Giovanni Brusca

criminale mafioso italiano

«Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.»

(Giovanni Brusca, dichiarazione tratta dal libro Ho ucciso Giovanni Falcone, di Saverio Lodato, Mondadori)

Giovanni Brusca, soprannominato in lingua siciliana u verru (il porco), oppure lo scannacristiani per la sua ferocia (San Giuseppe Jato, 20 febbraio 1957), è un mafioso e collaboratore di giustizia italiano, in passato membro di rilievo di Cosa Nostra.

Giovanni Brusca

Capo del mandamento di San Giuseppe Jato ed esponente di spicco dei Corleonesi, è stato condannato per oltre un centinaio di omicidi, tra cui quello tristemente celebre del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino Di Matteo) strangolato e sciolto nell'acido, e per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, nella quale Brusca ricoprì un ruolo fondamentale, in quanto fu l'uomo che materialmente spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada[1].

Arrestato nel 1996, nel 2000 gli viene riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia. Il 31 maggio 2021 Brusca, dopo aver trascorso 25 anni in carcere, è stato liberato per aver scontato la sua pena, rimanendo sottoposto alla libertà vigilata per ulteriori 4 anni, secondo quanto stabilito dalla Corte d'Appello di Milano[2].

BiografiaModifica

Figlio del boss Bernardo Brusca (1929-2000) e fratello di Emanuele ed Enzo Salvatore, tutti "uomini d'onore" della Famiglia di San Giuseppe Jato[3], entrò nella cosca del padre nel 1976 all'età di 19 anni, dopo aver commesso un omicidio per i Corleonesi capeggiati da Salvatore Riina ed infatti il suo “padrino” nella cerimonia d'iniziazione (la cosiddetta "punciuta") fu proprio Riina[4].

Brusca faceva parte di un gruppo di fuoco formato da killer spietati che agivano sotto le direttive di Totò Riina, di cui facevano parte anche Antonino Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Pino Greco detto Scarpuzzedda, Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, Giuseppe Lucchese, Giovanbattista Pullarà, Vincenzo Puccio e Calogero Ganci: in tale veste infatti nel 1977 partecipò all'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e nel 1983 si occupò di preparare, insieme ad Antonino Madonia, l'autobomba utilizzata per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli agenti di scorta[5]. Il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, comandante della Compagnia di Monreale, intuì lo spessore criminale di Giovanni Brusca ed infatti lo arrestò per il danneggiamento di un automezzo nonché sottopose a pressanti indagini il padre Bernardo: la vendetta dei Brusca arrivò il 13 giugno 1983, quando il capitano D'Aleo venne ucciso in un agguato insieme ai colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici[6].

Nel 1984 Brusca venne colpito da un mandato di cattura per associazione mafiosa a seguito delle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno e venne inviato al soggiorno obbligato a Linosa[7][8]; a seguito dell'arresto del padre Bernardo avvenuto l'anno successivo[9], il reggente del mandamento di San Giuseppe Jato divenne Baldassare Di Maggio[10]. Nel 1991 Giovanni Brusca si diede alla latitanza, riprendendo le redini della Famiglia di San Giuseppe Jato e mettendo da parte Di Maggio, che fuggì per timore di essere ucciso prima all'estero e poi in Piemonte, dove venne arrestato e iniziò a collaborare con la giustizia, facendo arrestare Salvatore Riina[8].

La "guerra" contro lo Stato italianoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bombe del 1992-1993.
 
Il cratere provocato dalla devastante esplosione a Capaci, che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta

Quando nel 1992 i Corleonesi iniziarono a fare la guerra contro lo Stato, Brusca divenne uno dei killer più importanti del gruppo: infatti assassinò il capo della Famiglia di Alcamo, Vincenzo Milazzo, quando iniziò ad opporsi alle stragi, e pochi giorni dopo fece strangolare barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi[11]; Brusca diresse anche tutta la fase esecutiva del suo delitto più famoso, la strage di Capaci, dal reperimento dell'esplosivo fino alla deflagrazione dell'ordigno che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta[1]; nel settembre 1992 lo stesso Brusca partecipò all'omicidio del potente esattore Ignazio Salvo, il quale si era dimostrato incapace di modificare le sentenze sfavorevoli a Cosa Nostra[12]; inoltre, tra ottobre e novembre, Brusca incaricò Santo Mazzei (mafioso di Catania) di collocare un proiettile d'artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e condizionare le istituzioni nella prospettiva di benefici per i detenuti in regime carcerario di cui all'articolo 41 bis.[13]; nello stesso periodo Brusca stava pianificando attentati contro l'allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli, l'onorevole Calogero Mannino e il giudice Pietro Grasso, progetti che però non andarono in porto[14][15].

