Messa tridentina

rito liturgico cattolico
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Nella liturgia cattolica, la messa tridentina è quella forma della celebrazione eucaristica del rito romano promulgata da papa Pio V nel 1570 a richiesta del Concilio di Trento, fino alla revisione ordinata dal Concilio Vaticano II. Fu mantenuta, con modifiche minori, nelle edizioni successive del Messale Romano fino a quella promulgata da Giovanni XXIII nel 1962.

Altare nella chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini (Roma) allestito per la celebrazione della messa tridentina, come indicano le carteglorie. Non è obbligatorio che, per la messa tridentina, l'altare sia addossato alla parete né che sacerdote e fedeli siano rivolti versus absidem.[1]
Stampa ottocentesca raffigurante la comunione dei fedeli durante la messa
Stampa della stessa epoca raffigurante la comunione fuori della messa, allora più comune[2][3]

Per quattro secoli fu la forma della liturgia eucaristica della maggior parte della Chiesa latina fino alla pubblicazione dell'edizione del Messale promulgata da papa Paolo VI nel 1969 a seguito del Concilio Vaticano II. Tutte le edizioni tridentine, pur introducendo alcune modifiche, contenevano il testo della bolla Quo primum tempore con la quale Pio V promulgò la prima edizione e recavano come titolo Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum, mentre le edizioni successive al 1969 hanno per titolo Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum.

Il XX secolo ha visto modifiche della messa tridentina operate in particolare da papa Pio X, papa Pio XII e papa Giovanni XXIII.[4][5][6][7] L'uso dell'edizione 1962, ma non di quelle anteriori, è ancora permesso come «forma straordinaria del rito romano»,[8] espressione che indica che, se da una parte non è più la forma ordinaria o "normale", dall'altra parte non è un rito distinto, ma solamente una «diversa forma del medesimo rito».[9]

NomenclaturaModifica

 
Altare di Santa Cecilia in Trastevere, una delle tante antiche chiese di Roma nelle quali il sacerdote celebrante all'altare nell'abside occidentale guardava verso oriente e allo stesso tempo verso il popolo

Il papa Benedetto XVI dichiarò che le due forme del rito romano successive rispettivamente al Concilio Tridentino e al Concilio Vaticano II non sono riti distinti ma due usi dell'unico rito.[9] Così sono deprecate le espressioni "rito antico" o "rito tradizionale" in relazione alla forma tridentine, mentre invece è ammessa e adoperata ufficialmente quella di "Usus Antiquior".[10] Alcuni la chiamano la "messa romana classica" o "messa di san Pio V" o anche, ma inappropriatamente, "messa in latino": anche la liturgia rivista del 1969 può essere celebrata in tale lingua (le editiones typicae, cioè quelle di riferimento, del Messale Romano rimangono in latino). Più raramente se ne parla come "Vetus Ordo Missæ" in contrapposizione al termine "Novus Ordo Missæ" con cui alcuni a volte indicano la forma ordinaria del rito romano; propriamente parlando, però, l'Ordo Missae non è la messa nella sua totalità, ma solo quella parte invariabile o quasi, che si chiama anche "Ordinario della messa").[11][12]

Alcuni usano l'espressione "messa gregoriana" per indicare che la forma tridentina risale nelle linee essenziali alla liturgia di papa Gregorio I (e oltre). Questa expressione però si presta a essere confusa con le "messe gregoriane" o "ciclo gregoriano", la pia pratica della celebrazione ininterrotta di trenta messe per trenta giorni consecutivi in suffragio dell'anima dello stesso defunto. (Non è indispensabile che siano celebrate dallo stesso prete, e neppure allo stesso altare, evenienze però raccomandate,) Secondo una devozione popolare, questa pratica ottiene, se non la liberazione immediata dal purgatorio, quanto meno una particolare intercessione da parte di san Gregorio Magno.̻[senza fonte]

Il papa Benedetto XVI dichiarò che, con la promulgazione nel 1969 del revisione mandata dal Concilio Vaticano II del Messale romano, l'ultima edizione tridentina, quella del 1962, "non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso"[13][9] Il suo uso era circoscritto per lo più ad alcuni sacerdoti anziani e, più tardi, ai membri di certe associazioni quali la Fraternità sacerdotale San Pietro. In Inghilterra e Galles, il suo uso, ma con modifiche introdotte nel 1965 e nel 1967, era concesso a gruppi che ne facessero richiesta per occasioni speciali,[14] e nel 1984 papa Giovanni Paolo II, con l'indulto Quattuor abhinc annos, ne concesse una più diffusa celebrazione previo assenso dei vescovi locali.

Questi provvedimenti sono stati superati nel 2007, quando papa Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum estese a qualsiasi sacerdote della Chiesa latina il diritto di celebrare, sia privatamente ("messe celebrate senza il popolo" – articolo 2 del motu proprio) sia (sotto le condizioni indicate nell'articolo 5 del motu proprio) pubblicamente, la messa secondo il Messale romano del 1962. Questo motu proprio Summorum Pontificum e le relative istruzioni concernenti la sua applicazionɛ[10] sono la base dell'attuale normativa della Santa Sede che regola l'uso della forma 1962 del rito romano, mentre l'organo preposto all'attuazione delle disposizioni in esso contenute è la Pontificia commissione "Ecclesia Dei".

StoriaModifica

Il Concilio di TrentoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Concilio di Trento.
 
Papa Pio V

Prima del Concilio di Trento, esistevano nell'ambito della Chiesa cattolica di rito latino moltissime versioni della liturgia. Alcune erano proprie di particolari nazioni o regioni, altre, di ordini religiosi o confraternite. La struttura era la medesima uguale per tutte, ma ognuna possedeva proprie peculiarità come preghiere tipiche, invocazioni a santi specifici, disposizioni differenti delle parti fisse della messa. In più, la Riforma protestante aveva messo in discussione alcuni capisaldi del Cattolicesimo, tra cui la presenza reale di Gesù dell'eucaristia e, conseguentemente, il culto che le si doveva. I protestanti avevano creato nuove forme liturgiche, alcuni elementi delle quali erano penetrati nelle liturgie cattoliche a livello locale. Per cancellare ogni contaminazione e per eliminare preghiere e usi superflui inseriti nei riti cattolici nel corso dei secoli, i padri conciliari incaricarono un gruppo di studiosi di redigere un nuovo messale, attingendo ai codici e ai libri più antichi.
Nella XXV sessione,[15] a lavoro ultimato, si stabilì di sottoporre l'opera al pontefice. Il 14 luglio 1570, papa Pio V con la bolla Quo primum tempore, promulgò il nuovo messale e lo sostituì a tutti quelli che fino ad allora venivano utilizzati nelle chiese locali, fatte salve le liturgie che avessero più di duecento anni, ordinando «a tutti e singoli i Patriarchi e Amministratori [...] , e a tutti gli ecclesiastici, [...] facendone loro severo obbligo in virtù di santa obbedienza, che, in avvenire abbandonino del tutto e completamente rigettino tutti gli altri ordinamenti e riti, senza alcuna eccezione, contenuti negli altri Messali, per quanto antichi essi siano e finora soliti ad essere usati, e cantino e leggano la Messa secondo il rito, la forma e la norma, che Noi abbiamo prescritto nel presente Messale; e, pertanto, non abbiano l'audacia di aggiungere altre cerimonie o recitare altre preghiere che quelle contenute in questo Messale.».[16]

La nuova redazione eliminò le aggiunte medievali ai riti, che per gli studiosi incaricati avevano un sapore superstizioso o eterodosso, tornando alle versioni più semplificate utilizzate a Roma dal tempo di papa Gregorio VII fino a Innocenzo III: il modello esteso all'intera Chiesa latina fu la messa celebrata nell'Urbe e in particolare la Messa stazionale. Oltre all'eliminazione di parti superflue, vennero aggiunti alcuni elementi prima assenti o utilizzati solo localmente come le preghiere ai piedi dell'altare, ossia le orazioni all'inizio della liturgia che, precedentemente, erano recitate dal celebrante nella sagrestia, o durante la processione d'ingresso, o prima di salire all'altare. Si aggiunse anche la parte finale della liturgia: la benedizione e la lettura dell'ultimo Vangelo.

