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Papa Pio II

210° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica
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Papa Pio II
210-Pius II.jpg
Pio II nel ritratto musivo situato a San Paolo fuori le mura
210º papa della Chiesa cattolica
C o a Piccolomini Popes.svg
Elezione19 agosto 1458
Incoronazione3 settembre 1458
Fine pontificato14 agosto 1464
Cardinali creativedi Concistori di papa Pio II
Predecessorepapa Callisto III
Successorepapa Paolo II
 
NomeEnea Silvio Piccolomini
NascitaCorsignano, 18 ottobre 1405
Ordinazione sacerdotale4 marzo 1447
Nomina a vescovo19 aprile 1447 da papa Niccolò V
Consacrazione a vescovo15 agosto 1447 dal cardinale Juan de Carvajal
Creazione a cardinale17 dicembre 1456 da papa Callisto III
MorteAncona, 14 agosto 1464
SepolturaBasilica di Sant'Andrea della Valle
(LA)

«Aeneam reicite, Pium recipite!»

(IT)

«Rifiutate Enea, accogliete Pio!»

(Bulla retractationis, in Bihlmeyer - Tuechle, p. 177)

Pio II, nato Enea Silvio Piccolomini (Corsignano, 18 ottobre 1405Ancona, 14 agosto 1464), è stato il 210º papa della Chiesa cattolica dal 1458 alla morte. Considerato uno dei pontefici più significativi del XV secolo[1], Pio II fu anche uno dei più importanti umanisti della sua epoca e, diventato papa, tra i maggiori sostenitori della guerra santa contro il sultano turco Maometto II. Autore dei celebri Commentarii, ricalcati sul modello cesariano, in cui narra in terza persona la propria vita, Pio II fu il fondatore della città di Pienza e un indefesso sostenitore della supremazia papale contro ogni forma di conciliarismo.

BiografiaModifica

Giovinezza e formazioneModifica

 
Vista di Pienza, l'antica Corsignano.

Enea Silvio Piccolomini nacque a Corsignano (l'odierna Pienza), primo dei diciotto figli[2] di Silvio Piccolomini, di nobile famiglia decaduta ed esiliata in seguito ai contrasti con la famiglia senese dei Tolomei[3], e di Vittoria Forteguerri. La famiglia aveva scelto questo nome per via di un loro avo di nome Giulius Piccolominis Amideis, imparentato con la famiglia degli Amidei di Firenze. Per l'asserita discendenza degli Amidei dalla Gens Iulia, decisero di chiamare il primogenito Enea Silvio, in onore di Enea, figlio di Venere, che della Gens Iulia era il leggendario capostipite. Ebbe un'educazione di prim'ordine, essendo stato seguito in gioventù da Mattia Lupia e Andrea de' Billii[4]. Nel 1423 fu mandato dalla famiglia all'Università di Siena per studiare diritto[5], ma alle lezioni assistette malvolentieri, preferendo dedicare le proprie energie allo studio dei classici latini e greci (in particolar modo Platone, Cicerone, Seneca), alle bravate con gli amici e alla passione per le donne[6]. Nel 1429 per volontà paterna fu inviato a perfezionare gli studi a Firenze, ove poté frequentare umanisti quali Francesco Filelfo, Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini[3].

Il Concilio di Basilea e la causa conciliarista (1431-1445)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Concilio di Basilea, Ferrara e Firenze.

Le missioni diplomaticheModifica

 
Pinturicchio, Enea Silvio Piccolomini parte per il Concilio di Basilea, Libreria Piccolomini (Duomo di Siena), affresco, 1502-1507

Dopo aver conseguito la laurea, il giovane Piccolomini si stabilì a Siena come docente, ma nel 1431 accettò il posto di segretario di Domenico Capranica, vescovo di Fermo, che si trovava allora in viaggio per il Concilio di Basilea e in polemica contro il nuovo papa Eugenio IV, che intendeva non riconoscergli la nomina a cardinale[3][7]. Arrivato a Basilea nel 1432[8], il giovane Piccolomini mostrò la sua abilità politica e diplomazia servendo Capranica e diversi altri signori. Nel 1435 venne inviato dal cardinale Niccolò Albergati[9], legato di Eugenio al concilio, in missione segreta in Scozia presso Giacomo I, missione durante la quale ebbe due figli illegittimi[10]. Piccolomini visitò l'Inghilterra oltre alla Scozia, in un viaggio costellato di pericoli e vicissitudini di cui lasciò un prezioso resoconto[11]. Nel frattempo il Concilio di Basilea cominciò a manifestare in modo più violento le tendenze conciliariste elaborate durante il Concilio di Costanza. Papa Eugenio IV, preoccupato, decise di trasferire la sede ufficiale del Concilio a Ferrara (1437), ove poteva tenere più sotto controllo l'operato dei Padri conciliari[12]. Buona parte dei padri rifiutò la decisione di Eugenio, dando origine al cosiddetto «piccolo scisma d'occidente». Piccolomini, benché laico, fu nominato funzionario del Concilio nel 1436[13] e, dopo l'aperta rottura avvenuta nel 1437, passò dalla parte dei conciliaristi svolgendo missioni a Strasburgo, Costanza, Francoforte e Chambéry[14]. Nell'autunno del 1439 appoggiò l'elezione dell'ex duca di Savoia Amedeo VIII (antipapa col nome di Felice V)[3], del quale divenne segretario particolare[15], e nel 1440 scrisse il Libellus dialogorum de generalis concilii authoritate, vero e proprio pamphlet a difesa dell'autorità conciliare[16].

