Storia del cristianesimo in età antica

Dalla morte di Cristo all'anno 395

1leftarrow blue.svgVoce principale: Storia del cristianesimo.

La storia del cristianesimo in età antica riguarda l'evoluzione e la diffusione del cristianesimo dalle sue origini, solitamente fatte coincidere con la nascita della prima comunità di Gerusalemme intorno agli anni 40 del I secolo, fino alla caduta dell'impero romano d'Occidente (476). Sebbene i primi "cristiani" fossero tutti di origine ebraica, ben presto iniziarono ad essere convertiti anche i pagani e la nuova religione, anche grazie all'opera missionaria di Paolo di Tarso, iniziò a diffondersi per tutto l'impero romano. Nei primi secoli, i fedeli di questa nuova religione vennero visti con sospetto dalla maggioranza della popolazione pagana, venendo spesso accusati ingiustamente ed utilizzati come capro espiatorio, fino a subire vere e proprie persecuzioni che, intervallate da periodi di pace, continuarono da quella messa in atto da Nerone nel 64 fino agli inizi del IV secolo. Nonostante ciò, il cristianesimo andò a diffondersi in tutte le grandi città dell'impero seguendo le principali vie commerciali. L'indipendenza di ogni comunità fu un terreno fertile affinché nascessero al loro interno delle difformità dottrinali, come nel II secolo quando si affermarono lo gnosticismo cristiano e il montanismo. In risposta, grazie al lavoro di alcuni teologi come Ireneo di Lione, iniziò a formarsi il concetto di "ortodossia" contrapposto a quello di "eresia". Nonostante ciò, il cristianesimo dei primi secoli fu spesso lacerato da divisioni interne, come quella sorta nell'affrontare il problema dei lapsi, ovvero coloro che avevano abiurato per salvarsi dalle sanguinose persecuzioni.

Stele funeraria con l'iscrizione in lingua greca ΙΧΘΥϹ ΖΩΝΤΩΝ (traslitterazione icthys zōntōn; traduzione letterale: "Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore dei viventi"). Risalente agli inizi del III secolo, è una delle prime iscrizioni cristiane conosciute. Museo Nazionale Romano

Un punto di svolta si ebbe con l'imperatore Costantino che con l'Editto di Milano del 313 andò a confermare l'Editto di Serdica con cui il cristianesimo diveniva religio licita ovvero un culto riconosciuto ed ammesso dall'Impero. Da questo momento in poi i fedeli poterono uscire dalla semiclandestinità, iniziarono ad essere costruiti luoghi di culto dedicati (prima i luoghi di riunione erano le domus ecclesiae, case private) e i battezzati crebbero costantemente di numero. Ciò però non mise fine alle divisioni interne, spesso dovute a divergenze dottrinali. Fu proprio negli anni di Costantino che il presbitero Ario dette vita ad una corrente detta arianesimo che lacerò profondamente l'universo cristiano. Per tentare di ricomporre la frattura, lo stesso imperatore Costantino convocò nel 325 a Nicea il primo concilio ecumenico della storia che elaborò il credo ancora oggi, seppur con qualche modifica, utilizzato nella liturgia. Nonostante la condanna dell'arianesimo da parte del concilio, questo non scomparve ma, anzi, continuò a diffondersi creando disordini per tutto il IV secolo e oltre.

I e II secoloModifica

Origini del cristianesimo ed età apostolicaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Origini del cristianesimo ed Età apostolica.
 
L'antica provincia romana di Giudea al tempo di Gesù e degli Apostoli.

Sebbene tra gli studiosi non ci sia unanime certezza su quando far risalire la nascita del cristianesimo,[1] con sufficiente approssimazione si possono individuare le sue origini nella predicazione e negli atti di Gesù, che agli occhi dei suoi seguaci e dei suoi discepoli, rappresentò la realizzazione delle aspettative messianiche presenti nella tradizione del pensiero e degli scritti sacri della civiltà ebraica.[2]

Secondo quanto racconta il libro gli Atti degli Apostoli, parte del nuovo Testamento e principale fonte storica delle prime comunità, a pochi anni dalla morte di Gesù, avvenuta tra il 26 e il 36, il gruppo dei suoi discepoli si ricompose a Gerusalemme sotto la guida dei dodici apostoli, ricostituitosi nel numero dopo la morte di Giuda Iscariota.[3] Sempre secondo gli Atti, questa comunità di fedeli doveva contare alcune migliaia di ebrei.

Questa prima giovane comunità era composta esclusivamente da ebrei e dall'ebraismo prese molteplici elementi: le sue Sacre Scritture, dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un Messia o Cristo, forme del culto, concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere adeguato al modello celeste, l'uso dei Salmi nelle preghiere comuni.[4][5][6] I primi fedeli si riunivano collettivamente in preghiera e per celebrare i due riti: il battesimo e la benedizione del pane.[7] Sebbene siano tutti ebrei, al loro interno si differenziano i giudei ellenizzati e giudei dai costumi ebraici, tuttavia senza che ciò comporti complicazioni tra di essi.[8] Secondo gli Atti, ai dodici apostoli, vennero affiancati sette diaconi scelti tra il gruppo degli ellenisti con lo scopo di provvedere alle necessità materiali e di carità,[9] ma ben presto anche loro iniziarono a predicare. Uno di loro, il diacono Stefano, è annoverato per essere il primo martire condannato alla lapidazione con l'accusa di blasfemia.[10][11]

 
Il Papiro 29, il frammento più antico degli Atti degli Apostoli, la principale fonte per la storia del cristianesimo in età apostolica

Gli Atti raccontano che il primo convertito pagano alla fede in Gesù fu il centurione Cornelio di Antiochia, battezzato dall'apostolo Pietro.[12] Con tale conversione si dette inizio al problema relativo all'accettazione all'interno della comunità di fedeli non circoncisi, quali erano coloro che provenivano dal paganesimo e non dall'ebraismo.[13] Nel frattempo, stavano già sorgendo le prime comunità a Roma, Damasco, Samaria, Fenicia e a Cipro. Sembra che ad Antiochia venne per la prima volta utilizzato il termine “cristiani”.[14][15]

Intorno al 49-52, si tenne il concilio di Gerusalemme, un'importante riunione dei più alti esponenti del cristianesimo dell'epoca. Presieduto dalle “colonne” della Chiesa di Gerusalemme (Pietro, Giovanni e Giacomo), il concilio venne chiamato a dare una prima organizzazione alla missione di diffondere il messaggio di Gesù tra le genti. Venne, innanzitutto, risolta la questione su come trattare i pagani convertiti al cristianesimo decidendo che ad essi non dovesse venire imposta la legge mosaica, comprensiva dell'obbligo di circoncisione.[16]

Venne, inoltre, affidata ai discepoli gerosolimitani (della Chiesa di Gerusalemme), l'apostolato verso le comunità giudaiche, mentre a Paolo di Tarso, ebreo con cittadinanza romana convertitosi intorno al 35-37,[17] vennero assegnati i “gentili”, ossia persone di origine non ebraica, spesso pagani. Fu proprio grazie a quest'ultimo e ai suoi instancabili viaggi missionari in Asia e in Europa, oltre che alle sue numerose lettere inviate alle neonate comunità, che il cristianesimo si estese velocemente nelle popolazioni di di cultura greca e romana e in taluni casi arrivando a raggiungere alte personalità dell'amministrazione pubblica.[18]

Il cristianesimo inizia a diffondersiModifica

 
Conversione di san Paolo di Caravaggio. I viaggi di San Paolo furono determinanti per la diffusione del cristianesimo tra i gentili

Come detto, Paolo viaggiò molto con lo scopo di diffondere il nuovo Credo: nel 39-40 aveva percorso Cipro e l'Asia minore meridionale, nel 50 aveva raggiunto la Macedonia, la Grecia, i Corinzi, intorno al 54 visitò la regione intorno a Efeso, mentre verso il 58 intraprese un lungo viaggio via mare che lo condurrà a Roma.[19] A questo punto il cristianesimo aveva oramai definitivamente abbandonato i confini della Palestina per estendersi a gran parte dell'Impero romano. Tra i primi centri più importanti della nuova religione vi furono Antiochia, Damasco, Cirene, Alessandria, Efeso, Corinto, Cipro ed infine, la capitale dell'impero, Roma.[20][21] Contestualmente, i pagani convertiti al cristianesimo divennero numericamente nettamente superiori a quelli giudeo-cristiani (provenienti dall'ebraismo) che, messi in minoranza, non poterono più contrapporsi nel delineamento di regole e dottrina.[22]

L'affermazione del cristianesimo dei pagani convertiti venne aiutata anche dalla crisi del giudaismo, i cui seguaci erano stati obbligati a dover riorganizzare le proprie strutture e basi religiose dopo la crisi successiva alla distruzione del Tempio di Gerusalemme avvenuta nel 70. Gli storici indicano col termine "Grande Chiesa" l'insieme delle comunità derivate dai vari apostoli (sia quelli di Gerusalemme che quelli legati a Paolo di Tarso) che più avanti confluirono nella Chiesa cattolica (nel senso proprio di "universale") del primo millennio cristiano, per distinguerle dai gruppi marginali d'ispirazione cristiana, che elaborarono dottrine che non furono accettate dalla maggioranza, come gli ebioniti, gli gnostici o i marcioniti.

Prime comunità e prime persecuzioniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Primi centri del cristianesimo e Primi martiri della Chiesa romana.
 
Pagina del papiro 46 contenente un brano della Seconda lettera ai Corinzi,[23] datato attorno al 200. Nelle 104 pagine conservatesi sono contenuti ampi frammenti, principalmente appartenenti alle lettere paoline. Rappresenta il più antico manoscritto relativo all'apostolo Paolo di Tarso.

Le prime comunità cristiane nacquero, dunque, all'intero del giudaismo palestinese per poi raggiungere anche i pagani greci e romani. Queste erano prive di una propria organizzazione e di una struttura istituzionale. Anche tra di esse vi erano sostanziali differenze dovute alle varie correnti, differenze che le rendevano parte di una costellazione di gruppi relativamente eterogenei. Tra i pochi elementi in comune tra di essi vi era il totale abbandono degli idoli, il ricorso al battesimo come rito di liberazione dal peccato e come segno tangibile di appartenenza alla comunità. Questi primi primi cristiani erano una minoranza della società del tempo, spesso isolata, nonostante che essi si considerassero il fulcro del movimento che avrebbe condotto l'umanità verso la salvezza.[24] Sebbene sia sicuro che la maggioranza dei primi cristiani appartenesse alle classi sociali più povere ed emarginate, una certa penetrazione tra la popolazione più abbiente fu comunque un fenomeno certo.[N 1][25]

Queste prime comunità cristiane incontrarono presto l'ostilità del mondo esterno. Secondo quanto riportato dagli Atti degli Apostoli, in particolare, le autorità ebraiche di Gerusalemme avversarono fin dall'inizio i primi cristiani e tentarono con vari mezzi di impedirne la predicazione accusandoli di eresia e bestemmia. Tra le vittime di queste prime persecuzioni vi furono Stefano e l'apostolo Giacomo, mentre Pietro si salvò fuggendo da Gerusalemme. Paolo nelle sue lettere racconta di essere stato più volte frustato, bastonato e una volta lapidato. Durante la seconda guerra giudaica i cristiani vennero accusati di non aver preso parte alla ribellione contro i romani ,scatenando una sanguinosa repressione contro di loro.[26][27] Una volta uscita dai confini del giudaismo, la neonata religione cristiana si trovò a confrontarsi anche con la religione romana, dovendo “inserirsi in un ordinamento politico che poneva determinate richieste religiose di tipo totalitario”.[28] I romani consideravano il loro impero universale e definitivo, la politica era strettamente correlata con la religione e l'imperatore aveva oramai assunto una personalità quasi divina.[28] Per i cittadini romani, le vicissitudini dello stato e la volontà degli idei erano inseparabili e da essi dipendeva la sorte dell'impero.[29] E' chiaro che la presenza delle comunità cristiane che si sottraevano ai tradizionali e obbligatori rituali era per molti vista come una minaccia alla Pax deorum, la situazione di concordia tra divinità e cittadini su cui si basavano le fortune dei romani.[30]

I cristiani, visti spesso come dei diversi e degli atei, dovettero spesso esiliarsi dalla vita pubblica rinunciando a partecipare a feste e spettacoli che, oltre ad essere avvenimenti di svago, erano anche intrisi di significati religiosi pagani. Portando motivazioni morali e religiose, rifiutavano anche il servizio nell'Esercito romano.[31] Al cristianesimo i pagani imputavano il fallimento dei matrimoni, la divisione delle famiglie, l'abbandono delle tradizioni degli antenati.[32]

La persecuzione di Nerone, riportata anche da Tacito, scoppiò nel 64 quando i cristiani furono accusati di avere appiccato il Grande incendio di Roma che distrusse gran parte della città. Secondo la tradizione, sebbene non vi siano prove concrete ma nemmeno motivi per ritenerlo un falso, in questa persecuzione furono martirizzati gli apostoli Pietro e Paolo.[33][34]

Alcuni decenni più tardi Domiziano istituì il culto obbligatorio dell'imperatore condannando a morte molti cristiani che si rifiutarono di accettare tali imposizioni. Nei successivi due secoli il cristianesimo rimase sempre formalmente una religione illecita punibile con le massime pene. Tuttavia, almeno fino alla metà del III secolo, essi non vennero ricercati attivamente e questo consentì la progressione della loro diffusione, sebbene in comunità clandestine. Erano perlopiù vittime di singoli attacchi violenti, spesso assecondati dalle autorità locali e spesso dopo averli utilizzati come capri espiatori e perseguitati solo dopo singole denunce.

