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Siracusa in età spagnola: dalla guerra contro l'Impero ottomano al terremoto del 1693

Con il termine Siracusa in età spagnola si indica la storia siracusana che va dalla guerra contro l'Impero ottomano al terremoto del 1693, coprendo un arco temporale di circa cento anni, durante i quali molti eventi importanti riguardarono in maniera diretta o direttissima questa città e molti dei comuni a essa più vicini.

Indice

ContestoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Siracusa in età spagnola: da Carlo V al Grande assedio di Malta.

Nel 1536 morì la regina dei siracusani, Germana de Foix, per cui l'imperatore spagnolo Carlo V d'Asburgo abolì la Camera reginale e dichiarò Siracusa città demaniale. L'imperatore iniziò a fortificare Ortigia (all'epoca la sola parte abitata di Siracusa), circondandola di possenti mura e separandola, nel 1552, dalla terraferma.

Nella prima metà del Cinquecento si susseguirono diverse calamità naturali (tra le quali un'epidemia di peste a inizio del secolo che fece perire 10.000 siracusani[1] e un fortissimo terremoto nel 1542). Nel 1529 giunsero in città i cavalieri ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme e vi rimasero con fissa dimora circa un anno; da qui ricevettero il documento con il quale il re di Sicilia (ovvero l'imperatore Carlo V d'Asburgo) infudava loro l'arcipelago maltese.

Nel 1556 Carlo V abdicò in favore del figlio Filippo II di Spagna, il quale portò avanti l'opera di fortificazioni siracusane incominciata dal padre. Nel frattempo s'intensificò l'opera di spionaggio spagnolo nei confronti delle intellighenzie dell'Impero ottomano che minacciavano la tenuta del capoluogo aretuseo; particolarmente esposto alle mire espansionistiche del sultano, data la sua posizione geografica (affacciata sul Levante) e la sua vicinanza fisica all'Ordine di Malta.

La guerra contro l'impero ottomano (parte II)Modifica

Siracusa durante l'assedio del sultano Solimano a MaltaModifica

 
Nell'immagine satellitare sono evidenziate le posizioni geografiche dell'isola di Malta e di Siracusa: la loro vicinanza fu motivo di grande preoccupazione per il viceré spagnolo durante l'assedio
(ES)

«Cuéntase que el canoneo que cada dia derribaba alguna parte nueva de las murallas se oia desde Siracusa y ponia espanto en los sicilianos, que veian aprestarse bajales y soldados para dejar sus playas y acudir al anxilio de los caballeros sitiados. En efecto, el 25 de Agosto D. Garcia en persona salió de Siracusa con veinte y ocho galeras, once mil hombres, veteranos españoles en su mayor parte, doscientos caballeros de la Orden de San Juan, y muchos otros aventureros; dobló la isla de Malta, y á favor de la noche los puso en tierra en el puerto de Malacca.»

(IT)

«Si racconta che il cannoneggiamento, che ogni giorno distruggeva qualche parte nuova delle muraglie, da Siracusa si poteva udire e recava spavento nei siciliani, i quali vedevano i preparativi bellici e i soldati pronti per lasciare le loro spiagge e portare aiuto ai cavalieri assediati. Ed effettivamente, il 25 di Agosto D. Garcia in persona uscì da Siracusa con ventotto galee, undici mila uomini, che erano per la maggior parte veterani spagnoli, duecento cavalieri dell'Ordine di San Giovanni, e molti altri avventurieri; doppiò l'isola di Malta, e con il favore della notte li fece trasferire a terra, nel porto di Malacca.»

(Almanaque de la Ilustración, Madrid, 1876, p. 29.)
 
La Torre Rossa di Melleha (antica Melacca/Malacca) località nella quale sbarcarono i soldati partiti dal porto aretuseo

Il sultano dell'impero ottomano, Solimano il Magnifico, si era stancato della continua resistenza che i cavalieri cristiani opponevano alla sua ascesa in Occidente, così egli nel 1565, forte anche dell'alleanza con la Francia, decise di provare a estirpare l'Ordine di San Giovanni dall'arcipelago maltese (Grande assedio di Malta), nel quale esso aveva trovato dimora per volontà di Carlo V fin dal 1530 (dal capoluogo aretuseo venne presa la decisione finale dei cavalieri sulla loro ultima destinazione).[2]

