Storia del cristianesimo in età antica

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Questa pagina tratta la Storia del Cristianesimo in età antica.

Indice

Le origini della Chiesa (I-II sec.)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Origini del Cristianesimo, Chiesa (Bibbia), Primi centri del Cristianesimo, Storia di Israele § Impero Romano e provincia di Giudea e Cronologia del cristianesimo del I secolo.

Secondo la tradizione ebraica, ogni re degli ebrei era "unto del Signore", cioè Messia, cioè "Cristo" (tale titolo infatti era stato proprio di Davide, di Salomone e di tutti i re successivi). Storicamente, quindi, il cristianesimo nasce dal messianismo ebraico del I secolo, ovvero dall'attesa della liberazione, nazionale e religiosa, annunciata nelle profezie contenute nell'Antico Testamento[1]. Da qui le prime persecuzioni da parte delle autorità imperiali, che ritennero i cristiani sobillatori dell'ordine costituito e non propugnatori di una particolare fede religiosa.

Eusebio di Cesarea (265-340), nella sua Storia ecclesiastica (III 20, 1-2), scrive:

« Della famiglia del Signore rimanevano ancora i nipoti di Giuda, detto fratello suo secondo la carne (di Gesù, n.d.a), i quali furono denunciati come appartenenti alla stirpe di Davide. L'evocatus li condusse davanti a Domiziano Cesare, poiché anch'egli, come Erode, temeva la venuta del Messia... »

I cristiani assunsero dall'ebraismo molteplici elementi: le sue Sacre Scritture, dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un Messia o Cristo, forme del culto (incluso il sacerdozio alla maniera di Melchisedec), concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere adeguato al modello celeste, l'uso dei Salmi nelle preghiere comuni. Il libro degli Atti degli Apostoli dice che i primi ad essere chiamati "cristiani" furono i discepoli di Gesù che si riunivano nella città di Antiochia e che vi si rifugiarono dopo le prime persecuzioni in terra d'Israele, probabilmente pochi anni dopo la morte di Gesù.

Inizialmente il messaggio di Gesù aveva attecchito fra i poveri d'Israele, ma non furono pochi i romani appartenenti alle classi elevate, come Paolo di Tarso ebreo con cittadinanza romana, che si convertirono alla nuova religione. Con la predicazione di Paolo si formarono, quindi, anche comunità di "gentili", cioè di persone di origine non ebraica, prevalentemente di cultura greca e in taluni casi anche con incarichi nell'amministrazione romana. I primi cristiani, pertanto, non erano solo poveri o emarginati.

Nel II secolo le chiese giudeo-cristiane iniziarono a prendere coscienza della propria indipendenza nei confronti della religione sorella[2]. Quest'ultima era impegnata a riorganizzare le proprie strutture e basi religiose dopo la crisi successiva alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), mentre le chiese dei gentili continuavano ad espandersi. Gli storici indicano col termine "Grande Chiesa" l'insieme delle comunità derivate dai vari apostoli (sia quelli di Gerusalemme che quelli legati a Paolo di Tarso) che più avanti confluirono nella Chiesa cattolica (nel senso proprio di "universale") del primo millennio cristiano, per distinguerle dai gruppi marginali d'ispirazione cristiana che elaborarono dottrine che non furono accettate dalla maggioranza, come gli ebioniti, gli gnostici o l'eresia di Marcione.

La diffusione del Cristianesimo nel II e III secolo si può collocare all'interno di una più vasta diffusione nell'Impero Romano di altre religioni originarie della parte orientale dell'impero[3], quali ad esempio i culti di Iside o di Mithra. A differenza delle altre, però, l'organizzazione sacerdotale cristiana fu molto capillare e si occupò dell'assistenza agli emarginati e dell'insegnamento.

