Cecilia Gallerani

nobile italiana, amante di Ludovico il Moro
Cecilia Gallerani
Lady with an Ermine head.jpg
Dettaglio del volto della Dama con l'ermellino, opera di Leonardo da Vinci, nel quale si riconoscono le fattezze di Cecilia Gallerani (Museo Czartoryski, Cracovia, Polonia)
Contessa consorte di San Giovanni in Croce
Stemma
In carica 14921514
Signora di Saronno
In carica 18 maggio 14911499
Nascita Milano, Ducato di Milano (oggi Italia), primi mesi del 1473
Morte San Giovanni in Croce, Cremona, Ducato di Milano (oggi Italia), 1536 (62-63 anni)
Luogo di sepoltura Cappella Carminati della Chiesa di San Zavedro (San Giovanni in Croce, Cremona, Italia)
Dinastia Gallerani
Padre Fazio Gallerani
Madre Margherita Busti
Consorte Ludovico Carminati di Brembilla
Figli dal Moro:
Cesare Sforza
dal Carminati:
Giovan Pietro
Francesco
Maria Felice

Cecilia Gallerani (Milano, 1473San Giovanni in Croce, 1536) è stata una nobildonna e poetessa italiana, feudataria di Saronno e moglie del conte Ludovico Carminati di Brembilla, feudatario di San Giovanni in Croce e figlio di Giovan Pietro Carminati di Brembilla, detto "il Bergamino".[1][2]

Cecilia era figlia di Fazio Gallerani e di Margherita Busti, discendendo da parte paterna da una famiglia originaria di Siena e trapiantatasi a Milano, dove nacque.[1] Sin da giovane divenne amante del duca Ludovico Sforza, detto "il Moro", e gli generò anche un figlio maschio, Cesare Sforza, ottenendo come premio la donazione del feudo di Saronno.[1] Ma la sua fama è dovuta essenzialmente al fatto che posò per Leonardo da Vinci, che la immortalò in un suo ritratto.[1] Quest'ultimo è stato identificato con quello della Dama con l'ermellino, oggi custodito al Museo Czartoryski di Cracovia, in Polonia.[1]

Esperta in latino e frequentatrice di poeti e letterati, Cecilia fu anche in buoni rapporti e in contatto epistolare con Isabella d'Este, marchesa consorte di Mantova, che le chiese anche di poter vedere il dipinto realizzatole da Leonardo.[1] E fu proprio dalla marchesa che Cecilia e il marito trovarono protezione e asilo quando furono costretti a fuggire da Milano, in seguito alla caduta del Moro nel 1499, e fu sempre grazie a lei che i coniugi riuscirono a tornare in possesso dei propri beni una volta rientrati in patria.[1]

BiografiaModifica

Nascita e famigliaModifica

 
Stemma di Pietro Paolo Gallerani (1472) sulla facciata del Palazzo Podestarile di Buonconvento

Cecilia Gallerani nacque nei primi mesi del 1473 a Milano, con molta probabilità nella casa familiare situata nella parrocchia della Basilica di San Simpliciano.[1] I suoi genitori erano Fazio Gallerani e Margherita Busti, che dal 1455 vivevano in quella parrocchia milanese.[1] Cecilia aveva una sorella, Zaneta Gallerani, e ben sei fratelli (Sigerio Gallerani, Ludovico Gallerani, Giovanni Stefano Gallerani, Federico Gallerani, Giovanni Francesco Gallerani, Giovanni Galeazzo Gallerani).[1]

Sua madre Margherita era figlia di Lorenzo Busti, che era un dottore in legge, ed era sorella di Bernardino Busti, che era un monaco dell'Ordine dei Frati Minori (Francescani), precisamente della famiglia francescana degli Osservati.[1]

Suo padre Fazio, invece, discendeva da una famiglia del patriziato senese, i Gallerani, che si trasferirono da Siena a Milano con Sigerio Gallerani, padre di Fazio e nonno di Cecilia.[1] Sigerio dovette abbandonare la patria poiché, a causa della sua fedeltà al partito ghibellino, entrò in contrasto con i suoi stessi parenti, che abbracciavano invece l'opposto partito guelfo.[1] Ma qui a Milano, a differenza di Siena, i Gallerani non furono ascritti al patriziato cittadino se non prima del 1670.[1] Fazio svolse il ruolo di abbasciatore per Milano prima a Firenze (1467) e poi a Lucca (1470), ottenendo inoltre l'esenzione totale da tutte le tipologie di imposte dal duca Francesco Sforza (l'esenzione venne confermata nel 1468 dalla duchessa Bianca Maria Visconti).[1]

