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AntefattiModifica

La Grenada di BishopModifica

Scoperta da Cristoforo Colombo nel 1498, la piccola isola di Grenada fu colonia francese finché nel XVIII secolo non passò sotto il dominio del Regno Unito; a partire dal 1958 fece parte della Federazione delle Indie Occidentali, un effimero tentativo di unire le ex colonie britanniche dei Caraibi in un unico organismo, e dopo la dissoluzione della Federazione nel 1962 l'isola si avviò sulla strada dell'indipendenza, ottenuta il 7 febbraio 1974 nell'ambito del Commonwealth delle nazioni. Eric Gairy fu il primo capo di governo di Grenada indipendente, ma per la sua pessima gestione della situazione economica dell'isola si attirò ben presto pesanti critiche da parte dei partiti di opposizione, ed in particolare dal New JEWEL Movement (NJM, per esteso New Joint Endeavor for Welfare, Education, and Liberation Movement, "Movimento Nuovo Sforzo Comune per il Benessere, l'Istruzione, e la Liberazione"): fondato nel marzo del 1973 dalla fusione di due partiti più piccoli, il movimento era guidato da Maurice Bishop ed orientato verso posizioni di tipo marxiste-leniniste[1]. Alle elezioni nazionali del dicembre del 1976 Gairy e il suo partito (Grenada United Labour Party) ottennero nuovamente una netta maggioranza, ma gli osservatori internazionali denunciarono brogli a favore del vincitore e intimidazioni nei confronti dei partiti di opposizione, che rifiutarono l'esito del voto[2].

Il 13 marzo 1979, approfittando di un viaggio di Gairy negli Stati Uniti, il New JEWEL Movement condusse un colpo di stato incruento a Saint George's, capitale di Grenada, con l'appoggio di una piccolissima forza militare ("National Liberation Army", soprannominata "i 12 apostoli" per via della sua consistenza numerica) addestrata in segreto nella Guyana[3]: lo NJM istituì un governo provvisorio ("People's Revolutionary Government") con Bishop come Primo Ministro, sospendendo la costituzione, abolendo gli altri partiti e governando per decreto[1]; il Governatore Generale Paul Scoon (rappresentate nell'isola della regina Elisabetta II del Regno Unito, formale capo di stato di Grenada) fu privato di ogni potere e di fatto posto agli arresti nella sua residenza[4]. Bishop cercò di trovare una soluzione ai problemi economici dell'isola tramite l'assistenza dei paesi del blocco comunista, e nei successivi quattro anni Grenada stabilì solide relazioni commerciali con Cuba e l'Unione Sovietica[5]: agli aiuti economici si sommarono quelli militari, e le forze armate grenadine ("People's Revolutionary Armed Force" o PRAF), addestrate da consiglieri militari cubani e rifornite di armi dai paesi del Patto di Varsavia, crebbero notevolmente in numero fino a superare quelle degli Stati caraibici confinanti[6], venendo ripetutamente impiegate nella repressione di ogni dissenso nei confronti del governo dello NJM[7].

L'aeroporto di Point SalinesModifica

Il governo di stampo marxista-leninista di Bishop e i suoi stretti legami con Cuba e l'URSS erano fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti, che consideravano la zona dei Caraibi come parte della loro tradizionale sfera di influenza[8]. I contrasti tra le due nazioni crebbero quando il governo di Bishop decise di avviare la costruzione di un nuovo aeroporto internazionale nei pressi di Point Salines, lungo la punta meridionale dell'isola[5]: riprendendo un vecchio progetto già predisposto negli anni '50 durante il periodo del dominio britannico, il nuovo aeroporto avrebbe avuto una pista lunga 2.700 metri, sufficiente abbastanza da permettere l'atterragio dei jet di linea e incrementando così l'afflusso di turisti nell'isola[9]; Point Salines avrebbe rimpiazzato il più piccolo e vecchio aeroporto di Pearls, situato in una zona disagevole del nord-est dell'isola, la cui pista non poteva essere ampliata a causa della presenza da un lato del mare e dall'altro delle montagne[10]. I lavori, iniziati nel 1979, avrebbero dovuto avere termine per l'inizio del 1984[6].

