Monte Tombea

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Monte Tombea
Tombea tumuli di erba e laghetto.jpg
Il Monte Tombea: in primo piano la Piana degli Stor con gli accumuli morenici e in lontananza la Cresta dei Gai
StatoItalia Italia
RegioneLombardia Lombardia
Trentino-Alto Adige Trentino-Alto Adige
ProvinciaBrescia Brescia
Trento Trento
Altezza1 950 m s.l.m.
CatenaAlpi
Coordinate45°48′22.28″N 10°37′38.12″E / 45.806188°N 10.627255°E45.806188; 10.627255Coordinate: 45°48′22.28″N 10°37′38.12″E / 45.806188°N 10.627255°E45.806188; 10.627255
Altri nomi e significatiGaza e Cresta dei Gai o Gai solo per la Cima
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
Monte Tombea
Monte Tombea
Mappa di localizzazione: Alpi
Monte Tombea
Dati SOIUSA
Grande ParteAlpi Orientali
Grande SettoreAlpi Sud-orientali
SezionePrealpi Bresciane e Gardesane
SottosezionePrealpi Gardesane
SupergruppoPrealpi Gardesane Sud-occidentali
GruppoGruppo Tombea-Manos
SottogruppoGruppo della Cima Tombea
CodiceII/C-30.II-B.5.a

Il Monte Tombea (detto anche Gaza, Cresta dei Gai o Gai per la sola Cima) è una montagna delle Prealpi Bresciane e Gardesane alta 1950 m. Fa parte del gruppo montuoso che a sud del lago di Ledro si estende tra il lago d'Idro e il lago di Garda. A sud della cresta vi è la Val Vestino e lungo essa corre il confine fra il Trentino e la Lombardia che, fino al 1918, fu confine di Stato fra Italia e Austria. La montagna appartiene amministrativamente per la quasi totalità della sua estensione territoriale al comune di Magasa e solo per lo spartiacque posto a nord al comune di Bondone. È un sito storico e botanico.

ToponimoModifica

L'origine del nome è dibattuto e secondo l'etimologia popolare o l'ipotesi avanzata da alcuni ricercatori prenderebbe il nome dagli accumuli di terreno presenti sulla sua sommità, nella Piana degli Stor, che appaiono alla vista appunto come delle tombe, col significato quindi di monte delle tombe. Per altri invece l'etimologia è fuorviante poiché il toponimo sarebbe comune a quello della Valle delle Tombe nel comune di Vigolo e Tomblone, siti ambedue nel bergamasco, a quello più diffuso di Tombolo nel Veneto o alla località Tomba a Costasavina una frazione di Pergine Valsugana o ai due omonimi monte Tomba (868 m.), teatro della Grande Guerra e al veronese monte Tomba (1765 m.) e deriverebbe dal latino "tumulus", "tumba" o dal greco "tymba" col doppio significato sì di sepolcro, avello, tomba ma anche quello di terreno sopraelevato, tumulo o collina, quindi Tombea significherebbe monte-altura[1], il monte per eccellenza.

Anticamente, secondo quanto scrisse il prof. Bartolomeo Venturini di Magasa nella sua leggenda in sestine decasillabi: “Il monte Tombea[2][3], era pure chiamato "Gaza", ma non vi è riscontro in nessuna pubblicazione a carattere geografico, anche se le carte geografiche a partire da quella tirolese di Peter Anich del XVIII secolo per finire a quelle più attuali dell'IGM, non sono completamente esaustive se non errate. Il toponimo Gazza o Gaza è frequentemente riscontrabile nel nord Italia: esiste il monte Gazza nel comune di Molveno e di Recoaro Terme e in altre svariate località. Gaza potrebbe derivare dalla voce cimbra "gias" che significa pascolo o dal longobardo "gas", "gazzo", "gajum", "ga-gium", gahagi o "gadlumche" che indicava il bosco sacro recintato in uso esclusivo agli arimanni, gli uomini liberi nella gerarchia longobarda, ma nel medioevo il significato prese forza nell'indicare un luogo di proprietà collettiva in cui era bandito il taglio e asporto del legname anche secco o il pascolo senza la necessaria autorizzazione comunitaria. Cima Tombea viene pure chiamata in loco Cresta dei Gai o Gai in quanto per alcuni il termine ha origine dalla morfologia del monte che assomiglia appunto ad una cresta di gallo o per altri dalla presenza stabile del gallo cedrone.

Il primo riferimento documentato riguardante il Monte è il toponimo "Caplongi", Caplone, indicante la Bocca di Cablone (1750 m.), un valico del gruppo del Tombea. Esso compare nel settembre del 1301 in un atto di composizione della controversia fra le comunità di Bondone e Storo riguardante la definizione dei rispettivi confini sul monte Alpo per mandato di Nicolò di Storo, il vicario Odorico Badeca nella Pieve di Bono e Condino e di Pietrozoto di Lodrone. Si cita tra i vari confini un "termen curloni ad forçellam Cellongi, sicut vadit via per quam itur Vestinum", si fa riferimento alla Forcella Cellongi che conduce in Val Vestino e per errore nella trascrizione dell'amanuense non fu riportato il vero nome di "Caplongi", lo stesso del vicino monte Caplone [4].

