Storia di Brescia

Chi siano stati i primi abitatori delle lande bresciane, è a noi impossibile dirlo; si trovano alcune tracce d'insediamenti umani solo in quella che oggi è la provincia di Brescia, ma non nel territorio dove oggi sorge la città di Brescia.[senza fonte]

Gli statuti riformati della città di Brescia (Reformationes statutorum magnificae civitatis Brixiae), 1621

OrigineModifica

Le origini di Brescia sconfinano nella leggenda: vi è chi fa risalire le origini di Brescia a Ercole, chi ne fa risalire la fondazione a Troe che, scappando da Troia in fiamme, sarebbe giunto presso il luogo dove ora sorge Brescia e avrebbe lì fondato Altilia, vale a dire l'altra Ilio. Tuttavia la leggenda che, secondo la storiografia, più probabilmente contiene un fondo di verità, è quella che si riferisce a Cicno, re dei Liguri; questi nella tarda età del bronzo avrebbe invaso la pianura Padana e, giunto presso il colle Cidneo (al centro dell'attuale Brescia), ne fortificò la cima, nel punto in cui oggi sorge il castello. Altri ancora sostengono che i primi abitanti del territorio bresciano furono gli Etruschi, che si stanziarono nella pianura cispadana[1].

L'evento di maggior importanza per la storia bresciana fu però l'invasione dei Galli Cenomani (IV secolo a.C.), i quali s'insediarono nella regione pianeggiante (spingendo nelle valli le popolazioni di ceppo ligure-euganeo) compresa tra l'Adige e l'Adda, nella fascia pedemontana e nella bassa fino all'altezza di Soncino ricomprendendo tutta la bassa bresciana e le terre al di qua dell'Oglio, facendo della futura Brixia la loro capitale.[2]

A quell'epoca risale la fondazione da parte dei Cenomani delle città vicine a Brescia[senza fonte];

Sobillate da Annibale, Asdrubale e Magone, intorno al 202 a.C. le tribù celtiche della pianura Padana crearono una confederazione contro i Romani. Questa confederazione mosse guerra contro gli stanziamenti Romani nella pianura cis-padana; i Cenomani però, appena prima della battaglia, si riallearono segretamente con i Romani (con i quali avevano già combattuto nel 225 a.C. le altre tribù galliche e nel 216 a.C. i Cartaginesi a Canne) ed il giorno seguente attaccarono alle spalle gli Insubri, provocandone la totale disfatta.[3] Questa battaglia pose fine alla sovranità esclusiva su Brescia ed il suo territorio da parte dei Cenomani e diede inizio all'età romana. Venne infatti mantenuta solamente l'autonomia amministrativa.[4]

Età romanaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Brixia (archeologia).

La prima età romana e poi repubblicanaModifica

 
Le rovine del Capitolium di età flavia, fatto erigere dall'imperatore Vespasiano

Dal 196 a.C. ha appunto inizio per Brescia l'età Romana, sebbene, va detto, ebbe una certa indipendenza e libertà di autogestirsi, in virtù del suo status di alleata di Roma[5]. Infatti i medesimi Cenomani, come già evidenziato, mantennero una certa indipendenza e addirittura anche diritto a mantenere un proprio esercito;[4] Questo primo legame permise alla città, nell'89 a.C., con la Lex Pompeia emanata da Gneo Pompeo Strabone, di potersi fregiare del cosiddetto diritto latino;[4] anche in epoca repubblicana il mondo "cenomane" godette di grande autonomia, poté auto amministrarsi, battere moneta propria e poté mantenere una propria "cultura", ma con l'acquisizione della cittadinanza romana scomparve la dicitura "Cenomani" in favore di quella di "Brixiani"[senza fonte] . Inoltre, nel 49 a.C., al tempo del consolato di Gaio Giulio Cesare, ottenne l'importante prerogativa, grazie alla lex Roscia e alla Lex Iulia de civitate Transpadana, di divenire parte a tutti gli effetti del territorio romano; inoltre, ai suoi abitanti venne data la piena cittadinanza romana, con la conseguente iscrizione alla tribù dei Fabii.[4][6] È proprio a quest'epoca, comunque, che va datata una prima razionalizzazione dell'abitato secondo il tipico schema urbanistico romano, tramite il tracciato di un decumano, l'odierna via dei Musei, ed un cardo.[4] A tal proposito, è opportuno descrivere, almeno superficialmente, la natura dell'abitato a quel tempo: la Brixia di allora aveva la forma di un pentagono irregolare, al cui centro ideale vi erano la piazza del Foro e il santuario; il già citato decumano percorreva in senso est-ovest la città e, perpendicolare ad esso, il cardo proseguiva a sud, smarcandosi dall'edificio della basilica civile e proseguendo verso sud, dunque verso Cremona. Le mura urbiche, poi, scendendo dalle pendici del colle proseguivano lungo l'attuale via Dieci Giornate ed indirizzandosi verso est fino a porta Paganora e corso Zanardelli, continuando verso corso Magenta e risalendo sempre verso il Cidneo da via Brigida Avogadro.[7]

 
Una colonna del porticato dell'antico foro romano di Brescia

Nel 27 a.C., poi, Ottaviano augusto conferì alla città, l'unica in tutta l'Italia settentrionale di allora a poter godere di tale privilegio, il titolo di Colonia civica Augusta Brixia.[8] Forse proprio a ricordo di questo importante conferimento fu eretto sulla sommità del colle Cidneo un monumentale tempio,[N 1] promuovendo anche la costruzione di un acquedotto per migliorare l'approvigionamento idrico del centro urbano. Si stima comunque che la sua lunghezza fosse di circa 25 km, partendo dall'odierna Lumezzane e raggiungendo appunto le pendici del colle.[9]

