Lotta per le investiture

scontro politico tra il Papato e il Sacro Romano Impero Germanico, durato dall'ultimo quarto del secolo XI sino al 1122

Con il termine lotta per le investiture si fa riferimento allo scontro tra papato e Sacro Romano Impero avvenuto dall'ultimo quarto del XI secolo al 1122, riguardante chi avesse il diritto di nominare (investitura) gli alti ecclesiastici e il papa stesso. Durante il medioevo, l'investitura era un atto con il quale, attraverso un rito detto omaggio, una persona, il senior, conferiva ad un'altra, il vassus, un possesso o un diritto, il beneficium. Nel XI secolo i sovrani laici ritenevano una loro prerogativa il potere di nominare vescovi e abati di loro scelta, e quindi investirli spiritualmente, come conseguenza di aver affidato a loro dei beni materiali. Tale consuetudine conferiva al potere temporale una supremazia su quello spirituale e ciò si era tradotto in un profondo fallimento del clero non in grado di svolgere la propria funzione.

Il re franco Dagoberto I nomina Audomaro di Thérouanne come vescovo di Thérouanne. Miniatura tratta da Vita di saint Omer, XI secolo

I primi movimenti volti ad ottenere una maggior indipendenza della Chiesa si ebbero già all'inizio del X secolo all'interno dell'ambiente monastico, ma fu nel secolo successivo che una vera riforma si diffuse in tutta la Chiesa. L'apice della riforma si ebbe però durante il pontificato di papa Gregorio VII (iniziato nel 1073) il quale, fervente sostenitore del primato papale sopra qualsiasi altro potere, si scontrò duramente con l'imperatore Enrico IV di Franconia dando inizio alla lotta per le investiture. La scontro ebbe risvolti gravi e inediti, con l'imperatore che arrivò a chiedere al papa di dimettersi dal proprio ruolo e questi a scomunicare e deporre il primo. Celebre il viaggio che Enrico intraprese nel 1077 per chiedere perdono al papa mentre questi si trovava ospite della contessa Matilde di Canossa, affinché gli togliesse la scomunica e quindi ripristinasse il dovere di obbedienza da parte dei suoi sudditi, già sollevati contro di lui. Il pontificato di Gregorio terminò, tuttavia, male per la Chiesa, con una antipapa, Clemente III, a Roma e lui in esilio a Salerno sotto la protezione del normanno Roberto il Guiscardo.

Il confronto perdurò anche con i successori di Gregorio VII, per poi terminare nel 1122, quando papa Callisto II e l'imperatore Enrico V si accordarono con la stipula del concordato di Worms. L'accordo prevedette che i vescovi prestassero un giuramento di fedeltà al monarca secolare, ma lasciava la sua scelta alla Chiesa, affermando il diritto esclusivo di quest'ultima nell'investirli con l'autorità sacra, simboleggiata dall'anello vescovile e dal bastone pastorale; l'imperatore, invece, conservava il diritto di presiedere alle elezioni di tutte le alte cariche ecclesiastiche e di arbitrare le controversie. Inoltre, gli imperatori del Sacro Romano Impero rinunciarono al diritto di scegliere il papa.

Premesse storicheModifica

Le disposizioni degli ultimi imperatori romaniModifica

Già alla fine del IV secolo Arcadio e Onorio, figli dell'imperatore Teodosio, avevano riconosciuto alla sentenza emanata dalla episcopalis audientia pari dignità rispetto a quella pronunziata dal tribunale pubblico. Attorno al vescovo cominciarono a gravitare i fedeli bisognosi di aiuto di natura materiale, oltre che spirituale.

Subito dopo la guerra gotico-bizantina (535-553), l'imperatore Giustiniano, incapace di ricostruire le strutture di controllo statale, promulgò nel 554 la Prammatica Sanzione, che estese la legislazione in vigore in Oriente ai territori dell'Occidente. Inoltre restituì ai vescovi prerogative già concesse loro da Costantino e cancellate da Giuliano[1].

Inizio del potere temporale dei PapiModifica

Indipendentemente dalla funzione di guida religiosa cui assolvevano, i vescovi erano sudditi dell'imperatore. Erano considerati alla stregua di funzionari dipendenti da Costantinopoli, incluso il vescovo di Roma, il papa. Teodorico il Grande, che governò l'Italia come funzionario dell'impero romano e come re con il titolo di patricius concessogli dall'imperatore, fu forse l'ultimo funzionario imperiale a contenere il potere dei vescovi.

Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rafforzasse il suo stato, dopo aver conquistato il castello di Sutri nel 728, a causa delle proteste papali, anziché restituirlo a Bisanzio, che in quel periodo controllava alcune zone del Lazio, lo riconsegnò a papa Gregorio II. Con questa donazione e il falso documento riguardante la cosiddetta donazione di Costantino, i papi cominciarono a rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell'Italia centrale e dell'Europa ad ovest della Grecia.

Origine della lottaModifica

Rapporti tra Impero e Chiesa tra IX e XI secoloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Saeculum obscurum.

Durante l'impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono ad essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. A seguito dell'instabilità politica conseguente alla disgregazione dell'impero carolingio (fu diviso in tre territori: Italia, Germania e Francia) la Chiesa latina, ed in particolare l'istituzione del papato, attraversò un momento di grave decadenza conosciuto come saeculum obscurum. Già nella prima metà del IX secolo, a seguito dei grandi concili riformatori promossi da Carlo Magno e dal figlio Ludovico il Pio, si erano raggiunti alcuni compromessi tra il potere laico e quello ecclesiastico in merito alle nomine del clero all'interno della Chiesa cristiana: ai primi era fatto divieto nominare o destituire preti senza l'assenso del vescovo locale, ma quest'ultimo non poteva rifiutare una nomina proposta da un signore a meno che non ravvisasse una condotta morale o una preparazione culturale insufficienti[2]. A quel tempo, e come lo saranno per i due secoli successivi, chiese e monasteri erano inoltre di proprietà laica così che fossero difesi dall'intervento dei nobili ma, in questo modo, venivano coinvolti nelle controversie per la successione al trono[3].

I successori di Ludovico si trovarono ad affrontare chierici molto combattivi, come Incmaro di Reims, che si impegnarono a limitare l'influenza laica sulla chiesa. Complice anche la frammentazione dei propri possedimenti, gli imperatori non furono più in grado di mantenere fedeli i propri vassalli e quindi di frenare le naturali inclinazioni all'indipendenza delle istituzioni che componevano il Regno. Il sistema politico dell'epoca era il feudalesimo fondato su di un reciproco rapporto tra un signore (senior) che attribuiva un bene materiale (beneficium) ad un proprio vassallo, in cambio di fedeltà e aiuto[4]. Il fatto più grave che influì sulla perdita di autorità ed efficacia del potere statale fu il riconoscimento dell'ereditarietà dei feudi (capitolare di Quierzy, 877), che privava l'imperatore di gran parte dei suoi poteri. Nel caos post-carolingio crebbe anche l'autonomia di molte città, guidate inizialmente dal loro vescovo, ma in seguito destinate a trasformarsi in liberi comuni.

Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, della casa di Sassonia. Il primo di loro, Ottone I, re dal 936 e imperatore nel 962, non volendo ricadere negli stessi errori dei carolingi, basò sistematicamente il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili a vescovi, che egli stesso aveva nominato. I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima che potesse ricevere in eredità i benefici e quindi si instaurava una situazione solamente temporanea: alla loro morte la corona gli avrebbe recuperati. Inizialmente Ottone assegnò loro i poteri di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione sulla città e sul territorio immediatamente circostante. In seguito i poteri furono estesi al livello di contea, a spese del conte laico e creando dei veri e propri vescovi-conti[5]. Sebbene questo sistema amministrativo fosse peculiare in Germania, anche in Francia, Inghilterra e Spagna si instaurarono stretti legami tra il potere spirituale e temporale[6]. Così, andò a consolidarsi la consuetudine del re di nominare vescovi e abati; una pratica che comunque veniva ampiamente accettata dalla società in quanto il monarca non era visto come un semplice laico ma come un signore scelto da Dio e quindi pienamente legittimato nell'intervenire nella società ecclesiastica[7].

Pertanto, sotto Ottone I e i suo successori della dinastia ottoniana, i vescovi della Reichskirche (letteralmente "la Chiesa imperiale") rappresentarono le fondamenta del sistema amministrativo imperiale. La loro investitura veniva simboleggiata dalla consegna dell'anello e del bastone pastorale da parte dell'imperatore al vescovo nominato. Questa pratica non riguardò solamente le diocesi ma anche i monasteri reali e i grandi capitoli secolari.[8] L'avvento al potere della dinastia salica, nel 1024, con l'elezione di Corrado II non cambiò nulla in questa organizzazione che perdurò fino al regno di Enrico III (1039-1056)[9].

Con tale sistema, tuttavia, la funzione vescovile ne fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell'assegnazione del titolo vescovile a quei laici, che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

La riforma dell'XI secolo, il ruolo di Enrico III il NeroModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Riforma dell'XI secolo ed Enrico III di Franconia.

Questa situazione andò inevitabilmente a scontrarsi con gli ideali religiosi di alcuni uomini che proponevano, invece, una Chiesa più vicina agli ideali cristiani e distaccata dalle influenze dei poteri secolari. I primi movimenti riformistici, ispirati dal pensiero di Benedetto d'Aniane, ebbero luogo a partire dalla prima metà del X secolo nei monasteri della Lotaringia e soprattutto nell'abbazia di Cluny in Borgogna fondata nel 909[10]. Quest'ultima ebbe la peculiare caratteristica di godere, grazie al suo atto costitutivo voluto da Guglielmo I di Aquitania, di una sostanziale indipendenza dal potere laico che gli permetteva, tra l'altro, di non avere ingerenze sulla nomina degli abati. Ai monaci della congregazione cluniacense era chiesto di perseguire una vita esclusivamente spirituale, secondo una rigida osservanza della regola Benedettina, distogliendosi dai beni terreni. Per merito di alcuni suoi abati, come Oddone o Maiolo, la cosiddetta riforma cluniacense si espanse per tutta l'Europa con la fondazione di monasteri aderenti alle nuove idee o con la riforma di alcuni già esistenti.[11][12]

Accanto alla movimento riformatore monastico iniziarono anche alcuni flebili tentativi di cambiamento anche nella società secolare, tuttavia tali sforzi furono inizialmente isolati e senza continuità. La situazione mutò con la salita al trono di Germania di Enrico III di Franconia, detto il Nero, considerato uno dei più grandi imperatori tedeschi. Con lui si andò a configurare un impero teocratico dove il sovrano rappresentava la guida sia della società temporale sia di quella religiosa in quanto considerato scelto e unto da Dio e quindi suo rappresentante sulla Terra[13].

 
L'imperatore Enrico III di Franconia, il suo sostegno al movimento cluniacense e il suo intervento nel concilio di Sutri contribuirono alla diffusione della riforma nel mondo secolare

Riconoscendo appieno la funzione sacra del suo ruolo, Enrico III si circondò di consiglieri appartenenti al mondo ecclesiastico e grandi promotori della riforma nata nei monasteri, come Odilone di Cluny, Riccardo di Saint-Vanne e Brunone di Toul futuro papa Leone IX. Anche grazie a questa cerchia di riformatori Enrico si rivelò molto sensibile ai temi del movimento ed in particolare venne influenzato dallo spirito cluniacense, sicuramente anche per via del suo secondo matrimonio con Agnese di Poitou[14].

Tuttavia, nonostante l'adesione di Enrico alla riforma ed alcune concessioni da lui fatte in merito all'indipendenza dei monasteri, egli non rinunciò del tutto alla sua prerogativa di investire vescovi e abati di sua scelta con tanto di bastone pastorale e l'anello episcopale. Tale consuetudine continuò, infatti ad essere praticata per tutto il suo regno senza suscitare particolare opposizioni, perlomeno nella chiesa secolare[15] mentre negli ambienti monastici iniziarono a sollevarsi alcune critiche al tradizionale giuramento di fedeltà all'imperatore a cui erano obbligati gli abati.[16] Tale potere di investitura si dimostrò uno dei capisaldi della politica di Enrico; infatti, una volta consolidato il suo potere in Germania, egli guardò all'Italia, dove per rafforzare la propria autorità procedette a nominare moltissimi ecclesiastici tedeschi a lui fedeli a capo delle diocesi sparse per tutta la penisola.[17]

Nel 1046 Enrico scese in Italia per partecipare al concilio di Sutri con lo scopo di mettere ordine ad una crisi del papato in cui ci si era trovati con tre papi che si consideravano legittimi: Benedetto IX sostenuto dai Conti di Tuscolo, Silvestro III della famiglia Crescenzi e Gregorio VI che aveva acquistato il papato dal primo. Silvestro III venne considerato un usurpatore, Benedetto IX venne deposto e a Gregorio VI venne imposto di rinunciare all'ufficio e in seguito mandato in esilio e scomunicato poiché accusato di simonia[18][19][20]. Enrico, inoltre, fece eleggere come nuovo papa, Suidger vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II e che nel Natale seguente incoronò lo stesso Enrico come imperatore del Sacro Romano Impero[20].

L'intervento di Enrico a Sutri trovò molti consensi all'interno dello stesso movimento riformatore della chiesa ma si levarono anche voci contrarie, come quella del vescovo Wazone di Liegi che riteneva che non spettasse ad Enrico il potere di deporre un papa, anche se simoniaco. In ogni caso, oltre che imperatore, Enrico si era fatto anche nominare patrizio romano, una carica che gli consentiva di influire direttamente sulle future elezioni del romano pontefice. Infatti i successi papa, Damaso II, Leone IX e Vittore II, furono tutti tedeschi e di sua fiducia. Con loro la riforma uscì definitivamente dall'ambiente monastico per riversarsi sulla chiesa secolare[21].

In particolare, fu il pontificato di Leone IX a vedere una accelerazione del processo di riforma. Egli si circondò di un gruppo di validi collaboratori che andarono a formare il collegio dei cardinali a cui affidò incarichi di rilievo[22], tra i quali: Alinardo, Umberto di Silvacandida, Federico Gozzelon, futuro papa Stefano IX, Ildebrando di Soana già segretario di Gregorio VI e futuro papa Gregorio VII. Questi teologi ebbero un ruolo decisivo nel fornire giustificazioni dottrinali ad un rafforzamento del papato a cui si andava ad attribuire l'esclusivo potere di nominare e deporre le alte cariche ecclesiastiche[23][24].

