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Saffo

poetessa greca antica
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Dipinto pompeiano detto Saffo

Saffo (in greco antico: Σαπφώ, Sapphó o Sapfó; Eresos, 630 a.C. circa – Leucade, 570 a.C. circa) è stata una poetessa greca antica.

BiografiaModifica

 
Testa di Saffo, copia romana da originale di età ellenistica, da Smirne, Museo archeologico di Istanbul
 
Busto di Saffo conservato nei Musei capitolini a Roma

Saffo era originaria di Eresos, città dell'isola di Lesbo nell'Egeo; le notizie riguardanti la sua vita ci sono state tramandate grazie al Marmor Parium, al lessico Suda, all'antologista Stobeo, a vari riferimenti di autori latini (come Cicerone e Ovidio), e alla tradizione dei grammatici.

Di famiglia aristocratica, per motivi politici, a causa delle lotte politiche tra i vari tiranni che allora si contendevano il dominio di Lesbo (ricordiamo tra i tanti Melancro, Mirsilo e Pittaco), per una decina d'anni seguì la famiglia in esilio in Sicilia, probabilmente a Siracusa o ad Akragas[1], ma poi ritornò a Ereso dove fu direttrice e insegnante di un tiaso, sorta di collegio in cui veniva curata l'educazione di gruppi di giovani fanciulle di famiglia nobile, incentrata sui valori che la società aristocratica di allora richiedeva a una donna: l'amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, l'eleganza raffinata dell'atteggiamento.

Ebbe tre fratelli, Larico, coppiere nel pritaneo di Mitilene, Erigio, di cui si conosce solo il nome, e Carasso, un mercante, che, pare, secondo quanto emerge dalle poesie di Saffo, durante una missione in Egitto, si fosse innamorato di un'etera, Dorica, rovinando economicamente la sua famiglia. In alcuni versi Saffo prega affinché sia garantito un ritorno sicuro al fratello per poter essere riammesso in famiglia e lancia una maledizione alla giovane donna.

La Suda dice che Saffo sposò un certo Cercila di Andros, nota probabilmente falsa e tratta dai commediografi; dal marito ebbe comunque una figlia di nome Cleide a cui dedicò alcuni teneri versi. Alcuni frammenti, inoltre, proverebbero che la poetessa raggiunse un'età avanzata, ma il dato non giunge a sicurezza, poiché era usanza comune tra i poeti lirici di utilizzare la prima persona in modo convenzionale.

La fortuna dell'arte di Saffo e la nascita delle leggende sulla sua vita e sulla sua morteModifica

Gli antichi furono concordi nell'ammirare la sua maestria: Solone, suo contemporaneo, dopo aver ascoltato in vecchiaia un carme della poetessa, disse che a quel punto desiderava due sole cose, ossia impararlo a memoria e morire.

In età tardoellenistica, Strabone la definì "un essere meraviglioso", come anche in epigramma attribuito a Platone:

(GRC)

«Ἐννέα τὰς Μούσας φασίν τινες· ὡς ὀλιγώρως.
Ἢν ἰδέ· καὶ Σαπφὼ Λεσβόθεν, ἡ δεκάτη.»

(IT)

«Alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti!
Guarda qua: c'è anche Saffo di Lesbo, la decima.»

(Pseudo-Platone, Epigramma XVI,)

Già nell'antichità Saffo, a causa della bellezza dei suoi componimenti poetici e della conseguente notorietà acquisita presso gli ambienti letterari dell'epoca, fu oggetto di vere e proprie leggende, poi riprese e amplificate nei secoli a venire, specie nel momento in cui, a partire dal XIX secolo, la sua poesia divenne paradigma dell'amore omosessuale femminile, dando origine al termine "saffico"[2][3].