Vi era molta agitazione intorno alle sorti di Malta: Filippo II di Spagna aveva dato ordine ai soldati di Sicilia di non soccorre i cavalieri giovanniti, per timore che essi, lasciando scoperta l'isola maggiore recandosi a Malta, offrissero l'opportunità all'imponente armata turca di invaderla. Più a nord della Spagna, in Inghilterra, si ci informava con eguale ansia dei progressi che facevano gli Ottomani nel centro del Mediterraneo; considerando che la regina degli Inglesi, Elisabetta I, pare avesse intenzione di occuppare bellicamente l'avamposto maltese, volendo stringere inoltre legami con gli Ottomani in quanto nemici degli Spagnoli: «perché un giorno Malta sarà dell'Inghilterra[3]» affermò in quell'anno (1565) un emissario del Consiglio segreto della regina, che era stato mandato a studiare le fortezze maltesi.[3]

 
Julián Romero, capitano della guarnigione di Siracusa, da essa partito con le sue truppe per soccorrere Malta, dipinto con li mantello dell'Ordine di Santiago; lo sovrasta il suo protettore San Giuliano (El Greco, XVI sec.)

Siracusa, in tutto ciò, pur non essendo più la capitale dell'isola, non poteva restare estranea agli eventi, per via della sua naturale predisposizione geografica: coinvolta fin dal 1529 nei destini dell'Ordine giovannita, la città venne scelta dal nuovo viceré di Sicilia, García Álvarez de Toledo y Osorio, come sede del Consiglio di guerra dal quale doveva scaturire la decisione sul portate aiuti ai cavalieri oppure rimanere a guardare e sperare che i cavalieri resistessero all'assedio da soli, a oltranza[4] (con il rischio concreto che, in caso di loro caduta, la prossima ad essere attaccata fosse stata proprio la città aretusea[5]).

Data la prossimità geografica, molti siracusani avevano preso a far parte assiduamente delle schiere dei cavalieri e avevano assistito fin dal principio alle mosse dell'impero ottomano presso i loro confini - si citano, ad esempio, il marinaio Ciano di Siracusa, che a nuoto (insieme ad un provenzale e a un maltese) portò in salvo una spia turca per il Gran Maestro, e il barone di Buccheri, Giovanni Battista Montalto (i Montalto, nobili aretusei, erano in rapporti con i sovrani di Spagna già da molto tempo[N 1]) che morì durante l'assalto al forte Sant'Elmo - e oltre ciò erano gli stessi cavalieri a coinvolgere la città in quel che stava loro capitando: portavano con frequenza tra i siracusani gli abitanti maltesi più vulnerabili (numerose donne, bambini e anziani); chiunque non fosse adatto a combattere veniva dai cavalieri fatto sbarcare nel capoluogo aretuseo: in tali operazioni fu mandato dal Gran Maestro in città anche lo storico francese Pierre de Bourdeille, il quale si ritrovò ad assistere al trasferimento in terra di «donne e cortigiane, e altre bocche da sfamare».[7] Il coinvolgimento psicologico e materiale per i siracusani in questo assedio era dunque già maturo e non si sorpresero quando Garcia (dopo quattro mesi di negazione) ottenne finalmente dal sovrano il via libera per andare a soccorrere l'Ordine di Malta.[8]

In quei frangenti i soldati che erano stati posti alla guardia di Siracusa, su ordine di Garcia, venivano comandati dallo spagnolo Julián Romero, detto «guardìan de Siracusa [Çaragoça][9]» (già cavaliere in Inghilterra, da lì a breve sarebbe diventato maestro di campo dell'intero Tercio viejo de Sicilia, conducendolo nella guerra delle Fiandre).[10]

Nel settembre del '65 gli Ottomani posero fine all'assedio dell'isola maltese: il viceré poté vedere passare la flotta di Solimano nelle acque siracusane, scrutandone la rotta dalla torre del castello Maniace e decidendo quindi di mettersi al loro inseguimento verso il Levante.[11] La città di Siracusa in quel periodo inviò numerose lettere alla volta di Roma, prima per dare notizia al papa dell'avvenuto soccorso e poi per rendergli nota la riuscita liberazione.[12] Solimano si arrabbiò moltissimo per la mancata conquista della base dell'Ordine giovannita e asserì che la sconfitta fu dovuta alla sua assenza in campo (egli comandò da lontano l'assedio).[13] Filippo II invece si complimentò con il Gran Maestro La Vallette, facendogli dono di una spada d'oro, ma proprio il Gran Maestro fu colui che, pare con lo scopo di provocare, asserì di voler trasferire l'intera Religione in Sicilia, ed esattamente a Siracusa, poiché reputava Malta non più difendibile in prospettiva di un nuovo e più feroce assalto.[14] Tuttavia, come avvenne già in passato (quando Carlo V negò ai cavalieri di porre la loro base principale nella città aretusea[15]) anche questa volta non si concretizzò il trasferimento, poiché la Spagna e l'Europa aiutarono il Gran Maestro a fortificare nuovamente Malta, mandando ai cavalieri fondi economici (secondo diversi storici proprio questo era stato lo scopo che aveva spinto La Vallette a mettere in giro la voce, falsa, sull'imminente cambio di base dell'Ordine[16]).

