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Posizione della Renania (come definito dal Trattato di Versailles), lungo il fiume Reno.

La rimilitarizzazione della Renania da parte dell'esercito tedesco ebbe luogo il 7 marzo 1936, quando le forze militari tedesche entrarono nella Renania.

Questa occupazione fu storicamente di grande importanza in quanto violava lo status smilitarizzato della Renania previsto dai termini del Trattato di Versailles e del Patto di Locarno e che spostò i rapporti di forza, presenti allora in Europa, dalla Francia verso la Germania. L'entrata dell'esercito tedesco in questa regione, per la prima volta dalla fine del prima guerra mondiale, permise alla Germania di perseguire una politica di aggressione nell'Europa orientale.

Indice

AntefattiModifica

Versailles e LocarnoModifica

Ai sensi degli articoli 42, 43 e 44 del Trattato di Versailles del 1919, imposto alla Germania dagli Alleati dopo la Prima guerra mondiale, alla Germania fu "proibito di mantenere o costruire qualsiasi fortificazione, o sulla riva sinistra del Reno, o sulla riva destra a ovest di una linea tracciata 50 km a est del Reno". Se avesse avuto luogo una violazione "in qualsiasi modo" di questo articolo, ciò "sarebbe stata considerata come la commissione di un atto ostile [...] potenzialmente in grado di turbare la pace del mondo".[1] Il Patto di Locarno, firmato nell'ottobre 1925 da Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna, dichiarava che la Renania doveva mantenere definitivamente il suo status smilitarizzato.[2] Questo patto venne considerato importante, in quanto era un'accettazione volontaria tedesca dello stato della Renania smilitarizzata in contrasto con il diktat di Versailles.[2][3][4][5] Secondo i termini del Patto di Locarno, la Gran Bretagna e l'Italia garantivano la frontiera franco-tedesca e lo stato smilitarizzato della Renania contro una "violazione flagrante", senza però definire che cosa costituisse una "violazione flagrante".[6] Secondo i termini del Patto di Locarno, se la Germania avesse attaccato la Francia, la Gran Bretagna e l'Italia erano obbligate ad appoggiare militarmente la Francia, e, allo stesso modo, se la Francia avesse dovuto attaccare la Germania, la Gran Bretagna e l'Italia sarebbero state costrette ad aiutare la Germania.[4] Lo storico americano Gerhard Weinberg definì lo stato smilitarizzato della Renania la "più importante garanzia di pace in Europa", fatto che rese impossibile alla Germania di attaccare i suoi vicini a ovest, e, dato che la zona demilitarizzata rendeva la Germania indifesa a ovest, era per lei impossibile attaccare i suoi vicini a est, lasciandola indifesa a un'eventuale e devastante offensiva francese, se il Reich avesse cercato di invadere uno qualsiasi degli stati garantiti dal sistema di alleanza francese in Europa orientale, il cosiddetto cordone sanitario.[7]

Il Trattato di Versailles inoltre stabiliva che le forze militari alleate si sarebbero ritirate dalla Renania nel 1935, anche se in realtà si ritirarono nel 1930. Il ministro degli Esteri tedesco Gustav Stresemann annunciò nel 1929 che la Germania non avrebbe ratificato il Piano Young del 1928 che impegnava i tedeschi a pagare i danni di guerra, a meno che gli alleati non decidessero di lasciare la Renania nel 1930. La delegazione britannica alla Conferenza dell'Aja sulle indennità di guerra tedesche nel 1929[8] propose che i danni di guerra pagati dalla Germania avrebbero dovuto essere ridotti, e che le forze britanniche e francesi avrebbero dovuto evacuare la Renania. Henderson convinse lo scettico primo ministro francese, Aristide Briand, ad accettare la proposta che tutte le forze di occupazione alleate avrebbero evacuato la Renania entro giugno del 1930. Gli ultimi soldati britannici si ritirarono alla fine del 1929 e gli ultimi soldati francesi nel mese di giugno 1930. Finché i francesi continuarono a occupare la Renania, la regione funzionava come una forma di "garanzia", in base alla quale i francesi avrebbero risposto a qualsiasi tentativo tedesco di annessione della Renania. Fu la paura a far compiere ai francesi questo passo, e che dissuase i successivi governi di Weimar a non violare gli articoli V e VI del trattato di Versailles, che avevano disarmato la Germania. Una volta che gli ultimi soldati francesi lasciarono la Renania, nel giugno 1930, la Francia non poté più svolgere il suo ruolo di "garanzia", aprendo così la porta al riarmo tedesco. La decisione francese di costruire nel 1929 la linea Maginot, che costò centinaia di milioni di franchi, fu una tacita ammissione francese che sarebbe stata solo una questione di tempo, prima che riprendesse vigore il riarmo tedesco, e che la Renania prima o poi venisse remilitarizzata.[9][10] L'intelligence del Deuxième Bureau rese noto che la Germania, per tutti gli anni '20 violò continuamente il trattato di Versailles con l'aiuto dell'Unione Sovietica. Con le truppe francesi fuori dalla Renania, era prevedibile che la Germania sarebbe diventata più propensa a violare il Trattato di Versailles.[11] La linea Maginot, a sua volta, dal punto di vista della sicurezza francese, ridusse l'importanza della presenza della regione smilitarizzata della Renania.

Le politiche estere delle potenze interessateModifica

La politica estera dell'Italia fascista era, come sempre a quei tempi, "equidistante" da tutte le grandi potenze, al fine di esercitare un "peso determinante". Se l'Italia avesse scelto di allinearsi avrebbe decisamente alterato l'equilibrio politico in Europa, il cui prezzo sarebbe stato il mancato supporto alle ambizioni italiane in Europa e/o in Africa.[12] L'obiettivo della politica estera dell'Unione Sovietica venne esposta da Stalin in un discorso il 19 gennaio 1925, che, se fosse scoppiata un'altra guerra mondiale, che Stalin riteneva come inevitabile tra gli Stati capitalisti: "Per massimizzare il nostro intervento scenderemo in campo, solo alla fine"[13] Per promuovere questo obiettivo di una nuova guerra mondiale, che avrebbe portato al trionfo mondiale il comunismo, l'Unione Sovietica sostenne gli sforzi tedeschi nel violare il Trattato di Versailles, assistendo al riarmo segreto tedesco, una politica che causò molta tensione con la Francia. Un ulteriore problema nelle relazioni franco-sovietiche era la questione del debito russo. Prima del 1917, la Francia fu di gran lunga il maggiore investitore nella Russia imperiale, e la più grande acquirente del debito russo, quindi la decisione presa da Lenin nel 1918 di azzerare tutti i debiti e di confiscare tutte le proprietà private, a prescindere che fossero russe o straniere, aveva inferto un colpo micidiale al mondo degli affari e della finanza francese. La questione dell'azzeramento del debito russo e del risarcimento alle imprese francesi colpite dalle politiche di nazionalizzazione sovietica, aveva avvelenato le relazioni franco-sovietiche fino ai primi anni '30. Il più importante risultato della diplomazia francese tra le due guerre fu il cordone sanitario in Europa orientale, cordone che aveva lo scopo di mantenere sia l'Unione Sovietica sia la Germania fuori dall'Europa Orientale. A tal fine, la Francia aveva firmato trattati di alleanza con la Polonia nel 1921, la Cecoslovacchia nel 1924, la Romania nel 1926 e la Jugoslavia nel 1927.[14] Gli stati del cordone sanitario, di fatto sostituivano economicamente e politicamente la Russia imperiale come principali alleati orientali della Francia, ed emersero come un'area d'influenza politica, militare, economica e culturale francese.[14][15] Se la Germania avesse dovuto attaccare uno qualsiasi di essi, la Francia avrebbe risposto con un'offensiva verso la Germania occidentale. Molto prima del 1933, le élite militari e diplomatiche tedesche avevano considerato lo stato della Renania smilitarizzata solo come temporaneo, e prevedevano di remilitarizzare la regione alla prima occasione diplomatica favorevole.[16] Nel mese del dicembre 1918, in una riunione dell'élite militare tedesca[17], venne decisa la ricostruzione della potenza militare tedesca per dare inizio a una nuova guerra mondiale, ma questa volta per vincerla.[18] Per tutti gli anni Venti e nei primi anni Trenta, i piani delle forze armate tedesce, la Reichswehr, svilupparono una strategia per distruggere la Francia e la sua alleata Polonia.[19] Per tutti gli anni Venti, vennero prese misure dal governo tedesco per organizzare la remilitarizzazione, come ad esempio mantenere un'ex caserma in buono stato di manutenzione, nascondere materiali militari in depositi segreti e costruire dogane e torri di avvistamento incendi, che avrebbero potuto essere facilmente convertite in torri d'osservazione e postazioni di mitragliatrici lungo la frontiera.[20]

Dal 1919 al 1932, le spese della difesa britannica vennero basate sulla Legge decennale, che presumeva che non ci sarebbe stata nessuna guerra importante nei successivi dieci anni, una politica che condusse i militari britannici a ridurre drasticamente le spese militari.[21] Tra i decisori britannici, l'idea di un "impegno continentale" dell'invio di un grande esercito per combattere sul continente europeo contro la Germania non venne mai esplicitamente respinto, ma neanche favorito.[22] Il ricordo delle pesanti perdite subite nella Grande Guerra convinse molti a considerare l'"impegno continentale" del 1914 come un grave errore. Per la maggior parte del periodo tra le due guerre, gli inglesi furono estremamente riluttanti ad assumere impegni di sicurezza in Europa orientale, considerando la regione come troppo instabile e improbabile nel coinvolgere la Gran Bretagna in guerre indesiderate. Al massimo, la Gran Bretagna era disposta a prendere solo impegni di sicurezza limitati in Europa occidentale, e anche allora cercò di evitare "l'impegno continentale", per quanto possibile. Nel 1925, il ministro degli Esteri britannico, Sir Austen Chamberlain dichiarò ufficialmente in pubblico, in occasione della conferenza di Locarno, che il Corridoio di Danzica, "non vale le ossa di un solo granatiere britannico".[23][24] In quanto tale, Chamberlain dichiarò che la Gran Bretagna non avrebbe garantito il confine tedesco-polacco sulla base del fatto che il corridoio polacco avrebbe dovuto essere restituito alla Germania. Che gli inglesi non presero sul serio anche i loro impegni assunti a Locarno, poteva essere visto nel divieto di Whitehall, allo stato maggiore dei capi militari, di tenere colloqui con i militari tedeschi, francesi e italiani su "che cosa fare", se si fosse verificata una "flagrante violazione" del Patto di Locarno da parte della Germania.[25] In generale, per la maggior parte degli anni '20 e '30, la politica estera britannica si basò sugli Appeasement, in base ai quali il sistema internazionale istituito a Versailles, sarebbe stato rivisto in favore della Germania, al fine di convincere la Germania ad accettare l'attuale ordine internazionale e quindi garantire la pace. Uno dei principali obiettivi britannici a Locarno fu quello di creare una situazione in cui la Germania avrebbe potuto perseguire pacificamente il revisionismo territoriale in Europa orientale.[26] Il punto di vista britannico era che, se le relazioni franco-tedesche fossero migliorate, la Francia avrebbe gradualmente abbandonato il cordone sanitario, come era noto il sistema di alleanza francese in Europa orientale tra le due guerre.[26] Una volta che la Francia avesse abbandonato i suoi alleati in Europa orientale, come contropartita a migliori relazioni con il Reich, i polacchi e i cecoslovacchi, non avendo una grande potenza alleata a proteggerli, sarebbero stati costretti ad adeguarsi alle richieste tedesche, e quindi, avrebbero consegnato i territori rivendicati dalla Germania come i Sudeti, il Corridoio di Danzica e la Città Libera di Danzica[27].[26] I politici britannici non sopportavano il "francofilo", Sir Robert "Van" Vansittart, Sottosegretario Permanente al Ministero degli Esteri, che, nel 1931, scrisse che la Gran Bretagna avrebbe affrontato un'"insopportabile" dominazione francese in Europa, per cui era necessaria una rinascita della potenza tedesca, al fine di controbilanciare il potere francese.[28] La Francia, all'inizio degli anni '30, presentava debolezze economiche e demografiche di gran lunga maggiori di quelle della Germania, come una maggiore popolazione, un'economia più prospera, non ultimo il fatto che, gran parte della Francia era devastata a causa della prima guerra mondiale, mentre la Germania era in gran parte intatta. Tutti questi aspetti non erano apprezzati da Whitehall e destavano negli inglesi, non poche preoccupazioni.

La situazione europea, 1933-36Modifica

Le manovre diplomaticheModifica

Nel mese del marzo 1933, il ministro della Difesa tedesco, generale Werner von Blomberg, aveva finalmente elaborato i piani per la remilitarizzazione dell Renania.[29] Blomberg, a partire dall'autunno del 1933, ebbe a disposizione in Renania le unità paramilitari della Landespolizei. A tali unità venne fornito sia un addestramento militare segreto sia armi militari, al fine di preparare la remilitarizzazione.[30] Una nota del generale Ludwig Beck del marzo 1935, sulla necessità per la Germania di garantire lo "Spazio Vitale" (Lebensraum) in Europa orientale, aveva accettato il fatto che la remilitarizzazione della Renania avrebbe potuto realizzarsi, non appena fosse stato diplomaticamente possibile.[29] In generale, i militari, i diplomatici d'élite e i politici tedeschi, credevano che non sarebbe stato possibile remilitarizzare la regione non prima del 1937.[31]

Nel 1933, il cambiamento di regime politico in Germania, fu per Londra un primo campanello d'allarme. Inoltre vi era una grande incertezza sulle vere intenzioni di Hitler a lungo termine. Nel mese dell'agosto del 1933, il capo del Comitato di Difesa Imperiale (CID), il generale dei Royal Marines, Sir Maurice Hankey, che serviva come eminenza grigia per la difesa e la politica estera britannica, visitò la Germania, riportando nel mese di ottobre del 1933, le sue impressioni sulla "nuova Germania". Il rapporto di Hankey si concludeva con le parole: "Stiamo ancora trattando con l'Hitler del Mein Kampf, che imbonisce i suoi avversari con le parole giuste al fine di guadagnare tempo per poter armare il suo popolo, guardando sempre il giorno in cui potrà gettare la maschera e attaccare la Polonia? O è un nuovo Hitler, che ha scoperto il peso di una guida responsabile, e vuole districarsi, come molti tiranni precedenti, dagli impegni dei suoi giorni irresponsabili? Questo è l'enigma che deve essere risolto".[32] Questa incertezza, su ciò che erano le intenzioni finali di Hitler in politica estera, condizionò molto la politica britannica nei confronti della Germania, fino al 1939. I leader britannici non avrebbero mai potuto comprendere se Hitler stava semplicemente cercando l'accettabile obiettivo, per gli inglesi, di rivedere i trattati di Versailles, o l'inaccettabile obiettivo di dominare l'Europa. La politica britannica verso la Germania fu una politica a doppio binario alla ricerca di una "soluzione globale" con il Reich, in cui le "legittime" lamentele tedesche per il trattato di Versailles sarebbero state affrontate a favore della Germania. Nello stesso tempo gli inglesi perseguivano un riarmo per negoziare con la Germania da una posizione di forza. Era un tentativo per dissuadere Hitler dalla scelta della guerra come opzione. Nel mese di febbraio 1934, un rapporto segreto del Comitato Requisiti della Difesa identificò la Germania come "ultimo nemico potenziale", a cui il riarmo britannico doveva essere diretto.[33] Anche se la possibilità di bombardamenti tedeschi contro le città britanniche rese più importante avere il sostegno militare di una potenza amica dall'altra parte della Manica, molti leader britannici erano freddi, se non addirittura ostili, verso l'idea di un "impegno continentale".[34] Quando nel 1934 il riarmo britannico ebbe inizio, la priorità in termini di finanziamento, era nell'ordine verso l'aviazione e la marina, l'esercito ricevette la priorità più bassa, in parte per escludere, come opzione, un "impegno continentale".[35] Sempre più spesso, i responsabili delle decisioni favorirono l'idea di "responsabilità limitata", in base alla quale se avesse dovuto realizzarsi un "impegno continentale", la Gran Bretagna avrebbe dovuto inviare in Europa, solo il più piccolo corpo di spedizione possibile, riservando il suo sforzo principale verso la guerra nei cieli e sui mari.[36] Il rifiuto della Gran Bretagna di un "impegno continentale" simile a quello offerto nel corso della prima guerra mondiale, causò tensioni con i francesi, che credevano che sarebbe stato impossibile sconfiggere la Germania senza un altro grande "impegno continentale", e non amavano l'idea che il grosso dei combattimenti avrebbe dovuto essere realizzato a terra.