Fu il poeta Anacreonte, vissuto una generazione dopo Saffo (metà del VI secolo a.C.), ad accreditare la tesi che la poetessa nutrisse per le fanciulle che nel tiaso educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale: secondo la tradizione, fra l'insegnante e le fanciulle nascevano rapporti di grande familiarità, talora anche sessuale. Probabilmente il fatto va inquadrato secondo il costume dell'epoca, come forma prodromica di un amore eterosessuale, cioè una fase di iniziazione per la futura vita matrimoniale.[4] È bene ricordare come la riunione del tiaso fosse in primo luogo legata al culto in onore della dea dell'amore, Afrodite; le relazioni amorose tra le fanciulle e con la maestra sono dunque da inserire in un quadro paideutico più ampio ed analogo a quello della pederastia maschile. L'attuale significato della parola lesbica ha, pertanto, assunto un'accezione nettamente differente rispetto alla concezione di sessualità di Saffo e del suo circolo.[5] Tale pratica non era affatto immorale nel contesto storico e sociale in cui Saffo viveva: infatti, per gli antichi Greci l'erotismo - che si teneva strettamente lontano dalla pedofilia tutelando i bambini d'ambo i sessi che non avessero compiuto una certa età da figure estranee - si faceva canale di trasmissione di formazione culturale e morale nel contesto di un gruppo ristretto, dedicato all'istruzione e alla educazione delle giovani, qual era il tiaso femminile, pur preparando le giovani donne a vivere in una società che prevedeva una stretta separazione dei sessi e una visione della donna quasi unicamente come fattrice di figli e signora del governo domestico.

La poetica di Saffo s'incentra sulla passione e sull'amore per vari personaggi e per tutti i generi. Le voci narranti di molte delle sue poesie parlano di infatuazioni e di amore (a volte ricambiato, a volte no) per vari personaggi femminili, ma le descrizioni di atti fisici tra donne sono poche e oggetto di dibattito[6][7].

Dedicò a una delle sue allieve la poesia "A me pare uguale agli dei".

Saffo compose degli epitalami, struggenti canti d'amore per le sue allieve destinate a nozze e questo ha lasciato supporre un innamoramento anche con componenti sessuali. In realtà è presumibile che Saffo, comunque affezionata alle sue allieve, li abbia scritti poiché le vedeva destinate ad un triste destino: lasciavano infatti l'isola dove si trovavano, dove erano accudite e felici, per andare nella casa dei loro mariti, da cui non sarebbero uscite quasi mai; lì sarebbero state in pratica rinchiuse a vita, come voleva la tradizione greca.

Un'altra leggenda riguarda la presunta passione amorosa del poeta lirico conterraneo Alceo per Saffo. Alceo le avrebbe dedicato i seguenti versi: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo» (Fr. 384 Lobel-Page)[8] riportati nel secolo II da Efestione nel suo Manuale di metrica (14, 4)[9]. Da tali versi, per autoschediasmo[10], sarebbe stata desunta l'esistenza di un amore tra i due poeti. Tuttavia, anche alcuni poeti antichi smentirono questa ipotesi, ritenendo che i versi in questione fossero da interpretare come un'idealizzazione non autobiografica. In epoca contemporanea, il filologo classico Luciano Canfora ha osservato che i suddetti versi potrebbero essere riferiti non a Saffo, ma ad un'altra donna[11].

Da riconoscere è, però, che Alceo conobbe effettivamente la poetessa, prima che questa fosse costretta a fuggire al seguito della famiglia a causa delle guerre dei tiranni.

Se effettivamente i versi di Alceo si riferissero a Saffo, descritta come una donna bella e piena di grazia, dal fascino raffinato, dolce e sublime, verrebbe sfatata l'altra leggenda legata alla poetessa di Lesbo, quella della sua non avvenenza fisica, che l'avrebbe portarta a togliersi la vita a causa del suo amore, non corrisposto, nei confronti del giovane Faone. Anche il pittore olandese-britannico Sir Lawrence Alma-Tadema mostra di non aderire alla leggenda sulla bruttezza di Saffo: infatti nel suo dipinto Saffo e Alceo (Sappho And Alcaeus), realizzato nel 1881, la poetessa è ritratta con fattezze tutt'altro che sgradevoli.

OpereModifica

 
La poetessa Saffo, seduta, legge una delle sue poesie in un incontro con tre amiche-studentesse che la circondano. Vaso attico (hydrie o kalpis) di Vari, opera del gruppo di Polygnotos, 440-430 a.C. circa, Museo Archeologico Nazionale di Atene, n. 1260.

Gli studiosi della biblioteca di Alessandria suddivisero l'opera della poetessa in otto o forse nove libri, organizzati secondo criteri metrici: il primo libro, ad esempio, comprendeva i carmi composti in strofe saffiche, ed era composto da circa 1320 versi.