Il padre morì il 5 dicembre 1480, lasciando alla moglie la tutela degli otto figli.[1] Non particolarmente ricco e possessore di alcuni terreni a Carugate, Fazio lasciò i suoi averi per testamento (29 novembre 1480) ai sei figli maschi, designati tutti eredi universali, mentre alle due figlie femmine lasciò 1000 ducati ciascuna.[1]

Accordo matrimoniale con i ViscontiModifica

Nel 1483 Cecilia, che ha dieci anni, viene promessa dalla madre Margherita in sposa a Giovanni Stefano Visconti, figlio di Francesco Visconti e Ginevra Corti, più grande di lei di ben ventiquattro anni.[1] Le nozze premature venne stabilite per evitarle la vita monastica, allora normale consuetudine per le figlie femmine che non si sposavano.

Cecilia avrebbe dovuto convolare a nozze al compimento dei suoi dodici anni, ma questo matrimonio non verrà mai più celebrato.[1] Infatti, per ragioni oscure, l'attesa delle nozze si prolungò per anni, fino a quando la promessa non venne sciolta formalmente nel 1487.[1]

Questa unione mancata potrebbe essere spiegata dal presentarsi di un più allettante partito per i Gallerani, l'ancora scapolo Ludovico Sforza, detto "il Moro".[1]

Amante di Ludovico Sforza, detto il MoroModifica

Rapporti tra i Gallerani e il Moro e inizio della relazione amorosaModifica

 
Ritratto di Ludovico il Moro in armatura, miniatura ad opera di Giovanni Ambrogio de Predis dalla Grammatica Latina di Elio Donato, 1496 (Biblioteca Trivulziana, Milano)

Ludovico era il quartogenito dei sei figli maschi dei duchi milanesi Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, ma è meglio noto con l'appellativo di "Moro", poiché era scuro di carnagione e aveva occhi e capelli di colore nero.[3] Il Moro, amante delle lettere e della vita militare, con una grande passione per la caccia, venne inizialmente rilegato a trascorrere una vita marginale come personaggio secondario; questo almeno fino a quando, il 26 dicembre 1476, non venne assassinato il fratello maggiore Galeazzo Maria Sforza.[3] Il nuovo governo venne affidato alla vedova Bona di Savoia, come reggente per il figlio minorenne Gian Galeazzo Maria Sforza, e al consigliere Cicco Simonetta; ma il criptogoverno del Simonetta venne malvisto e così, dopo una serie di burrascose vicende, nel 1480 il Moro riuscì a farsi proclamare egli stesso reggente, divenendo de facto il nuovo duca di Milano (poi de iure dal 1494).[3] Dal 1479 il Moro aveva anche ottenuto il Ducato di Bari dal re napoletano Ferdinando I d'Aragona.[3]

Non è noto quando avvenne di preciso il primo incontro tra Cecilia e il Moro, ma è noto che i Gallerani appartenevano a quelle famiglie che costituivano l'apparato burocratico della corte degli Sforza e, inoltre, rapporti diretti tra la famiglia e il Moro sono documentati già dal 1489.[1] Infatti, al maggio di quell'anno risale una petizione firmata e depositata a corte da Cecilia e dai fratelli, nella quale, vista la situazione economica familiare poco stabile, chiedono di tornare proprietari delle terre di cui sono eredi e che, probabilmente, vennero confiscate quando il padre era ancora in vita; il motivo di mettere in atto questa operazione poteva essere dovuto al fatto che i Gallerani si sentissero probabilmente forti del solido appoggio del Moro.[1] Ancora, sempre nel giugno di quell'anno, il Moro dovette egli stesso intervenne personalmente per fare da paciere tra la famiglia dei Gallerani e quella dei Taverna, ponendosi a favore di Sigerio Gallerani, fratello di Cecilia, anche se fu proprio quest'ultimo ad aver causato i dissidi, poiché s'era macchiato dell'omicidio di un membro familiare dei Taverna.[1] Infine, è importante notare che, al momento della suddetta petizione, Cecilia non era più dimorante nella casa paterna, ma risulta domiciliata in una non meglio specificata abitazione situata nella parrocchia del Monastero Nuovo; quest'ultima dimora potrebbe essere il luogo predisposto dal Moro per i suoi incontri amorosi con la giovane Cecilia.[1]

Al 1489, infatti, la giovane Cecilia ha solo sedici anni ed è ancora nubile, perciò il fatto che vivesse indipendentemente in un'altra casa, diversa da quella paterna, e senza che si vedesse costretta a rifugiarsi in un convento per proseguire gli studi, denota già la presenza del Moro nella sua vita.[1] E lo stesso Moro era ancora celibe a quel tempo, poiché si sposerà solo il 17 gennaio 1491 a Pavia con l'allora sedicenne Beatrice d'Este, figlia del duca Ercole I d'Este e sorella di Isabella d'Este e Alfonso I d'Este (futuro duca di Ferrara).[3]

Leonardo da Vinci e il ritrattoModifica

 
Il cosiddetto Autoritratto di Leonardo da Vinci, c. 1510-1515, sanguigna, inv. no. 15571 della Biblioteca Reale di Torino.

