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Giangiacomo Feltrinelli

editore e attivista italiano
Giangiacomo Feltrinelli.

Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato «Osvaldo» (Milano, 19 giugno 1926Segrate, 14 marzo 1972), è stato un editore e attivista italiano.

Partecipò molto giovane alla Resistenza; fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli anni di piombo.

Indice

BiografiaModifica

Infanzia e giovinezzaModifica

Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato il Giangi (durante la lotta armata assumerà poi il nome di battaglia di Osvaldo), nacque a Milano il 19 giugno del 1926 da un'agiatissima famiglia aristocratica originaria di Gargnano (in provincia di Brescia), tra le più ricche e facoltose della storia d'Italia. Il titolo nobiliare ereditario è quello di Marchese di Gargnano. Feltrinelli era anche cugino dell'attrice Cecilia Sacchi, moglie dell'attore Vittorio Mezzogiorno e madre dell'attrice Giovanna.

Il padre, Carlo Feltrinelli - il cui progenitore, almeno stando a quanto spesso asserito in vita dalla stessa madre dell'editore, sarebbe stato un commerciante di legname veneto, tal Guido da Feltre (da cui per l'appunto, tramite la locale forma dialettale feltrinèi, deriverebbe il loro cognome) - fu un imprenditore di successo, presidente di numerose società, tra cui il Credito Italiano e l'Edison, oltreché proprietario di aziende come la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali (l'attuale Bastogi S.p.A), la società di costruzioni Ferrobeton S.p.A. e la Feltrinelli Legnami, quest'ultima leader nel settore del commercio di legname con l'Unione Sovietica.

Alla morte del padre, avvenuta nel 1935, la madre, Giovanna Elisa Gianzana, detta Giannalisa, sposa in seconde nozze, nel 1940, il giornalista Luigi Barzini junior, storico inviato del Corriere della Sera.

Durante la seconda guerra mondiale, la famiglia si trova costretta ad abbandonare la magione di famiglia sulle sponde del Lago di Garda, a Gargnano, che diventerà poi la residenza di Benito Mussolini quando questi, con l'ausilio della Germania nazista, istituirà la Repubblica di Salò, ritirandosi di conseguenza nella villa La Cacciarella, nei pressi dell'Argentario, realizzata su progetto degli architetti Gio Ponti ed Emilio Lancia, e dove il giovane Giangiacomo trascorrerà con la famiglia il periodo che va dall'estate del 1942 alla primavera del 1944.

Da ragazzo, Giangiacomo simpatizza per il regime fascista, al punto tale, nella fase iniziale del conflitto, da tappezzare le pareti di casa con manifesti inneggianti alla vittoria delle Potenze dell'Asse[1]; nel 1944, però, a seguito d'un colloquio con il giornalista e critico d'arte Antonello Trombadori, futuro deputato per il Partito Comunista Italiano, muta drasticamente posizione politica, decidendo conseguentemente di prendere attivamente parte alla Resistenza, arruolandosi nel Gruppo di Combattimento Legnano[2], con il quale combatté la guerra di Liberazione in ausilio della V Armata statunitense[1].

La militanza comunistaModifica

 
L'editore a una manifestazione di piazza.

Al termine del conflitto, Feltrinelli entrò nelle file del Partito Socialista Italiano, dove conobbe Bianca Dalle Nogare, la sua futura prima moglie. A seguito dei profondi conflitti interni al Partito, che alla fine portarono ad una scissione, conosciuta come la scissione di Palazzo Barberini, della sua ala destra, costituitasi come il PSDI, entrambi, difronte a tutto ciò, scelsero di passare al PCI[3], che Feltrinelli sostenne anche con ingenti contributi finanziari. Nel 1947, con il conseguimento della maggiore età, Giangiacomo sposò Bianca il 3 luglio con rito civile[4].

Nel 1948, nella martoriata Europa dell'immediato secondo dopoguerra, si mobilitò con celerità per raccogliere documenti e materiali informativi vari sulla storia del movimento operaio e delle idee dall'Illuminismo ai giorni nostri, gettando così le basi per la biblioteca di uno dei più importanti istituti di ricerca sulla storia sociale. Nascerà così, difatti, la Biblioteca Feltrinelli, in seguito Fondazione Feltrinelli, a Milano[3].

La casa editriceModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Giangiacomo Feltrinelli Editore.

