Ittiti

popolo indoeuropeo
Ittiti
Hittite Empire.png
L'Impero ittita (in rosso) all'apice della sua potenza nel 1290 a.C.; in rosso scuro il territorio di origine.
 
Luogo d'origineAnatolia
PeriodoDal XIX secolo al XII secolo a.C.
LinguaIttita
ReligioneReligione ittita

Gli Ittiti (o Hittiti o anche Etei[1], dalla città di Hatti) furono un popolo indoeuropeo che abitò la parte centro-orientale dell'Asia Minore[1] nel II millennio a.C. È il più noto degli antichi popoli anatolici.

EtnonimoModifica

Il primo riferimento agli Ittiti si trova nell'Antico Testamento, dove vengono menzionati come Chittim o Hitti[2], da cui ebbe origine in greco chetaios (o chettaios) che in latino diventò hetaeus o hettaeus.

Il termine venne tradotto da Martin Lutero come Hethiter nella sua versione in tedesco della Bibbia e passò poi in italiano come Ittita.[3]

 
La Porta dei Leoni a Hattuša
 
Bastioni di Yerkapi a sud

StoriografiaModifica

I risultati degli studi sulla storia ittita sono in continua evoluzione per la grande quantità di materiale in tavolette d'argilla[4]a disposizione degli studiosi, che deve ancora essere tradotto e interpretato. Ogni conclusione riguardo alla storia ittita va quindi considerata provvisoria. Questa progressione e revisione continua spiega le numerose controversie e divergenze fra gli studiosi del settore.

Lo studio della storia di questo popolo, inoltre, non può essere separato dallo studio dei popoli limitrofi, per le forti influenze reciproche, testimoniate anche dal gran numero di lingue in cui è scritto il materiale ittita (Sumero, Accadico, Ittita, geroglifico e cuneiforme, Luvio, Ugaritico, ecc.). Questa molteplicità di lingue può significare che il regno ittita fosse abitato da popoli diversi.

Il nome Ittiti è nato in epoca moderna, derivato dal termine biblico Hitti (che era però riferito ad alcune tribù Cananee della Palestina). Quelli che noi chiamiamo Ittiti, in realtà si definivano come popolo della terra di Hatti, in base alla localizzazione geografica, senza utilizzare designazioni etniche[5].

L'affermazione del nesita (o ittita) come lingua più diffusa nel regno può essere spiegato col fatto che questa lingua si fosse già diffusa dalla città di Neša/Kanesh alla maggior parte dell'Anatolia ancora ai tempi delle colonie commerciali assire (i karum) come lingua internazionale del commercio[6], oppure col fatto che fosse usata dalla famiglia reale e dagli amministratori del regno come lingua della classe dominante[5].

StoriaModifica

La storia del popolo ittita viene abitualmente divisa in due fasi: Antico Regno e Nuovo Regno, con eventualmente una fase intermedia. Questa suddivisione però presenta problemi: mancano infatti nella storia ittita cambiamenti importanti tali da giustificare una divisione in periodi diversi (come accade invece per la storia egiziana e assira). Durante tutti i 500 anni della storia ittita questo popolo fu governato da re appartenenti tutti a un ristretto numero di famiglie imparentate tra loro (seguendo la linea femminile, regine e principesse, la linea dinastica è molto ristretta). Se è vero che la storia dei reali ittiti fu funestata da numerose congiure e usurpazioni, questi episodi avvennero sempre all'interno della stessa famiglia reale. Una suddivisione in due fasi (come quella seguita in questa pagina: Antico e Nuovo Regno) ha solo lo scopo di rimanere sulla traccia di una convenzione consolidata, anche se basata su considerazioni ormai superate[7].

L'insediamento in AnatoliaModifica

 
Gli Ittiti (in giallo) nel II millennio a.C., accanto agli altri popoli anatolici della regione: i Palaici (in rosso) e i Luvi (in azzurro)[8]

L'arrivo degli Ittiti in Anatolia dalle steppe a nord del Mar Nero attraverso il Caucaso, oppure da ovest attraverso i Balcani, è di difficile datazione, perchè è problematico collegare movimenti migratori con mutamenti della cultura materiale attestati archeologicamente. Dovette trattarsi di un fenomeno di durata notevole, che portò in Anatolia varie ondate di popolazioni indoeuropee, e a questo insediamento scaglionato probabilmente risalgono le differenze linguistiche tra i vari gruppi della famiglia linguistica anatolica, comunque affini tra loro: oltre agli Ittiti (al centro) c'erano i Luvi (a sud) e i Palaici (a nord-ovest). Questi nuovi arrivati si sovrapposero all'antica popolazione pre-indeuropea, che viene chiamata convenzionalmente Hatti; in passato la lingua dei Pre-Ittiti era detta Lingua hattica, mentre la lingua di quelli che chiamiamo Ittiti era detta nesita ("della città di Neša/Kanesh"). La situazione etnico-linguistica dell'area ittita è ulteriormente complicata da infiltrazioni hurrite nel sud-est. Questo quadro era già sostanzialmente costituito quando i testi commerciali paleo-assiri (sec. XIX-XVIII a.C.) rinvenuti a Kanesh e in altre località della Cappadocia offrirono per la prima volta un ricco materiale onomastico anatolico.