Nel frattempo, alla corte del Moro era giunto Leonardo da Vinci, che qui dimostrò tutta la sua esperienza e il suo intelletto, essendo capace di rendersi utile sia in tempi di pace che in tempi di guerra, riuscendo a soddisfare ogni svariata esigenza, dalla pittura alla scultura, dall'architettura all'ingegneria, dall'urbanistica all'idraulica.[3] Qui a Milano, Leonardo svolse anche il ruolo di scenografo per gli eventi di corte.[3] Fu infatti lui che organizzò la sorprendente e innovativa Festa del Paradiso per le nozze di Gian Galeazzo e Isabella d'Aragona, che dipinse l'Ultima Cena nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che ideò un colossale monumento equestre per celebrare la gloria di Francesco Sforza e della casata degli Sforza (venne realizzato il modello in argilla, oggi perduto, ma la fusione non avvenne mai).[3] Però, l'esperienza milanese di Leonardo non si limitò solo a questo e infatti si dilettò anche alla realizzazione di ritratti e proprio Cecilia Gallerani fu una delle fortunate.[3] Ad oggi il suo ritratto è stato riconosciuto nel cosiddetto dipinto della Dama con l'ermellino.[3]

Ed è proprio l'opera di Leonardo che aiuta ad avvalorare la tesi su una lunga frequentazione, poiché la datazione del dipinto si aggira tra il 1488 e il 1490, periodo nel quale l'artista ricevette la commissione proprio da parte dello stesso Moro.[1]

Vita alla corte degli SforzaModifica

 
Ritratto di dama, per tradizione ritenuto essere una rappresentazione di Beatrice d'Este, opera di Giovanni Ambrogio de Predis, c. 1485-1500, 51×34 cm (Biblioteca Ambrosiana di Milano)

Ma anche all'avvicinarsi delle nozze ducali e dopo l'unione del Moro con la principessa estense, la relazione tra lui e la Gallerani non si arrestò. È databile intorno al 1490 la presenza ufficiale di Cecilia alla corte sforzesca e notizie fondamentali sulla sua vita cortigiana sono ricavate dai resoconti di Giacomo Trotti, un notaio, letterato, funzionario e amministratore alla corte degli Este e appartenente ad una delle antiche trentaquattro famiglie nobili che contribuirono alla fondazione di Ferrara.[4] Il Trotti era stato inviato dal duca Ercole I come ambasciatore estense alla corte del Moro, dopo che la sua famiglia, che era riuscita a costruire un vero impero economico e un potere smisurato, nel 1482 era divenuta il duro bersaglio della rabbia del popolo ferrarese, che unanimemente riconosceva nei Trotti i colpevoli degli insopportabili disagi economico-istituzionali e il casus belli, per convenienza personale, della scesa in guerra dello Stato contro la Repubblica di Venezia.[4]

La presenza del Trotti presso il Moro è testimoniata già dal 17 maggio 1482 e qui riuscì a intrecciare una fitta rete di relazioni e ad entrare nelle grazie dello Sforza.[4] Fu proprio il Trotti a gestire, con Eleonora d'Aragona, le trattative che portarono a firmare il contratto matrimoniale fra il Moro e la futura moglie.[4] La corrispondenza epistolare che il Trotti aveva regolarmente col duca ferrarese si interruppe improvvisamente il 3 ottobre 1495 e quattro giorni dopo, il 7 ottobre, il Trotti moriva in un'osteria.[4]

Da una lettera datata all'8 novembre 1490, il Trotti scrisse al duca ferrarese le proprie preoccupazioni riguardo il desiderio del Moro di avere la moglie Beatrice presente a corte, dal momento che quest'ultimo passava parecchio del suo tempo proprio con Cecilia Gallerani, definendola «bella come un fiore» e informando che a quella data ella risultava già gravida.[1] Infatti, Cecilia era in attesa di un figlio illegittimo proprio dal Moro.[1]

Il figlio concepito dall'unione di Cecilia e il Moro nacque poco dopo le nozze (17 gennaio 1491[3]) di quest'ultimo, venendo effettivamente al mondo il 3 maggio 1491 col nome di Cesare Sforza Visconti.[1] Cesare fu il primo dei figli del Moro, dopo la figlia illegittima Bianca, e fu il primogenito maschio, precedendo tutti gli altri figli maschi legittimi, che nacquero rispettivamente il 25 gennaio 1493 (Massimiliano), il 4 febbraio 1495 (Francesco) e il 3 gennaio 1497 (un neonato senza nome, morto poche ore essere venuto alla luce).[3] Inoltre, Cesare fu il primo e unico figlio che il Moro ebbe da Cecilia.[3]