Alla fine del 1954, fondò la casa editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore, di cui il primo libro edito fu l'autobiografia dell'allora Primo ministro indiano Jawaharlal Nehru[1], e che già nel corso di quello stesso decennio ebbe modo di pubblicare bestseller di grande rilievo internazionale, come Il dottor Živago di Boris Pasternak (terminato dall'autore nel 1955 e pubblicato in assoluta prima mondiale dallo stesso Feltrinelli) e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. L'editore milanese entrò in possesso del romanzo di Pasternak nel 1956, durante un suo viaggio di lavoro a Berlino, e affidò la sua traduzione in italiano a Pietro Zveteremich. Il libro fu pubblicato il 23 novembre del 1957 e tre anni dopo, nell'aprile del 1960, raggiunse le 150.000 copie vendute. Per il 50º anniversario della fondazione della casa editrice, è uscita in libreria una ristampa della prima edizione.

Intanto Giangiacomo, separatosi da Bianca Dalle Nogare nel 1956, nel frattempo trasferitasi in Svizzera dove aveva anche ottenuto legalmente il divorzio[5], omologato in Italia l'anno seguente, conobbe e sposò Alessandra De Stefani, detta Nanni, figlia del commediografo Alessandro[4]. Il loro matrimonio, però, venne in seguito annullato, a causa dell’infedeltà di lei, da una sentenza del Tribunale svizzero di Bucheggberg Kriegstetten il 9 settembre del 1964[4].

 
Feltrinelli alla presentazione della traduzione italiana de Il dottor Živago.

Il dottor Živago porterà Pasternak al Premio Nobel nel 1958, benché le autorità sovietiche lo avessero spinto, dietro fortissime pressioni e minacce, a fargli rinunciare formalmente al suo effettivo ritiro. Il PCI, appoggiato e sostenuto finanziariamente dal governo dell'Unione Sovietica, condusse di conseguenza una strenua campagna diffamatoria nei confronti del libro, esercitando fortissime pressioni nei confronti dell'editore, soprattutto da parte di Pietro Secchia, affinché non fosse pubblicato in Italia[6]. Il Partito, vista però l'impossibilità di farlo desistere dall'appoggiare l'opera d'un dissidente del regime sovietico, decise alla fine di ritirargli la tessera d'appartenenza. Il 14 luglio del 1958, Feltrinelli conobbe la fotografa tedesca Inge Schönthal, sua futura terza moglie (morta a Milano nel 2018). Dalla loro unione nacque poi il figlio Carlo. Nel 1964, si reca a Cuba, dove incontra il leader della vittoriosa Rivoluzione cubana Fidel Castro, sostenitore dei principali movimenti di liberazione sudamericani ed internazionali, con cui stabilirà una lunga amicizia. Nel 1967, Feltrinelli si reca in Bolivia, ufficialmente per impegni di lavoro, in realtà per poter incontrare Régis Debray, un giornalista francese che aveva attivamente preso parte alle azioni di guerriglia presiedute da Che Guevara nel Paese, al fine d'offrigli una qualche forma di supporto logistico. L'editore è pero tratto in arresto assieme alla compagna Sibilla Melega dalle autorità locali, coadiuvate dalla CIA, venendo in seguito scarcerato dopo soli due giorni[1]. L'ufficiale responsabile del suo fermo è nient'altri che il colonnello Roberto Quintanilla, che poco tempo dopo presenziò all'amputazione delle mani del cadavere di Che Guevara. Intanto, Castro gli affida l'opera di Che Guevara, Diario in Bolivia, che racconta degli undici mesi di operazione politico-eversiva condotta dal celebre rivoluzionario argentino nella sua ultima avventura in Bolivia, divenendo in breve tempo uno dei principali best seller della casa milanese. Feltrinelli entra poi in possesso di Guerrillero Heroico, la celeberrima ed ormai iconica fotografia scattata al Che da Alberto Korda il 5 marzo del 1960, in occasione delle esequie delle vittime dell'esplosione della fregata La Coubre.