Successive modificheModifica

 
Papa Giovanni XXIII

Dal 1570 al 1969 il messale rimase pressoché invariato, con l'eccezione dei ripetuti cambiamenti riguardanti la classifica delle messe e l'aggiunta di nuove celebrazioni nel calendario: solo di rado furono cambiate le parti dell'Ordinario della messa. Nel 1604 Clemente VIII[17] abolì alcune preghiere d'ingresso, altre preghiere dopo il Confiteor e la tripla benedizione nelle messe solenni. Altre variazioni furono apportate da papa Urbano VIII nel 1634, e da Benedetto XV. Il 6 gennaio 1884, Leone XIII estese a tutte le nazioni le preci (tre Ave Maria, una Salve Regina e un'orazione particolare[18] al termine della messe celebrate senza canto già recitate negli Stati ex-Pontifici a partire dal 1859. Due anni più tardi, nel 1886, fu modificata tale orazione, per farne una preghiera per la conversione dei peccatori e per "la libertà e l'esaltazione della santa Madre Chiesa", e fu aggiunta una preghiera a san Michele arcangelo. Nel 1904, papa Pio X aggiunse tre "Cuore santissimo di Gesù. Abbi pietà di noi" da recitare facoltativamente.[19] Tali preci leonine, però, non facevano parte della messa e sono state soppresse con l'istruzione Inter oecumenici del 26 settembre 1964.[20][21]

Nel 1955, regnando Pio XII, furono modificati sensibilmente i riti della Settimana santa, in specie quelli della benedizione dei rami nella domenica delle palme e nel triduo pasquale, ove, fra le altre modifiche, fu abolita la menzione dell'imperatore nel rito del Venerdì santo,[22] e nel rito della Vigilia Pasquale fu introdotto il rinnovamento delle promesse battesimali nella lingua del popolo.

Papa Giovanni XXIII, cui risale l'ultima edizione del messale prima del Concilio Vaticano II (quella del 1962), tra l'altro, abolì il Confiteor da recitarsi prima della comunione dei fedeli (conservando i due Confiteor delle preghiere iniziali) ed alcune feste, e inserì la menzione di san Giuseppe nel Canone romano della messa, il cui testo non era stato toccato da secoli.[23]

Il Concilio Vaticano IIModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Concilio Vaticano II.

Il Concilio Vaticano II, tra gli altri argomenti, trattò della liturgia. I padri richiesero una revisione del messale e ne tracciarono i princìpi generali nella costituzione Sacrosanctum Concilium: in essa si chiedeva che fossero semplificati i riti (togliendo le duplicazioni), fosse introdotto un numero maggiore di brani scritturali e una qualche forma di preghiera dei fedeli[24] e che la lingua latina fosse conservata nei riti latini, pur concedendo un "certo spazio alla lingua nazionale" nelle letture e nelle monizioni[25]; inoltre, riguardo alla musica liturgica, furono espressamente indicate come forme di canto privilegiate per il Rito romano il gregoriano e, secondariamente, la polifonia[24]. Terminato il Concilio, fu dunque formata una commissione per modificare la liturgia della messa. Inizialmente il lavoro della commissione produsse un primo nuovo messale edito nel 1965 e in parte modificato nel 1967, in cui furono introdotte la preghiera dei fedeli e la possibilità di recitare in volgare, oltre alle letture, anche diverse parti dell'Ordinario. Il pontefice concesse l'uso dell'antico rito ai sacerdoti che, in là con gli anni, avrebbero trovato difficoltà ad imparare una nuova forma di liturgia: tra questi, Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell'Opus Dei e padre Pio da Pietrelcina.

La Commissione continuò il suo lavoro fino a giungere alla formulazione di un definitivo nuovo Messale nel 1969: il Novus Ordo Missæ che fu redatto interpretando, più che applicando, le linee guida del Concilio: «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti».[26]

L'abolizione di moltissimi gesti cerimoniali, inchini, e preghiere, l'inserimento di nuove preghiere eucaristiche, la soppressione delle invocazioni all'intercessione di santi, il maggior spazio dato all'ascolto della sacra scrittura ora letta ai fedeli in lingua volgare, la modifica delle formule dell'Offertorio e diversi altri rifacimenti fecero del nuovo messale un libro liturgico che si distaccava moltissimo dal Messale del 1962 e andava oltre le indicazioni esplicite contenute nella costituzione Sacrosanctum Concilium, suscitando nel mondo cattolico diverse reazioni sia favorevoli sia sfavorevoli.

L'introduzione del nuovo Messale Romano e la situazione attualeModifica

 
Papa Benedetto XVI

Papa Paolo VI, con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969, promulgò una nuova editio typica del Messale Romano, del quale l'Ordo Missae (Ordinario della messa) è stato pubblicato subito, estendendone l'uso (in latino) a tutta la Chiesa latina in sostituzione di quello del 1962, come questo aveva rimpiazzato quello precedente, al quale mancava l'inciso "et beati Ioseph eiusdem Virginis Sponsi" nel canone della messa, inserito per sovrana decisione di papa Giovanni XXIII il 13 novembre 1962.[27] Il messale intero con il Proprium de tempore e il Proprium sanctorum apparve il 26 marzo 1970 (in latino), sostituendo l'editio typica del 1962, come questa aveva rimpiazzato quella del 1920. La preparazione di versioni integrali del messale nelle varie lingue richiese più tempo.[28]

La nuova edizione era intitolata Missale Romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii vaticani II instauratum, auctoritate Pauli PP. VI promulgatum e non più, come in quelle precedenti, Missale Romanum ex decreto sacrosancti concilii tridentini restitutum seguito, nel caso dell'edizione 1962, da Summorum Pontificum cura recognitum o, nell'edizione 1920, da S. Pii V Pontificis Maximi jussu editum aliorum Pontificum cura recognitum a Pio X reformatum et Ssmi D.N. Benedicti XV auctoritate vulgatum.

Diversi elementi del nuovo messale erano stati già ufficialmente anticipati prima della pubblicazione del testo integrale della messa del Vaticano II, abbandonando per esempio, con l'istruzione Inter oecumenici del 1964, la normativa secondo cui, nella messa tridentina, il sacerdote recita privatamente le parti del proprio cantate o dette dal coro o dal popolo mentre non si unisce alle parti dell'ordinario riservate al coro o alla congregazione (Ia,b), omettendo il Salmo 42, che nella forma tridentina si dice all'inizio della messa (Ic), facendo pronunciare ad alta voce la preghiera sulle offerte, la dossologia finale della preghiera eucaristica e l'embolismo del Padre nostro ((Ie, f, h), e permettendo alla congregazione recitare il Padre nostro con il sacerdote anche fuori della Vigilia pasquale (Ig).[29]

Contro la modifica del messale insorsero diversi gruppi di cattolici legati alla tradizione e nacquero anche alcune separazioni giuridico-canoniche in seno alla Chiesa (in generale non propriamente "scismi"). Tra i refrattari al cambiamento liturgico, spiccò l'arcivescovo francese Marcel Lefebvre, fondatore della Fraternità sacerdotale San Pio X; i seguaci di monsignor Lefebvre continuarono a utilizzare il messale del 1962.

Con il beneplacito della Santa Sede nacquero la Fraternità sacerdotale San Pietro nel 1988, l'Amministrazione apostolica personale San Giovanni Maria Vianney nel 2001 e l'Istituto del Buon Pastore sorto nel 2006.

L'utilizzo da parte della FSSPX del messale del 1962 (che incorpora i cambiamenti fatti da Giovanni XXIII) e la menzione nel canone della messa del papa regnante fu oggetto di scisma di membri di essa, i quali fondarono istituti o congregazioni (sedevacantisti - sedeprivazionisti).[30][31][32]

 Lo stesso argomento in dettaglio: Summorum Pontificum.

Per accogliere le richieste di quanti nella Chiesa avevano una sensibilità più vicina alla forma tridentina del rito romano, papa Giovanni Paolo II, con la lettera Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino[33] del 1984 e con il suo motu proprio Ecclesia Dei afflicta[34] del 1988 diede ai vescovi la possibilità di concedere a chi ne avesse fatto domanda, l'uso del messale del 1962. Papa Benedetto XVI, il 7 luglio 2007, con il motu proprio Summorum Pontificum decise di permettere a tutti i sacerdoti latini che lo avessero desiderato, la possibilità di utilizzare il messale del 1962, osservando che esso non fu mai giuridicamente abrogato.[35]

In Italia, attualmente, la Messa tridentina è celebrata con regolarità in circa 150 chiese e cappelle in conformità al motu proprio Summorum Pontificum, per lo più concentrate nel centro-nord del paese. Fino al 2007, cioè prima dell'entrata in vigore del motu proprio di Benedetto XVI (quando ancora vigevano esclusivamente gli indulti di Giovanni Paolo II), il numero complessivo di celebrazioni regolari domenicali non arrivava alle trenta unità[senza fonte]. A ciò si aggiungono i centri di messa della Fraternità San Pio X (una trentina), ancora in attesa di una regolarizzazione canonica da parte della Santa Sede (le sue celebrazioni al momento sono valide, ma formalmente illecite). Vi sono anche alcune messe celebrate dai sedevacantisti e da altri sacerdoti non in comunione con Roma, i quali spesso usano edizioni del Messale romano anteriori a quella del 1962.