Ancora, sempre tramite un'altra lettera scritta al duca ferrarese dal Trotti, che a corte svolse anche un delicatissimo ruolo di intermediario fra i due coniugi ducali, si viene a sapere che:

«[...] si dice che il male del signor Ludovico è causato dal troppo coito di una sua puta che prese presso di sé, molto bella, parecchi di fa, la quale gli va dietro dappertutto, e le vuole tutto il suo ben e gliene fa ogni dimostrazione»

(Giacomo Trotti, stralcio di lettera riportato da Daniela Pizzagalli in La Dama con l'ermellino [il termine puta, utilizzato per i bambini, denota così l'età della Gallerani, che a quel tempo ha sedici anni])

Infatti, il Trotti ascoltava le lamentele del Moro e conosceva le inadempienze coniugali della moglie Beatrice, arrivando anche a consigliare a quest'ultima di «mettere da canto tanta vergogna» e fare «feste e careze a suo marito».[4] Ma, sebbene la relazione tra Cecilia e il Moro continuasse proprio a causa del rifiuto di Beatrice ad adempiere ai suoi "doveri" coniugali, tutto cambiò dopo che la Gallerani partorì suo figlio. [1]

Il Moro era pressato dalle lamentele della moglie, che lo invitava a tagliare i ponti con l'amante, mentre Cecilia era ormai divenuta più grassa a seguito della gravidanza.[1] In merito a questa situazione, ancora una volta, il Trotti riporta che il Moro non la voleva più toccare «essendo grossa come l'è» e che mai più l'avrebbe fatto dopo che lei avesse partorito.[1] Così, dopo la nascita di Cesare, Cecilia fu allontanata dalla corte in cui era da tempo domiciliata proprio dallo stesso Ludovico, che le predispose un nuovo appartamento sempre in città.[1] È probabile che l'allontanamento di Cecilia dalla corte non fu immediato, poiché è possibile che rimase nel Castello Sforzesco almeno fino all'anno successivo al parto.[1] Ma infine Cecilia lasciò la corte, sebbene la serenità di Beatrice non durò molto, poiché nel giro di pochi anni un'altra donna finì tra le braccia del marito: Lucrezia Crivelli.[1][3]

Matrimonio e vita intellettualeModifica

 
La cosiddetta Villa Medici del Vascello a San Giovanni in Croce, un tempo residenza di Cecilia Gallerani e del marito

Cecilia, sia alla nascita del figlio sia quando era ormai stata allontanata dalla corte sforzesca, ricevette in cambio la donazione di diversi immobili e beni. Ad esempio, il 18 maggio 1491, poco tempo dopo il parto, ricevette in dono dal Moro il feudo di Saronno, nel territorio di Varese.[1] Questo territorio le verrà successivamente confiscato alla caduta del Moro, nel 1499, passando poi al nobile milanese Giovanni Stefano Castiglioni, che sia nel 1508 e sia nel 1513 le dovette devolvere una somma pecuniaria a titolo di risarcimento.[5]

Al 1492 risalgono le sue nozze con il conte Ludovico Carminati di Brembilla, anche noto come Ludovico Bergamini.[1][2] Il marito era figlio del condottiero Giovan Pietro Carminati di Brembilla, detto "il Bergamino", e nipote di Venturino Carminati di Brembilla, anch'egli detto "il Bergamino", ed apparteneva ad una delle più note famiglie della Val Brembilla; i Carminati, a seguito delle rivolte contro Venezia, il 19 gennaio 1443 avevano dovuto abbandonare la propria valle, come fecero tutti i brembillesi, e trasferirsi a Milano.[2] Il marito le venne procurato proprio dal Moro, che nutriva una profonda fiducia verso il padre di quest'ultimo, Giovan Pietro, poiché servi con le armi gli Sforza e il Ducato per tutta la sua vita.[1][2]

Dopo il matrimonio, Cecilia andò a vivere con il marito a Palazzo Carmagnola, un edificio che il Moro aveva in verità donato a suo figlio Cesare.[1] Il palazzo venne confiscato il 17 ottobre 1485 dal Moro alla morte senza eredi legittimi del suo proprietario, Pietro II Dal Verme, che l'aveva in precedenza ereditato dalla madre Luchina Bussone, figlia di Francesco Bussone, detto "il Carmagnola".[6] Altra dimora della Gallerani fu la residenza del marito, l'attuale Villa Medici del Vascello in San Giovanni in Croce, nel territorio di Cremona, della cui contea il marito era feudatario.

