Conflitto israelo-palestinese

conflitto politico-militare tra israeliani e palestinesi nel Vicino Oriente, parte della questione arabo-israeliana

Il conflitto israelo-palestinese (in ebraico: הסכסוך הישראלי-פלסטיני?, Ha'Sikhsukh Ha'Yisraeli-Falestini; in arabo: النزاع-الفلسطيني الإسرائيلي‎‎, al-Niza'a al'Filastini al 'Israili) è il conflitto politico, armato e sociale in corso tra Israele e i palestinesi, e trae origine all'inizio del XX secolo.[1] Il conflitto è parte del più vasto Conflitto arabo-israeliano. Sono stati identificati quattro principali ostacoli alla risoluzione dei conflitti: la creazione di confini sicuri e definiti, il controllo di Gerusalemme, gli insediamenti israeliani e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, a cui devono essere aggiunti altri ostacoli, come le uccisioni politicamente motivate di civili israeliani o palestinesi (compresi bambini e donne da entrambe le fazioni), libertà di movimento palestinese, sicurezza israeliana e altre questioni relative ai diritti umani. La violenza derivante dal conflitto ha portato a varie posizioni internazionali sul conflitto.

Sono stati intavolati vari tentativi di negoziazione per una Soluzione dei due Stati, che implicherebbe la creazione di uno Stato di Palestina indipendente, accanto allo Stato di Israele. Nel 2016, secondo uno studio dell'Istituto israeliano per la democrazia e del Centro palestinese per la ricerca e le indagini politiche, la maggioranza degli israeliani e dei palestinesi ha preferito la soluzione dei due stati per risolvere il conflitto.[2] D'altro canto, una considerevole maggioranza della popolazione israeliana ritiene legittima l'esigenza palestinese di creare uno Stato indipendente e ritiene che Israele possa accettare la creazione di tale Stato. La maggior parte dei palestinesi e degli israeliani vede la Cisgiordania e la Striscia di Gaza come il luogo ideale dell'ipotetico Stato palestinese in una soluzione a due Stati. Tuttavia, vi sono importanti aree di disaccordo sulla forma di un accordo finale e anche sul livello di credibilità che ciascuna parte apprezza nell'altra nel difendere gli impegni di base.[3]

All'interno della società israeliana e di quella palestinese, il conflitto genera un'ampia varietà di posizioni. Un tratto distintivo del conflitto è stato il livello di violenza perpetratosi per gran parte della sua durata. Ci sono stati scontri tra eserciti regolari, gruppi paramilitari, cellule terroristiche e cittadini indipendenti. Questi scontri non sono stati strettamente limitati al campo militare e hanno causato un gran numero di vittime tra la popolazione civile di entrambe le parti.

Ci sono importanti attori internazionali coinvolti nel conflitto. Le due parti che hanno partecipato ai colloqui di pace diretti, se presenti, sono il governo di Israele, attualmente guidato da Benjamin Netanyahu e lo stato di Palestina, attualmente presieduto da Mahmud Abbas. Il Quartetto per il Medio Oriente, composto da un inviato speciale degli Stati Uniti, un altro dalla Russia, un terzo dall'Unione europea e uno dalle Nazioni Unite, media i negoziati ufficiali. La Lega araba è un altro attore importante che ha proposto un'Iniziativa di pace araba. L'Egitto, membro fondatore della Lega araba, è stato storicamente un partecipante chiave.

Dal 2007, la politica palestinese è stata fratturata dal conflitto tra le due principali fazioni: Fatah e lo storico rivale Hamas. In seguito alla vittoria di Hamas alle Elezioni legislative in Palestina del 2006 e alla sua presa di potere nella Striscia di Gaza a giugno 2007, il territorio controllato dall'Autorità Nazionale Palestinese (il governo provvisorio palestinese) è diviso tra Fatah in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza. La divisione del comando tra le parti ha causato il crollo del governo bipartitico dell'ANP. I negoziati diretti tra il governo israeliano e la guida palestinese sono iniziati nel settembre 2010 e miravano a raggiungere un accordo sullo status ufficiale finale, anche se poco dopo sono stati interrotti a tempo indeterminato.

StoriaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Israele e Storia della Palestina.

In risposta al crescente antisemitismo contro gli ebrei in Europa, alla fine del XIX secolo emerse un movimento sionista che sosteneva la necessità di uno stato ebraico. Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo si tennero le prime Aliyah che portarono decine di migliaia di ebrei europei a stabilirsi in Palestina; l'immigrazione ebraica nella regione accelerò in seguito alla Seconda guerra mondiale e all'Olocausto.

I primi conflitti tra la comunità ebraica palestinese e quella araba palestinese sorsero ai tempi dell'Impero ottomano,[4] per poi esacerbarsi successivamente in concomitanza con il Mandato britannico della Palestina, stabilito in seguito alla Caduta dell'Impero ottomano.

Di fronte alle rispettive rivendicazioni nazionali della comunità ebraica e di quella araba, fu stabilito il Piano di partizione della Palestina; quello che fu il Mandato britannico della Palestina venne diviso in due: uno stato ebraico, al quale fu assegnato il 55% del territorio del Mandato (anche se la comunità ebraica possedeva solo il 7% delle terre in Palestina), compreso il deserto del Negev, e la cui popolazione sarebbe stata composta da 500.000 ebrei e da 400.000 arabi palestinesi, e uno stato arabo, il quale avrebbe compreso il 44% del territorio del mandato e una popolazione di 725.000 arabi palestinesi con una minoranza di circa 10.000 ebrei.[5] Gerusalemme sarebbe stata invece una zona internazionale. I rappresentanti della comunità ebraica (esclusi il Lehi e l'Irgun) accettarono il piano mentre la comunità araba lo respinse. Il 14 maggio 1948, in seguito alla Dichiarazione d'indipendenza israeliana, scoppiò una guerra tra gli stati arabi, intervenuti a favore della comunità araba palestinese, e il neonato Stato di Israele il quale riuscì a prendere il controllo dei suoi territori e a respingere gli eserciti arabi. Il conflitto generò un esodo di massa delle comunità palestinesi (si valutano circa 700.000 rifugiati palestinesi, ossia i due terzi della popolazione palestinese nel territorio israeliano). A conclusione della guerra, Israele rifiutò il ritorno dei profughi, che da allora vivono in campi profughi in Libano, Siria, Giordania, Striscia di Gaza e Cisgiordania.

Periodi del conflittoModifica

Nella cronologia storica, il conflitto israelo-palestinese ha avuto una serie di fasi distinte e date chiave:

