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Incidente di Vermicino

Caso di cronaca nera del 1981

«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.»

(Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno 1981.)
Incidente di Vermicino
Alfredino Rampi.jpg
Alfredo Rampi (Roma, 11 aprile 1975Vermicino, 13 giugno 1981)
TipoIncidente
Data inizio10 giugno 1981
19:20
Data fine13 giugno 1981
5:00
LuogoVia Sant'Ireneo, tra Vermicino e Selvotta
StatoItalia Italia
RegioneLazio Lazio
ProvinciaRoma Roma
ComuneFrascati
Coordinate41°50′53.22″N 12°39′53.72″E / 41.848117°N 12.664923°E41.848117; 12.664923Coordinate: 41°50′53.22″N 12°39′53.72″E / 41.848117°N 12.664923°E41.848117; 12.664923
Causaviolazione delle norme di sicurezza per gli impianti idrici
Conseguenze
MortiAlfredo Rampi
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
Luogo dell'evento
Luogo dell'evento

L'incidente di Vermicino avvenne in Italia il 10 giugno 1981 e causò la morte di un bambino, Alfredo Rampi detto Alfredino, caduto in un pozzo artesiano in via Sant'Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati, situata lungo la via di Vermicino, che collega Roma sud a Frascati nord. Dopo quasi tre giorni di inutili tentativi di salvataggio, il bambino morì dentro il pozzo a una profondità di circa 60 metri. La vicenda ebbe grande risalto sulla stampa e nell'opinione pubblica italiana, con la diretta televisiva della Rai durante le ultime 18 ore del caso.

La mancanza di organizzazione e coordinamento dei soccorsi, ai limiti dell'improvvisazione, fecero capire l'esigenza di una nuova struttura organizzativa per poter gestire le situazioni di emergenza e negli anni successivi portò alla nascita della Protezione Civile, all'epoca ancora solo sulla carta.[1][2][3][4]

Indice

StoriaModifica

L'incidenteModifica

Nel mese di giugno 1981 la famiglia Rampi - il padre Ferdinando, la moglie Francesca Bizzarri, la nonna paterna Veja, e i figli Alfredo, 6 anni, e Riccardo, 2 anni - stava trascorrendo un periodo di vacanza nella loro seconda casa, in via di Vermicino, a Finocchio (Roma).

La sera di mercoledì 10 giugno, Ferdinando Rampi, insieme a due suoi amici e al figlio Alfredo, erano a passeggio nella campagna circostante e, venuta l'ora di tornare indietro, alle ore 19:20, Alfredo chiese al padre di poter continuare il cammino verso casa da solo, attraverso i prati; Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a casa, verso le ore 20:00, scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz'ora, i genitori cominciarono a cercarlo nei dintorni e, non trovandolo, alle 21:30 circa allertarono le forze dell'ordine.[5] Nel giro di 10 minuti giunsero sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal viavai. Tutti insieme si unirono ai genitori nelle ricerche, che vennero portate avanti anche con l'ausilio di unità cinofile. La nonna ipotizzò per prima che Alfredo fosse caduto in un pozzo recentemente scavato in un terreno adiacente, dove si stava edificando una nuova abitazione; tale pozzo venne tuttavia trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi.

Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, allorché venne a conoscenza dell'esistenza del suddetto pozzo, sebbene gli fosse stato detto che esso era coperto, pretese di ispezionarlo ugualmente e, fatta rimuovere la lamiera, infilò la sua testa nell'imboccatura, riuscendo così a udire i flebili lamenti di Alfredo. Si scoprì poi che il proprietario del terreno sovrastante aveva messo la lamiera sulla fessura intorno alle ore 21:00, senza minimamente immaginare che all'interno ci fosse intrappolato un bambino[5] e dopo che erano già iniziate le ricerche. Il proprietario del terreno, Amedeo Pisegna, abruzzese di 44 anni, insegnante di applicazioni tecniche, verrà in seguito arrestato con l’accusa di omicidio colposo e con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni.

I soccorsiModifica

I soccorritori quindi si radunarono all'imboccatura del pozzo e, come prima cosa vi venne calata una lampada, tentando invano di localizzare il bambino. La prima stima rilevò che il bambino era bloccato a 36 metri di profondità e la sua caduta era stata arrestata da una curva o da una rientranza del pozzo.

Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili in quanto la voragine presentava un'imboccatura larga 28 cm, una profondità complessiva di 80 metri e pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze. Giudicando impossibile calarvi dentro una persona, il primo tentativo di salvataggio consistette nel calare nell'imboccatura una tavoletta legata a corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparvisi per sollevarlo; tale scelta si rivelò un grave errore, in quanto la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, ben al di sopra del bambino e non fu più possibile rimuoverla, poiché la corda che teneva la tavoletta si spezzò e di conseguenza il condotto ne risultò quasi completamente ostruito.[5] Attorno all'una di notte alcuni tecnici della Rai, allertati allo scopo, piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un'elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare col bambino il quale, almeno per il momento, rispondeva lucidamente.

Non essendo possibile calare una persona direttamente, si pensò di scavare un tunnel parallelo al pozzo, da cui aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri, che consentisse di penetrare nella cavità poco sotto il punto in cui si supponeva si trovasse il bambino. Per far ciò occorreva una sonda di perforazione, che fu reperita alle ore 6:00, dalla ditta Tecnopali di Roma, grazie alla pronta disponibilità del giornalista del TG2 Pierluigi Pini, che aveva visto per caso un appello in tal senso su una emittente televisiva privata laziale e ne possedeva una.[senza fonte]

Alle ore 4:00 dell'11 giugno giunse sul posto un gruppo di giovani speleologi del Soccorso alpino, che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo. Il caposquadra, il ventiduenne Tullio Bernabei, di corporatura sufficientemente magra, fu il primo a scendere nel pozzo e, calato a testa in giù, tentò di rimuovere la tavoletta che era rimasta incastrata. Tuttavia i restringimenti del pozzo gli consentirono di arrivare solo a un paio di metri da questa. Dopo di lui si calò un secondo speleologo, Maurizio Monteleone, ma anch'egli arrivò a pochissima distanza dalla tavoletta, non riuscendo a prenderla. Nel frattempo i Vigili del fuoco avevano incominciato a pompare ossigeno nel pozzo, allo scopo di evitare l'asfissia del bambino.

Il comandante dei Vigili del fuoco di Roma, Elveno Pastorelli, giunto nel frattempo sul posto, ordinò allora di sospendere i tentativi degli speleologi e concentrare gli sforzi nella perforazione del "pozzo parallelo". Una geologa lì presente, Laura Bortolani, ipotizzando i substrati di terreno molto duri che si sarebbero incontrati in profondità, fece notare a Pastorelli che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione, e pertanto propose di proseguire anche con gli altri tentativi. Secondo Tullio Bernabei tale suggerimento sarebbe stato respinto da Pastorelli, il quale avrebbe ribadito il divieto di ulteriori discese, ordinando pertanto agli speleologi di sgomberare.[5]

Alle ore 8:30 la sonda cominciò a scavare e il terreno si rivelò friabile riuscendo a scavare 2 metri in due ore; verso le 10:30 tuttavia, come previsto dalla Bortolani, venne intercettato uno strato di roccia granitica difficile da scalfire. Nel frattempo il bambino si lamentava per il forte rumore e alternava momenti di veglia a colpi di sonno e chiedendo da bere.

Alle 10:30, per non interferire con le comunicazioni via etere dei soccorritori, la Rai e le stazioni radiofoniche laziali disattivarono i loro ponti radio in onde medie.[5]

Verso le 13:00, su specifica richiesta dei soccorritori, arrivò sul posto un'altra perforatrice, più grande e potente della prima. All'incirca alla stessa ora andavano in onda le edizioni di mezza giornata del TG1 e del TG2: fu a questo punto che la Rai incominciò a occuparsi con vivo interesse del fatto (già affrontato con alcuni servizi trasmessi nei notiziari della notte precedente). Il giornalista Piero Badaloni affermò che il comandante Pastorelli aveva diramato la previsione che nel giro di poche ore la perforazione si sarebbe conclusa e l'operazione di salvataggio sarebbe andata a buon fine; per questa ragione il TG1 si collegò in diretta con Vermicino, nella prospettiva di riprendere il salvataggio in tempo reale.[5][6] Poco dopo anche il TG2 e il TG3 decisero di unirsi alla cronaca diretta dei fatti.

