Isaac Newton

matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo ed alchimista inglese
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Sir Isaac Newton (citato anche come Isacco Newton) (Woolsthorpe-by-Colsterworth, 25 dicembre 1642[1]Londra, 20 marzo 1726[2][3]) è stato un matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo, storico e alchimista inglese, considerato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, ricoprendo anche il ruolo di direttore della zecca inglese e quello di Presidente della Royal Society.

Newton in un ritratto di Sir Godfrey Kneller, 1702, olio su tela
Firma di Isaac Newton

Noto soprattutto per la fondazione della meccanica classica, la teoria della gravitazione universale e l'invenzione del calcolo infinitesimale, contribuì significativamente a più branche del sapere, occupando una posizione di preminente rilievo nella storia della scienza e della cultura. Il suo nome è associato a leggi e teorie ancora oggi insegnate: si parla di dinamica newtoniana, di leggi newtoniane del moto, di legge di gravitazione universale. Più in generale, ci si riferisce al newtonianesimo come concezione del mondo, che ha influenzato la cultura europea per tutto il XVIII secolo.

Attratto dalla filosofia naturale, ben presto cominciò a leggere le opere di Cartesio, in particolare La geometria del 1637, in cui le curve sono rappresentate per mezzo di equazioni. Si dedicò allo studio e alla ricerca in maniera esclusiva, ottenendo risultati eccezionali in più discipline (matematica, meccanica, ottica, astronomia). Condivise con Gottfried Wilhelm Leibniz, suo malgrado, il merito per lo sviluppo del calcolo infinitesimale.

Nella sua opera Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (Principia) del 1687, che segna la fine della rivoluzione scientifica, definì le regole fondamentali della meccanica classica attraverso le sue leggi del moto. Contribuì inoltre al progresso della teoria eliocentrica: a lui si deve la dimostrazione delle leggi di Keplero sul movimento dei pianeti. Oltre a dedurle matematicamente dalla soluzione del problema della dinamica applicato alla forza di gravità (problema dei due corpi), generalizzò le leggi di Keplero dimostrando che le orbite delle comete potevano essere non solo ellittiche (come quelle dei pianeti), ma anche iperboliche o paraboliche. Dimostrò l'universalità della gravitazione: la medesima legge di gravitazione universale governa i movimenti della Terra e di tutti gli altri corpi celesti.

Fu il primo a mostrare che la luce bianca è composta dalla somma di tutti i colori dello spettro, avanzando l'ipotesi che la luce fosse composta da particelle. L'Opticks, del 1704, sarà un altro testo scientifico di riferimento per tutto il XVIII secolo. La teoria corpuscolare della luce era in contrapposizione alla teoria ondulatoria della luce, patrocinata dall'inglese Thomas Young dall'olandese Christiaan Huygens e corroborata, alla fine del XIX secolo, dai lavori di Maxwell e Hertz. La tesi di Newton trovò invece conferme, circa due secoli dopo, con l'articolo[4] di Albert Einstein (1905) sull'interpretazione dell'effetto fotoelettrico a partire dal quanto di radiazione elettromagnetica, poi denominato fotone. Queste due interpretazioni coesisteranno nell'ambito della meccanica quantistica, fino al loro definitivo superamento (si veda: dualismo onda-particella).

Nel XX secolo la concezione newtoniana dello spazio e del tempo è stata superata. Nella teoria della relatività di Albert Einstein lo spazio e il tempo assoluti non esistono, sostituiti dallo spazio-tempo. Ciò comporta dei cambiamenti nelle leggi del moto e della meccanica che, per velocità molto inferiori alla velocità della luce (c = 299792458 m/s), sono tuttavia praticamente impercettibili.

BiografiaModifica

Infanzia e giovinezzaModifica

 
Woolsthorpe Manor, il luogo di nascita di Newton

Nacque a Woolsthorpe-by-Colsterworth, nel Lincolnshire, in una famiglia di allevatori, il 25 dicembre 1642[1] secondo il Calendario giuliano, adottato in Inghilterra fino al 1752. Nei Paesi cattolici invece era il 4 gennaio 1643 perché era già avvenuta la correzione degli errori del calendario giuliano (che nel corso dei secoli aveva accumulato dieci giorni di ritardo sull'anno solare), tramite l'introduzione del nuovo Calendario gregoriano oggi adottato in quasi tutto il mondo. Suo padre, anch'egli di nome Isaac e piccolo proprietario terriero, morì tre mesi prima della sua nascita; egli, sul proprio testamento, disegnò un uccello come suo segno distintivo al posto della firma, nonostante sapesse scrivere.[5] Tre anni dopo sua madre, Hannah Ayscough, si risposò con un agiato chierico di nome Barnabas Smith[6], di sessant'anni, lasciando il piccolo Isaac alle cure dei nonni materni. In quegli anni egli fu molto infelice: odiava il patrigno e pare che una volta sia giunto a minacciare d'incendiarne la casa.

Nel 1652, quando Newton aveva dieci anni, il patrigno morì lasciandogli un'eredità non indifferente con cui poté pagarsi l'istruzione alla King's School, a Grantham. Alloggiava presso la famiglia Clarke, in stretta amicizia con i Newton. Sembra che abbia avuto una relazione sentimentale con Catherine Storer, figliastra del padrone di casa; probabilmente l'unica relazione sentimentale che Newton ebbe nella sua vita. Durante quel periodo aveva iniziato a costruire meridiane, clessidre ad acqua e modelli di mulini funzionanti. Alla fine del 1658 la madre lo costrinse a abbandonare gli studi e lo richiamò a casa per accudire i campi, ma si rivelò un pessimo agricoltore. Alla fine il suo maestro convinse la madre a fargli proseguire gli studi al Trinity College di Cambridge, dove si trasferì nel 1661. Come studente presso l'Università di Cambridge, Newton ha dovuto fare il cameriere alla mensa del college e prendersi cura delle stanze di altri studenti. Era un sizar, termine usato per descrivere uno studente che ha ricevuto assistenza finanziaria in cambio dello svolgimento di compiti umili.[7]

A quel tempo gli insegnamenti universitari a Cambridge erano basati su Aristotele (Filosofia e Fisica), Euclide (Matematica) e Tolomeo (Astronomia), ma Newton vi aggiunse la lettura e lo studio di pensatori moderni come Copernico, Keplero, Cartesio e Galileo. Negli anni in cui era studente a Cambridge ebbe come docenti due figure di rilievo, Isaac Barrow e Henry More, che esercitarono su di lui una forte influenza. Nel 1665 ottenne il Bachelor of Arts; nel 1666 fu eletto Junior Fellow. Nel 1668 conseguì il titolo di Master of Arts e divenne Senior Fellow.[8] Fu nominato professore lucasiano di matematica nel 1669.

MaturitàModifica

 
Isaac Newton, ritratto di Sir Godfrey Kneller (1689)

Nel 1665 dimostrò il teorema binomiale. Poco dopo il College fu chiuso per via della peste che, partita da Londra, si stava diffondendo nella zona. Newton approfittò di questa interruzione per proseguire gli studi per conto proprio. Durante un anno d'isolamento quasi assoluto scoprì, a soli 24 anni, le identità di Newton, il metodo di Newton, approssimò la serie armonica tramite i logaritmi e cominciò a sviluppare il calcolo infinitesimale.

I lavori sul calcolo infinitesimale alla metà degli anni '60 anticiparono di circa dieci anni quelli di Leibniz, ma Newton pubblicò le sue scoperte solo nel 1704, sostenendo di non aver pubblicato prima per timore di essere deriso. Dal 1699 alcuni membri della Royal Society accusarono Leibniz di plagio e cominciò una violenta contesa su chi avesse inventato il calcolo. Questa disputa amareggiò le vite di entrambi i contendenti fino alla morte di Leibniz nel 1716. Anche dopo la morte, Newton continuò a denigrare la memoria dell'avversario fino a compiacersi di avergli «spezzato il cuore».[9][10]

Dal 1670 al 1672 si occupò di ottica. Durante questo periodo studiò la rifrazione della luce dimostrando che un prisma può scomporre la luce bianca in uno spettro di colori, mentre una lente convergente e un secondo prisma possono ricomporre lo spettro in luce bianca. Da questo lavoro concluse che ogni telescopio rifrattore avrebbe sofferto della dispersione della luce in colori,[11] e inventò il telescopio riflettore per aggirare il problema.[12] Nel 1671 la Royal Society lo chiamò per una dimostrazione del suo telescopio riflettore. L'interesse suscitato lo incoraggiò a pubblicare le note On Colours (Sui colori). Quando Robert Hooke criticò alcune delle sue idee, Newton ne fu così offeso che si ritirò dal dibattito pubblico e i due rimasero nemici fino alla morte di Hooke. In una lettera a Robert Hooke del 5 febbraio 1676 scrisse

(EN)

«If I have seen further it is by standing on ye sholders of Giants»

(IT)

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti»

(Isaac Newton)

Benché questa frase, coniata nel Medioevo da Bernardo di Chartres, appaia come segno di modestia, da alcuni è ritenuta pungente: Hooke era un uomo di bassa statura e Newton potrebbe aver alluso di essersi ispirato a studiosi di statura intellettuale ben maggiore di quella di Hooke. Forse non è casuale che il testo newtoniano sulla luce (Opticks, Ottica) sia stato pubblicato solo nel 1704, un anno dopo la morte di Hooke.

