Apri il menu principale

Socialfascismo è il termine usato dalla Terza Internazionale Comunista (Comintern), tra gli anni Venti e Trenta del XX secolo, per denominare spregiativamente i riformisti e i socialdemocratici. Espresse anche una precisa linea politica del movimento comunista internazionale, adottata dal VI Congresso dell'Internazionale Comunista tenutosi a Mosca dal 17 luglio al 10 settembre 1928: per oltre un quinquennio la concezione del socialfascismo, che sarebbe stata dettata dalla fine della "stabilità capitalista" (inizio del terzo periodo), fu diffusa e imposta a tutti i militanti comunisti, determinando la loro autoesclusione dalle organizzazioni unitarie dei partiti antifascisti[1]. Con l'avvio della fase dei fronti popolari, questa teoria venne rinnegata dallo stesso Partito Comunista dell'Unione Sovietica che l'aveva precedentemente promossa.

Indice

Il precedente dei "socialtraditori"Modifica

La teoria del socialfascismo è molto differente dalle posizioni sostenute nei primi anni della Terza Interzionale Comunista. Nelle 21 condizioni di ammissione all'Internazionale Comunista (i cosiddetti "21 punti"), in gran parte ispirate da Lenin, adottate formalmente il 7 agosto 1920, durante il II Congresso del Comintern[2], venivano imposte a tutti i partiti che ne volessero entrare a far parte l'accettazione di condizioni drastiche contro gli esponenti riformisti, che venivano tacciati di "tradimento" della classe operaia "socialtraditori"). Tuttavia, le organizzazioni "socialtraditrici" non erano considerate appartenenti al campo della borghesia, e tanto meno alla sua ala fascista. Per questo motivo, la tattica difesa nei primi quattro congressi dell'Internazionale Comunista era quella della chiara separazione ma anche del fronte unico tra comunisti e socialisti.

Definizione di "socialfascismo"Modifica

Dopo l'affermazione del fascismo in Italia (1924) e di governi di destra in molti paesi europei, con un netto cambio di impostazione teorica l'Internazionale comunista accusa i partiti socialisti europei di costituire non tanto "l'ala destra del proletariato", quanto "l'ala sinistra della borghesia", che, secondo i comunisti aderenti alla linea di Stalin, usava alternatamente fascismo e socialdemocrazia come strumenti di politiche antipopolari e anticomuniste. In alcuni casi, per socialfascismo si intendeva poi il collaborazionismo (reale o supposto) dei partiti socialdemocratici e riformisti nei confronti dei regimi nazifascisti nati in Italia, Austria, Germania e, più tardi, in Spagna.

In questi paesi e in tutto il mondo industrializzato, secondo la dottrina uscita maggioritaria dal VI congresso del Comintern, i socialisti moderati avevano scoraggiato qualsiasi tentativo di rivoluzione, svolgendo una funzione antirivoluzionaria e revisionista.

Il termine non va confuso con le politiche sociali intraprese dai paesi dell'Asse (vedi Sindacalismo fascista).

Venne usato (anche nella variante "fasciocomunista") nei confronti di Nicola Bombacci[3], ex socialista e tra i fondatori anche del Partito Comunista d'Italia che poi si iscrisse al Partito Nazionale Fascista e divenne importante gerarca a Salò (verrà anche appeso a Piazzale Loreto assieme a Mussolini).

StoriaModifica

Mentre in Europa l'onda nera montava già da qualche anno, i comunisti - in nome della teoria del socialfascismo - iniziarono a scaricare accuse di incredibile violenza contro i socialisti.

Infatti, il VI Congresso dell'Internazionale comunista, tenutosi a Mosca dal luglio al settembre 1928, aveva stabilito l'impossibilità di accordi con la socialdemocrazia, che veniva assimilata allo stesso fascismo. Era la tesi di Stalin il quale, liquidata l'opposizione di Trotskij, eliminava anche l'influenza di Bucharin che, già suo alleato contro la sinistra di Trotskij, era rimasto il suo principale oppositore da destra.

Il nuovo orientamento dell'Internazionale fu riaffermato nel X Plenum del Comitato esecutivo nel luglio 1929, dove il finlandese Otto Wille Kuusinen sostenne che i socialisti «le azioni fasciste non le fanno apertamente, ma dietro una cortina fumogena». Tali accuse non erano rivolte solo agli odiati socialdemocratici tedeschi: un altro esponente comunista di primo piano, Dmitri Manuilskij, le estese anche contro il britannico Ramsay MacDonald che nel 1924 aveva portato i laburisti al potere.