Progettato da un'azienda canadese e in parte finanziato dalla Banca Mondiale, la costruzione dell'aeroporto di Point Salines fu affidata ad un nutrito contingente di ingegneri ed operai edili cubani, provocando i sospetti di Washington[8]. Il governo statunitense iniziò a sostenere che la lunghezza della pista e i depositi di carburante presenti nelle sue vicinanze la rendevano perfettamente idonea a svolgere un ruolo militare: Point Salines poteva diventare un punto d'appoggio per i caccia MiG-23 dell'Aeronautica militare cubana, come pure favorire i viaggi degli aerei che trasportavano truppe cubane in Africa[11][9] oppure di quelli che portavano armi di fabbricazione sovietica ai movimenti guerriglieri di sinistra del centroamerica, come i sandinisti in Nicaragua o lo FMLN in El Salvador[8][6]. Nel marzo del 1983 l'amministrazione statunitense del presidente Ronald Reagan sostenne che la costruzione dell'aeroporto era un chiaro sintomo dell'estendersi dell'influenza sovietica nei Caraibi e della militarizzazione di Grenada[12].

Colpo di statoModifica

A metà del 1983 la leadership del New JEWEL Movement si ritrovò spaccata sulla linea da seguire: infastidita dall'aumentata influenza cubana nelle questioni grenadine, una fazione facente capo allo stesso Bishop iniziò a spingere per allentare le relazioni con il blocco comunista e riportare Grenada nel campo dei paesi non allineati[6], e lo stesso Bishop avviò contatti con emissari statunitensi nel giugno del 1983 onde migliorare i rapporti con l'Occidente[13]; di per contro, l'ala dura del partito, capitanata dal ministro delle finaze e vice Primo Ministro Bernard Coard, propose di rafforzare i legami con il blocco orientale e accelerare la trasformazione di Grenada in uno stato marxista vero e proprio, oltre a pretendere una maggiore condivisione del potere da parte di Bishop[6]. Con l'appoggio del Comitato Centrale del partito e il pieno sostegno dei militari, il 12 ottobre 1983 Coard depose Bishop e lo fece mettere agli arresti domiciliari[13]; la deposizione del Primo Ministro, molto popolare tra la popolazione grazie alla sua recente riforma agraria, provocò tuttavia proteste e disordini, tanto che Coard rinunciò alla carica di capo del governo e si nascose[14].

Il 18 ottobre una folla di dimostranti pro-Bishop assalì la residenza dell'ex Primo Ministro a Mount Wheldale e lo liberò. Bishop condusse i suoi sostenitori a Saint George's per cercare di prendere possesso del quartier generale della PRAF, Fort Ruppert: i dimostranti sopraffecero le guardie all'entrata della struttura, ma prima che potessero consolidare la loro conquista un contingente di militari sopraggiunse con il sostegno di alcuni mezzi blindati, aprendo il fuoco sulla folla e lasciando sul terreno parecchi morti (le stime variano di molto, andando da un minimo di dieci ad un massimo di cento dimostranti uccisi)[14]. Bishop fu immediatamente ricatturato dai militari insieme a quattro dei suoi ministri e a tre uomini d'affari locali suoi sostenitori: il ministro dell'educazione Jacqueline Creft fu picchiata a morte, mentre tutti gli altri furono giustiziati da un plotone d'esecuzione a Fort Ruppert quella stessa notte[13]. Il 19 ottobre seguente il comandante della PRAF, generale Hudson Austin, proclamò l'istituzione di un governo militare provvisorio ("Revolutionary Military Council") composto da 16 membri[15] con sé stesso come presidente: Austin sciolse il governo civile (Coard fu ridotto a suo consigliere[6]), chiuse l'aeroporto e proclamò un coprifuoco di quattro giorni, durante i quali fece arrestare tutti i sostenitori di Bishop più in vista[13].

La sanguinosa deposizione di Bishop fu accolta con sgomento dalle nazioni caraibiche confinanti con Grenada: i sei membri dell'Organizzazione degli Stati dei Caraibi Orientali o OSCO (Antigua e Barbuda, Dominica, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Santa Lucia e il territorio britannico di Montserrat) denunciarono immediatamente le uccisioni e disconobbero il governo di Austin, invocando un intervento militare per ristabilire l'ordine a Grenada[6]. Poiché nessuna di queste nazioni disponeva di adeguate forze armate[16] per condurre una simile operazione, l'appello fu girato ad altri Stati della regione, venendo accolto dalla Giamaica, da Barbados e soprattutto dagli Stati Uniti.