In onore del Gran Maestro che resistette all'assedio turco, sorse a Malta una nuova città, destinata a divenire capitale dell'isola, con il nome di La Valletta: dopo che il francese vi pose la prima pietra, il 28 marzo del 1566, il Gran Maestro volle donare un appezzamento di terra di quel nuovo luogo ai frati Francescani (Ordine dei frati minori conventuali) in modo che essi vi si stabilissero, e fece ciò per ringraziare il medesimo Ordine aretuseo che accolse i cavalieri di Gerusalemme quando questi, erranti, lasciarono la Francia per stabilirsi a Siracusa, nel convento francescano della città (in attesa che Carlo cedesse loro l'arcipelago maltese).[17]

Battaglia di Lepanto e sbarco della flotta ottomana nel siracusanoModifica

«[..] mi domando come si possa combattere con uomini del genere; mi vengono i brividi a pensare con quale materiale dovrò rispondere alle grandi attese del mondo. [...] Ma nello stesso giorno - 30 agosto - in cui firmava la lettera Don Giovanni apprese che le 60 galee richiamate da Creta erano giunte a Siracusa. L'alleanza non era un sogno. I Veneziani mantenevano la parola.»

(Lettera del principe Don Giovanni d'Austria a Garcia de Toledo trascritta in La battaglia di Lepanto (Jack Beeching), 1982.)
 
Melilli, Fontane Bianche e Avola furono i luoghi del siracusano presso i quali gli Ottomani sbarcarono con lo scopo di far cadere il capoluogo aretuseo a seguito della battaglia di Lepanto

Così come la Francia, anche la Repubblica di Venezia era sempre stata alleata dell'impero ottomano, cercando di mantenere intatti i suoi commerci nel Mediterraneo orientale. Per tale motivo i veneziani erano considerati dalla Spagna nemici dei siciliani (nel secolo passato vi era stato uno scontro armato violento tra siracusani e veneziani, proprio in terra siciliana). Tuttavia le cose presero una piega ben diversa dopo che Venezia si vide trucidare in maniera crudele il suo rappresentante politico, nell'isola di Cipro, mentre questi era andato a trattare una resa onorevole con gli Ottomani (dopo essere entrati inevitabilmente in conflitto, essi avevano sconfitto i veneziani). Il doge veneto decise quindi di far parte effettiva dell'alleanza, denominata Lega Santa, da tempo desiderata dal papa di Roma, Pio IV, e che doveva includere la Spagna e i territori che ad essa appartenevano, dunque anche la Sicilia.

Fu in quest'ottica che Siracusa ricevette nel 1571, amichevolmente, la flotta veneta che dall'alto Adriatico aveva ricevuto l'ordine di lasciare l'Egeo per unirsi al resto delle armate alleate contro l'impero ottomano.

I veneziani scelsero il porto aretuseo come loro punto di riferimento principale, facendo aumentare notevolmente i beni di prima necessità che dalle fabbriche siracusane (le quali chiedevano supporto a quelle dell'intera Sicilia, specie a quelle delle città più grosse[18]) dovevano essere trasferiti (tramite vendita politica) nelle navi venete, che a loro volta si dirigevano poi a soccorrere gli alleati nell'Egeo (controllato dalla Turchia): questo fu il periodo di maggior rilievo per il porto siracusano, poiché la sua città marittima doveva accontentare, militarmente, sia i nuovi alleati adriatici e sia i cavalieri di Malta (che continuavano a vedere in Siracusa un loro punto di appoggio fondamentale), formando anch'essi parte della costituita alleanza.[18]