La dedizione di Newton alla scienza è chiaramente dimostrata da un esperimento sull'ottica. Credendo che il colore fosse provocato dalla pressione sull'occhio, s'infilò un ago da calza nell'orbita oculare fino a quando poté stimolare il retro del suo bulbo oculare, annotando freddamente «cerchi bianchi, scuri e colorati fintanto che continuava ad agitarlo».[7]

Newton pensava che la luce fosse composta di particelle. Altri fisici, tra i quali Hooke, preferirono una spiegazione ondulatoria. Nel suo Hypothesis of Light (Ipotesi sulla luce) del 1675, Newton postulò l'esistenza dell'etere per trasmettere le forze tra le particelle. Successivamente Henry More, suo collega a Cambridge, ravvivò il suo interesse per l'alchimia, al punto che Newton sostituì la teoria dell'etere con misteriose forze d'attrazione e repulsione tra particelle, fondate su idee ermetiche. Negli anni '70 rifiutò la filosofia meccanicista cartesiana, ritenendola fonte di conseguenze teologicamente errate. Inoltre si convinse che la vera filosofia naturale non fosse da cercare nelle opere dei suoi contemporanei, ma piuttosto nelle opere dell'antica tradizione alchemica e nei libri sacri.

Ai tempi di Newton, tutti i fellow di Cambridge avevano l'obbligo di prendere gli ordini sacri entro sette anni dalla nomina. Newton fece un primo tentativo di evitare l'ordinazione cercando invano di procurarsi un posto vacante di fellow in giurisprudenza, poiché in questo caso si era esentati dall'obbligo. Verso la fine del 1674 Newton si adoperò, assieme all'amico Francis Aston, per ottenere la dispensa dall'obbligo di prendere gli ordini. Mentre Aston non riuscì nell'intento, Newton ottenne la dispensa dall'ordinazione a chierico anglicano, firmata dal re Carlo II in data 2 marzo 1675[13]. I motivi del rifiuto di Newton erano di natura teologica: essendo segretamente anti-trinitario, era di fatto eretico rispetto all'ortodossia della chiesa anglicana.

La mela, la gravità e i PrincipiaModifica

La controversia con Hooke sulla priorità nella scoperta della gravitazione universale

Hooke elaborò il principio di attrazione gravitazionale nel 1665 nel volume Micrographia. Nel 1666 collaborò alla stesura di On Gravity (Sulla Gravità) per la Royal Society, in cui compariva la trascrizione della sua conferenza sui Movimenti Planetari come Problema Meccanico, tenuta presso la Royal Society il 23 maggio 1666. Nel 1674 pubblicò le sue idee sulla gravitazione nel libro An Attempt to prove the motion of the Earth by Observations (Un tentativo di dimostrare il moto della Terra mediante osservazioni).

Nella monografia del 1674 Hooke postulò chiaramente la mutua attrazione tra il Sole e i pianeti, con una intensità che cresceva con la vicinanza fra i corpi, insieme ad un principio di inerzia lineare. Sosteneva inoltre che l’origine del moto curvilineo fosse l’azione di una forza attrattiva, ma non faceva alcuna menzione al fatto che queste attrazioni obbedissero ad una legge di proporzionalità con l'inverso del quadrato della distanza. Nel seguito, annunciava la sua "supposizione" della legge di gravitazione universale:

«Assolutamente tutti i corpi celesti possiedono un’attrazione o un potere di gravitazione verso i loro stessi centri, per cui essi attraggono non solo le loro stesse parti e le trattengono dal volar lontano da loro, come si può vedere che fa la Terra, ma essi attraggono anche tutti gli altri corpi celesti che sono nella sfera della loro attività»

(Robert Hooke, 1674)

Tale ipotesi non era tuttavia accompagnata da prove e dimostrazioni matematiche soddisfacenti. Su questo aspetto glissò, dicendo che avrebbe affrontato il problema al termine dei lavori che stava compiendo. Soltanto cinque anni dopo, il 6 gennaio 1679, Hooke suppose che l'attrazione tra due corpi raddoppiasse con il dimezzarsi della distanza tra i centri di massa dei due corpi.

Nel novembre del 1679 iniziò uno scambio di lettere con Newton, che sono state recentemente pubblicate. Hooke disse a Newton di essere stato nominato responsabile della corrispondenza per la Royal Society, e chiedeva a Newton pareri su vari argomenti tra cui la spiegazione del moto dei pianeti tramite il moto rettilineo lungo la tangente all'orbita più una forza attrattiva diretta verso il centro oppure sulle sue ipotesi riguardo alle leggi e alle cause dell'elasticità. Newton in risposta propose un esperimento "dei suoi" (di Hooke) che avrebbe potuto rivelare il movimento della Terra, consistente in un corpo inizialmente sospeso in aria, poi lasciato cadere per misurarne la deviazione dalla verticale e ipotizzò come avrebbe continuato a muoversi il corpo (con una traiettoria a spirale verso il centro), se la Terra non lo avesse fermato.

«Il 13 dicembre 1679 Newton scrisse un’importante lettera a Hooke, nella quale si può vedere che a quella data aveva raggiunto una profonda comprensione della fisica del moto causato da una forza centrale, e fornisce la prova che aveva sviluppato un metodo matematico approssimato molto efficace per calcolare le orbite per diverse forze centrali.»[14]

Nella prima edizione dei Principia (1687), l’ipotesi di Hooke sulla gravitazione universale non veniva citata. Pare che, dopo aver sentito delle rivendicazioni di priorità da parte di Hooke, Newton avesse eliminato molti riferimenti a Hooke dalle bozze del testo. In una lettera a Halley del 1686, Newton lamentava che:

«Egli [Hooke] non sapeva come metterci mano. Adesso non è invece molto elegante? I matematici che scoprono, risolvono e fanno tutto il lavoro devono accontentarsi di essere nient’altro che degli aridi calcolatori e uomini di fatica, e un altro che non fa niente, ma pretende, si accaparra tutte le cose e spazza via tutta la scoperta così come quelli che lo dovevano seguire e quelli che lo hanno preceduto.»

(Isaac Newton, 1686)

Nella seconda edizione (1713), Newton permise che il suo editore, Roger Cotes, scrivesse nella prefazione

«che la forza di gravità sia in tutti i corpi universalmente, altri lo hanno sospettato o immaginato, ma Newton è stato il primo e unico capace di dimostrarlo dai fenomeni e di renderlo un solido fondamento delle sue brillanti teorie»

(Roger Cotes, 1713)

Ma anche questa modesta concessione venne cancellata dalla terza (1726) e definitiva edizione dei Principia.

Si racconta che Newton nel 1666, il suo annus mirabilis, fosse seduto sotto un melo nella sua tenuta a Woolsthorpe, quando una mela gli cadde in testa. Ciò, secondo la leggenda diffusa da Voltaire nella quindicesima delle sue Lettere filosofiche (1733), lo fece pensare alla gravitazione e al perché la Luna non cadesse sulla Terra come la mela. Cominciò dunque a ipotizzare una forza che diminuisce con l'inverso del quadrato della distanza, come l'intensità della luce. Non tenne però conto delle perturbazioni planetarie, e di conseguenza i suoi calcoli sul moto della Luna non risultarono corretti. Deluso, smise di pensare alla gravitazione.

La storia della mela è un'esagerazione di un episodio narrato da Newton stesso, secondo il quale egli sedeva a una finestra della sua casa a Woolsthorpe, quando vide una mela cadere dall'albero. A ogni modo, si ritiene che anche questa versione sia stata inventata da Newton, per dimostrare quanto egli fosse abile a trarre ispirazione da eventi quotidiani. Uno scrittore suo contemporaneo, William Stukeley, registrò nelle sue Memoirs of Sir Isaac Newton's Life (Memorie della vita di Sir Isaac Newton) una conversazione avvenuta a Kensington un anno prima della morte di Newton, nella quale ricordava «quando, per la prima volta, la nozione di forza di gravità si formò nella sua mente. Fu causata dalla caduta di una mela, mentre sedeva in contemplazione. Perché la mela cade sempre perpendicolarmente al terreno ? pensò tra sé e sé. Perché non potrebbe cadere a lato o verso l'alto, ma sempre verso il centro della Terra ?»[15]

Nel 1679 Newton ritornò ai suoi studi sulla gravità, sulla determinazione delle orbite dei pianeti e sulle leggi di Keplero, consultandosi con Robert Hooke (si veda l'approfondimento La controversia con Hooke sulla priorità nella scoperta della gravitazione universale) e con John Flamsteed, astronomo reale. Nel 1680, dopo uno scambio epistolare con Hooke, risolse un problema astronomico fondamentale: calcolare l'orbita di un pianeta, data la forza centrale d'attrazione del Sole.

