade: sarebbe necessaria, per ciascun passo, molta gente per la difesa il che risulterebbe dispendioso e poco facile a causa delle numerose difese da istituire” .

Proseguendo nell'informativa lo Zane prospettava al Doge di Venezia, nel caso si fossero verificati movimenti sospetti delle raccogliticce milizie popolari dei bellicosi Conti Lodron, un'azione militare preventiva che avrebbe portato alla rapida conquista della Valle e dei suoi due passi più famosi, il Cingolo Rosso e la Bocca di Valle, eliminando in tal modo sul nascere qualsiasi tipo di minaccia verso il territorio Veneto. Per una volta tanto la fortuna fu benigna con i Valvestinesi e l'ipotetico piano militare non fu mai realizzato.

La Valle sarà sì occupata, ma dagli alleati soldati imperiali e solamente un secolo dopo, nel periodo 1733-1736 nel corso della Guerra di successione polacca! Nel febbraio del 1799, a seguito dell'invasione napoleonica dell'Italia, il Magistrato Consolare di Trento incaricò il capitano Giuseppe de Betta di portarsi con una compagnia di 120 bersaglieri tirolesi a Magasa e Cadria a presidio dei confini meridionale del Principato vescovile di Trento minacciati dai francesi[6]. Nell'autunno del 1800, con la terza invasione francese guidata dal generale Macdonald lungo le valli e sui monti tra il lago di Garda e la valle del Chiese, il capitano Bernardino Dal Ponte[7][8], al comando di soli trenta schützen, riuscì a fermare un forte reparto francese di duecentocinquanta soldati costringendolo alla fuga[9].

Altro passaggio di truppe avvenne nel giugno del 1859 nel corso della seconda guerra di indipendenza, quando un battaglione e due sezioni di artiglieria austriaci appartenenti al 62º Reggimento fanteria "Erzherzog Heinrich", comandato dal colonnello Hector von Holzhausen, calarono dalla Val di Ledro e transitando per Sermerio di Tremosine, la valle del San Michele, e il villaggio di Cadria si portarono a Magasa[10][11]. Il movimento degli austriaci fu prontamente rilevato dall'Armata Sarda da "persone degne di fede, gli austriaci nelle vicinanze di Magasa si sono avanzati a prendere, per quanto sembra si dice operata una requisizione di armi in Val Vestino, e le comuni furono costrette a dar gente per la costruzione di strade" inoltre "il generale Broglia stabilito a Vestone doveva tenere d'occhio la Valle di Treviso Bresciano, avendosi notizia che il nemico ingrossava a Magasa, Moerna e specialmente a Hano, con minaccia a Maderno, Vobarno, e Vestone[12].

Nel luglio del 1866, durante la terza guerra d'Indipendenza, il villaggio di Cadria fu attraversato dai volontari garibaldini al comando dei maggiori Cesare Bernieri, Amos Ocari e Numa Palazzini del 2º Reggimento Volontari Italiani del colonnello Pietro Spinazzi che, provenienti dall'avamposto di Costa di Gargnano e diretti all'accampamento di Cima Rest, si apprestavano a penetrare nelle munite difese austriache della valle di Ledro per contribuire all'assedio del Forte d'Ampola.

Il 24 maggio 1915 a seguito dello scoppio della prima guerra mondiale Cadria fu occupata dalle truppe italiane del 7º Reggimento bersaglieri.

Il problema della stradaModifica

Fin dall'Ottocento sono documentate le prime vane richieste di finanziamenti delle amministrazioni comunali alle autorità austriache per la realizzazione di un adeguato collegamento stradale con i vicini centri amministrativi-economici del Bresciano e del Trentino. Soltanto con lo scoppio del primo conflitto mondiale gli spostamenti cominciarono lentamente a migliorare.