Il toponimo Tombea compare per una prima volta il 5 settembre 1356 quando, a Storo, Pietro fu Bacchino da Moerna, a nome delle comunità di Val Vestino, Bollone e Magasa si accorda con Giovanni fu "Gualengo" e Frugerio fu "Casdole", in qualità di consoli della comunità di Storo, e con altri uomini della suddetta comunità, in merito ai diritti di pascolo sulla cima del monte Tombea[5] e una seconda volta col termine di "Tombeda", in una pergamena del 21 agosto del 1405 quando fu stipulato un compromesso tra le comunità di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano della Val Vestino con quella di Storo per stabilire i rispettivi confini sul monte Tombea[4][6].

Da quel periodo fino a fine Ottocento la sommità del Monte appartenne alla comunità di Storo, difatti il pianoro è tutt'ora chiamato Piana degli Stor, mentre al comune di Magasa fu assegnato il versante posto a sud ove edificherà il ricovero della malga di alpeggio in località Casenèch [7].

Storia e leggendeModifica

 
I tumuli di erba del monte Tombea da cui prenderebbe il nome e il Büs de Scongiüré (Pozzo degli Spergiuri o Scongiuri). Sullo sfondo Cima Tombea detta anche Cresta dei Gai.

A fine Ottocento, precisamente nel 1872, il monte Tombea fu acquistato dalla comunità di Magasa dal comune di Storo, ma è negli archivi di questo Comune e di Bondone che si conservano le pergamene dei primi secoli del secondo millennio che raccontano di liti fra gli storesi e i bondonesi per la contesa dei pascoli dell'Alpo.

In questo contesto storico sono fiorite anche leggende: una di queste narra di un pastore storese che sorpreso a pascolare sul versante meridionale del monte compì lo spergiuro: «giuro che questa montagna è sempre appartenuta ai miei avi, che questi pascoli spettano di diritto a me e nessun altro può impunemente condurvi le greggi. Chiamo a testimone di quanto asserisco Dio, il Sommo Giudice che sta nei cieli: se non è vero quanto affermo, che Egli mi sprofondi nelle viscere della terra in questo stesso istante». All'improvviso il cielo si oscurò, fulmini e tuoni orribili fecero tremare la terra che si aprì ad inghiottire lo sventurato impostore.

Tornato il sereno altri pastori videro attorno alla voragine ricoperta il terreno disseminato di carcasse delle pecore e dei cani e pietosamente li coprirono con terra e zolle. Quei tumuli restarono a perenne memoria del tremendo giudizio di Dio e da allora la gente chiamò quella montagna "Tombea" ossia «luogo delle tombe»[8]. «Sul versante meridionale della Tombea – quello di Val Vestino l'avvallamento a pascolo tra la cima in questione e, altro toponimo significativo, il Dosso delle Saette è disseminato di piccoli cumuli di pietrisco e terra ricoperti da cuscini di erbe che danno l'idea, a chi guarda da lontano, di greggi di pecore coricate o di piccoli cimiteri con fitti tumuli tombali

 
Il monte Tombea nel Comune di Magasa

e, tra queste greggi, nel bel mezzo del pascolo, si vede una depressione di tipo carsico[9].

In una pergamena del 27 dicembre del 1301 si parla di un accordo per l'uso di una sorgente nei pascoli dell'Alpo. Nel contesto di questa lite un'altra leggenda narra di un pastore storese che inventò uno stratagemma per allargare i suoi confini a scapito dei bondonesi: si riempì le calzature con terra della sua proprietà, poi una volta messo piede, anzi le scarpe, sul pascolo di Bondone poteva giurare che egli teneva i piedi sul suo terreno e che la terra che calpestava era proprio sua e, se giurava il falso, Dio lo sprofondasse immediatamente all'inferno. A forza di dimenarsi, gesticolare e pestare i piedi durante il giuramento, però, successe che la terra uscì tutta dalle sue calzature sgangherate tanto che sotto i suoi piedi non era rimasto proprio nulla di suo, e così spergiurando sprofondò all'inferno. A ricordo dell'evento ora rimane il Büs de Scongiüré (letteralmente come nel toponimo italiano «pozzo degli Scongiurati», in realtà da intendersi come «spergiuri»)[10]. Trattasi di un fenomeno di carsismo presente in quest'area. La cavità è tuttora inesplorata con l'imbocco parzialmente ostruito, ma secondo testimonianze del luogo sembrerebbe molto profonda.

La più lunga delle liti riguarda l'intera area a pascolo della val Lorina sul versante settentrionale del monte Tombea. La vicenda è raccontata nelle pagine di storia del comune di Storo. Nel 762 Desiderio fonda a Brescia il monastero di San Salvatore, detto poi di Santa Giulia, di cui fu prima badessa sua figlia Ansberga e fra l'altro assegna in dote una «grande e ricca selva sulle Alpi». Dal 1300 le monache del convento ritengono che la ricca selva sia da localizzare all'Alpo e in Val Lorina e così si susseguono liti e ricorsi che si compongono nel 1747 con un decreto dell'aulico imperiale consiglio di Vienna. La questione è durata 985 anni e a testimonianza storica esiste ora il comune catastale di Bondone-Storo amministrativamente compreso nel territorio del comune di Bondone contenente quattro particelle fondiarie di cui due di proprietà del comune di Storo e due di proprietà del comune di Bondone.

