Genocidio

intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso

Con genocidio, secondo la definizione adottata dall'ONU, si intendono «gli atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso».

DescrizioneModifica

 
Forni crematori nazisti.

Origine ed etimologiaModifica

Il termine "genocidio" è una parola d'autore coniata da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica, studioso ed esperto del genocidio armeno, introdotta per la prima volta nel 1944, nel suo libro Axis Rule in Occupied Europe,[1][2] opera dedicata all'Europa sotto la dominazione delle forze dell'Asse.[3][4] L'autore vide la necessità di un neologismo per poter descrivere l'Olocausto e dei fenomeni di persecuzione e distruzione di gruppi nazionali, raziali, religiosi e culturali, in particolare alla ricerca di idonei strumenti, nel diritto internazionale, a garantire la tutela di tali gruppi.[5]

La parola, derivante dal greco γένος (ghénos razza, stirpe) e dal latino caedo (uccidere), è entrata nell'uso comune e ha iniziato ad essere considerata come indicatrice di un crimine specifico, recepito nel diritto internazionale a partire dal secondo dopoguerra e quindi nel diritto interno di molti paesi.[3]

Il primo utilizzo del termine in ambito giudiziario avviene un anno dopo il lavoro di Lemkin durante il processo di Norimberga celebrato a partire dall'autunno del 1945. Anche se non espressamente menzionata nella carta di Londra, l'accordo stipulato dalle nazioni Alleate per dar vita al Tribunale Militare Internazionale chiamato a giudicare i crimini commessi dalle forze dell'Asse durante la seconda guerra mondiale, la parola "genocidio" è presente nell'atto di accusa degli imputati del 18 ottobre, non come crimine specifico, ma come termine descrittivo seppur con riferimento ai crimini di guerra e non ai crimini contro l'umanità:[6]

(EN)

«[The defendants] conduct deliberate and systematic genocide, viz., the extermination of racial and national groups, against the civilian populations of certain occupied territories in order to destroy particular races and classes of people and national, racial or religious groups, particulary Jews, Poles, and Gypsies and others.»

(IT)

«[Gli imputati] conducono un deliberato e sistematico genocidio, vale a dire lo sterminio di gruppi razziali e nazionali, contro le popolazioni civili di determinati territori occupati al fine di distruggere particolari razze e classi di persone e gruppi nazionali, razziali o religiosi, in particolare ebrei, polacchi e zingari e altri.»

(Indictment, Count Three, War Crimes, lett. a)[7])

Definizione ufficiale delle Nazioni UniteModifica

L'11 dicembre 1946 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 96 (I), definì il genocidio come «una negazione del diritto all'esistenza di interi gruppi umani, poiché l'omicidio è la negazione del diritto alla vita dei singoli esseri umani». La risoluzione precisava inoltre che «molti casi di tali crimini di genocidio si sono verificati quando gruppi razziali, religiosi, politici e di altro genere sono stati distrutti, in tutto o in parte»[8][9]

Il 9 dicembre 1948 fu adottata, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio scritta con il contributo dello stesso Lemkin anche sulla scorta dell'esperienza del processo di Norimberga.[10] L'articolo II della Convenzione definisce esplicitamente il genocidio nell'ambito del diritto internazionale:[11][12]

«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

  • (a) uccisione di membri del gruppo;
  • (b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
  • (c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
  • (d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;
  • (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»

Uso del termine nel diritto internazionaleModifica

La definizione contenuta nella Convenzione sul genocidio è stata ripresa e utilizzata come base dello statuto del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia, ICTY) instituito dalle Nazioni Unite il 25 maggio 1993 con la risoluzione 827 del Consiglio di sicurezza.[13] Si trattò del primo caso di istituzione di un tribunale speciale per crimini di guerra dalla seconda guerra mondiale. La corte, creata in seguito agli eventi avvenuti nelle guerre jugoslave iniziate nel 1991 e poi nei conflitti in Kosovo e in Macedonia fino al 2001, fu chiamata a giudicare, oltre ai reati legati a eventuali gravi infrazioni alla convenzione di Ginevra del 1949, a crimini contro l'umanità e a violazioni delle consuetudini e delle leggi di guerra, anche per il reato di genocidio.[14]

L'anno successivo, con la risoluzione 955, fu istituito il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (International Criminal Tribunal for Rwanda, ICTR), anch'esso chiamato a giudicare sui fatti che hanno portato al genocidio ruandese.[15][16] Nel 1997 fu creato anche uno speciale tribunale (United Nations Assistance to the Khmer Rouge Trials, UNAKRT) chiamato a giudicare quanto avvento in Cambogia tra il 1976 e il 1979, mentre erano al potere gli Khmer rossi di Pol Pot.[17]

Dopo l'esperienza dei tribunali speciali, nel 1998 con lo Statuto di Roma, è stata istituita la Corte penale internazionale (International Criminal Court, ICC), tribunale permanente per crimini internazionali con sede all'Aia, nei Paesi Bassi, operativo dal 2002 e separato dalle Nazioni Unite.[18] Lo statuto prevede che la corte abbia competenza su crimini di genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e di aggressione.[12] L'articolo 6 è dedicato espressamente al "Crimine di genocidio'" e riprende letteralmente la definzione della Convenzione del 1948.[19]

Genocidi riconosciutiModifica

A partire dall'approvazione della Convenzione sul genocidio e poi attraverso l'azione dei tribunali speciali appositamente istituiti e della Corte penale internazionale, i casi storici in cui è stato riconosciuto il crimine di genocidio a livello internazionale sono:[12]

A questi si devono aggiungere l'Olocausto per il quale fu avviato il processo di Norimberga e che ebbe come conseguenza la redazione stessa della Convenzione e il genocidio armeno è stato il primo caso moderno di persecuzione sistematica e di sterminio pianificato di un popolo per il quale è stata avviata da parte della comunità internazionale una analisi processuale sulle responsabilità individuali e politiche. Il genocidio armeno, inoltre, è stato preso ad esempio per la definizione stessa del crimine di genocidio.[12]

Guerre nella ex-JogoslaviaModifica

La definizione di genocidio contenuta nella Convenzione fu utilizzato per la prima volta nel dopoguerra in occasione dell'insediamento del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY), organo giudiziario delle Nazioni Unite, a cui fu affidato il compito di perseguire le persone (e non gli stati o altre organizzazioni) responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio della ex-Jugoslavia a partire dal 1991. Il Tribunale fu una corte ad hoc con sede all'Aia nei Paesi Bassi, istituita il 25 maggio 1993 con le risoluzioni 808 e 827 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.[13] I reati perseguiti e giudicati secondo lo statuto furono:[20]