Sviluppo del canone neotestamentarioModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Vangeli e Nuovo testamento.
 
Conclusione del Vangelo secondo Luca dal Codex Alexandrinus (400-440)

Molto probabilmente, nelle prime comunità cristiane la trasmissione del racconto della vita e dell'insegnamento di Gesù avveniva prevalentemente per via orale,[35] tuttavia è altresì probabile che ben presto iniziarono a circolare alcuni scritti, in aramaico o ebraico per i giudeo-cristiani e in greco per gli ellenisti e pagani, per la catechesi e per le prime liturgie. Fu da questi primi scritti che, tra il 60 e il 100, si iniziò un lavoro di raccolta ed organizzazione che portò alla realizzazione dei testi che che prendono il nome di “vangeli”. Non è certo con precisione quando ciò iniziò, sebbene gli studiosi moderni identifichino nel cosiddetto “vangelo di Marco” uno dei primi, se non il primo (priorità marciana), ritenendolo risalente a poco dopo il 70, anche se vi sono proposte di datazioni leggermente anteriori o posteriori.[36]

complice la vasta diffusione geografica delle comunità e delle loro differenze, a Marco dovettero seguire ulteriori produzioni e raccolte, talvolta teologicamente distanti tra di loro volti a colmare alcune lacune presenti nei testi precedenti. E' il caso, ad esempio, dei vangeli dell'infanzia, come il protovangelo di Giacomo o il vangelo di Tommaso, che raccontano la vita di Gesù antecedente al suo ministero.[37] Il proliferare dei testi portò ad un contestuale processo di selezione che durò decenni e di cui non si sa con precisione quando venne definitivamente accettato in tutte le comunità dell'epoca. Per avere un primo accenno ai quattro vangeli canonici riconosciuti ancora oggi nel canone della Bibbia dalla Chiesa cattolica (i tre vangeli sinottici di Marco, Luca, Matteo e Giovanni, scritti tra il I e il II secolo da autori ignoti) si ebbe nel 150 in Giustino,[38] a cui seguì il lavoro di Ireneo di Lione che sviluppò la sua teoria sul canone verso il 180.[39] La lista di tutti i 27 libri che compongono il Nuovo Testamento si affermò solamente tra il IV e il V secolo.[40] Il cristallizzarsi di una "ortodossia" all'interno della Chiesa porterà, successivamente, ad abbandonare tutti i testi non rientranti nel canone, considerati eretici e apocrifi, di cui si perderà memoria con il declino delle comunità cristiane che ad essi si ispiravano.[41]

Liturgia e struttura nelle prime comunitàModifica

Sia da testi contenuti nel canone del Nuovo Testamento, come le lettere pastorali e la prima e la seconda lettera di San Pietro, nonché dal testo della Dottrina dei dodici apostoli, conosciamo alcuni aspetti liturgici ed organizzativi delle prime comunità. Secondo tali testimonianze, i fedeli usavano riunirsi con una certa frequenza e durante le riunioni si procedeva con l'esecuzione di canti liturgici, con la preghiera e con la consumazione di un pasto comunitario; tra i convenuti all'assemblea era rituale scambiarsi un bacio fraterno. Il rito di ammissione alla comunità era sempre il battesimo. Tra i fedeli si distinguevano diverse figure che soddisfacevano ai bisogni organizzativi del gruppo: vi erano i “diaconi” addetti alle funzioni più materiali, i maestri, il consiglio degli anziani (o presbiteri) che reggeva il gruppo stesso e i presbiteri supervisori (o episcopi) a cui spettavano compiti di guida di una comunità più ampia.[42]

Distacco dal giudaismoModifica

Come è stato detto, i primi discepoli di Gesù furono ebrei che avevano riconosciuto in lui la figura del messia atteso e che costituirono all'interno de giudaismo stesso una sorta di gruppo definibile come giudeo-cristianesimo. all'interno del mondo cristiano, questi vennero messi ben presto in minoranza a seguito della diffusione del cristianesimo tra i pagani di cultura ellenistica.[43]

Tale processo venne accentuato dalla crisi del mondo ebraico scaturita dalle sconfitte colte nelle guerre giudaiche e in particolare dopo la disfatta della rivolta guidata da Simon Bar Kokheba nella terza guerra giudaica (132-135). Dopo questi fatti, all'interno dell'ebraismo si estinsero molte dei partiti che lo avevano guidato per tutto il primo secolo, ad eccezione di quello dei farisei, che sopravvisse dando origine all'ebraismo rabbinico, e quello dei giudeo cristiani che, tuttavia, andò sempre di più ad allontanarsi, dalle sue origine giudaiche, in parte confondendosi nel cristianesimo di matrice ellenistica, in parte dando origine a nuove sette come gli ebioniti, i nazareni, gli elcasaiti, spesso considerati come eretici o scismatici dalla "Grande Chiesa" cristiana che andava a costituirsi. Pertanto, dal II secolo il processo di distacco del cristianesimo dalla sua origine ebraica era oramai completato.[44]

Tra II e III secolo: le comunità si organizzanoModifica

Diffusione del cristianesimoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Primi centri del cristianesimo e Diffusione del cristianesimo in epoca precostantiniana.
 
Diffusione del cristianesimo verso la fine del III secolo

Grazie a predicatori itineranti e, probabilmente, ai mercanti, per tutto il III secolo il cristianesimo continuò a diffondersi nelle sinagoghe ellenistiche dei principali centri urbani dell'impero; in ciò anche la traduzione dei vangeli nelle diverse lingue locali fu un elemento fondamentale. Tale processo non fu tuttavia continuo ma dovette affrontare bruschi rallentamenti in occasione delle persecuzioni che causavano l'abbandono dal cristianesimo di molti fedeli ad accelerazioni nei tempi di pace. E' comunque difficile ricostruire con esattezza le tappe e la portata di tale diffusione, potendo solo tracciare a grandi linee le sue caratteristiche.[45]

Certamente nel III secolo il cristianesimo raggiunse solamente le popolazioni delle grandi città dell'epoca, mentre le campagne furono oggetto di una vasta evangelizzazione solo nei decenni successivi. La diffusione, inoltre, seguì le principali rotte marine, le vie fluviali e la fitta e celebre rete di strade romane. Così, una delle vie di propagazione principale fu quella che da Alessandria d'Egitto portava all'Ellesponto, attraversando l'Egitto, la Palestina, Tarso, Mileto, Efeso e Smirne. Da qui le predicazioni poterono continuare verso l'entroterra anatolico della Frigia, della Lidia e della Caria dove si costituirono tra i più importanti centri cristiani dell'epoca come quelli di Listra, Iconio, Antiochia di Pisidia, Colossi, Laodicea, Gerapoli, Sardi. Da questi centri, poi, il cristianesimo poté diffondersi ulteriormente arrivando a raggiungere l'impero partico e sassanide.[46]

Un'altra importante via fu quella che da Alessandria giungeva fino allo stretto di Gibilterra, attraversando l'Africa del nord e la Numidia, comunità che si dimostrarono particolarmente accoglienti al messaggio cristiano come quelle di Creta, Cefalonia, Malta, Sicilia. Da qui l’evangelizzazione poté poi, in maniera particolare tra la fine del II secolo e l'inizio del successivo, raggiungere la Gallia e la Spagna.[47][48]

La divulgazione del messaggio cristiano venne accompagnata anche da un consolidamento delle comunità già esistenti attraverso i primi sinodi locali, come quello di Cartagine tra il 218 e il 222 a cui presenziarono ben 70 vescovi, quello del 240 presieduto da Donato con 90 vescovi, quello di Italia organizzato contro l'antipapa Novaziano.[49]

Riguardo all'appartenenza sociale, gli storici concordano che gran parte dei cristiani del III secolo appartenevano al "ceto medio" della stratificazione sociale dell'epoca costituito da liberti, mercanti, artigiani e perlopiù lavoratori manuali. Non mancarono, tuttavia, rari casi di conversione di senatori e schiavi. Molte furono le donne, agevolate dal fatto che fossero escluse da professioni come quelle militari o di insegnamento che presentavano non pochi problemi per chi volesse convertirsi.[50][51]

Persecuzioni e letteratura apologeticaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Persecuzione dei cristiani nell'Impero romano e Persecuzione dei cristiani sotto Marco Aurelio.
 
Martirio di santa Blandina, Attalo e altri cristiani di Lione

Seppur in modo discontinuo e con notevoli differenze a seconda dei luoghi, per tutto il II secolio i cristiani continuarono a subire persecuzioni. Sono, infatti, stati registrati casi di martiri sotto gli imperatori Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo.[52] Particolarmente sanguinose furono le persecuzioni avvenute sotto l'imperatore Marco Aurelio, in cui trovarono la morte, tra gli altri, i 12 Martiri scillitani, il vescovo di Smirne Policarpo, il filosofo e apologeta Giustino e, nel 177, i 48 Martiri di Lione. [53]

Tuttavia queste eventi appaiono privi di quella sistematicità che si riscontrerà a partire dalla metà del secolo successivo, ma sembrano più episodi singoli, spesso legati a situazioni locali. L'origine di tali persecuzioni è da ricercare nella visione che i romani pagani avevano dei cristiani, visti con sospetto per via delle loro adunanze di preghiera non pubbliche, venivano accusati di attentare al mos maiorum. I cristiani costituivano un gruppo separato all'interno della società dell'epoca, rifiutando di prendere parte a giochi, spettacoli e cerimonie, tutti eventi molto popolari ma che presentavano un forte connotato religioso pagano. Spesso calunniati (misantropia, incesto, antropofagia erano alcune delle accuse più frequenti), furono a volte utilizzati come capro espiatorio per egli eventi nefasti.[54]

Ai pagani “i cristiani dovevano apparire come coloro che avevano turbato la pace di una provincia o di una città col sottrarre agli dei le onoranze dovute e scatenando, per contraccolpo, la lori ira, come dimostravano le varie piaghe, naturali o sociali, che affiggevano l'impero”.[55] Esplicativo, il carteggio intercorso, intorno a 112, tra il legatus augustus Plinio il Giovane e l'imperatore Traiano dove il primo chiede consiglio su come comportarsi con il cristianesimo (definito superstitionem pravam et immodicam[N 2]) i cui fedeli rifiutavano di invocare e sacrificare agli dei.[56] La risposta di Traiano sarà quella di punire i cristiani solo a seguito di denuncia, se riconosciuti colpevoli e se avranno rifiutato di sacrificare agli dei; a tale disposizione si atterranno anche i successivi imperatori fino al III secolo.[57]

In risposta a tali accuse, a partire dai primi decenni del II secolo iniziò una vasta produzione letteraria apologetica che raggiunse i suoi massimi esempi con Quadrato di Atene (il quale affermava che i Miracoli di Gesù erano veri, non illusioni, e i loro effetti durarono anche dopo il suo abbandono della Terra [58], Aristide Marciano, Giustino, l'Oratio adversus Graecos di Taziano il Siro, la Supplica di Atenagora di Atene, Melitone di Sardi, l'Apologia ad Autolico di Teofilo di Antiochia (il più antico scritto a noi pervenuto a utilizzare il termine “Trinità”.[59] Con tutte queste opere, gli autori cristiani, non solo cercarono di dare risposta a tutte le incriminazioni mosse contro la loro fede, ma tentarono di “accreditare il cristianesimo come vero garante religioso dell'impero” al posto delle antiche tradizioni pagane.[60]

Prime divergenze: gnosticismo e montanismoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Gnosticismo e Montanismo.

