Sultanato di Delhi

Sultanato di Delhi
Sultanato di Delhi – Bandiera
Possibile vessillo (dettagli)
Tughlaq dynasty 1321 - 1398 ad.PNG
Mappa del sultanato di Delhi al suo apogeo sotto la dinastia turco-indiana dei Ṭughlāq[1]
Dati amministrativi
Nome ufficialein persiano سلطنت دلی‎, "Salṭanat-e Dillī"
Chirag
Lingue ufficialipersiano[2]
Lingue parlateindostano (dal 1451)[3]
CapitaleDelhi (1214-1327 e 1334–1506)
Altre capitaliLahore (1206–1210)
Bada'un (1210–1214)
Daulatabad (1327–1334)
Agra (1506–1526)
Politica
Forma di governoMonarchia assoluta
Sultanoelenco
Nascita1206[4] con Quṭb al-Dīn Aybak
CausaElevazione a sultanato da parte di Quṭb al-Dīn Aybak
Fine1526 con Ibrāhīm Lōdī
Causaconquista da parte dei Moghul con la prima battaglia di Panipat
Territorio e popolazione
Economia
Valutatanka
Religione e società
Religioni preminentiInduismo, buddismo
Religione di StatoIslam sunnita
Evoluzione storica
Preceduto daDinastia ghuride
Gahadavala
Dinastia Chandela
Dinastia Paramara
Dinastia Deva
Dinastia Sena
Dinastia Seuna
Dinastia Kakatiya
Dinastia Vaghela
Dinastia Yajvapala
Chahamani di Ranastambhapura
Succeduto daAlam of the Mughal Empire.svgImpero Moghul
Bengal Sultanate Flag.gifSultanato di Bengala
Sultanato di Bahman
Flag of the Gujarat Sultanate.svgSultanato di Gujarat
Sultanato di Malwa
Flag of Vijaynagara.svgImpero Vijayanagara
Ora parte diBangladesh Bangladesh, India India, Nepal Nepal, Pakistan Pakistan

Il Sultanato di Delhi (persiano/urdu سلطنت دلی, Salṭanat-e Dilli o سلطنت هند, Salṭanat-e Hind) fu uno Stato islamico esistito dal 1206 al 1526 che, al momento della sua massima espansione, si sviluppava su quasi l'intero territorio del subcontinente indiano; la capitale era posta a Delhi, anche se non mancarono periodi in cui il centro amministrativo si trovava altrove.[5][6] Lo amministrò una serie di dinastie turche e pashtun ("afghane"), qui elencate in ordine cronologico: dapprima i Mamelucchi (1206-1290), poi i Khaljī (1290-1320), i Ṭughlāq (1320-1414),[7] i Sayyid (1414-1451) e i Lōdī, o Lōdhī (1451-1526); tali famiglie reali furono poi definitivamente rimpiazzate dai Moghul. Rientravano sotto la sua giurisdizione territori facenti parte degli odierni India, Pakistan, Bangladesh e parti del Nepal meridionale.[8]

In qualità di successore della dinastia ghuride, il Sultanato di Delhi figurava originariamente tra i numerosi principati governati dai generali schiavi turchi[nota 1] di Muhammad di Ghur (che avevano conquistato gran parte dell'India settentrionale, in particolare nei pressi del passo di Khyber), per esempio Yildiz, Aibek e Qubacha, i quali avevano ereditato e spartito tra di loro i territori ghuridi.[9] Dopo un lungo periodo di lotte intestine, i mamelucchi di Delhi si piegarono alla rivoluzione Khalji, evento che segnò il trasferimento del potere dai turchi a un'eterogenea nobiltà indo-musulmana.[9][10] Entrambe le emergenti dinastie Khalji e Tughlaq videro rispettivamente una nuova ondata di rapide conquiste musulmane nel sud dell'India, nello specifico il Gujarat e Malwa, inviando altresì una prima spedizione a sud del fiume Narmada e nel Tamil Nadu.[9] Continuò nella prima parte del XIV secolo a estendersi verso l'India meridionale fino al 1347, quando le province del sud si resero indipendenti sotto il Sultanato di Bahmani che successivamente si smembrò nei Sultanati del Deccan. L'entità statale raggiunse l'apice della sua portata geografica durante la dinastia Tughlaq, quando incorporava sotto la stessa bandiera città facenti parte dell'odierno Pakistan fino a quelle del Bangladesh.[11] Una simile espansione fu seguita dal declino dovuto alle riconquiste indù, ai regni indù come l'Impero di Vijayanagara e di Mewar che reclamavano l'indipendenza, e ai nuovi sultanati musulmani come quello del Bengala, Jaunpur, Gujarat e Malwa che si staccarono.[9][12] Il Sultanato subì il saccheggio di Delhi nel 1398 ad opera di Tīmūr (Tamerlano) proprio mentre andava incontro al processo di frammentazione. Il Sultanato di Delhi si riprese brevemente sotto la dinastia dei Lōdī (o Lōdhī) prima di essere conquistato da Bābur, imperatore Moghul, nel 1526.[nota 2]

Tale Stato storico è noto per la sua integrazione del subcontinente indiano di una cultura cosmopolita globale[13] (tanto che ciò si può riscontrare nello sviluppo della lingua indostana[14] e dell'architettura indo-islamica[15][16]): inoltre, essendo uno dei pochi a riuscire a respingere gli attacchi dei mongoli, in particolare del Khanato Chagatai,[17] fu possibile l'intronizzazione di una delle poche figure femminili di spicco nella storia islamica, Radiya Sultana, al potere dal 1236 al 1240.[18] Le campagne vittoriose di Bakhtiyar Khalji portarono con sé la profanazione su larga scala di templi indù e buddisti[19] (cui seguì un declino di quest'ultimo credo nell'India orientale e nel Bengala[20][21]) e alla distruzione di alcune università e biblioteche.[22][23] Le incursioni mongole nell'Asia occidentale e centrale crearono le condizioni ideali per avviare secoli di migrazione di soldati, intellettuali, mistici, commercianti, artisti e artigiani in fuga da quelle regioni nel subcontinente, permettendo così di radicare la cultura islamica in India[24][25] e nel resto della regione.

StoriaModifica

Contesto storicoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Mamelucchi e Migrazioni turche.

Per descrivere il contesto storico che ha portato all'ascesa del Sultanato di Delhi in India non si può prescindere da un altro evento che coinvolse in maniera più ampia gran parte del continente asiatico, nello specifico la regione meridionale e occidentale: l'afflusso di popoli turchi nomadi dalle steppe dell'Asia centrale. Un simile evento può essere fatto risalire al IX secolo, quando il califfato islamico iniziò a frammentarsi in Medio Oriente, dove i governanti musulmani negli stati rivali iniziarono a rendere prigionieri i turchi nomadi non fedeli all'islam dalle steppe dell'Asia centrale e ad istruire molti di loro allo scopo di renderli fedeli schiavi militari chiamati mamelucchi. Ben presto, i turchi iniziarono a migrare verso le terre musulmane e andarono incontro a un processo di islamizzazione. Molti degli schiavi mamelucchi turchi alla fine insorsero per diventare governanti e si imposero in numerose regioni del mondo musulmano, stabilendo sultanati mamelucchi che si sviluppavano dall'Egitto all'attuale Afghanistan, prima di concentrare la propria attenzione sul subcontinente indiano.[26]

Si tratta, invero, di un fenomeno che ha radici molto più antiche: come altri popoli stanziali, dediti perlopiù all'agricoltura, quelli del subcontinente indiano furono attaccati da tribù nomadi nel corso della loro lunga esistenza. Nel valutare l'impatto dell'Islam sul subcontinente, si deve considerare che il subcontinente nord-occidentale fu un obiettivo frequente delle incursioni delle tribù dall'Asia centrale in epoca pre-islamica. Alla stregua di tale affermazione, le razzie e le successive invasioni musulmane non apparivano dissimili da quelle delle precedenti invasioni durante il primo millennio.[27]