 
Filippo II di Spagna offre, simbolicamente, alla Vittoria alata il figlio Ferdinando d'Asburgo per celebrare l'esito positivo della battaglia di Lepanto (dipinto di Tiziano)

L'armata della Lega Santa si scontrò infine con quella del nuovo imperatore ottomano, Selim II, presso il sito greco di Lepanto (vicino al golfo di Corinto), sbaragliandola e infliggendo così un durissimo colpo alla forza navale del nemico. I veneziani però, poco tempo dopo (marzo 1573), decisero di staccarsi dalla Lega occidentale andando a siglare segretamente una pace con gli Ottomani (una pace singola, che non includeva la Spagna e gli altri alleati). Siracusa era ignara di ciò e continuava a privilegiare i veneziani, credendoli preziosi alleati. Comunque, nonostante la separazione dei percorsi politici (venuta poco dopo allo scoperto), Venezia continuò a rifornirsi in Sicilia, anche se non poté più godere del trattamento di riguardo che aveva avuto in precedenza.[19]

Gli spagnoli comandati dal principe don Giovanni d'Austria (fratellastro di Filippo II, in quanto figlio figlio naturale di Carlo V) erano sospettosi: malgrado la sconfitta, si aspettavano che i turchi attaccassero la Sicilia, soprattutto dopo che i veneziani erano tornati alleati della Sublime Porta. Siracusa venne quindi inserita nell'elenco delle piazze marittime ad alto rischio di invasione nemica, per cui le sue fortificazioni andavano controllate e se necessario riviste e risistemate; ciò anche se Garcia de Toledo (non più viceré di Sicilia, poiché sostituito dal duca d'Alba e marchese di Pescara Francesco Ferdinando d'Avalos) aveva rassicurato il principe dicendogli, nel 1572, che Zaragoza (Siracusa) era tra le migliori piazze fortificate (insieme a Palermo, Trapani e Messina) e che i turchi non avrebbero osato prenderla.[20]

 
La spiaggia di Fontane Bianche; luogo dello sbarco degli Ottomani nell'estate del 1573

La difesa del RegnoModifica

I timori di don Juan si rivelarono fondati, poiché nell'estate del 1573 (o '74 secondo altri studiosi[21]), come conseguenza della battaglia di Lepanto, mentre il principe spagnolo si trovava ancora con la sua armata nelle acque settentrionali della Sicilia, l'impero turco mise in mare la sua flotta bellica più imponente di sempre (tra le altre navi vi erano 285 galee) e questa si diresse - attraversata senza colpo ferire la Calabria (il 28 giugno) - direttamente nel siracusano: dapprima passò di fianco ad Augusta, poi superò l'isola di Ortigia e infine si fermò nella spiaggia aretusea di Fontane Bianche (il 2 luglio). I comandanti delle navi fecero sbarcare a terra 500 turchi, mentre il grosso dell'armata della Sublime Porta rimaneva a largo, in acque profonde. Tuttavia i loro uomini trovarono subito resistenza; si era infatti già messa in moto la difesa del Regno: Carlo d'Aragona Tagliavia, posto a capo del reame siciliano, aveva avuto notizia anteriore dell'avvicinarsi dei turchi presso Augusta e Siracusa, per cui decise di lasciare Messina e di dirigersi al soccorso delle due postazioni geografiche sud-orientali con le compagnie militari spagnole al suo seguito, inoltre mobilitò i tre vicari del Regno - il marchese d'Avola, ovvero suo figlio, il duca di Vivona e il principe di Butera - i quali accorsero alle coste con la milizia siciliana (la nobiltà isolana aveva l'obbligo di far arruolare i siciliani e di mobilitarli in caso di attacco nemico).

 
Avola vista dal mare; la città costiera sorge pochi chilometri a sud di Siracusa, essa fu voluta lì dagli eredi dei Cortés (i conquistatori del Messico). La sua spiaggia fu anch'essa luogo dello sbarco armato del '73