Nel II secolo l'universo cristiano si presentava assai variegato, con molte comunità sparse su di un vasto territorio, ognuna delle quali indipendente dalle altre. Le stesse comunità locali erano talvolta frammentante al loro interno in piccoli gruppi, organizzati indipendentemente, sia amministrativamente che nelle questioni legate al culto. Non è pertanto difficile pensare che all'interno del cristianesimo nascessero divergenze dottrinali, spesso sostanziai. Uno dei casi più eclatanti fu la penetrazione nel cristianesimo dello gnosticismo, un movimento filosofico religioso già presente da tempo nel mondo ellenistico greco-romano, che dette vita ad una corrente definibile come "gnosticismo cristiano". Tradizionalmente si fa risalire lo gnosticismo cristiano a Simon Mago, citato negli Atti degli Apostoli,[61] tuttavia testimonianze certe di una presenza sostanziale di tale dottrina, il cui centro di propagazione fu Alessandria d'Egitto, si ha solamente nel II secolo a seguito degli insegnamenti dei primi gnostici cristiani come Valentino (fondatore della scuola dei Valentiniani) e Basilide.[62]

I cristiani gnostici proponevano diverse elaborazioni teologiche rispetto a quelle prevalenti nelle altre principali sedi del cristianesimo dell'epoca, sostenute da un'interpretazione originale dei testi neotestamentari. Secondo la "gnosi cristiana", la salvezza dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi), frutto del vissuto personale nella ricerca della Verità e quindi riservata solo ad alcuni eletti, in contrapposizione al concetto della "fede, patrimonio della massa dei fedeli comuni" su cui si stava costruendo l'identità cristiana.[63]

Deviazioni dalla dottrina maggioritaria furono offerte anche dai movimenti estatici di tipo profetici. Tra questi, il montanismo sorse in Frigia tra il 151 e il 171 a seguito delle profezie del neo battezzato Montano. Egli, insieme alle profetesse Massimilla e Priscilla, sosteneva che il lo spirito consolatore promesso da Gesù era disceso sulla Terra e parlava per mezzo di loro, mettendo in discussione la struttura organizzativa su cui si stava formando la Chiesa del tempo.[64]

Lotta alle eresie: Ireneo di Lione e affermazione dell'ufficio del vescovoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Adversus Haereses, Ireneo di Lione e Vescovo.
 
Ireneo di Lione in un'incisione

Tutte queste deviazioni portarono alla necessità di definire una precisa linea dottrinale a cui tutte le comunità dovevano riconoscersi; contestualmente andò a definirsi un nuoco concetto di "eresia" contrapposto a quello di "ortodossia". Tale opera di definizione ebbe inizio con il filosofo Giustino arrivando ad un primitivo compimento con il vescovo e teologo Ireneo di Lione con la sua celebre opera Adversus Haereses con cui si scaglia in particolare contro lo gnosticismo. Il lavoro di Ireneo contribuì all'emergere dell'idea di un'unica Chiesa, definita successivamente dagli storici con il termine "Grande Chiesa", "grandissima e antichissima e a tutti nota, fondata e stabilita a Roma da due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo".[65]

Oltre al tentativo di definire una linea dottrinale comune, il proliferare delle "eresie" spinse i primi cristiani a ritenere necessaria l'istituzione, per ogni città, di un capo spirituale che organizzasse i fedeli e difendesse l'ortodossia dalle deviazioni. Fu così che iniziò un lungi processo che portò all'affermarsi della figura del vescovo. Sembra che ciò avesse avuto inizio nelle comunità orientali, mentre in occidente questo indirizzo andò a delinearsi più tardi, verso la fine del II secolo.[66] Una volta che il ministero del vescovo si attestò come guida della comunità, gli vennero affidati diversi compiti, sia riguardanti l'amministrazione dei sacramenti che l'organizzazione di una beneficenza a favore dei fedeli più bisognosi utilizzando la disponibilità di una cassa comune.[67]

Il processo che portò all'istituzione del vescovo di Roma andò pari passo con il tentativo di farlo riconoscere da tutti i cristiani come il legittimo successore di San Pietro, affermando nello stesso tempo il primato romano sulle altre chiese e primo difensore dell'ortodossia dalle deviazioni eretiche. La tradizione vuole, infatti, che la comunità romana fosse stata fondata dagli apostoli Pietro e Paolo (nonostante le fonti storiche attestino la sua presenza prima dell'arrivo dei due); inoltre in molti vedono nella parole di Gesù riportate dal vangelo di Marco, l'investitura di Pietro come capo della Chiesa. Tra i primi sostenitori di tale visione, vi fu sempre Ireneo di Lione che nella sua opera Adversus Haereses stila un elenco di coloro che, secondo lui, dovevano essere stati i primi vescovi romani, nel tentativo di legittimare la figura del papa. Tuttavia, il primato romano sulle altre comunità era ancora ben lontano da essere universalmente riconosciuto, sebbene iniziasse a delinearsi una certa predominanza del vescovo di Roma sulle questioni teologiche e dottrinali, campi su cui però dovette spesso scontrarsi con le altre comunità orientali e nord africane.[68]

Luoghi, liturgia e arte nelle prime comunitàModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Domus ecclesiae, Catacombe e Arte paleocristiana.
 
Pane e pesce raffigurati nelle catacombe di San Callisto

I cristiani non avevano spazi comuni dedicati dove tenere assemblee e riti, solitamente i più ricchi della comunità mettevano a disposizione le proprie case o si ricorreva all'affitto dei locali. Stando al racconto di Eusebio di Cesarea, si dovette aspettare la seconda metà del III secolo perché nascessero le prime basiliche.[69] Le prime comunità non disponevano nemmeno di cimiteri propri, ma anche in questo caso dovettero ricorrere a cimiteri di famiglie abbienti convertitesi al cristianesimo. Solamente più avanti iniziarono a nascere, in particolare a Roma, le catacombe come luogo di sepoltura dei corpi dei cristiani che rifiutavano la cremazione in quanto credevano nella resurrezione dei corpi.[70]

Sembra che originariamente per poter ricevere il battesimo, il rito che sanciva l'ingresso nella comunità cristiana, fosse necessario sostenere solamente una interrogazione che indagasse sulle reali intenzioni dell'aspirante fedele. A partire dalla seconda metà del II secolo è attestato un periodo di catecumenato della durata di circa tre anni, in cui il catecumeno doveva affrontare diverse tappe seguito da un maestro. Ai catecumeni non era consentito prendere parte alla cerimonia dell'eucarestia sebbene potessero ascoltare le letture.[71]

 
Gesù rappresentato come il "buon pastore", opera del III secolo

Nelle prime comunità continuarono ad essere celebrate le festività ebraiche della Pasqua e della Pentecoste anche se a queste venne attribuito un significato diverso; solamente più tardi iniziarono ad affermarsi altre ricorrenze, come l'Epifania.[72]

Poco sappiamo delle forme d'arte nelle prime comunità: si ritiene che inizialmente i cristiani avessero seguito il divieto biblico della rappresentazione di Dio tipico dell'ebraismo.[N 3][73] Tuttavia, già verso la fine del II secolo tale divieto dovette essere stato abbandonato, almeno stando a quanto insegna l'apologeta cristiano Tertulliano il quale criticava solamente l'arte che fosse al servizio dell'idolatria o dell'immoralità.[74] D'altronde, è lecito pensare che con il diffondersi del cristianesimo nelle popolazioni romane e tardo ellenistiche si siano verificati degli influssi provenienti da tali culture storicamente più inclini alle raffigurazioni artistiche.[75]

I primi esempi di arte paleocristiana risalgono alla seconda metà del II secolo e comprendono raffigurazioni su anelli, sigilli, oggetti di culto e iscrizioni sulle pietre che chiudevano i loculi delle catacombe. In un trattato risalente al 180 circa, scritto dal teologo Clemente Alessandrino, si trova un primo elenco dei temi iconografici tipici delle prime forme d'arte cristiana, tra questi: la Colomba dello Spirito Santo, il pesce, la nave a vele spiegate, il pescatore, il buon pastore, l'ancora, il monogramma di Cristo.[76] Il simbolo della croce era ancora perlopiù assente e comunque privo del richiamo alla passione di Gesù ma bensì raffigurato con un significato escatologico.[77]

III secolo: le grandi persecuzioniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Persecuzione dei cristiani.

Persecuzione di DecioModifica

 
La Damnatio ad bestias in un mosaico del III secolo ad El Jem, in Tunisia.

Nel corso del III secolo l'impero romano si trovò scosso da guerre intestine, invasioni barbariche e da una grave crisi economica.[78] Nonostante l'opposizione di alcuni imperatori la religione cristiana, che si era diffusa anche nella classe dirigente, rivaleggiava ormai con vecchi e nuovi culti, soprattutto nei grossi centri urbani, che facevano da riferimento amministrativo. La forza sulla quale la giovane Chiesa fondava la propria autonomia era anche l'organizzazione economica e finanziaria, che si alimentava delle elargizioni e soprattutto delle eredità dei fedeli. Il suo patrimonio comprendeva beni mobili e soprattutto immobili (terre e fattorie), ed era gestita efficacemente, in forme talvolta spregiudicate, attraverso vere e proprie "banche cristiane".[79]

Come già detto, fin dall'inizio le prime comunità cristiane avevano subito persecuzioni, tuttavia le autorità romane non erano solite ricercare i fedeli attivamente, ma li processavano solamente quando venivano allo scoperto. Queste vessazioni avevano soprattutto motivazioni politiche, filosofiche e religiose. Il monoteismo stava insidiando ovunque la vecchia cultura politeista; era un vero e proprio scontro di idee e mentalità.[80]

La crisi del III secolo aggravò le cose. L'imperatore Decio trovò nei cristiani il capro espiatorio per la drammatica situazione e, nel 250, impose l'obbligo generale di compiere sacrifici agli dei, pena la morte, al fine di ripristinare la pax deorum.[81] Tale legge non mirava semplicemente ad eliminare il cristianesimo ma bensì ad attivare un processo di riconversione dei cristiani all'antico culto romano, in modo da riconquistare la benevolenza degli dei e risollevare così la sorte dell'impero compromesse dalla difficile situazione. Moltissime furono le vittime di questa sanguinosa persecuzione, tra esse anche il vescovo di Roma Fabiano: imprigionato nel carcere Tulliano, il 20 gennaio del 250 si spense per la fame e gli stenti.[82][83]

Controversia sui lapsi e lo scisma di NovazianoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Lapsi e Antipapa Novaziano.

