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La famiglia Curti è nota in Italia come un antico casato lombardo, ma secondo le cronache dell'alto medioevo (richiamate da G. Corti nel suo saggio "Famiglia Curti"[1]) ebbe origini francesi risalenti all'XI secolo, strettamente legate a quelle di altre illustri famiglie italiane provenienti d'oltralpe, come gli Stampa, i Canova, e i Capitani di Scalve[2].

Indice

Le originiModifica

Secondo le antiche cronache (citate da G. Corti nel suo già ricordato saggio[3]) un nobile francese di nome Pietro Curti avendo dato segretamente in sposa la sorella Isabella[4] (cugina della Regina Costanza di Arles nonché sua damigella di Corte[2]) a un Viviano Chiaramonte conte di Lorena e lontano discendente di Carlo Magno[5][6], incorse nell'ira del re di Francia Roberto il Pio (972-1031, associato al trono dal padre Ugo Capeto nell'anno 987), che si opponeva a tale unione[7].

In proposito è utile ricordare che Roberto il Pio per ragioni dinastiche aveva dovuto rinunciare al suo amore per la cugina Berta, figlia del Re di Borgogna, e detestava la moglie legittima Rozala d'Ivrea, già vedova del Conte di Fiandra, che gli era stata imposta dal padre per rafforzare il Regno, e per giunta aveva venti anni più di lui. Roberto il Pio provò a ripudiarla e sposò la cugina Berta, ma incorse nell'anatema di Papa Gregorio V che gli ingiunse di separarsi, essendo cugini in grado troppo ravvicinato per poter contrarre matrimonio.

Roberto il Pio cercò inutilmente di implorare la clemenza del Papa, che fu inflessibile: per evitare la scomunica e salvare il trono fu infine costretto a lasciare la sua amata cugina Berta. Amareggiato, Roberto il Pio sposò in terze nozze nel 1003 la giovane e bella Costanza d'Arles, dalla quale ebbe molti figli, e si dedicò principalmente alla politica, cercando di impedire alleanze tra casati che potessero indebolire la già fragile monarchia Capetingia[8], ed al contempo di aggiungere nuove conquiste al Regno di Francia. Questo potrebbe fornire una spiegazione dell'avversione del sovrano per il matrimonio di Isabella Curti, dama della sua corte, con un conte di Lorena, una regione strategicamente importante che il Regno di Francia contendeva al Sacro Romano Impero.

La conseguenza di quanto premesso fu che nell'anno 1018 il nobile Pietro Curti per sottrarsi al risentimento del re di Francia abbandonò la terra natìa, e si stabilì con la figlia Giulietta ed altri congiunti a Gravedona (antichissimo comune sul lago di Como) perpetuandovi la famiglia, che divenne ben presto tra le più importanti della città[9]; nell'anno 1030 Corrado II il Salico, Imperatore del Sacro Romano Impero e già re di Franconia insignì lo stesso Pietro Curti della Contea di Omazzo (l'attuale Lomazzo?) e delle terre vicine (Casorate[non chiaro], Rosate) per la fedeltà dimostrata nel periodo successivo all'insurrezione di Milano contro il dominio imperiale (1020), e lo nominò anche Capitano della Cavalleria imperiale. A seguito di questa investitura i conti Curti di Gravedona aggiunsero al proprio stemma il capo dell'Impero, cioè la fascia superiore d'oro, all'aquila di nero coronata del campo (cfr. paragrafo seguente). Secondo quanto accennato quindi la Famiglia Curti risulta storicamente attestata da più di mille anni, il che la pone tra le più antiche del mondo occidentale[10].

Attorno alla metà del 1100 troviamo a Gravedona Bene e Buiniolo Curti, entrambi Consoli della Comunità. Nell’anno 1199 troviamo un Gerolamo Curti elencato tra i nobili presenti all’insediamento dell’Arcivescovo di Milano, Filippo da Lampugnano. Nel 1226 troviamo un Viviano Curti annoverato tra i partecipanti all’Assemblea di Mantova, e nello stesso anno un Severino Curti intervenne alla Lega dei sostenitori dell’autorità del Papa, in contrasto con le ingerenze imperiali[9]. Sempre a Gravedona troviamo nel 1265 un Ser Alberto Curti (figlio di Anrico) Notaio[11], e nel 1301 suo figlio Giacomo[9]. La professione di notaio venne esercitata da molti membri della famiglia anche nei secoli successivi. Nel 1323 i fratelli Giovanni Battista e Gerolamo furono tra i 32 membri del Supremo Consiglio di Gravedona, istituito in quello stesso anno per meglio sopperire alle esigenze difensive del Comune di Gravedona contro le minacce provenienti dal Ducato di Milano[12]. Nel 1403 un Antonio fu tra i compilatori degli Statuti di Gravedona, in seguito riconosciuti dal Ducato di Milano. Nel 1404 Pasquale e Gerolamo furono tra i Capitani delle compagnie gravedonesi scese in campo a fianco delle truppe del Ducato di Milano nell’assedio di Como[12]. Nel XVI secolo i Curti di Gravedona con Giovanni Alessandro ebbero parte nel governo e nelle vicende politiche della piccola Repubblica delle Tre Pievi (costituita dai Comuni di Gravedona, Dongo e Sorico), ottenendo il privilegio di inquartare nel vessillo della Repubblica le proprie armi gentilizie[3]; il figlio Giovanni Andrea fu sindaco fiscale delle Tre Pievi superiori del lago di Como in nome di papa Pio IV (1564, 1574, 1575), e divenne il capostipite del ramo dei Curti di Milano[13]. L'ultimo podestà di Gravedona fu Giorgio Curti, che risulta in carica nel 1518.