Per la pubblicazione del romanzo Il dottor Živago e per la famosa immagine di Ernesto Che Guevara esistono due versioni sui diritti d'autore: secondo alcuni, Feltrinelli non fu costretto a pagarli, mentre, secondo Sergio d'Angelo e Indro Montanelli, vi furono controversie in relazione alla pubblicazione del romanzo di Pasternak[7][8]. A sostegno di questa tesi, c'è anche la testimonianza di un collaboratore di Feltrinelli, Valerio Riva, il quale raccontò di una conversazione telefonica intercorsa tra l'editore e Ol'ga Ivinskaja, vedova dello scrittore, in cui la donna, all'epoca versante in ristrettezze economiche, premeva insistentemente affinché le fosse elargita la somma spettantele dai diritti di pubblicazione del manoscritto del marito e Feltrinelli che, innervosendosi sempre più, inventava qualsiasi scusa pur di non concederle quanto richiesto[1].

Oltre alla pubblicazione di opere letterarie di grande successo, la casa editrice incominciò ad occuparsi della pubblicazione di opuscoli e saggi documentaristici concernenti le tattiche e strategie di guerriglia adoperate da svariati movimenti ed organizzazioni rivoluzionarie in America Latina, con testi firmati dai Tupamaros, dallo stesso Che Guevara e da Camilo Torres Restrepo[3]. Negli anni successivi, questi volumi verranno consultati da molti gruppi terroristici italiani, come testimoniato dal ritrovamento di almeno uno di queste particolari pubblicazioni in ogni covo delle Brigate Rosse[3].

La spedizione sardistaModifica

Nel 1968, stando a quanto emerso dai documenti della Commissione Stragi del 1996, Giangiacomo Feltrinelli si recò in Sardegna con il preciso scopo di prendere contatto con gli ambienti dell'estrema sinistra e dell'indipendentismo isolani; nelle intenzioni di Feltrinelli, vi era il progetto di trasformare la Sardegna in una sorta di Cuba del Mediterraneo, avviandovi dunque un processo rivoluzionario sulla falsariga di quello di Che Guevara e Fidel Castro nel Paese caraibico[3].

Tra le idee dell'editore c'era quella di affidare la gestione e coordinamento delle truppe ribelli al bandito Graziano Mesina, al tempo latitante per i suo svariati sequestri di persona e per le sue rocambolesche evasioni carcerarie, che però rifiutò all'ultimo la sua offerta. Secondo alcuni, ciò fu possibile grazie all'intervento del SID, più precisamente nella persona di Massimo Pugliese, che riuscì a far saltare completamente l'iniziativa[9][10].

Attività clandestinaModifica

Il 12 dicembre del 1969, ascoltata alla radio la tragica notizia della strage di Piazza Fontana, Feltrinelli, che al momento si trovava in una baita di montagna, decise di tornare subito a Milano. Apprese, però, che diversi agenti in borghese delle forze dell'ordine presidiavano l'esterno della casa editrice e, temendo che potessero essere fabbricate prove su qualche sua implicazione nella tragedia[11], considerando anche il fatto che nel frattempo si era mobilitato nella formazione dei primi gruppi armati di estrema sinistra (avrà anche contatti con Renato Curcio e Alberto Franceschini, in seguito fondatori delle Brigate Rosse)[3], decise dunque di passare alla clandestinità.

In una lettera inviata allo staff della casa editrice, all'Istituto ed alle varie librerie legate alla casa, così come in un'intervista concessa alla rivista Compagni, spiegò le ragioni di tale decisione, ritenendo inoltre che dietro agli attentati dinamitardi a Milano ed a Roma non vi fossero, come tutti sospettavano, compreso il PCI dell'epoca, gli anarchici, bensì lo stesso Stato italiano ed i disparati gruppi d'estrema destra, risultando tra i primi ad adoperare, in quella specifica occasione, il termine strategia della tensione.

La sua conseguente riflessione politica lo portò dunque a scelte estreme, fondando, nel 1970, i Gruppi d'Azione Partigiana (GAP), riprendendo la sigla dei Gruppi di Azione Patriottica della Resistenza italiana. I GAP erano un gruppo paramilitare d'ispirazione guevarista che, come altri al tempo, riteneva che Palmiro Togliatti avesse ingannato i partigiani, prima promettendo la Rivoluzione comunista, per poi all'ultimo tradirli, il 22 giugno del 1946, bloccando qualsiasi moto rivoluzionario in Italia. Ma, a differenza dei successivi gruppi eversivi di sinistra e, in generale, della moda imperante all'epoca in quegli ambienti, non prendeva le distanze dall'URSS in nome di «una rivoluzione più rivoluzionaria», ma, piuttosto, riteneva che nonostante tutti quelli che potevano essere i lati oscuri dell'Unione Sovietica (egli stesso si dichiarava anti-stalinista e pubblicò difatti Pasternak, scrittore dissidente), essa stessa fosse l'unica speranza per il successo della rivoluzione nel mondo[12].