La Brixia romana di allora era un importante centro religioso, inserito amministrativamente nella regione X Venetia et Histria.[9] Aveva ben 3 templi e, oltre al già citato acquedotto, vennero costruiti un teatro, peraltro utilizzato anche per adunanze pubbliche in epoca medievale, dei complessi termali dove ora sorge la cosiddetta Rotonda (ovvero il Duomo Vecchio) e nelle vicinanze di quella che oggi è piazza Tebaldo Brusato; forse, si ipotizza anche la costruzione di un anfiteatro nei pressi di quello che dall'Ottocento in poi è chiamato corso Magenta.[10][N 2] Un altro aspetto da considerare è la condizione economica bresciana durante l'epoca imperiale. Se da un lato vi fu un forte sviluppo economico, dall'altro la povertà di certe popolazioni rurali spinse un gran numero di bresciani ad arruolarsi nelle legioni; in particolare molti bresciani vennero arruolati nella Legio VI Ferrata.[senza fonte]

L'età imperialeModifica

Una testimonianza poetica della Brixia romana

Il poeta latino Catullo, nel carme 67[N 3], così descrive la realtà della Brescia romana:

(LA)

«Atqui non solum hoc se licit cognitum habere
Brixia Cycneae supposita speculae
flauus quam molli praecurrit flumine Mella
Brixia Veronae mater amata meae.»

(Catullo, Liber, carmen 67)

Tra I e II secolo d.C. la città conobbe una grande espansione urbanistica, grazie alla quale furono costruiti nuovi ed importanti edifici attorno all'area del foro cittadino.[11] In ogni caso l'area compresa tra le pendici del colle Cidneo e il decumano massimo, vale a dire cioè proprio la piazza del foro, era stata oggetto di importanti interventi costruttivi già in occasione dell'erezione di un santuario di età repubblicana, databile al I secolo a.C.;[12] questo stesso luogo di culto venne sovrastato nel 73 d.C. da un monumentale tempio, il cosiddetto Capitolium, il cui nome deriva appunto dall'intitolazione alla triade Capitolina.

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile romana (68-69).

Fatto costruire dall'imperatore Vespasiano, la sua commissione è da attribuire all'aiuto militare che la città fornì a quest'ultimo in occasione della battaglia di Bedriaco del 69 d.C., combattuta nei pressi di Cremona. Grazie a questa stessa battaglia egli sconfisse Vitellio e poté dunque salire al soglio imperiale.[11] La paternità della costruzione, attribuibile appunto all'imperatore della gens Flavia, è ricavabile anche grazie alla dedica posta sul frontone del tempio, che così recita:[13][14]

«IMP. CAESAR VESPASIANUS AUGUSTUS. / PONT MAX. TR. POTEST. IIII. IMP X. P(ater) P(atriae). COS IIII / CENSOR»

Tuttavia è al 96 d.C. circa che Brixia raggiunse la sua massima espansione, arrivando a poter vantare la ragguardevole estensione di 29 ettari in superficie e una popolazione complessiva di circa 9000 abitanti; in virtù di questa densità abitativa non indifferente, la cerchia muraria di età augustea fu ampliata nel suo tratto occidentale. La ricchezza del centro urbano di quest'epoca è testimoniata, a tal proposito, proprio dai ritrovamenti archeologici, che raccontano di una realtà locale piuttosto prosperosa e benestante, considerando anche le ricche villae suburbane site in Sirmione, Desenzano del Garda e Toscolano Maderno.[11] Per Brescia transitavano infatti importanti tratti viari che connettevano tra loro i più importanti municipia dell'Italia settentrionale; si ricordi infatti l'importante via Gallica, (in corrispondenza dell'antica via sono stati rinvenuti nel corso di alcuni lavori, all'inizio del 2021, tre cippi militari e una colonna che segnalavano la distanza dal centro della città, il foro, di due miglia[15]) che da est a ovest univa appunto Gradum (Grado) ad Augusta Taurinorum (Torino). Degna di menzione è anche, in tal senso, la via Mediolanum-Brixia, che collegava appunto l'antica Mediolanum a Brixia, e la stessa via Brixiana.

L'età tardoantica e la diffusione del CristianesimoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Età Tardo Antica e Diffusione del cristianesimo in epoca precostantiniana.
 
Una raffigurazione epigrafica della cattura dei due santi bresciani, Faustino e Giovita