La zona iniziale di insediamento fu una porzione ristretta attorno all'ansa del fiume Kizil Irmak[9], noto come Marassantija in lingua ittita e chiamato Halys in epoca classica.

La fase delle città-StatoModifica

Gli anatolici si organizzarono progressivamente in piccole città-stato. La documentazione, essendo costituita da lettere e documenti contabili dei mercanti assiri che frequentavano la regione, offre un quadro parziale, ma risulta chiaro che questi stati erano indipendenti politicamente rispetto all'Assiria, con la quale intrattenevano solo rapporti commerciali. La diffusione dell'uso del bronzo (lega di rame con stagno al 10%) rendeva sempre più importante il consolidamento di strutture amministrative in grado di regolare i commerci. L'Anatolia infatti era relativamente ricca di rame ma priva di stagno, che doveva essere importato dal sud est mesopotamico.

I regni locali erano numerosi: oltre a quello di Kaneš c'erano Purushanda/Burušhatum, Salatiwar, Tarhumit, Nenassa, Zalpa/Zalpuwa, Hattuša, Hahhum, e molti altri (perlopiù di incerta localizzazione). Il re di Kanesh/Kültepe, Zipani, e il re di Hattuŝa, Pamba, citati nella tavoletta KBo III 13 (CTH 311.1), figurano nella lista dei diciassette regni che si ribellarono al potere del re akkadico Naram-Sin, dato che dimostra sia il potere raggiunto da questi regni sia la loro capacità di operare militarmente collegati.

Antico regnoModifica

Intorno al 2300 a.C. un gran numero di questi insediamenti, soprattutto nell'ovest e nel sud, andò incontro a una rapida decadenza e la popolazione autoctona venne progressivamente sostituita da popolazioni di lingua indoeuropea: I Luvi nel sud-ovest, i Palaici al nord e gli Ittiti al centro e all'Est. Intorno al 2000 a.C. gli Ittiti, pastori nomadi provenienti dalla Russia meridionale, si stanziarono nella penisola anatolica.

I precursori del regno ittita furono il re Pithana ed il figlio Anitta[10], sovrani di Kuššara, nel XVIII secolo a.C. Pithana riuscì a conquistare la città di Kanesh[11]. Questo fu l'embrione dell'impero ittita ed il primo nucleo unitario per questo popolo fino ad allora organizzato in città-stato indipendenti. Anitta estese il dominio conquistando Hattuša e distruggendola, portando i confini del regno fino a Zalpa/Zalpuwa sul Mar Nero. Inoltre trasferì la corte da Kuššara a Kanesh, dove un suo palazzo è documentato.[12] Gli immediati successori di questi due sovrani sono sconosciuti.[10]

Dalla stessa città di Kuššara provenne la dinastia che diede vita al primo grande regno ittita. Ne fu iniziatore il re Labarna I (circa 1680-1650 a.C.)[10], figura in parte leggendaria, additata dai successori come modello di buon governo e di successo politico e militare. Con Labarna vennero conquistati vari regni[13]e Kuššara ritornò capitale di un vasto Stato, che toccava forse il Mediterraneo.[14]

Il suo successore Labarna II o Hattušili I, dopo avere trasferito la capitale a Hattuša (circa 1650-1620 a.C.), marciò contro Sanahuitta e la conquistò e poi contro Zalpa e la distrusse.[15] Egli continuò l'espansione militare sia verso ovest sia verso la Siria settentrionale, con la conquista di Ursum, Hassum, Hahhum ed Alalakh.

Lo Stato ittita venne così a fronteggiare il potente regno di Yamkhad (Aleppo) con il quale iniziò una dura lotta. Ai successi militari non si accompagnò la solidità politica interna; lo attestano una rivolta generale verificatasi mentre il re era impegnato contro Arzawa, e soprattutto il "Testamento di Hattušili I" con il quale il re diseredava i suoi discendenti diretti e designava come erede un nipote adottato come figlio, Muršili I, denunciando le trame all'interno della corte e della famiglia reale.

Muršili I (circa 1620-1590 a.C.) proseguì l'espansione verso sudest, realizzando la conquista e annessione di Aleppo, ed anche una fortunata spedizione contro la lontana Babilonia, dalla quale riportò un ricco bottino e grande prestigio.

Lo stato ittita in questa fase (detta "Antico Regno") mostrò vitalità ed energia sul piano militare, ma anche una forte instabilità. Il re doveva difendere il suo potere dall'ingerenza della potente cerchia nobiliare e dell'assemblea, il Panku, il cui compito era forse di eleggere il nuovo sovrano in base alle sue gesta eroiche in battaglia, una volta morto quello in carica.

I contrasti interni presto si aggravarono: Muršili I fu ucciso dal cognato Hantili I, che gli succedette sul trono dando inizio a una lunga serie di torbidi e, al contempo, alla decadenza del regno antico (i possedimenti siriani andarono perduti).