A partire dal 1934, il ministro degli Esteri francese Louis Barthou aveva deciso di porre fine a ogni potenziale aggressione tedesca, con la costruzione di una rete di alleanze volte a isolare la Germania. Per questo motivo attivò il suo corpo diplomatico sia verso l'Unione Sovietica sia verso l'Italia. Fino al 1933, l'Unione Sovietica aveva sostenuto gli sforzi tedeschi per sfidare il Trattato di Versailles, ma lo stridente anti-comunismo del regime nazionalsocialista con la sua richiesta del Lebensraum aveva spinto i sovietici a un drastico cambiamento sul mantenimento del Trattato di Versailles. Nel mese del settembre 1933 l'Unione Sovietica tolse il suo sostegno segreto al riarmo tedesco, iniziato ben dodici anni prima nel 1921. Con il pretesto della sicurezza collettiva, il Commissario degli Esteri sovietico Maksim Maksimovič Litvinov incominciò ad apprezzare il Trattato di Versailles, che, fino ad allora i leader sovietici avevano denunciato come un complotto capitalista per "schiavizzare" la Germania. A partire dal 1920, Benito Mussolini sovvenzionò in Austria il movimento di destra Heimwehr,[37] e, dopo che l'ultra-conservatore Cancelliere Engelbert Dollfuss nel 1933, di fatto, instaurò una dittattura, l'Austria cadde nella sfera di influenza italiana.[38] La campagna terroristica montata dai nazisti austriaci, con l'aperto sostegno della Germania, contro il regime Dollfuss, con l'obiettivo di rovesciare Dollfuss per realizzare l'annessione (Anschluss), fu la causa di forti tensioni tra Roma e Berlino.[38] Mussolini aveva avvertito Hitler più volte che l'Austria si trovava nella sfera di influenza italiana, e non della Germania, per cui chiedeva ai tedeschi di cessare il tentativo di rovesciare il suo protetto Dollfuss. Il 25 luglio 1934 si verificò a Vienna il Putsch di Luglio, che vide Dollfuss assassinato dalle SS austriache, con l'annuncio da parte dei nazisti austriaci, che l'Anschluss si poteva realmente realizzare. Nello stesso tempo, quando i nazisti austriaci tentarono di prendere il potere in Austria, la Legione SS Austriaca con base in Baviera incominciò ad attaccare i posti di frontiera lungo il confine austro-tedesco, in quello che sembrava l'inizio di un'invasione. In risposta, Mussolini mobilitò l'esercito italiano, concentrando diverse divisioni al Brennero, avvertendo Hitler che l'Italia sarebbe andata in guerra contro la Germania se avesse cercato di invadere l'Austria.[38] Hitler fu costretto a battere una ritirata umiliante, poiché disapprovò il putsch che aveva ordinato, e non lo seguì invadendo l'Austria, mentre il governo austriaco reprimeva il putsch dei nazisti austriaci.[38] Dopo che Barthou venne assassinato il 9 ottobre 1934, il suo lavoro nel tessere alleanze anti-tedesche con l'Unione Sovietica e l'Italia venne continuato da Pierre Laval. Il 7 gennaio del 1935, durante un vertice a Roma, Laval in sostanza disse a Mussolini che aveva "mano libera" nel Corno d'Africa, e che la Francia non si sarebbe opposta a un'invasione italiana in Etiopia.[38] Il 14 aprile 1935, il primo ministro di Gran Bretagna Ramsay MacDonald, il primo ministro di Francia Pierre Laval e il Capo del Governo Benito Mussolini s'incontrarono a Stresa per formare il Fronte di Stresa, per opporsi a ulteriori violazioni tedesche di Versailles a seguito della dichiarazione tedesca del marzo 1935 che la Germania non avrebbe più rispettato le Parti V° e VI° del trattato di Versailles.[38] Nella primavera del 1935 ebbero inizio i colloqui dello stato maggiore congiunto tra la Francia e l'Italia, con l'obiettivo di formare una alleanza militare anti-tedesca.[38] Il 2 maggio 1935, Laval si recò a Mosca, dove firmò un trattato di alleanza con l'Unione Sovietica. Immediatamente, il governo tedesco incominciò una violenta campagna di stampa contro il patto franco-sovietico, sostenendo che era una violazione del Patto di Locarno e che rappresentasse per il Reich un "pericolo immenso".

Nel suo "discorso di pace" del 21 maggio 1935, Adolf Hitler dichiarò: "In particolare, essi [i tedeschi] sosterranno e rispetteranno tutti gli obblighi derivanti dal Patto di Locarno, a condizione che le altre parti siano pronte a rispettare a loro volta quel patto".[39] Quella linea nel discorso di Hitler venne scritta dal suo ministro degli Esteri, il barone Konstantin von Neurath, che voleva rassicurare i leader stranieri, che si sentivano minacciati, nel 1935, dall'atteggiamento tedesco di rinnegare la parte V° del Trattato di Versailles, che aveva disarmato la Germania.[39] Allo stesso tempo, Neurath voleva fornire un'apertura per l'eventuale remilitarizzazione della Renania, quindi la copertura condizionale della promessa di obbedire a Locarno solo finché lo facevano le altre potenze.[39] Hitler aveva, almeno in pubblico, l'atteggiamento che la Germania non si considerava vincolata al diktat di Versailles, ma che avrebbe rispettato volentieri il Patto di Locarno, in base al quale la Germania aveva promesso di mantenere per sempre la Renania smilitarizzata. Quindi Hitler promise, sempre durante i suoi "discorsi di pace", di obbedire a Locarno ma non al Trattato di Versailles.[40] Hitler avrebbe remilitarizzato la Renania nel marzo 1935, per buona pace degli alleati, quando annunciò che la Germania non avrebbe più obbedito alla parte V° né alla VI° del Trattato di Versailles, che avevano disarmato la Germania, ma dal momento che la Renania era coperta dal Patto di Locarno, il suo stato smilitarizzato sarebbe continuato.[40] Inoltre, dato che, sotto Locarno, Gran Bretagna e Italia erano costretti a difendere la Germania se la Francia avesse dovuto invaderla, dal punto di vista tedesco aveva senso continuare a rispettare Locarno, dato il timore che la Francia avrebbe potuto attivarsi militarmente nel momento in cui la Germania avrebbe ripudiato le clausole di disarmo di Versailles nel marzo 1935.[41]

La crisi abissinaModifica

Il 7 giugno 1935, in Gran Bretagna, MacDonald si dimise dalla carica di primo ministro a causa dei suoi problemi di. Venne sostituito da Stanley Baldwin del partito conservatore. Il cambio di leadership non influenzò significativamente la politica estera britannica. Il 3 ottobre del 1935, l'Italia invase l'Etiopia, dando inizio alla crisi abissina. Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica britannica, molto favorevole alla sicurezza collettiva, il governo prese l'iniziativa per convincere la Società delle Nazioni ad applicare sanzioni contro l'Italia.[42] La decisione del primo ministro britannico Stanley Baldwin, di adottare un profilo deciso a favore della sicurezza collettiva, venne principalmente motivata dalla politica interna. Lo storico inglese A. J. P. Taylor scrisse:

«"Il cauto sostegno alla Società delle Nazioni, anche se insufficiente a trattenere Mussolini, si rivelò una manovra di grande successo della politica interna. Nel corso dei due anni precedenti, l'opposizione laburista interferì nella politica estrera del governo nazionale, in entrambe le direzioni, denunciando, in un primo momento, il fallimento nell'affermare un principio di sicurezza collettiva e, successivamente, il presunto sabotaggio della conferenza sul disarmo. Così i laburisti speravano di ottenere i voti sia dei pacifisti sia dei sostenitori della Società delle Nazioni. Con destrezza casuale, Baldwin rovesciò il tavolo. "Tutte le sanzioni", che il primo ministro Hoare avrebbe dovuto sostenere a Ginevra, misero i laburisti in una difficile condizione. Avrebbero dovuto chiedere sanzioni più severe, con il rischio della guerra, e quindi perdere i voti dei pacifisti? Oppure avrebbero dovuto denunciare la Società delle Nazioni come una farsa pericolosa, e quindi perdere i voti dei loro sostenitori? Dopo un acceso dibattito, i laburisti decisero di fare entrambe le cose, e ne seguì l'inevitabile risultato. Nel novembre 1935 vi furono le elezioni politiche [...] Il governo nazionale ottenne una maggioranza di quasi duecentocinquanta seggi".[43]»

Avendo appena vinto le elezioni, il 14 novembre 1935, in base al principio della sicurezza collettiva, il governo Baldwin premette fortemente per le sanzioni contro l'Italia a causa dell'invasione dell'Etiopia. La Società delle Nazioni votò, il 18 novembre 1935, la mozione britannica per imporre sanzioni all'Italia con effetto immediato. La linea britannica, secondo la quale la sicurezza collettiva dovesse essere accolta per quanto riguardava l'Etiopia, fu la causa di notevoli tensioni politiche tra Parigi e Londra, con i francesi che ritenevano fosse Hitler, e non Mussolini, a rappresentare il vero pericolo per la pace, e che, se si accettava la conquista dell'Etiopia come prezzo per avallare gli accordi presi al Fronte di Stresa, valeva la pena pagare.[42] Weinberg scrisse:

«"I francesi erano stupiti dall'entusiasmo con cui governo britannico aveva approvato in Africa il principio della sicurezza collettiva, finora rifiutato con tanta enfasi in Europa. Una nazione disposta ad accettare la responsabilità per l'integrità degli alleati della Francia dell'Europa orientale, improvvisamente sembrava desiderosa di sostenere l'Etiopia. "[42]»

Lo storico britannico Correlli Barnett scrisse riguardo a Laval: "[...] tutto ciò che veramente importava era la Germania nazista. Pareva avesse solo interesse sulla zona smilitarizzata della Renania, e i suoi pensieri sul Patto di Locarno. Per allontanare l'Italia, una delle potenze che stipularono il Patto di Locarno, su una questione come l'Etiopia, non si appellò certo alla mente contadina di Auvergnat di Laval".[44] Con Parigi e Londra apertamente in disaccordo sulla risposta corretta all'invasione italiana dell'Etiopia, per non parlare della spaccatura tra Italiani e Inglesi, in Germania tali politiche vennero interpretate come un'apertura alla remilitarizzazione della Renania.[42] La controversia anglo-italiana collocò i francesi in una posizione scomoda. Da un lato, il continuo rifiuto della Gran Bretagna ad un "impegno continentale", convinceva i francesi che l'Italia fosse l'unica ed altra Nazione europea occidentale, a mettere in campo un grande esercito contro la Germania.[45] D'altro canto, l'economia britannica contava molto di più dell'economia italiana, quindi questo fatto significava, per la prospettiva francese a lungo termine, che la Gran Bretagna potesse essere un alleato migliore. La Gran Bretagna infatti possedeva una capacità di resilenza e resistenza economica molto più elevata dell'Italia, al fine di sostenere quella che avrebbe potuto manifestarsi come un'altra "guerra di lunga durata" contro la Germania.[45] Lo storico americano Zach Shore scrisse che: "[...] I leader francesi si trovarono nella scomoda posizione di ottenere cooperazione militare di due alleati incompatibili. Poiché gli interessi di l'Italia e Gran Bretagna nel Mediterraneo erano divergenti, la Francia non poteva di certo allearsi con uno senza alienare l'altro".[45] Per evitare una rottura totale con la Gran Bretagna, la Francia non utilizzò il suo potere di veto in quanto membro del Consiglio della Società, votò invece per le sanzioni contro l'Italia.[46] Tuttavia, Mussolini si sentì tradito dai suoi amici francesi, e, insieme alla Gran Bretagna, la Francia fu la nazione con la quale era più arrabbiato a causa delle sanzioni. Nonostante tutta l'indignazione di Mussolini, le sanzioni erano in gran parte inefficaci. Gli Stati Uniti e la Germania, entrambi i quali non erano membri della Società, scelsero di non rispettare le sanzioni, e, come conseguenza, le aziende americane e tedesche fornirono l'Italia di tutti i beni che la Società aveva iscritto nell'elenco delle sanzioni, rendendole più un fastidio che un problema per gli italiani.[47]

Nei primi anni '30, i crittografi italiani avevano decifrato i codici navali e diplomatici britannici. Di conseguenza, Mussolini sapeva bene che, anche se nel settembre del 1935, la Gran Bretagna fosse stata in grado di minacciare la guerra attraverso mosse come il rafforzamento della flotta mediterranea, gli inglesi avevano già deciso in anticipo che non sarebbero mai andati in guerra per l'Etiopia.[48] In base a questa informazione, Mussolini, verso la fine del 1935, si sentì libero di minacciare una guerra contro la Gran Bretagna, dichiarando, nel climax del discorso, che avrebbe preferito "... vedere il mondo intero salire in una fiammata, piuttosto che fermare l'invasione dell'Etiopia".[49] Le frequenti minacce di Mussolini di distruggere l'impero britannico, se gli inglesi avessero continuato ad opporsi alla sua guerra etiopica, avevano creato l'impressione, a fine 1935, inizio 1936, che la Gran Bretagna e l'Italia erano sull'orlo di una guerra.