Nel 962 d.C., i regni indù e buddisti dell'Asia meridionale andarono incontro a un'ondata di incursioni effettuate dagli eserciti musulmani dall'Asia centrale.[28] Tra le armate all'attacco vi era quella di Mahmud di Ghazna, figlio di uno schiavo militare turco mamelucco,[26] autore dei saccheggi nei regni nel nord dell'India da est del fiume Indo a ovest del fiume Yamuna per diciassette volte tra il 997 e il 1030.[29] Mahmud di Ghazna assaltò i centri principali ritirandosi poi in ogni occasione, estendendo il dominio islamico nel solo Punjab occidentale.[30][31]

L'ondata di incursioni nei regni dell'India settentrionale e dell'India occidentale da parte dei signori della guerra musulmani continuò pure dopo Mahmud di Ghazni,[30] senza che venissero estesi i confini in modo stabile per i regni islamici di appartenenza. Il sultano Ghurid Mu'izz ad-Din Muhammad Ghori, altrimenti noto come Muhammad di Ghur, diede il via a una guerra di espansione sistematica nel nord dell'India nel 1173,[32] cercando di ritagliarsi un principato nel mondo islamico.[29][33] Questi immaginava di far nascere un dominio sunnita che si estendesse a est del fiume Indo, e pose così le basi per costituire quel regno musulmano chiamato poi Sultanato di Delhi.[29] Alcuni storici collocano il principio del Sultanato di Delhi nel 1192, sulla base delle indicazioni e collocazione geografiche di Muhammad Ghori nell'Asia meridionale di quel tempo.[34]

Ghori fu assassinato nel 1206, secondo alcuni resoconti redatti da musulmani sciiti ad opera degli Ismāʿīlī, stando ad altri per mano dei Kokari, una popolazione autoctona del Punjab.[35] Dopo l'assassinio, uno degli schiavi di Ghori (o dei mamelucchi, in arabo: مملوك), tale Qutb al-Din Aibak, assunse il potere, diventando il primo sultano di Delhi.[29]

DinastieModifica

Dinastia mameluccaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Mamelucchi di Delhi.
 
Sultanato durante la dinastia dei Mamelucchi di Delhi (1206-1290)

Qutb al-Din Aibak, un vecchio schiavo di Muhammad di Ghur, fu il primo sovrano del Sultanato di Delhi. Aibak era di origine cumano-kipčaka e, a causa del suo lignaggio, la sua dinastia è conosciuta come dinastia dei mamelucchi (ossia di origine schiava, ma non va confusa con quella dell'Iraq o dell'Egitto).[36] Aibak regnò come sultano di Delhi per quattro anni, dal 1206 al 1210: data la sua generosità, la gente gli riservò dopo la sua morte l'appellativo Lakh data, ovvero di animo gentile.[37]

Dopo la morte di Aibak, Aram Shah assunse il potere nel 1210, ma fu assassinato nel 1211 dal genero di Aibak, Shams ud-Din Iltutmish.[38] Il potere di Iltutmish si reggeva su basi fragili e un certo numero di emiri musulmani (nobili) sfidò la sua autorità poiché sostenitori di Qutb al-Din Aibak: ne seguì una girandola di brutali esecuzioni degli elementi fedeli alle frange dell'opposizione, cosa che permise a Iltutmish di consolidare il suo pugno di ferro.[39] Poiché la sua autorità fu sfidata più volte, ad esempio da Qubacha, il periodo risultò contrassegnato da una lunga scia di schermaglie.[39] Iltutmish sottrasse Multan e il Bengala ai malcontenti governanti musulmani, così come Ranthambore e parte dei Siwalikdai capeggiate da funzionari indù. Si rese anche protagonista dell'attacco e dell'esecuzione di Taj al-Din Yildiz, dichiaratosi legittimato a comandare in qualità di erede di Mu'izz ad-Din Muhammad Ghori.[40] Il governo di Iltutmish durò fino al 1236; a seguito della sua morte, il Sultanato di Delhi vide una successione di governanti deboli, antagonisti della nobiltà musulmana e responsabile di alcuni omicidi a corte. Il governo passò da Rukn ud-Din Firuz a Radiya Sultana e ad altri ancora, finché si impose Ghiyas ud-Din Balban dal 1266 al 1287.[41][42] Gli successe il diciassettenne Mu'izz al-Din Kayqubad, che nominò Jalal al-Din Khalji quale comandante dell'esercito. Khalji assassinò Qaiqabad e assunse il potere, ponendo così fine alla dinastia mamelucca e dando vita a quella Khalji.

Qutb al-Din Aibak avviò la costruzione del Qutb Minar: è noto altresì che morì prima che il minareto fosse completato. Fu suo genero, Iltutmish, a ultimarne i lavori.[43] La moschea Quwwat-ul-Islam, fatta edificare da Aibak, è oggi un sito considerato patrimonio mondiale dell'umanità dall'UNESCO.[44] Il complesso di Qutb fu ampliato da Iltutmish e successivamente da Ala ud-Din Khalji, secondo sovrano della dinastia Khalji, all'inizio del XIV secolo.[44][45] Durante la dinastia mamelucca, molti nobili dall'Afghanistan e dalla Persia migrarono e si stabilirono in India, poiché l'Asia occidentale andò incontro alle invasioni mongole.[46]

Dinastia KhaljiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Khalji e Invasione mongola dell'India.
 
Il complesso di Qutb venne realizzato in epoca mamelucca e khalji[47]

La dinastia Khalji vantava origini turco-afghane:[48][49][50][51] proprio per questo, per via dell'adozione di alcuni usi e costumi della tradizione afghana,[52][53] la storiografia riporta appunto la famiglia come quella "turco-afghana".[49][50][51] I suoi progenitori si erano stabiliti da tempo nell'attuale Afghanistan prima di spingersi a sud verso Delhi e il nome "Khalji" si riferisce a una città afgana conosciuta come Qalati Khalji ("Forte di Ghilji").[54] La dinastia in seguito ebbe anche ascendenze indiane grazie a Jhatyapali (figlia di Ramachandra di Devagiri), moglie di Alauddin Khalji e madre di Shihabuddin Omar.[55]

Il primo sovrano della famiglia Khalji fu Jalal ud-Din Firuz: salito al potere dopo la rivoluzione khalji che segnò il trasferimento del potere dal monopolio dei nobili turchi a una nobiltà indo-musulmana eterogenea, la fazione Khalji attirò a sé nuovi simpatizzanti procedendo a una conversione di massa dei sudditi e attraverso alcune epurazioni nei piani alti.[10] Muiz ud-Din Kaiqabad morì assassinato e Jalal-ad din prese il potere con un colpo di stato militare all'età di circa 70 anni al momento della sua ascensione: nelle fonti si racconta di un monarca mite, umile e gentile.[56] Jalal ud-Din Firuz, di origine turca afghana,[57][58][59] rimase in carica per 6 anni prima di essere ucciso nel 1296 da suo nipote e genero ʿAlī Gurshap, in seguito divenuto noto come 'Ala' al-Din Khalji.[60]

'Ala' al-Din cominciò la sua carriera militare come governatore della provincia di Kara, in Uttar Pradesh, da dove guidò due incursioni su Malwa (1292) e Devagiri (1294) per saccheggi e bottini. Dopo aver ottenuto il comando, tornò in quelle terre e si concentrò sulla conquista di Gujarat, Ranthambore, Chittor e Malwa:[61] la sequenza di vittorie venne interrotta a causa degli attacchi mongoli avvenuti a nord-ovest. I mongoli si ritirarono dopo le razzie e smisero di colpire le aree nord-occidentali del Sultanato di Delhi, concentrando le loro attenzioni altrove.[62]