Più in generale, Feltrinelli ipotizzava un esercito internazionale del proletariato, composto da molteplici avanguardie strategiche rivoluzionarie, ispirandosi in questo al Vietnam, alla Corea del Nord, alla Cina (definita dallo stesso editore quale «prima riserva strategica rivoluzionaria») ed agli Stati socialisti del Patto di Varsavia[1].

Sempre nei riguardi dell'attività clandestina, Oreste Scalzone, ex-membro di Potere Operaio, nel 1988, affermò che Feltrinelli poteva essere stato l'organizzatore dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi[13]: per quel delitto furono condannati Adriano Sofri e altri ex militanti di Lotta Continua, mentre contro l'editore non ci furono prove a riguardo[14].

Una pistola di proprietà di Feltrinelli fu utilizzata per assassinare nel 1971, in un ufficio del consolato boliviano di Amburgo, Roberto Quintanilla, console dello Stato latino-americano presso l'allora Germania dell'Ovest, oltreché ex-capo della polizia segreta di La Paz ed uno dei responsabili della morte di Che Guevara[1]: l'arma fu usata da una ragazza chiamata Monika Ertl[15].

Successivamente all'omicidio di Che Guevara, lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura ed alla brutale uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN, in diretta successione al ruolo di comando ricoperto dal Che per la rivoluzione comunista in Bolivia. Questi, infatti, era uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, a seguito della quale si stava riorganizzando per rilanciare le operazioni di guerriglia.

La morteModifica

 
La scena del ritrovamento del corpo sotto il traliccio.

Giangiacomo Feltrinelli morì il 14 marzo del 1972. Il cadavere fu trovato il mattino dopo presso un traliccio dell'Enel a Segrate (in provincia di Milano) da un passante, Luigi Stringhetti, che si trovava a passeggiare con il suo cane in zona: subito arrivarono i carabinieri e, in un secondo momento, il commissario Luigi Calabresi, direttamente mandato in loco dalla Questura[1]. I documenti rinvenuti addosso al morto erano intestati ad un tale Vincenzo Maggioni e la prima ipotesi formulata dagli inquirenti era che fosse morto mentre cercava di far saltare un traliccio ma, ventiquattro ore dopo il ritrovamento del corpo, si scoprì che i documenti erano contraffatti e che si trattava in realtà di Feltrinelli[3], riconosciuto ufficialmente all'obitorio di Milano dall'ex-moglie Inge Schönthal[16].

Proprio in quei giorni era previsto nel capoluogo lombardo il XIII Congresso del PCI, che avrebbe dunque nominato quale segretario nazionale Enrico Berlinguer. Il Movimento Studentesco tenne presso l'Università Statale una conferenza, durante la quale l'avvocato Marco Janni lesse una dichiarazione in cui si affermava di come la tesi della morte accidentale dell'editore nel mezzo di un'azione di sabotaggio non fosse per nulla convincente, sebbene non fossero stati ancora chiariti e resi pubblici tutti i dettagli e gli aspetti materiali della morte di Feltrinelli, mentre un gruppo di intellettuali, capeggiato da Camilla Cederna, diramò un comunicato in sostegno della medesima tesi.