«Londra, 14 gennaio 1684. Tre insigni studiosi si ritrovano in una caffetteria per discutere di un tema scientifico di grande rilievo: sono l’architetto e matematico Christopher Wren, il fisico Robert Hooke e l’astronomo Edmond Halley, il più giovane della compagnia. Il tema dibattuto riguarda la possibilità di spiegare le leggi di Keplero dei moti planetari sulla base di una semplice forza di attrazione tra i corpi celesti. Tutti e tre sospettano che la forza sia inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i corpi, ma nessuno di loro è in grado di derivare rigorosamente da questa ipotesi le leggi scoperte da Keplero (in particolare la forma ellittica delle orbite). Wren lancia allora una sfida: regalerà un libro del valore di quaranta scellini (un premio in fin dei conti modesto) a chi gli presenterà una dimostrazione convincente».[16]

Newton avrebbe probabilmente tenuto per sé la propria scoperta del 1680, se nell'agosto 1684 Edmund Halley non fosse andato a trovarlo, chiedendogli di dimostrare che dalla legge dell'inverso del quadrato della distanza derivano le orbite ellittiche di Keplero. Newton gli rispose di aver già dimostrato tale connessione anni prima, ma di non avere sotto mano gli appunti. Tuttavia nel novembre 1684 inviò ad Halley un manoscritto di nove pagine, intitolato De motu corporum in gyrum (Sul moto dei corpi in orbita), in cui ricavava le tre leggi di Keplero.

 
Un'edizione originale dei Principia del 1687

Halley convinse Newton a pubblicare quelle carte ed egli, inserendo il manoscritto in un'opera più ampia, nel luglio 1687 diede alle stampe i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (Principi matematici della filosofia naturale), comunemente chiamati Principia. Il testo, pubblicato a spese di Halley in tre volumi, è considerato un capolavoro assoluto della storia della scienza. In esso Newton stabilì i tre principi della dinamica, che verranno rivisti solo all'inizio del XX secolo, con l'introduzione della teoria della relatività di Einstein. Egli usò il termine latino gravitas (peso) per la determinazione analitica della forza che sarebbe stata conosciuta come gravità, e definì la legge della gravitazione universale. Nella stessa opera spiegò le maree come effetto dell'attrazione gravitazionale della Luna sulle masse d'acqua degli oceani e presentò la prima determinazione analitica, basata sulla legge di Boyle, sulla velocità del suono nell'aria.

Il successo e gli ultimi anniModifica

Con i Principia, Newton venne riconosciuto internazionalmente e conquistò un circolo di ammiratori, fra cui fu importante il matematico di origini svizzere Nicolas Fatio de Duillier, con il quale stabilì un'intensa relazione che durò fino al 1693. La fine di quest'amicizia coincise con un esaurimento nervoso durante il quale Newton scrisse lettere deliranti e accusatorie ad alcuni amici, tra cui Locke. Alcuni ritengono che causa di questo esaurimento nervoso fossero i vapori di mercurio inalati durante esperimenti alchemici.[17] Per distrarlo e risollevarlo da questa crisi, nel 1696 Charles Montagu gli offrì un posto alla zecca reale.

Newton si trasferì a Londra per prendere il posto di guardiano della Zecca Reale nel 1696. Si fece carico del programma di nuova coniazione delle monete inglesi, seguendo la strada indicata da Lord Lucas e favorendo la nomina di Edmond Halley a sovraintendente della zecca di Chester. Divenne direttore della Zecca alla morte di Lucas nel 1699. Questi incarichi erano solitamente intesi come sinecure, ma Newton li prese seriamente, esercitando il suo potere per riformare la moneta e punire i falsari. Introdusse la zigrinatura del contorno delle monete in oro e argento per evitarne la limatura, finalizzata a ricavare polvere dei metalli preziosi, spendendo poi la moneta limata. La riforma monetaria di Newton anticipò il gold standard che l'Inghilterra adotterà per prima nel 1717, seguita da altre nazioni nei secoli successivi, fino all'adozione statunitense all'inizio del XX secolo. Newton stabilì un cambio fisso fra la sterlina e l'oncia d'oro ed elaborò metodi per aumentare la produttività della zecca. Riuscì in questo modo a chiudere le filiali provinciali della Banca d'Inghilterra e a tornare a una produzione centralizzata della moneta. Si dimise dai suoi incarichi, ritirandosi a Cambridge, nel 1701.

Nel 1697 gli arrivò una copia del problema della brachistocrona che Bernoulli aveva ideato come una sfida a tutti matematici d'Europa. Newton risolse il problema in una notte e inviò la risposta in forma anonima al matematico svizzero. Bernoulli capì immediatamente chi fosse il solutore del problema e disse

(LA)

«Ex ungue leonem»

(IT)

«Il leone [si riconosce] dall'artiglio»

(Johann Bernoulli)

Newton fu anche un membro del Parlamento dal 1689 al 1690 e nel 1701, ma il suo solo intervento registrato fu per lamentarsi di una corrente d'aria fredda e la richiesta che venisse chiusa la finestra. Nel 1701 Newton pubblicò anonimamente nei Philosophical Transactions of the Royal Society una legge termodinamica ora conosciuta come legge di Newton del raffreddamento. Nel 1703 divenne presidente della Royal Society e un associato della Académie des Sciences. Nella sua posizione alla Royal Society, si inimicò John Flamsteed, Astronomo reale, tentando di rubare il suo catalogo di osservazioni. Nel 1705 fu investito del titolo di cavaliere dalla Regina Anna.

 
Frontespizio della quarta edizione di Opticks

Nel 1704 pubblicò Opticks, or, a Treatise of the Reflections, Refractions, Inflections and Colours of Light (Ottica ovvero un trattato sulla riflessione, rifrazione, inflessioni e colori della luce), composto da tre libri e apparso dapprima in lingua inglese e, nel 1706, in latino.

Newton non si sposò mai, né ebbe figli riconosciuti. Le sue cospicue sostanze vennero ereditate da una nipote. Morì a Kensington, Londra, all'età di 84 anni il 20 marzo 1726 secondo il calendario giuliano, ossia il 31 marzo 1727[2][3] del calendario gregoriano, e fu sepolto otto giorni dopo nell'Abbazia di Westminster. Voltaire, che era presente al funerale, disse che era stato sepolto come un re. Per lui Alexander Pope scrisse un famoso poemetto che comincia così:

(EN)

«Nature and nature's laws lay hid in night;
God said: «Let Newton be!», and all was light
»

(IT)

«La natura e le leggi della natura giacevano nascoste nella notte;
Dio disse: «Che Newton sia!», e luce fu
»

(Alexander Pope)

Invece sulla tomba fu inciso l'epitaffio:

(LA)

«Sibi gratulentur mortales tale tantumque exstitisse humani generis decus»

(IT)

«Si rallegrino i mortali perché è esistito un tale e così grande onore del genere umano»

Dopo la morte, il corpo fu riesumato e fu trovata un'alta quantità di mercurio nei suoi capelli, probabilmente per via dei numerosi esperimenti di alchimia.[18]

Personalità e peculiaritàModifica

 
Tomba di Newton a Westminster

Newton era a detta di molti un uomo scorbutico e sgradevole, tanto che si era sparsa la notizia - diffusa ancor oggi, sebbene il suo amico William Stukeley l'abbia smentita[19] - che egli avesse riso solo una volta in vita sua: quando uno studente gli chiese se valesse la pena di studiare gli Elementi di Euclide[20]. Era paranoico e temeva la povertà e le critiche degli altri. Fu inoltre litigioso e si imbarcò in dispute accanite con molti suoi contemporanei come Hooke, Leibniz o Flamsteed.

Temeva, con fondati motivi, che le sue convinzioni religiose eretiche potessero causargli problemi e per questo tenne segreti i suoi scritti su tali argomenti. Pubblicò molto tardi o non pubblicò anche gran parte dei suoi scritti scientifici, probabilmente temendo delle critiche. Alcuni ritengono che fosse guidato da convinzioni molto vicine al pitagorismo e al neoplatonismo, oltre che al neostoicismo,[21] e che considerasse il sapere come bene da condividere solo tra pochi eletti.[22]

Forse per i suoi interessi alchemici è stato più volte accostato a presunte organizzazioni segrete come la setta dei Rosacroce e il fantomatico Priorato di Sion (di cui si dice che sia stato anche grande maestro). Era vegetariano e a questa sua scelta etica si ispirò la critica alle crudeltà sugli animali contenuta negli Elementi della filosofia di Newton (1738) di Voltaire.[23]

Newton era forse omosessuale[24] o asessuale.[25] Ebbe probabilmente una sola relazione sentimentale con una donna, Catherine Storer, quando era ancora un ragazzo[26] e una probabile infatuazione, quando era sulla cinquantina, per Nicolas Fatio de Duillier. Non si sposò mai ed è opinione diffusa che morì vergine, come affermarono figure quali il matematico Charles Hutton[27], l'economista John Maynard Keynes[28] e il fisico Carl Sagan.[29] Voltaire, che presenziò al funerale di Newton, affermò che tale notizia gli era stata confermata «dal medico e dal chirurgo che erano con lui quando morì»[30]; inoltre nel 1733 il filosofo francese ribadì che Newton «non aveva né passioni né debolezze» e che «non si era mai avvicinato a nessuna donna».[31][32]

Contributi scientificiModifica

MatematicaModifica

La disputa Newton-Leibniz sulla paternità del calcolo infinitesimale
 
Gottfried Wilhelm Leibniz

In un carteggio con Leibniz del 1677 Newton rivelò sotto forma cifrata il principio fondamentale del suo calcolo differenziale. Leibniz rispose spiegando i principi dei suoi lavori in questo campo.