Già fin dal III secolo d.C la città fu interessata da importanti contatti con il Cristianesimo; abbastanza precocemente se si considera la prima liberalizzazione del culto dei cristiani, avvenuta nel 313 d.C. grazie all'editto di Milano; una delle prime realtà cristiane che nacque nell'Italia settentrionale si sviluppò a Milano, dalla quale Brescia fu poi la prima diocesi a staccarsi. I primi luoghi di culto cristiani sorsero nella zona più orientale della città, dunque ai piedi dei Ronchi. Degna di menzione è la paleocristiana basilica di sant'Andrea, fondata forse da san Filastrio, che probabilmente fu sepolto nella medesima chiesa.[11] La datazione circa la fondazione di questo luogo di culto è piuttosto incerta e, ad onor del vero, si ignora anche l'ipotetico luogo in cui essa si potesse trovare. Il religioso Antonio Fappani, nella sua monumentale Enciclopedia bresciana, cita una testimonianza del vescovo Ramperto, in cui si affermava che la basilica si trovasse in una generica zona orientale della città, al di fuori delle mura, ma, viste le indicazioni alquanto generiche, il dubbio comunque permane.[16] Lo stesso Giacomo Malvezzi riporta, nella sua cronaca medievale, che attorno alla prima metà del III secolo fossero costruiti i primi veri e propri luoghi di culto, tra i quali si poteva annoverare appunto la medesima basilica di sant'Andrea;[N 4] in ogni caso, anche il Malvezzi ignora quando la chiesa fosse stata intitolata al santo.[17] Tra i primi santi venerati dalla comunità cristiana bresciana figurano Faustino e Giovita, santi patroni della città, il cui martirio è collocato dalla tradizione sotto il principato di Adriano, e tra gli altri, san Clateo, secondo vescovo di Brescia (nel corso del IV secolo). Altra santa oggetto di devozione da parte dei bresciani vi è anche Angela Merici.[11]

Tra tardoantico ed altomedioevoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Alto Medioevo.

In ogni caso questo impulso edilizio e costruttivo di matrice cristiana si spostò poi nella parte occidentale della città, nella sfera di influenza dell'antica curia ducis, costruita originariamente in età altomedievale su preesistenti edifici di età classica:[18] a quel punto andò consolidandosi la presenza di due cattedrali, una invernale ed una estiva, in concomitanza della lotta tra Cattolicesimo ed Arianesimo; sorsero dunque, nell'area dell'attuale piazza Paolo VI, l'antica basilica di San Pietro de Dom (sull'area che ospita dal '600 il Duomo nuovo) e la basilica di Santa Maria Maggiore de Dom (dove dal XII secolo invece sorge il Duomo vecchio).[16]

 Lo stesso argomento in dettaglio: Invasioni barbariche del V secolo.

Nel 402 Brescia venne travolta dalle orde gotiche di Alarico,[19] fu saccheggiata dagli Unni di Attila nel 452,[20][21] mentre nel 476 un guerriero Turclingio di nome Odoacre, alla testa di un esercito di Eruli, conquistò la pianura padana portando alla fine dell'Impero e facendo entrare Brescia nel suo dominio.[22] Il regno di Odoacre finì con l'avanzata degli Ostrogoti guidati dal loro re Teodorico poi detto "il Grande" che nel 493 espugnò Brescia facendone uno dei suoi maggiori insediamenti, insieme alla vicina Verona.[22]

Durante la guerra gotica (535-553) Brescia, guidata probabilmente[N 5] dal conte goto Widin, fu, insieme alla vicina Verona, una delle ultime "munitissime" città a resistere ai Bizantini, cadendo nelle mani del generale Narsete solo nel corso del 561/562.[23][N 6]

Il MedioevoModifica

L'arrivo dei LongobardiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Ducato di Brescia e Contea di Brescia.

Nel 568 fu tra le prime città conquistate dai Longobardi, diventandone, durante il regno longobardo (568-774), uno dei centri propulsori e sede di un importante ducato. Vi sorsero fondazioni monastiche legate o dipendenti dall'abbazia di Bobbio che crearono le basi per lo sviluppo dell'agricoltura, con la diffusione di vigneti, castagneti, oliveti, mulini e frantoi. Si riaprirono le vie commerciali, vie fluviali e di comunicazione: olio, sale, spezie, legname, carne, ecc. Fra queste il grande Piorato di San Colombano di Bardolino, con il territorio del lago di Garda, Desenzano del Garda, Lonato del Garda, Sirmione, Salò e la prioria di Solarolo di Manerba del Garda, Toscolano Maderno, dei fiumi Mincio, Adige, la zona della Valpolicella, del veronese e lungo la Via Postumia, oggi sotto tre regioni (Lombardia, Veneto e Trentino). Inoltre dipendente dall'abbazia di Bobbio i territori della Val Sabbia, Val Trompia, Bovegno, Collio e la prioria di San Colombano verso la Val Camonica ed i passi alpini. Fra le varie produzioni vitivinicole e di olio del territorio monastico si distinguevano anche le peschiere del Garda, il cui pesce veniva distribuito e commercializzato grazie alla conservazione sotto sale e olio. Per i collegamenti fra Po, Mincio e Lago di Garda vi erano i possedimenti terrieri del mantovano con diritti sulla navigazione fluviale sul Po con Comacchio con le saline gestite dal monastero di Bobbio ed il porto fluviale monastico, con il trasporto di sale con chiatte verso il Po e tutta la pianura padana, e da Porto Mantovano verso il Mincio ed il Garda per le peschiere. Ancora a metà del XII secolo il documento "Breve recordationis de Terris Ecclesiae Sancti Columbani", documenta ancora le proprietà dell'abbazia di Bobbio.

Tra i duchi si conta anche Rotari, poi re dei Longobardi e primo legislatore del suo popolo. Oltre a Rotari Brescia diede al regno dei longobardi altri due re: Rodoaldo, figlio di Rotari, e Desiderio. Quest'ultimo fondò, nell'area dell'attuale provincia, coadiuvato dalla moglie importanti monasteri benedettini come il monastero di San Salvatore a Brescia e la Badia leonense a Leno, posto a sud della città.