Nel testo c'era scritto: «Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato. Dalle bombe del 25 aprile 1969 si è tentato di accusare l'editore milanese di essere il finanziatore e l'ispiratore di diversi attentati attribuiti agli anarchici. Il potere politico, il governo, il capitalismo italiano avevano bisogno di un mandante... La criminale provocazione, il mostruoso assassinio, sono la risposta della reazione internazionale allo smascheramento della strage di Stato, nel momento in cui si dimostra che il processo Valpreda è stato costituito illegalmente e dalle indagini della magistratura di Treviso emergono precise responsabilità della destra. Così si capisce perché sei o sette candelotti possono esplodere in mano a Feltrinelli lasciandone integro il volto per il sicuro riconoscimento»[1]. L'appello era firmato, oltreché dalla stessa Cederna e dall'avvocato Janni, da Luca Boneschi, Francesco Fenghi, Giampiero Brega, Michelangelo Notarianni, Anna Maria Rodari, Claudio Risé, Giulio Alfredo Maccacaro, Vladimiro Scatturin, Marco Fini, Marco Signorino, Sandro Canestrini, Maria Adele Teodori, Carlo Rossella e Giampiero Borella, mentre Eugenio Scalfari e Paolo Portoghesi smentirono l'adesione[1]. Anche i dirigenti comunisti erano convinti, almeno all'apparenza, che Feltrinelli fosse stato vittima di un complotto, ordito con molta probabilità dalla CIA[17], mentre Potere Operaio, giornale dell'omonimo movimento della sinistra extraparlamentare, commemorò Feltrinelli per la sua militanza in un gruppo terroristico rivoluzionario, rendendogli omaggio come «un rivoluzionario caduto nella guerra di liberazione dallo sfruttamento»[18].

I funerali si svolsero il 28 marzo presso il Cimitero monumentale di Milano, posto praticamente in stato d'assedio dalle forze dell'ordine[1], con i giovani che intonavano L'Internazionale e lanciavano slogan contro la «borghesia assassina»[3].

Sulla sua morte, le Brigate Rosse fecero una delle loro inchieste interne, trovata in un covo di Robbiano di Mediglia, nel 1974. Personaggio chiave per capire la vicenda – perché, per sua stessa ammissione, vi partecipò attivamente, mentre veniva interrogato dalle BR che registrarono su nastro – era un certo Gunter, nome di battaglia di Ernesto Grassi, membro dei GAP di Feltrinelli, poi deceduto nel 1977[19].

Un nastro magnetico trovato nel covo brigatista, infatti, conteneva il resoconto dettagliato del complice di Feltrinelli, che confermava la tesi avanzata dall'Arma dei carabinieri, affermando: «All'inizio Osvaldo ha i candelotti di dinamite (della carica che serviva a far saltare il longherone centrale) in mezzo alle gambe... Si trova impacciato nella posizione, impreca. Sposta i candelotti, probabilmente sotto la gamba sinistra e, seduto con i candelotti sotto la gamba, in modo che li tiene fermi, sembra che prepari l'innesco, cioè il congegno di scoppio. È in questo momento che quello a mezz'aria sul traliccio sente uno scoppio fortissimo. Guarda verso l'alto e non vede nulla. Guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rotolante. La sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Va da lui immediatamente e gli dice: "Osvaldo, Osvaldo...". Non c'è... è scoppiato...»[3].

Da quanto poi dichiarato da uno dei principali esponenti delle BR, Alberto Franceschini, il timer rinvenuto sui resti dell'ordigno che uccise Feltrinelli era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quello stesso tipo, cioè in quello presso l'ambasciata statunitense di Atene il 2 settembre del 1970 per opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e più tardi collegato alla struttura Hyperion di Parigi[20], una presunta scuola di lingue fondata nel 1977, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come l'OLP, l'IRA, l'ETA e, dopo una certa fase, anche le BR[21].

Nel 1975, la Procura di Milano concluse l'istruttoria, rinviando a giudizio 33 persone ed affermando dunque che l'editore fosse rimasto vittima di un incidente[22].

Il processo si svolse dal 15 febbraio al 31 marzo del 1979. Nell'ultima udienza, prima che i giudici entrassero in camera di consiglio, alcuni brigatisti (tra cui Renato Curcio, Giorgio Semeria e Augusto Viel) lessero un comunicato (il quarto in due mesi) in cui c'era scritto: «Osvaldo non è una vittima, ma un rivoluzionario caduto combattendo. Egli era impegnato in una operazione di sabotaggio di tralicci dell'alta tensione che doveva provocare un black-out in una vasta zona di Milano; al fine di garantire una migliore operatività a nuclei impegnati nell'attacco a diversi obiettivi. Inoltre il black-out avrebbe assicurato una moltiplicazione degli effetti delle iniziative di propaganda armata. Fu un errore tecnico da lui stesso commesso, e cioè la scelta e l'utilizzo di orologi di bassa affidabilità trasformati in timers, sottovalutando gli inconvenienti di sicurezza, a determinare l'incidente mortale e il conseguente fallimento di tutta l'operazione»[23].