  • Dalla fine del XIX secolo fino al 1917. Alla fine del XIX secolo, il sionismo fu sviluppato in Europa, e promuoveva l'emigrazione degli ebrei in Palestina per dare forma a uno stato proprio e proteggersi quindi dal crescente antisemitismo europeo. Pertanto, la storia del conflitto israelo-palestinese traccia parte delle sue origini nella serie di aliyah che hanno portato progressivamente e costantemente centinaia di migliaia di ebrei europei nella Palestina ottomana prima e al mandato britannico per la Palestina in seguito. La Prima Aliyah (1881-1903)[6] portò circa 35.000 ebrei in Palestina, principalmente dall'Europa orientale e dallo Yemen.[7] La Seconda Aliyah ebbe luogo tra il 1904 e 1914, data dell'inizio della Prima guerra mondiale; circa 40.000 ebrei emigrarono in Palestina, principalmente dall'Impero russo. Tuttavia, durante il periodo di guerra, le autorità dell'Impero ottomano fermarono quasi completamente l'immigrazione ebraica.
  • Durante questo periodo di dominio ottomano, gli arabi dell'Eyalet della Siria erano considerati come parte dei territori arabi in generale che erano sotto l'impero. Durante quel periodo, le differenze tra ebrei ed arabi palestinesi erano di carattere prevalentemente economico e religioso, non nazionale, e i conflitti inter-comunitari erano rari.[8]
  • 2 novembre 1917. Il ministro degli Esteri britannico pubblica un documento che passerà alla storia con il nome della Dichiarazione Balfour. Per la prima volta, un'autorità britannica esprime la disposizione del governo britannico a favore della creazione di una "casa nazionale per il popolo ebraico" in Palestina "con la chiara comprensione che non verrà fatto nulla che possa danneggiare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebree esistenti in Palestina". La comunità non ebrea in Palestina a quel tempo costituiva il 90% della popolazione totale.[9]
  • Tra il 1917 e il 1948. La sconfitta ottomana nella prima guerra mondiale portò all'istituzione del Mandato britannico della Palestina, che divenne ufficiale dal 1920. Durante questo periodo seguirono nuove aliya: la Terza Aliyah portò in Palestina in soli quattro anni (1919-1923) circa 40.000 ebrei dall'Europa orientale.[10] Ancora maggiore fu la Quarta Aliyah, che portò circa 82.000 ebrei in Palestina tra il 1924 e il 1929, metà dei quali polacchi e il resto russo, rumeno o lituano, oltre a numerosi ebrei iracheni e yemeniti.[11] Il numero di emigranti continuò a crescere nella Quinta Aliyah (1929-1939), in cui circa 250.000 ebrei arrivarono in terre palestinesi.[12] Durante questo periodo, gli immigrati ebrei dall'Europa sconvolsero l'equilibrio demografico e incontrarono una crescente ostilità da parte della popolazione araba indigena, in parte a causa dell'acquisto di terra che portò allo sfratto di numerosi contadini palestinesi e in parte a causa della Dichiarazione Balfour e aspirazioni politiche sioniste per uno stato ebraico.
  • 1947-1949: Verso la fine del 1947, scoppiò un forte conflitto intra-comunitario tra le milizie dello Yishuv ebraico e le milizie arabe palestinesi autoctone. Una serie di attacchi terroristici compiuti dall'Irgun, dal Lehi e dall'Haganah fecero fuggire la popolazione palestinese dalle loro terre, mentre attacchi simili da parte di milizie palestinesi terrorizzarono la popolazione ebraica. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181 II, che prevede la creazione di uno stato arabo e uno ebraico nei territori dell'ex Mandato britannico della Palestina. Quando i dirigenti dello Yishuv dichiararono l'indipendenza dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, tra i 250.000 e i 300.000 civili palestinesi fuggirono o furono cacciati dalle proprie case da truppe ebraiche in un processo che sarebbe poi divenuto noto come Nakba.[senza fonte] Il giorno seguente, le truppe britanniche abbandonarono il territorio e gli eserciti di spedizione di quattro paesi vicini (Egitto, Transgiordania, Siria e Iraq) entrarono in Palestina per affrontare le truppe israeliane. La Guerra arabo-israeliana del 1948 si concluse con la vittoria israeliana e il definitivo insediamento dello Stato di Israele, l'occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est da parte della Transgiordania e della Striscia di Gaza da parte dell'Egitto, nonché con l'espulsione o la fuga di oltre 700.000 civili palestinesi che si trasferirono nei campi profughi in tutto il Vicino Oriente. Lo stato arabo di Palestina previsto nella risoluzione 181 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite non si è mai materializzato.
  • 1967 - Guerra dei sei giorni: scontri tra Siria, Egitto, Giordania, Iraq e Israele
    • Primo giorno: attacchi aerei combinati su tutti i fronti da parte di Israele all'alba distruggono i due terzi degli aerei arabi.
    • Secondo giorno: riconquista da parte del comando centrale della brigata di paracadute del Monte Scopus (Gerusalemme).
    • Terzo giorno: cattura della Città Vecchia di Gerusalemme, controllo della Cisgiordania e istituzione del governo militare israeliano.
    • Quarto giorno: Israele raggiunge il Canale di Suez.
    • Quinto giorno: le battaglie continuano, soprattutto nel nord.
    • Sesto giorno: proclamato il cessate il fuoco, Israele controlla le Alture del Golan e demilitarizza l'area di Gerusalemme.
  • 1967-1993 - Il periodo tra la Guerra dei Sei Giorni, la Prima Intifada (1987-1993) e gli Accordi di Oslo (1993), in cui le parti in conflitto risiedono nelle aree affrontate dal Piano di partizione della Palestina delle Nazioni Unite che era sotto il controllo dello Stato di Israele.
  • 1993-2000 - Il periodo tra gli Accordi di Oslo e la Seconda Intifada, in cui Israele esisteva accanto al governo autonomo, l'Autorità Palestinese.
  • 2000-2005 - Il periodo tra l'inizio della Seconda Intifada e il Piano di disimpegno unilaterale israeliano.
  • 2005-presente - Il periodo successivo al ritiro unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza. Dopo il ritiro, Hamas prende il controllo della Striscia di Gaza dal suo rivale politico, Fatah.