Il ritoModifica

 
Celebrante, diacono, suddiacono, presbitero assistente e accoliti in una messa solenne

La fonte principale per il rito della messa tridentina è il Messale Romano. L'edizione 1962 comprende le Rubricae generales ((Rubriche generali) alle pagine XII–XX, le Rubricae generales Missalis romani (Rubriche generali del Messale romano) alle pagine XXI–XXXVI, e il Ritus servandus in celebratione Missæ (Rito da seguire nella celebrazione della messa) alle pagine LIV–LXV. L'ultimo indica i gesti e le parole del sacerdote celebrante e di chi serve la messa.

Due sono le specie della messa tridentina: dicesi Messa "in canto", se di fatto il celebrante canta quelle parti che deve cantare secondo le rubriche; altrimenti dicesi "messa bassa" o "messa letta". La messa "in canto", inoltre, se è celebrata con l'assistenza dei sacri ministri, è chiamata "messa solenne"; se è celebrata senza ministri sacri, è detta "messa cantata".[36][37]

Oltre a queste forme di cui nel Messale Romano, la messa tridentina conosce forme di eccezionale grandiosità riservate a celebrazioni del papa o di un altro vescovo: la messa papale e la messa pontificale.[38]

La celebrazione della messa tridentina ha diverse figure che servono allo svolgimento dell'azione liturgica:

  • Il celebrante (unico) può essere vescovo o presbitero, ma non diacono. Eccezionalmente e solo nella messa dell'ordinazione di uno o più vescovi o presbiteri, avviene la concelebrazione.[39]
  • I sacri ministri (diacono e suddiacono) partecipano alla messa solenne, ma non alle altre forme della messa tridentina.
  • Altri ministri, detti anche ministranti e accoliti, svolgono numerosi ministeri quali quelli di ceroferario, crocifero, turiferario, navicelliere, ecc. Il Ritus servandus in celebratione Missae non ne definisce il numero, dicendo "il ministro o i ministri", quando parla delle preghiere all'inizio della messa.[40] Il Codice di Diritto Canonico decreta che normalmente ce ne sia almeno uno: "Il sacerdote non celebri il Sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa".[41][42] Il diritto canonico, non il Messale, escludeva le donne da tale ministero, come il papa Innocenzo IV ordinò nel 1254: "Non osino le donne servire all'altare, dal cui ministero siano respinte totalmente";[43] però nel 1994 la Pontificia commissione per l'interpretazione autentica del Codice di diritto canonico dichiarò che il servizio all'altare è una delle funzioni liturgiche che, secondo il canone 230 §2 del Codice, possono essere svolte da laici sia uomini che donne.[44]
  • Il cerimoniere o maestro delle cerimonie coordina, nelle celebrazioni più complesse, i diversi ministranti nelle loro incombenze. Indossa l'abito talare e la cotta.
  • Il presbitero assistente del presule celebrante è una figura della messa papale o pontificia tridentina. Indossa il piviale.[45]
  • La schola cantorum canta, nelle messe solenni o cantate, alcune parti della liturgia spettanti nella messa bassa al sacerdote celebrante (come il graduale e il Credo) e alcune delle risposte dei ministri all'altare alle invocazioni del celebrante (come "Et cum spiritu tuo"). Canta anche l'introito all'inizio della celebrazione e, con un'interruzione per la consacrazione, ciò che il Codice delle Rubriche chiama il "Sanctus-Benedictus"[46], mentre il sacerdote recita il Canone Romano privatamente.
  • Il popolo partecipa in vari modi: "Per sua stessa natura, la messa richiede la partecipazione, ciascuno a suo modo, di tutti coloro che vi assistono", dice il Codice delle Rubriche, riferendosi all'Istruzione sulla musica sacra e la liturgia promulgata dalla Sacra Congregazione dei Riti il 3 settembre 1958.[47] Questa istruzione prevede tre modi di tale partecipazione:
    • facendo attenzione alle principali parti della messa sia internamente sia anche esternamente secondo le diverse approvate consuetudini locali;
    • con preghiere e canti in comune strettamente intonati alle singole parti della messa;
    • rispondendo liturgicamente al sacerdote celebrante quasi "dialogando" con lui nel recitare a voce chiara le parti loro proprie.[48]

Riti d'inizioModifica

 
Preghiere ai piedi dell'altare in una messa bassa.

La messa incomincia con l'ingresso processionale del celebrante e dei ministri (nelle messe basse il ministro è generalmente uno solo)[senza fonte] che, dopo aver fatto le riverenze prescritte si recano ai piedi dell'altare. Il sacerdote, se sta per celebrare la messa bassa, porta nelle mani il calice con il purificatoio e la patena con una ostia), il tutto coperto con la palla e con un velo e sormontato dalla borsa contenente il corporale piegato.[49] All'arrivo all'altare della messa, il sacerdote consegna la sua berretta al ministrante e, dopo aver fatto la riverenza prescritta (genuflessione se c'è il tabernacolo con il Santissimo Sacramento, altrimenti inchino), sistema in mezzo all'altare ciò che ha portato con sé e apre il messale.[50] Poi scende e inizia la messa facendo il segno della croce seguito dalle preghiere ai piedi dell'altare in cui sacerdote e ministri recitano a voci alterne il Salmo 42 Iudica me[51] (che esprime il desiderio e la gioia di salire all'altare per avvicinarsi a Dio) e il Confiteor prima del celebrante e poi dei ministri. Segue l'assoluzione dei peccati veniali.[senza fonte]

Il sacerdote sale sull'altare, lo bacia, e legge l'Introito, la preghiera d'ingresso, in cornu epistolae, poi al centro il Kyrie eleison, alternato con i ministri. Del Kyrie viene ripetuta tre volte l'invocazione Kyrie eleison, tre volte Christe eleison, e di nuovo tre volte Kyrie eleison; il numero delle invocazioni permette che a ciascuna delle persone della Trinità ne siano rivolte tre, in modo che la somma totale di nove richiami i nove cori angelici.[52] Tale simbolismo con i cori angelici permette di introdurre consequenzialmente la recita della preghiera successiva, il Gloria in excelsis Deo, essendo esso il canto proprio degli angeli.[53] Al termine di questa sezione v'è la preghiera colletta. Nella messa dialogata i fedeli si uniscono ai ministri nelle parti che spettano a loro. Nella messa solenne, mentre il celebrante e i ministri compiono i riti d'ingresso il coro canta l'introito e il Kyrie; il Gloria è intonato dal celebrante, che poi lo legge, mentre viene cantato dalla schola cantorum. Se il canto si prolunga, il celebrante e i ministri possono lasciare l'altare e sedere in presbiterio.

Liturgia dei catecumeniModifica

Nei primi tempi del Cristianesimo, questo era l'unico momento al quale potevano assistere i catecumeni, ossia coloro che stavano preparandosi a ricevere il battesimo, e che, quindi, non erano ancora inseriti nel corpo della Chiesa. La liturgia dei catecumeni è la parte didattica della messa: consiste nella lettura dell'Epistola, nella recita del Graduale e dell'Alleluia o del Tratto, dell'eventuale sequenza, quindi nella lettura del Vangelo, nell'omelia e nel Credo.

 
Lettura dell'epistola in una messa bassa
 
Lettura del Vangelo in una messa solenne

Viene detta Epistola la lettura di un passo, generalmente del Nuovo Testamento, spesso di una lettera paolina, o di altri apostoli, più di rado di un passo degli Atti degli Apostoli o dell'Apocalisse di Giovanni o, in certi casi, di passi dell'Antico Testamento. A leggerla è il sacerdote che, posto nella parte destra dell'altare (il lato dell'epistola), la pronuncia in latino, con la facoltà di leggerla in lingua volgare introdotta dal motu proprio Summorum Pontificum[54]. Nelle messe solenni, il suddiacono la canta ad alta voce all'interno del presbiterio, mentre il sacerdote, secondo le edizioni del Messale Romano anteriori al 1962, la legge submissa voce all'altare accanto al messale e assistito dal diacono, o, secondo l'edizione 1962, si siede e ascolta il canto del suddiacono.[55][56]

Il graduale è un salmo con strofa e ritornello cantato dal coro e letto dal celebrante e sempre in latino, seguita dall'Alleluia: nei tempi penitenziali dell'anno liturgico l'Alleluia è sostituito dal Tratto. In cinque feste dell'anno è prevista la sequenza, un lungo componimento poetico sul tema della festa. Nelle messe basse non si canta: graduale, tratto e sequenza vengono semplicemente letti dal sacerdote in latino.