Cenni di geologiaModifica

 
Malga Tombea e sullo sfondo il Monte Caplone

L'Impero austriaco nella seconda metà dell'Ottocento progettò e finanziò nell'ambito del Geologische Reichanstalt studi e ricerche geologiche nel Tirolo meridionale e nel Trentino parallelamente con i rilievi topografici e le prime carte catastali. Il Beneke negli anni sessanta percorse la Valle di Ledro e i monti ad ovest del lago di Garda descrivendo accuratamente i caratteri paleontologici delle dolomie triassiche della zona.[11]. Tra il 1875 e il 1878 Karl Richard Lepsius[12] svolse accurate ricerche stratografiche dedicando alcune pagine del suo libro alla geologia delle Alpi di Ledro e dei monti a sud dell'Ampola con studi di dettaglio della dolomia superiore dell'Alpo di Bondone, della Valle Lorina e del monte Caplone. E infine il responsabile del progetto austriaco Alexander Bittner[13] pubblicò nel 1881 due fondamentali contributi sull'annuario del reale istituto di geologia.

Dopo la prima guerra mondiale il territorio trentino è divenuto territorio italiano. Ci sono gli studi di Cozzaglio degli anni 20 e di Mario Cadrobbi degli anni 50. Quest'ultimo ha continuato ad esplorare la natura delle intense deformazioni degli strati rocciosi. Solo negli anni settanta Alberto Castellarin dell'Università di Bologna[14] e Alfredo Boni e Giuseppe Cassinis dell'Università di Pavia gettano le basi dell'attuale visione geologica del territorio. Distinguono le svariate formazioni rocciose individuando le successioni sedimentarie tipiche, chiariscono la complessa storia deformativa della regione geologica e individuano con precisione le grandi zone di frattura e deformazione della Linea delle Giudicarie, del Dosso del Vento-Val Trompia, e di Tremosine-Tignale, ricostruendone i movimenti nel corso del tempo geologico. Da questi studi è interessate notare come il monte Tombea e la zona circostante costituiscono una frazione particolare ed isolata di formazioni rocciose compresa fra le varie linee di movimento e deformazione.

 
Tombea fra la lingua ghiacciata del Garda e quella dell'Adamello Idro

Durante le glaciazioni le Alpi venivano sommerse dai ghiacciai con spessore anche superiore ai 2000 metri ed emergevano soltanto le vette e le creste più elevate. Con l'ultima glaciazione denominata di Würm da 80.000 a 13.000 anni fa numerosi ghiacciai vallivi si diramavano dalla calotta alpina e si insinuavano nelle valli periferiche con lingue di ghiaccio che arrivavano a lambire la pianura. L'area del monte Tombea si trovava fra due principali vie di scorrimento dei ghiacciai quaternari: a oriente la valle del Sarca ospitava la lingua principale del ghiacciaio atesino che scendeva a formare quello che ora è Il lago di Garda arrivando fino ai luoghi ove ora sorgono Peschiera del Garda e Desenzano. (Una ramificazione del ghiacciaio del Garda occupava la valle di Ledro e formava il lago omonimo.); e a occidente la valle del Chiese ospitava un ghiacciaio che scivolava dalla zona dell'Adamello. «Le aree non raggiunte dai ghiacciai perché troppo elevate nunatak costituivano spesso oasi di rifugio per molte specie vegetali. Alcune di esse diverrano specie endemiche, cioè specie la cui area di distribuzione è circoscritta a una zona ben definita. Il monte Tombea, assieme a molte altre cime del Trentino meridionale, era proprio una di queste zone rifugio e questo spiega la ricchezza di endemismi che lo caratterizzano»[15]

Tombea, giardino sulle AlpiModifica

Kaspar Maria von Sternberg, originario di Praga e vissuto a Ratisbona, fu il primo botanico a riconoscere l'interesse floristico della zona del monte Tombea anche se mai vi ascese. Egli compì in questa zona un viaggio tra il 6 maggio e il 20 luglio 1804, passando l'8 giugno in Val di Ledro e in Val d'Ampola ove raccolse sotto le rupi due piante prima sconosciute. Una era Saxifraga aracnoidea, da lui descritta nell'opera pubblicata nel 1810 Revisio Saxifragarum iconibus illustrata, l'altra divenne poi nota come Aquilegia thalictrifolia.

 
Alpo di Storo negli anni 20: una botanica belga a cavallo con una guida storese in cerca di endemismi floreali di Tombea

Alcuni decenni dopo visitarono più volte il monte Tombea e le zone circostanti altri due botanici, Francesco Facchini e Friedrich Leybold.