Gli Ottomani sbarcati a Fontane Bianche saccheggiarono e incendiarono le masserie aretusee che sorgevano vicino alla spiaggia, ma non poterono andare oltre, perché giunse a sopraffarli il marchese della Favara con la sua cavalleria: essi riuscirono a respingere il nemico in mare, uccidendo 70 turchi e facendone prigionieri 10. I cavalieri siciliani insieme al marchese si ritirarono a Melilli (centro ibleo che sorge alle spalle del capoluogo e di Augusta).[22] L'armata ottomana allora si diresse verso Capo Passero, ma dopo due giorni tornò indietro (4 luglio), fermandosi nuovamente nei pressi di Siracusa (che in quei frangenti era ben coperta dagli spagnoli che vivevano al suo interno). I comandanti stavolta fecero sbarcare a Fontane Bianche un numero maggiore di turchi, ma questi vennero affrontati dalle compagnie di don Francesco Belvis e don Diego de Silva, e vennero sconfitti. L'armata era però numerosa e tentò un'altra offensiva: approfittando del fatto che tutte le forze belliche si erano concentrare tra Siracusa e Melilli, i suoi uomini approdarono indisturbati nella spiaggia di Avola (5 luglio) e si incamminarono fino a raggiungere quella località (che fino al terremoto del 1693 sorgeva all'interno degli Iblei). Gli avolesi, che si erano resi conto della furia che stava per abbattersi su di loro, lasciarono deserta la città e si rifugiarono nelle campagne. I turchi misero quindi a ferro e fuoco Avola, ma non poterono catturare nemmeno uno dei suoi abitanti.[22]

Nel frattempo, Siracusa inviò i propri cavalieri ad affrontare gli Ottomani che ancora stanziavano dentro Avola; durante lo scontro il nemico perse alcuni dei suoi uomini e il resto dichiarò la resa, ritornando sulle navi.[22] Vi fu allora un ulteriore attacco, stavolta verso Melilli: i turchi misero a terra un altro squadrone che si gettò sopra la cittadina iblea e che venne battuto dal principe di Butera e dai suoi 600 cavalieri;[23] tuttavia quest'ultimo episodio risulta ambiguo, dato che Carlo d'Aragona nella sua cronaca dei fatti al re Filippo II non menziona l'assalto diretto a Melilli, ma piuttosto esalta l'operato del principe di Butera presso la spiaggia di Scicli[22] (all'epoca parte della contea di Modica), dove questo nobile respinse, un'ultima volta, la flotta della Sublime Porta, la quale, dopo tali eventi, si fermò presso Capo Cartagine (9 luglio), in Tunisia, e conquistò due importanti basi spagnole: Tunisi e La Goletta, facendo aumentare notevolmente le preoccupazioni per una nuova vendetta ottomana in Sicilia.[24]

La nave dall'Egitto e la peste del 1575Modifica

Nel maggio del 1575 scoppiò in Sicilia una nuova violenta epidemia di peste e si narra che essa si diffuse in tutto il Regno partendo da Siracusa, poiché questa città aveva accolto nel suo porto una nave proveniente dall'Egitto (specificatamente da Alessandria) che si rivelò essere infetta. Da qui l'epidemia ebbe presa sui popoli siciliani[25] (Siracusa era già stata la responsabile, involontaria, dell'epidemia siciliana del 1524, quando accolse una nave infetta di peste che giunse a essa dalla Grecia[26]).

I siracusani, che solo qualche decennio prima (nel '24), proprio a causa della peste (alla quale si accostava anche una grave carestia), si erano lasciati convincere da astronomi del tempo che fosse giunta la fine del mondo (essi attendevano un nuovo diluvio universale che avrebbe lavato via tutti i loro peccati) si ritrovarono nel '75 a dover combattere nuovamente questo male: così come avevano fatto in altre occasioni catastrofiche che recentemente, e con un ritmo abbastanza serrato, si erano abbattute su di loro (ad esempio la peste degli anni '20, l'eruzione, l'inondazione e il terremoto del '42 e poi il passaggio della cometa del '56 e la nuova carestia e inondazione del '58), essi si recarono in processione: i siracusani pregavano i loro santi affinché li salvassero dal flagello; stavolta pregarono la santa che in questa città ebbe origine: Santa Lucia, e poiché la peste a Siracusa sparì in quello stesso anno ('75), nelle cronache si disse che fu grazie alla protezione divina della martire siracusana se poterono riprendersi in fretta.[27] La peste, tuttavia, continuò a mietere vittime in Sicilia ancora per lungo tempo (si considera per altri dieci anni, al di fuori delle grandi città, dove non vi era un rigido controllo, alla quale seguirà poi un'epidemia di tifo e il denutrimento dovuto al sorgere di un'altra carestia[28]). I luoghi più colpiti del siracusano furono, oltre al capoluogo, Lentini e Ferla, mentre Noto pare che risultò essere il solo comune del territorio che sfuggì alla strage naturale (essi lo definirono un miracolo del loro santo protettore, San Corrado).[29]

«Se la Sicilia in questo anno si trovò libera dalle invasioni de' Turchi, non fu nondimeno esente da un flagello peggiore. La peste, quel mostro terribile, che miete senza pietà le vite degli uomini, e abbatte i più sublimi capi, entrò in Siracusa per mezzo di una galeotta che veniva dallo Egitto, e avea recate merci infette, e diffondendosi per tutta l'isola trasse a morte una considerabile parte degli abitanti.»