Decadenza dell'Antico regnoModifica

Congiure a catena fecero salire al trono Zidanta I (che uccise il figlio di Hantili), poi Ammuna (che uccise suo padre Zidanta), poi Huzziya I, infine Telipinu (circa 1525-1500 a.C.). Quest'ultimo si presentò come restauratore dell'ordine, descrisse a tinte fosche il regno dei suoi predecessori e promulgò un testo per regolare la successione al trono.

Sul piano internazionale lo Stato non aveva più la preminenza assoluta neppure in Anatolia, come mostrano trattati stretti su un piano paritetico tra i re ittiti e quelli di Kizzuwatna. La situazione peggiorò ulteriormente per l'ascesa del regno di Mitanni che attirò nella sua sfera di influenza sia Aleppo sia Kizzuwatna.

Medio RegnoModifica

Il Medio Regno, che iniziò alla morte di Telipinu, si aprì con un periodo per il quale non disponiamo ancora di fonti accurate e che sembra essere stato nuovamente caratterizzato da conflitti interni e sconfitte.

Il primo sovrano documentato, con cui Hattuša recuperò floridezza e stabilità fu Tudhaliya I/II, che condusse numerose campagne anatoliche (contro Arzawa, la confederazione di Aššuwa, i Kaska del Mar Nero, gli Hurriti e la regione di Išuwa) e fu, infine, autore della presa di Aleppo (persa dopo il regno di Muršili I). La conquista di Kizzuwatna determinò l'introduzione di elementi hurriti nella cultura ittita, fra cui l'uso del doppio nome ittita-hurrita dei sovrani e delle loro consorti. Al regno di Tudhaliya va ricondotto anche il primo trattato con l'Egitto (Trattato di Kuruštama), che prevedeva l'invio di artigiani ittiti in quel paese, in segno di amicizia.

Successore di Tuthaliya fu Arnuwanda I, per il quale la fonte principale è costituita dagli Annali, che narrano di come egli fosse stato scelto da Tudhaliya I/II nonostante non fosse suo figlio, bensì il genero[16], marito di Asmunikal, figlia del re e della regina Nikkalmati.

In seguito vi fu un periodo caratterizzato da guerre e incursioni nemiche in cui Aleppo e le città siriane andarono perdute dopo la fine dei conflitti tra l'Egitto e Mitanni.
Il Medio Regno si concluse con il regno di Tudhaliya III[17]. Le incursioni dei Kaska a nord e soprattutto l'avanzata da ovest di Arzawa, che sotto la guida di Tarhuna-Radu sottrasse l'area centro anatolica al controllo ittita, provocarono molte perdite territoriali. La capitale venne probabilmente spostata a Šamuha, la cui collocazione è ancora sconosciuta, dopo il saccheggio e l'incendio di Hattuša. Di questo periodo sono le due lettere scambiate tra la corte di Arzawa e quella faraonica, scoperte nel sito di Tell Amarna che testimoniano come gli Ittiti avessero perso la supremazia in Anatolia.

Nuovo RegnoModifica

Šuppiluliuma I e Muršili IIModifica

Il figlio di Tudhaliya, Šuppiluliuma I (circa 1350-1322 a.C.), ristabilì la sicurezza del territorio ittita lottando contro i barbari Kaska del nord anatolico, e portò poi il regno ad una posizione di preminenza quale mai aveva raggiunto. Con l'Egitto giunse a un accordo per la spartizione della Siria, mentre la trasformazione di Mitanni in regno vassallo causò attriti con l'Assiria.

Muršili II (circa 1321-1295 a.C.) fu impegnato soprattutto all'ovest, contro i vari regni di Arzawa ai quali impose trattati di vassallaggio: gli Annali del re mostrano che la conservazione dell'impero era ottenuta solo a costo di continue spedizioni militari.

Muwatalli e la Battaglia di QadešModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Qadeš.

Muwatalli II (circa 1295-1272 a.C.) si scontrò ben presto con l'Egitto del giovane Ramses II, il quale cercò di sottrarre agli Ittiti alcuni dei possedimenti siriani, in modo particolare l'area di Qadeš ed il regno di Amurru. I due sovrani si affrontarono nella Battaglia di Qadeš (circa 1274 a.C.) che, pur conclusasi senza una vittoria netta da parte di nessuno dei due contendenti, vide gli Ittiti rientrare in possesso dei territori di Qadeš e Amurru. La battaglia fu rivendicata come vittoriosa sia dagli Ittiti che dagli Egizi[18][19].

In politica interna, Muwatalli si rese protagonista dello spostamento della capitale, che da Hattusa fu trasferita più a sud, a Tarhuntassa. Il sovrano affidò al fratello Hattušili III la difesa del nord dell'impero contro i nomadi Kaska.

Gli ultimi reModifica

 
Tavola di bronzo con scrittura cuneiforme che riporta il trattato di pace tra Tudhaliya IV e Kurunta di Tarhuntassa (1235 a.C.)