Lo stabilimento dei Curti da Gravedona a Milano si può assegnare al 1247, quando per sottrarsi alle lotte intestine che laceravano il paese nativo, emigrarono portando la loro dimora nella capitale d’Insubria, dove vennero ascritti trent’anni dopo nella Matricola degli Ordinari. Un Francescolo sedette al Decurionato nel 1388 per la Parrocchia di S. Raffaele, e sotto il duca Giovanni Maria Visconti i Curti vennero privilegiati di esenzioni fiscali sopra i possedimenti della Contea di Omazzo, Casorate e Rosate a compenso dei danni patiti in quelle loro terre, e per l’attaccamento dimostrato alla casa Ducale[14]. Con Decreto del 23 aprile 1787 dell’I.R. Consiglio di Governo fu riconosciuta l’antica e generosa nobiltà di questa famiglia, in persona dei fratelli Don Gerolamo e del Capitano Don Luigi. Secondo la genealogia provata nel 1787, il capostipite di questo ramo dei Curti fu il suddetto Giovanni Andrea, nativo di Gravedona e Sindaco Fiscale delle Tre Pievi in nome del papa Pio IV[15].

Dalla Lombardia un ramo dei Curti si stabilì già nel XIII secolo a Mazzara e Trapani, e godette di nobiltà anche a Mineo e Palermo. Il Mugnos nel suo "Vespro Siciliano" ricorda infatti un Ugone De Curtibus barone al tempo di re Pietro I (1239–1285), ed un Antonio sotto Federico II nel 1296; un Giordano fu arcivescovo di Messina nel 1348[16]. Nel 1507 troviamo che la Baronia della salina di S. Todaro insieme con la tonnara chiamata "la Grotta Malfitana" fu concessa ad Andrea Curto del ramo di Trapani; tale ramo successivamente si trasferì a Spaccaforno (oggi Ispica, RG) nella prima metà del XVII secolo; quivi furono capitani di giustizia: Antonio I nell'anno 1689; Antonio II negli anni 1751-1753, ed infine Pasquale nell'anno 1810. Gli attuali discendenti del ramo di Spaccaforno sono i germani Antonio (Francesco, il figlio) e Giombattista Curto, ed i germani Vittorio (Giovanni, il figlio) e Pietro (Alessandro, il figlio e Niccolò Vincenzo, il nipote). Attuale rappresentante del ramo di Mineo è Orazio Curtò. Il titolo di marchese di Balsamo fu posseduto per primo da Mario, già Proconservatore in Licata per investitura del 1 dicembre 1790, e quindi dal figlio Antonino, per investitura del 7 dicembre 1795.

Camillo Curti di Gravedona fu giureconsulto e si stabilì alla fine del secolo XVI a Roma, dove acquistò una casa con terra presso la chiesa di S. Girolamo della Carità, nei pressi di Via Giulia[17]; tale dimora divenne poi l'attuale Palazzo Curti, sito in Via in Caterina n° 89, attribuito alla scuola di Antonio da Sangallo; lungo il cornicione dell'ultimo piano sono riportati in stucco gli emblemi araldici della famiglia. Camillo fu il capostipite dei conti Curti di Roma, morì nel 1640 e fu sepolto nella Chiesa del Gesù, dove ancora si legge la sua pietra sepolcrale, nei pressi della cappella di Sant'Ignazio di Loyola.