La crisi dell'impero durante la minore età di Enrico IVModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Enrico IV di Franconia.
 
L'imperatrice Agnese di Poitou sulla Chronica Sancti Pantaleonis. La sua reggenza, iniziata dopo la morte del marito Enrico III, si dimostrò particolarmente debole comportando una perdita di influenza dell'Impero sulla Chiesa di Roma

Il 19 aprile 1054 morì a Roma Leone IX e a lui succedette Gebehard di Eichstatt con il nome di papa Vittore II, il quale si impegnò fortemente nella riforma ancora prettamente morale. La sua azione di riforma fu, però, condizionata dalla morte dell'Imperaatore Enrico III (5 ottobre 1056), il quale lasciò la moglie Agnese di Poitou reggente e il figlioletto (il futuro Enrico IV) ancora minorenne[25].

L'imperatrice Agnese si dimostrò fin da subito una regnante insicura e così per l'Impero iniziò un periodo in cui vide indebolita la sua autorità. Così, alla morte di Vittore II, avvenuta il 23 giugno 1057 a causa della malaria, finì la serie dei papi tedeschi ponendo la Chiesa nella necessità di trovare sostegno al di fuori dell'Impero[26]. Questo venne trovato nel margravio di Toscana e duca di Lorena Goffredo il Barbuto che, in cambio del suo servizio, fece eleggere dai cardinali il fratello, Federico di Lorena, con il nome di Stefano IX. Questa fu la prima elezione papale dal 1046 avvenuta senza che vi fosse stata l'ingerenza dell'Imperatore[27].

Il pontificato di Stefano IX non durò molto e non fu particolarmente determinante; il papa lorenese, infatti, morì già nel 1058. Gli succedette il 24 gennaio 1059, Niccolò II, al secolo Gerardo di Firenze, il quale, con l'appoggio di Goffredo di Lorena, scomunicò l'antipapa Benedetto X precedentemente eletto dalla potente famiglia romana dei Tuscolani. e fu intronizzato il 24 gennaio 1059.

Con Niccolò II si delineò una nuova fase della riforma della struttura ecclesiastica: egli diede vita, infatti, a una riforma non soltanto morale, ma anche istituzionale, seguendo il consiglio di Umberto di Silvacandida, secondo il quale non sarebbe mai stato possibile riformare la Chiesa finché l'investitura del potere episcopale non fosse stato portato esclusivamente in mano del papa. Niccolò II, quindi, non colpì soltanto gli abusi della simonia e il matrimonio dei preti, ma identificò le cause, le radici, di questi abusi proprio nella concessione da parte dei laici dell'investitura delle maggiori cariche ecclesiastiche. Egli, perciò, rivendicava la "libertà della Chiesa" e il diritto esclusivo di conferire le cariche, liberandosi del consuetudinario potere giuridico dei laici: cominciava così a delinearsi la cosiddetta "lotta per le investiture".

Nel settembre del 1059 Niccolò II indisse un sinodo romano in venne promulgata, con la collaborazione di Umberto di Silvacandida, Ildebrando di Soana e Pier Damiani, la bolla pontificia In nomine Domini (conosciuta anche come Decretum in electione papae), che, convalidando la sua stessa elezione alla sede romana, imponeva la procedura da seguire per l'elezione dei suoi successori. Si scindeva così l'elezione del papa da ogni legame (che non fosse soltanto formale, come l'applauso di conferma) con il popolo romano e con l'imperatore stesso. In poco più di un decennio, dunque, cambiava radicalmente il sistema di elezione del papa: nel 1046, l'imperatore Enrico III, dopo aver deposto tutti i contendenti al papato, poneva di fatto l'elezione sotto la decisione dell'Imperatore, sottraendola al controllo delle famiglie nobili romane e dallo stesso clero di Roma; nel 1059 la nomina veniva sottratta non solo alla nobiltà romana, ma anche all'autorità dell'imperatore, nonostante questi continuasse ad essere considerato il sovrano di Roma e del mondo intero[28][29].

Niccolò II si rese conto della portata rivoluzionaria di questa sua decisione, e cercò di assicurarsi una forza politico-militare capace di farla rispettare. Egli trovò un valido alleato nel popolo normanno: messosi in viaggio verso l'Italia meridionale nel settembre del 1059, stipulò con i signori normanni, Roberto il Guiscardo e Riccardo I di Aversa, il trattato di Melfi, secondo cui, in una logica tipicamente feudale, i Normanni facevano al papa omaggio di sottomissione e giuramento di fedeltà, riconoscendosi suoi sudditi, mentre la Chiesa romana, nella figura del papa, concedeva loro l'investitura su tutti i territori da loro conquistati. In tal modo i Normanni non erano più considerati invasori stranieri della penisola italiana, ma ricevevano il diritto di governare, promettendo di prestare fedelmente aiuto militare al papa. Con una sola mossa papa Niccolò II aveva conquistato la sovranità feudale su gran parte dell'Italia, ma, allo stesso tempo, aveva violato il diritto imperiale di Enrico IV, con il quale cominciarono rapporti tesi e difficili[30].

Alla morte di Niccolò II, il gruppo dei cardinali riformatori procedette all'elezione di Anselmo di Lucca, originario di Milano, il quale fu insediato nel 1061 con il nome di Alessandro II con le modalità espresse nel Decretum in electione Papae emanato dal predecessore e pertanto senza che l'imperatrice Agnese venisse coinvolta. Poco dopo, nel 1062, al fine di ristabilire l'autorità dell'Impero minata dalla debolezza dimostrata da Agnese, i principi tedeschi, guidati dall'arcivescovo di Colonia Annone, rapirono il principe ereditario, ancora minorenne, portandolo a Colonia ed affidandogli formalmente il potere imperiale con il nome di Enrico IV ("colpo di Stato" di Kaiserswerth)[31].

Nel frattempo, con il pontificato di Alessandro II andò a diffondersi sempre di più l'idea di un rafforzamento della teoria del primato papale, soprattutto per quanto riguarda l'esclusiva prerogativa del pontefice nell'indire concili e nell'investire le più alte cariche ecclesiastiche; una tesi già da tempo stato ribadito da teologi quali Wazone di Liegi prima, Pier Damiani e Sigrfrido di Gorze poi. Tali nuove idee porteranno in poco tempo la Chiesa a scontrarsi contro l'Impero, non appena questo sarà tornato autorevole con la maggiore età dell'imperatore Enrico IV, in un conflitto che passerà alla storia come la "lotta per le investiture" che vedrà il successore di papa Alessandro II morto il 21 aprile 1073, Ildebrando di Soana assoluto protagonista[32].

Inizia la lotta: lo scontro tra Enrico IV e Gregorio VIIModifica

Elezione di Ildebrando di Soana e il Dictatus PapaeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Gregorio VII e Dictatus Papae.
 
Papa Gregorio VII benedicente (pagina miniata dell'XI secolo)

Il giorno successivo alla morte di Alessandro II, mentre aveva luogo il suo funerale nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la folla acclamò Ildebrando di Soana come nuovo papa che venne poco dopo eletto secondo le regole, dai cardinali riuniti, col nome pontificale di Gregorio VII.[33][34] Tale modalità fu aspramente contestata dagli avversari di Ildebrando, in particolare da Guiberto di Ravenna (futuro antipapa) e nel sinodo di Worms del 1076, poiché non era in accordo con il Decretum in electione papae emanato pochi anni prima da papa Niccolò II[35].