Dopo che i mongoli si ritirarono, 'Ala' al-Din Khalji continuò ad espandere il Sultanato di Delhi nell'India meridionale con l'aiuto di valenti generali come Malik Kafur e Khusrau Khan. Il bottino di guerra (anwatan) ottenuto risultò davvero enorme[62] e i comandanti che se lo accaparrarono dovettero pagare una ghanima (in arabo: الْغَنيمَة, un dazio), che contribuì a rafforzare la forza dei Khalji. Tra i tesori rinvenuti a Warangal vi era il famoso diamante Koh-i-Noor.[62]

'Ala' al-Din Khalji mutò le politiche fiscali, aumentando le tasse agricole dal 20% al 50% (pagabili in grano e altri prodotti della terra), eliminando i pagamenti e le commissioni sulle tasse raccolte dai capi locali, vietando la socializzazione tra i suoi funzionari così come i matrimoni tra famiglie nobili per aiutare a prevenire qualsiasi opposizione che si formasse contro di lui oltre a tagliare gli stipendi di funzionari, poeti e studiosi.[63] Tali scelte, volte a controllare in maniera più efficiente la spesa pubblica, ebbero un discreto effetto e consentirono di apportare delle migliorie agli equipaggiamenti in dotazione dell'esercito; l'introduzione di un sistema volto a calmierare i prezzi su tutti i prodotti e le merci dell'agricoltura nel regno permise più stabilità economica, oltre alla possibilità da parte delle autorità di "polizia" di eseguire dei controlli su dove, come e da chi potevano essere venduti determinati beni. Si svilupparono al contempo mercati chiamati "shahana-i-mandi",[64] dove si permisero ai venditori di fede musulmana privilegi esclusivi e il monopolio per certi prodotti da vendere in base a quanto sancito dal calmiere statale. Nessuno, se non i mercanti autorizzati, poteva comprare dagli agricoltori o vendere nelle città: le punizioni previste per i trasgressori erano piuttosto severe.[65] Le tasse raccolte sotto forma di grano venivano immagazzinate nel deposito del regno ed erano finalizzate a sopperire alla fame causata da periodi di carestia, che tra l'altro seguirono di lì a poco.[63]

Gli storici dipingono 'Ala' al-Din Khalji alla stregua di un tiranno:[66][67] chiunque fosse stato da lui sospettato di costituire una minaccia veniva ucciso insieme alle donne e ai figli della famiglia. Man mano che passavano gli anni, finì per eliminare una gran fetta dell'aristocrazia locale in favore di una manciata dei suoi schiavi e della sua famiglia. Nel 1298, tra le 15.000 e le 30.000 persone vicino a Delhi, di recente convertitesi all'islam, furono massacrate in un solo giorno, per timore che innescassero una rivolta.[66] Si ha altresì notizia della crudeltà che il monarca riservava nei confronti dei popoli sottomessi.

Dopo la morte di 'Ala' al-Din nel 1316, il suo generale eunuco Malik Kafur, nato in una famiglia indù ma poi convertitosi, assunse de facto il potere e godette del supporto dei nobili non Khalaj come i pashtun, in particolare del generale Kamal al-Din Gurg. Tuttavia, la maggioranza dei nobili Khalaj preferirono rimpiazzarlo nella speranza che uno di loro assumesse le redini del Sultanato.[63] Il nuovo sovrano fece giustiziare gli assassini di Karfur.

L'ultimo sovrano Khalji fu il figlio diciottenne di 'Ala' al-Din, Qutb-ud-din Mubarak Shah, che governò per quattro anni prima di perire per ordine di Khusrau Khan, un altro generale di schiavi con origini indù, il quale favorì l'inserimento di esponenti degli indù Baradu nella nobiltà. Il regno di Khusro durò solo pochi mesi, in quanto Ghazi Malik, in seguito chiamato Ghiyath al-Din Tughlaq, lo sconfisse con l'aiuto delle tribù punjabi dei kokari e assunse il potere nel 1320: la vecchia dinastia risultava di fatto spodestata in favore dei Tughlaq.[46][66]

Dinastia TughlaqModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Tughlaq.
 
Sultanato di Delhi dal 1321 al 1330 sotto la dinastia Tughlaq. Dopo il 1330, varie regioni si ribellarono al Sultanato e il regno si ridusse

La dinastia Tughlaq durò dal 1320 fin quasi alla fine del XIV secolo; il primo sovrano Ghazi Malik si ribattezzò come Ghiyath al-Din Tughlaq: talvolta, questi viene indicato nelle opere accademiche quale Tughlak Shah. Di "estrazione sociale umile" e generalmente considerato di origine mista, cioè turca e indiana,[1] Ghiyath al-Din amministrò per cinque anni la regione ed edificò una città vicino a Delhi chiamata Tughlaqabad.[68] Secondo lo storico Vincent Smith,[69] morì per mano di suo figlio Juna Khan, salito al trono nel 1325: ribattezzatosi Muhammad ibn Tughlaq, governò per 26 anni.[70] Durante tale parentesi, il Sultanato di Delhi raggiunse il suo apice in termini di estensione geografica, coprendo una grossa porzione del subcontinente indiano.[11]

Muhammad bin Tughlaq era un uomo colto, con una vasta conoscenza del Corano, del fiqh, della poesia e della scienza, oltre che un profondo ammiratori dei pensatori.[71] Si mostrava però profondamente sospettoso nei confronti dei suoi parenti e wazir (ministri), oltre che estremamente severo con i suoi oppositori, tanto da causare dissesti nell'erario pur di neutralizzare le ribellioni fomentate da questi. Tra le decisioni più fallimentari, rientra l'ordine di coniare monete da metalli di base con valore nominale di monete d'argento: le persone comuni finirono per coniare monete contraffatte estratte da metalli di base che avevano nelle loro case e le usavano per pagare tasse e jizya.[11][69]

 
Muhammad bin Tughlaq trasferì la sua capitale sull'altopiano del Deccan e costruì una nuova capitale chiamata Daulatabad (in foto). In seguito, annullò la sua decisione perché a Daulatabad mancava la fornitura di acqua dolce di cui disponeva Delhi[69]
 
Una moneta di metallo contraffatta emessa durante il regno di Muhammad bin Tughlaq: questi falsi portarono a un collasso economico

Muhammad bin Tughlaq scelse la città di Deogiri, nell'attuale stato indiano del Maharashtra (ribattezzandola Daulatabad), come seconda capitale amministrativa;[72] ordinò al contempo una migrazione forzata della popolazione musulmana di Delhi, inclusa la famiglia reale, i nobili, i sayyid, gli sceicchi e gli ʿulamāʾ per stabilirsi a Daulatabad. Lo scopo del trasferimento dell'intera élite musulmana era volto a convincerla del progetto ambizioso del sovrano di espandersi quanto più possibile. Inoltre, Muhammad intendeva potenziare il ruolo dei propagandisti che, grazie alla promozione della retorica dell'impero e alle campagne di islamizzazione, potevano convincere molti degli abitanti del Deccan ad abbracciare tale nuova fede e dimostrarsi più indulgenti verso la corona.[73] Tughluq punì in modo crudele i nobili non disponibili a trasferirsi a Daulatabad, giudicando la loro inosservanza alla stregua di un atto sovversivo. Secondo Ferishta, quando i mongoli giunsero nel Punjab, il sultano riportò l'élite a Delhi, sebbene Daulatabad rimase il centro amministrativo.[72] Un risultato del trasferimento coattivo dell'aristocrazia locale portò al crescere dei dissapori nei confronti del sultano, rimasto ricordato a lungo in maniera negativa.[72] D'altro canto però alcuni preferirono non fare ritorno a Delhi e stabilizzarono la presenza della comunità musulmana in loco,[11] senza cui l'ascesa del regno di Bahman contro Vijayanagara non sarebbe stata possibile.[74] Le avventure di Muhammad bin Tughlaq nella regione del Deccan segnarono anche campagne di distruzione e profanazione dei templi indù e giainisti, ad esempio il tempio di Swayambhu Shiva e il tempio dei mille pilastri.[19]