Nel frattempo attorno al pozzo si era raccolta una folla di circa 10 000 persone e incominciarono ad arrivare anche venditori ambulanti di cibo e bevande. Probabilmente anche questo colossale assembramento (la zona non era transennata e chiunque poteva arrivare fino all'imboccatura della cavità) ebbe un ruolo rilevante nel rallentare la macchina dei soccorsi.

Intorno alle 16:00 entrò in azione la seconda perforatrice dopo che la prima era riuscita a scavare un pozzo di 20 metri di profondità e 50 cm di diametro. I tecnici operatori di questa nuova macchina, a causa del sottosuolo duro e compatto, ipotizzarono non meno di 8-12 ore di lavoro per arrivare alla profondità richiesta.

Alle 18:22 il pozzo parallelo aveva raggiunto una profondità di 21 metri e lo scava procedeva con difficoltà. Interpellato allo scopo, Elvezio Fava, primario di rianimazione all'ospedale San Giovanni, si dedicò a controllare le condizioni di salute del bambino, che era affetto da una cardiopatia congenita in attesa di essere operata a settembre.

Alle ore 20:00 entrò in funzione un terzo impianto di perforazione, più piccolo e agile; al contempo fu calata nel pozzo una flebo di acqua e zucchero, per tentare di dissetare il bambino. Ritenendo non più necessario lasciare libere le frequenze, le stazioni radio locali ripresero le trasmissioni in onde medie.[5][6]

 
Sandro Pertini con Elveno Pastorelli all'imboccatura del pozzo

Alle 21:30 si rese necessaria una pausa nella perforazione; alle 23:00 fu autorizzato a scendere nel pozzo un volontario: Isidoro Mirabella, un manovale siciliano cinquantaduenne, dal fisico minuto e subito ribattezzato "l'Uomo Ragno"; egli però, a causa di ostacoli tecnici, non riuscì ad avvicinarsi a sufficienza al bambino, anche se poté parlargli.[7]

Alle 7:30 del 12 giugno la perforatrice era scesa soltanto a 25 metri di profondità.[8] Un'ora e mezzo dopo incontrò un terreno più morbido, che le consentì di accelerare la discesa; nel frattempo i soccorritori continuavano a parlare col bambino, che aveva cominciato a piangere dicendo di essere stanco, tramite l'elettro-sonda.

Alle 10:10 lo scavo parallelo era arrivato a una profondità di 30 metri e 5 centimetri e un ingegnere dei vigili del fuoco rivide al ribasso la stima della profondità cui si trovava il bambino: 32,5 m invece di 36. Si decise pertanto di accelerare i lavori e di incominciare immediatamente a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi, prevedendo di sbucare un paio di metri sopra il bambino. Alle 11:00 giunse sul posto una scavatrice a pressione per scavare il tunnel di connessione, che tuttavia si bloccò poco dopo l'accensione. Tre vigili del fuoco incominciarono quindi a scavare a mano. Nel frattempo Alfredo aveva smesso di rispondere ai soccorritori, e i medici presenti sul posto, che ascoltavano il suo respiro, riferirono che stava peggiorando: 48 espirazioni al minuto.

Alle 16:30 giunse sul posto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Alle 19:00 il cunicolo orizzontale fu completato e il pozzo del bambino fu posto in comunicazione con quello parallelo, a 34 metri di profondità. Tuttavia, si dovette prendere atto del fatto che il bambino non era nelle vicinanze del foro appena aperto in quanto, probabilmente anche a causa delle vibrazioni causate dalla perforazione, era scivolato molto più in basso a una profondità imprecisata. Pastorelli richiamò gli speleologi e Bernabei fu calato nel secondo pozzo, si affacciò dal cunicolo orizzontale e calò una torcia legata a una cimetta per calcolare la posizione del bambino, che risultò a circa una trentina di metri. In seguito, si accertò che il bambino si trovava a circa 60 metri dalla superficie.

L'unica possibilità rimasta era la discesa di qualche volontario lungo il pozzo. Il primo fu uno speleologo, Claudio Aprile, che si pensò di introdurre nel pozzo artesiano dal cunicolo orizzontale; tuttavia, l'apertura di comunicazione si rivelò troppo stretta per permettere di accedere da lì al pozzo artesiano e il giovane speleologo dovette desistere.