Il pensiero cristiano era sempre stato "controcorrente", in netta opposizione ai valori tradizionali diffusi nell'Impero romano. In seguito ai tentativi anche violenti di sradicarlo, la Chiesa aveva trovato modo di adattarsi alla convivenza con la realtà terrena. Così, sempre più volentieri, anche funzionari imperiali e gli stessi militari, già attratti da vari culti monoteisti orientali, poterono professare il Cristianesimo. Nel II secolo, quindi, le comunità cristiane si erano ormai diffuse in tutte le città dell'Impero, ampiamente tollerate dalle autorità imperiali.

Le persecuzioni contro i Cristiani (III-IV sec.)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Persecuzione dei cristiani nell'Impero romano.

La grande diffusione nell'Impero romano avvenne nel III secolo. Nel corso di questo secolo il governo centrale era stato scosso da guerre intestine, invasioni barbariche e da una grave crisi economica, e la nuova religione aveva fatto breccia sotterraneamente anche nella classe dirigente. Quindi, nonostante l'opposizione di alcuni imperatori, nel III secolo la religione cristiana rivaleggiava ormai con vecchi e nuovi culti, soprattutto nei grossi centri urbani, che facevano da riferimento amministrativo.

La forza sulla quale la giovane Chiesa fondava la propria autonomia era anche l'organizzazione economica e finanziaria, che si alimentava delle elargizioni e soprattutto delle eredità in punto di morte da parte dei fedeli. La Chiesa cristiana, quindi, non fu mai povera: il suo patrimonio comprendeva beni mobili e soprattutto immobili (terre e fattorie), ed era gestita efficacemente, in forme talvolta spregiudicate, attraverso vere e proprie "banche cristiane"[4]. Alcuni imperatori, sostenuti da quella parte di classe senatoriale che non gradiva affatto il cambiamento in atto, cercarono di porre un argine ai problemi economici dell'Impero proprio requisendo le proprietà della Chiesa cristiana, ma i motivi economici furono l'ultima postilla a una diatriba trisecolare. La nuova religione era sempre stata contraria al dominio imperiale e le persecuzioni avevano soprattutto motivazioni politiche, filosofiche e religiose. Il monoteismo stava insidiando ovunque la vecchia cultura politeista. Era un vero e proprio scontro di idee e mentalità.

In quest'epoca di guerre e militarizzazione la cultura pagana era distribuita universalmente, o "democraticamente", nei vasti territori imperiali. Tutti adesso erano "romani", ma la romanità e la classicità erano già in declino. Se la struttura politica traballava, le parole d'ordine divennero concordia, armonia ed unità. Nei circoli politici e intellettuali, come nelle comunità religiose, si parlava spesso di "potere unico", ovvero di monarchia, di regno, di unità. Così come si aspirava all'unificazione civile dell'impero, si ricercava quindi anche l'unificazione della sfera intellettuale e della sfera divina.

Il Cristianesimo si opponeva sicuramente e palesemente alla cultura dominante, ma d'altra parte anche i suoi intellettuali erano impegnati nella rielaborazione dei sistemi filosofici ellenici e nella loro unificazione col monoteismo. Molti intellettuali "classici" avevano nettamente separato la loro filosofia dalla religione, affermando esplicitamente che gli dèi non esistevano. Alla fine del III secolo, quindi, la società intera fu pervasa da uno spirito religioso talmente forte che i vecchi culti, per nulla sopiti, si ridestarono, si trasformarono e si unificarono anch'essi, rispondendo in modo creativo alla sfida monoteista. Ma, proprio quando il monoteismo divenne un fenomeno di massa, gli imperatori, in particolare Diocleziano, reagirono in modo aggressivo e perseguitarono i cristiani violentemente quanto in passato.

La Chiesa da Costantino a Teodosio (313–395)Modifica

Quando, infine, Costantino si pose alla testa del movimento monoteista, all'inizio del IV secolo, ci fu ancora una fase di discussione fra intellettuali di ogni categoria e di ogni confessione religiosa. A quel punto Costantino, che con l'Editto di tolleranza di Milano del 313 aveva avviato una sempre più sistematica integrazione della Chiesa all'interno delle strutture politico-amministrative dello Stato, si considerò addirittura alto patrono della Chiesa e ritenne di dovere favorirne lo sviluppo e la purezza delle dottrine. Proprio a tale scopo l'imperatore convocò nel 325 a Nicea il primo concilio ecumenico generale della Chiesa, durante il quale vennero condannate le dottrine eretiche del prete alessandrino Ario e venne elaborata la prima organica stesura del credo cristiano.