Le rivolte contro Muhammad bin Tughlaq iniziarono nel 1327, continuarono durante il suo regno e nel tempo la portata geografica del sultanato si ridusse. L'impero di Vijayanagara ebbe origine nell'India meridionale come risposta diretta agli attacchi del sultanato[75] e allontanò l'India meridionale dalla sfera di Delhi.[5] Nel 1330, Muhammad bin Tughlaq ordinò un'invasione della Cina, inviando parte delle sue forze sull'Himalaya:[76] il regno indù di Kangra intervenne prima che si potesse giungere ancora più a nord.[77] Pochi sopravvissero al viaggio e al loro ritorno furono giustiziati alla stregua di disertori.[69] Durante il suo regno, le entrate statali crollarono a causa della scelta di consentire la circolazione di monete di metallo non raffinato dal 1329 al 1332. Per coprire le spese statali, le tasse salirono vertiginosamente e si accrebbero le sanzioni per i trasgressori.[76] Carestie, povertà diffusa e ribellione crebbero in tutto il regno, spingendo nel 1338 il nipote di Tughlaq a ribellarsi a Malwa: questi fu attaccato, imprigionato e scorticato vivo.[76] Nel 1339, le regioni orientali sotto i governatori musulmani locali e le parti meridionali guidate dai re indù insorsero e dichiararono l'indipendenza dal Sultanato di Delhi. Muhammad bin Tughlaq non disponeva in quel momento delle risorse o del supporto necessario per rispondere alla contrazione del regno.[78] Lo storico Walford descrive che Delhi e la maggior parte dell'India dovettero convivere con il fallimento della politica monetaria anche negli anni successivi.[79][80] Nel 1347, il Sultanato di Bahman emerse quale potenza indipendente nella regione del Deccan dell'Asia meridionale.[81]

La dinastia Tughlaq è ricordata per il suo mecenatismo architettonico, in particolare per gli antichi lat (pilastri),[82] datati III secolo a.C., legati alla cultura buddista e indù. Il Sultanato in principio voleva utilizzare i pilastri per realizzare i minareti delle moschee. Firuz Shah Tughlaq decise poi diversamente e li fece installare vicino alle moschee. Il significato della scrittura Brahmi sul pilastro a destra era sconosciuto ai tempi di Firuz Shah.[83] L'iscrizione fu decifrata da James Prinsep nel 1837: voluta dall'imperatore Ashoka, si chiedeva alle generazioni coeve e future di cercare di seguire una vita dharmica (virtuosa), avere fiducia nella religione, ripudiare la persecuzione religiosa e gli omicidi e essere compassionevole verso tutti gli esseri viventi.[84]

Muhammad bin Tughlaq si spense nel 1351, dopo aver avviato una campagna volta a rintracciare e punire le persone in Gujarat che fomentavano rivolte contro il Sultanato di Delhi.[78] Gli successe Firuz Shah Tughlaq (1351-1388), che cercò di riconquistare il confine del vecchio regno intraprendendo una guerra con il Bengala per 11 mesi nel 1359. Tuttavia, la regione non cedette senza che questo impedisse a Firuz Shah di governare: questi rimase al trono per bene 37 anni. Durante il suo dominio, cercò di stabilizzare l'approvvigionamento alimentare e ridurre le carestie commissionando un canale di irrigazione lungo il fiume Yamuna. Essendo anch'egli un sultano istruito, Firuz Shah scrisse un libro di memorie a noi sopravvissuto.[85] In esso, condivideva il suo disprezzo per la pratica della tortura, elencando esplicitamente il suo ripudio per le amputazioni, il segare le persone vive, lo spezzare le ossa, il versare piombo fuso in gola, la vivicombustione, il piantare chiodi nelle mani e nei piedi e altre condotte ancora.[86] Inoltre, raccontava anche di non tollerare i tentativi degli sciiti e dei rappresentanti del Mahdi di fare proselitismo, né tollerava gli indù che cercavano di ricostruire i templi distrutti dai suoi eserciti.[85] Come punizione per i membri delle sette, Firuz Shah condannò a morte molti sciiti, mahdi e indù (siyasat). Il sovrano narrava anche con tono compiaciuto della sua politica di inclusione degli indù ai sunniti, annunciando un'esenzione dalle tasse e dalla jizya per coloro che intendevano convertirsi, oltre ad elargire doni e onori. In controtendenza con i suoi predecessori, i bramini indù non furono dunque esentati dalla jizya.[86][87] Aumentò inoltre ampliato il numero di schiavi al suo servizio e al fianco dei nobili musulmani. Il regno di Firuz Shah Tughlaq, sebbene caratterizzato dalla riduzione delle forme estreme di tortura e dall'eliminazione di favoritismi ad alcuni ceti, coincise con l'aumento dell'intolleranza e della persecuzione dei gruppi mirati.[86]

La morte di Firuz Shah Tughlaq innescò l'anarchia e la disintegrazione del regno. Gli ultimi sovrani di questa dinastia si auto-proclamarono entrambi sultani dal 1394 al 1397: Nasir al-Din Mahmud Shah Tughlaq, nipote di Firuz Shah Tughlaq che regnò da Delhi, e Nasir ud-Din Nusrat Shah Tughlaq, un altro parente di Firuz Shah Tughlaq che agiva da Firozabad, che era a poche miglia da Delhi.[88] La battaglia tra i due parenti per continuò fino all'invasione di Tamerlano accaduta nel 1398. Il sovrano mongolo turchicizzato dell'Impero timuride, conosciuto per essere tra i più celebri generali nella storia di tutti i tempi, si rese conto della debolezza e delle lotte intestine nel Sultanato di Delhi, decidendo pertanto di marciare con il suo esercito alla volta di Delhi: lungo il percorso, saccheggiò e uccise tutti coloro che osarono opporsi.[89][90] Le stime per il massacro eseguito da Tamerlano a Delhi oscillano tra le 100.000 e le 200.000 persone;[91][92] l'intenzione dell'emiro non risultava quella di restare e amministrare l'India, ragion per cui si cercò di depredare tutto il possibile. Le violenze dei timuridi coincisero con la prigionia di diverse donne e schiavi (nello specifico di artigiani particolarmente abili) prima di tornare a Samarcanda. Le persone e le terre all'interno del sultanato convissero in condizioni di anarchia, caos e pestilenza.[88] Nasir ud-Din Mahmud Shah Tughlaq, fuggito in Gujarat durante l'invasione di Tamerlano, tornò e ricoprì il ruolo di sovrano a livello nominale per la dinastia Tughlaq, ma nei fatti rimase un fantoccio nelle mani delle varie potenti fazioni presenti alla corte.[93]

Dinastia SayyidModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Dinastia Sayyid.

La dinastia Sayyid governò il Sultanato di Delhi dal 1415 al 1451:[94] l'invasione e il saccheggio dei timuridi avevano lasciato il paese nel caos e poco si sa di come operarono i sovrani della dinastia Sayyid. Annemarie Schimmel riferisce che il primo a comandare della casata fu un certo Khizr Khan, il quale assunse il potere affermando di rappresentare Tamerlano. La sua autorità venne messa in dubbio dall'aristocrazia di Delhi. Il suo successore, Mubarak Khan, si ribattezzò Mubarak Shah e cercò di riconquistare i territori perduti nel Punjab dai signori della guerra locali, senza successo.[95]

Essendo le basi su cui si fondava la forza della dinastia Sayyid costantemente vacillanti, la storia dell'islam nel subcontinente indiano subì, secondo Schimmel, un profondo mutamento:[96] i sunniti, in precedenza la maggioranza assoluta, scesero di numero in favore degli sciiti o di altre sette diffusesi nei centri più popolosi.