Nelle messe solenni, mentre il sacerdote resta all'altare in cornu Epistolae, l'Evangeliario viene portato processionalmente entro il presbiterio e il Vangelo è cantato in latino dal diacono. Nelle edizioni del Messale Romano anteriori al 1962, il sacerdote legge il Vangelo privatamente prima che l'Evangelario sia consegnato al diacono.[56][57]. Nelle messe basse il Vangelo è letto dal sacerdote, in latino (con facoltà di leggerlo in lingua volgare introdotta dal Messale del 1965 e ripresa dal motu proprio Summorum Pontificum[54]) sul lato sinistro dell'altare (in cornu Evangelii). Il passaggio del libro, da un lato all'altro dell'altare, simboleggia secondo alcune interpretazioni l'estensione delle benedizioni divine, dagli Ebrei ai gentili, di modo che, in Cristo, non vi è più né ebreo, né greco; invece altri vedono nel gesto di portare verso nord il Vangelo il simbolo della luce della Parola di Dio che illumina le tenebre del mondo.

L'omelia (o predica), in lingua volgare, può essere pronunciata dal celebrante, da altro sacerdote o da un diacono: verte sulla spiegazione delle letture del giorno e su aspetti di morale o di vita pratica di fede. Al momento dell'omelia, vengono dati al popolo eventuali annunci o comunicazioni che non possono essere inseriti in alcun altro momento della liturgia. Nel Messale Romano tridentino, anche nell'edizione 1962, si prevede solo nelle messe solenni un'eventuale omelia[58] Nelle altre messe si fa seguire il Credo (se è da dire) immediatamente dopo il Vangelo.[59]

Terminata l'omelia o, se questa non venisse pronunciata, dopo la lettura del Vangelo, il sacerdote recita il Credo, insieme al popolo nelle messe dialogate. Nelle messe solenni, il Credo è cantato dal coro: il celebrante e i ministri lo recitano a bassa voce, inginocchiandosi alle parole et incarnatus est de Spiritu Sancto. Dopo possono andare a sedersi fino alla fine del canto. Qualora si trovassero in piedi al momento in cui la corale canta la strofa et incarnatus est de Spiritu Sancto genufletteranno nuovamente.

Liturgia dei fedeliModifica

OffertorioModifica

 
Offertorio di un pontificale, Roma 2009

Terminato il Credo, il celebrante offre il pane per i suoi «innumerevoli peccati, offese e negligenze, e per tutti i circostanti, come pure per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti, affinché [...] torni di salvezza per la vita eterna»[60]; successivamente offre il «calice di salvezza», scongiurando la divina «clemenza, affinché esso salga come odore soave al cospetto della tua divina maestà, per la salvezza nostra e del mondo intero».[60] Terminata l'offerta, il celebrante procede al lavabo, il lavacro delle dita con la recita del Salmo 25, letto dalla cartagloria (o dal libro, se fosse vescovo o prelato) in cornu epistolae. Seguono l'invocazione Orate fratres affinché Dio accetti l'offerta, la risposta del ministro e l'orazione secreta.

ConsacrazioneModifica

Il celebrante e il ministro, (o il diacono e suddiacono nelle messe solenni), si scambiano alcune invocazioni al termine delle quali il sacerdote recita (o canta) il prefazio, una preghiera di lode che varia a seconda del tempo liturgico. Dopo il prefazio viene recitato o cantato il Sanctus durante il quale il ministro (o un accolito nelle messe solenni) suona tre volte un campanello: tutti i fedeli si inginocchiano, si inizia il Canone che il sacerdote recita tutto a bassa voce.

 
Elevazione in un pontificale, Roma 2009
 
Spartito del Pater noster gregoriano (presentazione post-tridentina)[61]

Te igitur sono le prime parole del Canone: il sacerdote, profondamente inchinato[62], prega affinché Dio gradisca l'offerta di suo Figlio. Poi prega in primis per la Chiesa cattolica, il Papa, i vescovi e i credenti; prega (memento) per tutti i presenti e per i loro cari e chiede l'assistenza (Communicantes) della Vergine Maria e di tutti i santi. Torna a chiedere a Dio di accettare l'offerta (Hanc igitur): stende le mani sull'ostia e sul calice mentre il ministro suona il campanello. I fedeli sono chiamati dal suono al più completo raccoglimento perché di lì a poco avrà luogo la conversione del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo. Il ministro sale sull'altare e si inginocchia accanto al sacerdote (nelle messe solenni, sale il diacono). Il celebrante consacra prima l'ostia: dopo le parole della consacrazione si inginocchia in adorazione, poi eleva l'ostia consacrata all'adorazione dei fedeli dopo di che s'inginocchia nuovamente. Durante le due genuflessioni e l'elevazione il ministro (o l'accolito) suona il campanello;[63] poi procede alla consacrazione del vino nel calice con le stesse modalità. Mentre il sacerdote eleva l'ostia e il calice, il ministro solleva con la mano sinistra il lembo della pianeta del celebrante.[63]

Il Canone prosegue con una nuova richiesta (Unde et memores) a Dio di accettare l'offerta del corpo e sangue di suo figlio e prega (Supplices te rogamus) perché il «santo Angelo» la porti presso Dio affinché i fedeli siano ricolmati «d'ogni celeste benedizione e grazia».[60] Poi prega (Memento) per i fedeli defunti e (Nobis quoque) per sé e per i fedeli. Poi ha luogo la "piccola elevazione" (Per Ipsum) in cui il sacerdote offre a Dio, innalzandoli un po', l'ostia e il calice con il vino.

Pater noster e comunione del celebranteModifica

Il sacerdote recita da solo ad alta voce il Pater noster fino all'invocazione «et ne nos inducas in tentationem» o, nelle messe solenni, lo canta; il ministro (o la schola nelle messe solenni) recita solamente l'ultima strofa della preghiera «sed libera nos a malo». Segue l'embolismo recitato a bassa voce.[64][65] Il celebrante spezza in due l'ostia, ne depone una parte sulla patena e dell'altra spezza un piccolo frammento che lascia cadere nel calice. Si volta verso il ministro e invoca la pace su di lui e sull'assemblea («pax Domini sit semper vobiscum»); poi procede alla recita dell'Agnus Dei che viene cantata dal coro nelle messe solenni, di seguito recita le preghiere prima della comunione: terminata la preghiera «Domine non sum dignus» che ripete tre volte battendosi il petto, si comunica, prima al Corpo e poi al Sangue di Cristo.

Poi il celebrante procede a purificare la patena e a togliere i frammenti di ostia dal corporale, facendoli cadere nel calice, che purifica con il vino, bevendone il contenuto. Quindi si sposta in cornu epistolae' e purifica il pollice e l'indice di entrambe le mani sopra il calice, che dal momento della consacrazione ha tenuto sempre uniti eccetto quando tocca l'ostia, versando di nuovo vino e poi acqua e bevendone il contenuto.[66][67]

Comunione dei fedeli (eventuale)Modifica

Fra le novità dell'edizione 1962 del Messale Romano tridentino si trova l'indicazione che, se nella messa si darà la comunione ai fedeli,[68][69] il ministro li avvisa poco prima con un tocco di campanello.[70]

Il celebrante prende dal tabernacolo le ostie consacrate lì presenti, o, se le avesse consacrate nella stessa messa, prende la pisside in cui sono contenute o, se i comunicandi sono pochi, mette le ostie sulla patena; poi estrae un'ostia e rivolgendosi ai comunicandi recita «Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi» e poi dice tre volte la formula latina «Domine, non sum dignus ...». Si avvicina poi ai comunicandi e con l'ostia fa il segno della croce sopra la pisside o la patena pregandoː «Corpus Domini nostri Iesu Christi custodiat animam tuam in vitam æternam. Amen.».[70]

Nelle edizioni del Messale tridentino precedenti quella del 1962 non si menzionava l'uso del campanello e, prima dell'«Ecce Agnus Dei ...» ecc., il ministro recitava il «Confiteor» e il celebrante rivolgendosi al popolo diceva «Misereatur vestri» e «Indulgentiam, absolutionem ...».

Riti di conclusioneModifica

Il ministro sposta il messale dal lato sinistro a quello destro dell'altare e va ad inginocchiarsi sul pavimento al lato del Vangelo. Il celebrante recita la preghiera di comunione (antiphona ad communionem) e poi la postcommunio. Si pone al centro dell'altare girato verso i fedeli, congeda il popolo con la formula «Ite, missa est» alla quale il ministro (e il popolo) risponde «Deo gratias»[71]. Si volta verso l'altare e recita, inchinato, la preghiera Placeat Tibi, poi si volge nuovamente al popolo e impartisce la benedizione che i fedeli ricevono in ginocchio.