La disputa ebbe inizio nel 1695 quando Wallis riferì a Newton che in Europa il calcolo era considerato un'invenzione del matematico tedesco. Successivamente, durante il suo soggiorno a Londra, Leibniz fu accusato di aver plagiato Newton. Egli allora si appellò alla Royal Society nel 1704 chiedendo giustizia.

Nel 1708 il fisico Keill difese vigorosamente Newton in un articolo su un giornale. Per via dell'insistenza di Leibniz, la Royal Society nominò una commissione incaricata di studiare la questione. Sembra che Newton, nella sua carica di presidente, abbia influito sulla scelta della commissione. Ovviamente dunque questa diede ragione a Newton sostenendo la sua paternità dell'invenzione del calcolo e accusando Leibniz di plagio. Probabilmente Newton stesso redasse il rapporto finale senza firmarlo. Nel 1712 venne pubblicato il carteggio di cinquant'anni prima riguardante il calcolo intitolato Commercium epistolicum.

Leibniz si scagliò violentemente contro Newton mettendo in discussione la paternità della teoria della gravitazione universale e la sua ortodossia religiosa, accusandolo di appartenere alla setta dei Rosacroce. Newton rispose a tono e la disputa coinvolse la maggior parte dei matematici del tempo trasformandosi in un vero e proprio caso diplomatico che tra l'altro ostacolò la diffusione delle teorie newtoniane nel continente. Ancora nel 1726, dieci anni dopo la morte di Leibniz, Newton eliminò dai Principia ogni accenno al fatto che i due avessero sviluppato indipendentemente il calcolo infinitesimale.

Oggi gli storici della scienza tendono a riconoscere a Newton una priorità nelle applicazioni fisico-meccaniche del calcolo, e a Leibniz una priorità sugli aspetti logico-matematici e sui simboli usati per derivate e integrali.[33]

Gli studi storici e filologici hanno anche messo in evidenza il grande contributo dato all'invenzione del calcolo sia dai matematici precedenti Newton e Leibniz, sia i contributi essenziali dei matematici successivi, fra cui i Bernoulli, Eulero, e altri.

Nel periodo della sua giovinezza Newton si dedicò alla matematica pura, anche se essa gli serviva prevalentemente per risolvere problemi fisici. In questo campo si dedicò soprattutto all'analisi scoprendo alcune formule per il calcolo di pi greco e l'espansione in serie del logaritmo naturale, ossia le serie di Mercator, e trovò un metodo per approssimare le serie armonica tramite i logaritmi. Scoprì poi le identità di Newton e il metodo di Newton. Una delle sue scoperte più importanti, pubblicata per la prima volta da Wallis nella sua Algebra del 1685, fu il teorema binomiale: una formula che consente di elevare a una qualsiasi potenza un binomio.

Tuttavia Newton in matematica è noto soprattutto per l'invenzione, indipendentemente da Leibniz, del calcolo infinitesimale. Anche se questa scoperta era fondata su basi poco chiare e rigorose avrebbe avuto un'importanza fondamentale per lo sviluppo, non solo della matematica ma anche della fisica. Questa invenzione era stata preannunciata già da matematici come Wallis, Barrow, Fermat, Torricelli e Cavalieri, ma solo con Newton e Leibniz essa assunse la forma che rimase canonica negli sviluppi successivi.

Newton e Leibniz ripresero e svilupparono un metodo scoperto circa cinquanta anni prima da Fermat per trovare i massimi e i minimi di una funzione attraverso la sua derivata.[34] A differenza di molti suoi contemporanei Newton applicò questo procedimento anche alle funzioni trascendenti, anche se il concetto di limite non era affatto definito all'epoca. Egli usava infatti nei suoi scritti privati termini ambigui come «flussione» o «infinitesimo». Newton si rese conto che «il problema delle tangenti» e quello «delle quadrature» erano uno l'inverso dell'altro ossia che la derivazione era l'inverso dell'integrazione. Per la verità passi importanti verso la dimostrazione di questo teorema, che non a caso è noto come teorema di Torricelli Barrow, erano già stati compiuti, ma il contributo di Newton fu di grande importanza. Grazie alle sue scoperte Newton ottenne alcune serie che esprimevano varie funzioni come una somma infinita di termini; per esempio la serie di Mercator, come già accennato.

Uno dei maggiori contributi di Newton nel campo della matematica consiste nell'introduzione del "metodo delle flussioni", ossia del calcolo differenziale e integrale, espresso mediante simboli algebrici. La pubblicazione di questi studi, nel 1704, provocò un'aspra controversia con Leibniz circa la priorità dell'invenzione del calcolo differenziale, controversia che non si placò neppure con la morte di Leibniz.

Principi della dinamicaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Philosophiae Naturalis Principia Mathematica.

L'opera più influente di Newton fu senza dubbio Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (Principi matematici della filosofia naturale). La pubblicazione, avvenuta nel 1687, è considerata sia come data di nascita della meccanica classica, sia come atto conclusivo della rivoluzione scientifica. Per la prima volta la meccanica è trattata in modo sistematico e geometrico-matematico, anche se per la sua formulazione mediante l'analisi matematica si dovranno attendere le opere di meccanica del XVIII secolo, a cominciare con quelle di Eulero. L'opera è divisa in tre libri: i primi due riguardano la matematica, applicata ai moti dei corpi nel vuoto e nei mezzi resistenti come l'aria o l'acqua. Nel terzo libro, De Mundi Systemate (Sul sistema del mondo), Newton presentò la sua cosmologia, basata sull'idea che i pianeti si muovono nello spazio vuoto, attratti verso il Sole da una forza inversamente proporzionale al quadrato della distanza. Mentre l'effetto di tale forza viene illustrato nei dettagli, la sua causa rimane misteriosa.

Nei Principi Newton tratta lo spazio e il tempo come enti assoluti ma, come già aveva fatto Galilei, riconosce in una certa misura la relatività del moto. Egli dice infatti che il moto assoluto si deve misurare rispettivamente a dei punti immobili ma che, come scrive nei Principia:

«Non esistono luoghi immobili salvo quelli che dall'infinito e per l'infinito conservano, gli uni rispetto agli altri, determinate posizioni; e così rimangono sempre immobili e costituiscono lo spazio che chiamiamo immobile[35]»

In una lettera a Richard Bentley del luglio 1691[36] Newton fornisce alcune indicazioni sui testi da leggere per comprendere i Principi e conclude:

«Alla prima lettura del mio libro è sufficiente che tu capisca le proposizioni con alcune delle dimostrazioni più facili del resto. Così capirai più facilmente quello che verrà in seguito e questo ti illuminerà nelle parti più difficili. Dopo aver letto le prime 60 pagine [le prime tre sezioni], passa al terzo libro e quando hai colto il senso puoi tornare indietro alle proposizioni che avresti il desiderio di conoscere o esaminare, o sfoglia tutto il libro se lo ritieni opportuno.»

(Isaac Newton, 1691)
 Lo stesso argomento in dettaglio: Principi della dinamica.
 
Copia della prima edizione dei Principia appartenuta a Newton, contenente alcune correzioni di sua mano in vista della seconda edizione del 1713.

Nel primo e nel secondo volume Newton dà alcune importanti definizioni (la massa viene definita come "quantità di materia" e così via) e continua esponendo le tre fondamentali leggi del moto valide, seppur con qualche piccola modifica, anche oggi:[37]

  1. Primo principio (di inerzia) Ogni corpo persevera nello stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, a meno che non sia costretto a cambiare da forze impresse a mutare questo stato (principio di inerzia)
  2. Secondo principio (variazione del moto) Il cambiamento di moto è proporzionale alla forza motrice impressa e avviene secondo la linea retta lungo la quale la forza è stata impressa (ossia,  )
  3. Terzo principio (di azione e reazione) A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Da notare che il termine "azione e reazione" potrebbe trarre in inganno poiché, si potrebbe pensare che data un'azione (forza applicata) verrà in seguito generata una reazione ad essa (una forza opposta). Tutte le forze applicate invece, iniziano ad esistere esattamente nello stesso istante e non in sequenza.

Nessuno prima di Newton aveva esposto questi principi in modo così chiaro e conciso. A queste leggi seguono alcuni corollari come per esempio la regola del parallelogramma per le forze, secondo cui due forze oblique si sommano con una risultante che è pari alla diagonale del parallelogramma che ha per lati le due forze.[38] Dopo ciò Newton comincia a descrivere il moto dei corpi, ad analizzare casi particolari e a enunciare teoremi sul movimento. Il tutto è trattato geometricamente senza far ricorso al calcolo infinitesimale la cui scoperta voleva ancora tenere segreta, né tanto meno al "metodo degli indivisibili" anche se riconosce esplicitamente che in questo modo potrebbero essere trattate in modo più semplice.