Dopo l'arresto di Riina nel gennaio 1993, Brusca fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme ai boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[16][17], i quali pianificarono anche il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo come ritorsione verso il padre Santino, divenuto collaboratore di giustizia[18]: gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma nell'estate 1993 provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a ingenti danni al patrimonio artistico italiano[19].

L'arrestoModifica

 
Giovanni Brusca tratto in arresto il 20 maggio 1996

Ai primi di gennaio 1996, seguendo le indicazioni del collaboratore di giustizia Tony Calvaruso (ex braccio destro di Leoluca Bagarella), gli inquirenti arrivarono ad una villa a Borgo Molara, dove Brusca si nascondeva insieme alla compagna Rosaria Cristiano e al figlioletto Davide di 5 anni, che però riuscirono a fuggire prima dell'irruzione delle forze dell'ordine[20][21]. Nel febbraio successivo, due fedelissimi di Brusca, Giuseppe Monticciolo e Vincenzo Chiodo, vennero arrestati e decisero subito di collaborare con la giustizia: fecero infatti scoprire il casolare-bunker in contrada Giambascio a San Giuseppe Jato, dove un mese prima era stato ucciso e sciolto nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo e lì venne trovato un vero e proprio arsenale a disposizione di Brusca (dieci missili, un lanciamissili, 10 bazooka, 50 kalashnikov, 400 kg di esplosivo, 10 bombe anticarro, un lanciagranate, 7 fucili mitragliatori, 35 pistole, giubbotti antiproiettili ed ordigni esplosivi già confezionati)[22].

Monticciolo e Chiodo diedero indicazioni utili sui possibili nascondigli di Brusca, cui seguì il ritrovamento di un’agenda con codici e numeri di telefono trovata addosso al latitante Salvatore Cucuzza, reggente del mandamento di Porta Nuova[23][24]: dopo vari pedinamenti e intercettazioni basati su tali informazioni[25], Brusca fu infine arrestato il 20 maggio 1996 in via Papillon, contrada Cannatello (frazione balneare di Agrigento), dove un fiancheggiatore gli aveva messo a disposizione un villino, in cui abitava anche il fratello Enzo Salvatore insieme alla moglie[24][26].

L'operazione venne coordinata dal questore di Palermo Arnaldo La Barbera e condotta dagli uomini della Squadra Mobile palermitana guidati dal commissario Luigi Savina[27]: per identificare esattamente il covo in cui si trovava Brusca, in quanto nella via vi erano diverse villette una accanto all'altra, si adottò lo stratagemma di utilizzare una motocicletta smarmittata guidata da un poliziotto in borghese il quale dava delle forti accelerate al motore portandosi di fronte ai cancelli delle ultime tre ville in modo che il rombo del motore fosse percepibile dall'audio di "fondo" nell'intercettazione telefonica sull'utenza di Brusca[25]; via radio "guidarono" il collega in moto in quel segmento di via, e ascoltando il massimo percepibile del rumore del motore, capirono che quello era il punto esatto e diedero il via al blitz con la frase d’ordine, “ddrocu è[4]. Alcuni abitanti locali raccontano che gli agenti, non riuscendo a capire perfettamente qual era l'esatta ubicazione della casa di Brusca, irruppero contemporaneamente nelle due villette a destra e a sinistra (oltre che a quella centrale dove poi fu scovato), onde evitare appunto uno sbaglio che avrebbe compromesso l'operazione e potenzialmente favorito la fuga[28]. Ironia della sorte, al momento dell’arresto, i fratelli Brusca stavano guardando il film Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara trasmesso da Canale 5 e vennero ammanettati dall'ispettore Luciano Traina, fratello di Claudio, uno degli agenti di scorta uccisi nella strage di via d'Amelio[29][30][31].

L'azione fu molto movimentata e nello stesso tempo velocissima, tanto che alcuni vicini di casa dirimpettai, accorsi alle finestre per il trambusto udito, alla vista di questi agenti non in divisa, armati di mitra, che indossavano il "mephisto" nero, abbassarono terrorizzati le tapparelle delle proprie finestre, uscendo da casa solamente il giorno dopo. Nella casa vennero trovati anche decine e decine di pizzini scritti da imprenditori e commercianti che chiedevano la sua clemenza[32] nonché un borsone pieno di contanti e una collezione di abiti firmati e di orologi d'oro Rolex, Cartier e Baumme Mercier[33][24].