Dopo il breve regno di Muršili III, Hattušili III prese a sua volta il potere (circa 1265-1237 a.C.) e mutò politica siglando un trattato di pace con Ramses II (1259 a.C.) al quale diede, successivamente, in moglie (1246 a.C.) sua figlia suggellando così un'alleanza che in effetti non venne più turbata. Tudhaliya IV (circa 1237-1209 a.C.) poté così riservare tutte le sue energie allo scontro con l'Assiria, che aveva annesso Mitanni e fronteggiava gli Ittiti sull'Eufrate.

La frontiera dell'Eufrate resistette, ma l'impero cominciò a disintegrarsi dall'interno: i vassalli siriani dipendevano ormai dai governatori (di origine ittita) di Karkemiš ed Aleppo, mentre nel sud-ovest anatolico gli Ittiti ebbero non pochi problemi con alcune popolazioni, primi fra tutti i Lukka, come mostrano le iscrizioni in geroglifico di Tudhaliya IV.

Gli ultimi re ittiti, Arnuwanda III (circa 1209-1207 a.C.) e Šuppiluliuma II (circa 1207-1180 a.C.) sembrarono preoccupati soprattutto di assicurarsi la fedeltà sempre più sfuggente dei vassalli e dei funzionari di corte.

Il collasso dell'età del Bronzo e l'invasione dei Popoli del mareModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Popoli del Mare.

La fine dell'impero Ittita, intorno al 1170 a.C., ebbe luogo nel contesto del Collasso dell'età del bronzo nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente. Tra le cause di tale crisi, che sono ancora oggetto di dibattito tra gli storici, ci furono gli attacchi dei cosiddetti popoli del Mare (Lici, Achei-Micenei, Filistei[20], Frigi. L'impatto di queste genti fu causa di profonde trasformazioni nell'area del Mar Egeo e nel Vicino Oriente dove, con l'eliminazione dell'impero Ittita e l'indebolimento di quello Egiziano, favorì l'emergere dell'impero neo-assiro.

Esistono diversi indizi di una crescente instabilità interna ed esterna all'impero nei suoi ultimi cento anni di vita, e potrebbero esserci state lotte di successione e guerre fratricide (come quella che aveva estromesso Muršili III). Minacciosa per gli Hitti fu la crescita di potere degli Assiri, che sconfissero il figlio di Hattušili III, Tudhaliya IV, che perse l'egemonia su diversi stati cuscinetto e alleati/rivali come Mitanni e gli Hurriti.

L'ultimo re Ittita conosciuto, Šuppiluliuma II (1207-1178 a.C. circa) succeduto al fratello Arnuwanda III, non si sa se pacificamente o dopo scontri dinastici, costruì una grande flotta da guerra e riuscì a conquistare Cipro. Inoltre, sembra che avesse saccheggiato, per motivi ignoti, la città di Tarhuntassa, che era stata una delle antiche capitali dell'impero. Indice forse di guerre civili e scontri interni.

Il successivo Kuzi-Teshub (figlio del governatore di Karkemiš) non fu imperatore, e nemmeno rivendicò tale titolo (accontentandosi del titolo di "grande re"), ma fu sovrano di un piccolo regno neo-ittia, sorto dopo che Hattuša era già stata saccheggiata (forse a opera dei Kaska), bruciata e abbandonata.

Diverse popolazioni anatoliche e balcaniche iniziarono a premere con maggior forza sulle frontiere. Si trattava dei Kaska (nemici tradizionali che vivevano sul Mar Nero), dei Frigi (probabilmente stanziati nei Balcani ancora nel 1300 a.c., ma che durante l'età del ferro occupavano parte del cuore del vecchio impero Ittita), dei Traci e dei Bryges (il ramo dei Frigi poi rimasto nei Balcani).

Si può ipotizzare, anche per la successiva presenza di numerosi stati neo ittiti, che negli ultimi caotici anni dell'impero vi fossero state guerre civili, non documentate nelle fonti, sfociate in secessioni e scontri tra membri della famiglia reale, che comportarono la disintegrazione dell'impero[21], anche se la ricerca in questo campo non è giunta ad alcuna conclusione certa.

Gli Assiri combatterono diverse campagne a partire dal regno di Tiglath-Pileser I verso il 1160 a.c. contro i Mushku ( che sono identificati con i Frigi) ed i Kaska, indice del fatto che già in quell'epoca buona parte dell'impero Ittita fosse occupato da questi popoli.

 
Stati Neo-Ittiti

Gli Stati neo-ittitiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Stati neo-ittiti.

La fine dell'impero non coincise con la fine della storia ittita. Nella situazione politicamente ed etnicamente mutata dopo il 1200 emerse tutta una serie di piccoli Stati detti "neo-ittiti", caratterizzati dall'uso della scrittura geroglifica anatolica nelle iscrizioni monumentali.

Stati neo-ittiti furono presenti in Siria (Karkemiš, Hattina), in Cilicia (Que, Hilakku), nell'alto Eufrate (Kummuh, Melid, Gurgum) e in Cappadocia (Tabal, che fu l'unico di una certa estensione).