Una seconda fase della Chiesa è quella della patristica, cioè la formazione di un corpus di commenti alle scritture e di testi sul rapporto con la tradizione classica greco romana e il giudaismo. Sono numerose anche le apologie nei confronti di tali sistemi dottrinali dovuti a scrittori, spesso ecclesiastici, che sono costretti a ripensare le dottrine del Cristianesimo nell'ambito della cultura dell'epoca.

Alla fine del IV e nel V secolo la crisi multilivello dell'impero arrivò a un grado talmente alto da portare sconforto in ogni settore: militare, politico, civile, economico e culturale. Per l'uomo non sembrava esserci più alcuna speranza in questa terra. L'unica salvezza era in Cielo. Il Cristianesimo divenne l'unica religione legale nel 391 con l'imperatore Teodosio. Allora i Cristiani erano circa il 50% della popolazione dell'Impero, ma rappresentavano la stragrande maggioranza nelle città: una crescita notevole se si pensa che all'epoca di Costantino i Cristiani erano solo il 30% e nelle campagne la religione cristiana era diffusa solo marginalmente. La Chiesa divenne intollerante e autoritaria. La lotta alle idee divenne fondamentale per la gestione sociale. La libertà di pensiero fu resa impossibile.

Subito si pose il problema del rapporto tra Cristianesimo e Stato, l'Impero romano. Il Cristianesimo, da religione messianica di ambientazione ebraica e con un messaggio prettamente ad "uso e consumo" degli ebrei, grazie alla sua diffusione negli ambienti della diaspora e all'apertura paolina ai "romani" (alle istituzioni, alla tradizione giuridica e alla cultura), nel corso dei secoli aveva acquistato una forza tale da cambiarne lo status giuridico: da religione illecita (fino a Costantino) a religione tollerata e in seguito, con Teodosio I, a religione di Stato.

Cominciò progressivamente a differenziarsi anche la mentalità delle Chiese latine rispetto a quelle greche, e con i concili ecumenici si assistette ad una definizione rigorosa dell'ortodossia e alla formazione di un linguaggio teologico specifico cristiano, mutuato dalla filosofia greca. Ciò comportò anche il distacco di alcune chiese "etniche" dall'alveo della Grande Chiesa (vedi Chiese ortodosse orientali), che vennero comunemente indicate come chiese antico-orientali, nelle sue espressioni territoriali (chiesa copta, siriaca, armena).

L'imperatore Giuliano (361-363) aveva tentato inutilmente di tornare al politeismo. Ma la società stava cambiando. E, per la cultura greco-romana, la situazione stava precipitando. La razionalità, per quanto approfondita, non era più sufficiente a spiegare un mondo immerso nella "decadenza". L'ansia e l'angoscia non accennavano a diminuire. La struttura politica aveva già perso da tempo la sua vecchia autorità morale. Era nata una nuova istituzione, molto forte, a carattere "spirituale", che si rivolgeva direttamente al cuore dell'uomo. Un'organizzazione, ispirata al monoteismo cristianizzato, che da "giovane ribelle ingenua" si era fatta "adulta e responsabile". Questa istituzione - la Chiesa - riempì il vuoto morale che si era creato nell'umanità e assorbì tutte le richieste di giustizia. L'impero diventava un impero celeste.