 
Angelo Licheri portato a braccia dopo essere riemerso dal tunnel - foto Emilio Orlando

Un volontario, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro, si fece calare nel pozzo.[9][10] Licheri, cominciata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al bambino, tentò di allacciargli l'imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l'imbracatura si aprì; tentò allora di prenderlo per le braccia, ma il bambino scivolò ancora più in profondità. Per di più, nel tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione,[11][12] ma dovette anch'egli tornare in superficie senza il bambino.

Dopo Licheri cominciarono a offrirsi vari volontari, fra cui nani, esperti di pozzi e persino un contorsionista circense soprannominato "Denis Rock". Intorno alle ore 3:00 venne imbracato, per un altro tentativo, Pietro Molino, un ragazzo di 16 anni originario di Napoli, anch'esso di corporatura esile e giunto sul posto accompagnato da un cugino, ma poiché minorenne e senza il diretto consenso dei genitori per tentare di salvare il bambino, il ragazzo venne fermato dal magistrato presente sul posto, proprio nel momento in cui era pronto ad effettuare la discesa.

Verso le 5:00 del mattino ebbe inizio il tentativo di un altro speleologo, Donato Caruso. Anch'egli raggiunse il bambino e provò a imbracarlo, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato e che avrebbero dovuto assicurare una sorta di effetto cappio, scivolarono via al primo strattone. Caruso si fece ritirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si fermò per riposare e poi ritentare. Dopo ridiscese ed effettuò altri tentativi con delle manette, metodo molto più rischioso anche per il soccorritore perché queste erano legate alla stessa sua corda di sicurezza. Alla fine, anche Caruso tornò in superficie senza esser riuscito nell'intento, riportando inoltre la notizia della probabile morte del bambino.

La morteModifica

Dopo che la signora Franca chiamò per molte volte invano il figlio, verso le 9:00 del 13 giugno venne calato nel pozzo uno stetoscopio, al fine di percepire il battito cardiaco del bambino. Non registrando nulla, verso le ore 16:00 venne calata nella buca una piccola telecamera fornita da alcuni tecnici della Rai, che a circa 55 metri individuò la sagoma immobile di Alfredino, che non si muoveva più né tantomeno respirava. Fatta la dichiarazione di morte presunta, per assicurare la conservazione del corpo, il magistrato competente ordinò che fosse immesso nel pozzo del gas refrigerante (azoto liquido a −30 °C). Il cadavere fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l'11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino.

I funerali si svolsero il 17 luglio 1981 nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura; la salma venne trasportata da quegli stessi volontari che tentarono di salvarlo, fra cui Angelo Licheri e Donato Caruso. Infine fu sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Eventi successiviModifica

Qualche mese dopo la morte del figlio, la madre di Alfredino, Franca Rampi, fondò il "Centro Alfredo Rampi" (poi divenuto una ONLUS), che da allora si occupa di formazione alla prevenzione e di educazione al rischio ambientale. È ormai accertato che nei soccorsi mancarono organizzazione e coordinamento. Ad esempio non fu mai transennata la zona intorno al pozzo, tanto che chiunque poteva avvicinarsi a esso e persino guardarvi dentro. Di tutti gli errori e le manchevolezze la madre del bambino, Franca Rampi, parlò al Presidente Pertini, intervenuto sul luogo della tragedia, promuovendo di fatto la nascita della Protezione Civile, all'epoca ancora solo sulla carta.[1][2][3][4]

Vennero poi dedicate in alcuni comuni italiani dieci strade alla memoria del bambino:

Risonanza mediaticaModifica

«Era diventato un reality show terrificante»

(Piero Badaloni[5][13])

La vicenda ebbe una notevole risonanza mediatica e fu il primo evento che, grazie alla diretta televisiva non stop organizzata dalla Rai de facto a reti unificate e durata ben 18 ore (certo favorita dalla facilità di accesso al sito ─ nell'hinterland romano ─ per i giornalisti e gli operatori della Rai), catturò l'attenzione di circa 21 milioni di persone, che rimasero per ore davanti al televisore per seguirne lo svolgimento.[5]

Nel 1981 la Rai non disponeva ancora di tecnologie adatte per le dirette in esterna, specie se di lunga durata e generalmente le trasmissioni su eventi di cronaca erano mandate in onda in sintesi e in differita, anche per la riluttanza dei giornalisti televisivi dell'epoca, per pudore o motivi etici, a "coprire" in tempo reale eventi tragici e dolorosi, per rispetto sia delle vittime sia degli spettatori. In questo caso, infatti, la diretta fu avviata a seguito dell'incauta dichiarazione resa dal capo dei Vigili del Fuoco Elveno Pastorelli, il quale affermò che l'incidente si sarebbe risolto positivamente in poco tempo, e con mezzi di ripresa e trasmissione estremamente ridotti, di cui dovettero fruire contemporaneamente tutti e tre i telegiornali nazionali allorché decisero di collegarsi in diretta.