Eventi su larga scala durante il conflittoModifica

Risoluzioni dell'ONUModifica

L'Organizzazione delle Nazioni Unite ha emesso una serie di dichiarazioni sul conflitto israelo-palestinese nel tempo, sia attraverso l'Assemblea generale che il Consiglio di sicurezza.

Risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni UniteModifica

Risoluzione 181Modifica

La risoluzione 181 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, votata il 29 novembre 1947, raccomanda la divisione della Palestina in uno stato ebraico, uno stato arabo e un'area sotto un particolare regime internazionale.

Risoluzione 273Modifica

La risoluzione 273 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ammesso Israele come stato membro dell'organizzazione.

Risoluzione 67/19Modifica

La risoluzione dell'Assemblea Generale 67/19, adottata il 29 novembre 2012, ha accettato di ammettere la Palestina come Stato osservatore e non membro dell'Organizzazione.

Risoluzione 10/L22Modifica

Il 21 dicembre 2017, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione A/ES-10/L.22[14] che si occupa di "misure illegali israeliane nella Gerusalemme Est occupata e nel resto del territorio palestinese occupato" in cui ribadisce che tutte le decisioni e gli atti che cercano di modificare il carattere, lo status o la composizione demografica di Gerusalemme non hanno alcun effetto legale, sono nulli e devono essere revocati in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Invita inoltre tutti gli Stati ad astenersi dallo stabilire missioni diplomatiche nella Città Santa di Gerusalemme.[15][16]

Risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni UniteModifica

Risoluzione 242Modifica

Adottata all'unanimità al Consiglio di sicurezza il 22 novembre 1967, sei mesi dopo la Guerra dei sei giorni, la risoluzione "chiede l'istituzione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente", che includa "il ritiro del Esercito israeliano di territori occupati durante il recente conflitto" e il "rispetto e riconoscimento della sovranità e dell'integrità territoriale e dell'indipendenza politica di ciascuno Stato nella regione e il loro diritto a vivere in pace all'interno di confini riconosciuti e sicuri, al riparo da minacce e atti di forza". Questa risoluzione è rimasta un riferimento in tutti i negoziati successivi.

Risoluzione 338Modifica

Adottata dal Consiglio di sicurezza il 22 ottobre 1973, durante la Guerra del Kippur, la risoluzione conferma la validità della risoluzione 242 e raccomanda il cessate il fuoco e l'avvio dei negoziati al fine di "stabilire un giusto e durare in Medio Oriente".

Risoluzione 446Modifica

Adottata dal Consiglio di sicurezza il 22 marzo 1979, questa risoluzione dichiara che la creazione di insediamenti da parte di Israele nei territori arabi occupati dal 1967 non ha validità legale e costituisce un grave ostacolo al raggiungimento di una pace completa, giusta. e durevole in Medio Oriente. Inoltre, chiede a Israele, in quanto potenza occupante, di rispettare scrupolosamente le Convenzioni di Ginevra relative alla protezione delle persone civili in tempo di guerra, di annullare le sue misure precedenti e di "desistere dall'adottare qualsiasi misura che provocherebbe un cambiamento nello status giuridico e natura geografica e che influisce sensibilmente sulla composizione demografica dei territori arabi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme, e, in particolare, che non trasferisca parti della propria popolazione civile nei territori arabi occupati".