Con la morte di Fabiano e l'intensificarsi delle persecuzioni si accentuò un problema non nuovo, quello dei lapsi ovvero quei cristiani che avevano rinnegato la fede per salvarsi ritornando a professare il paganesimo. Nella Chiesa cristiana si erano già da tempo delineate due diverse posizioni: quella più intransigente, perorata soprattutto dai vescovi nordafricani e asiatici, che chiedevano un nuovo battesimo affinché gli apostasi fossero riammessi nella comunità; e una più indulgente, guidata dalla Chiesa di Roma, che chiedeva solamente una penitenza e l'espressione di un sincero desiderio di riabbracciare la fede cristiana.[84][85]

La spaccatura sulle due posizioni si inasprì con le accuse di tradimento rivolte al vescovo di Cartagine Tascio Cecilio Cipriano ritenuto colpevole di essere fuggito per sottrarsi alle persecuzioni di Decio. Del momento di sbandamento della comunità romana ne approfittò il presbitero Novaziano, sostenitore della linea più intransigente, che pose la sua candidatura al pontificato. Tuttavia, nel marzo 251 venne eletto papa Cornelio I, di posizioni certamente più moderate. La successiva autoproclamazione di Novaziano a papa aprì un profondo scisma nel mondo cristiano che perdurò per secoli.[86][87]

Nel 256, durante il pontificato di Papa Stefano I, venne indetto un concilio per tentare di risolvere la situazione; questo si concluse con la vittoria delle posizioni più dure delle chiese africane e asiatiche ignorando sostanzialmente la posizione più benevola perorata dal pontefice, pur non venendo mai messa in dubbio la sua autorità.[88] Tuttavia, la forte personalità di Cipriano e la sempre più frequente delega ai vescovi di dirimere le questioni relative alla riammissione dei lapsi in seno della comunità, finì per rafforzare l'ufficio vescovile in particolare nell'occidente.[87]

In quegli anni si aprì un ulteriore dibattito riguardante la validità del sacramento del battesimo amministrato dagli eretici. Sebbene la Chiesa di Roma ne sostenesse la validità, in quanto la sua efficacia non poteva dipendere dallo stato di grazia di chi lo amministrava, molti altri vescovi orientali e nordafricani dissentirono energicamente. La linea romana prevalse solamente dopo che Stefano I ebbe invocato la sua autorità superiore in quanto successore dell'apostolo Pietro; fu la prima volta che il vescovo di Roma rivendicava apertamente tale prerogativa.[89]

Il pericolo di una completa rottura tra la Chiesa di Roma e quelle asiatiche e nordafricane venne scongiurato solo con il successivo pontificato di papa Sisto II, di indole assai più conciliante, che riuscì a riportato la pace all'interno del mondo cristiano. Tuttavia, in parziale accordo con la posizione decisamente assunta dal suo predecessore, incentivò l'uso romano di riammettere alla comunione con la Chiesa mediante l'imposizione delle mani e di ritenere valido il battesimo da loro amministrato in quanto "Ipse est qui baptizat" (Egli è colui che battezza).

Editto di tolleranza di Gallieno e nuove controversie teologicheModifica

Sebbene la persecuzione di Decio si fosse attenuata intorno alla primavera del 252, i soprusi contro i cristiani continuarono anche con i suoi successori. Molto intensa fu la persecuzione sotto l'imperatore Valeriano, che nell'agosto del 257 aveva emanato un primo editto con cui veniva imposto a vescovi, preti e diaconi di compiere rituali pagani condannandoli all'esilio se non avessero ubbidito,[90] mentre l'anno successivo inasprì le pene prevedendo la morte per i cristiani che non avessero abiurato, che si riduceva alla degradazione per i senatori e funzionari imperiali. Molti esponenti cristiani scampati alle persecuzioni di Decio trovarono la morte a causa di questi nuovi editti, tra cui il vescovo di Cartagine Tascio Cecilio Cipriano, decapitato il 14 settembre 258, il vescovo di Roma Sisto II martirizzato nell'agosto 258 insieme all'arcidiacono Lorenzo. Il vescovo di Alessandia Dionisio, ebbe salva la vita, ma fu costretto all'esilio.[91]

Le continue oppressioni lasciarono le comunità cristiane in una situazione di grave disordine, tanto che al martirio di Sisto II la sede di Roma rimase vacante per quasi un anno. Le cose cambiarono nel 260 quando il nuovo imperatore Gallieno emise un editto di tolleranza che diede un assetto legale alla Chiesa, inaugurando un periodo di pace tra pagani e cristiani che durò per circa quarant'anni, fatte salvo alcune sporadiche persecuzioni ai danni di militari convertitisi al cristianesimo e che avevano rifiutato di continuare a combattere in quanto in contrasto con i precetti della loro fede e quindi considerati disertori.[92][83]

Se ai cristiani furono risparmiate le sanguinose persecuzioni, l'unità della comunità fu minacciata da nuove controversie teologiche; tra esse il sabellianismo, che poneva forti dubbi sulla questione della Trinità. Un concilio indetto a Roma nel 262 definì la dottrina della Trinità e dichiarò eretica la posizione di Sabellio. Furono inoltre rifiutate le false opinioni di coloro che, come i Marcioniti, in modo analogo separavano la Trinità in tre esseri completamente distinti o che consideravano il Figlio di Dio come un essere "creato", anziché "generato" come dichiaravano le Sacre scritture. Si dovette anche mediare con il vescovo di Alessandria Dionisio, espressosi in termini tutt'altro che ortodossi riguardo al Logos e alla sua relazione con Dio Padre, e con il vescovo di Antiochia Paolo di Samosata che per sdebitarsi con la regina di Zenobia, aveva assecondato le sue pretese in materia teologica che proponevano l'idea di un Cristo divenuto gradualmente Dio per adozione da parte del Padre. Dopo tre infruttuosi sinodi indetti tra il 264 e il 268 infruttuosi, Paolo venne scomunicato grazie all'intervento del retore Malchione.

Alla fine del secolo andarono a svilupparsi ulteriori correnti eretiche, come quella del manicheismo ed iniziò anche a riscuotere un certo successo il culto orientale di Mitra, producendo diversi problemi alla Chiesa cristiana. In contemporanea si andava sempre più affermando il prestigio della sede di Roma sulle altre.

La grande persecuzione di Diocleziano e il donatismoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano e Donatismo.
 
Ultima preghiera di martiri cristiani, di Jean-Léon Gérôme (1883)

Il periodo di tolleranza per la chiese terminò bruscamente quando nel 303, su istigazione di Galerio desideroso di intraprendere una politica di restaurazione, l'imperatore Diocleziano proclamò una violenta persecuzione.[93] Questa si rivelò una repressione sistematica volta a eliminare del tutto il cristianesimo dall'impero.[94] Le comunità furono soggetto all'esproprio delle proprietà, al sequestro dei testi e dei libri sacri mentre i fedeli vennero condannati ai lavori forzati, alla tortura e, sempre più spesso, alla pena capitale.[95]

A seguito di quattro editti emanati in successione, venne deciso che ai cristiani era fatto divieto di riunirsi, che i loro luoghi di culto dovevano essere distrutti e i beni sequestrati, che il clero doveva essere condotto in carcere e, a partire dal 304, a tutti i cristiani era posto l'obbligo di offrire sacrifici agli dei. Gli effetti di questi editti furono differenti a seconda dei luoghi dove furono applicati: se la repressione fu molto dura a Roma, in oriente, in Frigia, in Egitto, a Ponto e in Cappadocia, mentre in occidente, dove regnavano Massimiano e Costanzo.in Gallia, ci si limitò solo alla distruzione di alcuni edifici utilizzati dai cristiani per le loro assemblee.[96]

Il successore di Diocleziano, lo stesso Galerio che aveva instillato l'idea della persecuzione, riconobbe che tale strategia era totalmente fallimentare e pertanto, poco prima di morire, concesse un editto generale di tolleranza,[N 4] che segnò la fine delle persecuzioni contro i cristiani e la restituzione dei beni ecclesiastici loro confiscati in precedenza “a condizione che non operino in alcun modo contro la costituzione dello stato”. Vennero inoltre, invitati “a pregare il loro Dio per la nostra (dell'imperatore) salvezza, per quella dello stato e per la loro propria”.[97][98]

Come era successo in occasione delle precedenti persecuzioni, anche a seguito di quelle intraprese da Diocleziano sorse il problema relativo alla riammissione nella Chiesa di coloro, in particolare i vescovi, che per la paura di perdere la vita avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri e rinnegato la loro fede. La posizione più severa nei loro confronti venne presa dal vescovo di Numida Donato di Case Nere le cui idee dettero vita, intorno al 311, al donatismo. Secondo i suoi seguaci i sacramenti amministrati dai vescovi lapsi (detti traditores, in quanto avevano compiuto una traditio, ovvero la consegna dei testi sacri ai pagani) non sarebbero stati validi. Questa posizione presupponeva, dunque, che i sacramenti non avessero efficacia di per sé, ma che la loro validità dipendesse dalla dignità di chi li amministrava.[99]

Nel 311 Ceciliano di Cartagine era stato consacrato vescovo da Felice di Aptungi, quest'ultimo sospettato di apostasia. Sebbene la posizione prevalente della Chiesa romana fosse quella di ritenere tale sacramento valido, alcuni ecclesiastici guidati da Donato di Case Nere si opposero dando vita a uno scisma e appellandosi a Costantino. Questi, desideroso di ricomporre al più presto la situazione, ordinò a Ceciliano di presentarsi di fronte a lui con dieci vescovi della sua fazione e dieci dell'altra, e scrisse a papa Milziade perché aprisse un'inchiesta. Infine, l'imperatore convocò nel 314 un concilio ad Arles che dichiarò il donatismo eretico e non compatibile con la fede cristiana, affermando l'indipendenza del sacramento dalle qualità morali di chi lo amministrava. Ciò, tuttavia, comportò uno scisma all'interno della Chiesa nordafricana tra le due posizioni teologiche, che perdurò per secoli. Fu la prima volta che un imperatore romano intervenne direttamente negli affari della Chiesa.[100][99]

Attestazione del culto dei martiriModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Primi martiri della Chiesa romana e Martirologio.
 
Una martire cristiana (olio su tela del pittore Henryk Siemiradzki, 1897, Varsavia, National Museum)

Una delle conseguenze delle persecuzioni fu l'attestazione nelle primitive comunità cristiane del culto dei martiri, ovvero coloro che erano stati vittime delle oppressioni perdendo la vita nel confessare la propria fede in Gesù Cristo e nei suoi insegnamenti. Per essi si arrivò ad una vera e propria venerazione che giungeva quasi ad invidiarne la loro sorte in quanto considerati un modello di santità. Parallelamente nacque un folta produzione letteraria in cui si descrivevano i processi e le esecuzioni di coloro che subirono le persecuzioni. Tra questi acta si ricordano Passio sanctorum Scilitanorum, Passio Perpetuae et Felicitati, Passio Montani et Lucii, interrogatori di san Dionigi, interrogatori di San Cipriano. Nei secoli successivi, fino al medioevo, tale produzione continuò seppur a carattere leggendario e apologetico.[101][102]

Fu abituale trasformare le tombe dei martiri e le loro abitazioni in luoghi di culto in cui si radunavano i fedeli, spesso in clandestinità, per tributare preghiere ed onori al loro confratello defunto; a partire dal IV secolo, quando il cristianesimo poté essere professato liberamente, sorsero nelle stesse ubicazioni le prime basiliche o Martyrion, anche se talvolta, soprattutto ad oriente, si preferì traslarne i corpi in edifici più degni.[101][103]

Inizialmente il culto dei martiri era soprattutto locale: ogni comunità venerava i propri, a cui venivano dedicate le celebrazioni più solenni nell'anniversario della loro morte (depositio martyrum); successivamente la loro venerazione andò a diffondersi in tutte le chiese di tutta la cristianità, anche grazie alla traslazione delle reliquie; nel VI secolo] il culto dei martiri era oramai diventato universale tanto da essere definito come "l'omaggio rispettoso e riconoscente della comunità cristiana a chi si era sacrificato per essa, la confidenza in colui che tutto aveva dato a Cristo e quindi tutto poteva ripromettersi da Lui, la preghiera rivolta in forma semplice e discreta a chi era sicuramente nella gloria del Cristo".[103]

L'arte cristiana nel III secoloModifica

Nonostante le sanguinose persecuzioni, durante il III secolo si assistette a un incremento generalizzato della pratica di eseguire raffigurazioni a tema religioso all'interno dei luoghi di culto cristiani. Dunque, i fedeli non si limitarono più a decorare soltanto oggetti liturgici e loculi, ma iniziarono ad essere affrescate anche le pareti delle catacombe e delle domus ecclesiae (abitazioni private dedicate al culto).[104] Tra gli esempi più noti giunti fino a noi, le domus ecclesiae ritrovate sotto le basiliche romane dei Santi Giovanni e Paolo e di San Clemente al Laterano entrambe a Roma e gli affreschi della casa-chiesa di Dura Europos in Siria (probabilmente il primo affresco a tema cristiano che si conosce.)[105]

E' stato sottolineato come gli stili con cui vennero realizzate tali opere differiscano notevolmente da una zona geografica all'altra ma come i temi siano, invece, molto simili; a tal proposito gli studiosi hanno proposto la possibilità che in seno ai cristiani del tempo fossero sorti dei gruppi che svolgevano un'intesa attività missionaria, spostandosi su largo raggio, e che utilizzavano le rappresentazioni sacre a scopo didattico.[106]

Tra i temi biblici più frequentemente rappresentati, che poi si svilupperanno anche nel secolo seguente, troviamo, l'Arca di Noè, il Sacrificio di Isacco, Passaggio del mar Rosso, i tre giovani nella fornace, Susanna e i vecchioni, Giona e la balena, Daniele nella fossa dei leoni.[107] Tra le rappresentazioni neotestamentarie troviamo invece alcuni miracoli di Gesù, l'Incontro con la samaritana, moltiplicazione dei pani e dei pesci, Battesimo di Gesù.[108]

IV secolo: l'imperatore Costantino e l'epoca dei grandi conciliModifica

Svolta costantinianaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Svolta costantiniana ed Editto di Milano.
 