Al servizio di Federico IIIModifica

 
L'imperatore Federico III, in un dipinto di Hans Burgkmair. Alla corte dell'arciduca d'Austria, il futuro pontefice rimase per diversi anni, stringendo amicizia col sovrano

Visto lo scarso seguito che Felice V riuscì a ottenere, Piccolomini trovò un pretesto per entrare, nel 1442, alla corte dell'imperatore Federico III[17] e abbandonare così l'antipapa al suo destino[8]. In virtù delle sue eccellenti doti retoriche e della sua vasta cultura, venne incoronato poeta laureato nella dieta di Francoforte del 1443[3], e ottenne il patrocinio del cancelliere dell'imperatore, Kaspar Schlick. Nei tre anni vissuti a corte Piccolomini scrisse due tra le sue opere più significative: la commedia Chrisis nel 1443, e la celebre novella Historia de duobus amantibus nel 1444[3], che ebbe un importante influsso sulla produzione letteraria successiva[18].

La riconciliazione con Roma (1445-1458)Modifica

La conversione e la risoluzione del "Piccolo Scisma"Modifica

Nel 1445, all'apice della gloria politica e letteraria, Piccolomini contrasse una grave malattia che lo spinse, una volta guarito, a cambiare radicalmente vita[19]. Il suo carattere era stato fino ad allora quello di un facile uomo di mondo, senza pretesa di dirittura morale o di coerenza politica. Iniziò a essere più regolare nel primo aspetto, e nel secondo adottò una linea definita facendo pace con Roma. Essendo stato inviato in missione a Roma nel 1445 da parte di Federico III, con lo scopo apparente di indurre Eugenio a convocare un nuovo concilio, venne assolto dalle censure ecclesiastiche e fece ritorno in Germania con il compito di assistere il Papa[3][20]. Assolse efficacemente a tale compito, ravvicinando con accorta diplomazia la corte papale di Roma e gli elettori imperiali tedeschi; ebbe anche una parte importante nel compromesso col quale, nel 1447, il morente Eugenio accettò la riconciliazione offerta dai principi tedeschi, lasciando senza supporto il concilio e l'antipapa[19]. Enea per quel tempo aveva già preso i voti: consacrato suddiacono nel 1446, fu ordinato presbitero il 4 marzo 1447 a Vienna[8].

Al servizio dei papi Niccolò V e Callisto IIIModifica

La carriera ecclesiastica e curialeModifica

Il nuovo papa Niccolò V era un umanista e un amico personale del Piccolomini[21]. Entrato nelle grazie del nuovo pontefice, Piccolomini percorse una rapida carriera ecclesiastica: fu vescovo di Trieste dal 19 aprile 1447[8] fino al 24 ottobre 1449[22], quando fu nominato vescovo di Siena, carica che ricoprì fino all'elezione pontificia[3], e non senza tribolazioni: l'appartenenza del Piccolomini ad un'antica famiglia magnatizia caduta in disgrazia e l'ambiguità dello stesso Piccolomini nelle trattative con le autorità cittadine, lo resero presto inviso ai senesi, e tale iniziale diffidenza si trasformò in seguito in aperta ostilità nel 1456, dopo che ebbe ricevuto il cappello cardinalizio, quando gli fu negato l'ingresso in città[3].

 
Pinturicchio, Callisto III eleva Piccolomini alla dignità cardinalizia, Libreria Piccolomini, Cattedrale di Siena

Nelle sue diocesi, però, il presule poté risiedere pochissimo tempo, impegnato com'era in missioni diplomatiche per conto della Santa Sede[23]. Niccolò V, sapendo dei buoni rapporti che intercorrevano tra il Piccolomini e Federico d'Asburgo (e della sua ottima conoscenza della lingua tedesca), lo inviò, insieme al cardinale Nicola Cusano, come ambasciatore alla corte imperiale per negoziare il matrimonio di Federico con la principessa Eleonora d'Aviz; Piccolomini combinò le nozze (celebrate per procura nel 1450), ottenendo anche la stipula di un concordato che ristabiliva i rapporti fra Chiesa e Impero[24]. Nel 1451 intraprese una missione in Boemia dove concluse un soddisfacente accordo con il capo degli hussiti, Giorgio di Podebrady[25]; nel 1452 ricevette Federico a Siena e lo accompagnò a Roma, dove l'imperatore sposò "ufficialmente" Eleonora e venne incoronato re dei Romani (9 marzo) e poi Imperatore del Sacro Romano Impero il 19 marzo[3]. Fu l'ultimo imperatore ad essere incoronato a Roma[26].