Il primo libro dei Principia è chiamato Sul moto dei corpi ed è dedicato allo studio della dinamica dei corpi liberi, immersi nel vuoto ed è formato da 14 sezioni. Sono trattati i problemi del moto di un punto materiale soggetto a una forza centripeta, che descrive nei diversi casi orbite circolari, ellittiche, paraboliche o iperboliche. Si tratta soprattutto di problemi astronomici legati alla determinazione del moto di pianeti attorno al Sole, dei satelliti attorno ai pianeti o del moto delle comete.[39]

Nel secondo libro dei Principia viene trattato il moto di un corpo in un fluido resistente. Questo libro espone le leggi dell'idrostatica e dell'idrodinamica classica. Anche se in questa sezione Newton compie qualche errore, i risultati raggiunti sono notevoli. Per esempio Newton, grazie alla legge di Boyle, ottiene un valore, seppur impreciso, per la velocità del suono. Sono esposti nel 2º libro anche difficili teoremi dinamici sul moto di un pianeta immerso in un fluido. Il motivo di questi teoremi è dovuto al fatto che al tempo di Newton la fisica Cartesiana non prevedeva l'esistenza del vuoto e quindi si considerava che i pianeti e i satelliti si potessero muovere solo in un fluido esteso negli spazi celesti. Newton dovette quindi trattare questi teoremi nel 2º libro. Nel capitolo conclusivo poi Newton dimostra che la fisica cartesiana è incompatibile con questi teoremi e con i risultati sperimentali desunti dalle osservazioni astronomiche. Egli dimostra quindi che la sua forza di gravitazione universale è una forza che agisce a distanza e che si trasmette nel vuoto e che i pianeti non sono spinti dai vortici corporei, come invece riteneva Cartesio.[40]

Legge di gravitazione universaleModifica

Nel terzo libro dei Principia, chiamato Sul sistema del mondo Newton espone la legge di gravitazione universale che agisce, secondo Newton, in ogni luogo e per ogni corpo. La forza di attrazione gravitazionale su un corpo di massa m, generata dal campo gravitazionale di un corpo di massa M, è data da:

 

dove   è il vettore che congiunge i centri di massa (da M a m), e G è la costante di gravitazione universale che fu determinata sperimentalmente solo da Henry Cavendish nel 1798. Si precisa che Newton non pubblica nel 3º libro la legge di gravitazione nella formula algebrica sopraindicata, ma la illustra con una serie di teoremi o proposizioni relativi al moto dei pianeti.[41]

La formula sopraindicata sarà poi espressa nei trattati successivi, in particolare quelli compilati dal matematico svizzero-tedesco Leonhard Euler, dalla matematica francese Émilie du Châtelet e dai successivi trattati di Meccanica razionale e Astronomia. Sulle cause di questa attrazione Newton (almeno nei suori scritti) non si pronunciò. Egli adottò la celebre frase Hypotheses non fingo, con cui evidenziava l'intenzione di limitarsi a dare una spiegazione del fenomeno e la scelta di non formulare ipotesi sulle cause scatenanti.

La forma della legge di gravitazione universale non era nuova (era stata enunciata, per esempio, da Ismaël Boulliau nel 1645 e poi ripresa, tra gli altri, da Halley e Robert Hooke), ma Newton per primo dimostrò come, attraverso la legge di gravitazione universale, si possano calcolare le orbite dei pianeti (o di qualsiasi altro corpo), scoprendo così che esse possono essere anche paraboliche e iperboliche e che dall'ipotesi della gravitazione possono essere derivate le leggi di Keplero. Successivamente spiegò esaurientemente il moto delle comete.

In questo volume Newton compie l'unificazione tra la fisica galileiana e l'astronomia di Keplero. Infatti lo scienziato inglese riconduce a un'unica causa la legge di gravitazione universale, le leggi di Keplero e quelle della caduta dei gravi. Questo risultato ha un'importanza cruciale in quanto Newton unifica i moti del cielo e della terra aprendo così la via a una moltitudine di applicazioni che sarebbero poi state sviluppate appieno da molti altri scienziati.

Grazie a questa teoria, descritta compiutamente nei Philosophiae naturalis principia mathematica, il mondo veniva presentato come una sorta di enorme macchina, il cui comportamento poteva essere spiegato e in buona parte previsto in base a pochi principi teorici. La nozione di gravitazione universale, ossia di azione istantanea a distanza, incontrò comunque una fortissima opposizione da parte di Leibniz e dei cartesiani, che vedevano in essa un elemento di forte sapore metafisico, essendo detti filosofi convinti che l'unico modo di un corpo per influire su un altro fosse quello del contatto diretto.

OtticaModifica

 
Dispersione di un raggio di luce in un prisma

Newton studiò la dispersione ottica di un raggio di luce bianca che attraversa un prisma di vetro e si scompone nei vari colori. Si accorse per primo che cambiando la direzione dei raggi colorati con una lente, in modo che convergessero in un secondo prisma, si riotteneva la luce bianca. Invece isolando un raggio colorato e facendolo passare per un prisma esso rimaneva invariato. Newton concluse che la luce bianca era formata dalla combinazione di vari colori. Gli studi sulla natura della luce portarono Newton a capovolgere la teoria di Hooke, secondo il quale i colori derivavano dalla rifrazione sui diversi materiali. Newton affermò invece che il colore non è una qualità dei corpi bensì della luce stessa. Dopo alcuni dubbi iniziali, egli divenne un convinto sostenitore della teoria corpuscolare della luce. In base a tale concezione, la luce è costituita da microscopiche particelle che vengono lanciate dalla sorgente in tutte le direzioni e con velocità elevatissima. Le ricerche di Newton sulla luce sono raccolte in tre libri chiamati Opticks. In essi vengono descritte le leggi dell'ottica geometrica e i fenomeni della riflessione e della rifrazione. Vi si afferma anche che a ciascun colore corrisponde un diverso indice di rifrazione e che la luce bianca del Sole può essere scomposta, mediante prismi, nei sette colori dello spettro che la compongono.

 
Il telescopio riflettore costruito da Newton

Newton analizzò anche quelli che oggi sono detti anelli di Newton (descritti anche da Robert Hooke nella sua Micrographia del 1664) e concluse che gli aloni colorati che si vedevano nei telescopi di allora fossero dovuti alla rifrazione della luce bianca (fenomeno chiamato aberrazione cromatica). Per ovviare a questo problema Newton costruì un telescopio riflettore che usa un grande specchio concavo per far convergere i raggi luminosi in un altro specchietto più piccolo inclinato di 45° così che esso li diriga nell'oculare. Per via dello specchio concavo l'immagine dell'oggetto è notevolmente ingrandita senza la benché minima aberrazione cromatica. Newton stesso costruì degli esemplari di questo telescopio che risultarono più piccoli e potenti degli altri telescopi di allora.

Più complesse furono le teorie che azzardò per spiegare i fenomeni luminosi secondo le quali nello spazio era diffusa una sostanza "finissima" chiamata etere. Secondo Newton la luce avrebbe riscaldato l'etere facendolo vibrare mentre esso avrebbe rifratto la luce. Newton aggiungeva che la luce avrebbe subito accelerazioni e decelerazioni per via delle variazioni di densità di questo mezzo. Tra l'altro alle variazioni di densità di questo presunto etere Newton, (pur non assumendo nessuna posizione pubblica) attribuiva la gravità, pur non essendo molto sicuro di questa supposizione.

In questa teoria la luce appariva come formata da corpuscoli. Dopo che vari esperimenti ne accertarono la natura ondulatoria, le sue ipotesi furono abbandonate e si preferirono quelle di Hooke e Huygens. Oggi tuttavia la meccanica quantistica parla di dualismo onda-particella, anche se il modello di fotone accettato dalla scienza moderna si discosta notevolmente dal modello corpuscolare di Newton.

Il metodo scientificoModifica

Il metodo newtoniano, fondamentale nell'evoluzione delle sue scoperte scientifiche, consisteva, secondo il pensatore, in due parti fondamentali, ovvero un procedimento analitico, che procede dagli effetti alle cause, a cui succede un procedimento sintetico, che consiste nell'assumere le cause generali individuate come ragione dei fenomeni che ne derivano. A questi due procedimenti Newton applica quattro regole fondamentali, da lui così definite:

  • non dobbiamo ammettere spiegazioni superflue;
  • a uguali fenomeni corrispondono uguali cause;
  • le qualità uguali di corpi diversi debbono essere ritenute universali di tutti i corpi;
  • proposizioni inferite per induzione in seguito a esperimenti debbono essere considerate, vere fino a prova contraria.

Questa ultima regola può essere ricollegata alla celebre affermazione di Newton, «Hypotheses non fingo», in base alla quale il filosofo si ripromette di rifiutare qualsiasi spiegazione della natura che prescinda da una solida verifica sperimentale; non fingo ipotesi significa perciò l'impegno a non assumere alcuna ipotesi che non sia stata indotta da una rigida concatenazione di esperimenti e ragionamenti basati sulla relazione di causa e effetto. Ne restano perciò escluse tutte quelle "finte" ipotesi scientifiche sui fenomeni, proclamate, fino a quel momento, dalla metafisica.