Di questa produzione ci rimangono oggi pochi frammenti: l'unico componimento conservatoci integro dalla tradizione è il cosiddetto Inno ad Afrodite (fr. 1 V.), con cui si apriva il primo libro dell'edizione alessandrina della poetessa. In questo testo, composto secondo i criteri dell'inno cletico, Saffo si rivolge alla dea Afrodite chiedendole di esserle alleata riguardo a un amore non corrisposto.

Tra gli altri componimenti che ci sono noti in maniera frammentaria si può ricordare almeno il fr. 31 V., Phainetai moi kenos isos theoisin, cui si fa spesso riferimento come "Ode della gelosia". Il contenuto di questo carme, in realtà, ci sfugge in larga parte, dato che non ne conosciamo la conclusione; nella parte conservata, Saffo descrive le reazioni dell'io lirico al colloquio tra una delle ragazze del tiaso e un uomo, presumibilmente il promesso sposo di costei. La vista della ragazza suscita in chi dice 'io' una serie di sintomi (sudore, tremito, pallore) che sembrano adombrare un vero e proprio attacco di panico[12]. Questo componimento fu imitato da Catullo nel suo carme 51 (Ille mi par esse deo videtur).

Il mondo poetico e concettuale di SaffoModifica

 
Ritratto di Saffo, Palazzo Massimo alle Terme, Roma. Foto di Paolo Monti, 1969.

Si possono sostanzialmente distinguere due tipi di liriche[13], quella corale, caratterizzata da un rapporto professionale tra il poeta e un committente[14], normalmente celebrativa, e quella intimista, in cui il poeta esprime uno stato d'animo che riflette

«assilli e sconvolgimenti che partono da un io autobiografico.»

(U. Albini, op. cit. in bibliografia)

I canti corali, composti prevalentemente per rispondere a esigenze di ufficialità pubblica[14], possono assumere anche il carattere di epitalami[15], il cui tema è la cerimonia nuziale con un racconto in prima persona impostato in forma dialogante: sono presenti, inoltre, immagini semplici ed evocative, che oscillano tra ilari e malinconiche, come nella celebre similitudine La dolce mela.

La lirica di Saffo, con quella di Alceo e di Anacreonte, rientra nella melica monodica (ossia canto a solo), dove la poetessa esprime le proprie emozioni a divinità o ad altri esseri umani. In effetti, Saffo offre un'immagine semplice ma appassionata dei sentimenti dell'io lirico, dove l'amore ha un ruolo da protagonista con tutta una serie di riflessioni psicologiche e in cui il ricordo e l'analisi delle emozioni passate ne suscita nuove altrettanto forti. Molto forti e precisamente enumerate sono le ripercussioni psicologiche del sentimento amoroso, con l'io soggettivo in primo piano[16]:

(GRC)

«Οἱ μὲν ἰππήων στρότον οἰ δὲ πέσδων
οἰ δὲ νάων φαῖσ' ἐπ[ὶ] γᾶν μέλαι[ν]αν
ἔ]μμεναι κάλλιστον, ἔγω δὲ κῆν' ὄτ-
τω τις ἔραται.»

(IT)

«C'è chi dice sia un esercito di cavalieri, c'è chi dice sia un esercito di fanti,
c'è chi dice sia una flotta di navi sulla nera terra
la cosa più bella, io invece dico
che è ciò che si ama»

(Frammento 16 Lobel-Page, incipit)

Saffo scrisse in dialetto eolico di Lesbo, caratterizzato dalla psilosi e dalla baritonesi: la psilosi consiste nell'assenza dell'aspirazione iniziale di parola; la baritonesi evitava che ogni parola del dialetto avesse l'accento sull'ultima sillaba. La sua poesia, nitida ed elegante, si espresse in diverse forme metriche tutte tipiche della lirica monodica, fra cui un nuovo modello di strofe, dette "saffiche", composte di quattro versi ciascuna (tre endecasillabi saffici e un adonio finale). Tale forma metrica fu ripresa da molti poeti, fino alla "metrica barbara" di Carducci. Una curiosità consiste nel fatto che la strofa non è chiamata saffica perché fu la poetessa di Lesbo ad inventarla; la nascita è da attribuire ad Alceo ma la denominazione deriva dal fatto che fu la poetessa ad utilizzarla maggiormente, ispirando anche Catullo nel carme 51 (Ille mi par esse deo videtur, ispirato al fr. 31 V). Caratteristica di Saffo è anche il frequente e non meno importante uso dei distici elegiaci, un tipo di versi molto comune allora, formati da un esametro ed un pentametro. I distici elegiaci erano frequenti nella lirica non solo amorosa, brevi ma allo stesso tempo essenziali e forti; ne abbiamo alcuni esempi palesi non solo nella poetessa greca, ma anche nel suo successore latino Catullo.