Moneta di Costantino (ca.327) con la rappresentazione del monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale

Quando, nel 306, Costantino divenne imperatore romano la religione cristiana conobbe una legittimazione e a una affermazione impensabili solamente fino a pochi anni prima, ricevendo prima diritti e poi addirittura privilegi. Era consuetudine che ogni nuovo imperatore proponesse il culto di una nuova divinità, la scelta di Costantino a favore del Dio dei cristiani fu da lui spiegata a seguito di un sogno premonitore prima della sua grande vittoria nella battaglia di Ponte Milvio.[109][110] Gli storici ritengono che tale decisione fosse dovuta sia alla volontà di dare vita a una nuova era, sia nella speranza che il cristianesimo, oramai diffuso in tutte le classi sociali, potesse rappresentare un valore comune su cui riformare l'impero nel segno dell'unità. Con l'Editto di tolleranza di Milano del 313, più probabilmente un accordo con Licinio che un vero editto, Costantino avviò una sempre più sistematica integrazione della Chiesa all'interno delle strutture politico-amministrative dello Stato, arrivando a considerarsi alto patrono della Chiesa e ritenne di doverne favorire lo sviluppo e la purezza delle dottrine. Una serie di editti successivi restituirono alla Chiesa cristiana le proprietà precedentemente confiscate, sovvenzionando le sue attività e sollevando il clero dai pubblici uffici.[111]

Grazie a tutto ciò, i cristiani poterono venire allo scoperto come non mai; vennero costruite grandissime chiese, come la basilica di San Giovanni in Laterano, allora in grado di ospitare fino a 10 000 fedeli. La città di Roma, tuttavia, rimaneva ancora prevalentemente pagana, con le famiglie aristocratiche restie a lasciare le antiche tradizioni.[112] I vescovi cristiani poterono godere di un'affermazione sociale a cui seguirono importanti incarichi pubblici. Un esempio di questa elevata classe vescovile fu Eusebio di Cesarea, fidato consigliere dello stesso imperatore di cui scrisse una biografia.[113]

Arianesimo e il concilio di NiceaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Arianesimo e Concilio di Nicea.
 
Icona raffigurante l'imperatore Costantino al centro con ai lati i vescovi del concilio di Nicea che sorreggono il testo del simbolo niceno-costantinopolitano del 381

Sebbene Costantino confidasse nel cristianesimo per raggiungere quell'unità che auspicava per il suo impero, dovette ben presto rendersi conto delle divisioni teologiche che continuavano a lacerare le comunità cristiane. Una delle controversie più gravi ebbe origine intorno agli inizi del IV secolo, a seguito della predicazione da parte del presbitero Ario che il Figlio di Dio, in quanto "generato", non poteva essere considerato Dio allo stesso modo del Padre proprio perché la natura divina è unica; una posizione teologica in netto contrasto con l'ortodossia cristiana. A causa di tali insegnamenti, Ario era già stato scomunicato dal patriarca di Alessandria Pietro I ed era fuggito in Siria e Palestina dove le sue predicazioni trovarono terreno fertile diffondendosi velocemente per tutto l'impero. Illustri filosofi cristiani si schierarono a favore delle tesi ariane.[114][115]

La teoria proposta da Ario presentava delle enormi conseguenze teologiche minando l'ortodossia del cristianesimo e lo stesso progetto di Costantino di unità del suo impero. Pertanto, l'imperatore, scelse inizialmente di non schierarsi personalmente ma di mantenersi neutrale affidando a un sinodo di vescovi l'incarico di dirimere la questione.[115] Così Costantino convocò nel 325 un concilio a Nicea, il primo concilio ecumenico generale della Chiesa, con lo scopo di stabilire definitivamente il dogma della Trinità. Lo stesso imperatore seguì personalmente i lavori conciliari, fissò gli argomenti di discussione e talvolta prese parte alle discussioni; papa Silvestro inviò due legati.[116] Il concilio si concluse con la condanna delle dottrine ariane ed elaborata la prima organica stesura del credo cristiano con cui si affermava che Cristo fosse della stessa sostanza del Padre (Homoousion). Nonostante tale risultato, l'arianesimo non scomparve e, anzi, andò a diffondersi velocemente in tutto l'impero orientale.[117][118]

 
Icona raffigurante Sant'Atanasio vescovo d'Alessandria e strenuo difensore del concilio di Nicea

La questione ariana si ripresentò gravemente poco più di un decennio dopo la chiusura del concilio di Nicea. In quel momento la cristianità si dibatteva per trovare una posizione univoca: da una parte la Chiesa di Roma, sede patriarcale d'Occidente, guidata dal vescovo di Roma Giulio I, fermo difensore dei principi del concilio di Nicea; dall'altra la Chiesa d'Oriente, più speculativa e culturalmente vivace, presentava molte facce che andavano dall'arianesimo puro a infinite sfumature del semi-arianesimo. Teatro principale dello scontro che si stava consumando fu, in particolare, la diocesi di Alessandria dove il vescovo Atanasio, energico sostenitore del sinodo niceano, era stato deposto dopo che il primo concilio di Tiro, tenutosi nel 335, aveva dato seguito alle accuse mossegli contro dai nemici ariani.

Nel 337 l'imperatore Costantino morì lasciando l'impero ai suoi tre figli maggiori: Costantino II (regnò su Gallia, in Britannia, Spagna e Mauritania), Costante I (a cui andarono Italia, Africa, pannonia e illirico, poi anche tutto l'Occidente), Costanzo II (inizialmente regnò sull'oriente prima di riunificare l'impero). Tale divisione esacerbò ancora di più la frattura interna della Chiesa, con l'Occidente e l'Egitto che rimanevano prevaletemene aderenti al credo niceno, mentre l'oriente sempre più incline ad accogliere le tesi ariane.[119] Costante fu il primo a cercare di risolvere la questione tramite un compromesso e, in accordo con Giulio I, riunì nel 343, il concilio di Sardica (l'odierna Sofia), a cui intervennero 94 vescovi occidentali e 66 orientali. Presente Atanasio e, in assenza del papa, diretto da Osio di Cordova, i dibattiti sfociarono presto in alterchi talmente violenti che gli orientali si ritirarono in un sinodo parallelo a Filippopoli, in Tracia. Il concilio si concluse dunque fallendo pienamente nello scopo di ricomporre la frattura nella cristianità, rivelando per la prima volta i sintomi dello scisma “fra le chiese Greca e Latina, le quali si separarono per l'accidentale discordia della fede e la permanente diversità delle lingue”, ma venne comunque riaffermato il Credo Niceno e Atanasio venne riabilitato.[120][121][122]

Gli scontri si aggravanoModifica

 
Effige di Eusebio di Vercelli, la sua opposizione fu fondamentale perché il credo niceno non venisse soppiantato dall'arianesimo in occidente

A complicare la situazione fu un'eclatante presa di posizione a favore dell'arianesimo da parte dell'imperatore d'Oriente Costanzo II (337-361) che fece di tale dottrina cristologica, di cui anch'egli fervente sostenitore, quella ufficiale dell'impero. Per raggiungere i suoi scopi, Costanzo promosse numerosi concili per mezzo dei quali vennero deposti i vescovi che gli si opponevano e che furono poi sostituiti con fedeli ariani; spesso, l'imperatore, non lesinò l'uso della forza.[123] In occasione della successione del vescovo Alessandro di Costantinopoli, l'ariano Macedonio ottenne la sede episcopale solo con la forza e con l'intervento militare, dopo che il rivale Paolo, vicino alla Chiesa di Roma, venne rapito, esiliato e assassinato. Lo stesso vescovo si sentì autorizzato dall'autorità imperiale di Costanzo, che lo proteggeva e aveva favorito il suo insediamento, a imporre il suo ministero anche con la tortura e la forza delle armi.[124] Analoghe situazioni si ebbero nelle diocesi di Antiochia, di Sirmio, di Cesarea di Palestina, dove vennero insediati vescovi filo-ariani.[125]

Anche in occidente si cercò di imporre la fede ariana, ma grazie all'efficace opposizione di molti vescovi dissidenti, tra cui Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari, Dionisio di Milano e Ilario di Poitiers, il credo niceno non venne mai abbandonato nonostante duri scontri. In un concilio tenutosi a Milano nel 355, presenziato da Eusebio di Vercelli, i vescovi fedeli all'imperatore ariano rifiutarono l'accettazione preventiva delle disposizioni nicene, e i disordini che ne seguirono convinsero Costanzo a intervenire personalmente ordinando che tutti i vescovi condannassero Atanasio e che i dissidenti venissero esiliati. L'imperatore trovò la dura opposizione del vescovo di Roma, papa Liberio, che arrivò a cacciare malamente un inviato imperiale giunto a Roma per esercitare pressione su di lui.[126] Come risposta Costanzo fece arrestare Liberio con l'accusa di essere un sostenitore della restaurazione dell'antica repubblica romana. Condotto in esilio in Tracia dopo non aver voluto arretrare dalle sue posizioni, venne sostituito con l'antipapa Felice II. Anche Atanasio venne nuovamente esiliato.[127] Il duro esilio incrinò la fermezza di Liberio che cedette: la scomunica di Atanasio venne accetta e venne promulgata una bolla in cui si asseriva che "il Figlio era in tutte le cose simile al Padre", che, sebbene non sconfessasse il credo niceno, lo andava a indebolire. Nel 358 vi venne permesso di fare ritorno a Roma.[127]

 
Papa Liberio, fu costretto all'esilio durante gli scontri tra ariani e sostenitori del credo niceno

Liberio, come riferisce Girolamo, rientrò a Roma come un conquistatore, probabilmente la popolazione non era ancora a conoscenza del suo cedimento. Felice fu invece scacciato dalla comunità romana, e non poté più farvi ritorno. L'episodio assume una particolare rilevanza storica in quanto è la prima volta che il popolo di Roma, che nei secoli successivi in diverse occasioni svolgerà un ruolo fondamentale in queste faccende, impone la sua volontà nell'elezione o nella cacciata di un proprio vescovo.[128][129]

Nel 359 l'imperatore Costanzo II convocò a proprie spese due concili, uno a Rimini per l'occidente e uno a Seleucia per l'oriente, con lo scopo di ricomporre la frattura tra ariani e niceni riguardo alla dottrina cristologica. A Rimini, i vescovi ariani proposero una formula cristologica, già formulata ma non discussa al terzo concilio di Sirmio, allo scopo di essere accettabile per entrambe le fazioni, in quanto non conteneva il termine oggetto della contesa, «consustanziale», ma sostenendo che il Figlio fosse simile al Padre «secondo le Scritture». Gli altri vescovi respinsero questa mediazione chiedendo che la dottrina del concilio di Nicea fosse confermata. Su pressione di Costanzo, i vescovi riuniti, ad eccezione di venti, sottoscrissero la formula, che il Figlio fosse «come il Padre in tutte le cose», la quale prese il nome di «formulario di Rimini»; l'imperatore lo fece inviare a tutti i vescovi d'Oriente, con l'ordine di sottoscriverlo o essere esiliati, e un largo numero di vescovi lo firmarono.