Facchini nel 1842 trovò proprio sul monte Tombea una nuova Scabiosa, di cui inviò campioni al botanico tedesco Wilhelm Koch. Quest'ultimo la pubblicò come nuova specie l'anno successivo nella seconda edizione della sua Synopsis florae germanicae et helveticae, chiamandola Scabiosa vestina. Nel 1846 Facchini tornò sul monte Tombea e a Bocca di Valle raccolse una Daphne assolutamente nuova. Dopo molti studi e titubanze decise di chiamarla Daphne rupestris, ma nel 1852 morì prima di pubblicare i risultati del suo lavoro.

Friedrich Leybold, bavarese ma allora residente a Bolzano, visitò due volte il Trentino meridionale, percorrendo anche la catena Tremalzo-Tombea. Qui raccolse la Daphne vista dal Facchini che in una pubblicazione del 1853 chiamò Daphne petrea, divenendo questo il nome valido[16].

Leybold rinvenne nella zona altre nuove piante tra cui un nuovo ranuncolo, che verrà descritto cinque anni dopo da Antonio Bertoloni come Ranunculus bilobus. Nella zona del monte Tombea rinvenne una Saxifraga che ritenne essere Saxifraga diapensioides, non notando che era una nuova entità. Con la pubblicazione nel 1854 del lavoro di Leybold[17] e della Flora Tiroliae Cisalpinae di Facchini pubblicata postuma da Franz Hausmann di Bolzano il monte Tombea divenne una delle mete classiche degli itinerari dei botanici nelle Prealpi.

Nel 1856 salì sul monte Tombea Pierre Edmond Boissier, raccogliendo quella Saxifraga già rinvenuta tre anni prima da Leybold. Boisser conosceva la vera Saxifraga diapensioides per cui si accorse subito che era differente. Inviò la sua scoperta al massimo specialista di allora del genere Saxifraga, Adolf Engler, che, dopo ulteriori studi, pubblicò la descrizione della nuova specie nel 1869 con il nome di Saxifraga tombeanensis. Proseguirono le esplorazioni botaniche John Ball, Henry Correvon e Andreas Sprecher von Bernegg che descrissero nei loro scritti le bellezze naturali incontrate.

Fra i botanici che si occuparono della flora del monte Tombea vanno ricordati anche lo svizzero Louis François Jules Rodolphe Leresche (1808-1885), Vinzenz Maria Gredler che vi salì nel 1886, Friedrich Morton che descrisse la sua esplorazione effettuata nel maggio-giugno del 1961 in "Osservazioni botaniche in Val Vestino" e i malacologi Joseph Gobanz e Napoleone Pini. Tra i locali si ricordano don Pietro Porta originario della Valvestino, Giuseppe Zeni e Michele Stefani di Magasa, il maestro Silvestro Cimarolli (1854-1924) insegnante elementare a Baitoni di Bondone e don Filiberto Luzzani che ha lasciato una pubblicazione sulla flora della bassa Valle del Chiese con interessanti riferimenti alla catena del monte Tombea e un consistente erbario custodito presso il seminario arcivescovile di Trento.

Si dicono endemiche quelle specie che si rinvengono solo su un'area geografica ristretta al di fuori della quale esse mancano completamente. Nelle Alpi, la presenza di specie ad areale particolarmente limitato può essere conseguenza del glacialismo quaternario, del substrato litologico difforme rispetto a catene limitrofe, della particolarità climatica di un'area. Il museo civico di Rovereto ha elaborato un progetto di cartografia floristica dividendo il Trentino in aree di rilevamento standard chiamati quadranti e per ciascuno di essi è stata rilevata la flora. Conteggiando per quadrante il numero di specie endemiche ad areale particolarmente limitato (al massimo un settore di Prealpi), è emerso che queste specie sono diffuse soprattutto nella parte meridionale del Trentino.

L'area di massimo addensamento è costituita però dalla parte Sud-occidentale della provincia, ed in particolare dalla catena del M.Tremalzo-M.Tombea, con picco massimo di 21 entità nella medesima area di rilevamento. Quest'area comprende in particolare la catena Bocca Cablone, attraverso il Monte Tombea, il Monte Caplone, la Bocca di Lorina fino a Cima Avez; sono altresì inclusi Cima Spessa, (o Rocca sull'Alpo), tutta la Val Lorina e la bassa Val d'Ampola fino alle porte di Storo.[18].

L'alpinista John Ball e la sua "Guida" turisticaModifica

L'estate del 1864 fu una stagione ricca di novità per l'esplorazione alpinistica del Trentino sud occidentale con la prima traversata delle Dolomiti di Brenta, da Molveno alla Val Rendena sorpassando l'angusta Bocca di Brenta, da parte dell' inglese John Ball, presidente dell'Alpine Club di Londra, accademico, alpinista, botanico, glaciologo avvenuta il 22 luglio, l'impresa dell' esploratore britannico Douglas William Freshfield che scalò per primo la Cima Presanella, terre fino all'ora inesplorate, il 27 agosto o l'ascesa dell'Adamello del tenente boemo Julius Payer che conquisterà la cima il 15 settembre.