Saffo nella cultura di massaModifica

Nel corso dei secoli scrittori e uomini di cultura, cui sfuggiva - come peraltro in gran parte oggi - la diversa natura dell'amore omosessuale nella cultura greca antica rispetto alle epoche successive, con il fine di non "snaturare" la grandezza poetica di Saffo con ipotesi scandalose ai loro occhi, intesero piuttosto che tale amore fosse solo affetto puro esasperato fino all'iperbole per fini poetici. Alla luce di un'evoluzione delle conoscenze in proposito, si indicano tali amori omosessuali vissuti nel contesto formativo come normale percorso educativo che le adolescenti intraprendevano quando facevano parte del tiaso (ricordiamo i nomi di alcune allieve di Saffo: Archianassa, Arignota, Attis, Dica, Eirana, Girinno, Megara, Tenesippa e Mica). Il tiaso di Lesbo aveva come maestra proprio Saffo e alla luce di una formazione culturale completa (artistica, musicale e sociale) in Grecia era contemplata di norma anche l'iniziazione all'amore e al rapporto sessuale mediante il rapporto omosessuale. Il ruolo di Saffo in proposito, evinto (con possibile autoschediasmo[10]) dalle sue liriche, frainteso ed estrapolato dal contesto storico-culturale, ha dato origine ai termini "lesbico" e "saffico", che designano oggi l'omosessualità femminile.

Altro dato leggendario, ripreso dagli antichi commediografi, è che si sia gettata da una rupe sull'isola di Lefkada, vicino alla spiaggia di Porto Katsiki, per l'amore non corrisposto verso il giovane battelliere Faone, che in realtà è un personaggio mitologico. Tale versione è stata ripresa anche da Ovidio, nelle Eroidi, e da Giacomo Leopardi nell'Ultimo canto di Saffo[17].

A livello musicale, questa leggenda ha avuto grande risonanza: ad esempio, il compositore bavarese Johann Simon Mayr scrisse, su libretto di Simeone Antonio Sografi, un'opera seria dal titolo Saffo, ossia i riti d'Apollo Leucadio, rappresentata al Teatro La Fenice di Venezia nel 1794 con il famoso cantante lirico castrato (sopranista) Girolamo Crescentini. In età contemporanea, il cantautore Roberto Vecchioni ha scritto e cantato Il cielo capovolto (Ultimo canto di Saffo), brano contenuto nell'album Il cielo capovolto del 1995, mentre Angelo Branduardi ha scritto il pezzo La raccolta, inserito nell'album Cogli la prima mela del 1979 e ispirato da un componimento della poetessa, il Fr. 105a, conosciuto in italiano - tra l'altro - come La dolce mela.

Sotto il profilo teatrale, la poetessa ha ispirato i Frammenti n.2-4-80 da Saffo (1968) di Giuseppe Sinopoli.

Il pittore francese Antoine-Jean Gros nel 1801 ha realizzato un dipinto a olio su tela (122x100 cm.), dal titolo Saffo a Leucade, anche noto come La morte di Saffo, conservato nel Museo "Baron Gérard" di Bayeux in Francia. In esso la figura di Saffo è ritratta ai margini di una scogliera, in un paesaggio notturno rischiarato da raggi di luna, nell'atto di gettarsi nel mare sottostante, in un'atmosfera che anticipa i canoni del Romanticismo.

Il pittore olandese-britannico Sir Lawrence Alma-Tadema, nato Lourens Alma Tadema (Dronrijp, 8 gennaio 1836Wiesbaden, 25 giugno 1912), ha realizzato nel 1881 il dipinto Saffo e Alceo (Sappho And Alcaeus), olio su tela (66x122 cm.), oggi conservato al Walters Art Museum, già Walters Art Gallery, il principale museo di arti visive di Baltimora (Maryland), negli Stati Uniti.