Alla fine del 361, quando morì Costanzo, oltre ad essere revocate le condanne all'esilio per tutti i vescovi, in accordo col nuovo imperatore Flavio Claudio Giuliano il papa annullò pubblicamente le decisioni di Rimini e, con l'accordo di Atanasio ed Ilario, confermò nel loro incarico i vescovi che avevano sottoscritto e successivamente ritirato la loro adesione, a condizione di provare la sincerità del loro pentimento. Inoltre, firmò un decreto che vietava di ribattezzare coloro che avevano ricevuto il battesimo ariano.

Dal regno di Giuliano (361) alla fine del IV secoloModifica

 
L'imperatore Flavio Claudio Giuliano, detto dai cristiani "l'apostata" per il suo tentativo di restaurare il paganesimo

Nonostante che i figli di Costantino avessero regnato all'insegna del rigore religioso, la cristianizzazione dello stato fu un processo lento e talvolta non discontinuo. Un battuta di arresto si ebbe con l'imperatore Flavio Claudio Giuliano che intraprese, pur senza successo, una politica di riforma e di restaurare la religione romana classica.[130] Molteplici furono le iniziative volute da Giuliano per raggiungere tale scopo: vennero favoriti i pagani ai vertici degli incarichi statali, i templi ricevettero i beni precedentemente confiscati, il monogramma di Cristo venne eliminato dalle insegne dell'esercito, i cristiani vennero discriminati in molti campi.[131] Non ci furono comunque persecuzioni ma Giuliano si guadagnò il soprannome di "l'Apostata" dai cristiani, che lo considerarono comunque come un persecutore.

Giuliano morì nel 363 e gli succedette Gioviano che regnò per solo un anno prima che la morte lo cogliesse. I due nuovi imperatori, Valentiniano I e Valente, erano cristiani convinti e quindi abbandonarono definitivamente la politica religiosa di Giuliano. Tuttavia, come si era già accaduto con i figli di Costantino I, anche i due nuovi imperatori erano di credo differente, con Valente ariano e Valentiniano fedele al Credo di Nicea. Fu in particolare il primo che intraprese una politica religiosa intransigente, con un aperto sostegno alla confessione ariana bandendo nuovamente i vescovi niceni e imponendo quelli a lui fedeli.[132]

 
Damaso I, vescovo di Roma

Con la morte di papa Liberio, avvenuta il 24 settembre 366, i disordini ripresero a Roma. Il clero romano si divise nuovamente in due fazioni: una scelse e consacrò il diacono Ursino; l'altra, composta da coloro che avevano sostenuto Liberio, elesse e consacrò Damaso I. La diocesi di Roma andò, dunque, incontro a uno scisma che poté essere ricomposto grazie all'intervento dell'imperatore Valentiniano I che esiliò Ursino. Una volta che Damaso fu saldamente sul soglio pontificio, poté continuare la lotta contro l'arianesimo e le eresie in generale. A differenza di quanto avvenne per i suoi predecessori, in questo compito venne agevolato dall'appoggio degli imperatori Graziano in Occidente e soprattutto da Teodosio I in Oriente, che gli permise di eliminare le eresie da Roma e rafforzare la sede episcopale di Roma.[129] In due sinodi romani (368 e 369 o 370) condannò fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo, inoltre scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di Milano. Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi ariani.

Damaso, per rafforzare la centralità di Roma nella Chiesa, iniziò un'opera di “latinizzazione” del cristianesimo. Fu in quest'ottica che affidò al suo segretario, Sofronio Eusebio Girolamo (meglio conosciuto come San Girolamo), la traduzione in latino della Bibbia dall'antica versione greca ed ebraica, chiamata poi Vulgata.[133]

Valentiniano morì il 9 agosto 378 nella Battaglia di Adrianopoli combattuta contro i Goti, lasciando le redini dell'impero al figlio Graziano. Probabilmente anche grazie all'influenza del vescovo di Milano Ambrogio, il nuovo imperatore avviò una politica fortemente anti-pagana: rifiutò di assumere la tradizionale carica di Pontefice Massimo, eliminò i privilegi dei collegi sacerdotali pagani e fece togliere dal senato romano l'altare della Vittoria, avviando una lunga polemica fra pagani e cristiani. Vennero inoltre emanate alcune disposizioni contro gli ariani in occasione dei concili di Aquileia (381) e di Roma (382); il cristianesimo andò così a diventare l'unica religione ammessa nel'impero romano, un processo iniziato poco più di mezzo secolo prima con Costantino I.[134]

La società cristiana del dopo CostantinoModifica

Un'affermazione con risvolti politiciModifica

Sebbene la religione di stato romana fosse rimasta quella pagana, l'epoca costantiniana rappresentò una svolta senza precedenti per il cristianesimo con effetti che continuarono anche con i suoi successori. L'unico tentativo, peraltro di scarso successo di restaurare la religione romana classica avvenne tra il il 360 e il 363 con il regno dell'imperatore Giuliano, detto per questo "l'apostata". Pertanto, per tutto il IV secolo la Chiesa cristiana guadagnò sempre maggior supporto dallo stato perdendo tuttavia, nel contempo, l'autonomia e la libertà che possedeva all'inizio. Un processo che culminerà nel 380 quando il cristianesimo diventerà l'unica e obbligatoria religione dell'Impero.[135]

Il percorso di affermazione del cristianesimo non andò, tuttavia, di pari passo con quello che puntava a raggiungere l'unità e la stabilità interna. La Chiesa era ancora lacerata da numerose diverse posizioni riguardo ad argomenti teologici; la novità fu che la nuova veste del cristianesimo come religione supportato dallo stato comportò frequenti interventi da parte degli imperatori nel dirimere queste diatribe, sempre convinti di correlare l'unità del proprio impero con l'unità della religione dei propri sudditi.[136]

Tali ingerenze del potere imperiale furono tuttavia non sempre condivise dai vescovi cristiani che in diverse occasioni sottolinearono la necessità di delimitare le sfere di competenza, un tema che poi proseguirà per secoli. Se nella parte orientale dell'impero i vescovi accettarono con maggior convinzione gli interventi dello stato nelle questioni interne, seppur non fossero mancanti dei critici come Atanasio e Basilio, in occidente la Chiesa riuscì a conquistare una posizione di maggior autonomia.[137]

Oltre che a livello politico, il cristianesimo del dopo Costantino conobbe profonde modifiche anche a livello sociale con l'accelerazione di alcuni processi già in corso e con l'affermazione di nuovi. Da essere considerati una minoranza socialmente sospetta ed odiata, i cristiani arrivarono a godere di una parità di trattamento fino a quel momento inimmaginabile. Grazie ai finanziamenti dell'impero, in quasi tutte le città sorsero chiese e, a partire dal 321 la domenica divenne ufficialmente il giorno di riposo e quello dedicato al culto.[138]

Ordinamento ecclesiastico e ruolo dei vescoviModifica

Già prima di Costantino la Chiesa cristiana poteva contare su di un modello organizzativo efficiente, con la l'uscita dalla clandestinità questo poté essere rafforzato e strutturato ancora meglio, tanto che andò nel corso del IV secolo ansò complementare l'organizzazione imperiale. Tale modello era, geograficamente, basato soprattutto sulle sedi vescovili o diocesi, una suddivisione amministrativa che ricalcava le diocesi dell'impero romano, che nel corso del secolo comprendevano tutti i principali capoluoghi imperiali. Le diocesi erano guidate da un vescovo, eletto inizialmente dalla comunità dei fedeli ma successivamente attraverso procedure ben definite secondo una legislazione canonica che mutò diverse volte nel tempo.[139]

Sebbene i vescovi avessero tra di loro pari dignità, è innegabile che andarono a instaurarsi sostanziali differenze di importanza a seconda della grandezze, del prestigio, dell'antichità della diocesi che guidavano. Differenze nella figura del vescovo vi furono anche tra tra oriente ed occidente: nel primo caso questi erano solitamente provenienti dalla nobiltà di campagna (curiales) e nel loro ufficio dovettero spesso essere limitati nell'autorità dalla forte presenza dell'amministrazione imperiale, mentre in occidente il declino della potestà imperiale a seguito delle invasioni barbariche li lasciò maggiormente autonomi anche nella gestione di aspetti secolari.[140] Di certo, la loro reputazione era oramai consolidata tanto che nel corso del secolo poterono essere considerati a tutti gli effetti funzionari statali a cui venivano concessi privilegi e, dal 318, il potere di giudicare i processi civili in cui erano coinvolti dei cristiani. Essi godevano di esenzioni fiscali, portavano il pallio e copricapi propri, coloro di più alto rango sedavano su di un trono.[141] Nel corso del IV secolo, inoltre, andò ad accelerare il processo già in atto di rafforzamento del primato della sede vescovile di Roma sulle altre e papa Damaso I contribuì notevolmente a tale sviluppo. Tuttavia ciò non sempre fu ben accetto nelle altre sedi vescovili, in particolare ad oriente, seppur tutte ammettessero il papa di Roma avesse una superiorità in ambito teologico e dottrinale, in quanto successore di Pietro apostolo.[142]

Sottoposto al vescovo vi era il clero, una categoria che andò ad aumentare significatamene nel numero e nei privilegi.[143] Sebbene non sappiamo molto a proposito di che facesse parte del clero e quali fossero esattamente le sue funzioni, è certo che nel dopo Costantino iniziò ad esistere un formazione specifica per chi ricopriva tale ruolo e si definì formalmente una distinzione tra clero superiore, a cui appartenevano presbiteri e diaconi consacrati dal vescovo, e clero inferiore, composto da suddiaconi, accoliti, ostiari e lettori. Agli appartenenti al clero era richiesta una buona condotta morale e un decoro nell'aspetto esteriore, veniva consigliato il celibato ed esclusi coloro che praticavano il concubinato.[144]

Liturgia e cultoModifica

 
San Basilio Magno, sostanziali furono i suoi contributi al delinearsi della liturgia cristiana

La svolta costantiniana cambiò anche la liturgia delle comunità cristiane che divenne più complessa e strutturata. Il giorno dedicata alla celebrazione eucaristica rimase la domenica che divenne festività ufficiale dello stato mentre le altre ricorrenze del calendario andarono a definirsi lungo tutto il secolo, sostituendo le celebrazioni pasquali con quelle dei principali santi. La Pasqua era la festa cristiana più importante anche se si costituirono delle differenze sulla sua interpretazione: ad oriente era la commemorazione della passione di Cristo, mentre a occidente la celebrazione era incentrata sulla resurrezione; anche la data differiva a seconda delle regioni geografiche e si dovette aspettare il concilio di Nicea perché si decidesse di collocarla alla prima domenica dopo la prima luna piena seguente all'equinozio di primavera. Il Natale iniziò ad essere festeggiato dalla metà del secolo con l'occidente che lo celebrava il 25 dicembre in ricordo della nascita di Gesù e l'oriente il 6 gennaio anniversario del suo battesimo.[145]

Anche la liturgia variava a seconda le luogo, se in occidente le varie diocesi seguivano le scelte della sede papale di Roma riconoscendone l'autorità in campo dottrinale, ad oriente l'affermazione delle sedi patriarcali di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, e Gerusalemme, dette origine ad una moltitudine di riti diversi anche per la lingua e maggiormente elaborati. Teologi di alto spessore, come il vescovo Cirillo di Gerusalemme e Giovanni d'Antiochia, contribuirono alla formazione di tali complesse liturgie.[146]

 
Giovanni Crisostomo di Antiochia e Gregorio Nazianzeno, importanti teologi del IV secolo.