Sarà sempre l'instancabile John Ball che partendo dal villaggio di Bondone salì, si presume, mesi prima, tra maggio e giugno nel periodo della fioritura, sul monte Tombea, fino alla malga, incuriosito dalla ricca flora appena scoperta e decantata in pubblicazioni dai noti botanici italiani e europei. Raccontò dettagliatamente il percorso intrapreso, lo definì la "Route G. Da Storo a Toscolano, al lago di Garda attraverso la Val Vestino", nella sua celebre Guida Alpina pubblicata due anni dopo, nel 1866, che sarà d'aiuto a molti escursionisti. Qui riportò l'itinerario percorribile dal viaggiatore partendo dal lago d'Idro a quello di Garda fino a Toscolano transitando attraverso la Val Vestino. Annotò gli aspetti botanici, geografici della Valle e l'itinerario alternativo per Tremosine attraverso il monte Caplone e la Val Lorina [19].

Il Dosso delle SaetteModifica

Reperti archeologici rinvenuti nel 1970 in una grotta a Droane[20], sul Dosso delle Saette del monte Tombea e precedentemente nel 1950 circa sul monte Manos e a Cima Igodello[21] testimoniano la presenza di stazioni preistoriche di transito attribuibili all'età del bronzo. Tali rinvenimenti confermerebbero che sia Capovalle che la Val Vestino ebbero dalle epoche più remote funzione naturale d'incrocio delle vie montane fra la Valle Sabbia, la Riviera del lago di Garda, il Trentino, collegando fra loro le isole palafitticole gardesane con quella di Molina di Ledro[22] per i passi di Cablone, Bocca Campei e monte Tremalzo.

La stazione preistorica del Dosso delle Saette si trova in posizione panoramica sul sentiero che da Cima Rest porta al monte Tombea. Venne scoperta dai ricercatori A. Crescini e C. de Carli nella primavera del 1970; essi rinvennero in superficie alcuni manufaffi silicei che indicano l'esistenza di un accampamento certamente breve ed a carattere stagionale[23]. In seguito ad alcune ricerche superficiali condotte negli anni seguenti dal Museo Civico di Storia Naturale di Brescia, la collezione si arricchì notevolmente. L'industria sino ad ora raccolta consta di 55 manufatti di cui 5 strumenti: tra questi ultimi si nota la presenza di una punta foliata a peduncolo e spalle di freccia e di due elementi di falcetto di cui uno integro. Data la presenza di questi strumenti l'industria fu attribuita ad una Età del bronzo non meglio identificata a causa della mancanza di fittili caratteristici. L'industria sembra comunque rivestire un certo interesse storico data l'altitudine e l'ubicazione della stazione (quota 1750 metri); sino ad ora reperti preistorici più vicini erano stati rinvenuti sul versante ovest del monte Manos (1517 m) e lungo la mulattiera che conduce a Cima Ingorello (1250 m)[24].

Cenni storici. Un garibaldino perso sui montiModifica

Scoppiata la guerra con l'impero austriaco nel giugno del 1866, il tenente colonnello Pietro Spinazzi di Parma e comandante del 2º Reggimento Volontari Italiani, occupata la Val Vestino e presidiata Magasa e Cima Rest, il 12 luglio ricevette l'ordine perentorio dal generale Giuseppe Garibaldi di attaccare alle spalle il forte d'Ampola e sbarrare così la strada che sale da Storo a Bezzecca scendendo dal Monte lungo il versante nord del monte Alpo di Bondone. Da questo momento l'ufficiale, si dimostrò titubante in ogni azione da intraprendere, disattese gli ordini ricevuti e sfiancò i sui uomini in marce estenuanti nella valle di Campei per ascendere alla Bocca e al Monte, infilò la colonna nel budello della Valle di Lorina e, atterrito dall'asprezza della natura dei luoghi, fece retro marcia e riparò più a nord con quasi tutto il Reggimento sul monte Nota, oltre le linee italiane, in attesa degli eventi.

Giuseppe Garibaldi impegnato nei combattimenti in fondo valle: all'assedio del Forte d'Ampola e il 21 luglio nella battaglia di Bezzecca, attese inutilmente l'aiuto provvidenziale dei suoi uomini, ma a fine guerra deferì il colonnello Spinazzi alla corte marziale di Brescia[25].

L'escursione della sezione bresciana del Club Alpino Italiano del 1875Modifica

La sezione del CAI di Brescia fu fondata nel 1874 con il particolare oggetto di "promuovere le escursioni in montagna, specialmente su quella bresciana, e di farne conoscere le particolarità così dal lato scientifico, quanto dal lato storico ed artistico". Così nell'agosto del 1875 promosse un'escursione nelle Alpi centrali, dalla Val Camonica al Lago di Garda, ascendendo on una giornata le vette del monte Caplone e del monte Tombea, partendo da Storo e attraversando la val di Lorina fino a Magasa per poi scendere sulle sponde del lago di Garda a Gargnano, seguì così il percorso tracciato dai primi botanici e poi descritto dall'alpinista John Ball nella sua famosa guida nel 1864. Vi parteciparono i soci alpinisti, il dottor Piero Capettini, notaio, il maestro Alfonso[26], il cav. Alessandro Daziario di Pietroburgo[27] e il cav. Edoardo Mariani di Biella[28] che ne riportò notizia nel Bollettino del Club Alpino Italiano descrivendo i luoghi e la natura.