Cecilia, inoltre, era amante della letteratura e iniziò a frequentare vari poeti e intellettuali, come Bernardo Bellincioni, Matteo Bandello e Gian Giorgio Trissino.[1] In particolare, il Bellincioni, ch'era un poeta fiorentino trasferitosi a Milano dal 1485, scrisse per lei vari sonetti celebrativi.[1] E fu proprio grazie al contatto con questi eruditi che la Gallerani iniziò a diventare esperta in latino e a scrivere in versi dei suoi propri componimenti, creando anche una sua piccola corte a Palazzo Carmagnola;[1] quest'ultimo divenne uno dei primi circoli letterari della storia e qui nascerà la moda della conversazione e dei giochi di società. Anche nella dimora del marito Cecilia tenne numerosi incontri con artisti, poeti e letterati, trasformando la villa in un luogo ospitale, aperto a personalità di alta levatura culturale. Nel Palazzo Carmagnola, il 14 settembre 1496, la Gallerani accolse anche gli ambasciatori di Venezia a Milano.[1]

Amicizia con Isabella d'Este e caduta del MoroModifica

Cecilia fu anche in buoni rapporti e in contatto epistolare con Isabella d'Este, marchesa consorte di Mantova come sposa di Francesco II Gonzaga.[1]

Il 26 aprile 1498, Isabella scrisse a Cecilia una lettera, nella quale le chiese di poter vedere personalmente il dipinto realizzatole da Leonardo, perché voleva fare un confronto stilistico con alcuni quadri di Giovanni Bellini di sua proprietà.[1] La Gallerani le rispose tre giorni dopo, il 29 aprile, dicendole che avrebbe provveduto immediatamente, ma avvisandola che quel ritratto non le assomigliava più poiché riferibile alla sua giovinezza.[1] Dopo la breve trasferta del dipinto a Mantova, questo ritornò nelle mani della Gallerani, come fa presupporre una lettera datata al 18 maggio e inviata da quest'ultima alla marchesa.[1]

Ma i rapporti tra Cecilia e Isabella continuarono anche in seguito alla vicenda del dipinto. Infatti, nel 1499 il Moro venne sconfitto e deposto dai Francesi di re Luigi XII. Costretti alla fuga da Milano, dopo aver subito anche la confisca dei beni, Cecilia e il marito trovarono protezione e asilo proprio dalla marchesa Isabella e fu sempre grazie a lei che i coniugi riuscirono a tornare in possesso dei propri beni una volta rientrati successivamente in patria.[1]

Dopo la sconfitta, il 17 aprile 1500 il Moro venne prelevato dal castello di Novara e tradotto in Francia, dove rimase prigioniero fino alla morte, avvenuta il 17 maggio 1508 a Loches.[3] Invece, anche durante il periodo francese, Cecilia continuò a vivere serenamente e a frequentare poeti e letterati, presumibilmente fino alla sua stessa morte.[1]

Isabella d'Este ospitò a Mantova Cecilia Gallerani, che nel 1503 fu madrina al battesimo di Isabella Sforza,[7] figlia naturale riconosciuta di Giovanni Sforza, signore di Pesaro, espulso dalla città da Cesare Borgia.

Morte e sepolturaModifica

 
Chiesa di San Zavedro a San Giovanni in Croce, luogo di sepoltura di Cecilia Gallerani

Non si sa con certezza quando morì Cecilia Gallerani, ma lo storico Felice Calvi riporta nel suo Famiglie notabili milanesi (1874) che visse fino al 1536, quindi ad un'età compresa tra i 62 e i 63 anni.[1][8]

Dopo la morte, venne presumibilmente sepolta nella cappella della famiglia Carminati, all'interno dell'antica Chiesa di San Zavedro, presso San Giovanni in Croce.[8]

Cecilia Gallerani e la Dama con l'ermellinoModifica

Il dipinto di LeonardoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Dama con l'ermellino.