Altri interessi culturaliModifica

 
Statua di Isaac Newton, Cappella del Trinity College, Cambridge

Scritti alchemiciModifica

Newton dedicò molto tempo anche all'alchimia: in un'epoca in cui i principi della chimica non erano chiari, egli cercava di indagare sulla natura delle sostanze rifacendosi a tradizioni ermetiche ed effettuando esperimenti mirati a studiare ipotesi successivamente rivelatesi prive di fondamento scientifico. John Maynard Keynes, che acquisì molti degli scritti di Newton sull'alchimia, scrisse che «Newton non fu il primo dell'età della ragione: fu l'ultimo dei maghi».[42] L'interesse di Newton nell'alchimia non può essere isolato dai suoi contributi alla scienza. Se non avesse creduto nell'idea occulta dell'azione a distanza, attraverso il vuoto, probabilmente non avrebbe sviluppato la sua teoria sulla gravità. Lo scienziato trascorreva il settembre di ogni anno immerso nelle pratiche alchemiche, il cui metallo prediletto era il mercurio. I suoi esaurimenti nervosi ed eccentricità furono attribuiti in seguito ai sintomi psichici e neurologici dell'avvelenamento da mercurio, o, in alternativa, a un disturbo bipolare.[7]

Newton cominciò a interessarsi di alchimia a seguito dello studio di Robert Boyle. Un altro dei punti di riferimento per la riflessione alchemica di Newton fu l'alchimista americano George Starkey, la cui opera principale, l'Introitus, fu studiata da Newton nella sua traduzione inglese del 1669, intitolata Secrets Reveal'd. Anche il circolo dei chemical philosophers, guidato da Samuel Hartlib e dallo stesso Starkey furono un catalizzatore della curiosità di Newton verso l'alchimia.

L'apice della riflessione alchemica di Newton viene raggiunto con il saggio intitolato Praxis, scritto nel 1693. Il trattato è suddiviso in una prima parte teorica di esplorazione della simbologia alchemica, seguito da una sezione dedicata all'attività pratica dell'alchimia. Quest'ultima parte dà il nome all'intero saggio. Praxis non venne mai pubblicato in vita,[43] e dopo la sua composizione il coinvolgimento di Newton nell'alchimia andò scemando.[44] Da un manoscritto lasciato inedito sappiamo che Newton non considerava l'alchimia come qualcosa di diverso dalle scienze esatte. La sua volontà era di dedicarsi allo studio di processi come la crescita e la vegetazione per capire appunto lo spirito vegetativo che sta alla base della crescita, concetto questo molto legato agli studi alchemici.

Scritti di esegesi biblica e anti-trinitariModifica

Newton si interessò molto anche di religione. Un'analisi di tutti gli scritti di Newton rivela che di circa 3.600.000 parole solo 1.000.000 furono dedicate alle scienze, mentre circa 1.400.000 furono dedicate a soggetti religiosi[45]

La convinzione di Henry More, filosofo britannico appartenente alla scuola platonica di Cambridge, sull'infinitezza dell'universo potrebbe avere influenzato le idee religiose di Newton, che fu considerato un precursore del deismo settecentesco per la sua fede in un Dio creatore immobile e trascendente dell'universo. Tale idea informò il metodo newtoniano, in particolare per il postulato di semplicità e uniformità dell'universo. Egli credeva che i testi biblici fossero opera divina, ma considerava Dio come un demiurgo, un "orologiaio" dell'Universo. Vedeva come prova dell'esistenza di questo Essere la complessità dei moti planetari. Scrisse in una lettera a Richard Bentley:

(EN)

«the motions which the Planets now have could not spring from any naturall cause alone but were imprest by an intelligent Agent»

(IT)

«i movimenti dei pianeti non avrebbero potuto originare solo da una causa naturale, ma furono impressi da un Essere intelligente»

(Newton, lettera a Richard Bentley del 10 dicembre 1692)

Negli anni sessanta del XVII secolo, Newton scrisse numerosi opuscoli religiosi sulla interpretazione letterale della Bibbia. Credeva che in vari punti il testo del libro fosse stato forzato e falsificato e si adoperò in ogni misura per riuscire a trovare il significato originale del libro. Studiando la Bibbia Newton arrivò alla conclusione che il dogma trinitario fosse un'invenzione posteriore. In An Historical Account of Two Notable Corruptions of Scripture, pubblicata la prima volta nel 1754, ventisette anni dopo la sua morte, prese in esame tutte le prove testuali ottenibili da fonti antiche su due passi della Bibbia: I Giovanni 5:7 e I Timoteo 3:16 per dimostrare l'inesistenza scritturale della dottrina trinitaria[46]. Un manoscritto che egli inviò a John Locke nel quale metteva in discussione l'esistenza della Trinità non fu mai pubblicato.

Newton si dimostra estremamente scettico nei confronti sia della Chiesa cattolica, sia di quella anglicana, basando le sue convinzioni religiose sull'unicità di Dio e sull'antitrinitarismo.[47] Nel maggio 1687 si oppose ai provvedimenti filo-cattolici che Giacomo II volle imporre all'Università di Cambridge.[48]

Scritti sulla cronologia biblica e l'escatologiaModifica

Nel Trattato sull'Apocalisse si riserva di applicare il metodo scientifico dei Principia con un metodo ermeneutico simile per lo scritto attribuito a San Giovanni, deducendo assiomi e regole uniformi per decidere l'interpretazione migliore e più fedele alla lettera del testo, con lo stesso metodo e perciò con lo stesso grado di evidenza e certezza che i Principia permettono di ottenere nella scelta dell'interpretazione migliore di un dato sperimentale. Nel testo sostiene che l'oscurità e impenetrabilità dei testi è nei piani di Dio, il quale all'avvicinarsi del tempo apocalittico suggerirà a qualche credente quella verità storica che è rimasta ignota per secoli anche alle persone più dotte che hanno tentato di interpretarla:

«E se Dio fu così adirato con gli Ebrei perché non avevano esaminato più diligentemente le profezie che egli aveva dato loro per riconoscere Cristo, perché dovremmo pensare che ci scuserà se non esamineremo le profezie che ci ha dato per riconoscere l'Anticristo? Poiché certamente aderire all'Anticristo deve essere per i cristiani un errore tanto pericoloso e tanto facile quanto lo fu per gli Ebrei rifiutare Cristo. E perciò è tanto nostro dovere sforzarci di essere in grado di riconoscerlo, noi che possiamo evitarlo, quanto lo fu il loro di riconoscere Cristo che potevano seguire»

(I. Newton, Trattato sull'Apocalisse, a cura di M. Mamiani, Bollati e Boringhieri, Torino, 1994, p. 7)

In un manoscritto redatto nel 1704 nel quale descrive i suoi tentativi di estrarre informazioni scientifiche dalla Bibbia, stimò che la fine del mondo sarebbe avvenuta nell'anno 2060.[49][50]. Basandosi sulla profezia di Daniele, Newton calcola che la Seconda venuta di Cristo avverrà non prima del 2060, vale dire 1.260 anni (in Daniele 7:25, 1260 giorni equivale a 1260 anni, interpretazione condivisa da varie confessioni; e anche Apocalisse 11.3 il ministero dei due profeti dura 1260 giorni) dopo l'incoronazione di Carlo Magno nell'800[51]., in realtà tali calcoli sono frutto di considerazioni private e interpretazioni arbitrarie dei riferimenti cronologici dei testi biblici, in quanto per lo scienziato la data a cui fa riferimento è una data minima, tenendo anche conto della data di partenza presa per effettuare il calcolo. I suoi lavori più tardi – The Chronology of Ancient Kingdoms Amended (1728) e Observations Upon the Prophecies of Daniel and the Apocalypse of St. John (1733) – furono pubblicati dopo la sua morte. Egli riteneva che le sue ricerche più impegnative fossero quelle dedicate agli studi della cronologia antica: il suo metodo, del tutto originale, si basava sull'applicazione del fenomeno della precessione degli equinozi per la datazione degli eventi storici[52]

Influenza sui posteriModifica

 
Newton ritratto da William Blake come il "Divin Geometra"

Le idee di Newton ebbero una rapida diffusione in Inghilterra anche grazie a persone come Edmund Halley. Così non fu per il continente europeo, nel quale ebbero diffusione più lenta.

Soprattutto in Francia, rimase a lungo diffusa la teoria cartesiana dei vortici che, rispetto a quella di Newton, aveva il vantaggio di essere comprensibile intuitivamente e senza l'uso della matematica. Inoltre la gravità era giudicata dai cartesiani come una forza occulta. Voltaire, nelle Lettere filosofiche (1733) e negli Elementi della filosofia di Newton (1738), si dimostrò un difensore di Newton; il successo di questi scritti contribuì non poco all'accettazione delle teorie newtoniane in Francia. Nel 1737 Francesco Algarotti pubblicò Il newtonianesimo per le dame, prima opera divulgativa delle teorie di Newton.

 
Progetto del cenotafio di Newton (interno)

L'esperimento decisivo venne compiuto nel 1736. Dato che le teorie newtoniane prevedevano che la Terra fosse schiacciata ai poli mentre quelle cartesiane prevedevano che fosse allungata, nel 1735 partirono due spedizioni per verificare la forma effettiva della Terra, una diretta in Perù e l'altra in Scandinavia. Il risultato dell'esperimento fu inequivocabile: la Terra è schiacciata ai poli come Newton aveva previsto. Poco dopo altri risultati sperimentali (come l'apparizione della cometa di Halley nel 1759, prevista da Halley in base alle teorie newtoniane) confermarono la teoria newtoniana, facendo definitivamente cadere quella cartesiana. La meccanica celeste divenne in seguito, grazie ai lavori di Eulero, D'Alambert, Joseph-Louis Lagrange e Laplace, straordinariamente precisa. Nel 1846, grazie ai calcoli di John Couch Adams e Urbain Le Verrier, l'astronomo Johann Galle riuscì a scoprire il pianeta Nettuno.