Scrisse tra l'altro sull'ascesa al monte Caplone: "Alle ore 2,15 eravamo al passo del Caplone , che divide val Lorina da val Vestino , e pigliataci vaghezza di salire sulla vetta del monte, che sta di guardia al passo, avevamo dinnanzi a noi e ai piedi la ridente valletta del Caplone suddetto, più in giù l'intiera val Vestino, a destra la parte superiore del lago d'Idro, ed in alto a mezza costa appariva piccolo punto bianco sulla destra del lago, la rocca d'Anfo sentinella avanzata. Scorgesi pure in quella direzione monte Suello, ove ebbe luogo il fatto d'armi del 2 luglio 1866 fra gli austriaci e i volontari di Garibaldi, ed il sottostante comune di Bagolino nominato pel suo cacio che in tutto eguaglia quello del Lodigiano. In faccia a noi il monte Denervo e il sottostante monte Vesta, che dà il nome alla Valle; più a sinistra vedevamo ergersi la parte inferiore della catena del Baldo colla punta massima denominata Monte Maggiore, in attenzione di una nostra visita, e la parte inferiore del lago di Garda dalla superficie levigata come specchio, non che in lontananza l'elevata valle del Pizzocolo, che s'innalza a destra di val di Toscolano verso il basso della valle.".

A Magasa i tre viaggiatori sostarono presso l'abitazione del professore don Bartolomeo Venturini riprendendo il cammino alla volta di Gargnano passando dal Fornello e dalla Costa[29].

La prima guerra mondiale, l'ultima barriera difensivaModifica

La "Grande Guerra" segnò profondamente la storia e la morfologia del Monte. Nel maggio del 1915 con lo scoppio del conflitto mondiale, l'esercito austriaco abbandonò la Val Vestino giudicando questi luoghi indifendibili all'avanzata italiana attestandosi sulle montagne della Valle di Ledro e nelle fortificazioni di Lardaro. Monte Tombea e il monte Caplone furono immediatamente occupati dal 7º Reggimento bersaglieri. Nei mesi e negli anni successivi i monti furono ampiamente fortificati per decisione dello Stato maggiore del regio esercito italiano, come ultimo baluardo posto a difesa della pianura Padana, qualora gli austriaci fossero riusciti a sfondare a nord la prima e la seconda linea. Così, si procedette alla costruzione di appostamenti di artiglieria, trincee, postazioni di mitragliatrici, ricoveri in caverna, baraccamenti per gli operai, strade rotabili e collegamenti con l'uso di teleferiche. Ai lavori, in gran parte realizzati a mano, erano addetti oltre 500 operai militarizzati e civili, uomini e donne, sia della Val Vestino che del lago di Garda, inquadrati sotto la supervisione di un ufficiale del Genio direttore del cantiere, il tenente Guidetti, responsabile anche dei lavori presso l'Alpo e Cima Spessa di Bondone classificati come "opera 469 ad economia e opera 154 ad impresa", mentre nel cantiere della Val Lorina, "opera n. 223 ad impresa", dal tenente Bianchi.

Il sistema Tombea-Caplone diventò così uno dei capisaldi principali della Terza linea di difesa arretrata, un'ampia cinta fortificata che chiudeva il settore Alto Garda verso la Valle delle Giudicarie e lungo il fianco occidentale verso il lago d'Idro fino a raccordarsi sulle posizione fortificate arretrate del monte Denai, una Batteria di artiglieria da 149A, e del monte Stino in Val Vestino e con quelle della riviera gardesana del monte Spino, del monte Pizzocolo e del monte Castello di Gaino di Toscolano Maderno. Il settore era difeso da una prima linea lungo la Valle di Ledro (direttrici Passo Nota-Carone-Limone), dietro la quale furono realizzate due Linee arretrate di difesa (direttrici Tremosine-Passo Nota e Mezzema-Passo Nota), disposte verso est in modo da fronteggiare una eventuale conquista austriaca del monte Altissimo sul Baldo. Più indietro la Linea arretrata di resistenza, tra Tignale e il Passo della Puria, in totale furono costruite 2.500 fortificazioni di vario tipo, servite da circa 2.000-3.000 uomini tra artiglieri, fanti e supporti logistici.

La vetta di Cima Tombea diventò sede di uno dei quattro osservatori del sistema di condotta del tiro del complesso di artiglieria Tombea-Caplone, forte di dieci batterie per un totale di quaranta pezzi di vario calibro, tra questi quattro pezzi di grosso calibro da 149/35 Mod. 1901 dal peso di nove tonnellate dislocati a ridosso del crinale e affiancati da ricoveri e riservette in caverna. Queste quattro postazioni furono protette da una cinta di trincee e postazioni poste nelle immediate vicinanze sul crinale: la profondità difensiva risultava ridotta a causa delle forti pendenze, esponendo così le postazioni della fanteria al tiro di controbatteria, scatenato dall'attività dei cannoni.