 
Esumazione a Srebreniza nel 1996

La giurisdizione della corte fu limitata alle sole persone fisiche e non a stati, partiti politici o altre organizzazioni.[20] Il Tribunale ha esaminato 161 casi, con 90 condanne e 18 assoluzioni. Per 37 imputati le accuse sono state ritirate o sono morti a processo ancora in corso; 13 imputati sono stati deferiti alle rispettive corti nazionali e mentre 3 casi sono stati trasferiti presso il Meccanismo residuale per i Tribunali Penali Internazionali (MTPI), l'organo creato appositamente per succedere congiuntamente ai tribunali internazionali per l'ex-Jugoslavia e per il Ruanda.[21]

Molti degli imputati furono accusati di genocidio, oltreché di crimini di guerra e contro l'umanità. Solo alcuni furono però condannati per questo crimine o per complicità. Radovan Karadžić, presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina dal 1992 al 1996, condannato all'ergastolo in appello nel 2019, e il generale Ratko Mladić, comandante dell'esercito della neo-costituita repubblica, furono ad esempio riconoscituti colpevoli di genocidio per il massacro di Srebrenica durante il quale furono uccise circa 8 000 persone, ma assolti per tale crimine per il complesso delle azioni criminali avvenute in Bosnia fra il 1991 e il 1995 ai danni delle popolazioni musulmane della Bosnia, in quanto non è stato provato che il genocidio fosse l'obiettivo di tali azioni.[22][23][24] La prima persona ad essere condannata dal Tribunale per il crimine di genocidio fu Radislav Krstić, generale dell'esecito serbo-bosniaco, a cui nel 2001 furono inflitti 46 anni di carcere (poi ridotti a 35 in appello nel 2004) per i fatti di Srebrenica.[25]

Anche la Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, nel 2007 ha stabilito in una sua sentenza che il massacro di Srebrenica, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi, costituisce un genocidio. La Corte ha argomentato circa il coinvolgimento non solo delle persone fisiche coinvolte, ma anche degli stati, in particolare della Repubblica di Serbia.[26] La Corte ha esaminato i fatti che si sono svolti nella ex-Jugoslavia negli anni novanta nell'eventualità che potessero essere definiti come genocidio. Pur avendo stabilito che atrocità e massicce uccisioni erano state perpetrate durante il conflitto in tutto il territorio della Bosnia ed Erzegovina, ha riscontrato che questi atti non erano accompagnati dall'intento specifico che definisce il crimine di genocidio, cioè l'intenzione di distruggere, in tutto o in in parte, il gruppo protetto. Tuttavia ha stabilito che le uccisioni a Srebrenica nel luglio 1995 erano state commesse con l'intento specifico di distruggere in parte il gruppo dei musulmani bosniaci di quella zona e quindi con l'intento di genocidio. La Corte ha poi riscontrato l'esistenza di prove che indicano che la decisione di uccidere la popolazione maschile adulta della comunità musulmana di Srebrenica era stata presa dagli alti gradi dell'esercito serbo-bosniaco (VRS) e che la Repubblica di Serbia aveva violato il suo obbligo contenuto nell'articolo 1 della Convenzione sul genocidio per prevenire il genocidio di Srebrenica.[27]

Fu durante le guerre jugoslave che si iniziò ad utilizzare in ambito politico, giudiziario e giornalistico l'espressione "pulizia etnica" per descrivere il tentativo di creare aree geografiche etnicamente omogenee attraverso la deportazione, lo spostamento forzato o l'uccisione di persone appartenenti a particolari gruppi etnici.[28]

Nel 2015 vi fu un tentativo di riconoscere a livello internazionale il massacro di Srebrenica come genocidio, anche per quanto stabilito dal Tribunale penale internazionale, quando una bozza di risoluzione in tal senso fu votata dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU.[29] La bozza non fu però approvata per il veto posto dalla Russia.[30][31]

Dibattito sul genocidioModifica

Proposte di aggiornamentoModifica

A partire dalla definizione ufficiale contenuta nella Convenzione sul genocidio del 1948, alcuni autori hanno iniziato a studiare gli eventi storici precedenti e successivi per identificarne la natura genocidiaria. Le analisi hanno portato a numerose proposte di modifica, ritenendo non soddisfacente la definizione dell'ONU.[32][33]

Nel 1959 il giurista Pieter N. Drost, professore olandese di diritto e esperto di storiografia coloniale, propose l'estensione del concetto di "genocidio" definendolo come «la deliberata distruzione della vita fisica di singoli esseri umani a causa della loro appartenenza a qualsiasi collettività umana in quanto tale». Drost, infatti, riteneva che la definizione delle Nazioni Unite fosse insufficiente poiché in essa non erano ricomprese tra le cause dei crimini quelle politiche o l'appartenenza delle vittime a un qualunque gruppo sociale.[34][35] Nel 1976 il sociologo statunitense Irving Louis Horowitz propose una definizione ancora più estesa di "genocidio" come «la distruzione strutturale e sistematica di persone innocenti da parte di un apparato burocratico statale». Secondo Horowitz una società totalitaria è condizione necessaria ma non sufficiente per lo svolgersi di un genocidio, ritenendo che la cultura nazionale giochi un ruolo ancora più importante rispetto all'ideologia dello stato.[36][37]

La sociologa statunitense Helen Fein ha dedicato molti scritti al tema del genocidio. Ha proposto un paradigma per il rilevamento del genocidio che include le seguenti condizioni:[32][38]

  • un attacco prolungato o continuità di attacchi da parte del persecutore per distruggere fisicamente i membri del gruppo;
  • il persecutore dev'essere collettivo o organizzato, tipicamente lo stato, o un comandante dell'organizzazione;
  • la selezione delle vittime avviene attraverso la loro appartenenza a una data collettività;
  • le vittime sono indifese o vengono uccise indipendentemente dal fatto che si siano arrese o abbiano opposto resistenza;
  • la distruzione dei membri del gruppo è stata intrapresa con l'intento di uccidere e l'omicidio è stato sanzionato dal persecutore.

Seguendo un approccio sociologico definì nel 1982 il "genocidio" come «l'omicidio calcolato di una parte o di un intero gruppo, definito al di fuori dell'universo dell'obbligo del persecutore, in risposta a una crisi causata o attribuita alle vittime» e suggerì una classificazione del tipo di genocidio:[39][40]

  • "genocidio di sviluppo'" se le vittime ostacolano un progetto economico;
  • "genocidio dispotico" se le vittime sono oppositori reali o potenziali;
  • "genocidio retributivo" quando due gruppi condividono lo stesso spazio in una società multietnica
  • "genocidio ideologico'" se le vittime sono al di fuori dell'universo percepito come sede degli obblighi (per motivi religiosi o nei totalitarismi ideologici).