Fin da subito, il nuovo papa intese tutelare l'indipendenza della Chiesa dal potere laico dei sovrani e dei grandi feudatari, e per perseguire questo obiettivo intraprese trattative sostenute anche da alcuni vescovi dell'Impero. L'obiettivo di Gregorio fu quello di "imporre alla chiesa un modello organizzativo di stampo monarchico e sulla desacralizzazione della carica imperiale"[36]. Quanto alle relazioni con il Sacro romano impero, dopo la morte di Enrico III (1056), la monarchia tedesca si era seriamente indebolita, e il figlio Enrico IV aveva dovuto affrontare grandi difficoltà interne, tra cui la ribellione dei Sassoni. Questa situazione inizialmente favorì il papa. Il suo vantaggio fu ulteriormente accentuato dalla differenza di età: Enrico IV, nato nel 1050, aveva 20-25 anni in meno del pontefice.

 
Dictatus papae (Archivio Vaticano)

Gregorio decise di regolare subito una questione di diritto canonico con re Enrico prima di procedere alla sua incoronazione a imperatore: cinque dei suoi consiglieri erano scomunicati, ma continuavano ad essere presenti alla sua corte. Il primo atto di Enrico fu sciogliere i rapporti con essi. Nel maggio 1074 (dopo la Pasqua), per espiare la colpa della precedente amicizia con tali membri, fece atto di penitenza a Norimberga alla presenza dei legati papali[37]. Inoltre prestò un giuramento di obbedienza al papa e promise di appoggiare l'opera di riforma della Chiesa. Questo atteggiamento, che all'inizio gli fece ottenere la fiducia del papa, venne abbandonato non appena riuscì a sconfiggere i sassoni con la vittoria nella battaglia Langensalza combattuta il 9 giugno 1075[38]. Enrico infatti cercò subito di riaffermare il suo potere come re dei Romani nonché re d'Italia (egli rivestiva entrambe le cariche). Nel settembre dello stesso anno, a seguito dell'omicidio di Erlembaldo Cotta, investì (contrariamente agli impegni presi) il chierico Tedaldo, arcivescovo di Milano, nonché i vescovi delle diocesi di Fermo e Spoleto[39][40]. Al di là della questione delle investiture, fu in gioco il destino del dominium mundi, la lotta tra potere sacerdotale e potere imperiale. Gli storici del XII secolo chiamarono questo litigio Discidium inter sacerdotium et regnum[41].

Il 1075 fu, probabilmente[N 1], anche l'anno in cui Gregorio VII redasse il celebre Dictatus Papae, ("Affermazioni di principio del Papa") è una raccolta di ventisette proposizioni, ciascuna delle quali enuncia uno specifico potere del pontefice romano[42]. Il documento esprime la visione teocratica di Gregorio VII: la superiorità dell'istituto pontificio su tutti i sovrani laici, imperatore incluso, è indiscussa, contrastando così il cesaropapismo, ossia l'interferenza del potere politico nel governo della Chiesa. Il pontefice deriva la propria autorità da Dio “per grazia del principe degli apostoli” (San Pietro), ed è in virtù di questa grazia che il papa esercita il potere di legare e di sciogliere[43][44]. Il rapporto tra Stato e Chiesa era completamente capovolto: non era più l'imperatore ad approvare la nomina del papa, ma era il papa a conferire all'imperatore il suo potere ed, eventualmente, a revocarlo[45][N 2]. Si può riassumere lo spirito di questa legislazione come il recupero della dottrina delle due potenze istituita da papa Gelasio I nel V secolo in cui tutta la cristianità, ecclesiastica e laica doveva essere soggetta alla magistratura morale del Romano Pontefice[N 3]; per Gregorio "la dignità apostolica era il sole, quella regia la luna"[46].

Le accuse a Gregorio nel sinodo di WormsModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Sinodo di Worms.
 
Enrico IV raffigurato nel Vangelo dell'Abbazia di Sant'Emmerano

Nel 1075 Enrico IV continuò ad effettuare nomine di vescovi tedeschi, pur non accettando più offerte in denaro[47]. Lo scontro tra le due istituzioni scaturì dalla nomina dell'arcivescovo di Milano, una sede molto importante per le relazioni tra Chiesa ed impero. La città lombarda essendo tradizionalmente vicina all'imperatore, l'arcivescovo svolgeva spesso un ruolo di mediazione tra papa e re dei Romani.

Nel 1074 sia il papa che Enrico IV avevano approvato la nomina di Attone, un ecclesiastico vicino ai Patarini. L'anno dopo i Patarini persero il favore dei milanesi. Il re dei Romani decise allora di nominare nuovo arcivescovo Tedaldo di Castiglione, che si trovava presso di lui come cappellano militare. Enrico IV intervenne in altre questioni ecclesiastiche pertinenti all'Italia: inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i Patarini (appoggiati invece dalla Chiesa di Roma) e appoggiò apertamente l'arcivescovo di Ravenna Guiberto in opposizione al pontefice romano. Infine cercò di stringere un'alleanza con il duca normanno Roberto d'Altavilla.

Gregorio VII replicò con una dura lettera (datata 8 dicembre 1075) nella quale protestò contro la nomina di Tedaldo ed accusò il re dei Romani di aver continuato ad ascoltare i cinque consiglieri scomunicati. Chiese al re che riconoscesse i suoi peccati e se ne pentisse. Si mostrò tuttavia disposto ad emendare insieme con Enrico il testo del decreto contro le investiture dei laici[48].

Sul finire del 1075 Gregorio VII subì un attentato. Enrico IV dedusse che il pontefice non avesse più il favore dei romani. Inoltre sapeva che il potente Roberto d'Altavilla, scomunicato, non sarebbe intervenuto in difesa del papa in caso di attacco a Roma da Nord. Pensò quindi di sferrare il colpo decisivo. Convocò un concilio dei vescovi della Germania a Worms, che si riunì il 24 gennaio 1076. Tra le alte sfere del clero tedesco, papa Gregorio VII aveva molti nemici. Tra questi vi era anche un cardinale tedesco, Ugo di Remiremont, detto Candido[49], un tempo dalla sua parte ma ora avversario del pontefice. Ugo si recò in Germania per l'occasione e di fronte al concilio formulò una serie di accuse nei confronti del papa. Le argomentazioni di Ugo Candido vennero accolte favorevolmente dall'assemblea, che approvò una dichiarazione secondo la quale Gregorio non poteva più essere considerato papa. In un documento pieno di accuse, i vescovi tedeschi dichiararono di non accettare più l'obbedienza al pontefice e di non riconoscerlo più come papa.