Il complesso del monte Tombea fu inizialmente servito logisticamente da due teleferiche, una da Messane e Bocca di Cablone, fornito dalla ditta BBB, l'azienda milanese Badoni Belloni Benanzoli e l'altra tra Pilaster (1280 m.) e Malga Tombea, fornito da Giulio Ceretti e Vincenzo Tanfani, entrambe sostituite dal grande impianto che sempre dalla località Pilaster raggiungeva la nuova stazione in località Travers-Dosso delle Saette sita in una posizione più centrale. Questo impianto aveva la campata di oltre 1.000 metri, su un dislivello di 650. Gli impianti della stazione furono messi al riparo con un pesante manufatto in calcestruzzo armato. La necessità della blindatura derivava dal fatto dalla presenza nelle immediate vicinanze della stazione, di due batterie, otto pezzi, di mortai da 210/8 D.S., servite da ricoveri ipogee delle riservette, il cui tiro avrebbe attirato il fuoco di controbatteria del nemico.

Un complesso di tale portata richiese la realizzazione di un adeguato collegamento stradale fatto a colpi di piccone, di esplosivi e edificando muri di sostegno in pietrame: Bocca Cablone costituiva lo scollinamento della rotabile Magasa-Bondone, mentre verso est proseguiva la strada verso Bocca di Lorina e monte Tremalzo [30].

AccessiModifica

L'ascensione alla vetta del monte Tombea è alla portata di escursionisti dal momento che non vi sono, lungo le vie più semplici di salita, tratti in cui è necessaria attrezzatura alpinistica, fatta salva la presenza di neve la quale si riscontra normalmente nei mesi invernali e sino a primavera.

La via più breve che consiste in circa cinque chilometri, ha inizio a Cima Rest, villaggio caratteristico sopra Magasa sulla strada per Cadria. Si tratta di un percorso che, dopo aver toccato alcuni fondi agricoli di Font e la malga Alvezza o Casina, si innalza al passo dello Spias dei Letegànc (tradotto Spiazzo dei Litiganti) in prossimità del monte Altissimo, tramite il sentiero detto "delle Acque", sulle pendici del Tombea attraversando boschi, pascoli e le sorgenti del torrente Magasino. A quota 1760 m, il percorso si immette sulla strada militare Tombea-Val Lorina, si prosegue a sinistra, e si raggiunge la malga d'alpeggio e salendo di qualche centinaio di metri, la cima del Monte Tombea. Seguendo invece la strada a destra si può arrivare sul monte Caplone, si tagliano a mezza costa i dirupi sud-orientali del Tombea, attraversando anche una breve galleria scavata nella roccia, arrivando alla Bocca dei Campei (1822 m), da cui si sale in breve alla vetta (nell'ultimo tratto è necessario prestare attenzione al passaggio di alcune roccette, benché facili e non esposte). Il segnavia da seguire è il numero 66, che si sovrappone al numero 444 della SAT nell'ultimo tratto.

Altri accessi, ma più impegnativi per la lunghezza dei tratti da percorrere, sono quelli da Bondone percorrendo la strada militare fino a Bocca di Cablone, mentre da Magasa, dalla località Cordeter, sempre camminando lungo la viabilità della Grande Guerra, oppure da malga Bait seguendo il sentiero che si incrocia in quota con quello "delle Acque" in località Lombrao, sulle pendici del Monte.

La rosa dei venti e il panoramaModifica

Sulla cima vetta del Monte è presente una rosa dei venti, una struttura circolare in muratura, alta 1,50 metri, edificata da escursionisti trentini e bresciani, ove sono rappresentati i punti cardinali e i trentaquattro nomi dei monti visibili. Fu edificata e inaugurata il 23 luglio del 2001 con il contributo dei comuni di Magasa, Bondone e Storo, dei locali Gruppi alpini, la Pro loco di Bondone e Baitoni, della banca Valsabbina, della Cassa rurale di Darzo e Lodrone e Noma dei fratelli Belleri.

Si gode un'ampia visione a 360 gradi. A nord troviamo il monte Bruffione, il monte Blumone, le Terre Fredde, il monte Frerone, il massiccio dell'Adamello, le Dolomiti del Brenta, il monte Cop di Breguzzo, la catena di Cima Avez, il monte Tremalzo e il Corno della Marogna, le Alpi di Ledro e il monte Cadria, il monte Paganella, il monte Cornetto; a ovest il monte Cingla, Cima Spessa, la Rocca Pagana, il monte Guglielmo, Dosso Alto, il monte Carena, la Corna Blacca, il monte Manos, il monte Carzen, in lontananza il massiccio del monte Rosa; a est il monte Caplone, la catena del monte Baldo, Cima Carega, il gruppo del monte Pasubio, il monte Stivo e la Marmolada; a sud la Val Vestino con i suoi abitati, il monte Pizzocolo, il monte Spino, il monte Denervo, il lago di Garda, la pianura Padana e infine la catena degli Appennini di Parma.