In questo contesto Palmiro Togliatti colse l'occasione per insinuare che il sindacalista socialista Bruno Buozzi (esule in Francia e futuro martire dell'occupazione nazista in Italia) fosse «un mercante che patteggia» con Benito Mussolini"[4].

In ItaliaModifica

In Italia i comunisti sottolineavano la critica negativa, da parte dell'ala "turatiana" dell'allora Partito Socialista Italiano, nei confronti del Biennio Rosso e delle occupazioni delle fabbriche guidate, tra gli altri, dagli ordinovisti di Antonio Gramsci.

Sandro Pertini ha dichiarato che, quando era in carcere a Turi, vi conobbe il leader comunista Gramsci, anch'egli lì detenuto, al quale si rivolse dandogli del lei. Il comunista sardo invitò Sandro Pertini ad usare il tu, e questi, dopo aver detto che come presunto "socialfascista" non credeva di essere ben accetto da parte del suo interlocutore, si sentì rispondere che "quelle (le accuse di socialfascismo, N.d.E.) sono tutte sciocchezze". Secondo lo stesso Pertini quella frase era segno della divergenza di opinioni del politico sardo con i vertici del Comintern che Gramsci avrebbe poi espresso scrivendo dal carcere.[5]

I Partiti comunisti nazionali dovevano adeguarsi alla dottrina del "socialfascismo", espellendo, se necessario, i dissidenti. Così il Partito comunista d'Italia espulse Angelo Tasca nel settembre 1929 e, in successione, ma con l'accusa di trotskismo, prima il fondatore del partito Bordiga, poi, nell'aprile del 1930, Alfonso Leonetti, Pietro Tresso e Paolo Ravazzoli.

In GermaniaModifica

In Germania era ancor più marcata l'opposizione tra comunisti e socialdemocratici, che avevano avuto (nella figura del cancelliere, il socialdemocratico Friedrich Ebert) un ruolo centrale nella repressione dei moti spartachisti[6].

Non aiutò a superare la reciproca ostilità il fatto che il cancelliere socialdemocratico Hermann Müller instaurasse un'equivalenza tra "fascismo rosso" e fascismo bruno"[7]. Tutto ciò portò alla reciproca ostilità tra comunisti e socialdemocratici tedeschi, intensificata dalle contrapposizioni del primo maggio 1929 a Berlino, in cui la polizia del governo locale (a guida SPD) sparò sui manifestanti comunisti[8]. Nel 1931, in Prussia il partito comunista si associò al partito nazista (definito composto da "compagni del popolo lavoratore") nel tentativo di abbattere con un plebiscito il governo locale a guida socialdemocratica[9]

Isaac Deutscher fu tra gli oppositori della linea politica così designata, il che gli procurò, nel 1932, l'espulsione dal partito comunista "per avere, dice la motivazione, <<esagerato il pericolo del nazismo>> e <<seminato il panico>> nelle file comuniste"[10].

Il KPD continuò durante tutta la campagna elettorale per le elezioni del marzo 1933 a sostenere che nazisti e socialdemocratici si equivalevano e, sotto la guida di Ernst Thälmann, coniò lo slogan "Dopo Hitler, sarà il nostro turno!".[11]

In ogni caso, dopo la salita al potere di Hitler il KPD fu bandito e migliaia dei suoi membri furono arrestati, compreso lo stesso Thälmann. A seguito di questo disastroso corso degli eventi, il Comintern abbandonò la teoria del Socialfascismo passando a quella, opposta del "fronte popolare", annunciata ufficialmente nel 1935 da quel Georgi Dimitrov che era scampato alla repressione nazista[12]. Peraltro, essa non impedì che, quando le esigenze di politica estera sovietica lo richiesero, l'Unione sovietica stipulasse con la Germania hitleriana il patto Molotov–Ribbentrop.

SuperamentoModifica

La tesi del socialfascismo, già duramente criticata da Lev Trockij[13], fu abbandonata dalla Terza Internazionale nel 1935, in seguito al Settimo congresso del Comintern, quando Georgi Dimitrov, nel suo discorso di apertura dal titolo "Per l'unità della classe operaia contro il fascismo", sottolineò l'importanza della nuova politica dei Fronti popolari.