La dinastia Sayyid scomparì senza troppo clamore nel 1451, quando fu sostituita dalla dinastia Lodi.

Dinastia LodiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Dinastia Lodi.
 
Il Sultanato di Delhi durante l'invasione di Babur

La dinastia Lodi si distinse in principio nella tribù omonima, di etnia pashtun.[97][98] Bahlul Khan Lodi fu il capostipite e primo pashtun in assoluto a governare il Sultanato di Delhi.[99] Bahlul Lodi inaugurò il suo regno attaccando il Sultanato di Jaunpur per espandere l'influenza di Delhi, cosa che riuscì parzialmente grazie alla firma di un trattato. Da allora in poi, la regione tra Delhi a Varanasi (allora posta al confine con la provincia del Bengala), tornò sotto l'influenza del Sultanato di Delhi.

Dopo la morte di Bahlul Lodi, suo figlio Nizam Khan assunse il potere, si ribattezzò Sikandar Lodi e governò dal 1489 al 1517.[100] Tra i sovrani più noti della dinastia, Sikandar Lodi, espulse suo fratello Barbak Shah da Jaunpur, insediò suo figlio Jalal Khan come sovrano, per poi procedere verso est al fine di rivendicare il Bihar. I governatori musulmani del Bihar accettarono di pagare tributi e tasse, ma operarono indipendentemente dal Sultanato di Delhi. Sikandar Lodi emise una legge con cui imponeva agli ufficiali di seguire un percorso di formazione culturale da allora[100] e supervisionò una campagna di distruzione dei templi, in particolare nei dintorni di Mathura. Trasferì inoltre la sua capitale e la sua corte da Delhi ad Agra,[101] un'antica città indù distrutta quando si verificarono le scorrerie antecedenti alla formazione del Sultanato di Delhi. Sikandar autorizzò la realizzazione di edifici in stile architettonico indo-islamico ad Agra nel corso della sua vita; la crescita della nuova capitale continuò anche durante l'Impero Mughal, subentrato allo Stato di Delhi.[99][102]

Sikandar Lodi morì per cause naturali nel 1517 e il suo secondo figlio Ibrahim Lodi salì al trono. Questi non godeva del sostegno dei nobili afghani e persiani o dei capi regionali,[103] tanto che dovette subito preoccuparsi di eliminare nemici interni quale suo fratello maggiore Jalal Khan, insediato come governatore di Jaunpur da suo padre che era forte dell'apprezzamento degli amiri e dei capi.[99] Ibrahim Lodi non riuscì a consolidare il suo potere e, dopo la morte di Jalal Khan, il governatore del Punjab Daulat Khan Lodi si rivolse a Babur, discendente diretto di Tamerlano e fondatore della dinastia Moghul, spronandolo ad attaccare il Sultanato di Delhi.[104] Babur sconfisse e uccise Ibrahim Lodi nella battaglia di Panipat nel 1526, evento che segna la fine del Sultanato di Delhi e l'insediamento nella regione dell'Impero Moghul.[nota 2]

Governo e politicaModifica

Il Sultanato di Delhi non abolì le convenzioni governative dei precedenti sistemi politici indù, rivendicando la supremazia piuttosto che il controllo supremo esclusivo. Di conseguenza, non si interferì con l'autonomia e con l'esercito dei governanti sottomessi, includendo liberamente vassalli e funzionari indù.[5]

Politica economica e amministrazioneModifica

La politica economica del Sultanato di Delhi si contraddistinse per una maggiore ingerenza del governo nell'economia rispetto alle dinastie indù classiche e da un aumento delle sanzioni per chi trasgrediva le disposizioni normative. Alauddin Khalji rimpiazzò i mercati privati con quattro mercati centralizzati gestiti dal governo, nominò un'"autorità vigilante del mercato" e implementò severi controlli sui prezzi[105] su tutti i tipi di merci, "dai berretti alle calze, dai pettini agli aghi, dalle verdure alle zuppe, dai dolci al chapati" (come scrive lo storico indiano Baranī nel 1357 circa[106]). I controlli sui prezzi furono inflessibili anche durante i periodi di siccità, dove risultava più difficile controllarli.[107] Agli speculatori fu completamente vietato di partecipare al commercio di cavalli,[108] ai mediatori di animali e di schiavi fu proibito di intascare delle commissioni,[109] e i mercanti privati scomparirono pian piano.[109] Furono istituiti divieti contro il tesoreggiamento[110] e l'accaparramento,[111] i granai furono "nazionalizzati"[110] e si posero dei limiti alla quantità di grano che poteva essere usata dai coltivatori per uso personale.[112]

Si imposero varie regole relative alla licenza di operare come commercianti, per cui si richiedeva altresì un'iscrizione a un registro.[113] Beni costosi come certi tessuti pregiati furono considerati "non necessari" per i sudditi in generale e, pertanto, si restrinse il loro acquisto solo a coloro che disponessero di un permesso rilasciato dallo Stato. Queste lettere patenti venivano rilasciate di solito agli emiri, ai malik e ad altri funzionari di spicco.[109] Le tasse sui prodotti agricoli salirono col tempo fino a toccare il 50%.

La politica fiscale, divenuta pian piano più oppressiva, rese le norme previste per il commercio assai stringenti: se si considerano le severe sanzioni previste, si comprende come il malcontento si diffuse in varie fasi di esistenza del sultanato.[114] La corte scelse di istituire una rete di spie per garantire l'implementazione del sistema; anche dopo che fu revocata la politica volta a calmierare i prezzi dopo la scomparsa della dinastia Khalji, Barani afferma che la paura delle repressione permase e fu tale da spingere diverse persone a evitare lo scambio di merci costose.[115]

Politiche socialiModifica

Il sultanato impose proibizioni religiose islamiche relative a rappresentazioni antropomorfiche nell'arte.[116]

EsercitoModifica

L'esercito risultava composto in principio da schiavi militari nomadi turchi mamelucchi legati a Muhammad di Ghur.

Nonostante l'affermazione al potere della dinastia mamelucca, il monopolio turco sullo stato si dissipò a favore di uno stile di guerra militare indiano. Non si rinvengono quasi più riferimenti a schiavi turchi reclutati nei decenni a venire nei resoconti storici, poiché la nuova nobiltà desiderava ridurre il potere degli schiavi turchi prima del rovesciamento dei mamelucchi.[117]

Un risultato importante a livello militare raggiunto dal Sultanato di Delhi riguardò le vittorie riportate sull'Impero mongolo, grazie alle quali questo rinunciò a spingersi più a sud in India e si diresse verso la Cina, la Corasmia e l'Europa. Pertanto è legittimo concludere che, se non fosse stato per il Sultanato di Delhi, forse l'Impero mongolo avrebbe avuto successo nell'invasione dell'India.[26] La forza delle armate a disposizione di Delhi nel corso dei secoli variò fino a quando non fu quasi del tutto annullata da Tamerlano e, più tardi, da Babur.