Infatti nel 1915 l'esercito italiano consolidando l'occupazione del territorio austriaco appena conquistato, costruì alle spalle del fronte trentino una solida linea fortificata di riserva composta da trincee, fortini per l'artiglieria, punti protetti di osservazione, alloggiamenti in caverna e ospedali per la truppa, tutto questo unito da chilometri di strade militari. Queste, iniziando da Capovalle salendo sul monte Stino e passando sulle creste delle montagne che cingono come un anfiteatro il nord della Valle, correvano fino alla Valle di Ledro e a Limone sul Garda, escludendo nel corso del loro cammino i villaggi Valvestinesi, ad eccezione di Moerna e Persone, da ogni immediata possibilità di comunicazione, sia fra di essi, che con il Lago, la Valle Sabbia o il Trentino.

A novembre del 1918, terminata la guerra, il Genio militare della VII Armata, con l'aiuto di lavoratori civili locali, aveva peraltro iniziato la costruzione della nuova strada camionabile che da Toscolano, attraverso la valle percorsa dall'omonimo torrente, doveva congiungersi con Capovalle e Turano, ma il cantiere fu abbandonato prima del completamento dell'opera.

Quando la Valvestino divenne nel 1920 territorio italiano a tutti gli effetti, si crearono le condizioni per superare in maniera definitiva il problema dell'isolamento: nel 1931-1932 fu infatti costruita, per l'intervento alquanto “interessato” dell'ing. Giacomo Feltrinelli, imprenditore di Gargnano con interessi nella lavorazione del legno, la strada che avrebbe collegato la Valle alla costiera gardesana e solo nel 1950 quella con il lago d'Idro.

I lavori iniziarono nel 1951 con la realizzazione dopo due anni dei tre chilometri del tratto Magasa-Cima Rest, poi, per mancanza di fondi, il cantiere si fermò. Ripresero nel 1958 su progetto del geometra Stefano Zanetti di Bagolino e affidati all'impresa Gregorio Debalini di Idro. A fasi alterne terminarono dieci anni più tardi, nel marzo del 1968. L'opera costò la cifra ingente di 125.000 milioni di lire e fu interamente a carico dello Stato.

Nel 1977 si provvide all'allacciamento della linea telefonica e nel luglio del 1985 la Cooperativa di solidarietà Nigritella don Orione di Magasa, sorta per volontà del parroco don Franco Bresciani di Lumezzane e una quindicina di soci del posto con l'intento del recupero sociale di ex tossicodipendenti e di giovani disadattati, organizzò qui alcune delle sue attività agricole basate sull'orticoltura e l'allevamento di pecore finlandesi, attratta dalla possibilità dello sfruttamento di alcuni fondi incolti di proprietà della Chiesa e dallo stesso ambiente isolato, fattore importante per il processo educativo degli ospiti della comunità.

Il problema dell'approvvigionamento idricoModifica

La prima fontana pubblica fu costruita nel 1883 da Giuseppe Poinelli di Tignale per 34 fiorini austriaci, il che non risolse il problema dell'approvvigionamento idrico poiché nel 1898 alcuni Cadriesi, superando le difficoltà degli amministratori comunali, si lamentarono dell'insana situazione perfino presso la Giunta Provinciale di Innsbruck. L'acquedotto fu costruito solo nel primo decennio del Novecento.

"Così scrissero..."Modifica

"Il Giornale di Brescia" in un articolo del 13 settembre 1951:

«Cadria: una decina di linde casette che durante la canicola estiva s'appisolano volentieri al sole, mentre all'inverno s'accasciano sotto il pesante fardello di neve. All'intorno un labirinto di montagne uniformi ed accigliate, intersecate qua e là da sentieri e viottoli dal fondo erboso; un minuscolo paesino, di cui né la storia né la pubblicità si sono mai occupate. Nemmeno al raro turista salito fino a Magasa, l'estremo Comune della terra bresciana, sarà passato per la mente che dietro a monte Rest possa vivere, come in una comunità patriarcale e religiosa, un centinaio di abitanti; della gente che, alla deriva del mondo e della società, conosce soltanto il proprio lavoro quotidiano e il lento susseguirsi delle stagioni»

Aurelio Garobbio nella rivista "Alpi e Prealpi" in una recensione del 1969:

«La più appartata località della Val Vestino è Cadria, una frazione di Magasa. Sta alla testata della valle detta Droane o delle Droanelle; era congiunta alla parrocchia da un'angusta mulattiera che saliva in alto, sino ai prati di Rest, per scavalcare il crinale. Quel cammino non agevole da percorrere in estate, diventava pericoloso in inverno, anche se
 