Gli imputati brigatisti smentirono così in via definitiva la tesi dell'omicidio, aggiungendo anche che la loro era una commemorazione dell'editore terrorista, delle sue idee politiche e della sua buona fede comunista, e, allo stesso tempo, una critica rivolta a tutti coloro, negli stessi ambienti della sinistra extraparlamentare, che avevano cercato di negarle[23]. Ammisero anche di come Feltrinelli non fosse ossessionato da un qualche golpe neofascista, ma, piuttosto, di come volesse far scoppiare in Italia una lunga stagione di lotta armata rivoluzionaria e di guerriglia urbana, ispirandosi in questo a Che Guevara – commettendo però l'errore di equiparare il partito armato alla stessa Resistenza antifascista –, risultando inoltre uno dei primi ad aver avuto contatti con la Rote Armee Fraktion[23]: infine, conclusero asserendo che i rapporti tra GAP e BR furono costantemente caratterizzati dalla massima correttezza, senza alcuno spirito concorrenziale[23].

Il processo si concluse con 11 condanne, 7 assoluzioni, 2 prescrizioni e 9 amnistie[24], sentenza poi in gran parte convalidata nel 1981, seppur con qualche lieve modifica (ad esempio Giambattista Lazagna, condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi per detenzione d'armi ed associazione sovversiva, fu assolto con formula piena dalla prima accusa, mentre il secondo reato fu coperto da amnistia)[25].

La maggioranza di coloro, tra giornalisti, intellettuali e militanti vari, che avevano diffamato gli organi di polizia non dissero nulla dopo le rivelazioni dei brigatisti, con poche eccezioni: L'Espresso ammise che «a poche ore di distanza dalla morte di Feltrinelli l'intellighenzia democratico-progressista e l'intera sinistra iniziarono un'operazione di rimozione radicale dei fatti, ritardando la nostra presa di coscienza della realtà»[1].

Elogi e criticheModifica

Sulla figura di Giangiacomo Feltrinelli si sono spesi elogi e critiche da parte dell'opinione pubblica. Leo Valiani lo apprezzò e rispettò la scelta di aderire alla clandestinità dicendo: «Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell'imminenza di una reazione fascista in Italia»[26].

Fu invece negativo il giudizio di Indro Montanelli, che lo descrisse come un padrone delle ferriere[8] divorato dalla smania di primeggiare[27], oltre a definirlo «il rampollo [di famiglia] che imparava poco o nulla... ma voleva fare molto e subito»[8] e un rivoluzionario «da burletta», degno rappresentante della contestazione italiana[8].

Cultura di massaModifica

OpereModifica

  • Persiste la minaccia di un colpo di stato in Italia!, Milano, Libreria Feltrinelli, 1968.
  • Estate 1969. La minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di Stato all'italiana, Milano, Libreria Feltrinelli, 1969.
  • Contro l'imperialismo e la coalizione delle destre. Proposte per una piattaforma politica della sinistra italiana, seguite da saggi e tesi su problemi specifici dello sviluppo capitalistico, Milano, Edizioni della libreria, 1970.