In seguito lo definì come «un'azione intenzionale sostenuta da un persecutore per distruggere fisicamente una collettività, direttamente o indirettamente, attraverso l'interdizione alla riproduzione biologica e sociale dei membri del gruppo, sostenuta indipendentemente dalla resa o dalla mancanza di minaccia offerta dalle vittime.» In tal senso Helen Fein fu tra i primi a estendere il concetto di genocidio anche a persecuzioni e stragi storiche, come quelle perpetrate ai danni degli aborigeni americani e del Pacifico da parte degli europei, ma anche il massacro degli armeni.[41][40]

Gérard Prunier, professore e ricercatore all'Università di Parigi, sottolinea che il genocidio, a differenza della "pulizia etnica", ha come obiettivo la distruzione del gruppo vittima per intero: propone "Tentativo coordinato di distruggere un gruppo predefinito razziale, religioso o politico nella sua totalità". Frank Chalk e Kurt Jonassohn ritengono il genocidio "Una forma di massacro di massa unilaterale con cui uno stato o un'altra autorità ha intenzione di distruggere un gruppo, gruppo che è definito, così come i suoi membri, dall'aggressore".

Un esempio di aggiornamento concreto è presente nel Codice penale francese del 1994 che, in merito al crimine di genocidio (articolo 211-1), include anche "gruppi determinati in base a qualsiasi criterio arbitrario".

Nell'ambito del dibattito, sono stati valutati altri termini, con significato più o meno ampio, come etnocidio (distruzione della cultura più che eliminazione fisica delle persone) o politicidio. Rudolph Joseph Rummel ha coniato il termine democidio, di accezione ampia, per indicare "l'omicidio seriale, sistematico e concentrato di una larga porzione della propria popolazione da parte di un governo", che esclude gli atti di guerra verso l'esterno e l'uccisione di soggetti combattenti.

La maggior parte degli storici, anche a causa della sua valenza giuridica, tende a non estendere l'uso del termine genocidio ma a cercarne una definizione corretta.

Nella cultura popolare, il termine è spesso usato in modo più esteso rispetto alla sua definizione giuridica o in modo improprio, per sottolineare la gravità di alcuni atti di sterminio oppure il numero elevato delle vittime. Tale uso, di solito, non tiene conto dell'intenzione dell'aggressore.

Identificare il genocidioModifica

Alcuni autori ritengono genocidio un sinonimo di pulizia etnica e di etnocidio, mentre secondo altri si tratta di un fenomeno diverso, almeno per gradazione. Secondo Gérard Prunier, la pulizia etnica è lo sterminio di massa di una parte della popolazione per allontanare i sopravvissuti ed occupare il territorio, mentre nel genocidio "vero" non esistono vie di fuga: anche i gruppi religiosi e politici non possono salvarsi attraverso la conversione o la sottomissione.

Un fattore considerato importante è l'intenzione genocida, il desiderio di distruggere la popolazione vittima in quanto tale (spesso assieme alla sua memoria culturale) e non solo quello di assicurarsi il controllo di territori o risorse economiche eliminando gli oppositori reali o potenziali. Nel genocidio, il massacro è un fine e non un mezzo. È facile constatare tale intenzione se è esplicita e sistematica e accompagnata da prove documentarie prodotte dall'aggressore, mentre è difficile se è implicita e tendenziale.

«Il genocidio va oltre la guerra perché l'intenzione dura per sempre, anche se non è coronato dal successo. È un'intenzione finale.»

(Christine Nyiransabimana, contadina ruandese)

Il criterio quantitativo (la distruzione in tutto o in parte) pone problemi nello stabilire eventuali soglie "numeriche" assolute o relative e rischia di viziare gli aspetti morali e più delicati. Benjamin A. Valentino[42] fa riferimento preciso a soglie numeriche e definisce omicidio di massa "L'intenzionale uccisione di almeno 50.000 non combattenti nell'arco di 5 anni".

Molti distinguono fra un "crimine motivato" politico e un "crimine immotivato" razziale, quindi fra vittime uccise "per quello che fanno" e "per quello che sono". Tale distinzione tende però a scomparire nella logica genocidiaria, in cui il nemico viene demonizzato e comunque aggredito per quello che è[43]. Il gruppo vittima è identificabile a priori e con certezza su base razziale, ma non su base politica, sociale o economica, in quanto gli stessi criteri di identificazione variano nel corso degli eventi (si consideri ad esempio la difficoltà di definire i Kulaki). Tale difficoltà non riduce l'intenzione dell'aggressore che, una volta identificate le singole vittime "per quello che fanno", ne decreta l'eliminazione, anche fisica, "per quello che sono", stigmatizzandole come "altro da sé" su base ideologica (come sottolinea la citazione di Bernard Bruneteau). Importante è dunque la definizione che l'aggressore stesso fa del gruppo vittima, aspetto che sottende alla menzionata definizione di Chalk e Jonasshon. Tale definizione ha il pregio di non escludere a priori nessun gruppo umano.

Se il dibattito in rapporto ad avvenimenti remoti assume soprattutto un valore accademico, quando riguarda eventi recenti (per i quali è possibile perseguire i colpevoli) o addirittura contemporanei, si riveste di aspetti molto drammatici fino a condizionare lo stesso evolversi del presunto o reale genocidio. Il genocidio ruandese è stato riconosciuto come tale tardivamente (si trattò in realtà di un ritardo di appena 2 mesi, ma che fu sufficiente all'attuazione del genocidio stesso), a causa dell'indugiare dell'ONU e della diplomazia statunitense, e fu fermato solo dall'intervento di milizie locali quando metà delle vittime predestinate erano già state uccise. Il Conflitto del Darfur, attualmente in corso, è stato definito dal Segretario di stato americano Colin Powell come genocidio nel dicembre del 2004, ma ad oggi non è ancora stato riconosciuto come tale dall'ONU. Nessuna forza di pace è stata dispiegata in Darfur ed alcuni movimenti di cittadini lamentano in tutto il mondo la scarsità di attenzione dedicata al conflitto, sia a livello diplomatico che mediatico.

Segue una tipologia dei principali genocidi secondo Bernard Bruneteau:

Genocidio Gruppo vittima Intenzione Modalità di distruzione Numero di vittime Contesto interno Contesto internazionale
Armenia (1915) Nazionale e religioso (Armeni ottomani) Eradicazione territoriale totale Deportazione, carestia, malattia, esecuzione 1.400.000 (70%) Politica di ridefinizione etnonazionalista dello Stato Prima guerra mondiale
Holodomor (1932-33) Nazionale e sociale (contadini ucraini) Sottomissione politica ed eradicazione sociale parziale Carestia pianificata 7.000.000 (25%) Politica di coercizione totalitaria Indifferenza della comunità internazionale
Shoah (1941-45) Razzializzato (Ebrei europei) Eradicazione universale totale Deportazione, carestia, malattia, esecuzione. 5.200.000 (50%) Politica di eugenetica razzista Seconda guerra mondiale
Persecuzione dei serbi in Jugoslavia (1941-1945) 1.000.000 Seconda guerra mondiale
Cambogia (1975-79) Politico e sociale ("nuovo popolo") Sottomissione politica ed eradicazione sociale parziale Deportazione, carestia, malattia, esecuzione 1.800.000 (40%) Politica di coercizione totalitaria Indifferenza della comunità internazionale
Ruanda (1994) Razzializzato (Tutsi) Eradicazione territoriale totale Esecuzione, stupro di massa pianificato 800.000 - 1.000.000 (70-80%) Politica di ridefinizione etnonazionalista dello Stato Attendismo della comunità internazionale
Bosnia (1992-95) Nazionale e religioso (musulmani bosniaci) Eradicazione territoriale parziale Deportazione, esecuzione 100.000 - 120.000 (6%) Politica di ridefinizione etnonazionalista dello Stato Attendismo della comunità internazionale

* La percentuale è calcolata rispetto al gruppo vittima potenziale.