Alla poetessa greca, inoltre, è stato dedicato un asteroide, battezzato 80 Sappho.

Alcuni frammentiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Frammenti dei lirici greci.

EdizioniModifica

  • Salvatore Quasimodo, Lirici greci, con un saggio di Luciano Anceschi, Milano, Corrente, 1940 (riedito da Mondadori a partire dal 1944)
  • D. A. Campbell (a cura di), Greek Lyric 1: Sappho and Alcaeus (Loeb Classical Library No. 142), Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1982. ISBN 0-674-99157-5
  • Raffaele Cantarella. La letteratura greca classica. Milano, Rizzoli, 2002. ISBN 88-17-11251-8
  • Umberto Albini, Lirici greci, Milano, Garzanti, 1978, traduzione Gennaro Perrotta.
  • AA. VV., Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007.
  • (EL) N. Kaggelaris, Wedding Cry: Sappho (Fr. 109 LP, Fr. 104(a) LP)- Catullus (c. 62. 20-5)- modern greek folk songs, in E. Avdikos e B. Koziou-Kolofotia (a cura di), Modern Greek folk songs and history, pp. 260-270.
  • Liriche e frammenti, Milano, SE, 2002. ISBN 88-7710-517-8
  • Frammenti, Firenze, Giunti, 1997. ISBN 88-09-21032-8
  • Finché ci sia respiro, Roma, Interlinea, 2001. ISBN 88-8212-256-5
  • Sappho et Alcaeus. Fragmenta, edidit Eva Maria Voigt, Amsterdam, Athenaeum-Polak & Van Gennep, 1971.
  • Saffo. Poesie, introduzione di Vincenzo Di Benedetto, traduzione e note di Franco Ferrari, Milano, BUR, 1987.
  • Poesie, Milano, BUR, 2005. ISBN 88-17-00519-3
  • Saffo. Poesie, frammenti e testimonianze, introduzione, nuova traduzione e commento a cura di Camillo Neri e Federico Cinti, Santarcangelo di Romagna (RN), Rusconi libri, 2017.