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i j k l Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  2. ^ Roberta Cesana, "Libri necessari". Le edizioni letterarie Feltrinelli (1955-1965), Milano, Unicopli, 2010.
  3. ^ a b c d e f g h i Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  4. ^ a b c Estratto dagli atti della Commissione parlamentare sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. (PDF), su leg13.camera.it, p. 66.
  5. ^ Giangiacomo Feltrinelli (1926-1972) | Diacritica, diacritica.it. URL consultato il 23 gennaio 2018.
  6. ^ Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, Roma, Newton Compton, 2007. «Feltrinelli pubblicò dopo aver sbattuto la porta in faccia a quanti del PCI, Secchia in testa, erano andati da lui per convincerlo a recedere dallo sciagurato proposito.».
  7. ^ Edward Lozansky, Intervista su Inge Schoental, Kontinent USA, 2011. URL consultato il 28 maggio 2014.
  8. ^ a b c d Antonio Gnoli, 'Giangi' Feltrinelli io non ti perdono, in la Repubblica (Milano), 16 novembre 1991. URL consultato il 28 maggio 2014.
  9. ^ Morto Pugliese, l'ex ufficiale del Sid che «fermò» nel '60 il latitante Mesina, in Corriere della Sera, 3 gennaio 2002. URL consultato il 12 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 10 dicembre 2013).
  10. ^ Giuliano Cabitza (pseudonimo di Eliseo Spiga), Sardegna: Rivolta contro la colonizzazione, Milano, Feltrinelli, 1968.
  11. ^ Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. URL consultato il 17 luglio 2014.
  12. ^ Il Feltrinelli, lucagiocoli.wordpress.com. URL consultato il 17 luglio 2014.
  13. ^ Feltrinelli dietro i killer di Calabresi, in la Repubblica, 11 ottobre 1988. URL consultato il 17 luglio 2014.
  14. ^ Paolo Foschini, Definitive le condanne per Sofri e gli altri, in Corriere della Sera, 23 gennaio 1997. URL consultato il 28 agosto 2015 (archiviato dall'url originale il 29 maggio 2015).
  15. ^ Jürgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, Roma, Nutrimenti, 2011.
  16. ^ Ibio Paolucci, L'uomo morto sul traliccio è Feltrinelli, in l'Unità, 17 marzo 1972. URL consultato il 17 luglio 2014.
  17. ^ Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  18. ^ Michele Brambilla, L'eskimo in redazione, Milano, Ares, 1991.
  19. ^ Saverio Ferrari, Enrico Maltini e Elda Necchi, Quando l'ossessione del complotto si fa storia, in il manifesto, 16 ottobre 2013. URL consultato il 20 novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 20 novembre 2015).
  20. ^ Insurrezione armata, a giudizio ex senatore del Psi, in la Repubblica, 25 gennaio 1985. URL consultato il 17 luglio 2014.
  21. ^ Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, Segreto di Stato, Torino, Einaudi, 2000.
  22. ^ Vincenzo Tessandori, Feltrinelli non è stato ucciso. A giudizio 33 Brigatisti rossi, in La Stampa, 25 marzo 1975. URL consultato il 20 novembre 2015.
  23. ^ a b c d Luciano Gulli, Il giudizio dei terroristi su Feltrinelli «Un rivoluzionario caduto combattendo», in il Giornale nuovo, 1º aprile 1979.
  24. ^ Già presentato l'appello per Lazagna e altri sette, in il Giornale nuovo, 3 aprile 1979.
  25. ^ Trentaquattro anni di carcere per Curcio e altri 8 brigatisti, in il Giornale nuovo, 10 aprile 1981.
  26. ^ Carlo Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999.
  27. ^ Pierluigi Battista, Sofri contro Montanelli: sei un Maramaldo, in La Stampa, 19 gennaio 1992. URL consultato il 20 novembre 2015.
  28. ^ Michael Cragg, New music: Neon Neon – Mid Century Modern Nightmare, in The Guardian, 6 marzo 2013. URL consultato l'11 gennaio 2014 (archiviato dall'url originale l'11 gennaio 2014).

BibliografiaModifica

  • Nanni Balestrini, L'editore, Milano, Bompiani, 1989; Roma, DeriveApprodi, 2006.
  • Michele Brambilla, L'eskimo in redazione. Quando le Brigate Rosse erano «sedicenti», Milano, Ares, 1991.
  • Giuliano Cabitza (pseudonimo di Eliseo Spiga), Sardegna: Rivolta contro la colonizzazione. Banditismo e guerrigilia. La repressione. L'assalto alla "società barbarica". La colonizzazione capitalistica. Borghesia, pastori e ancora sul banditismo. Proposte per un programma, Milano, Feltrinelli, 1968.
  • Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, Roma, Newton Compton, 2007.
  • Roberta Cesana, "Libri necessari". Le edizioni letterarie Feltrinelli (1955-1965), Milano, Unicopli, 2010.
  • Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, Segreto di Stato, Torino, Einaudi, 2000.
  • Carlo Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999.
  • Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  • Jobst Knigge, Feltrinelli. Sein Weg in den Terrorismus, Berlino, Humboldt Universität Berlin 2010.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo (1965-1978), Milano, Rizzoli, 1991, ISBN 88-17-42805-1.
  • Valerio Riva, Un nome che è una garanzia; Un ragazzo di belle speranze; in Id. Oro da Mosca; con la collaborazione di Francesco Bigazzi. Milano, Mondadori, 1999, pp. 206 – 209; 226-232.
  • Jürgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, Roma, Nutrimenti, 2011 (Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl, Düsseldorf, Artemis & Winkler, 2009).
  • Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992, ISBN 88-04-33909-8.

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