Il 1453 fu un anno traumatico per l'intero Occidente cristiano: il 29 maggio Costantinopoli, ultimo baluardo del cristianesimo davanti alla minaccia turca ed erede dell'impero romano, cadde nelle mani di Maometto II. L'avvenimento fu particolarmente sentito negli ambienti umanistici, e quindi anche dal vescovo Piccolomini[27] che, spinto dall'emozione, scrisse il Dialogus, trattato dialogico in cui si riflette sia sull'autorità morale del papato, sia sulla necessità di una crociata volta a frenare l'avanzata ottomana[28].

Nell'agosto 1455 Enea Piccolomini tornò a Roma con un'ambasciata per proferire l'obbedienza della Germania al nuovo Papa, Callisto III; consegnò inoltre al pontefice le raccomandazioni dell'imperatore e del re d'Ungheria Ladislao V per la sua nomina a cardinale (la nomina non si fece a causa della determinazione del Papa a promuovere prima un suo nipote, così dovette aspettare fino all'anno successivo). Piccolomini ottenne invece il vescovato di Warmia (in Polonia)[29].

Tra il 1455 e il 1458 Piccolomini fu finalmente nominato cardinale (17 dicembre 1456)[3], portò a compimento la Historia Frederici III imperatoris (1452-1458) e abbozzò alcuni trattati dal sapore internazionale quali il De Europa e la Cosmographia[30].

Il Papato (1458-1464)Modifica

Elezione al SoglioModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Conclave del 1458.

Callisto III morì il 6 agosto 1458; il 10 agosto i cardinali entrarono in conclave: otto erano italiani, cinque spagnoli, due francesi, uno portoghese, due greci[31]. Il vescovo di Rouen, il potente Guillaume d'Estouteville, sembrava certo di essere eletto[3]. Il Piccolomini lo contrastò efficacemente attraverso la sua arte, energia ed eloquenza[32]. Egli frustrò le speranze del rivale ricordando i rischi della nomina di un cardinale francese al soglio pontificio[33], giacché quegli avrebbe certamente riportato la sede pontificia ad Avignone assoggettandola agli interessi d'Oltralpe:

«E che è la nostra Italia senza il presule romano? [...] O il papa francese se ne andrà in Francia, e la nostra dolce patria sarà orbata del suo splendore; o resterà tra noi, e l'Italia, regina delle genti, servirà un padrone straniero e noi saremo schiavi della gente francese.»

(Enea Silvio Piccolomini, Commentarii, ed. Totaro, pp. 197-201)
 
Pinturicchio, Pio II benedicente, particolare tratto dal ciclo d'affreschi della Libreria Piccolomini della Cattedrale di Siena.

Enea Silvio Piccolomini fu eletto pontefice il 19 agosto del 1458[8]: si schierarono in suo favore il cardinale Colonna e i due cardinali nipoti di Callisto III, uno dei quali era il futuro papa Alessandro VI[3]. Incoronato il 3 settembre[34], il nuovo papa scelse come nome pontificale "Pio" in omaggio non tanto a san Pio I, quanto al tanto amato Enea virgiliano, il cui appellativo era Pius[35].

A 53 anni d'età, la salute del papa umanista non era buona: affetto da gotta e da altri acciacchi[3], Pio era consapevole del proprio stato di salute precaria, e forse proprio per questo motivo si buttò anima e corpo a realizzare un vasto piano di riforme e alla creazione della grande coalizione europea volta a scacciare i turchi da Costantinopoli.

Governo della ChiesaModifica

Il Congresso di Mantova e il proposito di crociataModifica

Dopo aver riconosciuto Ferdinando d'Aragona (figlio di Alfonso V d'Aragona) quale erede al trono napoletano, nell'ottobre del 1458 Pio riunì un congresso dei rappresentanti dei principi cristiani a Mantova[36] con la bolla Vocavit nos, per intraprendere un'azione comune contro i Turchi Ottomani che dopo aver conquistato Costantinopoli stavano per prendere possesso di tutto l'Impero bizantino, sotto la guida di Maometto II. A tal fine, il 19 gennaio 1459[37] il Papa istituì un nuovo ordine religioso cavalleresco, l'Ordine di Santa Maria di Betlemme[3] e, il 14 gennaio del 1460, alla fine del congresso mantovano, proclamò la guerra santa contro i Turchi[38].

Il congresso, al quale parteciparono i principali potenti dell'epoca, non produsse gli effetti sperati: la Milano di Francesco Sforza era assorbita dal tentativo di prendere Genova; Firenze consigliò cinicamente al Papa di lasciare che turchi e veneziani si logorassero a vicenda; i regni di Francia e d'Inghilterra erano impegnati l'uno nel conflitto contro il Ducato di Borgogna, l'altro nella guerra civile (oggi nota come Guerra delle due rose). Inoltre Luigi XI di Francia, risentito per il fatto che Pio II aveva preferito Ferdinando d'Aragona al candidato francese Renato d'Angiò per il trono di Napoli, continuò nella sua politica anti-papale appoggiando e propugnando la Prammatica Sanzione di Bourges del 1438[36]. Infine, la Germania, dal Tirolo alla Pomerania, era agitata da complotti antipapisti nonché anti-imperiali, quali la lotta tra il Ducato di Kleve e il Vescovato di Colonia[39]. Pio II venne coinvolto, suo malgrado, in una serie di dispute con il re di Boemia e vertice del movimento hussita Giorgio Podiebrady, che aspirava a diventare re dei Romani al posto di Federico d'Asburgo[36]. Il pontefice dovette fronteggiare anche Sigismondo conte del Tirolo, che si oppose alla linea riformatrice propugnata dal cardinale e teologo Nicola Cusano[36].