Alla fine del 1935, Neurath sparse la voce secondo cui la Germania aveva in progetto di remilitarizzare la Renania in risposta al patto franco-sovietico del maggio 1935, che Neurath insistette definire come una violazione al Patto di Locarno che minacciava la Germania.[39] Allo stesso tempo ordinò ai diplomatici tedeschi di avviare l'elaborazione di ricorsi legali che giustificassero la remilitarizzazione della Renania motivandolo con il fatto che il patto franco-sovietico violava il Patto di Locarno.[39] In tal modo, Neurath agiva senza ordini di Hitler, ma in attesa che il tempo fosse maturo per la remilitarizzazione, a causa della crisi nelle relazioni anglo-italiane per la guerra italo-etiope.[39] Per risolvere la crisi abissina, Robert Vansittart, Sottosegretario Permanente del Ministero degli Esteri britannico, propose al ministro degli Esteri Samuel Hoare, quello che venne conosciuto come il piano Hoare-Laval, in base alla quale la metà d'Etiopia sarebbe stata data all'Italia, mentre il resto rimaneva nominalmente indipendente sotto l'imperatore Hailé Selassié. Vansittart, appassionato francofilo e altrettanto fervente germanofobo , vide la Germania come il vero pericolo, per cui volle sacrificare l'Etiopia per il bene del mantenimento del Fronte di Stresa.[50][51] Vansittart aveva un potente alleato in Hankey, fautore della realpolitik, che vedeva l'intera idea d'imporre sanzioni all'Italia come una grande follia.[52] Convinto dei meriti di approccio di Vansittart, il primo ministro inglese, Hoare si recò a Parigi per incontrare Laval, che accettò il piano. Tuttavia, Alexis St. Leger, segretario generale presso il Quai d'Orsay, pur essendo considerato trai i funzionari francesi generalmente pro-italiani, stranamente aveva un'avversione viscerale dell'Italia fascista, per cui decise di sabotare il piano Hoare-Laval facendolo trapelare alla stampa francese.[53] St. Leger era, a detta di tutti, considerato un carattere "piuttosto strano": a volte sceglieva di minare le iniziative politiche che disapprovava.[54] L'eccentrico St. Leger era particolarmente noto per la sua ossessione di scrivere poesie molto erotiche che celebravano la bellezza e la sensualità delle donne e le gioie del sesso, su cui trascorse una quantità sproporzionata di tempo[55]. In una strana asimmetria, il francofilo Vansittart era a favore dell'approccio francese, secondo la quale valesse la pena lasciare che l'Italia conquistasse l'Etiopia, per alimentare il Fronte di Stresa, mentre l'anglofilo St. Leger al Quai d'Orsay fu a favore dell'approccio britannico di difendere la sicurezza collettiva, anche a rischio di danneggiare lo stesso Fronte. Quando la notizia del piano Hoare-Laval, che essenzialmente premiava Mussolini, raggiunse la Gran Bretagna, causò un tale clamore che il primo ministro britannico, Hoare dovette dimettersi, per essere sostituito da Anthony Eden. Il neoeletto governo Baldwin venne quasi rovesciato da una rivolta di parlamentari. Baldwin mentì alla Camera dei Comuni, sostenendo piuttosto falsamente che il governo non era a conoscenza del piano Hoare-Laval, e che Hoare era un ministro canaglia che agiva di propria iniziativa. In Francia, l'opinione pubblica era indignata per il piano Hoare-Laval, solo come lo fu l'opinione pubblica britannica. La politica di Laval di svalutazione il franco francese, per costringere alla deflazione all'economia francese in modo da aumentare le esportazioni francesi per contrastare la Grande Depressione, lo aveva già reso estremamente impopolare, per cui il piano Hoare-Laval danneggiò ulteriormente la sua reputazione. La Camera dei Deputati discusse il piano del 27 e 28 dicembre 1935. Il Fronte Popolare lo condannò, con Léon Blum che disse a Laval: "Si è tentato di darvi e di mantenervi. Avete voluto 'la botte piena e la moglie ubriaca'. Avete annullato le vostre parole con le vostre azioni e le vostre azioni con le vostre parole. Avete svilito tutto con riparazioni, intrighi e scivolosità [...] Non abbastanza sensibile all'importanza delle grandi questioni morali, avete ridotto tutto al livello dei vostri metodi meschini".[56] Yvon Delbos dichiarò: "Il vostro piano è morto e sepolto. Dal suo fallimento, che è totale, avreste potuto - ma non lo avete fatto - trarre una conclusione personale. Emergono due lezioni. La prima è che voi siete finito in un vicolo cieco, perché avete sconvolto tutti senza soddisfare l'Italia. La seconda è che dobbiamo tornare allo spirito del Patto della Società delle Nazioni, conservando l'accordo con le nazioni riunite a Ginevra ".[57] Paul Reynaud accusò il governo francese di aiutare Hitler, rovinando l'alleanza anglo-francese.[57]

Mussolini, da parte sua, respinse il piano Hoare-Laval, affermando che voleva sottomettere tutta l'Etiopia, non solo la metà. Dopo il fiasco del piano Hoare-Laval, il governo britannico riprese la sua precedente politica d'imporre sanzioni contro l'Italia, ma in modo poco convinto, causando di fatto gravi tensioni nelle relazioni con Parigi, ma in particolare con Roma. Dato l'atteggiamento provocatorio italiano, la Gran Bretagna volle avviare colloqui personali con la Francia per una possibile guerra contro l'Italia.[58] Il 13 dicembre 1935, Neurath disse all'ambasciatore britannico Sir Eric Phipps che Berlino considerava eventuali colloqui personali anglo-francesi senza la Germania, anche se diretti solo contro l'Italia, come una violazione del Patto di Locarno che avrebbe costretto la Germania a remilitarizzare la Renania.[58] Attraverso le relazioni italo-tedesche, che furono abbastanza scostanti nel 1935, la Germania fu una sostenitrice dichiarata dell'invasione italiana dell'Etiopia e offrì a Mussolini una benevola neutralità.[59] Sotto la bandiera della supremazia bianca e del fascismo, Hitler uscì con forza per l'invasione italiana e fece uno scopo lo spedire agli italiani varie materie prime ed armi, che le sanzioni della Società delle Nazioni avevano proibito all'Italia.[60] Il supporto di Hitler per l'aggressione italiana vinse per lui molta benevolenza a Roma.[60] Al contrario, gli intrighi pro-italiani di Laval e i suoi sforzi di sabotare lo sforzo britannico, guidato per imporre le sanzioni contro l'Italia, crearono un clima di sfiducia duratura tra gli inglesi e i francesi.[61]

Nell'autunno del 1935, una grave crisi economica colpì la Germania, con un'inflazione in rapida crescita, le riserve valutarie al collasso, lo standard di vita cadente, e ben oltre la metà del popolo tedesco che viveva sotto la soglia della povertà. Più dannoso di tutto per la popolarità del regime nazista, erano le allarmanti carenze di cibo.[62] Dopo aver sperimentato un aumento nel 1933 e il 1934, l'economia tedesca era ricaduta nella depressione nel 1935, in quanto il regime nazista aveva dato la priorità all'importazione di materie prime necessarie per il riarmo sulle importazioni di prodotti alimentari[63] mentre allo stesso tempo rifiutò per ragioni di prestigio di considerare la svalutazione del Reichsmark.[64] Era comune, nell'autunno del 1935, per le persone parlare di "crisi alimentare" (Ernährungskrise), mentre le code nei negozi diventavano sempre più lunghe.[62] Nel gennaio 1936, la polizia di Berlino segnalò che "una percentuale sorprendentemente elevata di popolazione a Berlino" era "direttamente negativa nei confronti dello Stato e del Movimento".[65] Lo stesso rapporto diceva che negli ultimi mesi vi fu un enorme aumento del numero di opuscoli che chiedevano la caduta del regime nazista, rilasciati dagli attivisti del clandestino KPD.[65] In un tale clima, Hitler era alla ricerca di un rapido e facile trionfo in politica estera per distrarre l'attenzione dalla crisi economica.[66] Inoltre, nel gennaio 1936, in risposta alla crisi abissina, venne annunciato che la Società delle Nazioni stava prendendo in considerazione l'applicazione di sanzioni petrolifere contro l'Italia, che non possedeva petrolio. Se questo fosse avvenuto Mussolini sarebbe sceso in guerra contro ogni nazione che avesse votato tali sanzioni petrolifere.[67] A causa di tali minacce, insieme ad una forte pressione da parte del pubblico britannico al governo di votare per le sanzioni petrolifere, la Gran Bretagna schierò la maggior parte del suo esercito nel Mediterraneo, e quindi lontano dalla Germania.[67] Quando si diffuse la notizia che le forze italiane stavano commettendo diffuse atrocità in Etiopia, come i massacri di civili e l'uso frequente di guerra chimica contro civili etiopi indifesi, l'opinione pubblica britannica iniziò a premere il governo per fare di più e di spingere ulteriormente per le sanzioni contro l'Italia. Tale era la brutalità delle forze italiane che, tra il 1936 e il 1941, durante le operazioni anti-guerriglia per "pacificare" l'Etiopia, gli italiani uccisero circa il 7% della popolazione etiope.[68] Attraverso gli inglesi, che avevano deciso di non scendere in guerra contro l'Italia, fu molto chiaro che vi erano altri leader di altre Nazioni, infuriati con la Gran Bretagna quale nazione maggiormente responsabile per le sanzioni imposte all'Italia. In tale contesto, a Whitehall, iniziò a crescere il timore che Mussolini avrebbe commesso uno spericolato "atto da cane arrabbiato", come cercare di distruggere la flotta inglese del Mediterraneo, come aveva minacciato di fare più volte, e quindi la maggior parte della potenza militare britannica venne schierata nel Mediterraneo in guardia contro una possibile guerra contro l'Italia.[69] Quando l'ammiraglio francese Jean Decoux riferì al Primo Lord del Mare, l'ammiraglio Sir Ernle Chatfield, che la guerra con l'Italia era improbabile, Chatfield rispose: "Con i dittatori non si può mai sapere. Nessuno può dire per certo che il signor Mussolini non prenderà un giorno alcune gravi decisioni".[46]

La remilitarizzazione tedescaModifica

Neurath ed i servizi segretiModifica

Nei primi mesi del 1936, il ministro degli Esteri britannico Sir Anthony Eden svelò segretamente un piano per un "accordo generale", con lo scopo di risolvere tutte le lamentele della Germania. Il piano di Eden chiedeva un ritorno tedesco nella Società delle Nazioni, l'accettazione dei limiti negli armamenti, e la rinuncia delle rivendicazioni territoriali in Europa, in cambio della remilitarizzazione della Renania, il ritorno delle ex colonie africane tedesche e la "priorità economica tedesca lungo il Danubio"[70] Come tali, i tedeschi vennero informati che gli inglesi erano disposti ad avviare colloqui su come consentire alla Renania di remilitarizzarsi in cambio di un "patto dell'aria" che bandisse i bombardamenti e la promessa tedesca di non usare la forza per modificare le sue frontiere.[71] Eden definì il suo obiettivo come un "accordo generale", che cercava "un ritorno alla normalità degli anni Venti e la creazione di condizioni in cui Hitler avrebbe potuto comportarsi come Stresemann. "[72].[73] L'offerta di discutere la remilitarizzazione della Renania in cambio di un "patto d'aria", pose gli inglesi in una condizione etica e morale debole per opporsi ad una remilitarizzazione unilaterale, in quanto l'offerta prendeva più in considerazione una remilitarizzazione che implicasse che questa non venisse considerata una minaccia vitale alla sicurezza, ma una condizione per fare scambi. Tale offerta condusse quindi gli inglesi ad opporsi al modo in cui l'atto di remilitarizzazione venne effettuato, cioè unilateralmentec, in contrasto con l'atto stesso. Il 16 gennaio 1936, il primo ministro francese Pierre Laval presentò il patto franco-sovietico alla Camera dei Deputati per la ratifica.[74] Nel mese di gennaio 1936, durante la sua visita a Londra per partecipare al funerale di Re Giorgio V del Regno Unito, Neurath disse a Eden: "Se, invece, gli altri firmatari o garanti dovessero concludere accordi bilaterali contrari allo spirito del Patto di Locarno, dovremmo essere costretti a riconsiderare il nostro atteggiamento. "[75] La risposta di Eden, per la minaccia velata di Neurath, che la Germania avrebbe remilitarizzato la Renania, se l'Assemblea nazionale francese avesse ratificato il patto franco-sovietico, lo convinse che, se la Germania remilitarizzava, poi la Gran Bretagna avrebbe preso le parti della Germania contro la Francia.[75] Vi era una clausola del Patto di Locarno che richiedeva un arbitrato internazionale vincolante se una delle potenze firmatarie avesse firmato un trattato che le altre potenze consideravano incompatibile con il Patto di Locarno.[76] Sia Neurath che il suo segretario di Stato, il principe Bernhard von Bülow, riferirono ad ogni diplomatico straniero, che il patto franco-sovietico fosse una violazione al Patto di Locarno, ma al tempo stesso consigliarono fortemente Hitler di non cercare l'arbitrato internazionale per verificare se il patto franco-sovietico fosse davvero una violazione al Trattato stesso.[76] Cercare l'arbitrato internazionale sarebbe stata una situazione doppiamente perdente (lose-lose) per la Germania: da un lato, se si fosse stabilito che il patto franco-sovietico era incompatibile con Locarno, poi i francesi avrebbero dovuto abbandonare il patto, privando così la Germania di una scusa per remilitarizzare; d'altra parte, se si fosse stabilito che il patto franco-sovietico era compatibile con Locarno, la Germania non avrebbe altrettanto avuto una scusa per la remilitarizzazione.[76] Anche se Neurath indicò più volte, nelle conferenze stampa nei primi mesi del 1936, che la Germania stava progettando di utilizzare la clausola compromissoria a Locarno, al fine di contribuire a convincere l'opinione pubblica estera che il patto franco-sovietico era una violazione di Locarno, il governo tedesco non invocò la clausola compromissoria.[76]

Allo stesso tempo, Neurath ricevette un rapporto d'intelligence, il 10 gennaio 1936, da Gottfried Aschmann, capo della Divisione Stampa dell'Auswärtiges Amt[77], che, durante una visita a Parigi all'inizio di gennaio del 1936, aveva parlato con un politico francese minore di nome Jean Montiny, amico intimo del Premier Laval, che aveva apertamente riferito che i problemi economici della Francia avevano ritardato la modernizzazione militare francese e che la sua Nazione non avrebbe fatto nulla se la Germania avesse remilitarizzato la Renania.[78] Secondo Aschmann, Montiny aveva detto:

«"Parigi inizia a rendersi conto che la Germania vuole ribaltare la situazione attuale, attraverso la creazioni di preoccupazioni reali o fittizie. Ognuno vede più lontano come un assoluto "casus belli", come nel recente passato, ma i politici credono che un giudizio su questa materia deve venire prima di tutto dall'Esercito. C'è stata naturalmente una discussione sulle conseguenze ma, fino ad oggi, non è stato raggiunto nessun consenso. Un gruppo ritiene che, dati i progressi straordinari nella motorizzazione militare, l'intera questione è meno una questione d'importanza militare pratica che di valore morale per l'immagine propria tedesca. Un altro gruppo dello Stato Maggiore è del parere che la remilitarizzazione potrebbe essere accettata solo se dovesse avvenire una riorganizzazione completa del sistema di difesa di confine e soprattutto se i presidi difensivi vengano prontamente migliorati. Data la situazione in cui si trova oggi, nessuno è né pronto volentieri né senza esitazioni ad andare in guerra per l'eventualità di una rioccupazione tedesca (l'ultima frase è stata sottolineata da Neurath). "[79]»

Aschmann non lo affermò esplicitamente, ma suggerì fortemente che aveva condizionato Montiny a parlare in modo franco. Neurath non comunicò il rapporto di Aschmann ad Hitler,[79] in quanto stava cercando di migliorare la sua posizione all'interno del regime nazista.[80] Tradizionalmente, in Germania, la conduzione della politica estera era il lavoro dell'Auswärtiges Amt (Ministero degli Esteri), ma a partire dal 1933 Neurath si trovò di fronte alla minaccia di "intrusioni naziste nella diplomazia", dato che diverse agenzie del NSDAP iniziarono a condurre le proprie politiche estere indipendenti e spesso contro l'Auswärtiges Amt.[81] La più grave delle "intrusioni nella diplomazia" fu la Dienststelle Ribbentrop, una sorta di ministero degli esteri alternativo vagamente legato al NSDAP, guidato da Joachim von Ribbentrop, che, ogni volta, cercava aggressivamente di colpire dal basso il lavoro dell’Auswärtiges Amt.[82] Ad esacerbare ulteriormente la rivalità tra la Dienststelle Ribbentrop e l' Auswärtiges Amt vi era il fatto che Neurath e Ribbentrop si odiavano reciprocamente, poiché Ribbentrop non faceva segreto della sua convinzione che sarebbe stato un ministro degli esteri migliore di Neurath, mentre Neurath vedeva Ribbentrop come un diplomatico dilettante irrimediabilmente inetto che s'immischiava in questioni che non lo riguardavano.[83] In questo contesto, il barone von Neurath era determinato a dimostrare ad Hitler che lui, diplomatico di professione della vecchia scuola che nel 1901 aveva aderito all'Auswärtiges Amt, era l'uomo più qualificato per svolgere la politica estera del Reich, e quindi dimostrare che solo all'Auswärtiges Amt dovesse essere consentito di condurre la politica estera come tradizionalmente era il caso, piuttosto delle "intrusioni naziste nella diplomazia".[84]

 
Il barone Konstantin von Neurath nel 1939. Come ministro degli Esteri nel 1936, Neurath svolse un ruolo decisivo nella decisione tedesca che portò alla remilitarizzazione.