Nell'immaginario popolare Newton divenne l'eroe intellettuale per eccellenza, colui che aveva ricondotto la Natura a puri principi razionali abbandonando cause occulte. Concezione questa sbagliata in quanto Newton fu anche un alchimista, ma che ebbe vasta importanza. Il filosofo tedesco Immanuel Kant fu influenzato dalla visione newtoniana del mondo. L'ammirazione per Newton è ben testimoniata dai vari omaggi che molti artisti gli fecero: il poemetto di Alexander Pope e il suo epitaffio, il quadro di William Blake che lo rappresenta come divino geometra e il progetto utopistico di Étienne-Louis Boullée del suo cenotafio (1784). Quest'ultimo ebbe a dire «O Newton, come con la vastità della tua sapienza e la sublimità del tuo genio hai determinato la forma della terra, così ho concepito l'idea di racchiuderti nella tua stessa scoperta.»

A Newton sono stati intitolati un cratere sulla Luna[53] e uno su Marte[54].

Nel XX secolo, la concezione newtoniana dello spazio e del tempo è stata superata. Nella teoria della relatività di Albert Einstein lo spazio e il tempo assoluti non esistono, sostituiti dallo spazio-tempo. Ciò comporta dei cambiamenti nelle leggi del moto e della meccanica che, per velocità molto inferiori alla velocità della luce (c = 299792458 m/s), sono tuttavia praticamente impercettibili.

OpereModifica

 
Un pendolo di Newton sopra un volume dei Principia
Pubblicate mentre era in vita
  • De analysi per aequationes numero terminorum infinitas (scritto nel 1669, ma pubblicato nel 1711)
  • De motu corporum in gyrum (1684)
  • Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1687)
  • Scala graduum Caloris. Calorum Descriptiones & signa (pubblicato anonimo nel 1701)
  • Opticks (1704)
  • Tractatus de quadratura curvarum (scritto nel 1665 e pubblicato 1704)
  • Arithmetica Universalis (1707)
Scritti postumi
  • Praxis (scritto nel 1693)
  • Optical Lectures (Lezioni di ottica del 1669-1671, pubblicate 1728)
  • The System of the World (Il sistema del mondo 1728)
  • Universal Arithmetic (1728)
  • Observation upon the Prophecies of Daniel and Apocalypse of St. John (1733)
  • Method of Fluxions (scritto nel 1711 e pubblicato nel 1736)
  • The Chronology of Ancient Kingdoms, Amended (1728).
  • An Historical Account of Two Notable Corruptions of Scripture (1754)
  • Four Letters from Isaac Newton to Doctor Bentley Containing Some Arguments in Proof of a Deity (1756)
  • Short Chronicle

I manoscritti segreti di Newton, di carattere teologico e iniziatico (in primis il Trattato sull'Apocalisse[55]), vennero messi all'asta (Sotheby's) nel 1939 dai suoi eredi. L'economista inglese John Maynard Keynes ne acquistò una buona metà, che lasciò al King's College di Cambridge. L'altra parte venne acquistata dall'orientalista ebreo Abraham Salomon Ezekiel Yahuda, e donata in seguito allo Stato d'Israele, che a sua volta li affidò alla Biblioteca Nazionale di Gerusalemme.

Tutti i manoscritti noti di Newton sull'alchimia sono in corso di pubblicazione dal 2004 sul sito The Chymistry of Isaac Newton (un progetto dell'Indiana University). William R. Newman ha esposto i risultati delle ricerche nel suo libro Newton the Alchemist Science, Enigma, and the Quest for Nature's "Secret Fire".[56]

Edizioni e traduzioniModifica

Edizioni antiche
Traduzioni in inglese
  • Isaac Newton, The Principia: a new Translation, I. Bernard Cohen, University of California, 1999 ISBN 0-520-08817-4.
  • Isaac Newton, Papers and Letters in Natural Philosophy. Harvard, a cura di I. Bernard Cohen, 1958, 1978 ISBN 0-674-46853-8.
Traduzioni in italiano
  • Isaac Newton, Gottfried Wilhelm von Leibniz, La disputa Leibniz-Newton sull'analisi, a cura di Gianfranco Cantelli, Torino, Boringhieri, 1958.
  • Isaac Newton, Sistema del mondo, a cura di Marcella Renzoni, Torino, Boringhieri, 1959.
  • Isaac Newton, Principi Matematici della filosofia naturale, vol. I, nella collana Classici della scienza, Torino Utet, prima edizione 1965, ristampa 1997.
  • Isaac Newton, Scritti di ottica, vol. II, nella collana Classici della scienza, Torino Utet, prima edizione 1978, ristampa 1997.
  • Isaac Newton, Trattato sull'Apocalisse, a cura di Maurizio Mamiani, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, ristampa 2011.
  • Isaac Newton, La mente nascosta dell'imperatore. Manoscritti storico-religiosi e filosofico-scientifici di Isaac Newton, Novi Ligure, Città del Silenzio, 2016.
  • Isaac Newton, Cronologia emendata degli antichi regni, a cura di Alessio A. Miglietta, Aicurzio (MI), Virtuosa-Mente, 2016.
  • Isaac Newton, Scritti sulla luce e i colori, a cura di Franco Giudice, Milano, Rizzoli BUR, 2016.
  • Isaac Newton, Principi matematici della filosofia naturale, a cura di Franco Giudice, Torino, Einaudi, 2018.