In nome di una giustizia migliore, in tutto il mondo conosciuto divenne impossibile esprimere opinioni contrarie a quelle del potere. L'autorità civile si associò a quella religiosa e arrivava ovunque. La legge, e la giustizia in generale, erano considerate come concessione volontaria di un solo Dio onnipotente. Non c'era più un patto con la divinità. Bisognava solo amarla e ringraziarla. Gli imperatori e gli uomini che nacquero da quest'epoca in poi furono sempre più spesso fervidi credenti. L'educazione che ricevevano e la cultura che seguivano sarebbero state sempre più monolitiche e dogmatiche.

Dal suo riconoscimento ufficiale era passato mezzo secolo. Dopo qualche decennio di diatribe teologiche, la Chiesa cristiana - ormai l'unica chiesa ufficiale, la chiesa con la "c" maiuscola - divenne la sola istituzione che garantisse il diritto, per i popoli e per i cittadini. Nel 392 tutte le opinioni che discordavano con questa visione del mondo furono dichiarate illegali e perseguite militarmente.

Mentre, in precedenza, guerre e assassini avvenivano per motivi chiaramente politici, con la creazione dell'impero gli intenti aggressivi furono mascherati da un ideale tendenza a un bene "universale" che, se realmente perseguito, non può che dimostrarsi irraggiungibile e quindi frustrante. Con l'incontro fra stato e chiesa questa tendenza divenne ancora più impellente e ancora più difficile da raggiungere. D'altronde la gente comune era sempre più spaventata dalle incursioni di popoli stranieri, i "barbari". Questa interpretazione passa per essere un cliché, una cosa scontata. Ma nei secoli successivi non solo gli attacchi non diminuirono ma anzi aumentarono e furono ulteriormente rinforzati dalla devastante guerra dell'impero orientale contro i Goti in Italia.

La Chiesa era quella solida struttura di sicurezza che l'uomo non riusciva più ad individuare nello Stato, nell'Impero, in sé stesso, nella propria esistenza, nella vita cittadina o sui campi agricoli. L'esistenza terrena era perennemente in bilico ed era molto lontana dall'assicurare la felicità, antichissima e modernissima aspirazione dei filosofi come dell'uomo comune. L'occidente si era separato dall'oriente. Erano arrivati gli stranieri. Si era sviluppata "l'organizzazione universale". Il mondo antico si era dissolto, lasciando spazio a una nuova visione della vita.

NoteModifica

  1. ^ Vedi ad esempio voce Messiah sulla Jewish Encyclopedia, "Rise of Popular Belief in a Personal Messiah."
  2. ^ Il cristianesimo di fronte a una Bibbia segreta, su bibbiaweb.net. URL consultato il 24/08/2015.
  3. ^ Il monoteismo nelle sue varie forme (Cristianesimo, culti di Iside o di Mithra), riusciva a dare alla società di massa dell'Impero romano quella risposta che non riusciva a trovare né nell'aristocratico individualismo della filosofia né nelle ingenue mitologie dei culti arcaici (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 115).
  4. ^ Ruffolo, p. 123.

BibliografiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia sulla storia del cristianesimo.
Fonti
  • Mauro Pesce (a cura di), Le parole dimenticate di Gesù, Milano, Fondazione Lorenzo Valla – Mondadori, 2005.
  • Papia di Hierapolis, Esposizione degli oracoli del Signore, a cura di Enrico Norelli, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo 2005.
  • Emanuela Prinzivalli e Manlio Simonetti (a cura di), Seguendo Gesù. Testi cristiani delle origini, Milano, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori 2010-2015 (due volumi).
Studi
  • Giovanni Filoramo, Daniele Menozzi (a cura di), Storia del cristianesimo - L'Antichità, ed. Laterza, Roma-Bari, 2001.
  • John Knox, Marcion and the New Testament: An Essay in the Early History of the Canon, University of Chicago Press, Chicago, 1942.
  • Arnaldo Momigliano, Pagan and Christian Historiography in the Fourth Century A. D. in: Terzo Contributo alla Storia degli Studi Classici e del Mondo Antico, Roma 1966, pp. 87–109.
  • Manlio Simonetti, Il Vangelo e la storia - il cristianesimo antico (secoli I-IV), Carocci, Roma 2010.

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