Col passare delle ore, al contrario, la situazione si andò via via aggravando, ma ormai l'attenzione suscitata presso i telespettatori era tale da sconsigliare l'interruzione della trasmissione in diretta. In più, secondo Emilio Fede, allora direttore del TG1, Antonio Maccanico (allora Segretario generale alla Presidenza della Repubblica) avrebbe esercitato pressioni per non interrompere la diretta, a maggior ragione dopo aver appreso che anche il presidente Pertini si stava per recare sul luogo.[14]

All'epoca la questione della copertura mediatica delle tragedie private non sembrava affatto scontata come in seguito sarebbe diventata. Per la diretta sulla tragedia fu coniata l'espressione "tv del dolore".[15]

A riprova del grande interesse manifestato dal pubblico per la sorte del bambino, Giancarlo Santalmassi riferì che la sera di venerdì 12 giugno la diretta era stata interrotta sul primo canale per trasmettere una tribuna politica con ospite Pietro Longo: in quel momento, i centralini della Rai furono tempestati di telefonate del pubblico, che chiedevano si tornasse a parlare del caso di Vermicino.

Il Tribunale civile di Roma decretò in seguito il divieto di pubblicazione delle sequenze filmate in cui Alfredo Rampi «piange o singhiozza», «chiama la mamma o i soccorritori» e quelle in cui «i genitori e altri soccorritori cercano di tranquillizzarlo», facenti parte della registrazione della diretta, integralmente custodita negli archivi della Rai. In occasione del ventennale della tragedia, nel 2001, l'allora direttrice delle teche Rai Barbara Scaramucci emise una nota di servizio all'attenzione dei giornalisti, concernente il divieto tassativo di riproporre in tv tali spezzoni,[16] alcuni dei quali furono però trasmessi negli anni seguenti, ad esempio nel 2011 dal programma La Storia siamo noi.

Domenica 29 maggio 2011, alle ore 23:35, anche la trasmissione Cosmo su Rai 3, dopo 30 anni, ha ricostruito la vicenda con alcune importanti testimonianze, tra cui quella dello speleologo Tullio Bernabei che si calò nel pozzo.[17]

ControversieModifica

Esaminando le fotografie del corpo congelato del bambino, si notò una fettuccia che lo avvolgeva; Angelo Licheri disse che era stato lui a metterla al bambino quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu però contestata dai Vigili del Fuoco, i quali sostennero che una simile imbracatura non poteva assolutamente esser stata assicurata al corpo del bambino nel ristrettissimo spazio disponibile dentro il pozzo artesiano. Fu allora ascoltato il caposquadra del soccorso speleologico del Club Alpino Italiano (CAI) Tullio Bernabei, il quale riconobbe la fettuccia come appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò, come tutti gli altri soccorritori, che era la stessa utilizzata nel tentativo di salvataggio.

Durante le indagini vennero interpellati i costruttori del pozzo, i quali affermarono che, data la complessità della sua apertura, era praticamente impossibile che un bambino vi fosse caduto accidentalmente. Vi furono però versioni discordanti riguardo al diametro del pozzo all'imboccatura, considerato che i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori in seguito cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, cosicché non si poté risalire a eventuali responsabilità per il fatto di averlo lasciato aperto.

Ad aumentare il mistero furono le stesse parole pronunciate dal bambino il quale non aveva la benché minima idea di dove si trovasse e nemmeno di come vi fosse capitato, e riteneva di agevole esecuzione il suo salvataggio ("sfondate la porta ed entrate nella stanza buia"). La poca lucidità data dalla mancanza di ossigeno e dalla permanenza prolungata nel pozzo potrebbero però spiegare questa incongruenza.