Risoluzione 478Modifica

Fu adottato, con la sola astensione degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza il 20 agosto 1980, dopo l'approvazione della Legge di Gerusalemme da parte del Parlamento israeliano il 30 luglio 1980, che proclamò la città di Gerusalemme, "intera e unificata", come la capitale di Israele. La risoluzione "censura nei termini più forti" la Legge di Gerusalemme e afferma che questa legge è una violazione del diritto internazionale e non pregiudica la continua applicabilità a Gerusalemme della Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra. Inoltre, determina che la Legge di Gerusalemme e tutte le altre misure e gli atti legislativi e amministrativi adottati da Israele, il potere occupante, che hanno alterato o intendono alterare il carattere e lo status di Gerusalemme "sono nulli e devono essere lasciati senza effetto immediato". La risoluzione "non riconosce" la Legge di Gerusalemme e altre misure israeliane e invita tutti i membri delle Nazioni Unite a rispettare questa decisione e a ritirare le rappresentanze diplomatiche che hanno istituito a Gerusalemme. La risoluzione afferma inoltre che la Legge di Gerusalemme costituisce un grave ostacolo al raggiungimento di una pace completa, giusta e duratura in Medio Oriente.

Risoluzione 2334Modifica

La risoluzione 2334 è stata adottata dal Consiglio di sicurezza il 23 dicembre 2016, che è stato pronunciata ribadendo che "la creazione di insediamenti da parte di Israele nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale" e esprimendo "grave preoccupazione per il fatto che il proseguimento delle attività di insediamento israeliano stia mettendo a repentaglio la fattibilità della soluzione a due Stati basata sui confini del 1967".[17][18][19][20]

Processo di paceModifica

Accordi di OsloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Accordi di Oslo.
 
Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat durante gli accordi di Oslo, 13 settembre 1993.

Nel 1993, i funzionari israeliani guidati da Yitzhak Rabin e i leader palestinesi dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidati da Yasser Arafat hanno lottato per trovare una soluzione pacifica attraverso il cosiddetto processo di pace di Oslo. Una pietra miliare fondamentale in questo processo è stata la lettera di Arafat riconoscendo il diritto all'esistenza di Israele. Nel 1993 gli accordi di Oslo furono conclusi come un quadro per il futuro delle relazioni israelo-palestinesi. Il punto cruciale di questi accordi era che Israele trasferisse gradualmente il controllo dei territori palestinesi ai palestinesi in cambio della pace. Il processo di Oslo fu delicato e aveva un punto critico con l'omicidio di Yitzhak Rabin e alla fine fallì quando Arafat ed Ehud Barak non riuscirono a raggiungere un accordo a Camp David nel luglio 2000. Robert Malley, assistente speciale del Presidente degli Stati Uniti per gli affari arabo-israeliani, ha confermato che mentre Barak non avesse fatto alcuna offerta scritta formale ad Arafat, il principale difetto dei palestinesi è che dall'inizio del Vertice di Camp David in poi non hanno potuto dire la propria alle idee degli Stati Uniti, né presentare una controproposta specifica e forte.

Vertice di Camp David del 2000Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Vertice di Camp David.

A luglio 2000, il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton induce un vertice di pace tra il leader palestinese Yasser Arafat e il Primo Ministro israeliano Ehud Barak. Barak avrebbe offerto al leader palestinese circa il 95% della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, così come la sovranità palestinese su Gerusalemme Est e che 69 insediamenti ebraici (che comprendono l'85% degli insediamenti ebraici in Cisgiordania) sarebbero stati ceduti a Israele. Ha anche proposto il "controllo temporaneo israeliano" indefinitamente sul 10% del territorio della Cisgiordania in un'area che comprende molti insediamenti ebraici. Secondo fonti palestinesi, il resto dell'area sarebbe sotto il controllo palestinese, anche se alcune aree sarebbero distrutte da tangenziali e posti di blocco israeliani. A seconda di come sono configurate le strade di sicurezza, queste strade israeliane potrebbero impedire la libera circolazione dei palestinesi in tutto il loro stato. È stato inoltre proposto di ridurre la capacità di assorbimento dei rifugiati palestinesi. Arafat ha respinto l'offerta. Il presidente Clinton ha richiesto rapporti per Arafat per fare una controfferta, ma non ha proposto alcuno. L'ex ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben Ami, che ha tenuto un diario dei negoziati, ha dichiarato in un'intervista nel 2001, quando gli è stato chiesto se i palestinesi hanno presentato una controproposta:

«No. E questo è il nocciolo della questione. E nei negoziati tra noi e i palestinesi non c'è mai stata una controproposta palestinese.»