Il regno dei longobardi durò due secoli, la città venne conquistata da Carlo Magno nel 774 e fu eretta a contea del Sacro Romano Impero. L'imperatore Ludovico II frequentò spesso la curia regis cittadina e morì non lontano dalla città, presso Ghedi. Dopo la deposizione di Carlo il Grosso, nell'888, la contea diede omaggio feudale prima a Guido di Spoleto e poi a Berengario, entrando così nell'orbita della Marca friulana, durante le lotte per la corona d'Italia che si svolsero prima dell'ascesa al trono di Ottone I.

Età comunaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Contea di Brescia, Monetazione bresciana, Alberto I Casaloldo e Ugoni-Longhi.

Durante il X secolo ci fu una progressiva riduzione del potere comitale, la cui carica sul finire del secolo fu assegnata al Vescovo cittadino dagli imperatori germanici. Nello stesso periodo ci fu la concomitante ascesa del libero comune che estese la propria influenza su tutto il comitato, corrispondente all'incirca l'attuale territorio provinciale, grazie ad un'accorta politica di colonizzazione delle terre incolte e di militarizzazione delle rive dei fiumi Oglio e Chiese e del Lago di Garda.

Come tutti i comuni lombardi sorse quindi in dialettica col potere episcopale e con una iniziale connotazione di fondo aristocratica, gravitante intorno alla vassallità capitaneale dei monasteri (Santa Giulia e San Benedetto di Leno su tutti) e dell'episcopato bresciano. La maturazione interna del comune e l'espansione attuata sul comitato ebbe luogo in scontro con le comunità rurali, ancora sottomesse ai signori del territorio, in particolare i conti palatini di Lomello e gli Ugoni-Longhi, stanziati a sud-est, e i conti Gisalbertini, ad ovest.

Inoltre la crescita del comune fu caratterizzata dalla lotta anche violenta con i grandi comuni confinanti, in particolare Bergamo e Cremona, che sconfisse a Pontoglio due volte consecutive, nelle battaglie delle Grumore (metà XII secolo) e della Malamorte (1191) di cui narra ampiamente il cronista Malvezzi. Partecipò inoltre alla lotta comunale della lega lombarda (seconda metà del XII) a fianco di Milano e Piacenza, storiche alleate del periodo comunale, e le truppe del comune si distinsero nella battaglia di Legnano come secondo contingente più numeroso e agguerrito dopo quello milanese.

 
Il Castello, incisione di Pierre Mortier

La pace di Costanza (1183) segnò la definitiva affermazione del comune sul territorio, ormai controllato in buona parte, ma anche, precocemente rispetto ad altre città lombarde, l'esplodere dei conflitti civili che dai primi del XIII secolo insanguinarono la città. I nobili scacciati dalla città dalla fazione popolare si rifugiarono a Cremona raccogliendo appoggi tali da sconfiggere il comune popolare in battaglia. L'alternanza delle partes in città fu deleteria per la coesione del sistema politico, ormai in netta crisi, che sopravvisse, sotto la forma politica podestarile, sino alla fine del XIII secolo.

Nel 1259 termina la dominazione di Ezzelino da Romano e si costituisce come comune autonomo sotto la protezione di Oberto Pelavicino fino al 1265. In seguito passa sotto il controllo dei Della Torre di Milano[24].

Nel 1269 fa una dedizione a Carlo d'Angiò, e ritorna libera ed autonoma nel 1281[24].

Nel 1277 il vescovo di Brescia Berardo Maggi, con una politica marcatamente accentratrice, si fa rinnovare il titolo Duca della Vallecamonica e Principe di Brescia.[25]

Nel 1279 assieme a Padova, Cremona, Parma e Modena combatte contro Verona e Mantova per il possesso di alcuni castelli e la difesa gli interessi Guelfi[24].

Nel 1287 un patto con la Repubblica di Venezia per il passaggio del sale provoca lo scoppio della grande ribellione camuna e la spedizione militare, di esito incerto, contro i Federici e la maggior parte della nobiltà valligiana nel 1288. Seguirà la pacificazione di Matteo Visconti che nel 1291 risolse la controversia tra camuni e bresciani[24].

Nel 1295 Federico Odorici riporta nelle sue Storie Bresciane che vi erano due partiti politici:

L'Assedio di Brescia da parte di Enrico VII di LussemburgoModifica

La città bresciana, nel contesto dei liberi comuni formatisi a quell'epoca, si oppose fermamente al progetto promulgato dall'allora Imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico VII di Lussemburgo: questi voleva infatti riportare sotto il dominio dell'impero le città italiane, a quell'epoca appunto libere ed indipendenti. Tuttavia, se alcune realtà accettarono di buon grado l'autorità dell'imperatore (basti pensare al fatto che fu incoronato Re d'Italia, a Milano, con la Corona ferrea, tipico diadema dei sovrani italici), altre, tra le quali figurava Brescia, si ribellarono in virtù della loro indipendenza. A questo punto Enrico marciò prima verso Mantova, la assediò e, dopo averne ottenuto la resa incondizionata, fece radere al suolo l'intera cinta muraria della città.