 
L'arcivescovo Sigfrido I di Magonza, alleato di Enrico IV durante il sinodo di Worms, venne scomunicato da Gregorio VII

«I vescovi tedeschi al fratello Ildebrando. (...) Ti dai cura di novità profane. Infatti ti sei preoccupato in tutti i modi di togliere ogni autorità ai vescovi, autorità che - come si sa - è stata loro concessa da Dio mediante la grazia dello Spirito santo, il quale opera soprattutto nelle ordinazioni. Hai dato in mano al furore della plebe tutta l'amministrazione delle faccende ecclesiastiche. Ora nessuno può più diventare vescovo o prete se non va a mendicare questa carica dalla tua altezza, con un'adulazione del tutto indegna. Hai sconvolto in una miserabile confusione tutto il rigore dell'istituzione di Cristo, e soprattutto quella bellissima distribuzione delle membra di Cristo che il dottore delle genti loda e difende. E così, per i tuoi gloriosi decreti, lo stesso nome di Cristo - lo diciamo con le lacrime agli occhi! - perisce. Chi infatti non si meraviglierà di questo fatto indegno che tu ti arroghi ingiustamente una potenza indebita, distruggendo i diritti dovuti alla fraternità universale? Affermi, infatti, che qualora giungesse a te anche solo il sospetto di qualche delitto di uno qualsiasi dei membri delle nostre diocesi, nessuno di noi avrebbe più l'autorità di "legarlo e scioglierlo", ma soltanto tu, o qualcuno che tu avessi appositamente delegato a questo scopo. Non c'è nessuno esperto delle sacre lettere che non veda come questa pretesa superi ogni stoltezza»

(J.M. Watterich, Vitae Romanorum Pontificum, vol. I, p. 373)

In una lettera, Enrico gli rese nota la sentenza di deposizione a cui egli dichiarava di aderire e lo invitava a dimettersi:

«Enrico, re, non per usurpazione, ma per giusta ordinanza di Dio, a Ildebrando, che non è più il papa, ma ora è un falso monaco [...] Tu che tutti i vescovi ed io colpiamo con la nostra maledizione e la nostra condanna, dimettetevi, lasciate questa sede apostolica che vi siete arrogati. […] Io, Enrico, re per grazia di Dio, vi dichiaro con tutti i miei vescovi: discendi, discendi!»

([50])

Il concilio inviò, inoltre, due vescovi in Italia e questi ottennero un atto di deposizione da parte dei vescovi lombardi nel sinodo di Piacenza[51]. I vescovi tedeschi giustificarono la deposizione di Gregorio affermando che egli non venne eletto regolarmente ma, secondo le accuse, elevato tumultuosamente alla dignità papale dal popolo di Roma. Inoltre, come Patrizio di Roma, Enrico avocava a sé il diritto di nominare il papa, o almeno di confermare la sua elezione. Si sostenne anche che Gregorio avesse precedentemente giurato che non avrebbe mai accettato di essere mai eletto papa e che frequentasse intimamente alcune donne[52].

La scomunica di EnricoModifica

Un chierico della chiesa di Parma, Rolando, informò il papa di queste decisioni ed ebbe l'opportunità di parlare al tradizionale sinodo quaresimale riunito nella Basilica del Laterano (14-20 febbraio 1076)[43]. La risposta di Gregorio non si fece attendere e il giorno seguente il papa disconobbe i consigli scismatici di Worms e Piacenza, scomunicando l'arcivescovo di Magonza Sigfrido I, quale presidente dell'assemblea di Worms. Rivendicata la legittimità del suo pontificato, pronunciò la sentenza di scomunica contro il re tedesco e lo spogliò della dignità reale sciogliendo i suoi sudditi dai giuramenti prestati a suo favore.

Tale sentenza aveva l'intento di espellere il re dalla comunità cristiana e di vietargli il governo di tutta la Germania e dell'Italia. Per la prima volta un papa non solo scomunicava un sovrano, ma lo inibiva dall'esercizio del suo potere regio. A differenza di Enrico, peraltro, Gregorio non sancì formalmente la deposizione del monarca, bensì lo considerò sospeso fino a quando non si fosse pentito[43]. Che producesse realmente questo effetto, o che rimanesse una vana minaccia, non dipendeva tanto da Gregorio, quanto dai sudditi di Enrico, e soprattutto, dai principi tedeschi. I documenti dell'epoca suggeriscono che la scomunica del re creò profonda impressione e divisione sia in Germania sia in Italia, in quanto la società era abitata ad una concezione teocratica e sacra del regnante[53].

Il decreto di scomunica raggiunse Enrico ad Utrecht nella vigilia di Pasqua (26 marzo). La sua reazione fu immediata: in quello stesso giorno gli rispose con una lettera durissima. Definì Gregorio «non papa, ma falso frate», lo dichiarò deposto e, rivolgendosi ai romani nella sua qualità di patrizio, chiese loro di abbandonare Gregorio ed eleggere un nuovo papa[54].

Trent'anni prima, Enrico III aveva deposto tre papi che avevano cercato di usurpare il soglio di Pietro. Enrico IV aveva imitato questa procedura, ma non ebbe successo. La sentenza di Gregorio produsse infatti in Germania un effetto clamoroso. Si verificò, presso i vescovi tedeschi, un rapido e generale cambiamento di sentimenti in favore di Gregorio. I principi laici colsero l'opportunità per portare avanti le loro politiche anti-regali sotto l'aura di rispettabilità fornita dalla decisione papale. Quando, il giorno di Pentecoste (15 maggio), il re propose di discutere le misure da prendere contro Gregorio in un concilio con i suoi nobili, solo in pochi si presentarono. Una seconda convocazione a Magonza per la ricorrenza di San Pietro (15 giugno) andò deserta. I Sassoni ne approfittarono per risollevarsi e il partito anti-realista accrebbe vieppiù la sua forza[55].

Solo la Lombardia rimaneva fedele a Enrico: al concilio di Pavia, tenuto sotto la presidenza di Tedaldo (arcivescovo di Milano) e Guiberto (arcivescovo di Ravenna), Gregorio venne nuovamente scomunicato[56].

L'umiliazione di CanossaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Umiliazione di Canossa.
 
Enrico IV in penitenza di fronte a Gregorio VII a Canossa, in presenza di Matilde, in un dipinto di Carlo Emanuelle.

Dopo questa scomunica, molti principi tedeschi in precedenza sostenitori di Enrico, volsero le spalle all'imperatore; il 16 ottobre si riunì a Trebur, cittadina sul Reno in Assia, una dieta di principi e vescovi per esaminare la posizione del re. Era presente anche il legato pontificio, Altmann di Passavia. I principi dichiararono che Enrico doveva chiedere perdono al papa e impegnarsi all'obbedienza; decisero inoltre che, se entro un anno e un giorno dalla sua scomunica (ovvero entro il 2 febbraio dell'anno seguente) la condanna fosse rimasta ancora in vigore, il trono sarebbe stato considerato vacante. Enrico IV ritenne opportuno trattare. Rilasciò promessa scritta di obbedire alla Santa Sede e di conformarsi alla sua volontà. I principi stabilirono che si sarebbe tenuta nel febbraio 1077 ad Augusta, in Baviera, una dieta generale del regno presieduta del pontefice in persona. In quell'occasione sarebbe stata pronunciata la sentenza definitiva su Enrico[57][56].

Gregorio VII ratificò l'accordo e progettò il viaggio in Germania. La situazione diventava ora estremamente critica per Enrico. Per il re era imperativo, in qualsiasi circostanza e a qualsiasi prezzo, assicurarsi l'assoluzione di Gregorio prima della scadenza del periodo, altrimenti sarebbe stato quasi impossibile impedire ai suoi avversari di perseguire le loro intenzioni, di attaccarlo giustificando le loro misure appellandosi alla scomunica. Enrico decise quindi di recarsi incontro ad Ildebrando e partì in dicembre attraverso le Alpi innevate. Poiché i suoi avversari, Rodolfo di Svevia e Bertoldo I di Zähringen, gli impedivano l'accesso ai passi tedeschi, l'imperatore fu costretto passare attraverso il passo del Moncenisio[57][58].