Verso l'interventoModifica

La situazione a Grenada veniva monitorata dagli Stati Uniti fin dalla deposizione di Bishop del 12 ottobre; in particolare, vi era apprensione per la sorte di circa 1.000 cittadini statunitensi presenti sull'isola, di cui 600 tra studenti, insegnati e loro familiari residenti presso i campus della facoltà di medicina della St. George's University: si temeva che essi potessero rimanere coinvolti in un'eventuale guerra civile grenadina o, peggio, che potessero essere presi in ostaggio come era accaduto al personale dell'ambasciata statunitense di Teheran nel novembre del 1979[6]. Tra il 14 ed il 17 ottobre l'ambasciatore statunitense a Barbados Milan Bish, responsabile anche per i rapporti con Grenada, cercò di raccogliere informazioni sulla situazione dell'isola e sulle condizioni degli studenti di Saint George's, con cui si manteneva solo uno sporadico collegamento telefonico e tramite radioamatori[4]: il rapporto di Bish fu presentato il 17 ottobre ad una rinunione del "Regional Interagency Group" del Consiglio per la Sicurezza Nazionale ("National Security Council", NSC) statunitense, durante la quale si decise di avviare i primi preparativi per un'operazione di evacuazione tramite l'impiego di forze militari[17].

Un primo piano d'operazione venne presentato il 20 ottobre dall'ammiraglio Wesley L. McDonald, responsabile dello United States Atlantic Command, al generale John William Vessey, Capo dello stato maggiore congiunto: esso prendeva unicamente in considerazione l'evacuazione dei cittadini statunitensi, con diversi scenari in caso si dovesse affrontare o meno la resistenza delle forze grenadine e cubane, ma inizialmente non prevedeva alcun tentativo di sovvertire il nuovo governo insediatosi nell'isola[14]; il piano di McDonald prevedeva l'impiego di un contingente navale e di elementi di una forza di spedizione anfibia dei Marines con, se necessario, un battaglione aviotrasportato come riserva, ma Vessey suggerì che esso fosse espanso in modo da prevedere l'impiego del recentemente formato 75th Ranger Regiment dell'esercito per catturare l'aeroporto di Point Salines, oltre a elementi delle forze speciali statunitensi come specialisti per la liberazione di ostaggi[18]. Quello stesso pomeriggio lo "Special Situation Group", l'alto organo di gestione delle crisi dello NSC, si riunì sotto la direzione del vicepresidente George H. W. Bush per discutere della situazione di Grenada: benché si convennise che le forze cubane o sovietiche non avessero le capacità per intervenire nella crisi, si dava per probabile un'opposizione da parte dei militari grenadini all'azione statunitense, e quindi si decise che il piano di intervento sarebbe stato espanso in modo da includere il disarmo della PRAF e la stabilizzazione della situazione politica di Grenada[19]; come misura preliminare, il gruppo da battaglia facente capo alla portaerei USS Independence, in rotta per il Medio oriente, ricevette l'ordine di dirigere verso le acque grenadine, unitamente al Marine Amphibious Ready Group 1-84 (MARG 1-84, unità di navi d'assalto anfibie con a bordo una forza di spedizione dei Marines, in questo caso la 22nd Marine Expeditionary Unit o 22 MEU).

L'annuncio dell'arrivo della Independence nelle acque caraibiche fu accolto favorevolmente dagli Stati della OSCO[18]: nella notte tra il 21 e il 22 ottobre il Primo Ministro di Dominica Eugenia Charles, presidente di turno della OSCO, presentò al presidente Reagan una formale richiesta di intervento a Greanada per ristabilire l'ordine; Reagan espresse la sua forte preferenza per l'azione e diede il suo assenso definitivo all'operazione[20]. La mattina del 22 ottobre il Governatore Generale Scoon, ancora prigioniero della sua residenza, riuscì a far pervenire al vertice della OSCO una lettera con cui chiedeva un intervento per ristabilire l'ordine a Grenada, lettera subito girata ai rappresentati diplomatici statunitensi[21]: non considerando il Revolutionary Military Council come un interlocutore credibile, gli Stati Uniti decisero di considerare Scoon come la più alta autorità legittima di Grenada e il suo messaggio come una richiesta ufficiale di intervento[4].

Un ultimo tentativo di risolvere la crisi per via diplomatica naufragò quello stesso 22 ottobre: l'aeroporto di Pearls fu brevemente riaperto per permettere l'atterraggio di una delegazione diplomatica anglo-statunitense, guidata dal console statunitense a Barbados Donald Cruz; la delegazione visitò gli studenti a St. George's, trovandoli tutti al sicuro[18] sebbene preoccupati per la situazione[21], ma un incontro tra Cruz e il portavoce del consiglio rivoluzionario, maggiore Leon Cornwall, per negoziare una pacifica evacuazione degli studenti non approdò a niente a causa dei ssopetti dei grenadini per qualsiasi interventento esterno nell'isola[18]. Quel pomeriggio il presidente Reagan firmò l'ordine esecutivo che dava il via all'invasione, denominata "Operazione Urgent Fury"; il giorno di avvio dell'azione (D-Day) venne fissato per la mattina del 25 ottobre 1983.