Tra i secoli XI e IX una situazione internazionale abbastanza fluida permise loro notevole libertà di esistenza, ma con il crescere della potenza dell'impero neo-assiro la loro sorte fu segnata.

La vittoria di Tiglatpileser III sugli Urartei (743 a.C.) rese gli Assiri padroni della zona neo-ittita, e i singoli Stati dovettero capitolare e furono ridotti a province dallo stesso Tiglatpileser, e dai suoi successori Salmanassar V e Sargon II tra il 740 e il 710 a.C.[22].

Il nome degli Ittiti fu ancora usato per qualche secolo, con un significato diverso: gli Assiri continuarono a chiamare Hatti la Siria settentrionale e poi estesero il nome a tutta la regione siro-palestinese, e nell'Antico Testamento gli Ittiti figurano come una delle popolazioni che abitavano la Palestina prima della conquista israelitica.

PoliticaModifica

Figura del sovranoModifica

Secondo la titolazione regale il sovrano era re della Terra di Hattuša, gran re, re di Hatti e signore di Kuššara, almeno a partire da Hattušili I.[23] Il sovrano sedeva su un trono di ferro, considerato molto più prezioso dell'oro durante l'età del bronzo, perché pochi erano in grado di lavorarlo.[23]

CostituzioneModifica

La più antica Costituzione scritta al mondo è quella ittita[chiaro anacronismo],[24] che venne introdotta nel XVI secolo a.C. dal re Telipinu, con il famoso proclama di Telipinu.[24]

Durante il suo regno il sovrano cercò di mettere un freno alle frequenti usurpazioni del trono e regicidi che si stavano verificando ormai da decenni all'interno della monarchia Ittita; innanzitutto il re mandò al confino i suoi possibili usurpatori, senza però ucciderli. Infatti il sovrano credeva che il miglior modo per bloccare gli spargimenti di sangue fosse abolire la pena di morte.[25]

La pena di morte fu abrogata,[24] tranne nel caso di omicidio, in cui i parenti della vittima avrebbero scelto la pena da applicare, tra cui anche l'uccisione dell'assassino, pur potendo poi venire respinta dal re, optando per un risarcimento in denaro; nel caso di adulterio da parte di una donna, o per i ladri che rubavano nei templi.[26]

«E nel caso di spargimento di sangue bisogna comportarsi come segue: a chi compie un atto sanguinoso accade quello che dice il padrone del sangue. Se dice: «Deve morire!», allora deve morire. Ma se dice: «Deve provvedere a un risarcimento», allora deve provvedere a un risarcimento. Ma non deve dare alcun risarcimento al re[27]

Inoltre non esisteva la Legge del taglione.[28]

ReligioneModifica

La religione Ittita era politeista, con un'elaborazione originale di elementi ittiti e pre-ittiti, uniti ad influssi mesopotamici e hurriti.

La religione dell'imperoModifica

Secondo alcuni, la religione sarebbe stata la ragione dell'edificazione dell'impero, e sarebbe pertanto in essa la chiave della concezione imperiale ittita.

Punto di partenza sarebbe stata la situazione politico-sociale che gli Ittiti avrebbero trovato in Anatolia: una costellazione di città-stato templari, di tipo mesopotamico, ossia comunità territoriali facenti capo ad un tempio.
Gli dei erano Tarhunta, Almahasuitta e Siunasummi. La penetrazione o la conquista del Paese da parte degli Ittiti sarebbe consistita nella loro sostituzione agli indigeni nel governo dei templi e delle comunità che ne dipendevano. In altri termini, gli Ittiti si sarebbero messi al servizio degli dèi che ordinavano territorialmente l'Anatolia. L'espressione "servi degli dei" fu in effetti la definizione che essi diedero di sè.

Secondo questa linea di pensiero l'acquisizione territoriale si sarebbe sviluppata come acquisizione di un numero crescente di servizi divini. Colui che era diventato il capo della comunità templare di Hattuša, si sarebbe imposto gradatamente ai capi delle altre città templari. L'Anatolia sarebbe diventata il Paese di Hattuša e gli abitanti sarebbero diventati sudditi, sia pure tramite i templi cui facevano capo, di questa nuova figura di monarca-sacerdote.

Il re-sacerdoteModifica

Il re ittita sarebbe stato in realtà un sacerdote: l'unico che avrebbe potuto sacrificare direttamente agli dei. Chiunque altro avrebbe dovuto ricorrere a sacerdoti specializzati. La fonte del suo potere sarebbe stata il servizio che prestava a tutti gli dei che avevano sede in Anatolia. Il suo titolo, a questo riguardo, era quello di "servo degli dei" per antonomasia. Questi principi religiosi configurerebbero l'impero ittita come una confederazione di comunità templari aventi per capo quello della comunità templare di Hattuša.

Sempre secondo questa ipotesi, una volta consolidata questa situazione nella regione anatolica, avrebbe potuto essere conquistato anche il resto del mondo. Dove vi fossero comunità templari, sarebbero state costrette a riconoscere il re ittita come "servitore" del rispettivo dio. Se le città-Stato fossero state diversamente organizzate, sarebbero state espropriate ai loro abitanti e ridotte a città templari, proprietà del dio locale, amministrabili in sua vece dal re ittita.