La decisione di remilitarizzareModifica

Nel mese del gennaio del 1936, il cancelliere e il Führer, Adolf Hitler, decisero di rioccupare la Renania. Inizialmente Hitler aveva progettato di occuparla solo a partire dal 1937, ma scelse di anticiparla per diversi motivi, e cioè:

  • per la ratifica da parte dell'Assemblea nazionale francese del patto franco-sovietico del 1935, che gli consentiva di presentare il suo colpo di stato, sia in patria che all'estero, come una mossa difensiva contro l'"accerchiamento" franco-sovietico;
  • l'aspettativa che la Francia sarebbe stata meglio armata nel 1937;
  • per il fatto che il governo di Parigi era appena caduto e sostituito da un governo tecnico;
  • per i problemi economici in patria, che richiesero un successo nella politica estera al fine di ripristinare la popolarità del regime;
  • la guerra italo-etiope, che aveva messo la Gran Bretagna contro l'Italia, rompendo effettivamente il Fronte di Stresa; infine perché, a quanto pare, Hitler semplicemente non aveva voglia di aspettare un anno in più.[85][86]

Nella sua biografia di Hitler, lo storico britannico Sir Ian Kershaw sostenne che le ragioni principali per la decisione di remilitarizzare nel 1936, rispetto al 1937, furono, vuoi la preferenza di Hitler per i drammatici colpi di Stato unilaterali, pur di ottenere quanto avrebbe facilmente raggiunto anche tramite colloqui tranquilli, vuoi il bisogno di Hitler di un trionfo in politica estera allo scopo di distrarre l'attenzione pubblica dalla grave crisi economica che stava dilagando in quel periodo la Germania.[87]

 
Il ministro della guerra tedesco, il generale Werner von Blomberg

Nel corso di un incontro tra il principe Bernhard von Bülow,[88] Segretario di Stato presso l'Auswärtiges Amt, e l'ambasciatore francese André François-Poncet, il 13 gennaio 1936, in cui Bülow consegnò a François-Poncet l'ennesimo documento di protesta contro il patto franco-sovietico, François-Poncet accusò in faccia Bülow di cercare una scusa, per quanto bizzarra, strana o non plausibile per inviare di nuovo truppe in Renania.[89] Il 15 gennaio 1936, venne inviato un rapporto top-secret dell'NKVD a Iosif Stalin dal titolo "Sintesi militare e politica dell'intelligence sulla Germania". Questo rapporto riferiva che, sulla base delle dichiarazioni di diversi diplomatici nell'Auswärtiges Amt, la Germania stava progettando, nel prossimo futuro, di remilitarizzare la Renania.[90] La stessa sintesi, citò Bülow, affermava che, se la Gran Bretagna e la Francia avessero realizzato qualsiasi tipo di accordo in materia di cooperazione militare, che non comportasse anche la Germania: "Vedremmo questo come una violazione del Patto di Locarno, e se non verremo trascinati nella partecipazione alle trattative, non ci considereremo vincolati dagli obblighi di Locarno per la salvaguardia della zona smilitarizzata del Reno".[91] Il rapporto sovietico, che avvertiva dei piani tedeschi per la remilitarizzazione, non venne condiviso né con il governo inglese né con quello francese.[91]

Il 17 gennaio 1936 Benito Mussolini, infuriato a causa delle sanzioni applicate dalla Società delle Nazioni contro il suo paese per l'aggressione contro l'Etiopia, riferì all'ambasciatore tedesco a Roma, Ulrich von Hassell, che avrebbe voluto vedere un accordo austro-tedesco "che in pratica ponga l'Austria nella scia della Germania, in modo da non poter perseguire nessun'altra politica estera se non una parallela alla Germania. Se l'Austria, come stato formalmente indipendente, diventerà in pratica uno stato satellite tedesco, non avrò avuto nulla da obiettare"[92][93] Riconoscendo che l'Austria fosse di fatto ormai nella sfera d'influenza tedesca, Mussolini rimosse il problema principale nelle relazioni italo-tedesche.[93] Tali relazioni erano già piuttosto compromesse fin dalla metà del 1933, e soprattutto, dopo il Putsch di Luglio del 1934. Pertanto le osservazioni di Mussolini riferite ad Hassell, e formulate all'inizio del 1936, secondo le quali l'Italia desiderava un riavvicinamento politico con la Germania, vennero considerate estremamente significative a Berlino.[92] In un altro incontro, Mussolini disse ad Hassell che egli considerava il Fronte di Stresa del 1935, di fatto come "morto", e che l'Italia non avrebbe fatto nulla per sostenere Locarno se la Germania avesse dovuto violarlo.[92] Inizialmente i funzionari tedeschi non credevano nel desiderio di Mussolini ad un riavvicinamento, ma, dopo che Hitler inviò Hans Frank in visita segreta a Roma, portando un messaggio del Führer sul supporto della Germania alle azioni italiane nella conquista dell'Etiopia, le relazioni italo-tedesche migliorarono notevolmente.[92] Il 24 gennaio 1936, il molto impopolare Laval si dimise da primo ministro, piuttosto che essere sconfitto a causa di una mozione di sfiducia promulgata dall'Assemblea Nazionale, dato che i socialisti radicali avevano deciso di unirsi al Fronte Popolare della sinistra, assicurando in tal modo una maggioranza anti-Laval alla Camera dei Deputati.[94] Pertanto venne formato a Parigi un governo tecnico, guidato da Albert Sarraut, fino a che non si fossero tenute nuove elezioni. Il governo Sarraut era un misto di uomini di destra come Georges Mandel, di centro come Georges Bonnet e di sinistra come Joseph Paul-Boncour, il che rese quasi impossibile al governo prendere decisioni.[95] Immediatamente, il governo francese entrò in conflitto con la Gran Bretagna, dato che Eden iniziò a pressare la Società delle Nazioni, per sanzionare l'Italia, conseguenza giuridica a cui i francesi erano completamente contrari e sulla quale minacciarono di porre il veto.[96]

L'11 febbraio 1936, il nuovo primo ministro francese Albert Sarraut affermò che il suo governo avrebbe lavorato per la ratifica del patto franco-sovietico.[74] Il 12 febbraio 1936, Hitler incontrò sia Neurath che il suo ambasciatore, Joachim von Ribbentrop, per chiedere il loro parere sul rischio di una reazione straniera alla remilitarizzazione. Neurath supportò la remiltarizzazione, ma sostenne che La Germania avrebbe dovuto negoziare di più prima di attuarla, mentre Ribbentrop sosteneva di attuare la remilitarizzazione senza condizioni.[75] Ribbentrop riferì ad Hitler, che, se la Francia fosse entrata in guerra in risposta alla remiltarizzazione tedesca, poi la Gran Bretagna sarebbe andata in guerra con la Francia, una valutazione che non trovava d'accordo Neurath, ma che incoraggiò Hitler a procedere alla remiltarizzazione della Renania.

Il 12 febbraio 1936 Hitler informò il suo ministro della guerra, il feldmaresciallo Werner von Blomberg, delle sue intenzioni e chiese al capo dell'esercito, il generale Werner von Fritsch, quanto tempo ci volesse per trasportare un paio di battaglioni di fanteria e di artiglieria nella Renania. Fritsch rispose che ci sarebbero voluti almeno tre giorni, ma l'organizzazione era a favore della trattativa, dato che credeva che l'esercito tedesco non fosse ufficialmente in stato di conflitto con l'esercito francese.[97] Il capo di stato maggiore, il generale Ludwig Beck, avvertì Hitler che l'esercito tedesco non sarebbe stato in grado di difendere con successo la Germania contro una possibile rappresaglia francese.[98] Hitler rassicurò Fritsch che avrebbe ritirato le sue forze, se ci fosse stata una contromossa francese. Weinberg scrisse che:

«"I piani militari tedeschi prevedevano lo spostamento di piccole unità in Renania, che avevano aderito alla militarizzata polizia locale, la Landespolizei, e mettessero in scena un ritiro dal combattimento, nel caso ci fosse stata una contro-azione militare da ovest. La storia che i tedeschi avevano l'ordine di ritirarsi se la Francia si fosse mossa contro di loro è parzialmente corretta, ma essenzialmente fuorviante; il ritiro era una mossa tattica difensiva, non un ritorno alla posizione precedente. La possibilità di una guerra venne dunque accettata da Hitler, ma chiaramente non pensava la contingenza molto probabile."[99]»

L'operazione ebbe nome in codice Esercitazione d'Inverno. Sconosciuto a Hitler, il 14 febbraio 1936, Eden aveva scritto al Quai d'Orsay, affermando che la Gran Bretagna e la Francia dovevano "entrare in tempo nelle trattative [...] per la presentazione delle condizioni dei nostri diritti nella zona mentre questa resa aveva ancora un valore di contrattazione".[100] Eden scrisse al governo britannico che la fine della zona smilitarizzata, avrebbe, "non solo avrebbe modificato gli assetti militari presenti sul territorio, ma rischiava di creare profonde ripercussioni politiche che avrebbero indebolito ulteriormente l'influenza francesem sia in Europa centrale che orientale".[101] Nel mese di febbraio del 1936, il Deuxième Bureau iniziò a presentare rapporti che suggerivano che la Germania, in un prossimo futuro, stesse progettando l'invio di truppe in Renania.[102] Poiché i rapporti di François-Poncet da Berlino indicavano che la situazione economica tedesca era piuttosto precaria, a Parigi si ritenne che le sanzioni contro la Germania avrebbero potuto essere molto devastanti: avrebbero potuto anche portare al crollo del regime nazista.[103] Insieme a Ribbentrop e Neurath, Hitler discusse in dettaglio la remilitarizzazione pianificata in dettaglio della Renania, con il ministro della Guerra, il generale Werner von Blomberg, con il capo di stato maggiore, il generale Ludwig Beck, Hermann Göring, con il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Werner von Fritsch ed con il diplomatico Ulrich von Hassell.[104] Ribbentrop e Blomberg si espressero a favore; Beck e Fritsch si opposero, mentre Neurath ed Hassell pur essendo a favore, sostennero che non vi era alcuna reale necessità di agire ora, dato che una diplomazia tranquilla avrebbe presto garantito la remilitarizzazione.[105] Che Hitler fosse in stretto e regolare contatto con Hassell, l'ambasciatore in Italia, per tutto febbraio e inizio marzo del 1936, mostra quanta importanza Hitler poneva all'accordo con l'Italia.[105] Dei tre leader del Fronte di Stresa, Mussolini era facilmente quello più rispettato da Hitler, così Hitler considerava l'Italia come una chiave strategica, ritenendo che, se Mussolini avesse deciso di opporsi alla remilitarizzazione, poi la Gran Bretagna e la Francia lo avrebbero seguito.[74] Nonostante le osservazioni di Mussolini nel mese di gennaio 1936, Hitler non era ancora convinto del sostegno italiano, per cui ordinò ad Hassell di scoprire le intenzioni di Mussolini.[106] Il 22 febbraio 1936, Hassell scrisse nel suo diario, che la ratifica in attesa del patto franco-sovietico era solo un pretesto, scrivendo: "era abbastanza chiaro che [Hitler] voleva davvero la ratifica per giustificare la sua azione di Remilitarizzare la Renania".[107] Lo stesso giorno, Hassell tenne un incontro con Mussolini, dove Il Duce affermò che, se le sanzioni petrolifere fossero state applicate contro la sua Nazione, avrebbe "di fatto annullato il Patto di Locarno", e che, in ogni caso, l'Italia non avrebbe agito se le truppe tedesche fossero entrate in Renania.[108] L'ambasciatore polacco in Germania Józef Lipski riferì di Göring:

«"Göring era visibilmente terrorizzato della decisione del cancelliere di remilitarizzare la Renania. Lui non nascondeva che questa era stata presa contro il consiglio del Reichswehr. Ebbe da allora diversi colloqui con lui, trovandolo spesso in uno stato di massima agitazione, e questo solo quando ci siamo incontrati alla conferenza di Londra, mi fece apertamente capire che Hitler aveva intrapreso questo passo estremamente rischioso, in contraddizione al consiglio dei suoi stessi generali. Göring giunse ad affermare nella sua dichiarazione, letteralmente, che, se la Francia fosse entrata in guerra con la Germania, il Reich si sarebbe difeso fino all'ultimo uomo, ma se la Polonia si fosse alleata alla Francia, poi la situazione della sua Nazione sarebbe diventata catastrofica. Con voce rotta, Göring affermò di temere, per la nazione tedesca, un destino colmo di disgrazie. Durante il periodo della Renania mi sono domandato della sua capacità di resistenza psicologica. Avevo pensato che questa condizione avrebbe fosse dovuta alle sue precarie condizioni fisiche, dato che stava usando narcotici."[109]»

Allo stesso tempo, Neurath iniziò la redazione di documenti elaborati che giustificassero la remilitarizzazione come risposta forzata della Germania al patto franco-sovietico, e consigliò Hitler di mantenere in Renania un numero di truppe esiguo, in modo da permettere ai tedeschi di rivendicare che non avevano in realtà commesso una "flagrante violazione" al Patto di Locarno[110].[111] Nella dichiarazione giustificativa della remilitarizzazione, che Neurath preparò per la stampa estera, la mossa tedesca venne dipinta come un'azione atta a forzare una Germania riluttante alla ratifica del patto franco-sovietico, suggerendo con decisione che la Germania sarebbe tornata nella Società delle Nazioni, se la remilitarizzazione fosse stata accettata.[111] Dopo l'incontro con Hitler il 18 febbraio 1936, il barone von Neurath espresse il punto di vista che "per Hitler in prima istanza erano decisive le motivazioni nazionali".[112]

Nello stesso momento in cui Frank era in visita a Roma, Göring venne spedito a Varsavia per incontrare il ministro degli esteri polacco, il colonnello Józef Beck, per chiedere ai polacchi di rimanere neutrali se la Francia avesse deciso di dichiarare guerra in risposta alla remilitarizzazione della Renania.[113] Il colonnello Beck credeva che i francesi non avrebbero agito se la Germania avesse remilitarizzato la Renania.[113]

Il 13 febbraio 1936, durante un incontro con il principe Bismarck all'ambasciata tedesca a Londra, Ralph Wigram, capo del Dipartimento Centrale del Ministero degli Esteri britannico dichiarò che il governo britannico[114] voleva un "accordo di lavoro" su un patto aereo che bandisse i bombardamenti, e che la Gran Bretagna avrebbe considerato di rivedere i Trattati di Versailles e di Locarno a favore della Germania.[75] Il principe Bismarck riferì a Berlino che Wigram aveva accennato con decisione che tra le cose che la Gran Bretagna era disposta a prendere in considerazione in una revisione dei trattati, includevano anche la remilitarizzazione della Renania.[75] Il 22 febbraio 1936 Mussolini, ancora infuriato al causa delle sanzioni applicate dalla Società delle Nazioni contro il suo paese per l'aggressione contro l'Etiopia, disse a von Hassell che l'Italia non avrebbe onorato il Patto di Locarno se la Germania avesse dovuto remilitarizzare la Renania.[115] Anche se Mussolini avesse voluto onorare Locarno, sarebbero comunque sorti problemi pratici, poiché la maggior parte dell'esercito italiano era a quel tempo impegnata nella conquista dell'Etiopia, e, non per ultimo, il fatto che non vi fosse una frontiera italo-tedesca comune.