10 agosto 2004. Il cardinale Crescenzio Sepe a Cadria con il sindaco di Magasa Ermenegildo Venturini
muniti di drappelle; e poiché il camposanto stava a Magasa, se qualcuno a Cadria moriva durante la stagione del ghiaccio e della neve, fatto il funerale e benedetta la salma si riponeva la cassa da morto nel solaio aperto all'aria libera, in attesa che la strada ritornasse praticabile. Tutto questo sarebbe accaduto sino ai primi decenni di questo secolo: Cadria contava sessantaquattro abitanti e ventidue case. In bocca al morto si poneva una medaglietta: l'origine dell'usanza è troppo nota, per doverci su di essa intrattenere. I figli maggiori toglievano gli orecchini alla madre morta e se li infilavano nel lobo forato dell'orecchio, a perenne ricordo. Il culto dei morti era oltremodo sentito; proteggevano dai pericoli e dai ladri. Benedicendo la casa una volta uscita la salma, il prete invitava l'anima ad andarsene dove doveva, accompagnando le parole con la croce tracciata nell'aria con l'acqua santa; una volta sola, pertanto, i defunti potevano ritornare nelle proprie abitazioni,la notte dei morti, e si faceva trovar loro la tavola apparecchiata ed il fuoco acceso»

Queste ultime affermazioni del giornalista Aurelio Garobbio sono fantasiose, prive di un fondamento storico reale, e rischiano di gettare un'ombra di arretratezza eccessiva e offensiva per genti che dovevano lottare per vivere dignitosamente in condizioni non favorevoli. La tradizione dei morti sul solaio non è accreditata dagli anziani del paese o dai ricercatori locali che anzi ricordano le dure condizioni in cui i Cadriesi trasportavano anche in inverno con la neve alta i defunti a Magasa e, in tempi più remoti, quando ancora a Magasa il cimitero non esisteva, presso quello della Pieve di san Giovanni Battista di Turano, percorrendo la 'via dei morti', l'antico sentiero, che da Cima Rest attraverso il Monte Camiolo, scendeva appunto nel capoluogo della Val Vestino.

Monumenti e luoghi di interesseModifica

La chiesetta di San LorenzoModifica

 
10 agosto 2004. Il cardinale Crescenzio Sepe celebra la messa nella chiesa di San Lorenzo

Poco al di sotto dell'abitato, su un pendio, sorge la piccola ma graziosa chiesetta dedicata a San Lorenzo. È documentata per la prima volta nell'aprile del 1537 nella relazione dei due delegati vescovili della diocesi di Trento, dai quali peraltro non fu mai visitata, il canonico Alberto degli Alberti d'Enno e il pievano Giorgio Akerle da Borgo Valsugana, uomini di specchiata virtù, inviati in visita pastorale nella diocesi di Trento dal cardinale Bernardo Clesio, come cappella dipendente dalla chiesa di san Giovanni Battista di Turano.

Sarà ispezionata unicamente nel luglio del 1750 da un sacerdote delegato dal coadiutore del principe vescovo di Trento, Leopoldo Ernesto dei Conti di Castel Firmiano, il quale accertava con puntigliosa solerzia che ogni 10 agosto e il primo venerdì di maggio, per uso antico, si faceva una processione religiosa da Magasa a Cadria; nel Comune non si vedeva un vescovo da 97 anni, da 56 anni non s'impartiva la Cresima e nella borgata vi abitavano trenta famiglie, altre quattro nei fienili in località Provaglio e sette al Fornello.

Secondo alcuni il tempietto fu edificato dai Longobardi, restaurato e dipinto nel 1547; questo lo si deduce dalla scritta posta sopra l'affresco presente sulla facciata e raffigurante il santo patrono, il quale è pure festeggiato il 10 agosto. In questo giorno, dal 1588 per volontà

 
Cadria

dell'Amministrazione Comunale e della disinteressata disponibilità di due incaricati, si perpetua ininterrottamente, secondo quanto stabilito dal Pio “Legato Pane e Vino”, la tradizionale donazione ad ogni partecipante alla messa di un pane e un quinto di vino. Giornate storiche furono pure quelle del 10 agosto 2003 e 2004 quando giunse in visita di cortesia il cardinale Crescenzio Sepe, prefetto della Congregazione “De propaganda Fide” per l'evangelizzazione dei popoli.