La lettera a Maometto IIModifica

Di fronte allo scarso interesse delle potenze occidentali nel partecipare a una nuova crociata contro i Turchi Ottomani[40], Pio II fece circolare in Europa, a scopo polemico, una lettera al sultano Maometto II, in cui offriva al signore turco - se avesse voluto ricevere il battesimo - il titolo di imperatore romano, per il quale nessun monarca cristiano era più degno agli occhi del pontefice[41]. Il contenuto della lettera è sintetizzato bene da Giovanni Vian e da Gian Luca Potestà:

«Da parte sua, Pio II immaginò un'altra strada: nel 1460 scrisse una lettera a Maometto II...esaltando la potenza europea in tutti i campi, minimizzando le differenze tra le due religioni ed esortandolo al battesimo: un capolavoro retorico e una magistrale argomentazione politica, con cui il papa si candidava a fare di lui un nuovo Costantino

(Potestà-Vian, p. 290)
Il fallimento della crociata e la morteModifica

Pio era inconsapevolmente vicino alla fine, e il suo malessere probabilmente portò alla febbrile impazienza con la quale, il 18 giugno 1464[3], partì per Ancona allo scopo di condurre la crociata di persona. Il 19 luglio, dopo un viaggio lentissimo e prostrante a causa del caldo e delle infermità, il papa giunse nel capoluogo dorico, dove trovò circa cinquemila volontari affluiti da varie parti d'Europa (specialmente dalla Penisola iberica e dalla Germania centrale) per imbarcarsi, come stabilito, sulle navi della flotta veneziana[3]. Nel porto di Ancona non vi erano che due galee invece delle quaranta promesse, e nessuna nave da trasporto[3]. Differenti erano invece gli accordi iniziali con le potenze cristiane:

«Quanto all'Italia, i Veneti promisero dieci triremi; Francesco Sforza duemila cavalieri e mille fanti...il duca di Modena, il Marchese di Mantova, i Bolognesi, i Senesi due triremi per ciascuno; e i Lucchesi una. I Fiorentini, dopo molta esitazione, dissero che avrebbero fatto quel che lo Sforza avrebbe creduto bene e Cosimo dei Medici promise una trireme. I Genovesi assicurarono di mandare otto grandi navigli, e un nobile privato, O[ttobono] Fieschi, si offrì d'armarne una...Sette trirermi furono promesse da sette cardinali...mentre il Pontefice si propose di preparare dieci triremi, delle navi da carico ed alcuni di quei burchielli, che si dicevan fusti.»

(Lesca, p. 199)
 
Monumento funebre di papa Pio II, Basilica di Sant'Andrea della Valle, Roma

Dopo alcune settimane di vana attesa, la maggior parte dei volontari fece ritorno alle proprie case. Fiaccato dalle fatiche del viaggio ed esasperato dal comportamento dei Veneziani, che non avevano mandato in tempo utile la loro flotta, Pio II fu contagiato dalla peste[3]. Il 12 agosto giunsero da Venezia due grandi navi da trasporto e il giorno dopo dodici galee comandate dal doge Cristoforo Moro[42], ma il pontefice era ormai prossimo all'agonia e poté solamente vederle dalla finestra della sua camera. Spirò due giorni dopo, ad Ancona, sul colle di S. Ciriaco, la notte fra il 14 e il 15 agosto 1464[43]. A seguito della sua morte, la spedizione crociata, già compromessa dai ritardi accumulatisi, si sciolse, e le navi veneziane fecero vela verso la patria, dove il doge diede ordine di disarmare la flotta[44].

Il 17 agosto il corpo di Pio II fu trasportato a Roma, dove venne sepolto nella Cappella di San Gregorio Magno in San Pietro per poi essere traslato, assieme al corpo del nipote Pio III, da papa Paolo V nella Basilica di Sant'Andrea della Valle[45]. Il monumento funebre e il sarcofago permangono, ma il corpo è andato perso durante un restauro nel corso del Settecento. Gli successe papa Paolo II.

Lotta al conciliarismoModifica

«Convinto che il declino dell'influenza papale fosse dovuto all'aumentato prestigio dei Concili»[36], Pio II rinnegò il suo passato conciliarista in una serie di documenti ufficiali volti a rafforzare l'assolutismo spirituale del pontefice. Il più importante di questi fu sicuramente la bolla Execrabilis, pubblicata il 18 gennaio 1460, con cui Pio II condannava l'invocazione dei Concili contro l'autorità del Papa stesso[36], anche se, come notano Karl Bihlmeyer ed Hermann Tuechle, «fuori Roma ess[a] rimase spesso lettera morta»[46]. Non pago di questa ritrattazione ufficiale, Pio II il 26 aprile 1463[47] emise una seconda bolla, chiamata Bulla retractationis, nella quale il Papa pregava i suoi antichi avversari di «rifiutare Enea e dare ascolto a Pio»[48]. Per usare le parole di Claudio Rendina:

 
Il cardinale Niccolò Cusano, collaboratore di Pio II nella sua opera di riforma.