Ancora da Milano intorno al XVI secolo un ramo della famiglia Curti si traferì a Venezia, acquisendo ingenti ricchezze grazie al commercio delle carni dall'Ungheria e dalla Croazia, ove possedeva titoli e feudi per concessione della Camera Imperiale di Vienna, ottenuti in compensazione dei crediti[18]. In occasione della Guerra di Morea i Curti contribuirono alle spese belliche della Serenissima Repubblica di Venezia con la notevole somma di centomila ducati d'oro, e come riconoscimento nel 1688 vennero ascritti alla Nobiltà di Venezia nella persona del barone Pietro Martire e nipoti[19]. Avevano dimora in un elegante palazzo sul Canal Grande, oggi conosciuto come Palazzo Curti Valmarana.

Lo stemmaModifica

Lo stemma araldico della famiglia Curti di Gravedona secondo il Crollalanza[20] era così composto: Interzato in fascia (cioè diviso in tre fasce orizzontali); nel 1° d'oro all'aquila spiegata di nero, coronata del campo (capo dell'Impero); nel 2° che è partito (cioè diviso a metà in senso verticale): a destra d'argento, al leone rampante al naturale; a sinistra di rosso, al castello a due torri d'argento, aperto e finestrato del campo; nel 3° sbarrato d'argento e di rosso [1].

Giova tuttavia precisare che lo stemma originario dei Curti di Gravedona era privo del capo dell'Impero, aggiunto nel 1030 a seguito dell'investitura comitale da parte dell'Imperatore Corrado II, come descritto nel paragrafo precedente.

Lo stemma che appare in questo collegamento secondo il Crollalanza appartiene invece ai baroni Curti di Palermo, e si blasona così: Interzato in fascia (cioè diviso in tre fasce orizzontali); nel 1° d'oro all'aquila spiegata di nero, coronata del campo (capo dell'Impero); nel 2° che è partito (cioè diviso a metà in senso verticale): a destra d'oro, al leone bicipite passante di nero, le teste coronate del campo; a sinistra di rosso, al castello a due torri d'oro, aperto, finestrato del campo e sormontato da un'aquila d'oro coronata dello stesso; nel 3° di rosso, a tre pali d'oro.

Il mottoModifica

Il motto di questa famiglia era: “Ingenium superat vires”, allusivo all'intelligenza che sempre prevale sulla forza nelle avversità della vita. Si conosce anche un altro motto, di sicura origine medievale in quanto ripreso da un commento di Arnobio il Giovane[21] (monaco vissuto a Roma nel V secolo) al Salmo XXXVI: ”Quod differtur non aufertur”, che significa “ciò che viene rimandato non è perduto”, con allusione alla tenacia, virtù che permette di raggiungere gli obiettivi prefissati, sapendo cogliere saggiamente il momento opportuno.

I rami principaliModifica

La famiglia Curti diede origine a vari rami che aggiunsero un altro cognome. Da ricordare a Gravedona i Curti Pettarda, i Curti Bassi, i Curti Maghini, i Curti Gialdino[12] (baroni), tuttora fiorenti in Sicilia e a Roma[22], ed infine a Roma i Curti Lepri[23]. Da Gravedona un ramo della famiglia Curti si stabilì nel Cantone svizzero di Vallese, dove diede origine al Casato dei Conti De Courten (XII sec.)[24], ed alla famiglia del notaio e dei mercanti Curta/Curtaz a Gressoney al Monte Rosa (XV sec.), che comprendeva anche molti sacerdoti e qualche pittore, con molti discendenti in Germania (Kappel am Rhein, Oberweier, Karlsruhe, Spira, Amburgo etc.), che si fanno chiamare Curtaz o Korta.[25] Un altro ramo di Gravedona si stabilì in Germania nella regione del Palatinato, dove diede origine al casato dei Curtius, che ebbe il suo più illustre esponente nel baronetto Johann Wilhelm Curtius, importante diplomatico al servizio della corona inglese, vissuto nel XVII secolo. Altri rami si stabilirono a Ventimiglia (XII sec.)[26], a Milano (XIII sec.), a Palermo[27] (XIII sec.) e da qui a Ispica (XVII sec.), ed infine a Roma (XVI sec.) e Venezia[28] (XVI sec. circa, provenienti da Milano).

I personaggiModifica

Tra i personaggi storici più importanti della famiglia Curti ricordiamo: Guglielmo Curti[29] (sec. XIV), cardinale Camerlengo e presidente del Santo Uffizio; Girolamo Curti[30], (sec. XVI), maestro della pittura prospettica; per sola ascendenza materna Maria Teresa Serri-Curti (sec. XVIII), meglio nota come Venerabile Maria Diomira del Verbo Incarnato, Badessa del Monastero di Fanano, mistica e stigmatizzata; Pier Ambrogio Curti[31] (sec. XIX), Avvocato, patriota, scrittore, erudito e Deputato del primo parlamento italiano nel 1867.