È assolutamente certo che, durante il suo soggiorno a Milano dagli Sforza, l'artista Leonardo da Vinci eseguisse un ritratto giovanile di Cecilia Gallerani, al tempo già amante del Moro. Esempi che lo confermano sono il sonetto celebrativo del poeta Bernardo Bellincioni (morto nel 1492) e le due lettere del 1498 intercorse tra la Gallerani e Isabella d'Este, proprio in merito al dipinto.[1]

Ad oggi questo dipinto è identicato con quello della Dama con l'ermellino, custodito nel Museo Czartoryski di Cracovia, in Polonia.[1] La tesi, che vede in esso la raffigurazione della Gallerani, è sostenuta da vari dettagli. Innanzitutto è stato notato come la parola "ermellino" si dica nel greco antico galê (γαλῆ) o galéē (γαλέη), alludendo per assonanza al cognome Gallerani, secondo una tradizione tipica del passato sull'utilizzo di figure allegoriche e simboliche, che Leonardo già sperimentò in precedenza col Ritratto di Ginevra de' Benci, in cui il nome della dama richiama quello italiano della pianta di ginepro raffigurata alle sue spalle e nell'altra faccia della tavola.[1]

Ancora, sempre tramite l'ermellino, simbolo di purezza e moderazione, si è trovato un collegamento tra l'animale e l'amante della Gallerani, Ludovico il Moro.[1] Infatti, è stato notato come nel 1488 il Moro venne investito del titolo dell'Ordine dell'Ermellino dal re napoletano Ferdinando I d'Aragona; lo stesso Moro che venne chiamato dal Bellincioni ""l'italico Morel, bianco ermellino", in un suo sonetto.[1]

Infine, ad aiutare l'identificazione vi è la datazione del dipinto, che secondo l'indagine stilistica si tratta di un'opera tra il 1488 e il 1490.[1]

Cecilia Gallerani in altre opere d'arteModifica

Disegni di LeonardoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Volto di fanciulla (Leonardo) e Profilo di donna (Leonardo).

Nella ricerca di ricostruire le fattezze di Cecilia Gallerani, altre due opere di Leonardo potrebbero aiutare nell'operazione.

Una di esse è il cosiddetto Volto di fanciulla.[9] L'opera, così come affermato dal sito ufficiale dei Musei Reali di Torino, che gestiscono anche la torinese Biblioteca Reale nella quale è custodito il disegno, è un tipico esempio degli esperimenti di Leonardo sul tema del cosiddetto "ritratto di spalla", ovvero riprendendo la figura in movimento da vari punti di vista, con il volto rivolto verso l'osservatore e la veduta di schiena.[9] La fanciulla rappresentata è stata identificata con Cecilia Gallerani, sebbene per analogie stilistiche e per datazione è ad oggi più probabile la tesi che vede qui uno studio preparatorio per l'Angelo della Vergine delle Rocce (prima versione a Parigi e seconda versione a Londra).[9]

L'altra opera, invece, è il cosiddetto Profilo di donna, oggi parte della Royal Collection nel Regno Unito.[10] Si tratta del disegno di una donna, ritratta di profilo dalla testa alle spalle, girata verso destra.[10] Talvolta la donna del disegno, per ragioni stilistiche e di datazione, è stata identicata con Cecilia Gallerani, sebbene lo stesso sito ufficiale oggi afferma che, probabilmente, l'opera non venne eseguita come preparazione per un dipinto, ma come opera finita a sé per la soddisfazione personale di Leonardo.[10]

Madonna della MisericordiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Madonna della Misericordia (San Giovanni in Croce).

Un possibile ritratto di una Cecilia Gallerani ormai adulta e sposata è stato ipotizzato essere presente in una pala d'altare della Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista in San Giovanni in Croce, attribuita alla mano di Galeazzo Campi (o a quella di Tommaso Aleni, detto "il Fadino", come invece ritiene lo storico dell'arte Marco Tanzi[11]).[12] La tavola in questione è parte di un polittico ed ha come soggetto una Madonna della Misericordia, una tipica rappresentazione artistico-religiosa della Vergine Maria, con ai lati una serie di figure inginocchiate in preghiera e una di esse è stata ipotizzata essere la Gallerani.[12] L'ipotesi è stata avanzata dallo storico e professore locale William Ottolini, già insegnante di educazione artistica e marito dell'ex assessore alla cultura Giuliana Bini, e queste tesi sono state anche pubblicate su un'intera pagina dedicata sul Corriere della Sera.[12]

Infatti, la pala è proveniente con certezza dalla Chiesa di San Zavedro, dove si trovava la familiare Cappella Carminati e dove vennero presumibilmente sepolti anche Cecilia e il marito Ludovico Carminati di Brembilla.[12] Tra i vari monaci e dame dipinti, figura in primo piano una donna vestita alla spagnola di verde, che potrebbe essere con probabilità la committente stessa dell'opera.[12] La donna in questione è straordinariamente somigliante a quella della Dama con l'ermellino dipinta da Leonardo, e nel caso fosse davvero Cecilia Gallerani si potrebbero conoscere anche le sue fattezze come donna ormai quarantenne.[12] Ma a questa ipotesi si sono susseguite anche opposizioni, che vedono in essa una completa bufala senza fondamento.[11]