I genocidi nella storiaModifica

Dato il problema di definizione, stilare un elenco di genocidi o presunti tali è complesso, in quanto subordinato alla scelta della definizione o all'opinione dei diversi autori. È tuttavia possibile elencare, senza garanzia di completezza, alcuni dei più noti eventi storici che rientrano in qualche modo nell'ambito del dibattito.

Periodo coloniale (fino al XIX secolo)Modifica

 
Herero sopravvissuti al massacro con la fuga attraverso l'arido deserto di Omaheke

Nei territori interessati dalla colonizzazione, numerosi popoli indigeni hanno subito una forte diminuzione numerica e alcuni sono quasi scomparsi o scomparsi del tutto. Nel complesso, diversi fattori agirono sinergicamente: azioni di guerra bilaterali o unilaterali, lavoro forzato e condizioni di sfruttamento, carestie naturali o provocate, epidemie causate da nuovi agenti patogeni introdotti dai coloni e, più genericamente, cambiamenti socio-economici radicali prodotti dal violento confronto fra i dominatori occidentali e i popoli colonizzati.

Il dibattito è spesso ancora aperto sia per quanto riguarda il numero di vittime che per l'attribuzione di colpe e responsabilità. Se alcuni autori parlano di "genocidi coloniali", ponendo l'accento sugli atti di sterminio deliberato, altri ritengono che le principali cause siano non intenzionali, per esempio le epidemie. Anche le grandi carestie del periodo 1870-1890, che fecero da 30 a 50 milioni di morti, sono state attribuite ad una concomitanza di cause naturali e profondi cambiamenti economici dovuti all'imperialismo e allo sfruttamento capitalista[44]. È stato fatto notare che, nell'ambito della distinzione fra il concetto di guerra (bilaterale - si riconoscono due entità combattenti) e quello di genocidio (unilaterale - si distinguono per loro natura un aggressore e una vittima), le guerre coloniali sono fortemente sbilanciate a favore degli aggressori, soprattutto per il numero di vittime (il 90% sono indigeni), a causa della notevole disparità tecnologica. Esempi sono le guerre di conquista a Giava (dal 1825 al 1830 gli olandesi fanno 200.000 vittime), in Mozambico (i portoghesi uccidono 100.000 persone) o in Africa Orientale (i tedeschi fanno 145.000 morti).

Genocidio dei nativi americaniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Genocidio dei nativi americani.
  • Durante la colonizzazione europea delle Americhe i popoli nativi americani, che contavano all'origine circa più di 80 milioni di individui, vennero ridotti del 90%, anche se la maggioranza delle morti sono dovute alle malattie importate dagli europei nel caso soprattutto del Nord America ci furono numerosi casi di eliminazione sistematica. Le varie etnie, genericamente denominate indiani d'America, Pellerossa, Amerindi, Amerindiani, Prime Nazioni, Aborigeni americani, Indios, popolanti il sud e nord del continente, vennero soppiantate quasi ovunque dagli europei, e dai discendenti delle popolazioni forzatamente prelevate dall'Africa tra il 1500 e i primi anni del 1900[45].
  • Patagonia - negli anni settanta del 1800 il governo argentino, principalmente per mano del generale Julio Argentino Roca, intraprese la cosiddetta conquista del deserto per strappare la Patagonia al controllo delle popolazioni indigene. Che tale campagna possa essere considerata un genocidio, è recentemente materia di dibattito.

Genocidio dei popoli d'AfricaModifica

  • Congo - la politica del re belga Leopoldo II, avrebbe provocato la morte di 10 milioni di persone (metà della popolazione) attraverso la militarizzazione del lavoro forzato (con donne e bambini presi in ostaggio) e un duro sistema di quote di produzione e crudeli punizioni (amputazione delle mani).
  • Costa d'Avorio - tra il 1900 e il 1911, la popolazione si è ridotta da 1,5 milioni a 160.000
  • Sudan - sotto il dominio inglese (1882 - 1903) la popolazione si è ridotta da 9 a 3 milioni.
  • Herero - fra il 1904 e il 1906 i tedeschi sono stati responsabili, nella regione dell'attuale Namibia, di uno sterminio che è oggi considerato da molti come un vero e proprio genocidio: dal 50 all'80% degli Herero e il 50% dei Nama sono stati uccisi o fatti morire, per un totale che varia da 24.000 a 75.000 vittime.

Genocidio dei popoli asiatici

  • Afghanistan - in seguito all'opposizione del popolo Hazara alla dittatura di Abdullah Mankan, l'emiro decise di dare il via libera al loro sterminio. Il 60% degli Hazara (circa 2,5 milioni)[46] che abitavano l'Afghanistan perse la vita.

Razzismo scientifico occidentaleModifica

Con riferimento alla questione dell'intenzione genocida, il comportamento dei colonizzatori è stato influenzato da forme di razzismo diffuso, giustificato sia moralmente che scientificamente dalla dottrina del darwinismo sociale di Herbert Spencer, dal famoso libro La lotta delle razze di Ludwig Gumplowicz, dalle teorie eugenetiche di Francis Galton e dalla Gerarchia delle razze umane di Ernst Haeckel. Tali dottrine hanno alimentato l'idea di una missione colonizzatrice dell'"uomo bianco", destinato dalle leggi naturali a sottomettere e sostituire le "razze inferiori" e, si esprimeranno in modo estremo nell'ideologia nazista (interi brani di La lotta delle razze sono presenti nel Mein Kampf di Adolf Hitler).

XX secoloModifica

Il XX secolo è stato definito "il secolo dei genocidi" o "il secolo dei totalitarismi" ed è in genere considerato come un periodo in cui la violenza, lo sterminio di massa e la guerra raggiungono livelli senza precedenti. Lo stesso termine genocidio è stato pensato da Lemkin per descrivere la nuova realtà dell'Olocausto.

Il secolo si apre all'insegna dell'etnocentrismo nazionalista. Ormai tutti, dai nazionalisti ai socialisti, pensano in termini di "nazione", "etnia", "diritto di autodeterminazione" dei popoli. Con la Prima guerra mondiale (1914-1918) l'Europa viene riorganizzata su basi etniche, sia all'interno che all'esterno dei confini nazionali.