Gli storici discutono il rapporto tra la decisione di Hitler di remilitarizzare la Renania nel 1936 ed i suoi grandi obiettivi a lungo termine. Quegli storici che favoriscono una interpretazione "intenzionista" della politica estera tedesca, come Klaus Hildebrand e Andreas Hillgruber, vedono la remilitarizzazione della Renania solo come una fase di Hitler intermedia dello stufenplan, piano fase per fase, per la conquista del mondo intero. Quegli storici che prendono una interpretazione "funzionista" vedono la remilitarizzazione della Renania più come un'azione ad hoc, la risposta improvvisata da parte di Hitler alla crisi economica del 1936, un modo economico e semplice per ripristinare la popolarità del regime. Lo storico britannico marxista Timothy Mason ha notoriamente sostenuto che la politica estera di Hitler fosse stata trainata da esigenze interne legate ad una profonda crisi economia e che furono i problemi economici interni, a differenza della "volontà" o delle "intenzioni" di Hitler, che spinsero la politica estera nazista dal 1936 in poi, politica che alla fine degenerò in una "variante barbara dell'imperialismo sociale", e che portò ad una "corsa verso la guerra" nel 1939.[116][117] Come ebbe notato Hildebrand stesso, queste interpretazioni non necessariamente si escludono a vicenda. Hildebrand ha sostenuto che, anche se Hitler avesse avuto un "programma" per il dominio del mondo, il modo in cui Hitler tentò di eseguire il suo "programma" fu molto improvvisato e molto soggetto a fattori strutturali, sia a livello internazionale che nazionale, e che spesso non erano sotto il controllo di Hitler.[118] Il 26 febbraio 1936, l'Assemblea Nazionale francese ratificò il patto franco-sovietico. Il 27 febbraio 1936, Hitler pranzò con Hermann Göring e Joseph Goebbels per discutere la prevista remilitarizzazione, con Goebbels che scrisse dopo nel suo diario: "Ancora un po' troppo presto".[119] Il 29 febbraio 1936, venne pubblicata sul quotidiano Paris-Midi un'intervista secondo cui Hitler ebbe il 21 febbraio 1936 con il giornalista fascista e francese Bertrand de Jouvenel.[120] Durante la sua intervista con un chiaramente ammirato de Jouvenel, Hitler si professò uomo di pace che desiderava ardentemente l'amicizia con la Francia, dando la colpa di tutti i problemi nelle relazioni franco-tedesche ai francesi, che, per qualche strana ragione cercavano di "circondare" la Germania tramite il patto franco-sovietico, nonostante il fatto evidente che il Führer non intendeva minacciare la Francia.[120] L'intervista di Hitler con de Jouvenel, aveva lo scopo d'influenzare l'opinione pubblica francese a credere che era il loro governo ad essere responsabile per la remilitarizzazione. Solo il 1º marzo 1936 Hitler finalmente si decise a procedere.[121] Un ulteriore fattore nella sua decisione, fu che il comitato per le sanzioni della Società delle Nazioni, avrebbe dovuto iniziare a discutere eventuali sanzioni petrolifere contro l'Italia il 2 marzo 1936, una decisione che avrebbe potuto spingere i diplomatici europei ad interessarsi della crisi abissina, a scapito di tutto il resto.[122]

Le marce della WehrmachtModifica

Non molto tempo dopo all'alba del 7 marzo 1936, diciannove battaglioni di fanteria tedesca e una manciata di aerei entrarono in Renania. In questo modo, la Germania violò gli articoli 42 e 43 del trattato di Versailles e gli articoli 1 e 2 del Patto di Locarno.[123] Raggiunsero il fiume Reno alle 11:00 e poi tre battaglioni attraversarono la riva occidentale del Reno. Allo stesso tempo, il barone von Neurath convocò l'ambasciatore italiano, il conte Bernardo Attolico, l'ambasciatore britannico, Sir Eric Phipps, e l'ambasciatore francese, André François-Poncet, a Wilhelmstrasse per comunicarli l'accusa verso la Francia di violare Locarno a causa della ratifica del patto franco-sovietico, ed annunciando che, come tale, la Germania aveva deciso di rinunciare al Patto di Locarno e remilitarizzare la Renania.[124] Un ufficiale tedesco assegnato alla Bendlerstrasse nel corso della crisi disse al giornalista americano, H. R. Knickerbocker, durante la guerra civile spagnola,: "Posso dire che per cinque giorni e cinque notti non uno di noi ha chiuso un occhio. Sapevamo che se i francesi avessero marciato, saremmo stati finiti. Non avevamo fortificazioni né eserciti per affrontare i francesi. Se anche i francesi avessero mobilitato, saremmo stati costretti a ritirarci." Lo stato maggiore in generale, disse l'ufficiale, considerava l'azione di Hitler suicida.[125] Quando un aereo da ricognizione tedesco apprese che migliaia di soldati francesi si erano riuniti al confine franco-tedesco, il generale Blomberg pregò Hitler di evacuare le forze tedesche. Sotto l'influenza di Blomberg, Hitler quasi ordinò alle truppe tedesche di ritirarsi, ma venne poi convinto dal risolutamente calmo Neurath a continuare con l'operazione dell'Esercitazione d'Inverno.[126] Seguendo il consiglio di Neurath, Hitler chiese se le forze francesi avessero effettivamente attraversato il confine e, quando venne informato che non lo avevano fatto, assicurò a Blomberg che la Germania avrebbe aspettato fino a quando ciò non fosse accaduto.[127] In netto contrasto con Blomberg, molto nervoso durante il funzionamento dell'Esercitazione d'Inverno, Neurath rimase calmo ed esortò molto Hitler a non sospendere il corso.[128]

Il colpo di stato della Renania è spesso visto come un momento storico in cui Hitler avrebbe potuto essere fermato con il minimo sforzo. Il giornalista statunitense William L. Shirer scrisse che se i francesi avessero marciato in Renania: "[...] quasi certamente sarebbe stata la fine di Hitler, dopodiché la storia avrebbe preso una piega diversa e molto più luminosa di quanto non fece, perché il dittatore non avrebbe mai potuto sopravvivere ad un tale fiasco. [...] Il fallimento della Francia nel respingere i battaglioni della Wehrmacht, e il fallimento della Gran Bretagna di sostenerla in quella che sarebbe stata niente di più che un'azione di polizia, fu un disastro per l'Occidente da cui nacquero tutte le vicende successive di portata ancora maggiore. Nel marzo 1936 alle due democrazie occidentali fu data l'ultima possibilità di fermare, senza il rischio di una guerra devastante, l'ascesa di una Germania militarizzata, aggressiva, totalitaria e, di fatto, come abbiamo visto Hitler ammettere, di portare il dittatore nazista e il suo regime al crollo. Hanno perso una grande occasione".[129] Il generale Heinz Guderian, un generale tedesco intervistato da ufficiali francesi dopo la seconda guerra mondiale, affermò: "Se i francesi fossero intervenuti in Renania nel 1936 saremmo stati sconfitti e Hitler sarebbe caduto."[130] Lo storico americano Ernest May sottolineò che tali dichiarazioni post-1945, provenienti dagli ufficiali tedeschi che avevano servito fedelmente Hitler fino alla fine, devono essere trattate con un certo scetticismo, poiché queste affermazioni potevano avere lo scopo di scaricare la responsabilità di aver servito una dittatura genocida lontano da sé stessi sulle spalle di Gran Bretagna e Francia.[131] May scrisse che i corpi ufficiali dell'esercito tedesco erano tutti a favore della remilitarizzare la Renania, e, solo la questione dei tempi di una tale mossa li divideva da Hitler.[131] May rilevò inoltre che non vi erano prove che l'esercito tedesco stesse progettando di rovesciare Hitler se fosse stato costretto a ordinare una ritirata dalla Renania. Inoltre il fatto che Mussolini avesse umiliato Hitler durante il Putsch di Luglio nel 1934, forzando la Germania a colpire l'Austria senza comportare il minimo sforzo da parte del Reichswehr per rovesciare Hitler, deve gettare ulteriori dubbi sulla tesi che Hitler sarebbe stato rovesciato se solo fosse stato costretto a ritirarsi dalla Renania.[131] Scrivendo delle relazioni tra Hitler e i suoi generali nei primi mesi del 1936, lo storico americano J.T. Emerson dichiarò: "In effetti, in nessun momento durante l'esistenza dodicennale del Terzo Reich, Hitler godette relazioni più amichevoli con i suoi generali che nel 1935 e 1936. Nel corso di questi anni, non c'era niente di meglio di una resistenza militare organizzata per la politica del partito".[132] Più tardi, nella seconda guerra mondiale, nonostante la crescente situazione disperata della Germania dal 1942 in poi e tutta una serie di umilianti sconfitte, la stragrande maggioranza della Wehrmacht rimase fedele al regime nazista e continuò a lottare duramente per questo regime fino alla sua distruzione nel 1945 (con la sola eccezione del putsch del 20 luglio 1944, in cui si ribellò solo una minoranza della Wehrmacht, mentre la maggioranza rimase fedele).[133] La volontà della Wehrmacht nel continuare a combattere e morire duramente per il regime nazionalsocialista, anche se dal 1943 in poi la Germania stesse chiaramente perdendo la guerra, riflette il profondo impegno della maggior parte della Wehrmacht stessa nel nazionalsocialismo.[134] Inoltre, gli alti ufficiali della Wehrmacht erano uomini profondamente corrotti, che ricevettero enormi tangenti da Hitler in cambio della loro fedeltà.[135] Nel 1933, Hitler creò dei fondi neri noti come Konto 5 di Hans Lammers, che prevedeva tangenti ad alti ufficiali e funzionari in cambio della loro fedeltà al regime nazionalsocialista.[135] Data l'intensa devozione della Wehrmacht al regime nazionalsocialista e ai suoi corrotti alti ufficiali, che non ottennero mai abbastanza in termini di tangenti da Hitler, è molto improbabile ritenere che la Wehrmacht si sarebbe rivoltata contro il suo stesso Führer se la Wehrmacht fosse stata costretta a ritirarsi dalla Renania nel 1936. Hitler stesso più tardi disse:

«"Le 48 ore successive la marcia nella Renania furono le più snervanti nella mia vita. Se i francesi avessero poi marciato nella Renania, ci saremmo dovuti ritirare con la coda tra le gambe, perché le risorse militari a nostra disposizione sarebbero state del tutto inadeguate anche per una resistenza moderata."[136]»

ReazioniModifica

GermaniaModifica

Il 7 marzo 1936 Hitler annunciò per primo al Reichstag che la Renania era stata remilitarizzata e, per smorzare il pericolo di una guerra, offrì di tornare alla Società delle Nazioni, firmare un "patto aereo" che bandisse i bombardamenti come via di guerra, e un patto di non aggressione con la Francia e con il Belgio, di durata venticinquennale, se le altre potenze avessero deciso di accettare la remilitarizzazione.[121] Nel suo discorso al Reichstag, Hitler iniziò con una lunga denuncia del Trattato di Versailles come ingiusto per la Germania, affermò di essere un uomo di pace, che non voleva la guerra con nessuno, sostenne che stava solo cercando l'"uguaglianza" per la Germania ribaltando pacificamente il trattato "sleale" di Versailles.[137] Hitler affermò che non era giusto che, a causa di Versailles, una parte della Germania dovesse rimanere smilitarizzata, mentre in ogni altra nazione del mondo un governo avrebbe potuto inviare le sue truppe ovunque all'interno dei suoi confini, e sostenne che tutto quello che voleva era l'"uguaglianza" per la Germania.[137] Anche in questo caso, Hitler affermò che sarebbe stato disposto ad accettare la continua smilitarizzazione della Renania come Stresemann aveva promesso a Locarno nel 1925 come prezzo per la pace, se non fosse stato per il patto franco-sovietico del 1935, ritenuto una minaccia per la Germania, per cui non fu data altra scelta che che remilitarizzare la Renania.[137] Attento all'opinione pubblica estera, Hitler precisò che la remilitarizzazione non era destinata a minacciare qualche specifica Nazione, era invece, secondo lui, solo una misura difensiva imposta alla Germania da quelle che egli sosteneva fossero le azioni minacciose della Francia e dell'Unione Sovietica.[137] Alcune persone all'estero accettarono l'affermazione, secondo la quale Hitler era stato costretto ad agire in questo modo, a causa del patto franco-sovietico. L'ex primo ministro britannico David Lloyd George indicò nella Camera dei Comuni che le azioni di Hitler sulla scia del patto franco-sovietico erano pienamente giustificate, e, se non avesse protetto il suo paese avrebbe potuto essere considerato un traditore.[138]

Quando le truppe tedesche marciarono dentro Colonia, si formò spontaneamente una vasta folla trionfante per salutare i soldati, lanciando fiori sulla Wehrmacht, mentre i sacerdoti cattolici offrivano la benedizione ai soldati.[139] Il cardinale Karl Joseph Schulte di Colonia tenne una Messa nel Duomo di Colonia per celebrare e ringraziare Hitler per la "restituzione del nostro esercito".[137] In Germania, la notizia che la Renania era stata remilitarizzata venne accolta con festeggiamenti selvaggi in tutto il paese; lo storico britannico Sir Ian Kershaw scrisse nel marzo 1936: "Le persone erano fuori di sé per la gioia [...] Era quasi impossibile non essere coinvolti in tale gioia contagiosa".[140] Fino alla vittoria sulla Francia nel giugno 1940, il regime nazista non fu mai così popolare come lo fu nel marzo 1936. I rapporti del Sopade[141]nella primavera del 1936 affermarono che molti socialdemocratici e oppositori dei nazisti tra la classe operaia, finora erano neutri rispetto a tale azione militare, o che una volta si opponevano ai nazisti sotto la Repubblica di Weimar, iniziarono a sostenerli.[140] Lo storico conservatore Gerhard Ritter, in disgrazia con il regime nazista, e membro della Chiesa confessante aveva assistito al ritorno dei soldati tedeschi in Renania, scrisse di prima mano in una lettera alla madre che i suoi figli "non avevano mai visto i soldati tedeschi da vicino, questa è una delle più grandi esperienze di sempre. [...] Veramente una grande e magnifica esperienza. Possa Iddio concedere che questa azione non ci conduca ad una catastrofe internazionale".[142] Ad Amburgo, la casalinga ultra-nazionalista conservatrice Luise Solmitz, il cui marito e figlia avevano da poco perso la loro cittadinanza tedesca a causa delle Leggi di Norimberga del 1935 come Mischlinge ("mezzosangue"), scrisse nel suo diario dopo la remilitarizzazione:

«"Ero completamente sopraffatta dagli eventi [...] felicissima della marcia in entrata dei nostri soldati, alla grandezza di Hitler e alla potenza della sua parola, alla forza di quest'uomo. Qualche anno fa, quando la eravamo profondamente demoralizzati, non avremmo osato contemplare tali fatti. Ancora una volta il Führer affronta il mondo con un fatto compiuto. Insieme al mondo, l'individuo trattiene il respiro. Dove va Hitler, quale sarà la fine, il culmine di questo discorso, quale audacia, quale sorpresa ci sarà? E poi si tratta, colpo su colpo, di un'azione che si afferma senza paura del proprio coraggio. Ciò così ci rafforza. [...] Questo è il profondo, insondabile segreto della natura del Führer. [...] E lui è sempre fortunato".[140]»

Per sfruttare al meglio la vasta popolarità della remilitarizzazione, Hitler convocò un referendum il 29 marzo 1936 in cui la maggioranza degli elettori tedeschi espresse la sua approvazione per la remilitarizzazione.[140] Durante le tappe della sua campagna per chiedere il voto del sì, Hitler venne accolto da grandi folle ruggenti in approvazione della sua sfida a Versailles.[140] Kershaw scrisse che il 99% del ja (sì) al referendum era inverosimilmente elevato, ma era chiaro che la stragrande maggioranza degli elettori avesse veramente deciso di votare sì alla domanda se approvava la remilitarizzazione.[143] Il giornalista americano William L. Shirer scrisse sulle elezioni del 1936:

«"Tuttavia questo osservatore, che ha coperto l'"elezione" da un angolo all'altro del Reich, non ha alcun dubbio che il voto di approvazione per il colpo di stato di Hitler sia stato travolgente. E perché no? Il rifiuto di Versailles e la comparsa dei soldati tedeschi di nuovo in marcia in quello che è, dopo tutto, territorio tedesco sono state cose che quasi tutti i tedeschi naturalmente approvano. il voto del No è stato dato come 540, 211. "[144]»

In seguito alla remilitarizzazione, la crisi economica, che aveva avuto modo di danneggiare la popolarità del regime nazionalsocialista, venne dimenticata da quasi tutti.[145] Dopo il trionfo della Renania, l'autostima di Hitler toccò nuove vette, e, quelli che lo conobbero bene, dichiararono che dopo il marzo 1936 vi fu un vero e proprio cambiamento psicologico, dato che Hitler era assolutamente convinto della sua infallibilità in un modo che non era mai stato prima.[145]

FranciaModifica

 
Il maresciallo Maurice Gamelin, capo di stato maggiore francese, 1936

Gli storici che scrissero senza il beneficio di accedere agli archivi francesi[146], come William L. Shirer nei suoi libri Storia del Terzo Reich (1960) e Il crollo della Terza Repubblica (1969), sostennero che la Francia, pur avendo in quel momento forze armate superiori rispetto alla Germania, anche dopo una eventuale mobilitazione di 100 divisioni di fanteria si considerava "psicologicamente impreparata"[147] ad usare la forza contro la Germania.[148] Shirer citò la cifra di 100 divisioni francesi contro i 19 battaglioni tedeschi in Renania.[149] Le azioni della Francia durante la crisi della Renania spesso usarono, come sostegno della tesi della décadence, che, nel periodo tra le due guerre, la presunta decadenza del modo di vita francese condusse il popolo francese a degenerare fisicamente e moralmente, al punto che i francesi non erano semplicemente in grado di resistere a Hitler, e, in qualche modo, erano finiti quando vennero sconfitti nel 1940.[150] Shirer scrisse che i francesi avrebbero potuto facilmente respingere i battaglioni tedeschi dalla Renania, non essendo, nel 1936, il popolo francese "affondato nel disfattismo".[124] Gli storici, come lo storico americano Stephen A. Schuker, che hanno esaminato le relative fonti primarie francesi, hanno respinto le affermazioni di Shirer come il lavoro di una scrittura storica dilettante, senza accesso alle fonti primarie scoprendo che era la situazione economica un importante fattore paralizzante della politica francese, in contrasto con l'affermazione di Shirer secondo la quale i francesi erano troppo codardi per resistere a Hitler.[151] L'alto ufficiale militare francese, il generale Maurice Gamelin, informò il governo francese che l'unico modo per rimuovere i tedeschi della Renania era quello di mobilitare l'esercito francese, ma che tale mobilitazione che sarebbe stata, non solo impopolare, ma che avrebbe costato al tesoro francese 30 milioni di franchi al giorno.[152][153] Gamelin ipotizzò uno scenario peggiore in cui un movimento francese nella Renania avrebbe potuto scatenare una guerra a tutto campo franco-tedesca, un caso che avrebbe richiesto la mobilitazione totale.[154] Il Deuxième Bureau sovrastimò di quasi cento volte il numero di truppe tedesche in Renania, inviando un rapporto al governo francese affermando vi fossero ben 295.000 soldati.[139] Il Deuxième Bureau giunse a questa stima estremamente esagerata contando tutte le formazioni delle, SS, SA e Landespolizei, considerandole come truppe regolari; così i francesi credettero che solo una mobilitazione totale avrebbe consentito alla Francia di espellere i presunti 295.000 soldati tedeschi dalla Renania.[139] Ma in realtà vi erano solo 3.000 soldati.[126] Lo storico francese Jean-Baptiste Duroselle accusò Gamelin di distorcere ciò che l'intelligence del Deuxième Bureau, nella sua relazione al governo, considerando le unità delle SS, delle SA e della Landespolizei come truppe pienamente addestrate; in questo modo sarebbe stato giustificato non agire.[155] La dichiarazione (veritiera) di Neurath, che la Germania avesse inviato solo 19 battaglioni nella Renania, venne respinta da Gamelin come uno stratagemma per consentire ai tedeschi di sostenere che non avevano commesso una "flagrante violazione" del Patto di Locarno.

 
Albert Sarraut, il premier francese al tempo della crisi.

Allo stesso tempo, verso la fine del 1935, inizio del 1936, la Francia fu preda di una crisi finanziaria: il Tesoro francese informò il governo che le riserve di cassa sufficienti per mantenere il valore del franco, ancorato dal sistema aureo rispetto al dollaro statunitense e alla sterlina inglese, non esisteva più, e solo un enorme prestito estero sui mercati monetari di Londra e di New York avrebbe potuto impedire al valore del franco un crollo disastroso.[156] Poiché la Francia era vicina alle elezioni, previste per la primavera del 1936, la svalutazione del franco, vista come esecrabile da ampi settori dell'opinione pubblica francese, venne respinta dal governo ad interim del premier Albert Sarraut come politicamente inaccettabile.[156] Gli investitori, che temevano una guerra con la Germania, non erano favorevoli ad aumentare i prestiti necessari per stabilizzare il franco: la remilitarizzazione tedesca della Renania, scatenando timori di una guerra, peggiorò la crisi economica francese, causando un flusso di cassa massiccio dalla Francia, in quanto gli investitori preoccupati, spostarono i loro risparmi verso ciò che vennero percepiti come mercati esteri più sicuri.[157] Il fatto che la Francia avesse pagato i suoi debiti della prima guerra mondiale nel 1932 condusse, comprensibilmente, la maggior parte degli investitori a concludere che, se la Francia avesse dovuto essere coinvolta in un'altra guerra contro la Germania, sarebbe stata di nuovo inadempiente sui suoi debiti. Il 18 marzo 1936 Wilfrid Baumgartner, direttore del Mouvement général des fonds[158] riferì al governo che la Francia era, a tutti gli effetti, in bancarotta.[159] Solo un disperato braccio di ferro delle principali istituzioni finanziarie francesi fece riuscire Baumgartner ad ottenere abbastanza in termini di prestiti a breve termine, per evitare che la Nazione fosse inadempiente, e che, nel marzo 1936, il valore del franco svalutasse troppo.[159] A causa della crisi finanziaria, il governo francese temette che non vi fossero fondi sufficienti per coprire i costi di mobilitazione e che una vera guerra causata dalla mobilitazione potesse soltanto esacerbare la crisi finanziaria.[159] Lo storico americano Zach Shore scrisse che: "Non è stata la mancanza di volontà francese nel 1936 che permise il colpo di stato di Hitler, ma piuttosto la mancanza di fondi della Francia, della potenza militare, e quindi dei piani operativi utili a contrastare la remilitarizzazione tedesca."[160]

Un ulteriore problema per i francesi fu lo stato dell'Armée de l'Air.[161] Il Deuxième Bureau riferì che non solo la Luftwaffe aveva sviluppato velivoli molto più avanzati di quelli in dotazione all'aeronautica francese, ma, a causa della maggiore produttività dell'industria tedesca e della maggiori dimensioni dell'economia, la Luftwaffe avrebbe avuto un vantaggio di 3-1 nei combattimenti.[161] I problemi con la produttività nell'industria aeronautica francese intendevano che la forza aerea francese avrebbe avuto una grande quantità di problemi nel sostituire le perdite in caso di combattimento con la Luftwaffe.[161] Così, l'élite militare francese credeva che, se ci fosse stata una guerra, la Luftwaffe avrebbe dominato i cieli, e, non solo attaccando le truppe francesi intervenute in Renania, ma anche bombardando le città. Un altro problema per i francesi erano le strategie politiche degli stati del cordone sanitario.[162] Dal 1919, avevano accettato che la Francia avesse la necessità di disporre di un sistema di alleanze in Europa orientale al fine di fornire manodopera supplementare[163] e aprire un fronte orientale contro il Reich. Senza gli stati del cordone sanitario, si credeva impossibile per la Francia sconfiggere la Germania. Solo la Cecoslovacchia prese la ferma decisione che, in caso di guerra, si sarebbe schierata con la Germania, e se la Francia avesse marciato in Renania, mentre Polonia, Romania e Jugoslavia decisero di scendere in guerra, solo se i soldati tedeschi fossero entrati in Francia.[162] L'opinione pubblica francese e i giornali erano molto ostili al colpo di stato tedesco, ma pochi invocarono la guerra.[164] La maggior parte dei giornali francesi chiese alla Società delle Nazioni d'imporre sanzioni al Reich, per infliggere tali costi economicamente paralizzanti da costringere l'esercito tedesco a ritirarsi dalla Renania, e alla Francia di costruire nuove alleanze e rafforzare quelle esistenti, con l'obiettivo di prevenire ulteriori sfide tedesche allo status quo internazionale.[164] Uno dei pochi giornali a sostenere la Germania fu il monarchico L'Action Française,con il titolo in prima pagina: "La Repubblica ha assassinato la pace!", continuando a scrivere, che la mossa tedesca era giustificata dal patto franco-sovietico.[165] All'altro estremo ideologico, i comunisti rilasciarono una dichiarazione che chiedeva l'unità nazionale contro "coloro che ci avrebbero portato al massacro" che rappresentavano la "cricca di Laval", in grado di spingere verso una guerra contro la Germania, in quanto, e presumibilmente, la guerra era buona per il capitalismo.[166]

 
Georges Mandel nel 1932. Il combattivo conservatore Mandel fu l'unico ministro francese a sostenere la guerra in risposta alla remilitarizzazione.

Dopo aver sentito del movimento tedesco, il governo francese rilasciò una dichiarazione suggerendo fortemente che l'azione militare fosse un'opzione possibile.[154] Dalle 9:30 fino a mezzogiorno del 7 marzo 1936, ebbe luogo una riunione del governo francese per discutere "sul cosa fare": il Ministro degli Esteri francese, Pierre-Étienne Flandin, avrebbe dovuto incontrare gli ambasciatori delle potenze del Patto di Locarno per discutere delle loro reazioni.[167] Georges Mandel fu l'unica voce nel governo francese a chiedere che la Francia dovesse marciare subito in Renania per espellere le truppe tedesche, a prescindere dai costi.[168] Più tardi, quel giorno, venne convocata un'altra riunione di governo con il segretario generale Alexis St. Leger, a rappresentare il Quai d'Orsay, ed il maresciallo Maurice Gamelin i militari. Il maresciallo decise di rilasciare la dichiarazione: "la Francia si riservava ogni possibilità di opporsi alla remilitarizzazione".[167] Flandin, dopo essere venuto a conoscenza della remilitarizzazione, si recò subito a Londra per consultare il primo ministro britannico, Stanley Baldwin, dato che Flandin voleva, per ragioni di politica interna, trovare un modo di spostare l'onere del non agire sulle spalle inglesi.[169] Baldwin chiese a Flandin cosa avesse in mente il governo francese, ma Flandin affermò che non avevano ancora deciso. Flandin ritornò a Parigi consultando il governo francese per definire la risposta da dare. I ministri convennero che "la Francia avrebbe concesso tutte le sue forze militari a disposizione della Società delle Nazioni per contrastare la violazione dei trattati".[170] L'8 marzo 1936, il premier Albert Sarraut comunicò alla radio francese: "In nome del governo francese, dichiaro che intendiamo veder sostenuta la garanzia essenziale della sicurezza francese e belga, controfirmata dal governo inglese e quello italiano, costituita dal Patto di Locarno. Non siamo disposti a consentire che Strasburgo arrivi sotto il fuoco dei cannoni tedeschi".[171] Allo stesso tempo, il governo francese decise che: "Metteremo tutte le nostre forze, materiali e morali, a disposizione della Società delle Nazioni [...] a condizione di essere accompagnati nella lotta per la pace da coloro che sono chiaramente tenuti a farlo in seguito al patto della Renania".[172] In altre parole, la Francia avrebbe agito contro la Germania solo se sia la Gran Bretagna che l'Italia avessero agito allo stesso modo.[172]

 
Pierre-Étienne Flandin, ministro degli Esteri francese, al momento della crisi.