Giunto a Cima Rest in elicottero, proveniente da Riva del Garda, l'alto prelato volle in questo modo omaggiare il paese natale della madre del beato Daniele Comboni, l'evangelizzatore dell'Africa, nato a Limone sul Garda e proclamato santo il 5 ottobre 2003 da papa Giovanni Paolo II. Il cardinale celebrò la messa affiancato da due vescovi e dai due parroci di Valle, benedisse la distribuzione del pane, la lapide marmorea collocata nella chiesetta a perenne ricordo delle sue due storiche visite e presenziò all'intitolazione della piazzetta alla memoria del santo limonese (2004).

NoteModifica

  1. ^ Censimento ISTAT 2001
  2. ^ Fausto Camerini, Prealpi Bresciane, 2004.
  3. ^ Cesare Battisti-Elisabetta Ventura, "I nomi locali del Basso Trentino Occidentale", pag.21, 1955.
  4. ^ Frazione a lago di Tremosine
  5. ^ S. Onger, Cenni storici sull'economia del Garda bresciano tra Settecento e Ottocento, in "La Comunità del Garda", n. 3, Gardone Riviera, ottobre 2001
  6. ^ Alberto Pattini, La liberazione del popolo della Valli di Non e di Sole contro Napoleone nel 1796-1797, ed. Temi, 1997.
  7. ^ Costui nacque a Vigo Lomaso il 24 febbraio 1772 e morì a Fiavè nel 1860. Fu protagonista della rivolta antifrancese del 1796-'97-1800 e del 1809.
  8. ^ Aldo Bertoluzza, Andrea Hofer: il generale barbone, 1999, pagina 115.
  9. ^ Franz Heinz v. Hye, Gli schützen tirolesi e trentini e la loro storia, Bolzano, 2002.
  10. ^ Wilhelm Bichmann e Ergänzt von Friedrich Kozian, Geschichte des k.u.k. Infanterieregiments Nr. 62., 1909.
  11. ^ Wilhelm Bichmann, Chronik des Infanterie-Regimentes Nr. 62 dermalen Ludwig Prinz von Bayern von seiner Errichtung 1798 bis 1880, Vienna, 1880.
  12. ^ La guerra del 1859 per l'indipendenza d'Italia, a cura del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio storico, vol. 4, 1910.

BibliografiaModifica

  • R. Ve., Remoti itinerari bresciani. Cadria di Valvestino, dieci case fuori dal mondo, in "Giornale di Brescia", 13 settembre 1951.
  • A. Garobbio, In Val Vestino, in "Alpi e Prealpi, Mito e realtà", Bologna ed. Alfa, volume II, anno 1969.
  • Gianpaolo Zeni, "Al servizio dei Lodron. La storia di sei secoli di intensi rapporti tra le comunità di Magasa e Val Vestino e la nobile famiglia trentina dei Conti Lodron", Comune e Biblioteca di Magasa, 2007.
  • M. Ibsen, Sistemi decorativi nell'Alto Garda, in G. P. Brogiolo, M. Ibsen, V. Gheroldi, A. Colecchia, Chiese dell'Alto Garda bresciano. Vescovi, eremiti, monasteri, territorio tra Tardoantico e Romanico, (Documenti di Archeologia, 31), Padova: Società di Archeologia Padana, 2003, pp. 57-93, part. p. 59.
  • Cesare Battisti, I carbonari di Val Vestino, in "Scritti politici e sociali", La Nuova Italia, 1966, pag. 397.
  • Cesare Battisti, Il Trentino, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1910.
  • (DE) Wilhelm Bichmann, Geschichte des k.u.k. Infanterieregiments Nr. 62. Ergänzt von Friedrich Kozian, 1909.

Voci correlateModifica