Il sostituto procuratore della Repubblica Giancarlo Armati formulò l'ipotesi che il bambino non fosse caduto accidentalmente nel pozzo, ma vi fosse stato calato - dopo essere stato addormentato - utilizzando l'imbracatura trovata sul suo corpo;[18] le indagini da lui condotte, tuttavia, non consentirono di raccogliere prove univoche sufficienti per suffragare tale ipotesi di reato, cosicché lo stesso pubblico ministero chiese l'archiviazione.

Quanto al cui prodest di un eventuale omicidio doloso con premeditazione, taluni ipotizzarono addirittura che la lunga agonia del bambino, oggetto di una copertura mediatica senza precedenti in Italia, potesse essere servita a sviare l'attenzione dell'opinione pubblica da notizie di particolare rilievo politico (quali la scoperta, in quegli stessi giorni, dei primi elenchi degli iscritti alla loggia massonica segreta P2) in un difficile momento di transizione per il Paese.[5]

Altri ipotizzarono invece che la falsa prospettazione di un possibile omicidio doloso potesse servire ai Vigili del Fuoco per distogliere l'attenzione da eventuali colpe gravi da loro commesse nelle operazioni di salvataggio (con riferimento in particolare alla scelta, rivelatasi infelice, di scavare un pozzo parallelo). Si è tuttavia obiettato che la scelta di scavare un tunnel parallelo era inevitabile, non essendovi soluzioni alternative praticabili, e che la durezza degli strati litologici sottostanti, e quindi la durata dello scavo e l'entità delle vibrazioni da esso prodotte, non era ragionevolmente prevedibile.[19]

Anziché il frutto di responsabilità colpose dei proprietari del pozzo (imprudenza) o dei soccorritori (imperizia), o addirittura di responsabilità dolose di ignoti, la morte del bambino è stata probabilmente (e tale è comunque oggi la "verità giudiziaria") una tragica fatalità.[senza fonte][chi lo dice?] Il volontario del soccorso alpino Tullio Bernabei continuò del resto ad affermare, come sostenuto dagli speleologi del CAI, da Angelo Licheri e dalla stessa famiglia Rampi: "L'imbracatura trovata sul corpo del bambino era il frutto dei nostri tentativi di salvataggio, in particolare quello di Licheri. Purtroppo quella di Vermicino è una storia abbastanza semplice".

Influenza culturaleModifica

  • I Baustelle dedicano ad Alfredo Rampi la canzone Alfredo inclusa nell'album Amen del 2008 che ne critica soprattutto l'aspetto mediatico.
  • Aldo Nove, nella sua raccolta di racconti Superwoobinda, pone l'accento sulla morte che diventa bene di consumo. Nel capitolo Vermicino il racconto della tragedia è sottomesso all'imperio dell'immagine televisiva, che del tragico non lascia sopravvivere che il riflesso iconico, nient'altro che il fantasma-ricordo lucido e patinato della visione televisiva intervallata dagli spot pubblicitari:[20] «Questo Vermicino, io lo ricordo. Perché forse è stato il momento più bello della mia vita, te lo racconto così come è successo, con la luce spenta tutti alzati assieme a guardarlo. (…) Eravamo milioni di persone e lui giù, lì da solo (…) Vermicino era un programma davvero spontaneo».[21]
  • I Motherstone dedicano ad Angelo Licheri la canzone Someone Sitting by You inclusa nell'album Biolence del 2008. La canzone, con videoclip in rotazione su alcuni canali TV musicali, è incentrata sulle difficoltà psicologiche cui il Licheri è andato incontro in seguito al mancato salvataggio di Alfredo Rampi, e comincia con la vera voce della signora Franca Rampi che implora il suo nome.
  • Nel suo romanzo Dies irae, Giuseppe Genna ripropone la tesi della dolosità.
  • Il cantautore Renato Zero fece un rapido accenno alla vicenda, nel brano Per carità, inserito in uno dei suoi doppi album dei primi anni ottanta, Artide Antartide, cantando «se muore un bambino,/c'è un teleobiettivo!». Questo riferimento, che oggi appare velato o addirittura qualunquista, all'epoca (il disco uscì proprio nel 1981) fu colto immediatamente, data l'enorme risonanza mediatica avuta dalla tragedia di Vermicino. Tra l'altro, il verso in questione segue «l'inchiesta s'apre e si chiude!» e precede «per carità, non staccare gli occhi mai dalla tivù»: due frasi altrettanto significative, che inquadrano la vicenda in un contesto di ironica critica dell'aspetto prettamente mediatico della situazione.
  • Fabri Fibra, nella canzone Su le mani contenuta nell'album Tradimento, cita la tragedia con la frase «non credo nel destino da quando ho visto Alfredino ti assicuro quella storia mi ha scioccato da bambino»
  • Il rapper italiano Kaos One, nella traccia Fino alla fine del suo album Fastidio, cita la tragedia con la frase «Messo peggio di Alfredino dentro al pozzo…».
  • Il cantante romano Andrea Moraldi (Pap3ro), dedica a lui la canzone Trentasei anni, raccontando la sua storia, e le ipotesi di un uomo che sarebbe potuto essere, e molto dura per la scena mediatica che si è svolta in quei giorni a Vermicino.
  • L'artista milanese Akab scrive e disegna una breve storia Alfredino Vermicino, raccontata dal punto di vista del bambino.
  • Maurizio Monteleone, uno degli speleologi che cercarono di salvare Alfredino Rampi scendendo nel pozzo, è autore del romanzo grafico Vermicino, l'incubo del pozzo.
  • Lo spettacolo teatrale "La notte in cui restammo tutti svegli", rappresentato dagli studenti del Liceo Righi di Bologna con la regia di Alessandro Migliucci nell'ambito del Festival del Teatro 2019 (ITC Teatro di San Lazzaro), è incentrato sull'incidente di Vermicino; oltre a rappresentare i fatti, ha dato spazio alla riflessione sulla natura della diretta televisiva, per certi versi un triste e macabro "grande fratello".