Dal momento che il governo francese, per motivi economici, aveva già escluso la mobilitazione, e, quindi, la guerra, come un modo per invertire il golpe di Hitler in Renania, fu deciso che la migliore strategia che la Francia avrebbe potuto mettere in atto in quella situazione era quella di utilizzare la crisi per ottenere "l'impegno continentale"[173].[174] La strategia di Flandin era di coinvolgere profondamente gli inglesi: la Francia era disposta ad scendere in guerra contro la Germania sulla questione della Renania, nella speranza che gli inglesi non fossero disposti a vedere i loro impegni di Locarno a condurli in una guerra con i tedeschi, un problema per cui molti, in Gran Bretagna, ritenevano che i tedeschi erano nel giusto. In quanto tale, Flandin attese Londra per fare pressioni a "moderare" Parigi.[175] Il prezzo della "moderazione" francese, per quanto riguardava la provocazione della Renania, una aperta violazione di entrambi i trattati di Versailles e Locarno, doveva essere l'"impegno continentale" britannico in modo inequivocabile, che collegasse la sicurezza britannica alla sicurezza francese e costringesse i britannici ad inviare un altro grande corpo di spedizione per difendere la Francia in caso di attacco tedesco.[176]

Durante la sua visita a Londra per consultarsi con il primo ministro britannico Stanley Baldwin e il ministro degli Esteri Anthony Eden, Flandin effettuò quella che lo storico canadese Robert J. Young chiamò "la performance di una vita", in cui espresse una grande indignazione per la mossa tedesca, dichiarò apertamente che la Francia era pronta a entrare in guerra sulla questione, e criticò fortemente i suoi ospiti britannici per le richieste di "moderazione" francese pur non offrendo di fare qualsiasi cosa per la sécurité (sicurezza) francese.[177] Come previsto da Flandin, Eden si oppose all'azione militare, e fece appello alla "moderazione" francese.[177] Non a conoscenza di ciò che Flandin stava tentando di fare, gli ufficiali francesi esortarono il governo a dire a Flandin di smorzare il suo linguaggio.[178] Di fronte alle tattiche di Flandin, il 19 marzo 1936 il governo britannico fece una vaga dichiarazione, che collegava la sicurezza britannica alla sicurezza francese, e per la prima volta dalla prima guerra mondiale accettò di fare colloqui personali anglo-francesi, anche se di portata molto limitata.[175] Anche se delusi dalle offerte inglesi, che i francesi consideravano troppo poco, i francesi comunque considerarono che aver guadagnato gli impegni di sostegno britannico nel 1936 fosse un risultato utile, tanto più che per ragioni economiche la mobilitazione non venne considerata un'opzione realistica nel 1936.[176] Quegli ufficiali francesi, come il directeur politique (direttore politico) del Quai d'Orsay René Massigli, che credevano nell'idea di un'alleanza anglo-francese come il modo migliore per fermare l'espansionismo tedesco, espressero una grande quantità di delusione che la Gran Bretagna non era pronta a fare di più per la sécurité francese.[179] In un rapporto a Flandin, Massigli avvertì che, se i francesi avessero accettato la remilitarizzazione, allora i polacchi, gli jugoslavi e i romeni sarebbero stati alla deriva dell'orbita tedesca, mentre la Cecoslovacchia avrebbe fatto del suo meglio per rimanere fedele alla sua alleanza del 1924 con la Francia, e sarebbe stata solo una questione di tempo prima che la Germania annettesse l'Austria.[180] In particolare, Massigli avvertì che, se i tedeschi erano in grado di fortificare la Renania, in sostanza significava rinunciare a lasciare mano libera al Reich di espandersi in Europa orientale.[180] Come parte di uno sforzo per ottenere di più nei termini del tanto desiderato "impegno continentale", che era stato uno dei principali obiettivi della politica estera francese del 1919, Gamelin disse all'addetto militare britannico che:

«"La Francia potrà combattere le proprie battaglie ed anche inviare rinforzi immediati al Belgio, ma solo se si sappia per certo che stia per giungere una spedizione britannica. La mancanza di una tale forza vorrebbe dire che la Francia potrebbe dover rivedere i propri impegni in Belgio e lasciare quest'ultimo a provvedere a sé stesso [...] Tale azione significherebbe concedere potenziali basi aeree alla Germania, e strutture per i raid aerei contro l'Inghilterra, a cui essa difficilmente potrebbe essere indifferente".[181]»

Il generalissimo dell'esercito francese, il generale Gamelin, riferì al governo francese che, se la Francia si fosse scontrata con i tedeschi e se questo avesse causato una lunga guerra, la Francia non sarebbe stata in grado di vincere da sola, e quindi avrebbe avuto bisogno dell'appoggio militare britannico. Il governo francese, con le imminenti elezioni generali decise contro la mobilitazione generale dell'esercito.[182] La remilitarizzazione rimosse l'ultimo vincolo che la Francia aveva sulla Germania, e quindi la sicurezza che la Francia aveva ottenuto grazie al Trattato di Versailles. Finché la Renania era smilitarizzata, i francesi avrebbero potuto facilmente rioccupare l'area e minacciare economicamente l'importante zona industriale della Ruhr, suscettibile all'invasione francese, se la Francia avesse ritenuto che le azioni della Germania potessero trasformarsi in una minaccia.[183]

Regno UnitoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Appeasement.

Le reazioni in Gran Bretagna furono varie, ma generalmente la remilitarizzazione non venne considerata come pericolosa. Lord Lothian disse con sarcasmo che essa ... "era come se i tedeschi camminassero nel loro cortile di casa". George Bernard Shaw analogamente sostenne era come se Gran Bretagna avesse rioccupato Portsmouth. Nel suo diario, nel 23 marzo 1936, il parlamentare Harold Nicolson osservò che "il sentimento alla Camera [dei Comuni] è terribilmente filo-tedesco, il che significa che la Camera ha paura della guerra".[184] Durante la crisi della Renania del 1936, non si svolsero da nessuna parte incontri pubblici o manifestazioni di protesta contro la remilitarizzazione. Vi furono invece diversi raduni, definiti, "di pace", in cui venne chiesto che la Gran Bretagna non doveva entrare in guerra per risolvere la crisi.[185] Da quando l'economista John Maynard Keynes aveva pubblicato bel 1919, il suo libro best seller, "Le conseguenze economiche della pace", in cui considerava Versailles come un'insopportabilmente dura "pace cartaginese" imposta dai vendicativi alleati. Un ampio segmento crescente di opinione pubblica britannica si era convinto che il trattato di Versailles fosse profondamente "ingiusto" per la Germania.[186] Nel 1936, quando le truppe tedesche marciarono nella Renania, la maggior parte dei cittadini britannici riteneva che Hitler avesse ragione a violare l'"ingiusto" Trattato di Versailles, e che sarebbe stato moralmente sbagliato per la Gran Bretagna andare in guerra per difendere il trattato "ingiusto" di Versailles.[186] Il Segretario alla Guerra britannico Alfred Duff Cooper riferì all'ambasciatore tedesco Leopold von Hoesch l'8 marzo 1936, che: "attraverso il popolo britannico siamo pronti a combattere per la Francia in caso di un'incursione tedesca nel territorio francese, ma non ricorreremo alle armi a causa della recente occupazione della Renania. Gli inglesi non conoscono molto sulla strategia della smilitarizzazione, e la maggior parte di loro probabilmente ritiene che ad essi non importa 'un fico secco' che i tedeschi occupino il proprio territorio".[186]

 
Il Primo Ministro Stanley Baldwin, data sconosciuta.

Il primo ministro Stanley Baldwin sostenne, con le lacrime agli occhi, che la Gran Bretagna non aveva le risorse per imporre il rispetto e le garanzie dei trattati, e che l'opinione pubblica non avrebbe resistito comunque all'uso della forza militare.[187] I capi di stato maggiore britannici avevano avvertito che la guerra era un'operazione molto costosa, condizionata dai tagli imposti dalla regola decennale del bilancio dello stato, e del fatto che il riarmo iniziato nel 1934 consentiva al massimo, in caso di guerra, dopo tre settimane di preparazione, dell'invio in Francia di due divisioni con le relative attrezzature.[188] Inoltre, vennero espressi timori a Whitehall che, se la Gran Bretagna fosse entrata in guerra con la Germania, allora il Giappone, che dal 1931 aveva conquistato la Manciuria, pretendeva di essere l'unico potere in Estremo Oriente, per cui avrebbe potuto approfittare della guerra e iniziare a conquistare le colonie asiatiche inglesi.[189]

Il ministro degli Esteri britannico, Anthony Eden, che scoraggiò l'azione militare da parte dei francesi e contro eventuali sanzioni finanziarie o economiche contro la Germania, incontrò subito l'ambasciatore francese Charles Corbin per sollecitare moderazione.[180] Eden invece voleva che la Germania tirasse fuori tutte le truppe, non quell'esiguo plotone presente in Renania, ma un numero consistente, sufficiente per negoziare.[190] Un ulteriore fattore che influenzò la politica britannica fu la mancanza del supporto dei Dominion. Tutti gli Alti Commissari dei Dominion a Londra, con Sudafrica e Canada particolarmente trasparenti in questo senso, misero bene in chiaro che non sarebbero andati in guerra per ripristinare lo status smilitarizzato della Renania e che, se la Gran Bretagna lo avesse fatto, ci sarebbe andata da sola.[185] Lo storico americano Gerhard Weinberg scrisse che "[...] entro il 13 marzo 1936 i domini britannici, in particolare l'Unione del Sud Africa e il Canada, non si sarebbero alleati con l'Inghilterra se avesse avuto inizio una guerra. Il governo sudafricano, in particolare, era preoccupato dal supporto alla posizione tedesca a Londra e con gli altri governi dei Dominion".[191] Sia il primo ministro sudafricano, il generale James Barry Munnik Hertzog, che il primo ministro canadese, William Lyon Mackenzie King, dovettero affrontare le circoscrizioni nazionali, vale a dire gli afrikaner e i canadesi francesi, molti dei quali avevano obiezioni profonde per non combattere in un'altra "guerra britannica" contro la Germania, e in quanto tale, sia Hertzog che Mackenzie King, erano convinti sostenitori dell'appeasement come la strategia migliore per evitare una guerra. Né Hertzog né Mackenzie King volevano scegliere, tra la lealtà verso l'Impero Britannico, e trattare con gli elettori anti-britannici se si fosse andati in guerra. Fin dalla crisi di Çanakkale del 1922, la Gran Bretagna era stata acutamente consapevole che il sostegno dei Dominion non poteva più essere assunto automaticamente, e, ricordando l'enorme ruolo che avevano giocato nella vittoria del 1918, non poteva considerare di combattere un'altra grande guerra senza il loro supporto.

Il Ministero degli Esteri britannico, da parte sua, era profondamente demoralizzato e si sentiva impotente nel vedere Hitler occupare unilateralmente un territorio, che avrebbe dovuto essere oggetto di negoziazioni. Come lamentava una nota del Ministero degli Esteri: "Occupando la Renania Hitler ci ha privati della possibilità di fargli una concessione quale utile moneta di scambio nei negoziati generali".[192] La crisi della Renania completò l'allontanamento tra Eden, che credeva che le proposte di Hitler nel suo discorso del 7 marzo 1936 fossero i motivi di un "accordo generale" con la Germania, e Vansittart, che sostenne che Hitler stava negoziando in malafede.[193] Eden e Vansittart si erano già scontrati durante la crisi abissina, con Eden che sosteneva le sanzioni contro l'Italia, mentre Vansittart voleva l'Italia come alleato contro la Germania. Vansittart sosteneva che non vi era alcuna possibilità di un "accordo generale" con Hitler e il meglio che si poteva fare era quello di rafforzare i legami con i francesi per affrontare la Germania.[194] Il germanofobo Vansittart aveva sempre odiato i tedeschi e soprattutto non amava i nazisti, che egli vedeva come una minaccia per la civiltà. Vansittart, all'inizio del riarmo inglese, sostenne gli sforzi di Eden per disinnescare la crisi della Renania, ma, essendo un molto francofilo, esortò il governo ad usare la crisi come un'occasione per iniziare a formare un'alleanza militare con la Francia contro la Germania.[194] Entro la primavera del 1936, Vansittart era convinto che non era possibile un "accordo generale" con la Germania e che Hitler stava cercando la conquista del mondo. Un funzionario del Ministero degli Esteri, Owen O'Malley, suggerì che la Gran Bretagna desse alla Germania "mano libera in Oriente"[195] in cambio della promessa tedesca ad accettare lo status quo in Europa occidentale.[196] Vansittart scrisse in risposta, che Hitler stava cercando di conquistare il mondo e che consentire alla Germania di conquistare tutta l'Europa orientale avrebbe dato al Reich delle materie prime sufficienti per rendere la Germania immune da un eventuale blocco britannico, consentendo poi ai tedeschi di invadere l'Europa Occidentale.[196] Vansittart commentò che consentire alla Germania di conquistare l'Europa orientale avrebbe portato "alla scomparsa della libertà e della democrazia in Europa".[196] Al contrario, Eden vide gli interessi britannici come confinati solo verso l'Europa occidentale, e non condivideva le convinzioni di Vansittart su quelle che avrebbero potuto essere le intenzioni finali di Hitler.[196] Né Eden, né il resto del Consiglio dei Ministri o la maggioranza del popolo britannico condividevano la convinzione di Vansittart che la Gran Bretagna non poteva permettersi di essere indifferente all'Europa orientale.[196]

Anche se gli inglesi accettarono colloqui personali con i francesi come prezzo della "moderazione" francese, molti ministri britannici erano insoddisfatti di questi colloqui. Il ministro Sir John Simon scrisse ad Eden e Baldwin che i colloqui dello stato maggiore, che si sarebbero tenuti con i francesi dopo la remilitarizzazione della Renania, avrebbero portato i transalpini a percepire che:

«"ci hanno legato per poter attendere in sicurezza la ripartizione delle discussioni con la Germania. In tali circostanze, la Francia sarà così egoista e testarda come è sempre stata la Francia e la prospettiva di un accordo con la Germania si oscurerà sempre di più".[197]»

In risposta alle obiezioni di Simon, i britannici chiusero i colloqui dello stato maggiore con i francesi solo dopo cinque giorni. I colloqui dello stato maggiore anglo-francese avvennero nuovamente solo nel febbraio 1939, a seguito del timore per un'invasione dell'Olanda, del gennaio 1939. Oltre all'opposizione interna al governo, i colloqui dello stato maggiore anglo-francese generarono furiose critiche da parte sia di David Lloyd George che dalla stampa, dato che il Daily Mail pubblicò un editoriale sugli "accordi militari che ci impegnano in qualche guerra ordinata da altri".[198] Inoltre, l'Ambasciatore Straordinario di Hitler, Joachim von Ribbentrop, avvertì Baldwin e Eden che la Germania considerava i colloqui dello stato maggiore anglo-francese come una "minaccia mortale", per cui, se fossero continuati i colloqui, sarebbe finita per sempre la speranza di un "accordo generale" con la Germania.[199] Tuttavia le istruzioni britanniche, formulate piuttosto vagamente sul collegare la sicurezza britannica alla Sécurité francese, non vennero annullate dal timore che queste avrebbero irrimediabilmente danneggiato le relazioni anglo-francesi. Come osservò lo storico inglese A. JP Taylor, se la Francia venisse comunque coinvolta in una guerra contro la Germania, in seguito alla dichiarazione del 19 marzo 1936 la Gran Bretagna avrebbe combattuto dalla parte della Francia.[200]

Fino alla dichiarazione di Neville Chamberlain del 31 marzo 1939, che offriva la "garanzia" della Polonia, non ci furono impegni di sicurezza britannici in Europa orientale oltre al Patto della Società delle Nazioni. Tuttavia, a causa del sistema di alleanza francese in Europa orientale, il cosiddetto cordone sanitario, qualsiasi attacco tedesco agli alleati dell'Europa orientale della Francia avrebbe potuto causare una guerra franco-tedesca e, a causa della dichiarazione del 19 marzo del 1936, una guerra franco-tedesca avrebbe creato una forte pressione all'intervento britannico dalla parte della Francia. Ciò era tanto più il caso perché, a differenza di Locarno, dove la Gran Bretagna si era impegnata a venire in difesa della Francia solo in caso di attacco tedesco, la dichiarazione britannica del 19 marzo, come parte di uno sforzo per essere il più vaghi possibile, diceva solo che la Gran Bretagna considerava la sicurezza francese essere un vitale bisogno nazionale, e non distingueva tra un attacco tedesco alla Francia contro la Francia all'andare in guerra contro la Germania in caso di attacco tedesco ad un membro del cordone sanitario. Così, in questo modo, la dichiarazione britannica del marzo 1936 offrì non solo un impegno britannico diretto a difendere la Francia (anche se espresso in un linguaggio estremamente ambiguo), ma anche a difendere indirettamente i paesi dell'Europa orientale del cordone sanitario. In questo modo, il governo britannico si trovò attratto nella crisi europea centrale del 1938, perché l'alleanza franco-cecoslovacca del 1924 significava che una guerra tedesco-cecoslovacca sarebbe diventata automaticamente una guerra franco-tedesca e, se si fosse verificato quest'ultimo caso, la dichiarazione del 19 marzo 1936 avrebbe creato una forte pressione per l'intervento britannico. Fu a causa di questo impegno di sicurezza indiretta, attraverso la delega della Francia, che gli inglesi si trovarono coinvolti nella crisi centrale europea del 1938, nonostante la diffusa sensazione che la controversia tedesco-cecoslovacca non riguardasse direttamente la Gran Bretagna.[201]

Nel corso di una riunione del Comitato Affari Esteri della Camera dei Comuni il 12 marzo, Winston Churchill, un deputato conservatore di seconda linea, sostenne un coordinamento anglo-francese sotto la Società delle Nazioni per aiutare la Francia a sfidare la remilitarizzazione della Renania[202] ma ciò non accadde mai. Il 6 aprile Churchill disse della remilitarizzazione: "La creazione di una linea di fortificazioni di fronte alla frontiera francese consentirà alle truppe tedesche di essere economizzate su quella linea e consentirà alle forze principali di oscillargli intorno attraverso il Belgio e l'Olanda", prevedendo con precisione la Campagna di Francia.