La Terza Internazionale era stata portata a fare questo passo anche a causa dell'ascesa al potere di Hitler e del Nazismo in Germania nel 1933.

Solo a seguito dell'abbandono della dottrina del "socialfascismo" i comunisti poterono iniziare a collaborare con gli altri partiti antifascisti della sinistra e si poté dar vita alla coalizione internazionale che, a partire dal 1936, si contrappose a Franco nella guerra civile spagnola[14].

Una recrudescenza della politica di rottura dei comunisti con i socialisti, con il recupero del dispregiativo di "socialfascisti", vi fu a partire dall'agosto 1939 a seguito della stipula del Patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione tra la Russia sovietica e la Germania nazista, che determinò, dopo l'inizio della seconda guerra mondiale (1º settembre 1939), la divisione del territorio polacco tra sovietici e tedeschi e l'occupazione delle repubbliche baltiche da parte dell'Armata Rossa.

Un riavvicinamento tra comunisti e socialisti, con il definitivo abbandono della terminologia di "social-traditori" e di "social-fascisti" da parte dei primi nei confronti dei secondi vi fu solo dopo l'aggressione nazista all'URSS, nel giugno del 1941, con la necessità di fare fronte comune contro i tedeschi.

Dopo la destalinizzazione del 1956, "il Partito Comunista Italiano di Berlinguer deprecò la teoria del "socialfascismo", proclamata dal VI Congresso dell’Internazionale comunista, addossandone interamente la responsabilità a Stalin. In realtà, come sosteneva il filosofo Lucio Colletti, quella teoria era organica al leninismo"[15].

NoteModifica

  1. ^ La Controrivoluzione Sconosciuta, Editoriale Jaca Book, p. 194.
  2. ^ Spriano, pp. 70-72.
  3. ^ citato in: Claudio Cabona, Nicola Bombacci. Storia e ideologia di un rivoluzionario fascio-comunista, 2012
  4. ^ Paolo Mieli, Dopo le elezioni Usa; A SINISTRA LA PARALISI DELLE IDEE, Corriere della Sera, 18 novembre 2016.
  5. ^ Secondo alcuni, che citano come fonte il documentario "Gramsci, la forma della memoria", contenente un'intervista al Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, l'incontro sarebbe avvenuto al confino di Ustica, ma non risulta che né Pertini, né Gramsci siano mai stati confinati nella suddetta isola. Al contrario, nella biografia di Pertini pubblicata nel sito web del Circolo Sandro Pertini di Genova, viene citata la seguente ricostruzione dei suoi rapporti con Gramsci, sulla base delle sue stesse dichiarazioni: «Chiesi al maresciallo dei carabinieri che comandava la scorta se poteva dirmi dove mi portavano. Quando questi fece il nome di Turi me ne rallegrai. Ero contento perché sapevo che là avrei incontrato Antonio Gramsci, un uomo che avevo sempre ammirato per il suo coraggio». «A Turi incontrai Gramsci in un angolo del cortile dove coltivava un'aiuola di fiori; era piccolo di statura e con due gobbe: una davanti ed una di dietro. Mi avvicinai a lui, mi presentai, gli affermai che venivo da Santo Stefano e che ero onorato di fare la sua conoscenza. Gli davo del lei e lo chiamavo Onorevole Gramsci. Lui si mise a ridere, dicendomi: "Perché mi dai del lei? Siamo antifascisti, vittime del Tribunale speciale tutti e due", "Io gli ricordai che per loro, i comunisti, noi eravamo dei social-traditori". Gramsci disse di lasciar stare quella polemica penosa. Ci vedemmo dopo qualche giorno e Gramsci parlò di Turati e Treves in maniera che mi sembrò offensiva ed io risposi con durezza. Il giorno dopo Gramsci si scusò, dicendo che il suo era un giudizio politico, non aveva avuto intenzione di offendere le persone, e capiva la mia reazione in favore di due compagni che si trovavano in Francia. Da allora diventammo buoni amici. Parlavamo a lungo insieme anche perché era stato isolato dai suoi. Per certi versi costoro lo consideravano un traditore e chiedevano la sua espulsione dal partito, come poi fecero anche con Camilla Ravera. In cella Gramsci era perseguitato dai carcerieri: credo che l'ordine di non lasciarlo dormire arrivasse direttamente da Roma. Io andai dal direttore del carcere a protestare perché i carcerieri, ogni volta che Gramsci si addormentava, lo svegliavano facendo scorrere sulle sbarre della finestra dei bastoni, con la scusa di controllare che le sbarre non fossero state segate per un'evasione. Dissi al direttore che se la situazione non fosse cambiata, avrei scritto una lettera al ministero. Il risultato fu che Gramsci, già gravemente malato di tubercolosi poté dormire tranquillo. Le mie proteste costrinsero il direttore del carcere di Turi a concedere a Gramsci anche alcuni quaderni, delle matite, un tavolino ed una sedia. Così poterono nascere i quaderni dal carcere. La mia amicizia con Gramsci mi mise in contrasto con il direttore del carcere e forse non fu estraneo al mio trasferimento a Pianosa, all'inizio del 1932».
  6. ^ All'interno della quale i Freikorps, per la verità non legati al Partito Socialdemocratico di Germania, eliminarono fisicamente Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e centinaia di militanti spartachisti: v. Il “Natale di sangue di Ebert” del 1918 in Germania, Contromaelstrom, 25 dicembre 2012.
  7. ^ Adelheid von Saldern, The Challenge of Modernity: German Social and Cultural Studies, 1890-1960, University of Michigan Press (2002), ISBN 0-472-10986-3, p. 78.
  8. ^ Martin Kitchen, A History Of Modern Germany 1800-2000, Blackwell Publishing (2006), ISBN 1-4051-0040-0, p. 245.
  9. ^ Rob Sewell, Germany: From Revolution to Counter-Revolution, Fortress Books (1988), ISBN 1-870958-04-7, Chapter 7.
  10. ^ Belfagor: rassegna di varia umanità, XXXIV, 1, 1979, p. 45 (Firenze: L.S. Olschki, 1979).
  11. ^ Jane Degras, The Communist International 1919-1943: documents. 3. 1929-1943, Routledge (UK), ISBN 0-7146-1556-0, p. 121.
  12. ^ "For the Unity of the Working Class Against Fascism"
  13. ^ Thomas M. Twiss, Trotsky and the Problem of Soviet Bureaucracy, BRILL, 8 mag 2014, p. 284, dà conto del dibattito sul punto con il segretario del partito comunista tedesco Ernst Thälmann, che respinse l'idea di una convergenza anche solo tattica con l'ala sinistra della SPD in funzione anti-hitleriana.
  14. ^ Chianese Gloria, Di Vittorio e la guerra civile spagnola, Italia contemporanea. DICEMBRE, 2007 (Milano, Roma: INSMLI; Carocci, 2007).
  15. ^ Bedeschi Giuseppe, Politica e ideologia: un profilo politico-ideologicodi Lucio Colletti, Rivista di politica: trimestrale di studi, analisi e commenti: 1, 2016, p. 57, Soveria Mannelli: Rubbettino, 2016.