Fu poi con la Conferenza di pace di Parigi del 1919, successiva alla guerra mondiale, che il principio di avere stati nazionali etnicamente omogenei, tanto caro al presidente degli Stati Uniti d'America Woodrow Wilson (autore dei famosi Quattordici punti), prese il sopravvento, aprendo - secondo lo storico britannico di origini ebraiche Eric Hobsbawm - la via alle pulizie e ai genocidi etnici del XX secolo[47].

Il genocidio degli Armeni del 1915 è forse il primo e sicuramente più famoso genocidio etnico del Novecento. Il genocidio dei Cristiani di Rito Assiro-Caldeo-Siriaco, avvenuto nello stesso periodo, assieme a quello contro i greci rimasero in ombra. L'Impero Ottomano, tradizionalmente abituato ad azioni di dura repressione (vedi, per esempio, gli atti di sterminio contro il popolo armeno degli anni 1896-1897, cfr. massacri hamidiani), raggiunge così livelli inediti di estremismo.

Le guerre mondiali sono espressione di un nuovo tipo di "guerra totale" in cui "tutto è permesso" e in cui il maggior numero di vittime si conta fra i civili, che subiscono massicci bombardamenti e sono considerati come parte integrante del "nemico" da distruggere.

I grandi sistemi totalitari (il Terzo Reich e i regimi comunisti) concepiscono il nemico come un'entità demonizzata e in quanto tale destinata all'eliminazione da leggi naturali o storiche, che fanno da sfondo ad un'ideologia totalitaria basata su distinzioni razziali, economiche o sociali:

  • L'Olocausto è riconosciuto come genocidio all'unanimità e da alcuni come una forma estrema di genocidio o addirittura come un fenomeno unico nella storia (soprattutto perché tutti gli elementi che caratterizzano il genocidio sono presenti contemporaneamente e in forma estrema)
  • Nel regime sovietico si possono riconoscere "comportamenti genocidiari" già ai tempi di Lenin[48]; l'Holodomor è considerato da molti come un genocidio vero e proprio; si possono individuare parallelismi fra l'uso che Hitler e Stalin fanno dei concetti di "razza" e "classe", "razza ariana" e "popolo", "sub-umani" (o "Ebrei") e "nemici del popolo"[49].
  • Cina: Mao Zedong. Le stime del numero di vittime totali del periodo 1949-1976 sono molto discordanti fra loro e variano da 20 a 80 milioni: comprendono da 2 a 5 milioni di contadini durante il terrore della riforma agraria nel 1951-1952, da 20 a 40 milioni per la carestia del 1959, alcuni milioni per i laogai e da 1 a 3 milioni per la Rivoluzione Culturale.

EuropaModifica

 
12 aprile 1945, le Boelcke-Kaserne (baracche Boelcke) a sud-est della città di Nordhaushen, bombardate fra il 3 e il 4 aprile 1945 dall'aviazione britannica causando la morte di 1300 prigionieri. Le baracche costituivano un sottocampo del campo di Mittelbau-Dora. Vi venivano reclusi i moribondi del campo e a partire dal gennaio del 1945 il loro numero crebbe da qualche centinaio a oltre seimila, con una mortalità che arrivava a cento persone al giorno.
  • Olocausto - certamente il genocidio più noto, fu metodicamente condotto dal Regime Nazista tedesco in buona parte dell'Europa prima e durante la seconda guerra mondiale, e portò all'annientamento di almeno 6 milioni di ebrei (oltre la metà degli ebrei in Europa)[50], colpendo anche gruppi etnici Rom e Sinti (i cosiddetti zingari), comunisti, omosessuali, prigionieri di guerra, malati di mente, Testimoni di Geova, Russi, Polacchi e altri Slavi, per un totale di vittime stimabile tra 13 e 20 milioni. Le forze armate della Germania nazista compirono sistematicamente massacri di civili in Polonia ed in Russia volti alla eliminazione delle classi intellettuali degli slavi e alla riduzione del loro numero complessivo nei territori orientali che dovevano divenire terreno di colonizzazione germanica. La cifra delle vittime solo nei territori occupati in Unione Sovietica ammonta a circa 27 milioni. In Italia, i nazisti, appoggiati dalle milizie fasciste italiane, deportarono e uccisero più di 7.500 ebrei italiani.
  • Secondo genocidio armeno - negli anni 1915-1916, il governo turco, guidato dai Giovani Turchi, condusse deportazioni ed eliminazioni sistematiche della minoranza armena. Il numero di morti è molto incerto e valutato da 200.000 a oltre 2 milioni; la cifra più accettata è di 1.500.000. È possibile identificare una prima fase del genocidio nei massacri hamidiani, che negli anni 1896-1897 fecero da 80.000 a 300.000 vittime.
 