Tra i riti, quello del battesimo rimaneva il principale ma con la riaffermazione del peccato originale da parte di Sant'Agostino verso la fine del IV secolo andò a mutare il significato, passando dal sacramento che sanciva l'ammissione alla comunità dei cristiani ad una purificazione dal peccato ereditato da Adamo. Ai peccatori era concesso di redimersi grazie al rito della penitenza che doveva essere pubblico e amministrato da un vescovo. La penitenza poteva durare anni e il penitente era tenuto a recitare preghiere e a dover partecipare alle funzioni religiose in un posto riservato.[147]

Verso la fine del IV secolo venne a delinearsi sempre con più precisione la cerimonia della messa che era prevista per essere divisa in due parti. La prima, pubblica, era incentrata sulla lettura dei testi sacri, la predicazione del vescovo e il canto dei salmi; la seconda parte, riservata a colore che erano stati battezzati, era focalizzata sull'eucarestia. Inizialmente celebrata esclusivamente dal vescovo, con l'ampliarsi del numero dei fedeli si dovettero incaricare anche i preti.[148]

Il culto dei martiri dei santi andò sempre di più a guadagnare importanza. A questi, i cristiani, non solo rivolgevano preghiere spirituali ma chiedevano anche grazie terrene e guarigioni dalle malattie. i loro corpi venivano spesso esumati per ricavarne reliquie che venivano venerate dai fedeli, un fenomeno tanto importante che si dovettero impartire delle disposizioni per contrastare il commercio di tali spoglie mortali.[149] Comunque, il bisogno dei fedeli di avvicinarsi ai corpi di coloro che in vita avevano dimostrato elevatissime virtù cristiane, fu tale che si venne ad affermare la consuetudine dei pellegrinaggi. Anche i viaggi in Terrasanta divennero frequenti. Nel 415 venne ritrovato il presunto corpo di Santo Stefano che venne fatto traslare a Gerusalemme dal vescovo Giovanni II e collocato nella basilica della Dormizione di Maria dove fu oggetto di numerosi pellegrinaggi dopo che si era sparsa la voce di diversi miracoli avvenuti.[150][151] Anche Roma, considerata città santa, fu meta di numerosi viaggiatori spinti dalla fede cristiana.[152]

Arte e architetturaModifica

 
Un mosaico bizantino del V secolo che mostra una basilica

La piena tolleranza religiosa ebbe riflessi anche sull'arte e sull'architettura cristiane. Non dovendo più vivere in clandestinità, ora i cristiani poterono dotarsi di luoghi di culto dedicati e di vaste dimensioni poiché vi era la necessità di accogliere un sempre maggior numero di convertiti. Iniziarono dunque ad essere edificate le cappelle commemorative, i battisteri e le basiliche,[153] edifici spesso caratterizzati da un abside e da una grande navata centrale (elementi tradizionali dell'architettura romana adattati alle nuove esigenze) che sostituirono le primitive domus ecclesiae.[154][155] Molte ricche famiglie romane convertite finanziarono personalmente la costruzione di tali edifici coinvolgendo i propri architetti ed artisti con il duplice effetto di un miglioramento della qualità delle opere e di un progressiva influenza dell'arte romana.[156] Grandi edifici, spesso realizzati riconvertendo i vecchi santuari pagani, sorsero a Roma, in Palestina, ad Antiochia, a Betlemme, a Gerusalemme, a Treviri e a Costantinopoli.[155]

Dal IV secolo, nelle raffigurazioni gli apostoli iniziarono ad apparire come filosofi romani vestiti di tunica, mentre i classici temi pagani vennero cristianizzati.[157] La stessa figura del Cristo subì mutamenti: se agli inizi del 300 veniva solitamente rappresentato come un giovane senza barba, con chiari influenze dall'arte ellenistica, già alla fine del IV secolo iniziò gradualmente ad assumere l'aspetto di un uomo con la barba e i capelli scuri. Anche gli accesi dibattiti sulla cristologia finirono per influire sulle rappresentazioni artistiche, con la Trinità che divenne un tema frequente ma declinato nelle diverse dottrine che si contrapponevano.[158]

Nascita del monachesimo: anacoreti e cenobitiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Padri del deserto, Anacoreta e Cenobitismo.
 
San Pacomio riceve la regola da un angelo. Pacomio è considerato il fondatore del cenobitismo e la sua regola monastica fu usata come modello per mole altre con cui vennero organizzate le comunità monastiche successive

Benché già alcuni esempi di cristiani che sceglievano una vita ascetica si possono trovare alla fine del secolo precedente, fu con il IV secolo che prese forma il primitivo monachesimo in ambito cristiano. Tale fenomeno ebbe inizio da scelte spontanee di singoli individui, chiamati anacoreti, che si ritiravano nel deserto alla ricerca di una purificazione spirituale attraverso le privazioni, la solitudine e la preghiera. Non mancarono i casi di chi scegliesse tale vita come critica alla gerarchia ecclesiastica dell'epoca accusata di essere troppo legata ad obiettivi terreni.[159]

In tale abito, si andò progressivamente a costituirsi due movimenti diversi: chi sceglieva di vivere in totale solitudine e chi invece riconosceva opportuno vivere alcuni momenti insieme ad una comunità. Dei primi, gli anacoreti (anachōrētēs, l'esponente più celebre fu sant'Antonio Abate,[160] mentre i secondi, detti cenobiti ebbero origine dalla scelta di dell'egiziano Pacomio che intorno al 320 fondò una numeroso comunità nei pressi di Tabennisi (nella regione di Tebaide) governata da una regola tramite la quale veniva organizzato il lavoro, le liturgie, la vita comune, le esigenze quotidiane dei suoi membri. Ad essi era richiesta l'assoluta obbedienza ai superiori e alla rinuncia dei beni personali. Anche per questi cenobiti, che più tardi presero il nome di monàzntes o monachòi (da cui "monaco"), era prevista una quotidianità fatta di ritiro nelle proprie abitazioni individuali ma, a differenza, degli eremiti, alcuni momenti della giornata, come i pasti e la preghiera, venivano passati comunque insieme agli altri confratelli.[161] Tutta la comunità cenobitica era tenuta a lavorare e grazie a ciò si veniva garantito il suo sostentamento oltre che le azioni caritatevoli verso i poveri. Alla morte di Pacomio i monasteri che seguivano tale impostazione erano già 11 e continuarono a crescere nei decenni successivi diffondendo la sua regola non senza apporre alcune modifiche, spesso volte a renderla meno rigida. In ogni caso, la regola si diffuse un po' alla volta in tutto il mondo cristiani fungendo di ispirazione ad altre regole che andarono ad organizzare altere comunità.[162]

Il movimento cenobitico arrivò in occidente probabilmente intorno al 340 quando il vescovo Atanasio si recò in Italia in esilio. I più antichi monasteri italiani di chi si ha ricordo sono quelli fondati tra il 357 e il 260 da Martino di Tours a Milano prima di ritirarsi a vita ascetica e quello del vescovo Eusebio nei pressi di Vercelli dove ci si ispirava ai modelli orientali. Nel 387 Agostino di Ippona racconta di come nei dintorni di Roma fossero sorte un gran numero di comunità in cui gli appartenenti vivevano in povertà e in preghiera, mentre le piccole isole del Mediterraneo erano meta di chi sceglieva una vita eremitica.[163]

Tra IV e V secoloModifica

L'età di Teodosio IModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Teodosio I.

L'editto di Tessalonica e il primato di RomaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Editto di Tessalonica.
 
L'imperatore Teodosio e sant'Ambrogio, dipinto di Van Dyck, Palazzo Venezia, Roma. Sant'Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore

Il successo nella lotta contro le varie dottrine cristologiche giudicate eretiche e il progressivo rafforzamento del primato della sede romana, furono certamente agevolate dalla salita al trono imperiale di Teodosio I, avvenuta nel 379, l'ultimo imperatore a regnare su di un impero romano unito. Teodosio ebbe un ulteriore ruolo decisivo nella storia del cristianesimo grazie alla promulgazione, avvenuta nel 380 e in concertazione con gli altri due augusti (Graziano e Valentiniano II), dell'editto di Tessalonica, con il quale il cristianesimo, secondo il credo niceno, diveniva la religione unica e obbligatoria dello stato. La nuova legge riconosceva esplicitamente il primato delle sedi episcopali di Roma e di Alessandria in materia di teologia; grande influenza avevano inoltre i teologi di Costantinopoli, i quali, essendo sotto la diretta giurisdizione dell'imperatore, erano a volte destituiti e reintegrati in base al loro maggiore o minore grado di acquiescenza ai voleri imperiali. Tuttavia, la figura del vescovo di Roma era ancora percepita in modo differente a seconda delle regioni dell'impero: se in quasi tutta l'Italia la sua giurisdizione era assoluta, al di fuori della penisola tale autorità era presente solo dove si erano insediati vicariati stabili, come in Gallia, in Illiria, Spagna. Altrove, soprattutto in Asia e Nordafrica, la figura del pontefice era quella di patriarca d'Occidente, al pari di quelli di Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme, sebbene il suo prestigio e autorità morale fosse cresciuta negli ultimi decenni.[164]

Concilio di CostantinopoliModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Concilio di Costantinopoli I.
 
La più famosa rappresentazione del primo concilio di Costantinopoli, miniatura dalle Omelie di san Gregorio 880 circa

Tra la fine del 380 e l'inizio del successivo, l'imperatore Teodosio convocò nella capitale il concilio di Costantinopoli I, considerato il secondo concilio ecumenico della storia dopo quello di Nicea, conferendo al vescovo Melezio di Antiochia l'incarico di presiederlo. La partecipazione fu scarsa, con circa 150 vescovi provenienti quasi tutti dall'oriente con l'occidente scarsamente rappresentato. E' difficile ricostruire l'andamento dei lavori conciliare poiché, come è stato per quello di Nicea, gli atti andarono persi. Tuttavia, le conclusioni vennero sottoscritte il 9 luglio e subito trasmesse all'imperatore che a sua volta le rese pubbliche con un editto del 30 luglio.[165] con queste, oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più precisa, il "simbolo niceno-costantinopolitano", una estensione corretta del primo credo niceno del 325, ancora largamente in uso agli inizi del XXI secolo nella liturgia della Chiesa cattolica.[166] Con questo si mise definitivamente al dibattito dottrinale iniziato con Ario con l'arianesimo che andò a tramontare diventando una fede sempre più marginale, seppur in grado di permanere in Illiria e di diffondersi nelle popolazioni germaniche da poco convertitesi al cristianesimo dove sopravvisse per alcuni secoli.[167]

Il caso del PriscillianesimoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Priscillianesimo.

Negli anni 80 del IV secolo, la società cristiana si trovò ad affrontare una nuova eresia: il priscillianesimo. Già dal decennio precedente, il nobile spagnolo Priscilliano aveva fondato una comunità di tendenza rigorista con connotati di ascetismo. Gli storici accusano difficoltà a delineare con precisione quale fosse la dottrina proposta da Priscilliano, probabilmente priva di solide basi teologiche; alcune considerazioni si hanno grazie a Sulpicio Severo che la descrive come un'eresia gnosticismo, infamis Gnosticorum haeres attribuendone le origini ad un egiziano. Nonostante ciò gli insegnamenti di Priscilliano ebbero grande successo in diversi strati sociali, in particolare tra le donne, per il suo rifiuto dell'unione fra la Chiesa e l'Impero e della corruzione e arricchimento delle gerarchie. In poco tempo si costituì intorno a lui diversi gruppi di seguaci, non solo in Spagna, ma anche nella gallia meridionale dove vennero attratti anche alcuni vescovi che ordinarono lo stesso Priscilliano vescovo.[168]

La Chiesa, preoccupata del diffondersi di tale movimento, critico vero la gerarchia ecclesiastica, condannò Priscilliano e la sua dottrina in occasione di un sinodo dei vescovi spagnoli riunitosi a Saragozza nell'ottobre del 380. Priscilliano non si arrese e nel 382 dopo si recò a Roma per perorare la sua casa presso papa Damaso I riuscendo a far annullare il decreto con cui veniva condannato ma senza trovare l'appoggio sperato per il suo movimento.[168]

Un nuovo sinodo convocato a Bordeaux riconfermò la condanna all'eresia priscillianista accusando i suoi seguaci di condotte manichee. Priscilliano accettò di essere giudicato ad un processo a Treveri dove venne giudicato colpevole di stregoneria (maleficium), dopo una confessione avvenuta a seguito di tortura e venne condannato alla decapitazione insieme ad alcuni suoi discepoli. L'episodio è ricordato per essere il primo della storia in cui un eretico veniva messo a morte per decisione di un tribunale religioso e che la sentenza veniva eseguita dalle autorità secolari. Tale epilogo non fu, tuttavia, unanimemente condiviso dagli esponenti della Chiesa cristiana con alcune importanti personalità, tra cui il vescovo di Milano Sant'Ambrogio e papa Siricio, che si criticarono gli accusatori del processo.[169]

I primi grandi Dottori della ChiesaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Dottore della Chiesa, Agostino d'Ippona, Sant'Ambrogio e San Girolamo.