Volse dunque verso Brescia e, accampato l'esercito tutt'attorno alla città in data 19 maggio 1311, sostenne contro Brescia un assedio durato più di quattro mesi; negli eventi complessivi dello scontro, comunque, sono omessi i dettagli di ogni scontro e messi in evidenza, piuttosto, eventi eclatanti quali sono la morte del fratello di Enrico, Valerano, e l'efferata uccisione di Tebaldo Brusato, allora a capo della signoria della città.[26]

L'assedio, in ogni caso, poté terminare solamente grazie alla mediazione di alcuni legati pontifici, tra tutti Luca Fieschi: la città, logorata da mesi e mesi di assedio (eppure inizialmente disposta a proseguire) accettò le condizioni di resa e, ad inizio ottobre del 1311, Enrico entrò in Brescia dopo averne fatto radere al suolo le mura e le torri.[27] tranne tre porte considerate "reali": porta bruciata, porta sant'andrea (non esise piu, è la corrispondente ovest di porta bruciata) e quella che ora è porta venezia[da chiarire l'affermazione evidenziata: quali fonti a supporto di quanto detto? uso discutibile di maiuscole/minuscole, oltre che di indicazioni temporali relative e vaghe ("ora", come se la porta esistesse tutt'oggi]

A proposito di questo fatto, leggenda vuole che l'imperatore, adirato con la città per la lunga resistenza oppostagli, volesse mozzare il naso di tutti i bresciani in città; tuttavia, o perché non trovò alcuno fuori di casa, o perché i legati pontifici lo riportarono a ragione, si accontentò di tagliare il naso unicamente alle statue. Lo stesso mostasù dèle Cosére, dunque, sarebbe testimone di quel fatto.[28]

La signoria visconteaModifica

Nel 1313 fece atto di dedizione alla nascente signoria viscontea.

Nel 1317 le forze di Matteo Visconti e Cangrande della Scala assediano la città responsabile di aver scacciato la famiglia Maggi, sostenitrice del partito ghibellino.

Nel 1329 Cangrande della Scala conquista buona parte del territorio bresciano. Il 31 dicembre 1330 Giovanni di Boemia è in Brescia, che con l'appoggio di Mastino della Scala fa rientrare i ghibellini, con i quali inizia la costruzione del Castello di Brescia sul monte Cidneo. Inoltre appoggia l'autonomia della Val Camonica[29].

L'8 ottobre 1337 Brescia, sotto il controllo scaligero, si dona ai Visconti milanesi, dopo la sconfitta delle truppe veronesi[24].

Brescia malatestianaModifica

Tra il 1404 ed il 1421 Brescia passa sotto Pandolfo III Malatesta. Ex generale dei Visconti, essendo i suoi signori in debito con lui e non avendo moneta con cui pagarlo, gli affittano Brescia in modo che si ricompensi con le decime cittadine[24]. In realtà Pandolfo III, con la complicità di suo fratello Carlo Malatesta, instaura una vera e propria signoria, con una corte di tutto rispetto, ricca di istituzioni laiche e religiose, animata dai maggiori artisti dell'epoca.[30] Il periodo malatestiano termina con l'ingresso di Francesco Bussone detto il Carmagnola, nel 1421, e la fuoriuscita di Pandolfo, risarcito per la perdita della città.

Il 17 marzo 1426 Brescia si rivolta a Filippo Maria Visconti e si dà alla Repubblica di Venezia. L'anno seguente le truppe della serenissima combattono contro quelle milanesi, fino ad arrivare al trattato di cessione alla Serenissima il 30 dicembre[24].

Dominazione visconteaModifica

 
Statuti della mercanzia di Brescia e suo distretto, 1788

Il 3 luglio 1403 Baroncino II dei Nobili di Lozio, alla guida di 7000 guelfi di Valle Camonica e della Val di Scalve espugna Brescia al seguito di Giovanni Ronzoni, facendo strage di ghibellini e cacciando il vescovo Giacomo Pusterla, che parteggiava per la duchessa Caterina, moglie del defunto Gian Galeazzo Visconti e reggente del figlio Filippo Maria Visconti, lasciandola poi nelle mani di Francesco Novello dei Carrara, signore di Padova. Prima della fine dell'anno Brescia tornerà in mani Viscontee[31].

Età venetaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rinascimento bergamasco e bresciano, Scultura rinascimentale bresciana e Storia della Repubblica di Venezia.
 
La provincia di Brescia in epoca veneta. Antonio Zatta 1782.

Il 20 novembre 1426 Brescia si diede alla Repubblica di Venezia, diventando uno dei domini di Terraferma. Fino alla Pace di Lodi si verificarono degli scontri tra la Serenissima e gli eserciti mercenari dei Visconti che non volevano rinunciare al bresciano. Si ricorda, in particolare, il lungo assedio del 1438 ad opera di Niccolò Piccinino, per conto del duca di Milano, assedio che venne spezzato grazie all'intervento di Scaramuccia da Forlì, capitano di ventura che operava per conto di Venezia.

In epoca veneta la Bresciana aveva 21 suddivisioni: quattro podesterie maggiori Val Camonica, Salò, Asola ed Orzinuovi; tre podesterie minori, Chiari, Lonato dl Garda e Palazzolo sull'Oglio; sette vicariati: Iseo, Montichiari, Gottolengo, Rovato, Calvisano, Quinzano d'Oglio e Pontevico; sette vicariati minori: Gavardo, Manerbio, Ghedi, Gambara, Pontoglio, Castrezzato e Pompiano. Per le elezioni delle podesterie maggiori serviva che i candidati ottenessero i due terzi dei favorevoli, per gli altri bastava la maggioranza semplice. La carica durava un anno e iniziava ad ottobre[32].

Venezia accordava ampia autonomia ai sudditi fedeli[33], compensandoli con privilegi, il più importante del quale era il distacco del territorio, divenendo così “corpo o terra separata”. Il 1º luglio 1428 fu la Val Camonica, Nel 1440 l'ebbero Brescia (9 aprile), Asola (27 luglio), Lonato (17 settembre) e la Riviera il 19 dicembre. Per la Val Trompia il 30 gennaio 1454, per la Valle Sabbia il 19 agosto 1463. Il territorio vero e proprio rimase compreso dei comuni del lago d'Iseo, Franciacorta, aree a nord ed est della città e dalla pianura[34].