Omaggi e cultura di massaModifica

Omaggi poetici e letterariModifica

Bernardo BellincioniModifica

Qui di seguito sono riportati quattro sonetti selezionati dalle Rime del poeta Bernardo Bellincioni.[13] Essi vennero tutti composti prima del 12 settembre 1492 (anno della morte) e hanno per argomento il ritratto dipinto da Leonardo da Vinci per Cecilia Gallerani (il sonetto XLV) e la nascita del di lei figlio Cesare Sforza (i sonetti XIX, XIX e LXVII).[13] Questi sonetti vennero pubblicati nelle Rime per la prima volta per l'edizione del 1493 curata da Francesco Tanci, poi un'altra edizione basata su quest'ultima venne ripubblicata nel 1876 a cura di Pietro Fanfani ed edita da Gaetano Romagnoli.[13]

Sonetto per il dipinto di LeonardoModifica

«Di che ti adiri? A chi invidia hai Natura?
Al Vinci che ha ritratto una tua stella:
Cecilia! sì bellissima oggi è quella
Che a suoi begli occhi el sol par ombra oscura.
L'onore è tuo, sebbeii con sua pittura
La fa che par che ascolti e non favella:
Pensa quanto sarà più viva e bella,
Più a te fia gloria in ogni età futura.
Ringraziar dunque Ludovico or puoi
E l'ingegno e la man di Leonardo,
Che a' posteri di te voglia far parte.
Chi lei vedrà cosi, benché sia tardo,
Vederla viva, dirà: Basti a noi
Comprender or quel ch'è natura et arte»

(Bernardo Bellincioni, Sonetto XLV. Sopra il ritratto di madonna Cecilia, qual fece Leonardo[13])
Sonetti per la nascita di Cesare SforzaModifica

«P. Deh! Perché piangi o Febo?
F. Io piango e grido
Perché oggi è nato un risplendente sole.
P. Più splendente di te?
F. Non dirò fole:
El splende più ch'io mai splendessi in lido.
P. Questo non credo, anzi di questo i' rido,
F. Non rider, ch'egli è vero; onde mi dole.
P. Poiché creder convien queste parole,
Di' come nacque, e dove el fece nido?
F. D'un Moro il seme cotal sol divenne;
E' con Cicilia e bei suoi raggi fissi
Sotto le amene sue candide penne.
P. Che farai donque?
F. Convien ch'io mi abissi
P. Perché cagion?
F. Però che quando el vene
Da lui fui vinto, sì ch'è fu l'ecclissi»

(Bernardo Bellincioni, Sonetto XIX. Al signor Lodovico di Paulo Jeronimo del Fiesco, in dialogo, pe il nascimento del signor Cesare[13])

«Se Febo or piange, ancor si duol Cupido
Perché mai più sarà quel ch'esser suole,
Sendo nato colui che tòr gli vuole
Le bellezze, el valor, la fama, el grido.
Non fur sì lieti insieme Enea e Dido,
Come l'arbor di Tisbe [il Moro] in la sua prole,
Con l'isola [gioco di parole tra Cecilia e Sicilia], la qual per l'onde sole,
Disse, da vostra Italia or mi divido.
Da Giove el frutto a noi piove dal Cielo:
A l'alta rocca mia, dice, i' lo scrissi,
Però che 'l patre suo me la mantenne.
Cesare ha nome, a lui l’opre promissi:
Marte invido per me l’ira ritenne
Quel dì, che Febo il volto par coprissi»

(Bernardo Bellincioni, Sonetto XX. Del Belincione per risposta all'antecedente per le rime[13])

«Non fur si liete quelle antiche genti
Nell'insula di Delo, ove al sol piacque
Doppo la grande innundazion dell'acque
Mostrare a quelle i suoi raggi lucenti,
Come gli Insubri or son lieti e contenti
Pel novo sol che un tempo ascoso giacque
Ne' giardin di Cicilia, unde poi nacque,
Che a justi prieghi il ciel par che consenti.
Questo è '1 palladio e santo simolacro,
Che ricevè Milan, come già Troja,
Qual, mentre l'ebbe, el ciel si vidde amico.
Per forza o fraude mai la diva gioja,
Jove dice, fia tolta a Ludovico,
Per che a la mia rocca or la consacro»

(Bernardo Bellincioni, Sonetto LXVII. Della nativitate del signor Cesare[13])

Matteo BandelloModifica

Matteo Bandello, in una delle sue Novelle, inizia col riportare come fosse veritiero l'antico detto che afferma che «la troppa familiarità partorisce disprezzamento» e proprio riguardo questo argomento racconta che «si parlava di questa materia in casa de la gentilissima e dotta signora Cecilia Gallerana contessa Bergamina e varie cose si dicevano, quando messer Gian Angelo Vismaro, che là si trovò in compagnia di molti gentiluomini, [...] narrò ciò che una volta fece il capitano Biagino Crivello». Il racconto prosegue con la trascrizione che il Bandello fece dell'aneddoto del Vismaro, che costituisce la Novella XXVI della Parte III.