Attacchi contro la popolazione civileModifica

Distruzione delle cittàModifica

Mentre il saccheggio delle città non era cosa rara nelle guerre medievali, l'esercito del Sultanato di Delhi spesso si preoccupava di distruggere completamente gli insediamenti nelle sue spedizioni militari. Secondo il cronista giainista Jinaprabha Suri, le truppe di Nusrat Khan eliminarono centinaia di città tra cui Ashapalli (odierna Ahmedabad), Vanthali e Surat nel Gujarat.[118] Tali campagne vengono raccontate anche da Ḍiyāʾ al-Dīn Baranī.[119]

MassacriModifica

  • Ghiyas ud din Balban trucidò i rajput di Mewat e Awadh per un totale di circa 100.000 persone.[120]
  • Alauddin Khalji ordinò l'uccisione di 30.000 persone a Chittor.[121]
  • Alauddin Khalji ordinò l'esecuzione di diversi importanti bramini e mercanti come riscatto durante la sua razzia di Devagiri.[122]
  • Stando al testo di un inno indiano, Muhammad bin Tughlaq avrebbe fatto ammazzare 12.000 asceti indù durante il sacco di Srirangam.[123]
  • Firuz Shah Tughlaq fece uccidere 180.000 persone durante la sua invasione del Bengala.[124]

Profanazione di templi, università e bibliotecheModifica

Lo storico Richard Eaton ha fatto luce sulla campagna di distruzione di idoli e templi eseguita ad opera dei sultani di Delhi, a cui si alternarono annate in cui vigeva il divieto di profanazione dei templi.[19][125] In un suo articolo, poi ripreso anche da altri studiosi, elencava 37 casi di mandir profanati o distrutti in India quando era in vita il Sultanato di Delhi, dal 1234 al 1518, per i quali si dispone di prove incontrovertibili.[125][126][127] Eaton nota inoltre che tale atteggiamento risultava una consuetudine insolita nell'India medievale, poiché vi erano numerosi casi registrati di profanazione di templi da parte di sovrani indù e buddisti contro regni indiani rivali tra il 642 e il 1520, coinvolgendo conflitti tra comunità devote a diverse divinità induiste, nonché tra induisti, buddisti e giainisti.[19][125][128] Vi erano anche molti casi di sultani di Delhi, che spesso avevano ministri indù, ordinando la protezione, la manutenzione e la riparazione dei templi, secondo fonti sia musulmane che non. Ad esempio, un'iscrizione in sanscrito rileva che il sultano Muhammad bin Tughluq fece aggiustare un tempio dedicato a Siva a Bidar dopo la presa del Deccan. Si riscontra spesso una certa consuetudine per i sultani di Delhi nel saccheggiare o danneggiare gli edifici religiosi durante la conquista per poi ripararli cedendo alle richieste di chi lo chiedeva a seguito della sottomissione. Tale schema si concluse con l'Impero Mughal, tanto che il primo ministro di Akbar il Grande Abu l-Fadl 'Allami criticò gli eccessi dei primi sultani come Mahmud di Ghazna.[129]

In molti casi, i resti demoliti, le rocce e le parti di statue rotte dei templi distrutti dai sultani di Delhi vennero riutilizzati per costruire moschee e altri edifici. Ne è un esempio il complesso Qutb nella capitale fu costruito con le pietre di 27 templi indù e giainisti demoliti secondo alcuni resoconti.[130] Allo stesso modo, la moschea musulmana a Khanapur, in Maharashtra, fu messa in piedi grazie ad alcuni dei saccheggi eseguiti e con i resti demoliti dei templi indù.[46] Muhammad bin Bakhtiyar Khalji distrusse le biblioteche buddiste e indù oltre ai loro manoscritti nelle università di Nālandā e Odantapuri nel 1193 all'inizio del Sultanato di Delhi.[22][125]

La prima attestazione storica relativa a una campagna di distruzione di edifici religiosi unita alla deturpazione di volti o teste di idoli indù durò dal 1193 al 1194 nel Rajasthan, nel Punjab, nell'Haryana e nell'Uttar Pradesh sotto il comando di Ghuri. Sotto i Mamelucchi e i Khalji, la campagna di profanazione dei templi si estese a Bihar, Madhya Pradesh, Gujarat e Maharashtra e continuò fino alla fine del XIII secolo.[19] La campagna coinvolse pure Telangana, Andhra Pradesh, Karnataka e Tamil Nadu sotto Malik Kafur e Ulugh Khan nel XIV secolo, e dal Sultanato di Bahman nel XV secolo.[131] Il tempio del Sole di Konarak fu raso al suolo nel XIV secolo dalla dinastia Tughlaq.

Oltre alla distruzione e alla profanazione, i sovrani del Sultanato di Delhi in alcuni casi vietarono la ricostruzione di edifici religiosi induisti, giainisti e buddisti danneggiati e proibirono la riparazione di quelli vecchi o la costruzione di nuovi.[127][132] In sparuti contesti, si concedeva un permesso per le riparazioni o la realizzazione da zero se il patrono o la comunità religiosa pagava la jizya (un'imposta di capitazione). La proposta dei cinesi di riparare i templi buddisti himalayani distrutti dall'esercito del Sultanato fu declinata, sulla base del fatto che tali aggiustamenti del tempio venivano consentiti solo nel caso in cui i cinesi avrebbero accettato di pagare la jizya al tesoro di Delhi.[133][134] Nelle sue memorie, Firoz Shah Tughlaq descrive della demolizione delle strutture religiose in favore delle moschee e con l'esecuzione di chi ostacolasse tale politica.[85] Altri documenti storici forniti dai visir, dagli emiri e dagli storici di corte di vari monarchi del Sultanato di Delhi descrivono la grandezza degli idoli e dei templi a cui hanno assistito nelle loro campagne e come questi siano stati spazzati via dopo essere stati profanati.[135]

Profanazione dei templi durante il periodo del Sultanato di Delhi sulla base dei dati forniti da Richard Eaton nel suo testo "Temple Desecration and Indo-Muslim States" (Profanazione dei templi e Stati indo-musulmani)[19]
Sultano / Autore Dinastia Anni Siti distrutti Stati
Muhammad Ghori, Qutb al-Din Aibak Mamelucchi 1193-1290 Ajmer, Samana, Kuhram, Delhi, Kol, Varanasi Rajasthan, Punjab, Haryana, Uttar Pradesh
Muhammad bin Bakhtiyar Khalji, Shams ud-Din Iltumish, Jalal ud-Din Firuz Khalji, 'Ala' ud-Din Khalji, Malik Kafur Mamelucchi e Khalji 1290-1320 Nālandā, Odantapuri, Vikramashila, Bhilsa, Ujjain, Jhain, Vijapur, Devagiri, Somnath, Chidambaram, Madurai Bihar, Madhya Pradesh, Rajasthan, Gujarat, Maharashtra, Tamil Nadu
Ulugh Khan, Firuz Shah Tughlaq, Raja Nahar Khan, Muzaffar Khan Khalji and Tughlaq 1320-1395[nota 3] Somnath, Warangal, Bodhan, Pillalamarri, Puri, Sainthali, Idar[nota 4] Gujarat, Telangana, Orissa, Haryana
Sikandar, Muzaffar Shah, Ahmad Shah, Mahmud Sayyid 1400-1442 Paraspur, Bijbehara, Tripuresvara, Idar, Diu, Manvi, Sidhpur, Delwara, Kumbhalmer Gujarat, Rajasthan
Suhrab, Begdha, Bahmani, Khalil Shah, Khawwas Khan, Sikandar Lodi, Ibrahim Lodi Lodi 1457-1518 Mandalgarh, Malan, Dwarka, Kondapalle, Kanchi, Amod, Nagarkot, Utgir, Narwar, Gwalior Rajasthan, Gujarat, Himachal Pradesh, Madhya Pradesh

EconomiaModifica

Molti storici sostengono che il Sultanato di Delhi avesse reso l'India più multiculturale e cosmopolita: la nascita di una nuova potenza in tale regione geografica fu paragonata all'espansione dell'Impero mongolo e definita "parte di una tendenza più ampia che si è verificata sovente nell'Eurasia, ovvero la migrazione di popoli nomadi dalle steppe dell'Asia interna poi diventati dominanti a livello politico".[13]

Secondo Angus Maddison, tra gli anni 1000 e 1500, il PIL indiano, di cui i sultanati rappresentavano una parte significativa, crebbe di quasi l'80% a 60,5 miliardi di $ nel 1500.[144] Tuttavia, questi numeri dovrebbero essere visti nel loro contesto: secondo la stima di Maddison, la popolazione indiana salì di quasi il 50% nello stesso arco di tempo,[145] pari a una crescita del PIL pro capite di circa il 20%. Il PIL mondiale fu più che raddoppiato nella stessa fase e il PIL pro capite dell'India scese al di sotto di quello della Cina, con cui era in precedenza alla pari. La quota del PIL mondiale dell'India calò sotto il Sultanato di Delhi da quasi il 30% al 25% e continuerà a diminuire fino alla metà del XX secolo.