NoteModifica

  1. ^ Un frammento di Saffo citato in Strabone, Geografia, I,2,33, menzionerebbe la città di Palermo (ἤ σε Κύπρος ἢ Πάφος ἢ Πάνορμος); cfr. Enciclopedia della Sicilias.v. Saffo, p. 850. Ciononostante, alcuni filologi vi leggono πάνορμος, 'dal grande porto', aggettivo da riferire a Pafos; cfr. (EN) Geography of Strabo, nota 246, su perseus.tufts.edu. URL consultato il 29 dicembre 2012.
  2. ^ mentre la parola "lesbico/a" deriva dal nome della sua isola natale, Lesbo. lesbian (adj.), su Online Etymology Dictionary. URL consultato il 13 settembre 2012.
  3. ^ Sapphic, su Online Etymology Dictionary. URL consultato il 13 settembre 2012.
  4. ^ Nella Grecia classica questo costume rimase costante nell'educazione dei giovinetti e nel diverso approccio del mondo greco nel confronto della pederastia rispetto alla sensibilità moderna. È invece probabile che nei confronti delle ragazze sia stato proprio solo dell'isola di Lesbo, forse per una componente di influenza anatolica in un'isola così vicina all'Asia e così aperta ai traffici.
  5. ^ Letteratura greca Giulio Guidorizzi.
  6. ^ Denys Page, Sappho and Alcaeus, Oxford University Press, 1959, pp. 142-146.
  7. ^ Campbell 1982, p. XI-XII
  8. ^ cfr. in AA.VV., I lirici greci, a cura di Filippo Maria Pontani, Torino, Einaudi, 1969, p. 223.
  9. ^ cfr. Luciano Canfora, Storia della letteratura greca, Editori Laterza, Roma-Bari, 2013, ISBN 978-88-581-0564-1, pag.94
  10. ^ a b Il termine autoschediasma (o autoschediasmo), singolare maschile, viene dal greco Αὐτοσχεδίασμα (autoskediàsma) e αὐτοσχεδιασμός «improvvisazione», derivativo di αὐτοσχεδιάζω (autoschediàzo) «agire/parlare improvvisando e, quindi, senza preparazione/senza riflettere/con precipitazione» (pl. -i). Insieme al termine fratello "autoschediastico", è usato in italiano specie in letteratura, con una duplice connotazione. Dal punto di vista dell'arte retorica, nel senso di "improvvisazione, discorso improvvisato, pronunciato all'impronta, che si costruisce estemporaneamente", ha in genere una valenza positiva: infatti, anche l'uscita più estemporanea suscita dei precisi effetti, e può celare espedienti sottili. Al contrario, in contesto filologico, ha il senso di "costruzione evanescente basata su un'invenzione aneddotica" e viene sovente utilizzato per stigmatizzare un'interpretazione abborracciata / autoricavata dal contesto, che non sta in piedi; ciò specie come critica rivolta agli autori dell'antichità classica, soliti ad utilizzare come fonti storiche citazioni testuali, anche di opere letterarie e poetiche, quindi frutto di fantasia, senza cercarne riscontri ed effettuare verifiche. Vedi il termine "autoschediasma" nei siti del vocabolario Treccani, retorica,it e Una parola al giorno.it
  11. ^ Secondo tale interpretazione, le ultime parole del verso (μελλιχόμειδε Σαπφοι) possono anche essere rese con una differente separazione letterale (μελλιχομειδες Απφοι), la quale, attestata da Efestione stesso, sembra preferibile, stando all'orientamento del filologo classico tedesco Paul Maas, nel qual caso il nome della donna oggetto degli appellativi amorosi non sarebbe più quello di Saffo, bensì quello di Απφοι o, secondo un altro filologo classico tedesco, Rudolf Pfeiffer, Αφροι (mentre la grafia per Saffo sarebbe, stando a Maas, Ψαπφοι). Cfr. L. Canfora, cit.
  12. ^ F. Ferrari, Una mitra per Kleis. Saffo e il suo pubblico, Pisa, Giardini, 2007, pp. 159-163.
  13. ^ In origine composizione poetica accompagnata da uno strumento a corda come la lira o la cetra.
  14. ^ a b U. Albini, Lirici greci, op. cit. in bibliografia, p. VIII.
  15. ^ Gli epitalami come gli imenei sono componimenti che celebrano le nozze.
  16. ^ Giuliana Lanata, Il linguaggio amoroso di Saffo, in Quaderni urbinati di cultura classica, Urbino, 1966, rivista diretta dal grecista Bruno Gentili
  17. ^ A. Colonna, La letteratura greca, Lattes Editori, Torino 1969, p. 102.

BibliografiaModifica

  • Gabriele Burzacchini, I passeri di Afrodite, in M. Cannatà Fera-S. Grandolini (edd.), Poesia e religione in Grecia. Studi in onore di Aurelio Privitera, vol. I, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2000, pp. 119-124.
  • Bruno Snell, Il primo rivelarsi dell'individualità nella lirica greca arcaica, in (Id.), La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Torino, Einaudi, 2002, pp. 88-119.
  • Bruno Gentili, La veneranda Saffo, in (Id.), Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2006, pp. 317-326.
  • S. Zenoni, L'onda di Saffo, in "Rivista italiana di Gruppoanalisi" n.1 (2006).
  • Franco Ferrari, Una mitra per Kleis: Saffo e il suo pubblico, Pisa, Giardini, 2007.
  • Gabriele Burzacchini, Saffo, il canto e l'oltretomba, «RFIC» CXXXV (2007) pp. 37-56.
  • Werner Jaeger, L'autoformazione dell'individuo nella poesia ionico-eolica, in (Id.), Paideia. La formazione dell'uomo greco, introduzione di Giovanni Reale, traduzione di Luigi Emery e Alessandro Setti, indici di Alberto Bellanti, Milano, Bompiani (Il pensiero occidentale), 2011, pp. 221-256.
  • Camillo Neri, Non c'è mitra per Cleide (Sapph. fr. 98 V.), «Eikasmós» XXIII (2012) pp. 31-43.
  • Camillo Neri, Il Brothers Poem e l'edizione alessandrina (in margine a P. Sapph. Obbink), «Eikasmós» XXVI (2015) pp. 53-76.

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