Piani e schieramentiModifica

Forze grenadine e cubaneModifica

I servizi di intelligence statunitensi disponevano di poche informazioni su Grenada in generale e sulle forze armate grenadine in particolare: le stime davano alle forze grenadine un totale di 1.000/1.200 soldati regolari e tra 2.000 e 5.000 miliziani civili armati[22], numeri di gran lunga superiori a quelli effettivi. La People's Revolutionary Armed Force grenadina mise in campo un totale di circa 1.500 effettivi, suddivisi tra esercito regolare, milizia e una piccola guardia costiera. Il grosso degli effettivi era rappresentato dalla milizia ("People’s Revolutionary Militia"): concepita sul modello della Milicias Nacionales Revolucionarias cubana, si trattava di una forza di civili che avevano ricevuto un addestramento militare di base ed erano stati dotati di armi leggere, per un organico totale di circa 1.500/2.500 uomini[23]; proprio per la sua natura "popolare", tuttavia, la milizia era ritenuta dai militari golpisti come decisamente pro-Bishop e venne pertanto in gran parte esclusa dai preparativi anti-invasione[24], con solo un migliaio circa di uomini ebbe un qualche ruolo durante i combattimenti[8].

Gli effettivi dell'esercito regolare ("People’s Revolutionary Army" o PRA) contavano poco più di 300 uomini dei reparti combattenti[8], cifra che saliva a circa 450 contando anche il personale di guardia e dei servizi[23], frazionati in una serie di accampamenti e postazioni tutto intorno all'isola. Le truppe grenadine erano bene equipaggiate con armi leggere e di supporto provenienti dall'URSS o dai paesi del Patto di Varsavia (fucili d'assalto AKM, mitragliatrici PK, Vz. 52 e DShK, lanciarazzi RPG-2 e RPG-7, mortai 82-BM-37[25]); le forze regolari potevano poi contare su una piccola componente blindata dotata di otto veicoli trasporto truppe BTR-60 e due autoblindo BRDM-2 dotati di mitragliatrici da 14,5 mm[25][8], oltre a quattro cannoni 76 mm M1942 ex cubani che tuttavia non furono impiegati durante l'invasione. La difesa contraerea disponeva di dodici mitragliere 23 mm ZU-23[25], quasi inutili contro gli aviogetti ma ancora efficaci contro gli elicotteri. La guardia costiera allineava solo poche decine di uomini e quattro piccole imbarcazioni (pescherecci armati[8]) per il pattugliamento delle acque costiere; vi erano anche un centinaio di agenti del Police Service, dotati però di limitate capacità militari.

Il consiglio militare faceva largamente affidamento, in caso di intervento armato statunitense, sul supporto da parte dei propri alleati cubani. Cuba tuttavia si trovava in grave imbarazzo dopo il colpo di stato dell'ottobre 1983: Bishop era una figura molto popolare tra i cubani, ma il governo de L'Avana era riluttante a sconfessare in pieno i suoi uccisori nel timore di perdere tutta l'influenza che esercitava su Grenada[26][14]. In una dichiarazione pubblica Fidel Castro condannò l'uccisione di Bishop e chiese "una punizione esemplare" per i responsabili[26], ma per tramite del suo ambasciatore a Grenada fece riferire verbalmente ad Austin che in caso di invasione il personale cubano già nell'isola avrebbe collaborato alla difesa, a patto che combattesse sotto il comando diretto de L'Avana[4]. Il 24 ottobre un aereo di linea cubano portò a Grenada il generale Pedro Tórtolo, capo di stato maggiore dell'esercito cubano e in passato già comandante della missione militare cubana nell'isola; Tórtolo prese il comando del personale cubano, ammontante a 784 persone (tra cui 44 donne)[27]: oltre ai 18 membri della missione diplomatica e altro personale ausiliario, vi erano 53 consiglieri militari e civili e 636 operai edili (in maggioranza riservisti dell'esercito)[24]. Tórtolo fece evacuare i dipendenti donne e altro personale non essenziale (circa 50 persone) tramite il mercantile cubano Viet Nam Heroico, che salpò da St. George's quello stesso giorno, e riorganizzò il resto del persoale in un'unità militare improvvisata: i cubani furono schierati a difesa dell'aeroporto di Point Salines e delle spiagge vicine insieme al personale del PRA, che invece avrebbe mantenuto il controllo delle postazioni antiaeree[24]. I servizi di intelligence statunitensi indicavano anche la presenza di circa 50 cittadini sovietici nell'isola, ma non risulta che abbiano mai avuto un ruolo nei combattimenti[28].