Il "servizio" reso dal re agli dei sarebbe stato una sublimazione dell'originario servizio templare (che consisteva sostanzialmente nel dare alla divinità la sua spettanza come proprietaria del suolo su cui viveva la comunità). Il re,invece, avrebbe offerto la sua azione regale: le sue imprese, le sue conquiste. E così come era scrupolosamente registrato presso ogni tempio qualsiasi prodotto destinato al dio, il re avrebbe registrato ogni sua azione, sia imprese belliche sia cerimonie o altro, che avrebbe dedicato agli dei annualmente. In teoria, annualmente il re avrebbe anche dovuto recarsi in pellegrinaggio a tutti i templi dell'impero per formalizzare il servizio divino da cui derivava il suo potere.

Il pantheon ittitaModifica

Di qui la caratteristica del politeismo ittita, condivisa con altre culture, per il quale gli dei non erano rappresentazioni di realtà universali, ma di località.

Divinità nazionale dell'impero era un dio sovrano con caratteri del "dio della tempesta" siriano; il suo nome era indicato con l'ideogramma IM, poi U, comune a vari dei di località diverse (in una lista, troviamo ben 21 U.). Evidentemente ogni U si distingueva dall'altro non per una diversa natura, ma per una diversa sede di culto, e quindi serviva a identificare un territorio. Lo stesso vale per la divinità indicata con l'ideogramma mesopotamico UTU (sole). Risulta esserci più di un UTU, e UTU era anche la dea-sole della città di Arinna, la quale, nella sistemazione teologica ittita, appariva come sovrana e sposa del dio della tempesta. Ai piedi di questa dea venivano deposti, come offerta agli dei, gli atti che registravano le imprese del re.

Il pantheon ittita era così composto di divinità dall'origine più varia e non rifletteva una visione del mondo, ma piuttosto le suddivisioni territoriali dell'impero, traendo la sua formazione dall'accumulo successivo di divinità dovuto alle conquiste.

Il "servizio" agli dei, che giustificava la presenza ittita in Anatolia, comportava il massimo adeguamento alla volontà divina. Il che si otteneva mediante un gran numero di tecniche divinatorie, tra cui si ricorda, per la sua importanza, l'ornitomanzia, ossia la consultazione del volo e del comportamento degli uccelli.

Il peccato per eccellenza (anzi il reato, data la sua punibilità per il codice penale) era la trasgressione alle norme o agli ordini divini. La ricerca e l'espiazione di eventuali trasgressioni essendo di fondamentale importanza, acquistò particolare rilievo l'istituto della confessione pubblica sotto forma di preghiera. L'idea stessa del peccato si evolse in un dio, Wastulassis, che assieme ad altre divinità astratte come Hantassas (equità) e Istamanassas (esaudimento), a differenza degli altri dei territoriali regolava i rapporti tra uomini e dei, e quindi il comportamento umano.

La mitologiaModifica

Della ricca mitologia ittita si ricordano i due miti più estesi: quello del dio Telipinu (identificato solitamente con il mesopotamico Tammuz, il quale scompare provocando la sterilità della terra, ma poi è costretto a tornare e a ristabilire l'ordine) e quello della lotta vittoriosa del dio dell'ordine (il "dio della tempesta") contro il serpente Illuyanka, personificante le forze del caos.

Un terzo mito, quello dell'evirazione del dio-cielo (il mesopotamico Anu) da parte del dio Kumarbi, va ricordato in quanto, anziché riallacciarsi alla tradizione mesopotamica, trova un singolare riscontro nel mito greco della evirazione di Urano da parte di Crono. Un distacco dalla tradizione mesopotamica, che presso gli Ittiti è presente nelle idee sull'aldilà, nei rituali, negli scongiuri, nelle formule magiche, ecc., si ha anche nella pratica funeraria dell'incinerazione.

ArteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Arte ittita.
 
Reperto archeologico ittita dalla fortezza di Karatepe

L'arte ittita, su cui agì, oltre all'influsso siriaco, una conoscenza più o meno diretta dell'arte mesopotamica, è nota soprattutto attraverso gli scavi di Bogazköi (o Bogazkale) (l'antica Ḫattuša), Alacahöyük, Yazılıkaya, che hanno riportato alla luce templi, palazzi, mura e fortificazioni del periodo imperiale (circa 1400 - 1200 a.C.). Le poderose mura urbane (Bogazkale, Alacahöyük), con imponenti porte incassate fra torrioni, racchiudevano il palazzo reale e i templi, strutturati in maniera analoga: basamenti a grossi blocchi quadrati o massicce lastre poste verticalmente, e parte superiore in mattoni crudi e travi di legno.

L'architettura templare, come è dimostrato dai cinque templi di Bogazkale, contemplava la presenza di un cortile circondato da numerosi ambienti, di una sala del trono e di una cella per il simulacro della divinità.