BibliografiaModifica

  • Rogari Sandro, Il movimento operaio europeo fra le due guerre, Testimonianze: 495-496, 3 4, 2014 (San Domenico di Fiesole (FI) : Associazione Testimonianze, 2014).
  • Mioni Michele, I Quaderni di Giustizia e Libertà (1932-1935) : un laboratorio di politica, Quaderni del Circolo Rosselli: 110 n.s., 3, 2011 (Firenze: Alinea Editrice, 2011).
  • De Fiores Claudio, La concezione della nazione in Togliatti, Democrazia e diritto: XLVIII, 1 2, 2011, Milano: Franco Angeli, 2011.
  • Ricciardi Andrea, Gli anni della formazione di Leo Valiani, Nuova antologia: 606, 2258, 2011, Firenze (FI) : Le Monnier, 2011.
  • Serra Maurizio, Aron e Sartre (con Nizan e Brasillach) : ancora sui fratelli separati, Nuova antologia. GEN. MAR., 2009.
  • Rota Emanuel, Angelo Tasca e la scelta collaborazionista in Francia: un fascismo antifascista?, Società e storia. Fascicolo 27, 2006, Milano: Franco Angeli, 2006.
  • Cecchinato Eva, Fascismo garibaldino e garibaldinismo antifascista: la camicia rossa tra le due guerre, Memoria e ricerca: rivista di storia contemporanea. Fascicolo 32, 2009, Cesena (Forlì) : Roma: [poi] Milano: Società Editrice Ponte Vecchio; Carocci; Franco Angeli, 2009.
Controllo di autoritàGND (DE4181951-2