BelgioModifica

Il Belgio concluse un'alleanza con la Francia nel 1920, ma dopo la remilitarizzazione il Belgio optò di nuovo per la neutralità. Il 14 ottobre del 1936, re Leopoldo III del Belgio disse in un discorso:

«"La rioccupazione della Renania, terminando la disposizione di Locarno, ci ha quasi portato di nuovo alla nostra posizione internazionale prima della guerra. [...] Dobbiamo seguire una politica esclusivamente ed interamente belga. La politica deve mirare unicamente a noi mettendoci fuori dalle liti dei nostri vicini".[203]»

Dal momento che i capi della Germania sapevano bene che né la Gran Bretagna né la Francia avrebbero violato la neutralità del Belgio, la dichiarazione di neutralità belga effettivamente significava che non c'era più pericolo di un'offensiva alleata in Occidente che avrebbe dovuto iniziare un'altra guerra in Germania, dato che i tedeschi erano ormai occupati nella costruzione della Linea Sigfrido lungo il confine con la Francia.[204] Per contro, proprio come prima del 1914, i capi della Germania erano fin troppo disposti a violare la neutralità belga.[204] La neutralità belga significava che non ci potesse essere nessun colloquio di stato maggiore fra l'esercito belga e quelli di altre nazioni, il che significò che, quando le forze tedesche invasero il Belgio nel 1940, non c'erano piani di sorta per coordinare il movimento delle forze belghe con quelli di Francia e Gran Bretagna, il che diede ai tedeschi un vantaggio temporale nella loro offensiva.[204]

PoloniaModifica

La Polonia annunciò che sarebbe stata onorata l'alleanza militare franco-polacca firmata nel 1921, anche se il trattato stabiliva che la Polonia avrebbe aiutato la Francia solo se la Francia fosse stata invasa.[205] Nello stesso momento in cui il colonnello Beck stava assicurando all'ambasciatore francese Léon Noël del suo impegno nell'alleanza franco-polacca e la volontà della Polonia di stare con la Francia, stava anche raccontando all'ambasciatore tedesco, il conte Hans-Adolf von Moltke, che, poiché la Germania non aveva intenzione di invadere la Francia, l'alleanza franco-polacca non sarebbe entrata in vigore e la Polonia non avrebbe fatto nulla se la Francia avesse agito.[205] Beck fece punto di sottolineare a Moltke che alla Polonia non era stato permesso di firmare Locarno e non voleva andare in guerra per Locarno, e che, come uno degli architetti del patto di non aggressione tedesco-polacco del 1934, era un amico del Reich.[206] Beck disse a Moltke, il 9 marzo, che la sua promessa di andare in guerra con la Francia era "in pratica, senza alcun effetto", perché sarebbe stata in vigore solo se delle truppe tedesche fossero entrate in Francia.[207] Weinberg scrisse che la "doppiezza" di Beck, durante la crisi della Renania, di raccontare agli ambasciatori tedesco e francese cose diverse su ciò che la Polonia avrebbe fatto "[...] non fece nulla alla reputazione personale di Beck e comportò rischi enormi [...]" per la Polonia.[208] La Polonia accettò di mobilitare le sue forze se la Francia lo avesse fatto per prima, ma si asteneva dal votare contro la remilitarizzazione nel Consiglio della Società delle Nazioni.

Stati UnitiModifica

Durante la crisi della Renania, il governo isolazionista americano decise una rigorosa politica hands off per non fare nulla.[209] Durante la crisi, il presidente Franklin Delano Roosevelt andò in un lungo viaggio di pesca "diplomaticamente conveniente" in Florida, per evitare di dover rispondere alle domande dei giornalisti su cosa prevedeva di fare la sua amministrazione in risposta alla crisi in Europa.[209] Il sentimento generale all'interno del governo degli Stati Uniti venne espresso da Truman Smith, addetto militare americano a Berlino, che scrisse che Hitler stava cercando solo di finire la dominazione francese in Europa e non stava cercando di distruggere la Francia come potenza.[209] Il rapporto di Smith concluse: "Versailles è morta. Ci può eventualmente essere una catastrofe tedesca e una nuova Versailles, ma non sarà la Versailles che si è sospesa come una nuvola scura in Europa dal 1920".[209]

Unione SovieticaModifica

In pubblico, il governo sovietico ebbe una linea forte nel denunciare il colpo di stato tedesco come una minaccia per la pace.[210] Nello stesso momento in cui il commissario degli Esteri sovietico Maksim Maksimovič Litvinov stava tenendo un discorso nella prima Assemblea Generale della Società delle Nazioni, lodando la sicurezza collettiva e sollecitando il mondo ad opporsi al golpe di Hitler, i diplomatici sovietici a Berlino raccontavano alle loro controparti dell’Auswärtiges Amt del loro desiderio di migliori relazioni commerciali, che a loro volta avrebbero potuto portare a migliori relazioni politiche.[211] Subito dopo la remilitarizzazione, il premier sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov rilasciò un'intervista al quotidiano svizzero Le Temps, suggerendo che l'Unione Sovietica volesse migliori relazioni con la Germania.[210] Nel mese di aprile 1936, l'Unione Sovietica firmò un trattato commerciale con la Germania che prevedeva l'ampliamento del commercio tedesco-sovietico.[210] Un grosso problema dell'Unione Sovietica per andare in guerra contro la Germania era la mancanza di una frontiera tedesco-sovietico comune, che avrebbe richiesto sia al governo polacco che a quello rumeno di conferire un diritto di transito all'Armata Rossa.[212] Nonostante la sua volontà dichiarata di impegnarsi contro la Wehrmacht, il Narkomindel tendette a negoziare con i polacchi e romeni sui diritti di transito in caso di guerra, in modo tale da suggerire che volessero fallire i colloqui, suggerendo che la linea dura sovietica contro la Germania era appena atteggiata.[213] I rumeni, e ancora di più i polacchi, espressero una grande quantità di paura che, se l'Armata Rossa fosse stata autorizzata con diritti di transito ad entrare nei loro paesi per andare a combattere la Germania, non sarebbero riusciti a respingerla una volta che la guerra fosse finita; il Narkomindel non fornì rassicurazioni convincenti su questo punto.

Società delle NazioniModifica

Quando il Consiglio della Società delle Nazioni si riunì a Londra, l'unico delegato a favore delle sanzioni contro la Germania era Maksim Maksimovič Litvinov, rappresentante dell'Unione Sovietica. Dato che la Germania non era più un membro della Società, a Ribbentrop fu permesso di tenere un discorso davanti all'Assemblea della Società il 19 marzo, dove cercò di giustificare le azioni della Germania come qualcosa d'imposto al Reich dal patto franco-sovietico, e avvertì che ci sarebbero state gravi conseguenze economiche per quegli Stati che avessero votato per imporre sanzioni alla Germania.[214] Nel 1936, un certo numero di paesi est-europei, scandinavi e latino-americani, le cui economie ebbero forti pressioni da parte della grande depressione, erano diventati molto dipendenti dal commercio con la Germania per mantenere le loro economie a galla, il che significava che per motivi economici nessuno di questi stati avrebbe voluto offendere la Germania.[215] Il presidente dell'Ecuador Federico Páez tenne un discorso, in cui dichiarava essere "priva di senso" l'idea di sanzioni contro il Reich.[216] A quel tempo, il Ministero degli Esteri britannico stimò che Gran Bretagna, Francia, Romania, Belgio, Cecoslovacchia e Unione Sovietica erano gli unici paesi in tutto il mondo disposti ad imporre sanzioni alla Germania.[217] Gli ambasciatori di Svezia, Danimarca, Norvegia, Polonia, Olanda, Grecia, Svizzera, Turchia, Cile, Estonia, Portogallo, Spagna, e Finlandia fecero sapere alla Società che essi consideravano le sanzioni alla Germania come un "suicidio economico" per i loro paesi.[218] Mussolini, che era ancora arrabbiato per le sanzioni applicate dalla Società contro l'Italia, tenne un discorso in cui mise in chiaro che lui sicuramente non si sarebbe unito ad eventuali sanzioni contro la Germania per la remilitarizzazione della Renania.[219] Nell'autunno del 1935, la Gran Bretagna era stata in grado di ottenere che la Società imponesse sanzioni limitate all'Italia ma, dal tardo inverno del 1936, l'idea d'imporre sanzioni radicali alla Germania – la cui economia era quattro volte più grande dell'Italia, rendendo la Germania un "piovra economica" i cui tentacoli erano ovunque in tutto il mondo – era impensabile per il resto del mondo.[220] Inoltre, avere sanzioni paralizzanti sul lavoro in Germania avrebbe richiesto la partecipazione degli Stati Uniti d'America. Nel 1935, il governo americano aveva dichiarato che gli Stati Uniti non erano un membro della Società, che non avrebbero rispettato le sanzioni della Società contro l'Italia, che non era certo un precedente di speranza all'idea che partecipassero con l'imposizione alle sanzioni alla Germania. L'Argentina dichiarò che avrebbe votato per le sanzioni contro la Germania solo se gli Stati Uniti avessero promesso di partecipare.[216] Il Consiglio dichiarò, anche se non all'unanimità, che la remilitarizzazione costituiva una violazione dei trattati di Versailles e di Locarno. Hitler venne invitato a progettare un nuovo sistema per la sicurezza europea ed egli rispose affermando di avere "rivendicazioni territoriali in Europa" e che voleva un patto di non aggressione di 25 anni con Gran Bretagna e Francia. Tuttavia, quando il governo britannico gli chiese ulteriormente di questo patto proposto, non ricevette risposta.[221]

ImportanzaModifica

La remilitarizzazione cambiò i rapporti di forza decisamente a favore del Reich.[222] Con la Renania remilitarizzata, la Germania iniziò la costruzione della Linea Sigfrido, il che significava che se la Germania avesse attaccato uno qualsiasi degli stati nel cordone sanitario, la capacità della Francia di avviare un'offensiva contro la Germania in risposta ad un'aggressione tedesca contro gli stati del cordone sanitario d'ora in poi sarebbe stata limitata.[223] Tale fu l'impatto della remilitarizzazione sull'equilibrio di potere, che il presidente cecoslovacco Edvard Beneš prese seriamente in considerazione l'idea di rinunciare all'alleanza con la Francia, e andò invece alla ricerca di un riavvicinamento con la Germania, abbandonando quell'idea solo quando divenne chiaro che il prezzo di un riavvicinamento con il Reich sarebbe stato l'effettiva perdita dell'indipendenza del suo paese.[223] Allo stesso modo, re Carlo II di Romania concluse che la Romania avrebbe potuto dover abbandonare la sua alleanza con la Francia, e invece accettare l'idea che il suo paese avrebbe dovuto passare da essere nella sfera d'influenza francese ad essere nella sfera d'influenza tedesca.[223] Quando William C. Bullitt, ambasciatore americano di nuova nomina in Francia, visitò la Germania, nel maggio 1936, s'incontrò con il barone von Neurath. Il 18 maggio 1936, Bullitt riferì al presidente Roosevelt che:

«"Von Neurath ha detto che la politica del governo tedesco è di non fare nulla nella politica estera attiva fino a quando "la Renania non sarebbe stata digerita". Ha spiegato che voleva dire che, fino a quando le fortificazioni tedesche non saranno state costruite sui confini francese e belga, il governo tedesco farà tutto il possibile per prevenire, piuttosto che incoraggiare, un focolaio dei nazisti in Austria e perseguirà una linea tranquilla nei confronti della Cecoslovacchia. "Non appena le nostre fortificazioni saranno state costruite e i paesi dell'Europa centrale si renderanno conto che la Francia non potrà entrare in territorio tedesco a piacimento, tutti i paesi cominceranno a sentirsi molto diversi sulle loro politiche estere e si svilupperà una nuova costellazione", ha detto".[224]»

Tra il 15 e il 20 giugno 1936, i capi di stato maggiore della Piccola Intesa di Cecoslovacchia, Romania, e Jugoslavia s'incontrarono per discutere della cambiata situazione internazionale. Decisero di mantenere i loro piani attuali per una guerra contro l'Ungheria, ma conclusero che, con la Renania ora remilitarizzata, c'era poca speranza di un'efficace azione francese in caso di guerra contro la Germania.[225] L'incontro terminò con la conclusione che ormai c'erano solo due grandi potenze in Europa orientale, ossia Germania ed Unione Sovietica, e il meglio che si poteva aspirare era evitare un'altra guerra che avrebbe quasi certamente significato la perdita dell'indipendenza delle loro nazioni, indipendentemente da chi avesse vinto.[222] Weinberg scrisse che l'atteggiamento, accettato dall'intera élite tedesca e da gran parte del popolo tedesco, che qualsiasi nuova guerra avrebbe solo beneficiato alla Germania, e che la terminazione dello stato smilitarizzato della Renania, non poteva che essere una buona cosa e così ad aprire la porta all'avvio di una nuova guerra fu un atteggiamento estremamente miope, autodistruttivo e stupido, anche da un punto di vista strettamente tedesco.[7] Weinberg osservò che la Germania perse la sua indipendenza nel 1945, e perse molto più territorio sotto la linea Oder-Neiße imposta nel 1945 di quanto non abbia mai perso a Versailles, con milioni di morti e la distruzione delle sue città, e che dal punto di vista tedesco, la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di accettare Versailles piuttosto che lavorare per farla finita con Versailles, al fine d'iniziare una nuova guerra che si concluse con la Germania totalmente schiacciata, divisa ed occupata.[7]

NoteModifica

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  24. ^ Arthur Harris usò la stessa frase nel 1945 e lo storico Frederick Taylor a pag. 432 in Dresda: Martedì 13 febbraio 1945 menziona che era un'eco deliberata di una celebre frase usata da Bismarck "L'insieme dei Balcani non vale le ossa di un singolo granatiere della Pomerania."
  25. ^ Emmerson, p. 24.
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Collegamenti esterniModifica

  • Mappa dell'Europa mostrante la situazione politica durante la remilitarizzazione di Hitler della Renania su omniatlas.com