Vicende similiModifica

  • L'8 aprile 1949 a San Marino, California, Kathy Fiscus (una bambina di poco meno di 4 anni) cadde in un pozzo. Nonostante il grande dispiegamento di mezzi, la bambina morì nella voragine nel giro di poche ore. La sua vicenda ha ispirato vari film, fra i quali Radio Days, di Woody Allen, L'asso nella manica di Billy Wilder (1951) e probabilmente[senza fonte] La bambina nel pozzo (1951).
  • Il 14 ottobre 1987, a Midland in Texas, la piccola Jessica McClure (di diciotto mesi) cadde in un pozzo. Fu estratta viva il 16 ottobre. Tale evento consentì alla CNN, che lo trasmise in diretta, di affermarsi come all news di livello internazionale.[senza fonte] Dalla vicenda fu tratto un film TV, prodotto dalla ABC, dal titolo Una bambina da salvare (1989).
  • Il 20 aprile 1996 il piccolo Nicola Silvestri di Scerni, un bambino di soli tre anni, cade in un pozzo artesiano in località Colle Marrollo e viene trovato morto annegato la sera stessa.[22]
  • Il 20 giugno 2012, in un villaggio vicino Masnesar, a 40 chilometri da Delhi, una bambina di nome Mahi cade in un pozzo profondo 25 metri nel giorno del suo quinto compleanno. Viene estratta oltre 80 ore dopo, ma era già troppo tardi.[23]
  • Il 1º aprile 2017 Adrian Costan, un bambino di 23 mesi di origini rumene, cadde in un pozzo a Velletri, venne estratto vivo poche ore dopo, ma morì due giorni dopo in ospedale per arresto cardiocircolatorio.
  • Il 13 gennaio 2019, il piccolo Julen Rosello di due anni e mezzo, cade in un pozzo largo 25 cm e profondo 110 metri a Totalan (Spagna). Verrà rinvenuto senza vita la notte del 26 gennaio 2019.