La scultura, monumentale ma non priva di originalità e caratterizzata da una certa vivacità di resa plastica, è documentata dai rilievi rupestri (il maggior ciclo è quello del santuario di Yazilikaya, con processione di dei e dee) dagli ortostati a rilievo (porta di Alacahöyük, con processione di sacerdoti e offerenti guidata dall'imperatore e dall'imperatrice), dai rilievi che ornano le porte urbane (protomi leonine e sfingi a Bogazkale e Alacahöyük).

Interessanti appaiono anche le manifestazioni delle arti minori, con particolare riferimento ai sigilli cilindrici finemente intagliati alle statuette-amuleto d'oro e d'argento riproducenti in piccolo le statue cultuali dei templi, oltreché alla ceramica monocroma e dipinta a decorazione geometrica rappresentata prevalentemente da vasi a forma di animale.[29]

ArchitetturaModifica

L'architettura si sviluppò in Anatolia durante il periodo imperiale 1400-1200 a.C., i siti archeologici che hanno rinvenuto le principali opere sono a Boğazkale a Çatal Hüyük e a Ḫattuša (Santuario di Yazilikaya). Quest'architettura ricevette una forte influenza siriana e mesopotamica.

CaratteristicheModifica

Gli ittiti si avvalsero del basalto per i loro edifici, a differenza degli altri popoli mediorientali. La pianta della maggior parte degli edifici era asimmetrica, era presente un vestibolo a colonne nei santuari e si usavano grandi finestre nei templi.

Mura e templiModifica

Il popolo ittita era molto abile nella costruzione di mura e conosceva le migliori tecniche per creare mura spesse e resistenti. nei centri abitati le mura racchiudevano solo i templi e i palazzi reali. Nei luoghi di culto, separati anch'essi e circondati da mura, si trovavano il tempio, il palazzo reale, un ampio cortile e un tempietto per il simulacro della divinità scelta.

LinguaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua ittita.

Gli Ittiti parlavano una lingua indoeuropea di ceppo anatolico, ossia l'hittita, di cui non si conosceva nulla fino alla fine del'Ottocento.

Tra il novembre 1891 e il marzo 1892, a Tell el-Amarna, l'archeologo inglese William Finders Petrie, scavando l'archivio del faraone Amenofi IV, si imbatté, oltre alle consuetudinarie tavolette redatte in accadico cuneiforme, in due tavole sempre in cuneiforme ma i cui fonemi corrispondevano a una lingua mai sentita, che vennero poi ribattezzate Lettere di Arzawa, dal nome della località a cui le lettere erano destinate, appunto Arzawa, una regione dell'Anatolia.

Nel 1893 l'archeologo francese Ernest Chantre scoprì nel villaggio di Boghazköi, in Anatolia centrale, frammenti di tavolette in terracotta anch'esse redatte nella lingua di Arzawa e le pubblicò, ma il fatto rimase inosservato.

Il 14 ottobre 1905 l'orientalista tedesco Hugo Winckler e il turco Theodore Makridi Bey, del Museo archeologico di Istanbul, partirono da Ankara per arrivare a Boğazkale. il 19 ottobre dello stesso anno ispezionarono il sito archeologico sopra il villaggio riuscendo a recuperare 34 nuove tavolette redatte in quella misteriosa lingua. Il 17 luglio iniziarono gli scavi del sito e trovarono altrettanti altri testi. Il 20 agosto del 1906 fu trovata una tavoletta bilingue, redatta anche in antico egizio, per cui i due orientalisti riuscirono a tradurne il contenuto, scoprendo che corrispondeva al già noto trattato concluso tra il faraone Ramses IV e il re ittita Hattušili I.

Così verso il primo decennio del '900 divenne sempre più chiaro che quelle tavolette dovessero essere redatte in lingua ittita.

A partire dal 1915 il professore ceco Friedrich Hrozny iniziò a cercare di tradurre i termini ittiti allora noti: partendo dal già noto sumerogramma NINDA (ossia pane) intuì che il termine ittita ezzatenni, che lo precedeva, dovesse corrispondere all'imperativo di mangiare, ossia tu mangerai: tu mangerai il pane. E così, paragonando il verbo con le altre lingue semitiche si rese conto che quella ittita dovette essere un idioma indoeuropeo. Infatti il termine era facilmente riconducibile a ezzan in antico tedesco, essen in medio-alto tedesco, eděre in latino e infine eat in inglese; con significato affine, ossia mangiare.[30]

Cultura modernaModifica

  • La società ittita fa da sfondo al manga Anatolia Story di Chie Shinohara, la saga di una ragazza del XX secolo trasportata nel XIV secolo a.C. per via di un maleficio.