I fratelli Brusca vennero scortati in manette da un convoglio di poliziotti fino alla Questura di Palermo, dove gli agenti con il volto coperto dal passamontagna arrivarono con le mitragliatrici alzate tra la folla di curiosi e giornalisti e si abbandonarono a suoni di clacson ed urla di gioia per la riuscita dell'operazione, immagini che vennero trasmesse da tutte le televisioni nazionali e internazionali e che provocarono numerose polemiche[31][34][35]: il giornalista Giorgio Bocca scrisse in un articolo molto critico uscito in quei giorni sul quotidiano La Repubblica "... sembra di essere a Città del Messico la sera che vi entrò Pancho Villa"[36][37]. All'interno della Questura, in segno di vendetta, Brusca venne posto dagli agenti vicino ad una fotografia di Falcone e Borsellino appesa al muro e fotografato in quella posa[34]; fu inoltre necessario l'intervento dei Vigili del fuoco per segare le manette ai suoi polsi poiché la chiave era andata persa nella confusione[38].

La collaborazione con la giustiziaModifica

Nel giugno 1996, a circa un mese dall'arresto, Brusca iniziò a rendere dichiarazioni ai magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, ma la notizia trapelò sui giornali soltanto in agosto, causando violentissime reazioni e polemiche[39][40]: provocò clamore l'intervista concessa dal suo difensore di fiducia, l'avvocato Vito Ganci[41], nella quale affermava che il "pentimento" del suo assistito era pilotato dall'allora Presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante (che avrebbe incontrato Brusca su un volo aereo nel 1991) al fine di accusare Giulio Andreotti, all'epoca sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa[42]. Tali affermazioni vennero smentite da Brusca (che cambiò difensore) ma in ottobre venne iscritto nel registro degli indagati per calunnia poiché le sue prime dichiarazioni miravano ad accusare il suo acerrimo nemico Baldassare Di Maggio ed escludere le responsabilità di mafiosi a lui vicini (soprattutto Giovanni Riina, figlio di Totò, e Vito Vitale, boss di Partinico)[43][44]: la manovra venne scoperta anche grazie alle dichiarazioni di Enzo Brusca, che da qualche mese collaborava pure con gli inquirenti in accordo segreto con il fratello[45]. Messo alle strette dai magistrati, Brusca confessò l'inganno e iniziò a rendere nuovi interrogatori, questa volta ritenuti attendibili, grazie ai quali fu possibile condannare decine di mafiosi in diversi procedimenti penali, dove anch'egli era imputato ed in cui ottenne rilevanti sconti di pena grazie al suo contributo: nel 1997 infatti evitò l'ergastolo al processo per la strage di Capaci ed ebbe ventisette anni di carcere e la stessa cosa avvenne nel 1999, quando gli furono comminati trent'anni di reclusione per il sequestro e l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo[46].

Nel 2000 Brusca (fino ad allora considerato dalla giustizia solo un "dichiarante") riuscì ad ottenere lo status di "collaboratore di giustizia", che gli consentì di lasciare il regime carcerario duro previsto dall'art.41-bis e di godere dei benefici previsti dalla legge, compreso un sussidio di 500.000 lire al mese per sé e per i componenti della sua famiglia[46].

Nel corso della sua collaborazione, Brusca ha confessato di aver eseguito o ordinato oltre 150 omicidi[47]. Al processo Andreotti, negò di aver saputo dell'incontro tra Riina e il politico democristiano riferito da Baldassare Di Maggio (dove avvenne il famoso "bacio"), circostanza invece confermata dal fratello Enzo[14]. Fu inoltre il primo collaboratore di giustizia a parlare del cosiddetto "papello", un foglio con l'elenco di richieste che Riina avanzò allo Stato dopo le stragi[48][14].

Nel corso dei vari processi, Brusca ha pubblicamente chiesto perdono ai familiari delle sue vittime[49][50]. Tuttavia nel 1998, durante un confronto nell'udienza del processo "Borsellino bis", Santino Di Matteo scagliò un microfono contro Brusca minacciando di ucciderlo: "Animale non sei degno di stare in quest'aula. Ti dovrei staccare la testa!"[51].