Nel febbraio 1512 fu occupata e saccheggiata dal condottiero francese Gastone di Foix-Nemours, nipote del re Luigi XII.

 
Mappa di Brescia a inizio Settecento

Il 18 agosto 1769 un fulmine colpì la torre di San Nazaro, adibita a polveriera, che si trovava vicino all'omonima Porta di San Nazaro, dove oggi c'è la fontana di Piazza della Repubblica. Ne seguì un'enorme esplosione che distrusse quasi un settimo della città. La stima delle vittime è incerta, andando da un minimo di 400 morti fino a 2.500[35].

Brescia condivise le sorti della Serenissima fino all'occupazione da parte dell'Armata d'Italia nel 1797. A seguito del trattato di Campoformio del 1797 divenne territorio della Repubblica Cisalpina e condivise le sorti degli stati napoleonici successivi, la Repubblica Italiana e il Regno d'Italia, fino alla caduta del Viceré Beauharnais avvenuta nel 1814.

Regno Lombardo-VenetoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Regno Lombardo-Veneto e Garibaldini della provincia di Brescia nei Mille.

Durante il Risorgimento la città di Brescia si distinse per la rivolta anti austriaca delle Dieci giornate (marzo 1849) che, per la sua eroica resistenza, le valse l'appellativo, datole da Giosuè Carducci, di "Leonessa d'Italia", con anche un'evidente allusione al Leone, simbolo araldico della città. Il capo degli insorti, Tito Speri, continuò negli anni successivi la sua attività cospirativa fino al 3 marzo 1853, quando fu giustiziato a Belfiore, località alla periferia di Mantova, divenendo uno dei Martiri di Belfiore.

Henry Dunant, testimone nel 1859 della Battaglia di Solferino e San Martino, rimase sconvolto dalla situazione dei feriti visti sul campo di battaglia e a Brescia, che con i suoi 40 000 abitanti aveva visto affluire oltre 30 000 feriti; ebbe qui l'idea di fondare la Croce Rossa, idea che realizzò una volta ritornato a Ginevra. Nel suo libro, Un ricordo di Solferino, Henry Dunant parlò della battaglia e tornò più volte sulla dedizione del popolo di Brescia per aiutare i feriti.

Ventennio fascistaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Piazza della Vittoria (Brescia).

Il progetto più rilevante che caratterizzò la città in questo periodo fu la riqualificazione del medievale quartiere delle Pescherie, il lembo meridionale del Carmine che, oltrepassato il Palazzo della Loggia, arrivava fino a Piazza del Mercato, delimitato a est dai portici di Via Dieci Giornate. Il progetto, avviato nel 1927 con la riforma del piano regolatore comunale, mise in atto la definitiva demolizione dell'area in questione, sulla quale fu costruita l'attuale Piazza della Vittoria. Il progetto, da un lato, servì a dotare Brescia di un'ulteriore piazza di carattere civico (quelle di carattere religioso erano in notevole soprannumero) e di porre fine agli annosi problemi del quartiere delle Pescherie, primi fra tutti la sanità e la sicurezza. Dall'altro lato, la costruzione della piazza portò alla demolizione di diverse opere medievali di notevole valore architettonico, come il caratteristico borgo, i resti della curia ducis (fondamenta della quale sono oggi visibili grazie ai lavori per la metropolitana) e la piccola chiesa di Sant'Ambrogio.

L'operazione, inoltre, prevedeva la realizzazione di due viadotti perpendicolari che avrebbero attraversato la città a croce, incontrandosi appunto in piazza della Vittoria, che ne avrebbe costituito il nodo. Il progetto, per mancanza di fondi, non fu mai realizzato.

Altro progetto significativo del periodo fu la Galleria Tito Speri, che venne abbozzato attorno al 1920, anche se già fin dalla fine dell'Ottocento i piani di sviluppo della città miravano ad un'espansione verso nord. Dopo un primo progetto a cura dell'ingegnere Giovanni Conti tra il 1921 e il 1925 e l'approvazione da piano regolatore nel 1929, la vera decisione giunse nel 1932 e fu rafforzata ancor più dalla richiesta da parte delle autorità militari della costruzione di rifugi antiaerei. Nel 1935 il progetto venne presentato, ma il costo di 7 milioni di lire ne determinò un temporaneo accantonamento, fino al 1937. Già allora aveva la struttura che oggi conosciamo: una galleria centrale per una lunghezza di 600 metri a collegare via Musei alla Pusterla, e due gallerie laterali, dirette verso via San Faustino. L'iter per ottenere il permesso fu lungo e complesso: importante fu l'intervento a Roma dell'ingegnere Francesco Fantoni, responsabile dell'ufficio tecnico comunale e progettista dell'opera. I lavori iniziarono nel gennaio 1943: interrotti nel '45, vennero ripresi tra il 1946 e il '48. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale la galleria servì da ricovero e rifugio antiaereo per la popolazione. L'inaugurazione ufficiale avvenne il 28 aprile 1951.[36]