Dopo la benedizione, si reca al lato del Vangelo e legge il prologo del Vangelo di Giovanni dalla cartagloria. Al termine, preceduto dal ministro, esce dal presbiterio.

Dopo la messaModifica

Prima di uscire verso la sacrestia, il sacerdote può recitare le preci leonine, mai inserite nel Messale, o altre preghiere. Le preci leonine la cui recita dopo le messe basse in tutto il mondo è stata ordinata da papa Leone XIII per la difesa della sovranità temporale della Santa Sede, consistono in tre Ave Maria, una Salve Regina, un "Oremus" in cui si chiede l'intercessione della Madonna, di San Giuseppe, degli Apostoli e di tutti i Santi e la Preghiera a San Michele Arcangelo, alle quali papa Pio X aggiunse facoltativamente tre invocazioni al Sacro Cuore di Gesù. Dopo la soluzione della questione romana con i Patti Lateranensi papa Pio XI ordinò che le stesse preghiere fossero recitate per il ritorno della tranquillità e della libertà di professare la fede in Russia.[72].

Anno e calendario liturgiciModifica

 
Paramenti neri in una messa da requiem
 Lo stesso argomento in dettaglio: Anno liturgico nella Chiesa latina (forma straordinaria).

La celebrazione della Messa tridentina segue l'Anno liturgico romano nella forma extra-ordinaria come disciplinato dal Calendario romano generale precedente la riforma liturgica del 1969. Le relative norme sono stese nel Capitolo VIII delle Rubricæ generales del Missale Romanum del 1962.

Tipi di messaModifica

La messa tridentina è distinta in tre tipi: messa bassa, messa solenne e messa pontificale. Vi è poi la messa cantata semplice, che è una riduzione della messa solenne, quando mancassero il diacono e il suddiacono.

La messa bassa è quella con un celebrante e uno o più assistenti (chierici o chierichetti o ministranti), sempre letta.

La messa solenne è una messa cantata in cui certe parti sono cantate in canto gregoriano o con altra musica, e in cui il celebrante è assistito da un diacono e un suddiacono. Le parti cantate al di fuori di quelle riservate al celebrante e ministri appartenenti alla parte fissa sono sei: il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus e il Benedictus, l'Agnus Dei. Il Sanctus e il Benedictus si completano, ma per tradizione, nelle messe più elaborate, venivano separati per non prolungare troppo la celebrazione: il Sanctus veniva cantato prima della consacrazione e il Benedictus dopo. Le attuali norme raccomandano di non eseguire più questa suddivisione, ma che viene riportata perché appartiene all'enorme patrimonio musicale della tradizione (es. le messe di Bach, Mozart, Beethoven, Haydn, Verdi, Rossini e moltissimi altri grandi compositori). Nella messa solenne vi sono altre parti cantate appartenenti invece alle parti mobili (es. il Requiem nelle messe per i defunti, il "Passio" (la passione di Cristo) nelle celebrazioni del Giovedì santo, ecc.)

Un altro elemento che distingue la messa solenne è la presenza di più ministranti, almeno sei: un crocifero che porta la croce astile, almeno due accoliti (detti ceroferari) che portano candelabri con candele, il turiferario che porta il turibolo assistito dal navicelliere (che si occupa della navicella porta incenso) e il cerimoniere, oltre ai ministri maggiori ordinati, ovverosia il diacono e il suddiacono.

La messa pontificale (detta anche semplicemente pontificale) è una messa solenne celebrata da un prelato: abate, vescovo o cardinale. Se celebrata dal vescovo diocesano nella propria cattedrale, alla presenza del clero e del popolo, prende più propriamente il nome di messa stazionale.

Vi sono regole e usanze molto minuziose che regolamentano la liturgia di tutte queste messe (anche quella più semplice): dal verso in cui si devono girare i chierici o il celebrante durante le funzioni (a destra se da soli o dispari, verso il centro se in coppia) fino al modo di porgere o ricevere gli oggetti (ad esempio le ampolline per il vino o l'acqua), sul modo di genuflettersi (in quattro modi: in piano o sul gradino, con genuflessione semplice o doppia) di inchinarsi o quello di usare (quando previsto) il turibolo (vi sono cinque modi solo per come lo si deve impugnare nelle varie fasi della messa).

Le genuflessioni in piano (in planu) vengono fatte all'inizio e alla fine delle celebrazioni, quelle sul gradino (in gradu) durante la celebrazione. Eccetto quando è esposto il Santissimo Sacramento, caso in cui all'inizio e alla fine si fa la genuflessione doppia (con tutte e due le ginocchia a terra e un inchino) e durante la celebrazione sempre in piano.

Anche gli inchini sono di diverso tipo: oltre a quello durante la genuflessione doppia, vi è l'inchino normale (che si fa ad esempio prima e dopo aver incensato un ministro o prima e dopo qualunque altra relazione) e uno profondo, che si fa alla croce e all'altare.

A seconda del momento sono prestabiliti i percorsi, ad esempio per passare dal seggio all'altare si può passare a seconda dei casi per la strada più lunga (per longiorem) o abbreviata (per breviorem), nel primo caso si arriva davanti al centro dei gradini e poi si sale, nel secondo caso si salgono i gradini obliquamente attraverso la strada più breve.

La grande complessità di questi riti prevede la presenza di un cerimoniere, che ricorda ai ministri che cosa fare, specificando il tipo di inchino, di genuflessione, dicendo la frase durante la quale occorre scoprirsi il capo e inchinarsi, e così via.

La linguaModifica

In quasi tutti i Paesi la messa tridentina è celebrata interamente in latino, ad eccezione di alcune parole e frasi in greco antico[73] ed ebraico. Nella Messa secondo il rito romano nella forma tridentina sono dunque adoperate solo le tre lingue con cui si era enunciata sopra il titulus crucis, nel corso della crocifissione di Cristo, la Sua regalità, il Suo essere re (dei giudei).[74] Essa prevede inoltre lunghi periodi di silenzio (in particolare all'offertorio e alla consacrazione), che consentono ai fedeli di meditare su quanto sta avvenendo. Il messale tridentino non specifica la lingua dell'omelia, che tratta come facoltativa: infatti presume che al Vangelo farà seguito immediato il Credo, aggiungendo nel contesto solo della messa solenne: "Tuttavia, se si fa una predica, il predicatore la faccia dopo il Vangelo e alla conclusione del sermone o del discorso si dica il Credo".[75] E non proibisce l'uso della lingua locale per preghiere da recitare prima o dopo la messa, quali le Preci leonine. I fedeli possono seguire la liturgia leggendo un messalino o un foglietto bilingue, che riportano, a fianco del testo latino, la traduzione nella lingua nazionale.

Riguardo al testo latino della messa si nota che vengono impiegate due diverse versioni della Bibbia, la Vulgata e l'Itala. Infatti l'Itala si ritrova nelle parti cantate dal coro (introito, graduale, offertorio e communio) delle Messe più antiche, che sono precedenti all'adozione della Vulgata.

Il motu proprio Summorum Pontificum prevede che le letture possano essere recitate nella lingua locale, invece del latino. Si usa già, oltre alla recita in latino al momento previsto nel Messale, leggerne una traduzione prima dell'omelia del sacerdote.

Slavo ecclesiasticoModifica

Il diritto di impiegare lo slavo ecclesiastico nella messa di rito romano è prevalso per molti secoli in tutti i Paesi dei Balcani sud-occidentali, ed è stato approvato da lunga pratica e da molti papi.[76] Questo diritto, concesso per la prima volta da papa Giovanni VIII nel IX secolo e poi confermato da papa Urbano VIII con il rescritto Ecclesia Catholica in occasione della prima stampa del Messale glagolitico è stato esteso al Montenegro nel 1866, alla Serbia nel 1914, alla Cecoslovacchia nel 1920, e il concordato del 1935 con la Jugoslavia estendeva il diritto a tutto quel regno, nel 1940 fu esteso al Collegio Illirico di Roma, per quei sacerdoti che provenissero da luoghi ove il Messale in slavo ecclesiastico fosse in uso. Nel 1927 papa Pio XI autorizzò il Messale romano-slavonico in caratteri latini con il rescritto della Sacra Congregazione dei Riti Quum nova.[77][78]

Colori liturgiciModifica

 
Una pianeta
 Lo stesso argomento in dettaglio: Colori liturgici.

I colori liturgici previsti nella messa tridentina sono il verde, il violaceo, il bianco, il rosso, il nero e il rosaceo.