NoteModifica

  1. ^ a b Ittiti, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 5 ottobre 2021.
  2. ^ Paola Cotticelli Kurras, Grammatica ittita (PDF), su dcuci.univr.it, 2005-2006. URL consultato il 14 dicembre 2020.
  3. ^ Gli ittiti.
  4. ^ recuperato principalmente nella capitale Hattuša ma anche in altri siti come le rovine di Sapinuwa, importante centro amministrativo ittita e, saltuariamente, capitale del regno
  5. ^ a b Trevor Bryce: The kingdom of the Hittites; the origins of the Hittites; Oxford University press, New York 2005
  6. ^ G. Steiner, The immigration of the first Indo-Europeans into Anatolia reconsidered, JIES 18 (1990), 185–214.
  7. ^ per una trattazione più approfondita dell'argomento vedi l'introduzione di Trevor Bryce: The kingdom of the Hittites; Oxford University press, New York 2005
  8. ^ Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, p. 350.
  9. ^ Fabio Beccaria, Le antiche civiltà del Vicino Oriente III, Universale Eurodes, 1979, p. 542.
  10. ^ a b c Lehman, p. 174.
  11. ^ Brandau e Schickert, p. 21
  12. ^ Lehman, p. 172.
  13. ^ Hubisna, Tuwanuna, Nenassa, Landa, Zallara, Purushanda e Lusna. Brandau e Schickert, p. 32.
  14. ^ Brandau e Schickert, p. 32.
  15. ^ Brandau e Schickert, p. 35.
  16. ^ Procedura dell'antiyant-, derivante da anda iyant- "colui che è andato dentro", per la quale il marito entrava a far parte a pieno titolo della famiglia della sposa. Jaan Puhvel: Hittite Etymological Dictionary. Vol. 1 Words beginning with A - Vol. 2 Words beginning with E and I. Berlin/New York/Amsterdam, 1984
  17. ^ ampiamente documentato dalle tavolette ritrovate nei siti di Hattuša, Maşat (antica Tapigga) e Ortaköy (antica Šapinuwa)
  18. ^ Deary, pag.17.
  19. ^ Deary, p.110.
  20. ^ Solfaroli Camillocci G.-Grazioli C., Chronostoria, edizioni SEI, p. 442.
  21. ^ anche perché i comandanti regionali tendevano a difendere la minaccia immediata rappresentata a sud e a sud-est dagli Assiri, a nord dai Kaska, a nord ovest dai Frigi, a ovest dai popoli del mare
  22. ^ Giusfredi, 2010:57-60.
  23. ^ a b Brandau e Schickert, p. 33.
  24. ^ a b c Brandau e Schickert, pp. 77-79, 112.
  25. ^ Brandau e Schickert, pp. 77-79.
  26. ^ Brandau e Schickert, pp. 112-113.
  27. ^ In precedenza il re aveva diritto allo stesso risarcimento dei parenti della vittima.
  28. ^ Brandau e Schickert, p. 114.
  29. ^ Le Muse, vol. 6, Novara, De Agostini, 1965, p. 210.
  30. ^ Gli ittiti.

BibliografiaModifica

  • (FR) A. Archi, L'humanité des Hittites: Florilegium Anatolicum. Mélanges offerts à E. Laroche, Paris, 1979.
  • (EN) Gary Beckman, "Hittite Religion" in Michele Renee Salzman, Marvin A. Sweeney (eds.), The Cambridge History of Religions in the Ancient Worldː Volume 1ː From the Bronze Age to the Hellenistic Age, Cambridge, Cambridge University Press, 2013, pp. 84-101.
  • Kurt Bittel, Gli Ittiti, Rizzoli, Milano, 1977; rist. 1983; nuova ediz. con il titolo Gli Ittiti: l'antica civiltà dell'Anatolia, Corriere della sera-RCS Quotidiani, Milano, 2005
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  • (EN) Trevor Bryce, The kingdom of the Hittites, Oxford University Press, New York 2005.
  • (EN) C.W. Ceram, Secret of the Hittites: The Discovery of an Ancient Empire, New York, Knopf 1955.
  • Terry Deary, Gli spaventevoli Egizi, 12ª ed., 1996.
  • (EN) F. Giusfredi, Sources for a Socio-Economic History of the Neo-Hittite States, Universitätsverlag Winter, 2010.
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  • (DE) Volkert Haas, Geschichte der Hetitischen Religion, Leiden, Brill, 1994
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  • Fiorella Imparati, Le Leggi ittite, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1964.
  • Johannes Lehman, Gli ittiti, in Gli elefanti - Storia, Garzanti Editore, 1997.
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  • Luciano Marisaldi, Colonne d'Ercole, Zanichelli, 2014.
  • Stefano de Martino, Gli Ittiti, Roma, Carocci (collana Le bussole), 2003.
  • Franca Pecchioli Daddi e Anna Maria Polvani, La mitologia ittita, Brescia, Paideia 2000.
  • (EN) Gerd Steiner, The immigration of the first Indo-Europeans into Anatolia reconsidered, Journal of Indo-European Studies, 18 (1990), pp. 185–214.
  • (EN) William H. Stiebing, Uncovering the Past: A History of Archaeology, Oxford University Press, 1994, p. 114, ISBN 0-19-508921-9.
  • (EN) William Wright, The Empire Of The Hittites, with the Decipherment of the Hittite Inscriptions by Professor, Londra, James & Nisbet & Co., 1896.

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