Brescia repubblicanaModifica

La Brescia repubblicana, insignita della medaglia d'Argento al Valor Militare per la Resistenza, visse il periodo della ricostruzione godendo dell'operosità tipica della popolazione. L'industria pesante venne riconvertita, la città - martoriata dai bombardamenti bellici - visse gli anni della ricostruzione sotto la guida del sindaco democristiano Bruno Boni, amministratore estremamente amato dai cittadini, che restò ininterrottamente in carica dal 1948 al 1975. Boni era definito per dileggio "Ciro l'asfaltatore", (lo slogan delle opposizioni fu "asfaltar no es gobernar") ma la sua opera intensa contribuì a creare strutture ed infrastrutture moderne ed efficienti. Alcuni suoi progetti non furono accettati (il tunnel sotto la Maddalena per togliere dalla città il traffico verso la Val Trompia, il canale navigabile di collegamento con Mantova), sebbene venissero presentati come opere di importanza strategica. Grazie ad uno dei vari progetti promossi da Boni, Brescia, prima città in Italia, si dotò del teleriscaldamento. Da tale sistema negli anni '90 è derivato un nuovo sistema per produrre energia attraverso la combustione dei rifiuti (il termoutilizzatore di Brescia è stato considerato dall'Università Harvard il migliore al mondo, anche se gli ambientalisti contestano questo riconoscimento in quanto l'Ente premiatore, Wtert, della Columbia University, ha tra gli sponsor la Martin GmbH, Germany, produttrice dello stesso impianto[N 7][37]).

In questo periodo a Brescia non venne meno la tradizione sociale, e alla figura di Boni si affianca quella di padre Ottorino Marcolini, fondatore della Cooperativa "La Famiglia", che realizzò interi quartieri residenziali alla periferia di Brescia. Anche il mondo della cooperazione sociale, capillare e proficuo, risente dello spirito di "cattolicesimo progressista" e trova conformazione, all'inizio degli anni ottanta, nel consorzio provinciale Sol.Co.

Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione sindacale ed antifascista, ebbe luogo la drammatica Strage di Piazza della Loggia. Otto persone persero la vita e decine furono i feriti. Una stele commemorativa ricorda i caduti, sotto i portici di fronte alla Loggia, nel punto dove deflagrò l'ordigno nascosto in un bidone (una colonna, visibilmente rovinata, testimonia l'intensità dello scoppio). Il 16 dicembre 1976 un altro ordigno scoppia in Piazzale Arnaldo uccidendo una persona e ferendone altre 11.

Dopo il tracollo della prima Repubblica finì l'egemonia democristiana. La tendenza cattolico democratica dei bresciani trovò però espressione nella guida di giunte di centrosinistra (due guidate da Mino Martinazzoli e due guidate da Paolo Corsini, l'ultima in scadenza nel 2008). Tra i progetti più significativi di questi ultimi anni, la riforma del trasporto pubblico urbano (con la creazione delle LAM, linee ad alta mobilità) e soprattutto il discusso progetto per la metropolitana.

NoteModifica

Note al testoModifica

  1. ^ parti della struttura sono state peraltro rinvenute nel corso di alcuni lavori, nel 1968, in occasione di alcuni interventi volti alla realizzazione del museo delle armi: si tratta di resti di un basamento, di una imponente scalinata in conci regolari e isodomi di medolo
  2. ^ Il primo ad ipotizzare l'esistenza di un anfiteatro per Brescia è lo studioso Giovanni Labus, che si basò, nelle sue speculazioni, sul rinvenimento di una targa votiva scoperta in via Mazzini; l'esistenza dello stesso è ipotizzata anche grazie alla leggenda dei santi cittadini Faustino e Giovita, i cui racconti sembrano testimoniarne l'esistenza, seppure in maniera non del tutto certa
  3. ^ Robison Ellis, nei propri studi sui carmina catulliani, traduce: "Brescia la ben amata città-madre della mia amata Verona", benché sostenga che nel codice conservato al British Museum il termine "meae" sia sostituito da "vice". Sempre secondo Ellis, dunque, esiste anche la possibilità che il verso del carme sia traducibile come segue:
    (LA)

    «Brixia Veronae mater amata vicem»

    (IT)

    «Brescia la città madre che io amo come amo Verona»

    Ellis, inoltre, ritiene che il poeta potesse riferirsi allo stretto legame tra le due città, nonostante sia altrettanto plausibile che potesse anche indicare l'origine bresciana della famiglia, così come Virgilio nomina Aricia e Populonia nell'Eneide (nel X e VII canto).

  4. ^ Va qui segnalata, tuttavia, l'ambiguità della testimonianza del Malvezzi; il quale scrive, a suo tempo, nel primo '400 e dunque circa 1200 anni dopo gli eventi che prende in esame. In ogni caso, il cronista sembra parlare della basilica come di un edificio ancora esistente al suo tempo, dal momento che afferma:

    «[...]Vicino a questa, nello stesso periodo, fu innalzata la basilica che ora è detta di sant'Andrea,[...]»