In termini di dispositivi meccanici, il successivo imperatore Mughal Babur fornisce una descrizione dell'uso della ruota idraulica nel Sultanato di Delhi.[146][147] Tuttavia questa ricostruzione fu criticata, ad esempio, da Siddiqui,[148] perché questi riteneva vi fossero prove significative che una simile tecnologia fosse già presente in India prima del Sultanato.[nota 5] Altri ancora obiettano che la ruota sia stata introdotta in India dall'Iran durante il Sultanato di Delhi, sebbene la maggior parte degli studiosi ritenga che sia stata coniata in India nel primo millennio.[149][150] La sgranatrice di cotone a due rulli apparve nel XIII o XIV secolo: tuttavia, Irfan Habib afferma che la sua realizzazione probabilmente avvenne nell'India peninsulare,[151] al tempo non legata a Delhi (salvo che per una breve invasione ad opera dei Tughlaq tra il 1330 e il 1335).

Mentre in Corea e in Giappone la produzione di carta fu avviata rispettivamente nel VI e VII secolo, l'India non apprese il processo fino al XII secolo.[152][153][154][155] La tecnologia cinese per la fabbricazione della carta si diffuse fuori dai confini dell'impero nel 751 d.C.[155] Non è chiaro nemmeno se grazie al Sultanato di Delhi l'uso del materiale igroscopico si diffuse nel resto dell'India, poiché il viaggiatore cinese del XV secolo Ma Huan osserva che la carta indiana era bianca e estratta dalla "corteccia degli alberi", in maniera simile al metodo cinese di fabbricazione (e in contrasto con il metodo mediorientale il quale prevedeva l'impiego di stracci e materiale tessile di scarto): ciò testimonierebbe però con sicurezza il fatto che tali conoscenze erano giunte tramite la Cina.[156]

SocietàModifica

DemografiaModifica

Secondo una serie di stime molto incerte tracciate dagli storici moderni, la popolazione indiana totale si attestò per lungo tempo a 75 milioni durante l'era dei regni di mezzo dal 1 d.C. al 1000 d.C.; in epoca medievale, l'India nel suo complesso sperimentò una crescita demografica costante per la prima volta in mille anni, con un aumento della popolazione di quasi il 50% (110 milioni) entro il 1500.[157]

CulturaModifica

Benché il subcontinente indiano fu invaso da popoli provenienti dall'Asia centrale sin da epoche antiche, ciò che ha reso diverse le invasioni musulmane è il fatto che, a differenza dei precedenti invasori assimilatisi nella società di turno presente, i nuovi conquistatori preservarono la loro identità islamica e istituirono innovativi sistemi legali e amministrativi: con essi si soppiantava in molti casi l'assetto precedente in tema di condotta sociale ed etica, cosa che aumentò la rivalità tra i musulmani e i non musulmani.[158][159] L'introduzione di nuovi codici culturali, per certi versi abbastanza diversi da quelli sedimentati nelle regioni indiane, diede linfa a una nuova cultura indiana di natura mista, diversa da quella tradizionale. La stragrande maggioranza dei musulmani in India era composta da nativi indiani convertiti all'Islam. Tale fattore svolse un ruolo importante nella sinergia interculturale.[160]

La lingua indostana cominciò ad emergere nel periodo del Sultanato di Delhi, grazie alla coesistenza di quella vernacolare e di quella apabhraṃśa presenti nel nord dell'India, forse fusesi. Amir Khusrow, poeta indiano vissuto nel XIII secolo quando il Sultanato di Delhi era presente nel nord dell'India, nei suoi scritti adoperò una forma di indostano da lui chiamata Hindavi: si trattava verosimilmente della lingua franca dell'epoca.[14]

ArchitetturaModifica

 
Arco nei pressi del complesso di Qutb, maggiore esempio di architettura dell'epoca in cui fu attivo il Sultanato

Sotto Qutb al-Din Aibak, dal 1206, il nuovo Stato islamico in India portò con sé gli stili architettonici dell'Asia centrale.[161][162] I tipi e le forme dei grandi edifici richiesti dalle élite musulmane, con moschee e tombe molto appariscenti, figuravano abbastanza diversi da quelli eretti in passato in India. Gli esterni di entrambi erano molto spesso sormontati da grandi cupole e facevano ampio uso di archi, mentre entrambe queste caratteristiche si rintracciavano difficilmente nell'architettura dei templi indù e in altri stili tipici dell'India. Entrambi i tipi di struttura consistono essenzialmente in un unico grande spazio ricoperto da un'alta cupola, ma la scultura figurativa, imprescindibile nei templi indù, risulta assente.[163][164][165]

L'importante complesso di Qutb a Delhi fu iniziato sotto Muhammad di Ghur, nel 1199, e i lavori proseguirono sotto Qutb al-Din Aibak e i sultani successivi. La moschea Quwwat-ul-Islam (Potenza dell'Islam), al giorno d'oggi in rovina, fu la prima struttura ultimata. Come in altri primi edifici islamici, si riutilizzarono elementi quali colonne dei templi indù e giainisti distrutti, di cui una venne riadattata proprio dove sorgeva in precedenza. Lo stile era iraniano, ma gli archi erano ancora a mensola nel modo tradizionale indiano.[162][163][165]

Accanto ad essa, si trova l'altissimo Qutb Minar, un minareto o torre della vittoria che, in maniera fedele al progetto originale e pur venendo realizzato in quattro fasi, tocca i 73 metri di altezza: una nuova aggiunta di centimetri avvenne in seguito, circostanza che ha reso la struttura in mattoni quella più elevata al mondo della sua categoria.[43] L'esempio più a lei simile è il minareto di Jam (62 m) in Afghanistan, composto anch'esso interamente da mattoni, del 1190 circa, risalente a circa un decennio prima del probabile inizio dei lavori della torre di Delhi.[nota 6] Le superfici di entrambi sono riccamente decorate con iscrizioni e motivi geometrici; a Delhi il pozzo è scanalato con "superbe staffe a forma di stalattite sotto i balconi" nella parte superiore di ogni palco.[165][166][167][168] In generale i minareti richiedevano molto tempo per la costruzione e spesso si presentano separati dalla moschea principale a cui sono vicini.[166][167][169]

La tomba di Iltutmish fu aggiunta nel 1236; la sua cupola, composta da un pennacchio di nuovo a sbalzo, è oggi mancante, e l'intricato intaglio è stato descritto dalla critica artistica come caratterizzato da un'"asprezza angolare", forse perché gli operai che contribuirono alla realizzazione dell'opera lavoravano seguendo canoni sconosciuti.[170][171] Si aggiunsero altri elementi al complesso nel corso dei due secoli successivi.