Il verde è utilizzato nel tempo dopo l'Epifania e dopo Pentecoste, il violaceo in quello d'Avvento, quello di Settuagesima e quello quaresimale; il bianco, nel tempo natalizio, pasquale e nelle solennità, e può essere sostituito da paramenti dorati nella celebrazioni delle feste più importanti; il colore rosso a Pentecoste e nelle feste dei Martiri, il nero nei funerali e nelle messe di requiem e nell'azione liturgica del Venerdì Santo.[79] Paramenti di colore rosaceo possono sostituire quelli violacei nella terza domenica di Avvento (domenica Gaudete) e nella quarta di Quaresima (domenica Laetare).[80]

Paramenti liturgiciModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Paramento liturgico.

Il sacerdote indossa l'abito talare al quale sovrappone, sulle spalle, l'amitto; veste, poi il camice legato da un cingolo e, sopra, una stola che tiene incrociata sul petto. Infine indossa la pianeta ossia la casula[81][82] e lega al proprio braccio sinistro il manipolo. Il celebrante può indossare la berretta nella processione d'ingresso e di uscita, durante l'omelia e nelle messe solenni quando è seduto.

Il ministro e gli accoliti vestono con talare e cotta; il diacono, sopra la talare e il camice, porta la stola e la dalmatica; il suddiacono, la tunicella.[83] Il Diacono indossa la stola trasversalmente al busto, non incrociata come il celebrante. Diacono e Suddiacono possono portare la berretta nelle processioni d'entrata e d'uscita e quando sono seduti. La pianeta, la dalmatica, la tunicella, la stola e il manipolo devono essere del colore liturgico del giorno.

I vescovi, oltre alle vesti dei sacerdoti, possono indossare particolari scarpe e guanti: calzari liturgici generalmente di raso e guanti di tessuto detti chiroteche, portano poi la mitra e usano il bastone pastorale.

Orientamento del sacerdoteModifica

Secondo il messale del 1962, il sacrificio eucaristico viene sempre celebrato dal sacerdote rivolto ad Deum, nel senso che il celebrante si rivolge verso il crocifisso, che è sempre posto al centro dell'altare.[84] La stragrande parte degli altari delle chiese costruite prima della riforma liturgica è rivolta verso l'abside o ad orientem: l'altare è addossato al muro o in prossimità di esso. Lo scopo del rivolgere la preghiera ad orientem è quello di essere sempre rivolti a Cristo, di cui la luce solare era vista come simbolo, soprattutto nei primi secoli del cristianesimo[85]. Vi sono degli altari antichi non addossati al muro in alcune delle più antiche basiliche romane, come l'altar maggiore della Basilica di San Pietro in Vaticano o di San Giovanni in Laterano. Di essi, tuttavia, non si può parlare di altare versus populum, ma solamente di altare versus orientem: tali basiliche, infatti, sono costruite con l'abside rivolto verso occidente e l'ingresso verso oriente, a imitazione del Tempio di Gerusalemme[86], affinché la luce del sole, che nel cristianesimo dei primi secoli simboleggiava Cristo, potesse entrare dal portale della chiesa. Perciò l'orientazione dell'altare era costruita in modo che il celebrante non guardasse verso il popolo, ma versus orientem, che in quei casi era in direzione opposta all'abside[87]. In seguito si è iniziato a costruire chiese senza un'orientazione astronomica precisa, ma l'orientazione del celebrante è rimasta versus apsidem, considerato come un oriente convenzionale[88]. In definitiva, quindi, l'orientazione del sacerdote è sempre versus Deum, orientazione che è individuata con l'oriente (versus orientem), che può essere l'oriente astronomico o un oriente convenzionale.

 
Celebrante e diacono voltati all'Ite missa est di una messa solenne

Quando celebra su altari versus apsidem,[89] il sacerdote rimane rivolto verso l'altare per quasi tutta la messa e si volge al popolo solo in particolari circostanze:

  • per pronunciare, quando prevista, l'omelia (sempre nella lingua del popolo);
  • per salutare i ministri e il popolo, dicendo Dominus vobiscum, prima della colletta;[90]
  • per salutare i ministri e il popolo, dicendo Dominus vobiscum prima dell'offertorio;[91]
  • per invitare a pregare, dicendo Orate, fratres...[92]
  • prima della comunione dei fedeli, mostrando l'ostia consacrata e dicendo Ecce Agnus Dei...;[93]
  • per salutare i ministri e il popolo, dicendo Dominus vobiscum, prima della post comunione;[94]
  • per dire Ite, missa est;[94]
  • per impartire la benedizione;[95]

Quando volge le spalle all'altare per dire Dominus vobiscum, deve farlo tenendo lo sguardo diretto a terra.[90]

Se invece l'altare è, secondo l'espressione del Messale romano del 1962, "ad orientem, versus populum", il sacerdote, essendo rivolto al popolo, non volge le spalle all'altare quando sta per dire Dominus vobiscum, Orate, fratres...', Ite, missa est o dare la benedizione.[89]

La celebrazione versus Deum, così come il mantenimento di un altare versus orientem, non appartengono soltanto alla forma extraordinaria del Rito romano, ma sono ammessi anche nella forma ordinaria, come specificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede[96].

Differenze con la forma ordinaria in seguito al Concilio Vaticano IIModifica

La riforma del 1969 del rito romano della messa ha segnato numerose differenze rispetto alla prassi anteriore. Si era invalso generalmente l'uso che il sacerdote celebrante stesse dalla stessa parte dell'altare dei fedeli che assistevano. Il messale tridentino prevedeva però esplicitamente l'esistenza di chiese (come quelle più antiche romane) in cui l'altare fosse "ad orientem, versus populum", rivolto verso l'oriente geografico e verso il popolo assistente.[97] Dopo il Concilio Vaticano II si adottò generalmente la posizione in cui l'altare, se possibile, sta di mezzo fra il sacerdote e il popolo. Già nell'edizione 1962 furono abolite alcune delle norme rigidissime del Messale tridentino come quella che specificava che il sacerdote, nell'estendere le mani davanti al petto nelle orazioni, doveva far sì che la palma dell'una guardasse verso l'altra e che le dita non dovevano elevarsi più in alto delle spalle né estendersi più ampiamente.[98]

Inoltre le differenze più importanti tra le due forme del rito romano sono:

Ingresso, Confiteor e Kyrie eleisonModifica

 
Confiteor del sacerdote in una messa solenne

Nella forma extraordinaria la Messa inizia con il celebrante ai piedi dell'altare, mentre nella forma ordinaria il celebrante dopo avere salutato l'altare si dirige verso la sedia.

Dopo il Segno della Croce, il sacerdote inizia sempre con l'antifona "Introibo ad altare Dei/ ad Deum qui laetificat iuventutem meam" ("Salirò all'altare di Dio/ a Dio che allieta la mia gioventù"), subito seguita dalla recita del Salmo 42 (entrambe parti non presenti nella Messa rivista).

La recita del Confiteor da parte del celebrante è distinta da quella del ministro e del popolo. Prima il sacerdote pronuncia la preghiera chiedendo perdono per i propri peccati, e il ministro risponde con l'invocazione Misereatur tui omnipotens Deus, et dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam aeternam.; poi è il ministro che la recita (eventualmente assieme al popolo) e il sacerdote invoca il perdono dei peccati per il ministro e il popolo con il Misereatur vestri.... Segue una seconda preghiera recitata dal sacerdote per tutti per l'indulgenza, l'assoluzione e la remissione dei peccati. Nella forma riveduta, invece, celebrante e fedeli recitano insieme Confiteor e non è più prevista la preghiera per l'indulgenza, l'assoluzione e la remissione al termine della recita. Nella forma del Confiteor usata nella messa tridentina viene invocata l'intercessione di san Michele Arcangelo e dei santi Giovanni Battista, Pietro e Paolo oltre a quella della Vergine Maria: nella messa nuova si fa menzione solamente della Vergine, mentre l'invocazione agli angeli ed ai santi è espressa in forma generica.
Prima della revisione del messale da parte di papa Giovanni XXIII, il Confiteor con la successiva assoluzione veniva ripetuto anche prima della comunione dei fedeli ed è tuttora ripetuto da quelli che usano forme anteriori a quella del messale del 1962.

La forma del Kyrie eleison, nella messa antica, è un po' più lunga di quella del nuovo messale: Kyrie eleison viene ripetuto per tre volte, Christe eleison per altre tre e di nuovo Kyrie per tre volte a voci alterne tra celebrante e ministro; nella forma riveduta, invece, ciascuna invocazione è ripetuta solo due volte, per un numero totale di sei invocazioni, mancando così il simbolismo dei nove cori angelici e togliendo la correlazione con il successivo Gloria (vedi sopra).[99]

Epistola, graduale e trattoModifica

 
Graduale dell'XI secolo

La messa tridentina prevede, oltre al Vangelo, solitamente una sola altra lettura, che viene fatta dal sacerdote sul lato destro dell'altare detto appunto lato dell'Epistola. Solo durante le Quattro tempora il Vangelo è preceduto da due letture nei mercoledì e da cinque letture nei sabati.