Non è stata trovata una soluzione sostenibile in grado di soddisfare le richieste sia israeliane che palestinesi, anche sotto la forte pressione degli Stati Uniti. Stati Uniti d'America Clinton incolpò Arafat per il fallimento del vertice di Camp David. Nei mesi successivi al vertice, Clinton nominò l'ex senatore degli Stati Uniti. Stati Uniti d'America George J. Mitchell, a capo di un comitato investigativo, che in seguito pubblicò come Rapporto Mitchell, per ripristinare il processo di pace.

Vertice di TabaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Vertice di Taba.

La squadra negoziale israeliana ha presentato una nuova mappa al Vertice di Taba a Taba, in Egitto, a gennaio 2001. Si decise di eliminare il "controllo temporaneo israeliano" in alcune aree e la parte palestinese l'ha accettato come base per futuri negoziati. Tuttavia, il Primo Ministro israeliano Ehud Barak non condusse ulteriori negoziati in quel momento e i colloqui si sono conclusi senza un accordo.

Road map per la paceModifica

Una proposta di pace presentata dal Quartetto dell'Unione europea, dalla Russia, dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti il 17 settembre 2002, era la tabella di marcia per la pace. Questo piano non ha tentato di risolvere problemi difficili, come il destino di Gerusalemme o degli insediamenti israeliani. Li mette da parte per la negoziazione nelle fasi successive del processo. La proposta non è mai andata oltre la prima fase, che prevede la sospensione della costruzione di insediamenti israeliani e la fine della violenza tra israeliani e palestinesi. Nessuno di questi due obiettivi iniziali è stato raggiunto.[21]

Iniziativa di pace arabaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Iniziativa di pace araba.

L'Iniziativa di pace araba (in arabo: مبادرة السلام العربية) è stata proposta per la prima volta dal principe ereditario Abdullah dell'Arabia Saudita al vertice di Beirut. È una proposta per una soluzione al conflitto arabo-israeliano nel suo insieme, e in particolare al conflitto israelo-palestinese. L'iniziativa è stata inizialmente pubblicata il 28 marzo 2002 al vertice di Beirut e concordata nuovamente nel 2007 al vertice di Riyad. A differenza della tabella di marcia per la pace, viene spiegata come una "soluzione finale" di confini esplicitamente basati sui confini delle Nazioni Unite stabiliti prima del 1967. Offre di normalizzare completamente le relazioni con Israele, in cambio del ritiro delle sue forze da tutti i territori occupati, incluso il Golan, e di riconoscere uno stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, nonché un "giusta soluzione" per i rifugiati palestinesi.

Numerosi funzionari israeliani hanno risposto all'iniziativa con supporto e critiche. Il governo israeliano ha espresso le sue riserve sulla "linea rossa", su questioni come il problema dei rifugiati palestinesi, la sicurezza e la natura di Gerusalemme. Tuttavia, la Lega araba continua a mantenere l'iniziativa come possibile soluzione e si sono tenuti incontri tra la Lega araba e Israele.

GerusalemmeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Status di Gerusalemme.

Il confine di Gerusalemme è una questione particolarmente delicata. Le tre principali religioni abramitiche - ebraismo, cristianesimo e islam - hanno Gerusalemme come luogo importante per l'istituzione dei loro resoconti storici religiosi. Le autorità israeliane sostengono l'indivisibilità della città. Le autorità palestinesi reclamano invece almeno le parti della città che non facevano parte di Israele prima del giugno 1967. Al 2005, c'erano più di 719.000 ebrei che vivevano a Gerusalemme (principalmente a Gerusalemme Ovest) e 232.000 erano arabi (principalmente abitanti di Gerusalemme Est).