Vittime in una delle fosse comuni di Katyn riesumate dai tedeschi nel 1943.
  • Unione Sovietica - durante il regime bolscevico e lo stalinismo, furono compiuti gravi massacri.
    • Holodomor - nel 1932, il popolo ucraino fu sterminato per carestia indotta; il numero di vittime è molto incerto e varia da 1,5 a 10 milioni. Diverse parti (fra cui l'Ucraina, l'Italia e gli USA) riconoscono l'Holodomor come genocidio a causa dell'aggressione specifica del popolo ucraino volta a spezzarne le aspirazioni indipendentiste.
    • I Kulaki furono deportati a milioni in Siberia e nei gulag e si stima che circa 600.000 (un terzo)[51] morì o fu ucciso. Nonostante esistano diversi elementi a favore (eliminazione dei Kulak in quanto tali, azione unilaterale e pianificata burocraticamente), lo sterminio dei kulaki non può essere definito genocidio a causa dell'incertezza e della variabilità con cui le vittime venivano classificate come Kulaki e a causa del fatto che l'eliminazione, non era considerata un fine ma un mezzo. Per motivi analoghi (non un fine ma un mezzo), anche la deportazione di milioni di persone appartenenti a diversi gruppi etnici (soprattutto ai confini dell'URSS), che ha prodotto centinaia di migliaia di vittime, non può essere definita genocidio. Analogamente, le "purghe" del partito e le deportazioni nei gulag degli anni trenta, che videro la morte di centinaia di migliaia di prigionieri politici, non possono essere definite genocidio in quanto colpirono un gruppo politico.
    • Massacro di Katyn' - il 22 marzo 2005, il Camera dei deputati della Polonia (parlamento) polacco ha approvato all'unanimità un atto con il quale si richiede alla Russia di classificare il massacro di Katyn come genocidio. Il massacro, infatti, era volto a indebolire la Polonia, in quanto venne eliminata una parte importante dell'intellighentsja polacca, poiché il sistema di coscrizione prevedeva che ogni laureato divenisse un ufficiale della riserva.
  • Una pulizia etnica era stata tentata anche dalle autorità militari italiane durante la seconda guerra mondiale ai danni degli sloveni nelle zone conquistate in Jugoslavia dall'esercito italiano. L'attuazione di tale progetto portò alla deportazione di circa 35.000 civili sloveni, di cui circa 3.500 persero la vita nei campi di concentramento allestiti a tale scopo dall'esercito italiano[52]. Le istruzioni di attuazione della bonifica etnica venivano impartite, su istruzioni di Benito Mussolini[53], direttamente dal comandante dell'esercito italiano nella provincia di Lubiana generale Mario Roatta[54] e dal comandante dell'XI Corpo d'Armata, generale Mario Robotti[55].
  • Italia - Il caso delle uccisioni e delle foibe ad opera delle forze alleate partigiane slave e italiane in Jugoslavia contro i nazifascisti in Istria, Venezia Giulia e Dalmazia nel 1943 viene da taluni identificato per genocidio sostenendo che le uccisioni non vennero fatte durante una lotta di Resistenza contro il nazifascismo ma allo scopo presunto di far "scomparire la componente etnica italiana da quelle zone"[56].
  • Pulizia etnica ai danni dei serbi durante la seconda guerra mondiale - Durante la seconda guerra mondiale il regime fascista croato guidato dagli Ustascia organizzò il massacro sistematico delle minoranze etniche (soprattutto serbi, ebrei e zingari) provocando circa mezzo milione di vittime.
  • Romania - Nicolae Ceaușescu e la moglie furono condannati a morte il 25 dicembre 1989, dopo tre giorni di prigionia, da un "tribunale volante" militare con l'accusa principale di genocidio per la strage di Timișoara[57][58][59] e con l'aggravante di aver condotto la popolazione rumena alla povertà. Successive ricerche giornalistiche mostrarono come il numero dei morti riportato inizialmente dai media (decine di migliaia in Romania di cui diverse migliaia solo a Timisoara), oltre che alcune immagini riprese dalla televisione, fossero in realtà dei falsi, costringendo anche alcuni quotidiani (tra cui Liberation) a scusarsi con i lettori per l'acriticità con cui erano state riportate le notizie.[60][61][62] Al termine della rivoluzione, secondo i dati del ministero della Salute rumeno, i morti saranno 1104 (di cui solo 93 a Timisoara, 20 dei quali avvenuti dopo il giorno della cattura di Ceaușescu) e 3321 i feriti. Complessivamente la maggior parte delle vittime si avranno comunque a Bucarest[63] con 564 morti (di cui 515 dopo il 22 dicembre, data in cui Ceaușescu fu catturato).
  • Bosnia - la guerra in Jugoslavia, successiva alla proclamazione di indipendenza della Slovenia e della Croazia, provoca 250.000 vittime, due terzi delle quali civili. Nonostante le atrocità caratterizzino tutte le parti belligeanti, solo i dirigenti comunisti serbi si rendono aggressori e colpevoli di pulizia etnica ed alcuni di loro: Ratko Mladić, Radovan Karadžić, Radislav Krstic, Slobodan Milošević e Momčilo Krajišnik) vengono incriminati di genocidio nei confronti dei musulmani bosniaci. Il 18 dicembre 1992, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite parla di una "politica esecrabile di pulizia etnica che è una forma di genocidio".
  • Georgiani in Abkhazia - Alcuni usano il termine genocidio per descrivere i massacri e le espulsioni forzate di migliaia di abitanti di etnia georgiana dell'Abkhazia durante la guerra abkhazo-georgiana (1991-1993). Tra i 10.000 e i 30.000 georgiani furono uccisi dai separatisti abkhazi, dai mercenari stranieri e dalle forze della Federazione russa. Tra le vittime si ebbero anche alcuni greci, estoni, russi e abkhazi moderati.[64]
  • Kosovo - Negli anni compresi tra 1996 e 1999, gli atti di violenza (inclusi massacri, rapimenti, stupri e altro) sono considerati un genocidio, Slobodan Milosevic causò la deportazione forzata di oltre 800.000 civili kosovari di etnia albanese. Il numero di vittime del genocidio condotto da Miloŝeviĉ e Mercenari come Arkan,si stima intorno alle 10.000 persone.[65][66]

AfricaModifica

 
I teschi delle vittime del genocidio ruandese mostrano sfregi e segni di violenze
  • Zanzibar - nel gennaio 1964, durante la Rivoluzione di Zanzibar, furono sterminati da 5.000 a 12.000 arabi (su un totale di 22.000), con modalità che assunsero i tratti del genocidio.
  • Nigeria - nel 1966, il governo centrale nigeriano reagì duramente ai tentativi secessionisti del popolo Igbo, che aveva proclamato la nascita della Repubblica del Biafra. La guerra civile (e la conseguente carestia) ha causato migliaia di morti ed è stata considerata da diverse parti, fra cui i leader del Biafra, come un genocidio.
  • Burundi - nel 1972, nel teatro dei conflitti etnici della regione intorno al Ruanda, 150.000 Hutu furono massacrati dal governo Tutsi.
  • Etiopia - tra il 1977 e il 1991, il governo di Mengistu Haile Mariam uccise da 500.000 a 2 milioni di oppositori politici.
  • Ruanda - il peggiore genocidio africano avvenne nel 1994 in Ruanda da parte di milizie e bande Hutu contro la minoranza Tutsi e tutti coloro che erano sospettati di favorirli. Le vittime, circa un milione, furono spesso uccise barbaramente con armi rudimentali. Nel 1962, 100.000 Tutsi erano già stati massacrati per gli stessi motivi che avrebbero portato al genocidio del 1994, inoltre, massacri occasionali si verificarono per tutta la seconda metà del Novecento, anche dopo il 1994. La storia spesso si dimentica di citare le vittime del genocidio perpetuato dalle armate Tutsi nella riconquista del Rwanda verso la popolazione Hutu nelle fasi finali della guerra del 1994. Tuttora la popolazione Hutu viene vessata tramite Gacaca, tribunale popolare allestito per giudicare i crimini della guerra del 1994, in cui l'accusato deve smentire le accuse mosse portando prova di innocenza, mentre l'accusa non necessita di provare la colpevolezza dell'accusato.
  • La regione del Darfur (nel Sudan occidentale) dal 2003 è teatro di un conflitto che gli Stati Uniti e alcuni media e studiosi considerano come genocidio. I Janjawid, gruppo di miliziani appoggiati dal governo, uccidono sistematicamente i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. Le diverse fonti riferiscono di un numero di morti che varia da 200.000 a 400.000 e di 2 milioni di profughi.