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ Studi trentini di scienze storiche, volume 57, Trento 1978
  2. ^ Il testo della leggenda sul monte Tombea, su kissingthesky.com. URL consultato il 14 ottobre 2015 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  3. ^ Atti della Accademia roveretana degli Agiati, Rovereto 1826.
  4. ^ a b M. Bella, "Acta Montium, Le malghe delle Giudicarie", 2020.
  5. ^ Parrocchia di San Floriano in Storo. Inventario dell'archivio storico (1356-2004), a cura di Cooperativa Koinè, Provincia autonoma di Trento. Soprintendenza per i beni librari e archivistici, 2008.
  6. ^ F. Bianchini, "Antiche carte delle Giudicarie IX, carte lodroniane IV, Centro Studi Judicaria, 2009.
  7. ^ L'edifico fu incendiato casualmente dai soldati austriaci nel corso della seconda guerra di indipendenza nel 1859 e ricostruito a spese della Comunità.
  8. ^ fra i vari autori vedi anche: L. Felicetti, Racconti e leggende del trentino, Valdagno, Zordan, 1928. pagine317 - 318
  9. ^ Gianni Zontini, Una montagna ... di fiori e di storie, in Tombea , giardino delle Alpi, Storo, CAI SAT sezione di Storo, 1999. pagina 12.
  10. ^ vedi anche: Fiorina Mezzi, Ai piedi della Rocca Pagana, Storo, 1990. p. 164
  11. ^ E.W. Beneke, Über Trias und Jura in den Südalpen, 1866.
  12. ^ Richard Lepsius, Das westliche Süd-Tirol geologish dargestellt, 1878.
  13. ^ Alexander Bittner, Über die geologischen Aufnahmen in Judicarien und Val Sabbia, Jarbuch del K.K. Geologischen Reichamstalt, 31, 3, 1881. pagine 219 - 370
  14. ^ Alberto Castellarin, Guida alla geologia del Subalpino centro orientale, Società geologica italiana guide geologiche regionali, 1982.
  15. ^ Marco Avanzini, I monti tra la Valle del Chiese e il Lago di Garda. Cenni di geologia in Tombea Giardino sulle Alpi, Storo, CAI SAT Sezione di Storo, 1999. pagina 34
  16. ^ N. Arietti, A. Crescini Gli endemismi della flora insubrica. La Daphne petrea Leybold. Storia areale, affinità e caratteri bio-geograficiin Natura Bresciana. 1973. pagine3 – 24
  17. ^ Friedrich Leybold, Botanische Skizzen von den Grenzen Südtirols, 1854.
  18. ^ Filippo Prosser, I fiori che hanno reso celebre il Monte Tombea in Tombea, Giardino sulle Alpi, Storo, CAI SAT sezione di Storo, 1999.
  19. ^ John Ball, The Alpine guide, 1866, pagina 485.
  20. ^ Fu scoperto lo scheletro di una donna risalente all'età del bronzo.
  21. ^ F. Zorzi, Tracce preistoriche sulle Prealpi bresciane, Commentari Ateneo di Brescia, vol. CXLIX, 1950.
  22. ^ Museo delle palafitte del lago di Ledro
  23. ^ Paolo Biagi, La preistoria in terra bresciana: cultura e stazioni dal paleolitico all'età del bronzo, Grafo, Brescia, 1978.
  24. ^ Paolo Biagi, Dosso delle Saette (Valvestino-Brescia), in "Preistoria Alpina", Museo tridentino di scienze naturali, n. 9, Trento 1973, pp. 262-263.
  25. ^ Avanzini, Prosser e Zontini, in "Tombea, Giardino sulle Alpi", a cura del CAI-SAT sezione di Storo, Trento 1999.
  26. ^ Insegnante di ginnastica e scherma presso il liceo Arnaldo di Brescia.
  27. ^ I fratelli Giuseppe e Alessandro Daziario erano titolari dal 1827 di una fitta a San Pietroburgo consistente in proprietà di negozi di antiquariato e opere d'arte.
  28. ^ Fu ispettore centrale delle carceri del Ministero dell'Interno ed era nato a Savigliano nel 1831. Decorato con la croce della Corona d'Italia, fu appassionato di botanica, musica. Premiato a Roma all'esposizione dell'agricoltura per la sua pregevole raccolta di flora alpina, fu alpinista e socio della sezione del Club Alpino di Biella e morì a Terracina nel 1878.
  29. ^ Edoardo Mariani, "Quindici giorni di escursione nelle Alpi centrali", in Bollettino del Club Alpino Italiano n.27, Torino, 1876.
  30. ^ "La Grande Guerra in Lombardia", museo della guerra bianca-Temù, forte Montecchio nord-Colico, centro di documentazione e studio.

BibliografiaModifica

  • A. Bittner, Über die geologischen Aufnahmen in Judicarien und Val Sabbia, Jarbuch del K.K. Geologischen Reichanmstalt, 31, 3, 1881. pagine 219 - 370
  • Bartolomeo Venturini, Il Monte Tombea, Archivio dell'Accademia Roveretana degli Agiati.
  • Fausto Camerini, Prealpi bresciane, Milano, 2004.

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