«Si delinea con Pio II la figura del papa-re, che per affermarsi e consolidarsi dovrà da un lato annullare ogni potere militare dei signori nelle varie città dello Stato pontificio, fin dove possibile tentando una linea d'accordo, e dall'altro abbattere qualsiasi forma di costituzionalismo di tipo cardinalizio o conciliare.»

(Rendina, p. 518)
Tentativi di riforma e relazioni con il Sacro CollegioModifica

Già nel 1460 Pio II tentò, con l'aiuto del cardinale Nicola Cusano[49], di riformare la Curia romana e, insieme ad essa, i vari ordini religiosi: per quanto riguarda la prima, nominò dei referendari che, dietro giuramento, dichiararono di non prendere alcuna somma di denaro in cambio di favori e rivisitò la penitenzieria di San Pietro[50]; per quanto riguarda i secondi, invece, promosse una serie di direttive volte ad eliminare scandali quali relazioni tra monaci e monache, abuso d'uffici ed altri ancora[51]. Nonostante ciò, i tentativi di riforma caddero nel vuoto a causa dell'eccessivo impegno del pontefice nella guerra contro i turchi[46], eccetto che per la riforma finanziaria che vide Pio II elaborare nella gestione delle entrate dello Stato Pontificio un bilancio preventivo, sul modello di quello attuato a Milano e a Firenze[52].

Non sempre facili furono i rapporti tra Pio II e i cardinali a causa del forte accentramento monarchico adottato dal pontefice: ebbe frasi sprezzanti per il cardinale Giacomo del Portogallo che si vantava della propria ascendenza reale e, ancor di più, con il suo successore al soglio petrino, il cardinale Marco Barbo (futuro Paolo II), il quale si lamentò con il pontefice per aver rifiutato di dargli un beneficio[53].

Concistori per la creazione di nuovi cardinaliModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Concistori di papa Pio II.

Papa Pio II durante il suo pontificato ha creato 13 cardinali nel corso di 3 distinti concistori[54].

Altre iniziativeModifica

Pio II si segnalò anche per aver combattuto la tratta degli schiavi ad opera dei portoghesi, e per aver migliorato le condizioni degli ebrei all'interno dello Stato Pontificio[55]. Nel primo caso, fu lo stesso papa Leone XIII a rievocare, nella sua lettera enciclica In Plurimis, l'azione del predecessore a favore degli schiavi:

«Alla fine del secolo decimo quinto, quando la funesta piaga della schiavitù era quasi scomparsa presso le genti cristiane e gli Stati tentavano di rafforzarsi nella libertà evangelica e di estendere il loro dominio, questa Sede Apostolica, con assidua vigilanza cercò di impedire che rigermogliassero quei malefici semi [...] Seguì poi, con crudeltà non dissimile, l’oppressione degli indigeni (generalmente chiamati "Indiani") al modo degli schiavi. Non appena questi fatti furono noti a Pio II, senza alcun indugio, il giorno 7 ottobre dell’anno 1462, scrisse una lettera al Vescovo di Rubio per biasimare e condannare tanta malvagità.»

(In plurimis)

Papa Pecci si riferiva, citando Pio II, alla bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462 ed indirizzata a Diego de Illescas, vescovo di Rubio[56]. Per quanto riguarda gli ebrei, papa Piccolomini aveva bisogno di ogni aiuto possibile per la guerra contro i turchi: fu richiesto agli ebrei un contributo per la guerra santa ma, visto l'esito fallimentare, venne restituita loro parte della somma[57].

Relazioni coi monarchi cristianiModifica

FranciaModifica
 
Re Luigi XI di Francia, con cui Pio II ebbe un rapporto altalenante riguardo la Prammatica Sanzione di Brouges.

Oltre ai fatti di Mantova, Pio intervenne nelle vicende dei regni d'Europa per altre questioni. In primo luogo, deplorò a Carlo VII di Francia (1422-1461) l'approvazione della Prammatica Sanzione di Bourges con la quale il gallicanesimo riaffiorò in tutto il suo vigore nel regno transalpino[58]. Trovato un difficile interlocutore nel re Carlo, infastidito anche dal favore papale per Ferrante d'Aragona, Pio II ottenne dall'allora delfino Luigi la promessa di ripudiare la politica paterna ma, non appena asceso al trono come Luigi XI, questi pretese in cambio i diritti degli Angioini sul trono napoletano[59] e, davanti all'insuccesso della spedizione di Giovanni d'Angiò a Napoli, rimise in vigore il decreto paterno[46].