Altri tipi di omaggiModifica

DiscendenzaModifica

 
Dettaglio della Pala Sforzesca (Pinacoteca di Brera) con la raffigurazione del bambino inginocchiato in preghiera alla destra del duca Ludovico Sforza, detto "il Moro": la rappresentazione di questo bambino è stata spesso identificata come un presunto ritratto di Cesare Sforza, figlio di Cecilia Gallerani e del Moro.

Dalla relazione di Cecilia Gallerani con l'amante, il duca Lodovico Sforza, detto "il Moro", nacque il seguente figlio:

Invece, dall'unione matrimoniale di Cecilia col conte Ludovico Carminati di Brembilla, sposato nel 1492, nacquero i seguenti figli:

AscendenzaModifica

Genitori Nonni Bisnonni
Sigerio Gallerani Bartolomeo Gallerani  
 
 
Fazio Gallerani  
 
 
 
Cecilia Gallerani  
Lorenzo Busti  
 
 
Margherita Busti  
 
 
 
 

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al am an ao ap aq ar as at au av aw ax ay az ba bb bc bd be Carlo Alberto Bucci, GALLERANI, Cecilia, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'11 aprile 2021.
  2. ^ a b c d Franca Petrucci, CARMINATI DI BREMBILLA, Giovan Pietro, detto il Bergamino, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'11 aprile 2021.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Gino Benzoni, LUDOVICO Sforza, detto il Moro, duca di Milano, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'11 aprile 2021.
  4. ^ a b c d e f Matteo Provasi, TROTTI, Giacomo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'11 aprile 2021.
  5. ^ Franca Petrucci, CASTIGLIONI, Giovanni Stefano, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'11 aprile 2021.
  6. ^ Michael E. Mallett, DAL VERME, Pietro, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'11 aprile 2021.
  7. ^ Sforza Isabella, su treccani.it. URL consultato l'11 aprile 2021.
  8. ^ a b Cecilia Gallerani (1473-1536) - Find A Grave Memorial, su Find a Grave, 26 agosto 2012. URL consultato l'11 aprile 2021.
  9. ^ a b c d Volto di fanciulla (studio per il volto dell'angelo della "Vergine delle Rocce"), su Musei Reali Torino. URL consultato l'11 aprile 2021.
  10. ^ a b c d (EN) A portrait of a woman in profile, su Royal Collection. URL consultato l'11 aprile 2021.
  11. ^ a b La Dama dell'Ermellino in questo quadro di Tomaso Aleni? Una bufala, una ricerca dilettantistica e senza alcun fondamento, così gli esperti, su www.vascellocr.it, 13 aprile 2017. URL consultato l'11 aprile 2021.
  12. ^ a b c d e f g Pierluigi Panza, Così è invecchiata la Dama con l'ermellino, su Corriere della Sera, 23 agosto 2011. URL consultato l'11 aprile 2021.
  13. ^ a b c d e f g Elisabetta Gnignera, CECILIA O LA DAMA CON L'ERMELLINO ABBIGLIAMENTO E ICONOGRAFIA, NUOVE SCOPERTE - PARTE III, su www.instoria.it, novembre 2014. URL consultato l'11 aprile 2021.
  14. ^ Il Teatro comunale Cecilia Gallerani, su www.turismocremona.it. URL consultato l'11 aprile 2021.
  15. ^ Treccani.it Sforza Isabella.
  16. ^ Nicolò Secco D'Aragona un genio inquieto del Rinascimento.

BibliografiaModifica

  • Francesca Belotti, Gian Luca Margheriti, Milano segreta, Newton Compton 2008.
  • Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino. Vita e passioni di Cecilia Gallerani nella Milano di Ludovico il Moro. Rizzoli, 1999.
  • Danio Asinari, Antonella Pizzamiglio, I tesori di Cecilia, Artestudioarte, 2014.
  • Cecilia Gallerani, una donna nel Rinascimento. Atti del Convegno, 14 maggio 2016, Cremona. Testi di Gian Carlo Corada, Danio Asinari, Beatrice Tanzi, Riccardo Groppali, Fulvio Stumpo. Inner Wheel Club di Cremona, 2016.
  • Danio Asinari, Lo sguardo riscoperto di Cecilia Gallerani, Nel borgo della Dama con l'ermellino, 2020, ISBN 978-88-31949-36-1

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