Le maggiori istituzioni israeliane, tra cui il governo, la Knesset e la Corte suprema, hanno sede a Gerusalemme Ovest sin dalla fondazione di Israele nel 1948. Dopo che Israele conquistò Gerusalemme Est alla Giordania, nell'ambito della Guerra dei sei giorni, lo stato ebraico assunse il completo controllo amministrativo di Gerusalemme Est. Nel 1980 Israele ha promulgato una nuova legge nota come Legge di Gerusalemme che stabilisce che "Gerusalemme, completa e unita, è la capitale di Israele".

Negli accordi di Camp David e nel vertice di Taba del 2000-01, gli Stati Uniti hanno proposto un piano in cui le zone arabe di Gerusalemme sarebbero state assegnate al proposto stato palestinese, mentre la parte ebraica della città sarebbe rimasta a Israele. Tutto il lavoro archeologico sul Monte del Tempio sarebbe stato controllato congiuntamente dai governi israeliano e palestinese. Entrambe le parti accettarono la proposta, in linea di principio, ma solo ai vertici e non alla fine.

Il governo israeliano esprime serie preoccupazioni per il benessere dei luoghi santi dell'Ebraismo sotto il possibile controllo palestinese.[22] Quando Gerusalemme fu sotto il controllo giordano, ai non ebrei fu permesso visitare il Muro del Pianto e gli altri siti sacri dell'Ebraismo; il cimitero ebraico del Monte degli Ulivi fu profanato. Nel 2000, una folla palestinese ha rilevato la tomba di Giuseppe, un santuario considerato sacro da ebrei e musulmani, e ha saccheggiato e bruciato l'edificio e lo ha trasformato in una moschea. Ci sono scavi non autorizzati da parte dei palestinesi per la costruzione sul Monte del Tempio a Gerusalemme, che potrebbe minacciare la stabilità del Muro del Pianto.[23][24] Le agenzie di sicurezza israeliane monitorano e detengono sistematicamente gli estremisti ebrei che attaccano l'atrio della moschea, ma non si sono verificati incidenti gravi negli ultimi 20 anni. Le autorità israeliani ha concesso alle autorità religiose musulmane un'autonomia quasi completa sul Monte del Tempio.

Israele esprime preoccupazione per la sicurezza dei suoi residenti nei quartieri di Gerusalemme se venissero sottoposti al controllo palestinese. Gerusalemme è stata il principale obiettivo di attacchi da parte di gruppi militanti contro obiettivi civili dal 1967.[25][26] Molti insediamenti israeliani sono stati stabiliti in Cisgiordania.

Il governo israeliano insiste sul fatto che concede alle minoranze religiose residenti sul suo territorio ampi diritti. Secondo uno studio del 2019 pubblicato da Freedom House, la libertà di religione in Israele è ampiamente rispettata.[27] Le autorità religiose, cristiane, musulmane, druse e baha'i, hanno giurisdizione sulle proprie comunità in materia di matrimonio, sepoltura e divorzio.