GermaniaModifica

Il pontefice, per i suoi propositi di crociata, aveva bisogno dell'aiuto anche della Germania. Qui era scoppiata una guerra civile, oltre che tra il vescovo-principe di Colonia e il duca di Kleve, anche tra Ludovico IX di Baviera e il margravio del Brandeburgo Alberto Achille e, per cercare di riportare all'ordine i principi tedeschi, inviò il cardinale Bessarione che, però, fallì le trattative di pace eclissando così l'aiuto del Sacro Romano Impero[3].

Regno di NapoliModifica

Mentre Pio II era a Mantova, a Napoli ci fu un tentativo di sollevazione contro Ferdinando d'Aragona ad opera di Giovanni d'Angiò, figlio di Renato duca di Provenza[60]. I filo-francesi, inascoltati da Pio che continuava a sostenere Ferdinando quale legittimo re del trono partenopeo[61] che, in cambio, sarebbe diventato feudatario del pontefice. Raggiunto questo accordo, Ferdinando fu incoronato il 4 febbraio 1459[3].

Governo dello Stato PontificioModifica

Tra il 1460 e il 1461[37] Pio II stroncò le rivolte baronali che si stavano levando nella Campagna romana, eliminandone i capi, tra cui spiccava Jacopo Savelli[62]. Stessa sorte toccò al bandito Tiburzio della Palombara, legato alla causa del Savelli. Negli altri territori dello Stato Pontificio, Pio II dovette combattere contro il Signore di Rimini e Fano Sigismondo Malatesta, con cui entrò in contrasto già a partire dall'ottobre del 1460[3]. In sostanza, con Pio II si procedette al rafforzamento della monarchia papale in senso territoriale prima ancora che in senso spirituale ed universale, decisione criticata severamente da uno storico della Chiesa come Walter Ullmann[63].

Nepotismo e fondazione di PienzaModifica
 
Il Palazzo Piccolomini voluto da Pio II a Pienza

Da sovrano pontefice, Pio non dimenticò affatto né i parenti, né la città natale di Corsignano. Riguardo ai primi, Pio praticò il nepotismo elevando alla dignità cardinalizia due suoi nipoti[34] (tra i quali il già citato Francesco Todeschini-Piccolomini, futuro Pio III) e favorendo i parenti perché gli fossero d'aiuto nei progetti di governo.

Per quanto riguarda il "nepotismo urbanista", il nome di Pio II è legato alla rifondazione di Corsignano col nome di Pienza. I lavori urbanistici, affidati al Rossellino e iniziati nel 1459[64], terminarono il 29 agosto del 1462, data in cui il pontefice consacrò la Cattedrale[64]. Città basata sul modello della città ideale, fondata sulla base delle necessità dell'uomo, Pienza può essere considerato uno dei lasciti più significativi e celebri del papa senese.

Patrono di arti e scienzeModifica

Pio II fondò l'Università di Basilea con bolla pontificia del 12 novembre 1459[65].

Pio II nella storiografiaModifica

Pio fu uno dei più interessanti successori di Pietro. Il pontefice non si dimostrò soltanto un eccezionale uomo di lettere e uno degli intellettuali più colti della sua epoca, ma anche una personalità camaleontica, capace di assumere il colore delle circostanze che gli stavano attorno. Mentre competeva con ogni altro uomo in industriosità, prudenza, saggezza e coraggio, eccelse nella semplicità dei gusti, nella costanza degli affetti, nella gentile allegria, nella magnanimità e nella pietà. E tali virtù non erano frutto di un semplice calcolo politico, ma la conseguenza di una «conversione morale profonda e duratura»[48] grazie alla quale si prodigò «nel mettere al servizio non solo della propria ascesa sociale, ma anche del bene comune, le proprie doti»[3].

Una facoltà peculiare di Enea Silvio Piccolomini fu quella di adattarsi perfettamente a qualsiasi incarico venisse chiamato a occupare. Fu una sua fortuna che ogni passo nella vita lo aveva posto in circostanze che si appellavano sempre più alla parte migliore della sua natura, un appello al quale non mancò mai di rispondere. L'avventuriero poco scrupoloso e il narratore licenzioso degli anni precedenti l'ascesa al Soglio pontificio, sedette in modo abbastanza naturale sullo scranno di San Pietro, e dalle risorse del suo carattere versatile produsse senza sforzo apparente tutte le virtù e le qualità richieste dal suo nuovo stato.

Come capo della Chiesa fu abile e sagace, e mostrò di comprendere le condizioni alle quali poteva essere mantenuto il suo monopolio del potere spirituale; le sue idee erano lungimiranti e liberali; e si fece influenzare poco dai fini personali. Pio è interessante, in particolare, come il tipo di studioso e pubblicista che si fa strada per la sua forza intellettuale, facendo intravedere quell'età di là da venire in cui la penna deve essere più forte della spada; e non di meno come la figura in cui, più che in ogni altra, lo spirito medioevale e quello umanistico s'incontrano, e dove il secondo prende definitivamente il sopravvento sul primo.

OpereModifica

I CommentariiModifica

 
Anonimo, Eurialo manda la sua prima lettera a Lucrezia, 1460-1470, Jean Paul Getty Museum. L'episodio è tratto dal Historia de Duobus Amantibus di Enea Silvio Piccolomini.