NoteModifica

  1. ^ a b Antonio Marchetta, Alfredino Rampi, a 30 anni dall'orrore del pozzo artesiano di Vermicino, in Corriere Informazione, 9 giugno 2011. URL consultato il 19 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 13 giugno 2011).
  2. ^ a b Trent'anni fa la tragedia di Alfredino Rampi, in Il Sole 24 ORE, 10 giugno 2011.
  3. ^ a b Napolitano ricorda Alfredino Rampi: la tragedia creò le condizioni per l'istituzione della Protezione civile, in Il Sole 24 ORE, 11 giugno 2011.
  4. ^ a b Raffaella Troili, Vermicino, il pozzo di Alfredino Rampi è rimasto come trent'anni fa, in Il Messaggero (Roma), 10 giugno 2011. URL consultato il 19 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 15 novembre 2011).
  5. ^ a b c d e f g h i j La Storia siamo noi: L'Italia di Alfredino, Rai 2, 16 giugno 2011.
  6. ^ a b Piero Badaloni era, all'epoca dei fatti, giornalista televisivo, e condusse da studio la diretta del TG1.
  7. ^ Gianluca Nicoletti, Addio piccolo eroe di Vermicino. Morto a Roma il primo volontario che nell’81 si calò nel pozzo per salvare Alfredo Rampi (PDF), in La Stampa, 13 gennaio 2011, p. 26. URL consultato il 18 marzo 2013 (archiviato dall'url originale il 16 aprile 2014).
  8. ^ Dato appreso dalla diretta del TG2.
  9. ^ Giovanni Maria Sedda, Gavoi vuole aiutare l'eroe di Vermicino [collegamento interrotto], in La Nuova Sardegna, 10 aprile 2011.
  10. ^ Intervista di Emilio Orlando, Di notte ancora sogno quel pozzo maledetto.
  11. ^ Elio Pirari, Angelo Licheri: "Non sono mai uscito dal pozzo di Alfredino Rampi", in La Stampa (Gavoi), 10 giugno 2011.
  12. ^ Circa i tempi ammissibili di permanenza in posizione capovolta (a testa in giù), si veda la testimonianza dello speleologo Tullio Bernabei, il primo calatosi nel pozzo, nella citata trasmissione La Storia siamo noi.
  13. ^ Dichiarazione di Badaloni, fatta sua anche da Giovanni Minoli
  14. ^ Angelo Licheri, l’eroe di Vermicino, intervistato dai microfoni di Mattino Cinque, universy.it, 8 aprile 2011.
  15. ^ Andrea Bacci. Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della Tv del dolore, Bradipolibri, 2007
  16. ^ Dino Martirano, Vermicino, i tre giorni che sconvolsero l'Italia, in Corriere della Sera, 1º giugno 2001, p. 19. URL consultato il 7 luglio 2010 (archiviato dall'url originale il 25 settembre 2010).
  17. ^ Ritorno a Vermicino, trent'anni dopo. Prevenzione e sicurezza sotto i nostri piedi, Rai Tre Cosmo, 29 maggio 2011.
  18. ^ Si veda al riguardo il dettagliato articolo del quotidiano La Repubblica, dell'8 febbraio 1987.
  19. ^ (EN) «C’è un bambino in un pozzo!» Vermicino, la prima tragedia tv, in Il Giornale (Roma), 13 giugno 2006.
  20. ^ Andrea Amoroso, Gli oggetti consueti nella scrittura-zapping : Aldo Nove, in Scrittori in corso : osservatorio sul racconto contemporaneo, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2011, pp. 219-226.
  21. ^ Aldo Nove, Superwoobinda, Milano, Einaudi, 1998, pp. 23-24.
  22. ^ Scompare bimbo di 3 anni, lo trovano morto nel pozzo, in la Repubblica (Scerni), 21 aprile 1996.
  23. ^ Dopo 86 ore muore bimba nel pozzo. Il tragico epilogo che ricorda Vermicino, in la Repubblica (Nuova Delhi), 24 giugno 2012.

BibliografiaModifica

  • Maurizio Costanzo, Alfredino. Il pozzo dei troppi misteri, Milano, A. Mondadori, 1987.
  • Pino Corrias, A Vermicino, quando la TV uscì dal pozzo in cambio di una vita, in Luoghi comuni. Dal Vajont a Arcore, la geografia che ha cambiato l'Italia, Milano, Rizzoli, 2006, pp. 87–101. ISBN 978-88-17-01080-1
  • Massimo Gamba, Vermicino. L'Italia nel pozzo, Sperling & Kupfer, 2007.
  • Andrea Bacci, Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della Tv del dolore, Bradipolibri, 2007.
  • Maurizio Monteleone, Vermicino. L'incubo del pozzo, Graphic novel., 001 Edizioni, 2011.
  • Walter Veltroni, L'inizio del buio, 2011.
  • Annie Mignard, La fête sauvage, 2012, Chemin de fer

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