Ma più che i papi e gli imperatori, tra la fine del IV e l'inizio del V secolo ad influire sulla teologia della Chiesa cristiana furono principalmente delle eminenti personalità che mostrarono particolari dottrinali e di divulgazione; nel 1298 papa Bonifacio VIII indicherà questi come “Dottori della Chiesa": Sant'Ambrogio, Sant'Agostino e San Girolamo.

Sant'Ambrogio venne eletto vescovo di Milano per acclamazione, dopo aver con successo mediato tra ariani e cattolici in qualità di funzionario governativo. Fortemente ortodosso e di indole energica, si spese per accrescere il prestigio della diocesi milanese dove fece erigere imponenti chiese di cui quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo: la basilica di San Nazaro, la basilica di San Simpliciano, la basilica di Sant'Ambrogio e basilica di San Dionigi. Con lui Milano divenne la capitale occidentale del cristianesimo in quanto Roma era ancora in gran parte pagana.[170] Nonostante che moti storici abbiano osservato che la sua influenza sulla cristianità occidentale fosse stata ben maggiore di quella dei papi a lui coevi, egli fu un forte sostenitore del primato del vescovo di Roma, contro altri vescovi che lo ritenevano pari a loro.[170] Scrisse molte opere di morale e teologia in cui combatté a fondo gli errori dottrinali del suo tempo. La sua sapienza nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la conversione nel 386 al cristianesimo di Agostino di Ippona, inizialmente di fede manichea, che era venuto a Milano per insegnare retorica.

 
Il San Girolamo di Caravaggio.

Agostino nacque 354 a Tagaste (attualmente Souk Ahras, in Algeria, da padre pagano. Nel 373 la sua ansia per la ricerca dell'assoluto lo fece approdare al manicheismo di cui divenne uno dei massimi esponenti e divulgatori. Giunto in Italia, dove venne convertito in età adulta da Ambrogio dopo tre anni travagliati da dubbi, decise di iniziare a seguire un ideale di vita perfetta dedicata al Dio del Cristianesimo. Fu autore molto prolifico, la sua produzione comprese scritti autobiografici, filosofici, apologetici, dogmatici, polemici, morali, esegetici, raccolte di lettere, di sermoni e di opere in poesia. Probabilmente la sua opera principale, uno de più importati testi teorici della fede cristiana, fu probabilmente “la città di Dio”, rappresenta un'apologia del Cristianesimo nei confronti della civiltà pagana.

San Girolamo studiò a Roma e fu allievo di Mario Vittorino e di Elio Donato dedicandosi anche agli studi di retorica. Tra il 375 e il 376 si ritirò nel deserto a Calcide per vivere una dura vita di anacoreta. Deluso dalle diatribe fra gli eremiti, divisi dalla dottrina ariana, dopo un soggiorno ad Antiochia, dove frequentò le lezioni di Apollinare di Laodicea, tornò a Roma dove divenne segretario di papa Damaso I. Decisamente favorevole all'introduzione del celibato ecclesiastico e all'eradicazione del fenomeno delle cosiddette agapete, si scontrò con una buona parte del clero, fortemente schierato su posizioni giovinianiste. Tornato in Oriente continuò la sua battaglia in favore del celibato clericale e si dedicò alla redazione di alcune opere ed all'insegnamento ai giovani. La vulgata, prima traduzione completa in lingua latina della Bibbia, rappresenta lo sforzo più impegnativo affrontato da Girolamo.

Cristianesimo nella prima metà del V secoloModifica

Nella prima metà del V secolo la Chiesa cristiana d'occidente dovette far contro con l'inasprirsi della invasioni barbariche che si concluderanno con la Caduta dell'Impero romano d'Occidente.

Sul fronte delle eresie, papa Anastasio I (399-400) si trovò a combattere contro il donatismo e il Priscillianesimo dando seguito alla condanna comminata in occasione del primo concilio di Toledo del 400. Anastasio è ricordato anche per l'intervento nella controversia origenista. Sollecitato anche da lettere e da ambasciatori di Teofilo, vescovo di Alessandria, per la partecipazione dell'Occidente a questa lotta, condannò gli scritti del teologo alessandrino Origene Adamantio, poco dopo la loro traduzione in latino.

Le eresie a Roma non dovettero comunque cessare poiché, il 22 febbraio 407 sotto il pontificato di papa Innocenzo I, l'imperatore d'occidente Onorio dovette promulgare un drastico editto di condanna contro i manichei, i montanisti e i priscillianisti. Contestualmente, Innocenzo si occupò di riformare la disciplina ecclesiastica, in particolare liturgia e sacramenti, non mancando di affermare con forza il principio in base al quale tutte le Chiese devono uniformarsi alla dottrina ed alle tradizioni della Chiesa di Roma.

Nel 403 scoppiò un caso nell'oriente cristiano quando il cosiddetto “Sinodo della Quercia” depose il patriarca di Costantinopoli, Giovanni Crisostomo, dopo che questi si era inimicato l'imperatrice Elia Eudossia e il patriarca di Alessandria Teofilo. Papa Innocenzo, contrariato, non riconobbe le decisioni del sinodo e progettò di convocarne uno di tutta la cristianità a Tessalonica, per dibattere la questione. Tuttavia le reticenze dell'Imperatore d'Oriente Arcadio vicino a Teofilo, fecero si che questo sinodo non potesse avere luogo. Il pontefice comunque non riconobbe mai i successori di Giovanni a capo della Sede di Costantinopoli e, anzi, cercò in tutti i modi di riabilitarlo.

Il pontificato di Innocenzo I, terminato con la sua morte avvenuta il 28 luglio 417, è ricordato anche per la presa di Roma da parte dei Visigoti di Alarico (408-410).

Dopo il breve pontificato di papa Zosimo, la Chiesa di Roma entrò nel quinto dei suoi scismi, derivante dalle doppie elezioni papali che così tanto disturbarono la sua pace nei primi secoli. II 27 dicembre 418, una fazione del clero romano, elesse papa l'arcidiacono Eulalio; il giorno successivo, quella parte di clero che non condivideva l'elezione di Eulalio, elesse papa, anche se contro la sua volontà, l'anziano Bonifacio. Roma fu gettata nel caos dallo scontro delle opposte fazioni. Per tentare di risolvere la questione l'imperatore Onorio convocò un sinodo dei vescovi italiani a Ravenna per febbraio 419. Non riuscedo trovare una soluzione definitiva, venne ordinato che entrambi lasciassero Roma e non vi tornassero finché non si fosse giunti a una decisione. Ma il 18 marzo Eulalio ritornò audacemente in città riaccendendo il conflitto. L'imperatore, fortemente contrariato, rifiutò di prendere in considerazione le richieste di Eulalio e riconobbe quale legittimo papa Bonifacio che, il 10 aprile, poté rientrare a Roma acclamato dalla folla ed essere consacrato: lo scisma venne così ricomposto dopo quindici settimane dall'apertura.

Nel 429, sotto il pontificato di Celestino I (422-432) scoppiò una uova controversia teologica. Sulla scia delle prese di posizione di Atanasio di Alessandria, si impose il problema di quale fosse il termine preciso da attribuire alla Vergine Maria: se madre di Dio, madre di Cristo o madre dell'uomo figlio di Dio. Secondo le conclusioni di Nicea la Chiesa asseriva consustanzialità, cioè la stessa natura, di Cristo e di Dio; tuttavia l'arcivescovo Nestorio iniziò ad insegnare che in Cristo vi fossero due persone distinte, una divina e una umana, con una attività comune. Il vescovo di Alessandria Cirillo informò il papa di ciò contestando tali conclusioni. Nestorio, dal canto suo sapeva di avere l'appoggio dell'imperatore Teodosio II e dei teologi Andrea di Samosata e Teodoreto di Cirro. Così venne convocato un concilio a Efeso nel giugno 431 che tuttavia venne sciolto senza che vi fosse stato possibile raggiungere una posizione condivisa. Nel 435 Nestorio venne comunque esiliato ma questo non impedì ai suoi seguaci di continuare a predicare secondo la sua fede dando vita alla Chiesa nestoriana.

Verso la fine dell'età anticaModifica

Papa Leone Magno e il concilio di CalcedoniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Leone Magno e Concilio di Calcedonia.

Il 29 settembre 440 venne eletto papa Leone I e il suo pontificato è ricordato per essere stato certamente il più importante del primo cristianesimo nonostante l'impero romano d'occidente si stesse disgregando a seguito delle invasioni barbariche. Già diacono sotto i due papi precedenti (controlla) fu uno strenuo difensore del primato del vescovo di Roma in quanto successore di Pietro: “Perciò, se da no viene fatto o decretato qualcosa di giusto, se si ottiene qualcosa dalla misericordia di Dio grazie alle nostre quotidiane suppliche, tutto è opera e merito della potenza di colui che vive e domina in questa sede”.[171]

Leone fu prolifico autore di epistole e non si risparmiò nelle lotte contro le eresie, in particolare con quella manichea; in una Roma in preda alla decadenza cercò il più possibile di mantenere l'ordine, non solo negli affari ecclesiastici, ma in tutta la società. Celebre il suo suo intervento nel 452 a Mantova con cui riuscì a convincere il re degli Unni, Attila, a non proseguire verso Roma; tre anni più tardi non riuscì ad evitare il saccheggio da parte dei Vandali di Genserico. [172]

Nei rapporti con l'oriente cristiano cercò di affermare il primato romano ma agendo sempre con cautela non volendo suscitare conflitti[173] ma non mancò di prendere nette posizioni nelle discussioni sorte in seguito del concilio di Efeso condannando il nestorianesimo.[174] Durante il suo pontificato, l'imperatore Marciano convocò nel 451, il concilio di Calcedonia per dirimere la questione monofisita che dal decennio precedente stava rischiando di compromettere l'ortodossia dei concili ecumenici precedenti.

Gli storici hanno sottolineato come Leone Magno abbia “conferito al papato la sua forma definitiva nel mondo classico ponendo basi per le sue successive rivendicazioni dei suoi diritti. Nella visione leonina del papato come il capo di un imperium che non è di questo mondo, la Chiesa aveva trovato un ideale che l'avrebbe trasportata attraverso il crollo del mondo classico e proiettata nel futuro”.[175]

Il cristianesimo all'epoca della caduta dell'Impero romano d'OccidenteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Caduta dell'Impero romano d'Occidente.

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ Nella lettera prima lettera ai Corinzi, San Paolo scrive che “non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili.” In Brox, 2009, pp. 16-17.
  2. ^ Riguardo al concetto di superstitionem si deve tenere conto della definizione data da Plutarco nella sua Sulla superstizione, ovvero un insieme di pratiche e riti che sanno di magia; un fenomeno giudicato socialmente pericoloso. In Filoramo, Lupieri e Pricoco, 1997, pp. 16169.
  3. ^ ”Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.” In Libro dell'Esodo 20,2-17
  4. ^ Il testo dell'Editto di Serdica è riportato da Lattanzio nella sua opera De mortibus persecutorum.

BibliograficheModifica

  1. ^ Augias e Pesce, 2017, pp. 198-202.
  2. ^ Cristianesimo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  3. ^ Atti 1,23-25.
  4. ^ Atti 1,23-25.
  5. ^ Brox, 2009, p. 7.
  6. ^ Mattei, 2020, p. 106.
  7. ^ Mattei, 2020, p. 107.
  8. ^ Filoramo, Lupieri e Pricoco, 1997, p. 90.
  9. ^ Atti 6,1-6.
  10. ^ Filoramo, Lupieri e Pricoco, 1997, pp. 90-91.
  11. ^ Mattei, 2020, pp. 109-110.
  12. ^ Atti 10.
  13. ^ Filoramo, Lupieri e Pricoco, 1997, pp. 93-94.
  14. ^ Atti 11,26.
  15. ^ Filoramo, Lupieri e Pricoco, 1997, p. 95.
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BibliografiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia sulla storia del cristianesimo.

Voci correlateModifica

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