AsiaModifica

 
Foto di vittime dei Khmer Rossi allineate alle pareti del museo di Tuol Sleng.
  • Indonesia - nel 1965 e nel 1966, il regime di Suharto attuò una repressione anti-comunista per annientare il partito comunista, in cui furono sterminate da 500.000 a un milione di persone.
  • Bangladesh - nel 1971, il regime di Yahya Khan condusse una sanguinosa operazione militare contro il Pakistan dell'est, in cui furono uccisi da alcune centinaia di migliaia a 3 milioni di civili.
  • Cambogia - tra il 1975 ed il 1979 i Khmer rossi, sostenuti ed armati dalla Cina, massacrarono o fecero morire nei cosiddetti campi di rieducazione o Killing Fields (campi della morte) da 1 a 2,2 milioni di persone (su una popolazione totale di 7,5). Il termine genocidio fu usato per la prima volta dal filosovietico Vietnam, il cui esercito nel 1979 occupò la Cambogia, sconfiggendo i Khmer Rossi. Solo nel dicembre 1997, l'ONU parlò di "atti di genocidio"[67]. Fra le vittime, furono colpiti soprattutto cattolici, musulmani Chăm, cinesi e vietnamiti, perseguitati in quanto tali o in quanto abitanti delle città o commercianti. La popolazione fu classificata in categorie come "popolo nuovo" (da rieducare), "sotto-popolo" e "traditori" (da eliminare).
  • Timor Est - nel 1975 l'occupazione indonesiana provocò la morte di 60.000 - 200.000 persone.
  • Iraq - tra il 1973 e il 2003 il regime di Saddam Hussein condusse uccisioni di massa contro la popolazione dei Curdi.

America LatinaModifica

CommemorazioniModifica

Nel settembre 2015 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì il 9 dicembre come Giornata internazionale per la commemorazione e per la dignità delle vittime di genocidio, data in cui si celebra l'anniversario dell'adozione della Convenzione sul genocidio del 1948.[68]

Oltre al museo Yad Vashem in Israele, il memoriale che conferisce il titolo di Giusto tra le nazioni ai non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah, sono sorti in varie località del mondo luoghi di commemorazione delle personalità che si sono adoperate per contrastare i genocidi, a partire da quello ebraico. Il primo fu il Giardino dei giusti di Gerusalemme inaugurato nel 1962.[69] In seguito l'esempio fu seguito in molte nazioni ampliando il riconosciemento di Giusto anche a persone che hanno operato nell'abito dei genocidi armeno, ruandese e bosniaco, come quello di Milano o quello di Padova in Italia.

Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell'Olocausto. Fu istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 60/7 il 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, e adottata con la Legge n. 211 del 2000 dal Parlamento italiano. La data fu scelta perché in quel giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.[70][71]