Il papa era nel frattempo già partito da Roma e l'8 gennaio 1077 giunse a Mantova, nei possedimenti della contessa Matilde. Da qui la contessa lo avrebbe dovuto accompagnare fino alle Chiuse di Verona, da dove dovevano accompagnarlo i principi tedeschi sino ad Augusta. Ma, per il grande gelo di quell'anno, essi erano impossibilitati di varcare le Alpi, mentre gli giunse la notizia che Enrico era in marcia per incontrarlo, accompagnato dalla moglie Berta e dal figlio Corrado, ancora infante. Enrico, che aveva viaggiato attraverso la Borgogna, venne accolto con entusiasmo dai lombardi, che gli fornirono anche una scorta armata. Il papa, che invece non aveva una scorta e non si sentiva al sicuro in Lombardia, decise di arretrare e, tornando sui suoi passi, si fermò a Canossa, nel Reggiano, ospite di Matilde[58][59].

 
Enrico IV penitente davanti a Ugo di Cluny e Matilde di Canossa

Grazie all'intercessione della contessa e del padrino di Enrico Ugo di Cluny, Gregorio accettò di incontrare l'imperatore il 25 gennaio 1077, festa della conversione di San Paolo. Le cronache raccontano che Enrico fosse comparso davanti al castello di Canossa, nell'Appennino reggiano, in abito da penitente e dopo tre giorni Gregorio gli revocò la scomunica, solamente cinque giorni prima del termine fissato dai principi oppositori[60]. L'immagine di Enrico che si reca a Canossa in atteggiamento di umile penitenza si basa essenzialmente su di una fonte principale, Lamberto di Hersfeld, un forte sostenitore del papa e un membro della nobiltà dell'opposizione. La penitenza fu, in ogni caso, un atto formale, compiuto da Enrico, e che il papa non poteva rifiutare; appare oggi come un'abile manovra diplomatica, che fornì all'imperatore libertà d'azione limitando allo stesso tempo quella del papa. Tuttavia, è certo che, a lungo termine, questo evento infierì un duro colpo alla posizione dell'Impero tedesco[61][62].

Il gesto di Enrico divenne un evento storico di grande risonanza, anche se non cambiò il corso degli avvenimenti. L'assoluzione dalla scomunica fu l'esito di un negoziato prolungato e avvenne solo dietro l'assunzione di precisi impegni da parte del re. Gregorio VII affermò la suprema autorità papale sui re, attribuendosi l'autorità di stabilire le condizioni in cui essi potevano esercitare il potere regale e in cui i sudditi erano chiamati ad obbedirgli. Con la sottomissione di Canossa Enrico IV riconobbe questo privilegio pontificio[63]. Fu con riluttanza che Gregorio accettò il pentimento perché, concedendo l'assoluzione, la dieta dei principi di Augusta, nella quale aveva ragionevoli speranze di agire da arbitro, sarebbe diventata inutile o, se fosse riuscita a riunirsi, avrebbe cambiato completamente il suo carattere. Fu comunque impossibile negare il rientro nella Chiesa al penitente, e gli obblighi religiosi di Gregorio scavalcarono gli interessi politici[64].

La rimozione della condanna non implicava una vera riconciliazione, e non vi furono basi per la risoluzione della grande questione in gioco: quella dell'investitura. Un nuovo conflitto era inevitabile per il semplice fatto che Enrico IV, naturalmente, considerava la sentenza di deposizione annullata assieme a quella di scomunica; mentre Gregorio, da parte sua, era intento a riservarsi la propria libertà di azione e non diede nessuno spunto sulla questione a Canossa[64].

L'anti-re e la seconda scomunica dell'ImperatoreModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Grande rivolta dei Sassoni.

Mentre Enrico IV era ancora in Italia e stava trattando l'assoluzione dalla scomunica, i nobili tedeschi che gli si opponevano si coalizzarono contro di lui. Non solo essi perseverarono nella loro politica anche dopo l'assoluzione, ma presero un ulteriore e più deciso passo nell'insediare, il 15 marzo 1077 a Forchheim, un re rivale nella persona del duca Rodolfo di Svevia; i principi che lo elevarono al trono gli fecero promettere di non ricorrere mai a pratiche simoniache nell'assegnazione delle cariche episcopali[65].

Inoltre, venne obbligato a concedere ai principi il diritto di voto nell'elezione imperiale e gli venne negato il diritto di trasferire il suo titolo ad eventuali figli, negando il principio dinastico fino ad allora prevalente; il primo passo verso la libera elezione richiesta dai principi dell'Impero. I legati papali presenti all'elezione si mostrarono in apparenza neutrali, e Gregorio stesso cercò di mantenere questo atteggiamento negli anni seguenti. Il suo compito venne facilitato in quanto i due partiti erano di uguale forza, ognuno alla ricerca di un vantaggio decisivo che portasse il papa dalla propria parte. Ma il risultato di questa neutralità fu che egli perse gran parte della fiducia di entrambe le parti.

 
Rodolfo di Svevia ferito a morte

A giugno, Enrico escluse Rodolfo dall'Impero e iniziò a fronteggiarlo in quella che è comunemente conosciuta come la grande rivolta dei Sassoni. Enrico subì fin da subito due sconfitte: il 7 agosto 1078 nella battaglia di Mellrichstadt e il 27 gennaio 1080 in quella di Flarchheim[66]. Dopo tale sconfitta, Gregorio scelse di schierarsi con il vincitore, l'anti-re Rodolfo, abbandonando così, su pressione dei sassoni, la politica attendista e pronunciandosi, il 7 marzo 1080, di nuovo per la deposizione e scomunica di re Enrico[67].

La seconda condanna papale non ebbe le stesse conseguenze della precedente. Il re, più esperto a distanza di quattro anni, affrontò lo scontro con il pontefice con grande vigore. Si rifiutò di riconoscere la condanna sostenendone l'illegalità. Convocò a Bressanone un concilio dell'episcopato germanico. Protagonista fu nuovamente Ugo Candido[49], che accusò il pontefice di essere un assassino e un eretico[68]. Il 26 giugno 1080 Enrico IV dichiarò Gregorio deposto e nominò l'arcivescovo Guiberto di Ravenna come suo successore. Inoltre, nella battaglia sull'Elster del 14 ottobre successivo, Rodolfo, nonostante avesse colto una vittoria, perse la mano destra e venne colpito a morte all'addome; morì il giorno seguente. La perdita della mano destra, la mano del giuramento di fedeltà fatto a Enrico all'inizio del suo regno, è usata politicamente dai sostenitori di Enrico (è un giudizio di Dio) per indebolire ulteriormente la nobiltà dell'opposizione.