NoteModifica

  1. ^ a b Data secondo il calendario giuliano a quel tempo vigente in Inghilterra. Secondo il calendario gregoriano, a quel tempo già adottato nei paesi cattolici e in vigore in Inghilterra dal 1752, Isaac Newton è invece nato il 4 gennaio 1643. La differenza tra i due calendari era, al tempo della nascita di Newton, di 10 giorni mentre attualmente è di 13 giorni. Infatti il calendario gregoriano guadagna un giorno rispetto a quello giuliano ogni volta che "salta" l'anno bisestile: così la differenza, che era di 10 giorni nel 1582, è diventata di 11 giorni nel 1700, di 12 nel 1800, di 13 nel 1900; sarà di 14 giorni nel 2100, di 15 nel 2200 e così via.
  2. ^ a b Data secondo il calendario giuliano a quel tempo vigente in Inghilterra. Secondo il calendario gregoriano, a quel tempo già adottato nei paesi cattolici e in vigore in Inghilterra dal 1752, Isaac Newton è invece morto il 31 marzo 1727. La differenza tra i due calendari era, al tempo della morte di Newton, di 11 giorni mentre attualmente è di 13 giorni. Infatti il calendario gregoriano guadagna un giorno rispetto a quello giuliano ogni volta che "salta" l'anno bisestile: così la differenza, che era di 10 giorni nel 1582, è diventata di 11 giorni nel 1700, di 12 nel 1800, di 13 nel 1900; sarà di 14 giorni nel 2100, di 15 nel 2200 e così via. Inoltre l'anno nuovo giuliano iniziava il giorno dell'Annunciazione (25 marzo) anziché il 1º gennaio. Quindi, secondo il calendario giuliano, Newton morì nel 1726, cinque giorni prima del capodanno 1727.
  3. ^ a b Calendrical confusion or just when did Newton die?
  4. ^ Albert Einstein, "Über einen die Erzeugung und Verwandlung des Lichtes betreffenden heuristischen Gesichtspunkt" (Su un punto di vista euristico riguardo alla produzione e alla trasformazione della luce), Annalen der Physik, vol. 332, 1905, pp. 132-148.
  5. ^ Martyn Lyons, Storia della lettura e della scrittura nel mondo occidentale, traduzione di Guido Lagomarsino, Editrice bibliografica, p. 155.
  6. ^ Rob Iliffe, Newton - Il sacerdote della natura, 2019, pp. 2-3
  7. ^ a b c Isaac Newton morì vergine e altri nove fatti circa il geniale e bizzarro fisico
  8. ^ Anna Rita Longo (a cura di), Isaac Newton - Il calcolo infinitesimale e la gravitazione, Edizioni White Star, Novara 2017, p. 24, ISBN 978-88-540-3608-6.
  9. ^ Ernest Peter Fisher, Aristotele, Einstein e gli altri, 1997, pp. 145-146.
  10. ^ Stephen Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri, 2007, p. 201.
  11. ^ Solo quando divennero disponibili vetri con diverse proprietà rifrattive fu possibile costruire delle lenti acromatiche
  12. ^ Acta Eruditorum, Leipzig, 1742, p. 33.
  13. ^ Rob Iliffe, Newton - Il sacerdote della natura, 2019, pp. 130-132
  14. ^ Marco Fulvio Barozzi, Hooke vs. Newton, su keespopinga.blogspot.com, 27 marzo 2016. URL consultato il 20 luglio 2021.
  15. ^ Newton e la mela caduta da un albero - Pubblicata sul Web la storia originale, su lastampa.it. URL consultato il 19 luglio 2021.
  16. ^ Vincenzo Barone, da Il Sole 24ore, Da una scommessa di pochi scellini l'embrione dei Principia di Newton, su palesementeparlando.wordpress.com, 17 giugno 2018. URL consultato il 20 luglio 2021.
  17. ^ James Gleick, Isaac Newton, 2003, pp. 136-137.
  18. ^ "Newton, Isaac (1642–1727)". Eric Weisstein's World of Biography
  19. ^ Piergiorgio Odifreddi, Il matematico impertinente, Longanesi, Milano, 2005, pag. 273
  20. ^ Ernest Peter Fisher, Aristotele, Einstein e gli altri, 1997, p. 139.
  21. ^ Alessio A. Miglietta, Newton nell'orto degli Stoici, in Anthropos & Iatria, XIX, n. 1, Genova, Nova Scripta, gennaio 2015, pp. 63-77.
  22. ^ Alessio A. Miglietta, Lo sguardo e il silenzio. Le ragioni del Newton più occulto, in Anthropos & Iatria, XVIII, n. 1, Genova, Nova Scripta, gennaio 2014, pp. 42-54.
  23. ^ Erica Joy Mannucci, La cena di Pitagora, Carocci editore, Roma 2008, p 80.
  24. ^ Copia archiviata, su lgxserver.uniba.it. URL consultato l'8 febbraio 2014 (archiviato dall'url originale il 2 giugno 2013).
  25. ^ Esperto psicologo: l'asessualità è cosa normale
  26. ^ Isaac Newton: Celibate or Closet Homosexual?
  27. ^ Charles Hutton, A Philosophical and Mathematical Dictionary Containing... Memoirs of the Lives and Writings of the Most Eminent Authors, Volume 2, pag. 100
  28. ^ John Maynard Keynes, Newton, the Man, Università di St. Andrews
  29. ^ Carl Sagan, Cosmos, New York, Random House, 1980, pag. 55
  30. ^ Letters on England, 14, pp. 68-70
  31. ^ Gjertsen, Derek (1986), The Newton Handbook, Taylor & Francis, p. 105
  32. ^ Patricia Fara, Newton: The Making of Genius, Pan Macmillan, 2011
  33. ^ Si vedano i giudizi espressi nel saggio di Ludovico Geymonat Storia e filosofia dell'analisi infinitesimale, Torino 1947 e ristampa 2008 alle pag. 73 e pagg. 139-140. Si veda inoltre quanto indicato nello studio di G.Castelnuovo Le origini del calcolo infinitesimale nell'era moderna, Bologna 1938 e ristampa 1962 a pag. 118. Importante anche il giudizio di M.Kline nella Storia del pensiero matematico, vol. 1, New York 1972 e traduzione Einaudi 1999 alle pagg. 443-444.
  34. ^ La prima formulazione di questo metodo da parte di Pierre Fermat è chiaramente illustrata nella sua opera metodo per trovare i massimi e minimi delle tangenti alle linee curve edito a Tolosa nel 1637. Vedi in proposito: Geymonat, Storia e filosofia dell'analisi infinitesimale, Torino 2008, pagg. 107-110.
  35. ^ Paolo Rossi (a cura di), Storia della scienza vol. 1 pag. 427, 2006.
  36. ^ The Correspondence of Isaac Newton a cura di H. W. Turnbull, J. F. Scott, A. R. Hall, Cambridge, Cambridge University Press, 1959-1977 (sette volumi), III volume, pp. 155-156, anche in Andrew Janiak (ed.), Newton: Philosophical Writings, Cambridge, Cambridge University Press, 2014 (revised edition), pp. 119-120
  37. ^ La formulazione dei principi della meccanica di Newton è contenuta nel capitolo iniziale Assiomi o leggi del movimento del trattato Principia del 1687. Per esempio si può consultare la pubblicazione: Newton, Principi Matematici della filosofia naturale, nei Classici della scienza, Torino Utet, 1997 (pagg. 117-119).
  38. ^ La legge del parallelogramma delle forze di Newton è contenuta nel capitolo Assiomi o leggi del movimento del trattato Principia del 1687. Vedi Newton, Principi Matematici della filosofia naturale, nei Classici della scienza, Torino Utet, 1997 (pagg. 120-122).
  39. ^ Nel primo volume dei Principia sono particolarmente significative le sezioni II e III in cui si svolge la ricerca delle forze centripete per i corpi che descrivono orbite circolari, ellittiche, paraboliche o iperboliche. Vedi Newton, Principi matematici della filosofia naturale, nei Classici della scienza, Torino Utet, 1997 (pagg. 159-193).
  40. ^ Questa tesi interpretativa è espressa da Alberto Pala nell'introduzione al 2º libro dei Principi Matematici della filosofia naturale, nei Classici della scienza, Torino Utet, 1997 (pagg. 399-402).
  41. ^ Si vedano le Proposizioni sul moto dei pianeti del 3º libro nella edizione dei Principi Matematici della filosofia naturale, collana Classici della scienza, Torino Utet, 1997 (pagg. 622-636).
  42. ^ "Newton was not the first of the age of reason. He was the last of the magicians", Newton, the Man (1946), ristampato nel decimo volume di The Collected Writings of John Maynard Keynes, Cambridge, Cambridge University Press, 1951 (seconda edizione), pp. 363-374.
  43. ^ Smith.
  44. ^ Copenhaver, p. 497.
  45. ^ The Correspondence of Isaac Newton, a cura di H. W. Turnbull, F.R.S. Cambridge 1961, Vol. 1, pag. XVII.
  46. ^ An Historical Account of Two Notable Corruptions of Scripture, di Sir Isaac Newton, Londra, 1830, pag. 60 riporta questo giudizio di Newton a conclusione della sua analisi sulla dottrina trinitaria:Pertanto il senso è chiaro e semplice, e l'argomento esauriente e vigoroso; ma se vi inserite la testimonianza dei 'Tre in Cielo' lo interrompete e lo rovinate.
  47. ^ Sull'anti-cattolicelismo di Newton: Rob Iliffe, "Those "Whose Business It Is To Cavill": Newton's Anti-Catholicism", in James E. Force, Richard H. Popkin (eds.), Newton and Religion.Context, Nature, and Influence, Dordrecht, Springer, 1999, pp. 97-120; sul suo antitrinitarismo: James E. Force, "Newton's God of Dominion: The Unity of Newton's Theological, Scientific, and Political Thought," in idem &d Richard H. Popkin (eds.), Essays on the Context, Nature, and Influence of Isaac Newton's Theology, Dordrecht, Kluwer, 1990), pp. 75-102 e Stephen D. Snobelen, " "God of gods, and Lord of lords". The Theology of Isaac Newton's General Scholium to the Principia", Osiris, Vol. 16, Science in Theistic Contexts: Cognitive Dimensions, 2001, pp. 169-208.
  48. ^ Giacomo II, cattolico, voleva nominare a Cambridge un monaco benedettino, Alban Francis. Si veda: A. Rupert Hall, "The Francis Affair Reconsidered", Notes and Records of the Royal Society of London, Vol. 49, 1995, pp. 179-184.
  49. ^ The Hebrew University of Jerusalem - Isaac Newton's manuscripts on apocalypse, Solomon's temple to be exhibited for first time at Hebrew U.
  50. ^ Corriere.it - La fine del mondo secondo Newton
  51. ^ Il segreto di Newton. dal 2060 possibile la fine del mondo, Corriere della Sera, 19 giugno 2007, pag. 22
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BibliografiaModifica

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  • Paolo Casini, "Hypotheses non fingo. Tra Newton e Kant", Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2006.
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  • Ernest Peter Fisher. Aristotele, Einstein e gli altri. Raffaello Cortina Editore.
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  • Niccolò Guicciardini, I grandi della scienza, Newton un filosofo della natura e il sistema del mondo, Gruppo editoriale Le Scienze 1998.
  • Niccolò Guicciardini, Newton, Carocci, Roma, 2011.
  • Stephen Hawking (a cura di). On the Shoulders of Giants: The Great Works of Physics and Astronomy. ISBN 0-7624-1698-X. Brani tratti dai Principia di Newton nel contesto di altri scritti selezionati di Copernico, Keplero, Galileo ed Einstein.
  • Rob Iliffe, Newton. Il sacerdote della natura, Ulrico Hoepli Editore, 2019, ISBN 978-88-203-9082-2.
  • Jean-Pierre Luminet, La parrucca di Newton, Roma, La Lepre edizioni, 2011.
  • John Maynard Keynes. Essays in Biography. W W Norton & Co, 1963. Paperback, ASIN 039300189X. Keynes si interessò molto a Newton e possedette diversi dei suoi scritti privati.
  • Jean-Pierre Maury, Newton e la meccanica celeste, Universale Electa Gallimard, 1995, ISBN 978-88-445-0062-7.
  • Piergiorgio Odifreddi, Isaac Newton, La gravità la luce e i colori del mondo, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2012.
  • Paolo Rossi (diretta da). Storia della scienza, Torino, UTET, 1988, vol. 1. (Capitolo XV: Enrico Bellone, Isaac Newton, pp. 419–447).
  • Richard S. Westfall, Newton, 2 voll., a cura di Aldo Serafini, Biblioteca di cultura storica n.179, Torino, Einaudi, 1989. [L'edizione paperback della grandiosa biografia di Westfall che apparve in lingua inglese col titolo Never at Rest: A Biography of Isaac Newton, Cambridge University Press, 1980].

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