  5. ^ La frammentarietà e la scarsità delle fonti non permettono di dare assoluta certezza al fatto che la guerra condotta da Narsete contro il goto Widin e il franco Amingo sia collegabile alla rivolta di Verona e Brescia; comunque la coincidenza di date (561/562) e della regione in cui avvennero gli scontri (Venetia et Histria) rendono probabile la connessione. Menandro Protettore, frammento 8, sostiene che nel 561 ca. Narsete inviò al condottiero franco Amingo due ambasciatori affinché lo convincessero a permettere ai Bizantini il passaggio del fiume Adige, ma Amingo rifiutò. Paolo Diacono (Historia Langobardorum, II,2) narra infatti che Amingo si era alleato con Widin, condottiero goto rivoltatosi a Narsete, e che i due si scontrarono in battaglia con Narsete, uscendone sconfitti: Widin venne esiliato a Costantinopoli, mentre Amingo «fu ucciso dalla spada di Narsete». La cronaca di Giovanni Malala, fonte di Teofane Confessore e Giorgio Cedreno, riporta poi che nel novembre 562 giunse a Costantinopoli la notizia che Narsete aveva espugnato Verona e Brescia, ma senza collegarla agli scontri con Widin e Amingo. La connessione tra i due avvenimenti è suggerita da PLRE IIIb, p. 923, dove avanza l'ipotesi che Widin fosse comandante del presidio goto di Verona.
  6. ^ Agnello, in Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis 79, riporta la data della presa di Verona: il 20 luglio 561; mentre la notizia dell'espugnazione delle due città arrivò a Costantinopoli nel novembre 562 (cfr. Giovanni Malala, 492; Teofane Confessore, A.M. 6055; Cedreno I, 679).
  7. ^ La lettera del dott. Francesco Pansera, il quale scoprì la singolare presenza del costruttore tra i finanziatori del premio vinto dall'inceneritore Asm di Brescia

FontiModifica

  1. ^ "Le origini" su "Brescia Story", su bresciastory.it. URL consultato il 7 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 29 settembre 2009).
  2. ^ De Leonardis, p. 10.
  3. ^ CIL V, 40946
  4. ^ a b c d e De Leonardis, p. 58.
  5. ^ Abeni, La storia bresciana, Brescia, Del Moretto, 1984.
  6. ^ CIL V, 4459
  7. ^ De Leonardis, pp. 10-11.
  8. ^ AE 1996, 726 CIL V, 4202 CIL V, 4212 AE 2006, 463
  9. ^ a b De Leonardis, pp. 58-59.
  10. ^ ANFITEATRO - Enciclopedia Bresciana, su www.enciclopediabresciana.it. URL consultato il 21 ottobre 2020.
  11. ^ a b c d e De Leonardis, p. 59.
  12. ^ Brescia Musei - Parco archeologico, su www.bresciamusei.com. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  13. ^ CIL V, 4312.
  14. ^ Rodolfo Vantini, Sull'antico edifizio di Brescia scopertosi l'anno 1823 memoria, Redaelli, 1847. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  15. ^ Reperti di epoca romana dagli scavi per i lavori in via Milano, su Giornale di brescia, 13 gennaio 2021. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  16. ^ a b DUOMO di BRESCIA - Enciclopedia Bresciana, su www.enciclopediabresciana.it. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  17. ^ Malvezzi, pp. 130-131.
  18. ^ CURIA Ducis o corte ducale - Enciclopedia Bresciana, su www.enciclopediabresciana.it. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  19. ^ Commentari dell'Ateneo di Brescia per l'anno ..., per Nicolo Bettoni, 1888. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  20. ^ (LA) Lodovico Antonio Muratori, Rerum italicarum scriptores: raccolta degli storici italiani dal cinquecento al millecinquecento, S. Lapi, 1728. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  21. ^ De Leonardis, p. 66.
  22. ^ a b Le cento città d'Italia descrizione storica , politica , geografica, commerciale, religiosa, militare per Ariodante Manfredi: 1, G. Bestetti, 1871. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  23. ^ Carlo Cocchetti, Brescia e sua provincia, Corona e Caimi, 1859. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  24. ^ a b c d e f g Gambera.
  25. ^ Lino Ertani, La Valle Camonica attraverso la storia, Esine, Tipolitografia Valgrigna, 1996, p. 78.
  26. ^ Malvezzi, pp. 394-402.
  27. ^ Malvezzi, p. 404.
  28. ^ Il Mostasù, su www.turismobrescia.it. URL consultato il 6 agosto 2020.
  29. ^ Irma Valetti Bonini, Le Comunità di valle in epoca signorile, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1976, pp. 95-96.
  30. ^ www.bresciamalatestiana.it, su www.bresciamalatestiana.it. URL consultato il 30 aprile 2018.
  31. ^ Tratto da: Giacomo Goldaniga, Storia del castello di villa e l'eccidio dei Nobili di Lozio, Darfo Boario Terme, Tipografia Lineagrafica, 1992, p. 60.
  32. ^ NAVARRINI Roberto, Cultura religiosa e politica nell'età di Angelo Maria Querini, Morcelliana, Brescia 1982 p 518
  33. ^ Stephen D. Bowd, Venice's Most Loyal City: Civic Identity in Renaissance Brescia (I Tatti Studies in Italian Renaissance History), 0674051203, 9780674051201, Harvard University Press, 2010.
  34. ^ NAVARRINI Roberto, Cultura religiosa e politica nell'età di Angelo Maria Querini, Morcelliana, Brescia 1982 p. 519
  35. ^ "Il fulmine della notte di S.Elena" su "Qui Brescia", su quibrescia.it. URL consultato il 29 agosto 2011.
  36. ^ Quaderno del Collegio Geometri della Provincia di Brescia, 1º semestre 1971, pp. pp. 8-14.
  37. ^ Lettera (PDF), su ambientebrescia.it.

BibliografiaModifica

 
Defensio statuti Brixianorum de ambitione et sumptibus funerum minuendis, 1507
Statuti

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

  • Brescia Story, su bresciastory.it. URL consultato il 7 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 2 ottobre 2009).
  • Storia di Brescia, su turismobrescia.it.