NoteModifica

  1. ^ Lemkin 1944, p. 79.
  2. ^ Leotta, pp. 3 e 10.
  3. ^ a b Leotta, pp. 76-77.
  4. ^ R. Borsari 2007
  5. ^ Leotta, pp. 46-47.
  6. ^ Leotta, p. 117.
  7. ^ IMT, pp. 43-44.
  8. ^ (ENFR) The Crime of Genocide: report of the Sixth Committee: resolution (document A/231J), in Resolutions and Decisions adopted by the General Assembly during its 1st session: GAOR, 1st Session, Vol. II, ONU, 11 dicembre 1946, p. 1134. URL consultato il 28 maggio 2019.
  9. ^ (ENFR) The Crime of Genocide, in Resolutions and Decisions adopted by the General Assembly during its 1st session: GAOR, 1st Session, Vol. II, ONU, 11 dicembre 1946, p. 188. URL consultato il 28 maggio 2019.
  10. ^ Leotta, p. 45.
  11. ^ (ENFR) Adoption of the Convention on the Prevention and Punishment of the crime of genocide, and text of the Convention, in Official Records of General Assembly, Part I - Resolutions, Vol. II, ONU, 9 dicembre 1948, p. 174. URL consultato il 28 maggio 2019.
  12. ^ a b c d Prevenire il genocidio, su Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (UNRIC). URL consultato il 28 maggio 2019 (archiviato dall'url originale il 28 maggio 2019).
  13. ^ a b (EN) Security Council, International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY), in Resolutions adopted by the Security Council in 1993, ONU, 25 maggio 1993. URL consultato l'11 giugno 2019.
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  17. ^ (EN) UNAKRT Mission and Scope, su United Nations Assistance to the Khmer Rouge Trials (UNAKRT). URL consultato il 14 giugno 2019 (archiviato l'8 giugno 2019).
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  20. ^ a b (EN) Security Council, Statute of the International Tribunal (PDF), in Report of the Secretary General pursuant to paragraph 2 of Security Council Resolution 808, 3 May 1993, ONU, 3 maggio 1993, p. 36. URL consultato il 31 dicembre 2019.
  21. ^ (EN) Key Figures of the Cases, su ICTY, agosto 2019. URL consultato il 7 gennaio 2020 (archiviato il 2 novembre 2019).
  22. ^ (EN) International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia, Trial Judgment Summary for Radovan Karadžić (PDF), su ICTY, 24 marzo 2016. URL consultato il 7 gennaio 2020 (archiviato il 4 settembre 2019).
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  24. ^ Ex Jugoslavia, Karadzic condannato all'ergastolo per genocidio Srebrenica e altri crimini di guerra, in La Repubblica, 20 marzo 2019. URL consultato il 7 gennaio 2020 (archiviato il 26 dicembre 2019).
  25. ^ (EN) Case information Shett: Radislav Krstić (PDF). URL consultato il 7 gennaio 2020 (archiviato il 27 settembre 2019).
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  30. ^ (EN) Security Council, 7481st meeting, ONU, 8 luglio 2015, p. 7. URL consultato il 7 gennaio 2020 (archiviato il 7 gennaio 2020).
  31. ^ La Russia non vuole chiamare “genocidio” il massacro di Srebrenica, in Il Post, 9 luglio 2015 (archiviato il 10 settembre 2019).
  32. ^ a b Andreopoulos, p. 5
  33. ^ Marzia Ponso, Il problema della definizione di genocidio, su Torino World Affairs Institute, 29 maggio 2019. URL consultato il 7 gennaio 2020 (archiviato il 7 gennaio 2020).
  34. ^ Chalk, p. 48
  35. ^ Drost, p 125
  36. ^ Chalk, p. 49
  37. ^ Horowitz, p. 17
  38. ^ Fein, 1997, pp. 95 e s.
  39. ^ Fein, 1984, p. 24
  40. ^ a b Fein, 1999, p. 157
  41. ^ Fein, 1993, p.24
  42. ^ Final Solutions: Mass Killing and Genocide in the 20th Century, ed. Cornell University, 2005
  43. ^ Catherine Coquio in Il secolo dei genocidi di Bernard Bruneteau
  44. ^ vedi Olocausti tardovittoriani. Il Nino, le carestie e la nascita del Terzo Mondo di Mike Davis, ed. Feltrinelli 2002
  45. ^ Morison Samuel Eliot,Cristoforo Colombo.Ammiraglio del mare Oceano, il Mulino, Bologna, 1962,«La crudele politica inaugurata da Colombo e proseguita dai suoi successori portò al genocidio totale»
  46. ^ IL GENOCIDIO DEGLI HAZARA, in Il Kim. URL consultato il 27 gennaio 2018.
  47. ^ Adolf Hitler, applicando sino alle estreme conseguenze i principi del nazionalismo wilsoniano, pianificò il trasferimento in Germania dei tedeschi che non vivevano all'interno dei confini della madrepatria, come per esempio il Sudtirolo italiano e, com'è noto, avviò a soluzione finale l'eliminazione degli Ebrei. (Eric Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780, Torino: Einaudi, 1991, p. 158)
  48. ^ Bernard Bruneteau usa l'espressione "comportamento genocidiario" (Il secolo dei genocidi) per il periodo leninista e stalinista
  49. ^ Alan Bullock (Hitler e Stalin. Vite parallele)
  50. ^ Secondo più recenti ricerche (vedi Wolfgang Benz (En) e Martin Gilbert).
  51. ^ Bernard Bruneteau (Il secolo dei genocidi fornisce la stima di 600.000 morti su un totale di 1.800.000 contadini classificati come "Kulaki"
  52. ^ Angelo del Boca, Italiani, brava gente?, pagine 241 e 243, Vicenza 2005, ISBN 88-545-0013-5
  53. ^ Nel suo discorso tenuto a Gorizia il 31 luglio 1942 il Capo del Governo Italiano Benito Mussolini, pronunciò le seguenti parole: -Bisogna sterminare tutti gli uomini di questa stirpe, maledetta–. Fonte: Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, Editrice Lipa, Capodistria 2001
  54. ^ Il generale Mario Roatta dispose tra l'altro...(…) l'internamento può essere esteso… sino allo sgombero di intere regioni, come ad esempio la Slovenia. In questo caso si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione… e di sostituirle in loco con popolazioni italiane - Fonte: Angelo Del Boca, Italiani, brava Gente?, pagina 241, Neri Pozza editore, Vicenza 2005, ISBN 88-545-0013-5 - Fonte: N. 08906 di prot. dell'8 settembre 1942 indirizzata al Comando Supremo, in Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, pagina 231, Založba Lipa, Koper 2001, ISBN 961-215-040-0
  55. ^ Verbale della riunione a Kocevje in data 2 agosto 1942, riportato nel libro di Tone Ferenc, La provincia italiana di Lubiana, pagina 486, Istituto Friulano per la storia del movimento di liberazione, Udine 1994: -…sgombrare tutti gli uomini validi ad Arbe… Ricordarsi che per infinite ragioni questi elementi possono trasformarsi in nostri nemici. Quindi sgombero totalitario… Resta inteso che il provvedimento dell'internamento non elimina il provvedimento di fucilare tutti gli elementi colpevoli o sospetti di attività comunista… Le autorità superiori non sono aliene dall'internare tutti gli sloveni e mettere al loro posto degli italiani.
  56. ^ Raoul Pupo e Roberto Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003, p. 111.
  57. ^ La Repubblica del 22 dicembre 1989
  58. ^ (EN) Revolution of 1989 and the last days of communism[collegamento interrotto], George Budica
  59. ^ (EN) The New York Times, 23 dicembre 1989
  60. ^ Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente. Saggio sull'informazione planetaria, I libri dell'Altritalia, collana del settimane Avvenimenti, 1994 (ristampato nel 2007 da Editori Riuniti, ISBN 978-88-359-5900-7), capitolo 1 Archiviato il 31 marzo 2010 in Internet Archive.
  61. ^ Peace Reporter Archiviato il 27 settembre 2007 in Internet Archive. Copia archiviata, su it.altermedia.info. URL consultato il 2 agosto 2007 (archiviato dall'url originale il 2 settembre 2007).
  62. ^ (FR) Articolo di ricostruzione dei fatti, dal sito dell'associazione francese Acrimed
  63. ^ (RO) Romulus Cristea, Revoluţia 1989, editore România pur și simplu, 2006, ISBN 973-87007-8-7, pag. 14
  64. ^ Enrico De Gaetano, Andrea Lopreiato, Le guerre della Federazione Russa, Mursia, 2011, p. 93.
  65. ^ repubblica.it, http://www.repubblica.it/online/mondo/fossa/fossa/fossa.html.
  66. ^ Nigel Thomas, Krunoslav Mikulan, Le guerre jugoslave - Bosnia, Kosovo e Macedonia, Osprey Publishing/RBA, 2011, pp. 54-55.
  67. ^ Posizione condivisa, in sede giudiziaria, dal Tribunale speciale della Cambogia: Khmer Rouge leaders found guilty of Cambodia genocide, BBC news, 16 novembre 2018.
  68. ^ (EN) International Day of Commemoration and Dignity of the Victims of the Crime of Genocide and of the Prevention of this Crime, 9 December, su ONU. URL consultato il 15 gennaio 2020 (archiviato il 9 dicembre 2019).
  69. ^ (EN) Yad Vashem - The World Holocaust Remembrance Center, su Yad Vashem. URL consultato il 15 gennaio 2020 (archiviato il 12 gennaio 2020).
  70. ^ Legge 20 luglio 2000, n. 211. Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, in Gazzetta Ufficiale, nº 177, 31 luglio 2000. URL consultato il 15 gennaio 2020 (archiviato il 10 giugno 2019).
  71. ^ (EN) The Holocaust and the United Nations Outreach Programme, ONU, 1º novembre 2005. URL consultato il 15 gennaio 2020 (archiviato il 10 settembre 2019).

BibliografiaModifica

 
La "mappa dei teschi" raffigura la Cambogia al museo di Tuol Sleng
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  • Frank Chalk, Kurt Jonassohn, The History and Sociology of Genocide: Analyses and Case Studies, ed. Yale University Press, 1990. ISBN 0-300-04446-1
  • Israel W. Charny, Encyclopedia of Genocide, ed. ABC-Clio Inc, 1999. ISBN 0-87436-928-2
  • R. Gellately, B. Kiernan, Il secolo del genocidio, ed. Longanesi, 2006. ISBN 88-304-2234-7
  • Adam Jones, Genocide: A Comprehensive Introduction, ed. Routledge, 2006. ISBN 0-415-35384-X
  • Ben Kiernan, Blood and Soil: A World History of Genocide and Extermination from Sparta to Darfur, ed. Yale University Press, 2007. ISBN 0-300-10098-1
  • Alexander Laban Hinton, Annihilating Difference: The Anthropology of Genocide, ed. University of California Press, 2002. ISBN 0-520-23029-9

Vedi anche la ristampa a cura di The Lawbook Exchange, 2008, ISBN 978-1-58477-901-8.

  • Mark Levene, Genocide in the Age of the Nation State: Volume 2: The Rise of the West and Coming Genocide, ed. I. B. Tauris, 2005. ISBN 1-84511-057-9
  • Lane H. Montgomery, Never Again, Again, Again..., ed. Ruder Finn Press, 2008. ISBN 1-932646-32-9
  • Jacques Sémelin, Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, ed. Einaudi, 2007. ISBN 88-06-18411-3
  • Samuel Totten, William S. Parsons, Israel W. Charny, Century of Genocide: Eyewitness Accounts and Critical Views, ed. Routledge, 1997. ISBN 0-8153-2353-0

Per la bibliografia sugli specifici genocidi, si vedano le relative voci.

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