Tra l'Epistola e il Vangelo, il sacerdote recita il "graduale": tratto da uno o più salmi, è composto da due parti: il corpo, detto anche responsum o caput, e il versetto. È recitato dal celebrante o, nelle messe solenni o cantate, intonato dalla schola; non prevede risposte da parte del ministro o del popolo come il salmo responsoriale della forma ordinaria. È seguito da un "verso alleluiatico" che in Quaresima, nel Tempo di Settuagesima e nella messa per i defunti viene sostituito dal Tratto. Il Vangelo viene letto sulla parte sinistra dell'altare, detta lato del Vangelo.

CanoneModifica

 
Genuflessione dopo l'elevazione

Nel messale tridentino esiste un solo Canone per la consacrazione, quello "romano", mantenuto, con alcune modifiche, nella messale riformato con lo stesso nome, al quale si aggiunge quello alternativo di "Preghiera eucaristica I".[100]
Nell'uso tridentino si fa menzione e si chiede l'intercessione di quarantuno santi (oltre la beata Vergine Maria), mentre nel nuovo messale, nel Canone Romano è resa facoltativa la menzione di tutti i quarantuno santi (ne sono obbligatori solo sette). Nelle altre tre principali preghiere eucaristiche si ricorda solo san Giuseppe, nella terza eventualmente il santo del giorno o il patrono.

Durante la consacrazione, il sacerdote s'inginocchia appena ha consacrato il pane e dopo l'elevazione dell'ostia, appena ha consacrato il vino e dopo l'elevazione del calice; s'inginocchia nuovamente dopo aver lasciato cadere un frammento di ostia consacrata nel calice con il vino (commixtio). Nel nuovo messale è previsto che il celebrante si inginocchi solo dopo ciascuna elevazione.

Preghiera dei fedeli e scambio della paceModifica

Nel messale tridentino non esiste la preghiera dei fedeli. Le preghiere per i vivi e per i morti, infatti, sono inserite nel Canone.

Il segno di pace viene scambiato esclusivamente tra il celebrante, il diacono, il suddiacono e gli accoliti, e solo durante le messe solenni o pontificali. Ciò è pure consentito nelle messe cantate, facendo uso dell'instrumentum pacis o pace. I fedeli non si scambiano alcun segno di pace.

Riti di conclusioneModifica

La messa nella forma ordinaria termina con la benedizione e l'Ite missa est, mentre in quella tridentina la benedizione e l'"ultimo Vangelo" sono successivi all'Ite.