La detenzioneModifica

Detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 20 maggio 1996, nel 2004, grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, gli sono stati concessi periodicamente dei permessi premio per buona condotta, consentendogli così di poter uscire dal carcere ogni 45 giorni e poter far visita alla propria famiglia, in una località protetta.[52]

L'autorizzazione suscitò diverse polemiche da parte dell'opinione pubblica. Sempre nello stesso anno, però, perse il diritto alle uscite dal carcere concesse in premio, a causa dell'uso di un telefono cellulare, in aperta violazione alle norme sui benefici carcerari.[53]

Nel 2010 ricevette, in carcere, un'accusa di riciclaggio, di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione. Il 17 settembre di quell'anno i carabinieri del Gruppo di Monreale, per ordine della Procura di Palermo, effettuarono una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea, anche nelle abitazioni di suoi familiari, confiscando a Brusca una parte del suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, avrebbe continuato a gestire dal carcere.[54]

L'8 agosto 2015 i giudici della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo accolgono la richiesta della Procura distrettuale disponendo il sequestro di beni intestati ai prestanome del pentito ma a lui finanziariamente riconducibili. In realtà Brusca si è smascherato da solo con una lettera inviata a un imprenditore in cui ammetteva di «aver omesso spudoratamente di riferire di quei beni ai giudici». In precedenza erano stati trovati 190.000 euro a casa della moglie durante una perquisizione.[55]

Nel 2016 interviene l'assoluzione definitiva nel processo, il reato di estorsione viene derubricato in tentativo di violenza privata, mentre la questione relativa all'intestazione fittizia di beni era andata prescritta e all'ex boss furono restituiti 200 000 euro che gli erano stati sequestrati. Successivamente i permessi premio vennero ripristinati, permettendogli di trascorrere in media cinque giorni al mese fuori dal carcere. Per gli ultimi mesi dell’anno 2016 Brusca è tornato a casa in stato di libertà, sotto la sorveglianza del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Brusca ha più volte richiesto gli arresti domiciliari, senza successo.[56]

Silvana Saguto, ex presidente delle Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, indagata per una presunta gestione illecita dei beni confiscati, ha affermato, nelle intercettazioni diffuse dalla stampa nel 2019, di essere a conoscenza degli intestatari dei beni gestiti da Brusca a Piana degli Albanesi, come numerose "villette e supermercati", sostenendo che fosse "una vergogna che Brusca c'abbia mezza Piana"[57]. Infatti, alcuni di questi beni, per un valore complessivo di un milione di euro, erano stati sequestrati temporaneamente già nel 2015[58].

Nel dicembre del 2019 la Cassazione nega al detenuto Brusca la concessione degli arresti domiciliari per la "caratura criminale" e la "gravità dei reati commessi".[59] Nel 2020 la stessa Cassazione ha rigettato ulteriori sconti di pena sulla condanna a 30 anni di reclusione.[60]

Il 31 maggio 2021 viene scarcerato dopo 25 anni di reclusione per fine pena ma rimarrà in libertà vigilata per altri 4 anni: era rinchiuso nel penitenziario di Rebibbia da cui è uscito con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza della condanna.[61] Vivrà sotto protezione.[62]

CondanneModifica

Strage di CapaciModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di Capaci.
 
Il luogo dove Brusca si appostò per premere il telecomando.

Giovanni Falcone aveva iniziato la lotta alla mafia già a fine anni sessanta. Fu lui, insieme ai suoi più stretti collaboratori come Paolo Borsellino, a iniziare l'istruttoria del più grande processo alla mafia svoltosi a Palermo, dove vennero convocati oltre 400 imputati. Giovanni Falcone era divenuto pericoloso per le cosche dopo l'omicidio di Ignazio Lo Presti, costruttore "amico degli amici". La moglie di quest'ultimo fece una grossa rivelazione, e cioè che Lo Presti era in stretto contatto con Tommaso Buscetta, "il boss dei due mondi". Era quest'ultimo, dal Brasile, a dirigere gli affari del traffico della droga e gli interessi delle famiglie. Quando Falcone seppe dell'arresto di Buscetta volle andare subito a interrogarlo.