Nel frattempo il pontefice si incontrava con i duchi normanni Roberto d'Altavilla e Roberto il Guiscardo a Ceprano (città posta circa a metà strada tra Roma e Napoli, sulla via Casilina) dove stipularono un trattato. Il 29 giugno 1080 ritirò la scomunica e gli riconsegnò il titolo di duca, insieme con i territori conquistati. La Santa Sede rinunciava definitivamente agli ex territori dell'impero bizantino nell'Italia meridionale, ma riteneva di aver acquisito un fedele alleato. L'atto fu sostanzialmente una riconferma dell'investitura conferita ai due duchi da parte dei papa predecessori, che vedevano nei normanni un possibile aiuto militare utile per proteggere la riforma. Infatti i normanni diventavano vassalli del papato e tenuti a versarli un non troppo simbolico pagamento di un censo ma, soprattutto, si impegnavano ad aiutare la Chiesa a "mantenere, acquisire e difendere i regalia di san Pietro e i suoi possessi [...] a mantenere sicuramente e onorificamente il papato romano"[69][N 4].

L'imperatore in Italia e il sacco di RomaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Sacco di Roma (1084).
 
Roberto d'Altavilla, detto "il Guiscardo"

Nel 1081 Enrico, forte della vittoria colta l'anno precedente su Rodolfo, aprì il conflitto contro Gregorio in Italia. Quest'ultimo era ora meno potente, e tredici cardinali lo abbandonarono. Attraversò le Alpi e nel febbraio 1082 giunse fino alle porte di Roma. Si rivolse ai romani e a Gregorio, ma le trattative furono respinte. Allora mise mano alla forza e tentò di appiccare il fuoco alla basilica vaticana[70]. L'attentato fu sventato ed Enrico ripiegò in Sabina. Dopo un secondo assalto andato a vuoto la domenica delle Palme (17 aprile), decise di ritornare in Germania, lasciando l'antipapa Guiberto con un presidio armato a Tivoli per bloccare tutte le merci che provenivano dalla pianura del Tevere.

Con l'anno nuovo, il 1083, tornò ad accamparsi sotto le mura di Roma. Dopo sette mesi di blocco, la città si era indebolita. Enrico varcò le mura della Città leonina, costringendo Gregorio VII a rifugiarsi in Castel Sant'Angelo. Il 21 aprile 1083 fece il suo ingresso solenne nell'Urbe. Vi rimase fino all'autunno inoltrato; ritornò in patria sicuro di avere Roma nelle proprie mani. Nei mesi successivi Gregorio convocò un sinodo di vescovi (20 novembre). Il concilio non scomunicò esplicitamente Enrico, bensì tutti coloro che avevano impedito ai vescovi vicini alla Santa Sede di prendervi parte[71].

Saputo ciò, Enrico entrò nuovamente in Roma il 21 marzo 1084. Tutta la città era in mano sua tranne Castel Sant'Angelo, dove continuò a resistere papa Gregorio. Gran parte dei cardinali voltarono le spalle al pontefice. Seguì la convocazione di un concilio in San Pietro il 24 marzo per giudicare il papa. Gregorio VII fu scomunicato e deposto; venne insediato in San Giovanni in Laterano Guiberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente III[72]. Il 31 marzo Clemente III incoronò Enrico IV imperatore in San Pietro.

Dopo alcuni mesi di assedio e di trattative infruttuose, Gregorio VII mandò a chiamare in soccorso Roberto d'Altavilla, duca di Puglia e Calabria. Avutane notizia, l'antipapa Clemente III ed Enrico IV si allontanarono da Roma (21 maggio). Tre giorni dopo le truppe normanne entrarono in Roma e liberarono il pontefice[73]. Però i soldati del duca d'Altavilla devastarono completamente l'Urbe rendendosi responsabili di saccheggi e distruzioni peggiori, se paragonate a quelle del sacco goto del 410 e di quello lanzichenecco del 1527. Gran parte dei resti antichi allora ancora in piedi e delle chiese, vennero spogliati e distrutti; da allora tutta la popolazione di Roma si concentrò nel Campo Marzio (l'ansa del Tevere) e tutto il settore corrispondente ad Aventino, Esquilino, Celio rimase disabitato per secoli[74]. Ugo di Flavigny, raccontando degli eventi, parlò di grandi misfatti, stupri e violenze, compiuti nei confronti di colpevoli ed innocenti[75].

La catastrofe che si era abbattuta sulla Città eterna fu il colpo definitivo che affossò definitivamente il legame tra Gregorio VII e Roma[73]. Agli occhi dei romani egli non rappresentò altro se non l'uomo che aveva attirato una serie di sventure sulla città. Gregorio capì che quando le truppe normanne fossero ritornate nei loro territori, i romani avrebbero ordito la loro vendetta contro di lui[N 5][76]. Decise quindi, nel giugno del 1083, di lasciare Roma con le truppe dell'Altavilla e di partire verso il Mezzogiorno. Roma era stata lasciata sguarnita: fu facile per Clemente III, che aveva atteso lo sviluppo degli eventi nella vicina Tivoli, riprendere possesso della città.

Gregorio VII trascorse gli ultimi anni della sua vita a Salerno, città facente parte dei dominii di Roberto d'Altavilla. Consacrò la cattedrale e verso la fine dell'anno convocò il suo ultimo concilio, in cui rinnovò la scomunica contro Enrico IV e Clemente III[77]. Il 25 maggio 1085 Gregorio morì.

La lotta per le investiture con i successori di GregorioModifica

Enrico IV morì nel 1106. Dopo i papati di Vittore III e di Urbano II, salì sul soglio di Pietro papa Pasquale II, il quale nel 1105 appoggiò una congiura ordita da Enrico V, figlio di Enrico IV, contro il suo stesso padre. Infatti c'erano ancora ostilità tra il papato ed Enrico IV, pertanto il papa vide con favore l'ascesa al trono imperiale di un nuovo imperatore. Dunque Enrico IV fu costretto ad abdicare e alla sua morte, avvenuta nel 1106, divenne imperatore suo figlio, il quale instaurò rapporti di maggiore collaborazione col papa.

I successori di Gregorio, tra i quali Pasquale II, furono più inclini al compromesso, limitandosi a pretendere che i sovrani laici non attribuissero cariche religiose (quella vescovile su tutte), mentre per i regnanti era fondamentale che i vescovi investiti del potere temporale riconoscessero l'autorità del sovrano. Con il patto di Sutri (1111), l'imperatore rinunciava alle investiture e i vescovi avrebbero restituito tutti i terreni ottenuti. Enrico V, riconoscendo il ruolo politico di pacificazione che aveva assunto Matilde di Canossa, decise di incoronarla fra il 6 e il 10 maggio 1111 con il titolo di Vicaria Imperiale e Vice Regina d'Italia presso il Castello di Bianello a Quattro Castella.

La pace: il concordato di WormsModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Concordato di Worms.
 
La cattedrale di Worms, luogo ove venne stipulato il concordato

Il Concordato di Worms del 1122, concluso tra papa Callisto II ed Enrico V, rappresentò un modello per gli sviluppi successivi delle relazioni tra Chiesa e Impero[78]. Secondo il concordato, la Chiesa aveva il diritto di nominare i vescovi, quindi l'investitura con anello e pastorale doveva essere ecclesiastica. Le nomine, tuttavia, dovevano avvenire alla presenza dell'imperatore, o di un suo rappresentante, che attribuiva incarichi di ordine temporale ai nuovi vescovi mediante l'investitura con lo scettro, un simbolo privo di connotazione spirituale[78].