Forze statunitensiModifica

Con il cambiamento di "Urgent Fury" da missione di evacuazione a invasione con successiva fase di stabilizzazione, si rese necessario rivedere e ampliare il piano originario. Il 23 ottobre il vice ammiraglio Joseph Metcalf III si trasferì sulla nave d'assalto anfibia USS Guam per assumere il comando della forza d'invasione, rinominata Joint Task Force 120 (JTF 120)[29]; come suo vice e responsabile delle operazioni a terra fu scelto il maggior generale Norman Schwarzkopf[24].



L'invasioneModifica

Ricognizioni preliminariModifica

25 ottobre: D-DayModifica

L'aeroporto di PearlsModifica

L'attacco a Point SalinesModifica

Operazioni specialiModifica

NoteModifica

  1. ^ a b Cole, p. 9.
  2. ^ Dieter Nohlen, Elections in the Americas: A data handbook, 2005, Volume I, pp. 301-302. ISBN 978-0-19-928357-6.
  3. ^ Hudson Austin, su thegrenadarevolutiononline. URL consultato il 15 dicembre 2012.
  4. ^ a b c d Jurado & Thomas, p. 31.
  5. ^ a b Jurado & Thomas, p. 28.
  6. ^ a b c d e f g h Jurado & Thomas, p. 29.
  7. ^ Mark Adkin, Urgent Fury, Free Press, 1989, p. 9. ISBN 0-669-20717-9.
  8. ^ a b c d e f g Stewart, p. 7.
  9. ^ a b Cole, p. 10.
  10. ^ What About the Airport?, su thegrenadarevolutiononline. URL consultato il 15 dicembre 2012.
  11. ^ Nel corso degli anni '70 e '80 truppe da combattimento cubane furono inviate in Angola per appoggiare il governo di sinistra del MPLA durante la guerra civile angolana; consiglieri militari cubani furono inoltre inviati presso i governi socialisti della Repubblica del Congo e dell'Etiopia. Vedi Angelo Trento, Castro e Cuba, Giunti, 1998, pp. 87-90. ISBN 88-09-21276-2.
  12. ^ Briefing, su nytimes.com. URL consultato il 24 novembre 2012.
  13. ^ a b c d Cole, p. 11.
  14. ^ a b c d Stewart, p. 8.
  15. ^ Le esatte identità dei 16 membri del consiglio non sono mai state chiarite con esattezza e, al di fuori dei membri più in vista, variano da resconto a resoconto. Vedi What Was the Revolutionary Military Council?, su thegrenadarevolutiononline. URL consultato il 15 dicembre 2012.
  16. ^ Solo Antigua disponeva di una ridotta forza militare, la Royal Antigua and Barbuda Defence Force.
  17. ^ Cole, p. 13.
  18. ^ a b c d Stewart, p. 9.
  19. ^ Cole, pp. 17-18.
  20. ^ Stewart, p. 10.
  21. ^ a b Cole, p. 22.
  22. ^ Cole, p. 21.
  23. ^ a b What Was the PRA, PRAF and PRM?, su thegrenadarevolutiononline. URL consultato il 15 dicembre 2012.
  24. ^ a b c d Jurado & Thomas, p. 32.
  25. ^ a b c Stephen W. Sylvia, Michael J. O'Donnell, Guns of Grenada, Moss Publications, 1984, pp. 23-30. ISBN 0-943522-08-X
  26. ^ a b Jurado & Thomas, p. 30.
  27. ^ What About the Cubans?, su thegrenadarevolutiononline. URL consultato il 15 dicembre 2012.
  28. ^ What About the Soviets?, su thegrenadarevolutiononline. URL consultato il 15 dicembre 2012.
  29. ^ Cole, p. 30.

BibliografiaModifica

  • Mir Bahmanyar, I Navy SEALs, Osprey Publishing, 2011, ISNN 2280-7012.
  • (EN) Ronald H. Cole, Operation Urgent Fury (PDF), Washington, Joint History Office of the Chairman of the Joint Chiefs of Staff, 1997, ISBN non esistente.
  • Carlos Caballero Jurado, Nigel Thomas, Le guerre in Centro America 1959-1989, Osprey Publishing, 2011, ISNN 2039-1161.
  • (EN) Richard W. Stewart, Operation Urgent Fury: The Invasion of Grenada, October 1983 (PDF), United States Army Center of Military History, CMH Pub 70–114–1.