Conte di Pollenzo fu il titolo assunto da Re Vittorio Emanuele III dopo l'abdicazione al trono d'Italia del 9 maggio 1946, a favore del figlio Umberto II. Il titolo di Conte di Pollenzo era già stato usato da Vittorio Emanuele III durante la sua gioventù per godere della riservatezza di un titolo poco altisonante e conosciuto, concessogli da Re Umberto I in occasione un viaggio privato in Germania e Austria.

L'abdicazioneModifica

Vittorio Emanuele III era riluttante all'abdicazione e anche i partiti politici del C.L.N. preferirono non insistere con il Re, che nel frattempo aveva delegato le sue funzioni al figlio Umberto, cedendogli la Luogotenenza del Regno e conservando solo il titolo di sovrano. Nel maggio 1946 l'abdicazione fu vista dagli ambienti monarchici come l'unica possibilità per scindere le sorti di Casa Savoia da quelle del regime fascista.

L'abdicazione avvenne a Napoli, presso la residenza di Villa Rosebery. In base alla legge Attribuzioni e prerogative del Capo del Governo le funzioni di Notaio della Corona sarebbero spettate al capo del Governo[1], ma si ritenne opportuno non rivolgersi a De Gasperi per ricevere un atto che incontrava l'opposizione di molte forze politiche; di conseguenza, la legalizzazione della firma del Re fu certificata da un notaio professionista con studio a Napoli.[2]

Dopo l'abdicazione, il Re prese il titolo di conte di Pollenzo e, insieme alla regina Elena, si trasferì in Egitto, nella città Alessandria, ospite di re Faruk.

Il titolo di conte di Pollenzo si riferisce ad una località del comune di Bra, Provincia di Cuneo, feudo che nel Settecento[3] apparteneva alla famiglia Romagnano, ma poi era passata ai Savoia. Carlo Alberto vi aveva costruito uno splendido castello e il Re Vittorio Emanuele III vi custodiva la sua celebre raccolta numismatica, "la più grande passione della sua vita", donata in seguito allo Stato Italiano.

I motivi della sceltaModifica

La scelta, dopo l'abdicazione, di un titolo non molto conosciuto per un sovrano che vantava una lista lunghissima di altri titoli apparve singolare. Pollenzo era una residenza reale (attualmente considerata patrimonio dell'umanità dall'Unesco) e, anche se non tra le principali, era stata molto amata da Carlo Alberto. Il re vi aveva fatto custodire la sua celebre collezione di monete. Del resto si era già verificato un illustre precedente, il bisnonno Carlo Alberto di Savoia, abdicando dopo la battaglia di Novara a favore del figlio Vittorio Emanuele II, assunse il titolo di Conte di Barge.

La morte e l'ereditàModifica

Il sovrano, ora conte di Pollenzo, morì il 28 dicembre 1947, quattro giorni prima dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana. In tale circostanza, il patrimonio reale non poté, dopo la sua scomparsa, passare interamente allo stato italiano per effetto della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che al III comma recita: "I beni esistenti nel territorio nazionale degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi sono avocati allo stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli." Con la morte del Re infatti si era aperta la successione ordinaria e le quote delle principesse non poterono essere avocate allo stato, sorte toccata alla sola quota del Re Umberto II.[4]

Gli altri titoliModifica

La scelta di usare, dopo l'abdicazione, il titolo di conte di Pollenzo ricalcava quella di Carlo Alberto di usare quella di conte di Barge[5]. Del resto i sovrani sabaudi avevano un lungo elenco di titoli fra i quali scegliere.

L'elenco dei titoli è il seguente:

Sua Maestà Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione,

ecc. ecc. ecc.

NoteModifica

  1. ^ Legge 24 dicembre 1925, n.2263
  2. ^ Fu scelto il notaio Nicola Angrisano, con studio a Napoli
  3. ^ ai Romagnano di Pollenzo
  4. ^ Nella successiva vertenza giudiziaria fu confermata l'avocazione limitata alla quota caduta in successione e di spettanza di Umberto II, mentre non fu avocata la quota delle figlie femmine vedi il settimanale Oggi del 1950
  5. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/barge_%28Enciclopedia-Italiana%29/