Nonostante il concordato di Worms, la Chiesa nel Medioevo non ottenne mai un controllo completo nella nomina dei vescovi. Ma le basi per la progressiva divisione dei poteri erano state gettate. Dopo tale Concordato, in Italia i vescovi sarebbero divenuti proprietari terrieri solo dopo essere stati nominati dal papa; in Germania, invece, l'Imperatore nominava feudatario di un terreno qualsiasi persona, che in seguito sarebbe stata nominata con il titolo ecclesiastico di vescovo dal papa.

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ Nella raccolta delle lettere pontificali di Gregorio VII, è inserito fra due missive datate marzo 1075. In Barbero e Frugoni, 2001, p. 99.
  2. ^ "Egli comprese ch'era giunto il momento di portare a fondo l'attacco. Nel 1075 vietò a tutti i laici, pena la scomunica, d'investire un qualunque ecclesiastico. Poi formulò, in 27 proposizioni stringate, il Dictatus papae, la sua concezione secondo la quale il pontefice aveva in terra potere assoluto ed era in grado di deporre gli stessi sovrani laici". In Cardini e Montesano, 2006, p. 195.
  3. ^ In una lettera all'imperatore, papa Gelasio I, affermò che "due sono, o imperatore augusto, i princìpi dai quali il mondo è retto, la sacra auctoritatis dei pontefici e il la pubblica potestas regale." In Cantarella, 2005, p. 11.
  4. ^ L'investitura di Roberto il Guiscardo avvenne con queste parole: "Io, papa Gregorio, investo te, dica Roberto, della terra che ti hanno concesso i mei antecessori di santa memri Niccolò e Alessandro [...] onde d'ora in poi ti porti, in onore di Dio e di san Pietro, in modo tale che si confaccia a te di agire e a me di ricevere senza pericolo per l'anima tua e per la mia". In Cantarella, 2005, p. 233.
  5. ^ Guido da Ferrara scrisse: "Offeso da questi oltraggi, il popolo romano concepì un odio inesorabile nei confronti di Ildebrando, e riversò tutto il proprio favore su Enrico, legandosi a lui con tali vincoli d'affetto che per il sovrano l'offesa subita dai Romani divenne più importante di centomila monete d'oro". In Cantarella, 2005, p. 285.

BibliograficheModifica

  1. ^ I vescovi (Enciclopedia costantiniana), su treccani.it. URL consultato il 1/09/2015.
  2. ^ Blumenthal, 1990, p. 22.
  3. ^ Blumenthal, 1990, pp. 24, 63.
  4. ^ Blumenthal, 1990, p. 55.
  5. ^ Blumenthal, 1990, pp. 60-61.
  6. ^ Blumenthal, 1990, p. 62.
  7. ^ Blumenthal, 1990, pp. 62-63.
  8. ^ Blumenthal, 1990, pp. 64.
  9. ^ Blumenthal, 1990, pp. 68, 75.
  10. ^ Blumenthal, 1990, p. 23.
  11. ^ Blumenthal, 1990, p. 25, 29-32.
  12. ^ Cantarella, 2003, pp. 13-27.
  13. ^ Blumenthal, 1990, p. 79.
  14. ^ Blumenthal, 1990, pp. 79-80.
  15. ^ Blumenthal, 1990, p. 82.
  16. ^ Blumenthal, 1990, pp. 82-83.
  17. ^ Blumenthal, 1990, p. 86.
  18. ^ Liber Pontificalis, p. 331, citato nell'Enciclopedia online dei Papi
  19. ^ Rendina, 2005, pp. 367-369.
  20. ^ a b Blumenthal, 1990, p. 87.
  21. ^ Blumenthal, 1990, p. 88.
  22. ^ Blumenthal, 1990, p. 114.
  23. ^ Blumenthal, 1990, p. 106.
  24. ^ Montanari, 2006, p. 138.
  25. ^ Blumenthal, 1990, pp. 120-121.
  26. ^ Blumenthal, 1990, p. 126.
  27. ^ Blumenthal, 1990, pp. 124-125.
  28. ^ Niccolò II, in Enciclopedia dei Papi, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2000.
  29. ^ Montanari, 2006, p. 139.
  30. ^ Blumenthal, 1990, pp. 121-122.
  31. ^ Enrico IV imperatore, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  32. ^ Blumenthal, 1990, pp. 121-122.
  33. ^ Fliche, 1950, pp. 75-77.
  34. ^ Balard, Genet e Rouche, 2003, p. 176.
  35. ^ Montanari, 2006, p. 139.
  36. ^ Montanari, 2006, p. 140.
  37. ^ Salvatorelli, 1940, p. 89.
  38. ^ Cantarella, 2005, p. 144.
  39. ^ Rovan, 1994, p. 119.
  40. ^ Cantarella, 2005, pp. 147-148.
  41. ^ Mayeur et al., 1995, p. 121.
  42. ^ Barbero e Frugoni, 2001, p. 99.
  43. ^ a b c Salvatorelli, 1940, p. 94.
  44. ^ Barbero e Frugoni, 2001, p. 100.
  45. ^ Rendina, 1983, pp. 316-322.
  46. ^ Cantarella, 2005, p. 11.
  47. ^ Salvatorelli, 1940, p. 90.
  48. ^ Salvatorelli, 1940, p. 91.
  49. ^ a b Ugo di Remiremont, detto Candido o de Caldario, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  50. ^ Cantarella, 2005, p. 139.
  51. ^ Salvatorelli, 1940, p. 92.
  52. ^ Blumenthal, 1990, p. 169.
  53. ^ Cantarella, 2005, pp. 164-166.
  54. ^ (EN) Medieval Sourcebook: Henry IV: Letter to Gregory VII, Jan 24 1076
  55. ^ Cantarella, 2005, pp. 160-161.
  56. ^ a b Salvatorelli, 1940, p. 95.
  57. ^ a b Blumenthal, 1990, pp. 170-171.
  58. ^ a b Cantarella, 2005, pp. 167-168.
  59. ^ Blumenthal, 1990, p. 171.
  60. ^ Paolo Golinelli, Matilde di Canossa, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 72, Treccani, 2008. URL consultato il 25 novembre 2013.
  61. ^ Blumenthal, 1990, pp. 172-173.
  62. ^ Cantarella, 2005, pp. 168-169.
  63. ^ Salvatorelli, 1940, p. 97.
  64. ^ a b Cantarella, 2005, pp. 170-173.
  65. ^ Rapp, 2000, p. 141.
  66. ^ Cantarella, 2005, pp. 201, 213-214.
  67. ^ Cantarella, 2005, pp. 216-218.
  68. ^ Cantarella, 2005, pp. 226-228.
  69. ^ Cantarella, 2005, pp. 232-235.
  70. ^ Salvatorelli, 1940, p. 103.
  71. ^ Salvatorelli, 1940, p. 104.
  72. ^ Salvatorelli, 1940, p. 105.
  73. ^ a b Salvatorelli, 1940, p. 107.
  74. ^ Cantarella, 2005, pp. 280-284.
  75. ^ Cantarella, 2005, p. 284.
  76. ^ Cantarella, 2005, p. 285.
  77. ^ Salvatorelli, 1940, p. 108.
  78. ^ a b Montanari, 2006, p. 141.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

Controllo di autoritàThesaurus BNCF 29707 · GND (DE4027580-2