Grazie a Buscetta si fece luce su tanti omicidi, sia politici sia tradizionali, come quelli dei pentiti durante la guerra di mafia, ma anche su quelli dei tanti collaboratori di Falcone, come Rocco Chinnici, Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Totò Riina, scottato dalla condanna in primo grado all'ergastolo, si mise in agitazione perché il giudice stava andando troppo oltre, applicando - prima con Tommaso Buscetta, poi con Salvatore Contorno, Nino Calderone e Francesco Marino Mannoia - lo strumento della collaborazione dei "pentiti", già sperimentato nella lotta al terrorismo, nelle indagini su Cosa nostra. Per questo motivo, il magistrato fu criticato sia dai colleghi magistrati sia dalla stampa, che gli rimproverò una presunta "voglia di protagonismo". Dopo le critiche, anche aspre, a Falcone fu di fatto impedito di assumere il coordinamento delle indagini sulla mafia[63]. Dopo quest'azione di delegittimazione, il 23 maggio 1992 al suo ritorno da Roma, dove svolgeva il ruolo di direttore degli affari penali per il ministero di grazia e giustizia, durante il tragitto verso casa il giudice Giovanni Falcone, che già nel 1989 era scampato a un attentato, trovò la morte.

Per commettere il delitto furono assoldati ben cinque uomini, tra cui Giovanni Brusca che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando, i quali riempirono di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l'autostrada nei pressi di Capaci (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg). Fu una strage ("l'attentatuni") nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo.

Strage di via d'AmelioModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di via D'Amelio.

Brusca dichiarò di non aver partecipato fisicamente alla Strage di via D'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta, bensì di essere uno dei mandanti perché a conoscenza di tutti i progetti di morte di Cosa Nostra per l'anno 1992.

Omicidio di Giuseppe Di MatteoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Omicidio di Giuseppe Di Matteo.

Giovanni Brusca decise di affrontare la situazione del pentimento di Santino Di Matteo, detto "Mezzanasca", rapendo l'allora tredicenne figlio di questi, Giuseppe. Con la collaborazione di altri criminali e pregiudicati a lui sottoposti, sequestrò il ragazzo nei pressi di un maneggio che era solito frequentare e per i due anni successivi lo spostò continuamente in vari nascondigli. I tentativi di Cosa Nostra di convincere il padre a ritrattare le sue confessioni fallirono e portarono Brusca a eliminare il piccolo Di Matteo, facendolo prima strangolare e successivamente sciogliere nell'acido.

Per l'omicidio del piccolo Giuseppe, oltre che Giovanni Brusca, sono stati condannati all'ergastolo i boss Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro.

Processo sulla trattativa Stato-MafiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Processo sulla trattativa Stato-mafia.

Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla trattativa Stato-mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Brusca e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche per "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").[64] Il 20 aprile 2018 in primo grado, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti di Brusca vengono prescritte.[65]