NoteModifica

  1. ^ Cfr. G. Corti in Giornale Araldico Genealogico. Bari, 1901. Pag. 96.
  2. ^ a b Cfr. G. Romegialli - Storia della Valtellina Vol. I, pag. 132.
  3. ^ a b Cfr. G. Corti – Giornale Araldico Genealogico. Bari, 1901. Pag. 96.
  4. ^ Cfr. G. Rebuschini, Storia del Lago di Como, Vol. I, pag. 88
  5. ^ Cfr. F. S. Quadrio - Dissertazioni Critico storiche intorno alla Rezia cisalpina detta oggi Valtellina, Vol.I, pag. 173
  6. ^ Cfr. G.P. De' Crescenzi - Anfiteatro Romano...delle famiglie antiche di Milano. Parte prima, pag. 201.
  7. ^ Cfr. C. Cantù - Storia della città di Como esposta in dieci libri [...] Vol. V, pag 357, in nota.
  8. ^ Cfr. A. Maurois – Storia della Francia. Verona, 1952. Pag. 56.
  9. ^ a b c Cfr. G. Stampa – Notizie storiche intorno al comune di Gravedona. Milano, 1886.
  10. ^ Cfr.J.H. De Randeck – Les plus anciennes familles du monde. Ginevra, 1984.Vol. I , pag. 387.
  11. ^ Cfr. A. Crosta di Moncalvo - Famiglia Crosta, genealogia di una famiglia italiana dal 1350 ad oggi.
  12. ^ a b c Cfr. G. Stampa – Notizie storiche intorno al comune di Gravedona.
  13. ^ Cfr. G.B. Di Crollalanza – Dizionario Storico – Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Pisa, 1886 Vol.I , pagg. 344, 345
  14. ^ Cfr. G. Corti in Giornale Araldico Genealogico, pag. 96.
  15. ^ Cfr. V. Spreti - Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Vol I, pagg.678-679.
  16. ^ Cfr. V. Spreti in Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Milano, 1928. Vol I pagg. 679, 680 ; Vol.II pag. 591, Appendice, pag.665.
  17. ^ Cfr. T. Amayden – La storia delle famiglie romane. Roma, 1911.Vol. I pagg.371, 372, 384 / 387, 415 ; Vol. II pagg. 18 e 19.
  18. ^ Cfr. C. Freschot – La nobiltà veneta, ossia tutte le famiglie patrizie con le figure dei suoi scudi ed armi. Seconda edizione rinnovata e accresciuta della nobiltà o sia famiglie nuovamente aggregate fino all’anno 1706.Pag.7 e in Aggiunta, pagg. 9, 10.
  19. ^ Cfr. G. Dolcetti – Il Libro d’argento delle famiglie venete. Pagg. 33, 34.
  20. ^ Cfr. G.B. Di Crollalanza – Dizionario Storico- Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Pisa, 1886. Vol.I , pagg. 344 e345
  21. ^ Cfr. G. Fumagalli – L'ape latina. Milano, 1935.
  22. ^ Cfr. G.B. Di Crollalanza, Dizionario Storico – Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Pisa, 1886. Vol.I, pagg. 344, 345
  23. ^ Cfr. T. Amayden – La storia delle famiglie romane. Roma, 1911 Vol. I pagg. 371, 372, 384 / 387, 415; Vol. II pagg. 18 ,19.
  24. ^ Cfr. J.H. De Randeck – Les plus anciennes familles du monde. Ginevra, 1984. Vol. I, pag. 387.
  25. ^ Valentin Curta, Gressoney einst und jetzt. Aus alten Chroniken und Überlieferungen (Gressoney ieri e oggi. Antiche cronache e leggende), a cura di Centro Studi e Cultura Walser della Valle D'Aosta, Gressoney 1994, vedi anche Curta-Curtaz-Korta
  26. ^ Cfr. F. A. Bono – La nobiltà ventimigliese. Genova, 1924, pagg. 21 – 22.
  27. ^ Cfr. G.B. Di Crollalanza – Dizionario Storico – Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Vol.I , pagg. 344, 345.
  28. ^ Cfr. G. Dolcetti – Il Libro d’argento delle famiglie venete. Venezia, 1922, pagg. 33, 34.
  29. ^ Cfr. J.C.F. Hoefer, Nouvelle biographie generale, Vol. XII. Parigi, 1886.
  30. ^ Cfr. A. Bolognini Amorini – Vite dei pittori ed artefici bolognesi. Bologna, 1843. Pagg. 102 / 119.
  31. ^ A. De Gubernatis – Dizionario biografico degli scrittori contemporanei. Firenze, 1879. Pagg. 332 , 333.

BibliografiaModifica

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  • G. Corti – Giornale Araldico Genealogico. Bari, 1901.
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  • J.H. De Randeck – Les plus anciennes familles du monde. Ginevra, 1984.
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