Papa Pio fu un autore versatile e prolifico, uno dei più grandi umanisti del '400. La sua opera più importante sono i Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contigerunt (cioè I Commentari delle cose memorabili che accaddero ai suoi tempi), la cui stesura lo impegnò negli anni 1462-1463[66]/1464[67]. Scritti in terza persona come i Commentarii cesariani, sono divisi in 12 libri come l'Eneide e hanno come scopo principale quello di celebrare la figura del pontefice, dipingendolo come uomo retto e prodigo nei confronti dei bisogni della cristianità[68]. I Commentarii non si limitano però ad un mero narcisismo autocelebrativo: il Piccolomini descrive il mondo in cui vive, i suoi viaggi, le abitudini degli uomini che ha incontrato, dandoci così un potente affresco della società rinascimentale[66] da un lato; dall'altro, hanno anche la finalità di esortare i cristiani alla riscoperta della propria fede, spronandoli alla riscossa[68]. Stefan Bauer così commenta le finalità dell'opera:

«Piccolomini vi ripercorre la propria vita, giustificando le sue azioni e fissando un'immagine virtuosa di sé sia come politico, sia come pontefice.»

(Bauer)

Pubblicati nel 1584[5] (oltre un secolo dopo), essi furono attribuiti a tal Gobelinus (ossia Giovanni Gobelino, un parente tedesco dei Piccolomini), che ne fu in realtà soltanto il copista[69]. L'edizione dell'opera, che fu curata dall'arcivescovo di Siena Francesco Bandini (1529-1588) e dedicata a papa Gregorio XIII[67], fu alterata pesantemente, mutilandola dei passi più scabrosi e scandalosi e modificandone lo stile. Numerosi passaggi soppressi all'epoca della pubblicazione sono stati pubblicati nella Transazione dell'Accademia Nazionale dei Lincei da Giuseppe Cugnoni, assieme ad altre opere inedite, nel 1984[5].

Altre opereModifica

  • De Europa (1458): abbozzo di un trattato geopolitico dal sapore internazionale[30].
  • Germania (1457): descrizione geo-politica del Sacro Romano Impero sul modello della Germania di Tacito, estremamente dettagliata grazie ai viaggi diplomatici compiuti dal Piccolomini nei territori imperiali[30].
  • Historia de Duobus Amantibus (Eurialus et Lucretia) - Storia dei due amanti (operetta erotica appartenente al genere della commedia umanistica)[70].
  • Enea Silvio Piccolomini papa Pio II Commentarii, ed. a cura di L. Totaro, Adelphi, Milano, 1984.
  • Epistole (in particolare Epistola ad Mahometem). Seguendo il modello umanista di conservare le proprie epistole pubbliche e private (modello a sua volta fondato sulle Familiares e le Seniles di Petrarca), Piccolomini decise di comporre un epistolario volto a mostrare le sue inclinazioni letterarie e i suoi impegni politici.
  • Cinthia: raccolta di liriche amorose di matrice classicheggiante (il titolo stesso richiama alla memoria la donna amata dal poeta latino Properzio)[16].
  • Chrysis (commedia umanistica)
  • Cosmographia: trattato di natura astronomica scritta nel 1458[30].
  • Libellus dialogorum de generalis concilii auctoritate et gestis Basileensium (genere storico): scritto nel 1440, il Piccolomini espone la superiorità del Concilio sul Papa nelle decisioni che riguardano la Chiesa Universale[16].
  • De rebus Basileae vel stante vel dissoluto concilio gestis commentariolum (genere storico): scritto nel 1450, è la retractatio letteraria del Libellus dialogorum, in cui il vescovo di Trieste ritratta le posizioni conciliariste per difendere, invece, la plenitudo potestatis pontificia[5].
  • Historia rerum Frederici III imperatoris (genere storico): 1452-1458, elogio del protettore Federico III[30].
  • Historia Bohemica (genere storico): 1458, esposizione delle vicende riguardanti l'eresia hussita[30].
  • De Liberorum Educatione (1450): trattato pedagogico in cui si sostiene l'importanza primaria dello studio della lingua latina per la formazione culturale della persona[30].

Genealogia episcopaleModifica

Il palio in suo onoreModifica

Il 2 luglio del 2005, in occasione del sesto centenario della sua nascita, a Siena è stato corso il palio in suo onore, vinto dalla Nobile Contrada del Bruco con il cavallo Berio montato dal fantino Luigi Bruschelli detto Trecciolino[71].