NoteModifica

  1. ^ Nel Ritus servandus in celebratione Missae, V, 3 del Messale Romano tridentino (pagina LVII dell'edizione 1962) si prevede che l'altare possa essere ad orientem, versus populum
  2. ^ Bernard Botte, O.S.B., Le mouvement liturgique : Témoignage et souvenirs (Desclée 1973), pp. 10–11
  3. ^ Rita Ferrone. Liturgy: Sacrosanctum Concilium (Paulist Press, 2007), p. 3]
  4. ^ Rinaldo Falsini, "La riforma liturgica da Pio XII a Paolo VI"
  5. ^ Papa Giovanni Paolo II, "Lettera apostolica Vicesimus quintus annus", 3-4
  6. ^ Paolo Farinella, Ritorno all'antica messa: nuovi problemi e interrogativi (Il Segno Gabrielli Editori 2007, p. 64 ISBN 9788860990334
  7. ^ Enrico Mazza, "La riforma liturgica del Vaticano II: Perché una riforma liturgica può diventare un casus belli" in Teologia, 38 (2013), pp. 429-430
  8. ^ Motu proprio Summorum pontificum Art. 1.
  9. ^ a b c Lettera di Benedetto XVI ai Vescovi in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum
  10. ^ a b Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Istruzione sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data Summorum Pontificum
  11. ^ The Order of Mass in Nine Languages (Liturgical Press 2012 ISBN 9780814634561
  12. ^ Jean Galot, "Polemiche intorno al nuovo «Ordo Missae»" in Civiltà Cattolica, anno 120 (1969), vol. 4, p. 567, su books.google.it. URL consultato il 31 agosto 2015 (archiviato dall'url originale il 28 gennaio 2016).
  13. ^ Lettera di Benedetto XVI ai vescovi in occasione della promulgazione del Summorum Pontificum
  14. ^ The "Heenan" Indult Archiviato l'11 gennaio 2011 in Internet Archive.
  15. ^ Concilio di Trento, Sessione XXV, Cap. XXI Archiviato il 9 agosto 2009 in Internet Archive.
  16. ^ Bolla Quo primum tempore, § VI.
  17. ^ Paul Cavendish, The Tridentine Mass, su pagesperso-orange.fr. URL consultato il 26 giugno 2009 (archiviato dall'url originale il 13 novembre 2009).
  18. ^ Decreto Iam inde ab anno della Sacra Congregazione dei Riti (Acta Sanctae Sedis 16 (1884), p. 239-240)
  19. ^ Anthony Cekada, "Russia and the Leonine Prayers (1992)
  20. ^ Acta Apostolicae Sedis 56 (1964), p. 888: S. Rituum Congregatio, Instructio Inter oecumenici, 48 j)
  21. ^ L'istruzione Inter oecumenici fu il primo passo della riforma liturgica dopo la promulgazione della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium in attesa della redazione del nuovo Messale. Pertanto, nella celebrazione della forma extraordinaria secondo il motu proprio Summorum Pontificum l'istruzione Inter oecumenici deve essere ignorata.
  22. ^ La menzione dell'imperatore nel canone era già da considerarsi abolita dal 1806 con l'inserimento di una nota nel messale, in cui si specificava che tale menzione, benché presente, non avrebbe dovuto essere pronunciata. Ciò perché, avendo Francesco II d'Asburgo, per riguardo al genero Napoleone Bonaparte, rinunciato al titolo di Sacro Romano Imperatore, tale figura non era più presente. Pertanto, si avvertiva, che il monarca che avesse preteso l'applicazione di tale menzione, avrebbe commesso peccato mortale.
  23. ^ L'uso in diverse nazioni di menzionare nel Canone della messa il rispettivo re non riguardava Roma, dove regnava il papa.
  24. ^ a b Dal testo della Sacrosanctum Concilium
  25. ^ "L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia", dalla Sacrosanctum Concilium: Sacrosanctum concilium
  26. ^ Sacrosanctum Concilium Cap. 36.
  27. ^ Maurizio Barba, "Il culto di San Giuseppe nella tradizione della Chiesa", su collationes.org. URL consultato il 6 settembre 2015 (archiviato dall'url originale il 5 marzo 2016).
  28. ^ Manlio Sodi, "Storia della messa in Italia" in Enciclopedia Treccani: Cristiani d'Italia
  29. ^ Sacra Congregatio Rituum, "Instructio ad exsecutionem Constitutionem de sacra liturgia recte ordinandum" (26 settembre 1964)
  30. ^ Sodalitium, giugno 2008, p. 62 Benedetto XVI sostituisce la preghiera del Venerdì Santo per i Giudei nel messale del 1962 Mons. Donald j. Sanborn « [...] Si deve ricordare che ciò che ha causato il nostro allontanamento dalla FSSPX nel 1983, è stata la messa di Giovanni XXIII, cioè il messale del 1962. La ragione per cui l'arcivescovo Lefebvre voleva che tutti adottassero questo messale, rimangiandosi la sua precedente scelta di permettere le rubriche precedenti il 1955, era che in quel momento egli stava trattando molto seriamente con Ratzinger, per far sì che la FSSPX venisse riassorbita nella religione modernista. Egli mi disse personalmente che il Vaticano non avrebbe mai accettato che noi usassimo le rubriche precedenti il 1955, ed io vidi con i miei occhi i documenti riguardanti le trattative tra lui e Ratzinger, al cui centro c'era il messale del 1962, il cui uso sarebbe stato consentito alla FSSPX. [...] Nel 1983, quando i nove sacerdoti si opposero all'abbandono delle rubriche del Messale di san Pio X, del calendario e del breviario, pochi laici capirono l'importanza di questo gesto. La media dei laici non riesce a distinguere la messa tradizionale del 1962 da quella del messale precedente il 1955, cioè quello che noi usiamo. Ma, in realtà, le differenze sono importanti. Nei gesti e nei simboli della liturgia ci sono interi volumi di insegnamento.».
  31. ^ (EN) Rev. Clarence Kelly Superior, N.E. District Rev. Donald J. Sanborn Rector, St. Thomas Aquinas Seminary Rev. Daniel L. Dolan Rev. Anthony Cekada Rev. William W. Jenkins Rev. Eugene Berry Rev. Martin P. Skierka Rev. Joseph Collins Rev. Thomas P. Zapp, Letter of 'the Nine' to Abp. Marcel Lefebvre, su traditionalmass.org, 25 marzo 1983. URL consultato il 19 novembre 2015.
  32. ^ (EN) The Roman Catholic, marzo 1983.
  33. ^ Lettera Quattuor abhinc annos
  34. ^ Motu proprio Ecclesia Dei afflicta
  35. ^ Lettera accompagnatoria del papa ai vescovi
  36. ^ Codice delle rubriche, 271 (in latino e in francese)
  37. ^ Sacra Congregazione dei Riti, Instructio de musica sacra (3 settembre 1958), n. 3
  38. ^ Semplicissima spiegazione della Messa secondo il rito romano
  39. ^ Vincenzo Vannutelli. Il monte Libano (Gebel Lebnan)., M. Armanni, 1884. p. 56.
  40. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, III. 7
  41. ^ canone 906 in versione italiana
  42. ^ testo originale del canone 906
  43. ^ Mulieres autem servire ad altare non audeant, sed ab illius ministerio repellantur omnino. Innocenzo IV, Lettera Sub catholicae professione del 6 marzo 1254
  44. ^ Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Interpretationes authenticae, can. 230 §2
  45. ^ John Goggin, "Assistant Priest" in Catholic Encyclopedia (New York 1911)
  46. ^ Codice delle Rubriche, 511
  47. ^ Codice delle Rubriche, 272
  48. ^ Sacra Congregazione dei Riti, Instructio de musica sacra (3 settembre 1958), n. 28–31
  49. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, I, 1]
  50. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, II, 1–4]
  51. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, III, 1 e 4–7]
  52. ^ Dom Prosper Guéranger O.S.B, La Santa Messa, Spiegazione delle preghiere e delle cerimonie della Santa Messa secondo alcune note raccolte dalle conferenze di Dom Prosper Guéranger, Abate di Solesmes, 1906, ristampa e traduzione a cura delle Suore Francescane dell'Immacolata, Città di Castello (PG), 2008. Testo del capitolo V 5. Kyrie |
  53. ^ Dom Prosper Guéranger O.S.B, cit. Testo del capitolo VI 6. Gloria in excelsis Deo |
  54. ^ a b Motu proprio Summorum pontificum Art. 6.
  55. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, VI, 4
  56. ^ a b Vedi le note in Cérémoniaire: Le rites liturgiques
  57. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, VI, 5
  58. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, VI, 6
  59. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, VI, 3
  60. ^ a b c Missale Romanum ex Decreto Ss. Concilii Tridentini, ed. typ. 1962
  61. ^ Per la presentazione tridentina, v. Messale Romano 1962, pp. 314–315
  62. ^ Ritus Servandus, VIII, 1.
  63. ^ a b Ritus Servandus, VIII, 6.
  64. ^ Ritus Servandus, X, 1.
  65. ^ Nella liturgia tridentina è previsto, e solo a partire dalla riforma di san Pio XII a metà del XX secolo, che i fedeli recitino il Pater Noster per intero solo in un'occasione: durante la Veglia pasquale dopo la rinnovazione delle promesse battesimali.
  66. ^ Ritus Servandus, VIII, 5.
  67. ^ Nel caso il sacerdote debba celebrare un'altra messa subito dopo, si omette il vino nella seconda purificazione.
  68. ^ La prassi della comunione frequente da parte dei fedeli, inesistente al tempo di san Pio V, si è generalizzata nel XX secolo, ma era ancora considerata un'azione separata dalla partecipazione alla messa: «Si può ricevere la comunione prima della messa, dopo la messa o nel mezzo della messa ... [un certo] dottore in teologia e autore di un libro sulla messa ... consiglia di prendere la Comunione prima della messa e di offrire questa in ringraziamento ... La comunione appare come una devozione privata senza alcun legame speciale con la messa» (Bernard Botte, O.S.B., Le mouvement liturgique : Témoignage et souvenirs, Desclée, 1973, pp. 10–11).
  69. ^ Rita Ferrone, Liturgy: Sacrosanctum Concilium, Paulist Press, 2007. p. 3.
  70. ^ a b Ritus Servandus, X, 6.
  71. ^ Prima del 1955, nelle Messe in cui non si recitava il Gloria l'Ite Missa est era sostituito dal Benedicamus Domino
  72. ^ Nel 1964 la Santa Sede le soppresse con l'istruzione Inter oecumenici, che segna il primo adattamento della liturgia alla riforma. Istruzione Inter oecumenici, 25 settembre 1964, AAS 56 (1964), p. 877 e sgg., in particolare II, I, j, p. 888. In seguito al motu proprio Summorum Pontificum, che stabilisce il diritto di celebrare secondo il Messale del 1962, l'istruzione Inter oecumenici non è più vigente.
  73. ^ Si usa la pronuncia itacistica, per cui la lettera η (per esempio, nella parola ἐλέησον) ha il valore di i, non di e.
  74. ^ J.Y. Pertin, Cerimoniale del Rito Romano Antico, Edizioni Amicizia Cristiana - Gruppo Editoriale Tabula Fati (Chieti 2008) - p. 36 nota 20.
  75. ^ Missale Romanum 1962, Ritus servandus in celebratione Missae, VI, 3 e 6 (pp. LVII-LVIII)
  76. ^ (EN) The Croatian Glagolitic Heritage
  77. ^ Rescritto Quum Nova, AAS 19 (1927), p. 156
  78. ^ (LA) Periodica de re morali canonica liturgica, t. XLVI, fasc. I, 15 marzo 1957, pp. 79-87
  79. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XVIII, 132
  80. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XVIII, 119/132
  81. ^ "planeta seu casula" - Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XIX, 133
  82. ^ I libri liturgici hanno sempre usato i due termini pianeta e casula come sinonimi. Nelle edizioni del Messale Romano in uso prima del 1962, il termine «pianeta» appariva undici volte (Rubricae generalis Missalis, 6 volte; Ritus servandus in celebratione Missae, I, 4; VIII, 6 e 8; Praeparatio ad Missam, Ad Planetam, per i vescovi, 2 volte) e il termine «casula» dodici volte (Ritus servandus in celebratione Missae, XIII, 4; Praeparatio ad Missam, Ad Casulam, cum assumitur (per i presbiteri); Feria Quarta Cinerum; Dominica in Palmis; Feria VI in Parasceve, 2 volte); Sabbato Sancto, 3 volte); Sabbato in Vigilia Pentecostes; In Purificatione B. Mariae V.; Absolutio super tumulum). Il Rito dell'ordinazione presbiterale prescriveva che l'ordinando si presentasse avente «"planetam" coloris albi complicatam super brachium sinistrum», ma poi indicava che il vescovo «imponit Ordinando "casulam" usque ad scapulas» e poi, più tardi, «explicans "casulam", quam Ordinatus habet complicatam super humeros, et induit illum». Nell'edizione 1962 "planeta" si trova 18 volte, "casula" 8 volte.
  83. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XIX, 137
  84. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XI, 527
  85. ^ cfr. Mons. Klaus Gamber, Tournés vers le Seigneur!, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux, France, pp. 19-55, di cui è presente un estratto tradotto in italiano: Mons. Klaus Gamber, L'altare rivolto verso il popolo
  86. ^ "L'entrata ad Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ezechiele 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all'interno la statua del dio.", Klaus Gamber, cit.
  87. ^ cfr. Mons. Klaus Gamber, cit.
  88. ^ Klaus Gamber, cit.
  89. ^ a b Ritus servandus, V, 3
  90. ^ a b Ritus servandus, V, 1
  91. ^ Ritus servandus, VII, 1
  92. ^ Ritus servandus, VII, 7
  93. ^ Ritus servandus, X, 6
  94. ^ a b Ritus servandus, XI, 1
  95. ^ Ritus servandus, XII, 1
  96. ^ Il testo del pronunciamento qui
  97. ^ Ritus servandus in celebratione Missae V, 3, per esempio Messale romano 1972, p. LVII
  98. ^ Si può comparare il Ritus servandus V, 1 dell'edizione 1962 con quello delle edizioni anteriori.
  99. ^ Dom Prosper Guéranger O.S.B, cit. Testo del capitolo V 5. Kyrie |
  100. ^ [Per esempio, Ordinamento generale del Messale Romano, 219

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