Un'altra moschea molto antica, iniziata nel 1190, è l'Adhai Din Ka Jhonpra ad Ajmer, nel Rajasthan, costruita per gli stessi governanti di Delhi, ancora una volta con archi e cupole a sbalzo. Qui le colonne del tempio indù (e forse alcune nuove) sono state poste tutte e tre una sopra l'altra per raggiungere un'altezza ancora superiore. Entrambe le moschee presentavano grandi pareti staccate con archi a mensola appuntiti aggiunti di fronte a loro, probabilmente realizzate sotto Iltutmish un paio di decenni dopo. Tra questi, l'arco centrale è più alto, per tentare di emulare la presenza di un iwan. Ad Ajmer, agli archi più piccoli dello schermo si è tentato di dargli una forma a cuspide, il primo caso del genere che si riscontra in India.[171][172][173][174]

 
Tomba di Ghiyath al-Din Tughlaq (morto nel 1325), Delhi

Intorno al 1300 vennero costruite delle cupole e degli archi a cuneo; la tomba in rovina di Balban (morto nel 1287) a Delhi potrebbe risultare il primo realizzato seguendo questi canoni.[171] L'ʿAlāʾī Darwāza (Porta di ʿAlāʾ) presso il complesso Qutb, del 1311, mostra ancora un approccio cauto alla nuova tecnologia, con pareti molto spesse e una cupola poco profonda, visibile solo da una certa distanza o altezza. I colori audaci e contrastanti della muratura, con arenaria rossa e marmo bianco, introducono quella che sarebbe diventata una caratteristica comune dell'architettura indo-islamica, sostituendo le piastrelle policrome utilizzate in Persia e in Asia centrale. Gli archi a sesto acuto si uniscono leggermente alla loro base, generando un lieve arco che ricorda vagamente un ferro di cavallo, mentre i bordi interni non risultano a cuspide ma rivestiti con proiezioni convenzionali "a punta di lancia", forse rappresentanti boccioli di loto. Lo jali, ovvero una pietra perforata o una grata, è qui presente: tale elemento era già stato a lungo usati nei templi.[175]

Architettura in epoca TughlaqModifica

La tomba di Shah Rukn-e-Alam (costruita dal 1320 al 1324) a Multan, in Pakistan, si presenta come un grande mausoleo ottagonale in mattoni con decorazioni in vetro policromo che rimane molto più vicino agli stili dell'Iran e dell'Afghanistan; il legno viene utilizzato anche internamente. Si tratta del il primo importante monumento eretto in epoca Tughlaq (1320-1413), quando il sultanato visse il suo massimo periodo di splendore. Costruita per un wali piuttosto che per un sultano, la maggior parte delle numerose tombe dei Tughlaq non presenta caratteristiche fuori dal comune.[176][177] La tomba del fondatore della dinastia, Ghiyath al-Din Tughluq (morto nel 1325) risulta forse quella più austera, ma impressionante; segue il disegno di un tempio indù in miniatura ed è sormontata da un piccolo amalaka (un disco di pietra segmentato o dentellato, di solito con creste sul bordo) e un fastigio rotondo simile a un kalasha. A differenza degli edifici prima menzionati, manca completamente di iscrizioni funerarie e si trova in un complesso composta da alte mura e merlature. Entrambe queste tombe presentano pareti esterne leggermente inclinate verso l'interno, di 25° nella tomba di Delhi: è così anche in molte fortificazioni, tra cui il forte Tughlaqabad in rovina di fronte alla tomba.[178][179]

I Tughlaq avevano al loro servizio uno stuolo di architetti e costruttori governativi, evento che conferì a svariati edifici uno stile dinastico standardizzato:[175] in tale settore così come in altri si assumevano anche molti indù. Si dice che il terzo sultano, Firuz Shah (al potere dal 1351 al 1388) abbia progettato lui stesso gli edifici; in virtù della sua lunga parentesi a capo dello stato, più di ogni altro sultano, il numero di edifici costruiti in quell'epoca risulta impressionante. Il complesso del suo palazzo, i cui lavori furono iniziati nel 1354, si trova a Hisar, in Haryana, ed è in stato di rovina, sebbene alcuni settori versino in discrete condizioni.[171][180] Alcune strutture realizzate durante il dominio di Firuz Shah assumono forme rare o sconosciute negli edifici islamici.[181] Fu sepolto nel grande complesso di Hauz Khasa a Delhi, un luogo in cui già erano presenti delle costruzioni e a cui se ne aggiunsero poi altre in futuro, tra cui diversi piccoli padiglioni a cupola sostenuti esclusivamente da colonne.[171][181]

In quel momento, l'architettura islamica in India aveva adottato alcune caratteristiche della precedente architettura indiana, come l'uso di un alto piedistallo,[165] e spesso le modanature attorno ai suoi bordi, così come colonne, mensole e ipostili.[182] Dopo la morte di Firoz, i Tughlaq sperimentarono una forte flessione e le dinastie successive non ebbero un grande impatto. Un numero considerevole degli edifici monumentali costruiti risultarono tombe, la cui eccezione principale appaiono gli imponenti giardini di Lodi a Delhi (adornati con fontane, giardini in stile chahar bagh, stagni, tombe e moschee), costruiti nelle ultime fasi della dinastia Lodi. Al di là di tutte le manifestazioni artistiche sopraccitate, l'architettura di altri stati musulmani regionali ha tramandato diversi esempi più affascinanti.[182][183]

Note bibliograficheModifica

  1. ^ Da mamlūk, "posseduto", in quanto di origine servile.
  2. ^ a b Parte della storiografia individua la caduta definitiva del Sultanato di Delhi nel 1555, in quanto, dopo 15 anni di regno Moghul, il sultano afghano Sher Shah Suri ricreò il Sultanato di Delhi prima che questo venne nuovamente abolito dal figlio e successore di Babur, Humayun, morto nel gennaio 1556 nel corso della seconda battaglia di Panipat: Datta, p. 117; Encyclopedia Britannica; Kumar Sharma, p. 12.
  3. ^ Ulugh Khan, noto anche come Almas Beg, era fratello di Ala-al Din Khalji; la sua campagna di distruzione avvenne in concomitanza con il cambio di dinastie.
  4. ^ Il tempio di Somnath sperimentò cicli di distruzione e ricostruzione.
  5. ^ La letteratura pāli risalente al IV secolo a.C. menziona il cakkavattaka, che i commentari spiegano come arahatta-ghati-yanta (macchina con ruote del vasaio), e secondo Berking, i dispositivi di sollevamento dell'acqua erano usati per l'irrigazione nell'antica India prima di quando ciò avvenne nell'impero romano o in Cina (Berking, pp. 45-46). La tradizione greco-romana, d'altra parte, afferma che il dispositivo fu introdotto in India proprio perché appreso grazie all'impero romano (Oleson, pp. 217 e ss.). Inoltre, il matematico dell'India meridionale Bhaskara descrive le ruote idrauliche nel 1150 circa, definendole erroneamente macchine a energia infinita (Pacey, p. 36). Srivastava sostiene che la sakia o araghatta fu inventata in India nel IV secolo (Gopal, p. 165).
  6. ^ A seguire gli schemi del tempo sono anche i due minareti di Ghazni (qui in foto uno dei due), parzialmente distrutti da un terremoto del 1902 (come apparivano in un dipinto del 1839).

Note al testoModifica

  1. ^ a b (EN) Jamal Malik, Islam in South Asia: A Short History, Brill Publishers, 2008, p. 104, ISBN 978-90-04-16859-6.
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  3. ^ (EN) Muzaffar Alam, The Pursuit of Persian: Language in Mughal Politics, in Modern Asian Studies, vol. 32, n. 2, Cambridge University Press, maggio 1998, pp. 317-349.
    «L'indostano o hindavi fu riconosciuto come lingua semi-ufficiale dalla dinastia Suri (1540–1555) e i rescritti della loro cancelleria recavano trascrizioni di testi persiani in caratteri devanagari. Pare che la pratica fu interrotta dalla dinastia Lodi (1451-1526)».
  4. ^ Jackson, p. 28.
  5. ^ a b c (EN) Delhi Sultanate, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 19 marzo 2021.
  6. ^ Schimmel, p. 1.
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  8. ^ (EN) David Arnold e Peter Robb, Religious vs. regional determinism: India. Pakistan and Bangladesh as inheritors of empire, 1ª ed., Routledge, 1995, pp. 2-29, ISBN 978-02-03-03658-7.
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