Nella cultura di massaModifica

NoteModifica

  1. ^ a b ORA BRUSCA DICE: ESITAI A UCCIDERE FALCONE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 23 maggio 2021.
  2. ^ Lirio Abbate, Torna libero l’ex boss Giovanni Brusca, in L'Espresso, 31 maggio 2021. URL consultato il 1º giugno 2021 (archiviato il 1° giugno 2021).
  3. ^ GLI SPIETATI DISCEPOLI DI RIINA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 30 maggio 2021.
  4. ^ a b Saverio Lodato, Così ho ucciso Giovanni Falcone, Mondadori, 1999.
  5. ^ Attilio Bolzoni, Giovanni Brusca e il piano criminale, su Mafie. URL consultato il 29 maggio 2021.
  6. ^ l' eroismo del capitano d'aleo - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 29 maggio 2021.
  7. ^ CAPI E FAMIGLIE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 30 maggio 2021.
  8. ^ a b L' UOMO CHE TRADI' RIINA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 30 maggio 2021.
  9. ^ ARRESTATO BERNARDO BRUSCA BOSS LATITANTE DA 7 ANNI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 30 maggio 2021.
  10. ^ UN BOSS SANGUINARIO CAPACE DI STRANGOLARE UN BIMBO DI 11 ANNI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 24 maggio 2021.
  11. ^ RIINA ORDINO' : ' E' INCINTA? UCCIDETE LA DONNA DEL BOSS' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 30 maggio 2021.
  12. ^ MAFIA: CHI ERANO I CUGINI NINO E IGNAZIO SALVO (2), su www1.adnkronos.com. URL consultato il 30 maggio 2021.
  13. ^ La trattativa tra Gioè-Bellini/Il proiettile nel Giardino di Boboli - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF) (archiviato dall'url originale il 10 novembre 2013).
  14. ^ a b c 'UCCIDEVAMO I SUOI RIVALI MA POI ANDREOTTI CI TRADI' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 1º giugno 2021.
  15. ^ Il pm Di Matteo non partecipa all'udienza con Brusca, su rainewsalian. URL consultato il 30 maggio 2021.
  16. ^ Le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia - Atti del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF) (archiviato dall'url originale il 27 dicembre 2013).
  17. ^ I pentiti del terzo millennio Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  18. ^ Il pm in aula accusa i boss"Il piccolo Di Matteo fu torturato", su la Repubblica, 7 novembre 2011. URL consultato il 30 maggio 2021.
  19. ^ Autobombe '93, per l'accusa ergastoli da confermare, su repubblica.it, la Repubblica, 2 dicembre 2000. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
    «la strategia di attacco terroristico al patrimonio culturale del Paese sarebbe stata decisa dai vertici di Cosa Nostra già alla fine del '92».
  20. ^ E IL SUPERBOSS SFUGGE AGLI AGENTI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 30 maggio 2021.
  21. ^ I FATTI DEL GIORNO. 3/A EDIZIONE (4): LA CRONACA, su www1.adnkronos.com. URL consultato il 30 maggio 2021.
  22. ^ MISSILI E LANCIARAZZI NELL' ARSENALE DELLA MAFIA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 30 maggio 2021.
  23. ^ UN BOSS ARRESTATO A PALERMO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  24. ^ a b c BRUSCA ' TRADITO' DALLE SUE DONNE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 23 maggio 2021.
  25. ^ a b mrtrepetto, Savina, il superpoliziotto che prese Brusca: "Così collaborò, oggi concordo con Maria Falcone", su Adnkronos, 1º giugno 2021. URL consultato il 1º giugno 2021.
  26. ^ ARRESTATI BLANDO E LA MOGLIE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  27. ^ ' COSI' REGNA AGLIERI, NUOVO PADRINO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  28. ^ DAVIDE, CINQUE ANNI E UNA VITA DA LATITANTE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 24 maggio 2021.
  29. ^ ' NOI, GLI ASSALTATORI EROI QUI A PALERMO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 24 maggio 2021.
  30. ^ ' HO AMMANETTATO IO IL BOIA DI MIO FRATELLO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  31. ^ a b CATTURATO BRUSCA, BELVA DI COSA NOSTRA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 24 maggio 2021.
  32. ^ LA ' CATENA DI SANT' ANTONIO' DEL BOSS - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 1º giugno 2021.
  33. ^ ECCO IL GUARDAROBA DEL PADRINO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 1º giugno 2021.
  34. ^ a b Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi, Mafia, vent'anni fa l'arresto del boss Giovanni Brusca: da Capaci al pentimento, su Corriere della Sera, 20 maggio 2016. URL consultato il 31 maggio 2021.
  35. ^ I POLIZIOTTI NON CI STANNO ' A PALERMO C' E' LA GUERRA QUANDO SI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  36. ^ LO SPETTACOLO DI PALERMO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  37. ^ LO STATO DIFENDE GLI AGENTI ' LEGITTIMA LA LORO GIOIA' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  38. ^ ' BRUSCA, TRIONFO ITALIANO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  39. ^ E IL PICCIOTTO AVEVA ANNUNCIATO IL PERICOLO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 24 maggio 2021.
  40. ^ DALLA STRATEGIA DEI VELENI AL GIORNO DELLA VERITA' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 24 maggio 2021.
  41. ^ IL SUPER - DIFENSORE DEGLI UOMINI DI MAFIA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  42. ^ SOTTO TORCHIO L' ' AVVOCATO DEI COMPLOTTI' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  43. ^ 'E' UN MAFIOSO' PRIMA CONDANNA PER GIOVANNI RIINA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
  44. ^ SCOPERTO IL GIOCO DI BRUSCA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 1º giugno 2021.
  45. ^ BRUSCA INDAGATO PER CALUNNIA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 31 maggio 2021.
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    «La Procura Nazionale Antimafia aveva invece dato parere favorevole: "Si è ravveduto". La reazione di Maria Falcone: "Inaccettabile la concessione di sconti ulteriori a chi si è macchiato di delitti tanto efferati. Grasso: "Ha rotto i legami con Cosa nostra e aiutato a scoprire la verità"».
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  60. ^ Brusca: da Cassazione stop AD altri sconti su pena a 30 anni - Ultima Ora, su Agenzia ANSA, 6 novembre 2020. URL consultato il 6 novembre 2020.
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  65. ^ Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”

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