OnorificenzeModifica

AscendenzaModifica

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Enea Piccolomini Corrado Piccolomini  
 
Mancinella ?  
Silvio Piccolomini  
Giovanna Tolomei Tengoccio Tolomei  
 
 
Silvio Piccolomini  
Pietro Scala Naddo Scala  
 
 
Montanina Scala  
 
 
 
Pio II  
 
 
 
 
 
 
 
Vittoria Forteguerri  
 
 
 
 
 
 
 
 

NoteModifica

  1. ^ Lesca, p. 400
  2. ^ Dei diciotto fratelli raggiunsero l'età adulta, oltre a Enea Silvio, le sorelle Caterina e Laudomia, quest'ultima madre del futuro pontefice Pio III. Cfr. Pellegrini, papi
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Pellegrini, papi.
  4. ^ Lesca, p. 44.
  5. ^ a b c d Bauer.
  6. ^ Rendina, p. 580 e Gelmi, p. 145
  7. ^ Lesca, p. 51.
  8. ^ a b c d e Miranda.
  9. ^ Il cardinale Capranica si riconciliò col papa il 30 aprile 1434. Cfr. Lesca, p. 66, n.1
  10. ^ Rendina, p. 580.
  11. ^ Rizzatti, p. 21.
  12. ^ Kelly, p. 408.
  13. ^ Kelly, p. 416 e Pellegrini, papi
  14. ^ Lesca, p. 69.
  15. ^ Lesca, p. 70.
  16. ^ a b c Cappelli, p. 216.
  17. ^ Kelly, p. 416 e Gelmi, p. 145
  18. ^ Il filone dell'amor cortese-petrarchesco rinvigorito dalla penna del Piccolomini servì da modello per la stagione cavalleresca del tardo Quattrocento (l'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo e l'Orfeo di Poliziano), e del Cinquecento (l'Orlando furioso dell'Ariosto, e alcuni episodi della Gerusalemme liberata del Tasso)
  19. ^ a b Kelly, p. 416.
  20. ^ Lesca, p. 73.
  21. ^ Cappelli, p. 217.
  22. ^ Pecci, p. 322.
  23. ^ Pecci, p. 323.
  24. ^ Rendina, p. 281.
  25. ^ Lesca, pp. 75-76.
  26. ^ Rendina, p. 575.
  27. ^ Lesca, pp. 76-77.
  28. ^ Cappelli, pp. 218-219.
  29. ^ Lesca, p. 79.
  30. ^ a b c d e f g Cappelli, p. 218.
  31. ^ Lesca, p. 83.
  32. ^ Come scrisse nei suoi Commentari, Enea Silvio Piccolomini, libro I, in L. Totaro (a cura di), I Commentari.
  33. ^ Lesca, p. 83
  34. ^ a b Rendina, p. 582.
  35. ^ Rendina, pp. 581-582.
  36. ^ a b c d e f Kelly, p. 417.
  37. ^ a b Marco Pellegrini, Pio II, su treccani.it.
  38. ^ Lesca, p. 181
  39. ^ Lesca, p. 96.
  40. ^ Valentini, p. 279
  41. ^ Rendina, p. 584.
  42. ^ Lesca, p. 204
  43. ^ Pellegrini, papi e Bihlmeyer - Tuechle, p. 177
  44. ^ Lesca, p. 205
  45. ^ Pellegrini, papi e Rendina, p. 585.
  46. ^ a b c Bihlmeyer - Tuechle, p. 177
  47. ^ Vivanti, p. 447
  48. ^ a b Kelly, p. 418.
  49. ^ Bihlmeyer - Tuechle, p. 100
  50. ^ Lesca, p. 167
  51. ^ Lesca, pp. 169-170
  52. ^ Potestà-Vian, p. 288
  53. ^ Vivanti, p. 451
  54. ^ (EN) Salvador Miranda, Papa Pio II, su fiu.edu – The Cardinals of the Holy Roman Church, Florida International University. URL consultato il 30 luglio 2015.
  55. ^ Sartini
  56. ^ Testo della bolla in latino in de Viera y Clavijo, pp. 621-625
  57. ^ Riccardo Calimani, Storia degli ebrei di Roma: dall'antichità al XX secolo, Milano, Mondadori, 2018, ISBN 978-88-04-70304-4. URL consultato il 5 dicembre 2019.
  58. ^ Lesca, pp. 137-138.
  59. ^ Lesca, pp. 140-141.
  60. ^ Lesca, p. 106
  61. ^ Lesca, pp. 110-111
  62. ^ Savelli, secondo quando riporta l'Enciclopedia dei Papi, tentò di ricreare quel colpo di Stato organizzato qualche anno prima da Stefano Porcari, suo parente, ai danni di Niccolò V.
  63. ^ Walter Ullmann, Il Papato nel Medioevo, Roma-Bari, 1975, p. p. 365. citato in Vivanti, p. 448; p. 448 n. 16; tesi ripresa anche da Potestà-Vian, p. 289
  64. ^ a b Città di Pienza, su pienza.org (archiviato dall'url originale il 6 dicembre 2014).
  65. ^ Schwarz
  66. ^ a b Cappelli, p. 220.
  67. ^ a b Vivanti, p. 443
  68. ^ a b Cappelli, p. 222.
  69. ^ Vivanti, p. 444
  70. ^ Papa Pius II, Storia di due amanti Di Enea Silvio Piccolomini In Seguito Papa Pio Secondo col Testo Latino e la Traduzione libera di Alessandro Braccio, Tipografia Elvetica, 1832. URL consultato il 23 dicembre 2017.
  71. ^ Daniele Magrini, Palio un anno, 2005, su ilpalio.org.

BibliografiaModifica

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