NoteModifica

  1. ^ (EN) A History of Conflict: Introduction, su news.bbc.co.uk, BBC News. URL consultato il 27 dicembre 2013.
  2. ^ Solo la mitad de los israelíes y palestinos apoya la solución de dos estados, Grupo Godó, 22 agosto 2016. URL consultato il 12 marzo 2017.
  3. ^ (EN) History of the Israeli-Palestinian Conflict (PDF), su PROMISES • TIMELINE, American Documentary, Inc., Dicembre 2001. URL consultato il 29 dicembre 2013 (archiviato dall'url originale il 24 gennaio 2014).
  4. ^ Joan B. Culla, La tierra más disputada: el sionismo, Israel y el conflicto de Palestina, Alianza Editorial S.A, 2005, p. 67, ISBN 84-206-4728-4.
  5. ^ (EN) Ian Black, Enemies and Neighbours: Arabs and Jews in Palestine and Israel, 1917-2017, Londres, Penguin Books, 2017, p. 107, ISBN 978-0-241-00443-2.
    «On 29 November 1947 the UN General Assembly voted to partition Palestine into Jewish and Arab states, leaving Jerusalem under UN supervision as a “corpus separatum”. (…) The proposed Jewish state was to consist of 55 percent of the country, including the largely unpopulated Negev desert.Its population would comprise some 500.000 Jews and 400.000 Arabs –a very substantial minority. Jews, at that point, owned just 7 percent of Palestine’s private land. The Arabe state was to have 44 percent of the land and a minority of 10.000 Jews. Greater Jerusalem was to remain under international rule.».
  6. ^ Bernstein, Deborah S. Pioneers and Homemakers: Jewish Women in Pre-State IsraelState University of New York Press, Albany. (1992) p.4
  7. ^ Jewish Virtual Library, The First Aliyah, su jewishvirtuallibrary.org. URL consultato il 29 marzo 2020.
  8. ^ Black, Ian (2017). Enemies and Neighbours: Arabs and Jews in Palestine and Israel, 1917-2017 (in inglese). Londres: Penguin Books. p. 20. ISBN 9780241004432.
  9. ^ Black, Ian (2017). Enemies and Neighbours: Arabs and Jews in Palestine and Israel, 1917-2017 (in inglese). Londres: Penguin Books. p. 16. ISBN 9780241004432. Consultado el 29 de marzo de 2020.
  10. ^ (EN) Jewish Virtual Library, The Third Aliyah, su jewishvirtuallibrary.org. URL consultato il 29 marzo 2020.
  11. ^ Jewish Virtual Library, The Fourth Aliyah, su jewishvirtuallibrary.org. URL consultato il 29 marzo 2020.
  12. ^ Jewish Virtual Library, The Fifth Aliyah, su jewishvirtuallibrary.org. URL consultato il 29 marzo 2020.
  13. ^ (EN) Israeli-Palestinian conflict, su trust.org, Fondazione Thomson Reuters, 12 dicembre 2012. URL consultato il 29 dicembre 2013 (archiviato dall'url originale il 31 dicembre 2013).
  14. ^ undocs.org/es, esolución A/ES-10/L.22, su undocs.org, 22 dicembre 2017. URL consultato il 22 dicembre 2017.
  15. ^ efe.com, La Asamblea General de la ONU exige a EE.UU. dar marcha atrás sobre Jerusalén, su efe.com, 22 dicembre 2017. URL consultato il 22 dicembre 2017.
  16. ^ hispantv.com, ONU condena abrumadoramente decisión de Trump sobre Al-Quds, su hispantv.com, 22 dicembre 2017. URL consultato il 22 dicembre 2017.
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  22. ^ Avraham Sela (a cura di), Palestine Arabs, in The Continuum Political Encyclopedia of the Middle East, New York, Continuum, 2002, pp. 664–673, ISBN 978-0-8264-1413-7.
  23. ^ Gold. The Fight for Jerusalem: Radical Islam, the West, and the Future of the Holy City. Washington, DC: Regnery Publishing, Inc., 2007. pp. 5–6.
  24. ^ Jonathan Golden, Targeting Heritage: The Abuse of Symbolic Sites in Modern Conflicts, in Yorke M. Rowan e Uzi Baram (a cura di), Marketing heritage: archaeology and the consumption of the past, Rowman Altamira, 2004, pp. 183–202, ISBN 978-0-7591-0342-9.
  25. ^ Sela, 2002, pp. 491–498
  26. ^ Nadav Shragai, JCPA ME Diplomacy-Jerusalem: The Dangers of Division (PDF), su jcpa.org, Jerusalem Center for Public Affairs, October 2008. URL consultato il 5 gennaio 2009.
    «Nadav Shragai states this idea in his study for the Jerusalem Center for Public Affairs, "An Israeli security body that was tasked in March 2000 with examining the possibility of transferring three Arab villages just outside Jerusalem – Abu Dis, Al Azaria, and a-Ram – to Palestinian security control, assessed at the time that: 'Terrorists will be able to exploit the short distances, sometimes involving no more than crossing a street, to cause damage to people or property. A terrorist will be able to stand on the other side of the road, shoot at an Israeli or throw a bomb, and it may be impossible to do anything about it. The road will constitute the border.' If that is the case for neighborhoods outside Jerusalem's municipal boundaries, how much more so for Arab neighborhoods within those boundaries».
  27. ^ https://freedomhouse.org/country/israel/freedom-world/2019

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