(Giovanni Evangelista Di Blasi, Storia cronologica de' vicerè, luogotenenti e presidenti del Regno di Sicilia, 1842, p. 234.)

Incremento delle fortificazioniModifica

A ogni azione spagnola contro l'impero ottomano seguiva una reazione dello stesso contro i territori dai quali partivano tali offensive; fu per tale motivo che Siracusa, particolarmente esposta e compromessa in questa guerra, venne presa di mira ripetutamente dagli Ottomani. A causa di ciò la Spagna si preoccupava di far risultare le fortificazioni siracusane sempre efficaci.

La fontana degli Schiavi in Ortigia, così chiamata poiché i cavalieri di Malta vi si rifornivano d'acqua con i loro schiavi; il Senato aretuseo la restaurò nel 1570 ma il violento terremoto e maremoto, giunti in seguito, la semi-distrussero (in essa, insieme allo stemma della città, rimangono effigiate le colonne d'Ercole e il motto Plus Ultra voluto dalla Spagna (in riferimento al suo dominio sul Nuovo Mondo)

In una relazione dell'epoca, indirizzata alla Corona di Spagna da Carlo d'Aragona, la città veniva presentata come la «piazza della quale si deve avere maggior sospetto[30]» (stesso concetto lo espresse tempo addietro Ferrante I Gonzaga, secondo il quale in caso di presa da parte del nemico il recupero di Siracusa sarebbe stata un'impresa assai destabilizzante, poiché la natura offre a chi la occupa risorse e posizioni ideali per resistere e combattere a lungo[31]), per cui occorreva incrementare ulteriormente le sue difese, soprattutto dopo gli ultimi avvenimenti che avevano fatto seguito alla battaglia di Lepanto.

I siracusani, stressati dalla minaccia del controllo totale, si erano già opposti, tra il 1570 e il 1572, alla costruzione dell'ennesima fortezza che aumentava il loro isolamento - fortezza ideata da Garcia de Toledo - che stavolta aveva lo scopo di vegliare l'interno stesso della città (essi la vedevano più come la volontà degli spagnoli di controllare la vita quotidiana dei cittadini, arrivando a definirla una minaccia, anziché servire per l'avvistamento del nemico in mare), riuscendo infine a farne bloccare i lavori,[32] anche se non poterono evitare l'innalzamento e la messa in opera di altre fortificazioni che nel '70 erano costate loro l'imposizione di nuove gabelle: la città, per tale motivo, già gravemente impoverita, era stata costretta a ricorrere al censo bollare (capitale dato in prestito con interessi).[33] Nel 1577, per via delle fortificazioni, arrivarono a sorgere degli scontri politici con Augusta: non vi erano infatti fondi economici per fortificare l'intera Sicilia, così la Spagna decise di concentrare tutti gli sforzi sulla parte orientale dell'isola, considerata da sempre come la più vulnerabile (per via dei comodi accessi offerti dalla natura) e la più attaccata (fungendo essa da frontiera diretta verso i confini della Turchia); il re decise di far fortificare solamente Siracusa, incontrando però l'opposizione di Augusta (che era stata assaltata più volte dai vassalli di Solimano), per la quale alcuni politici affermarono che:

(ES)

«Augusta importa mas para la conservacion de Sicilia que Çaragoça.[34]»

(IT)

«Per la salvaguardia della Sicilia Augusta è più importante di Siracusa.»

 
L'odierna penisola di Augusta vista dalla terraferma (essa sorge a pochi chilometri a nord di Siracusa e la sua storia è sempre stata interconnessa con quella del capoluogo aretuseo). In primo piano a destra il forte voluto da Garcia de Toledo

Ciononostante il re non cambiò la sua decisione.[34] Augusta era stata definita già dal viceré Gonzaga come un luogo indifendibile (con la distruzione di Megara Iblea da parte degli antichi Siracusani, per probabili motivi di rivalità, sorgendo le due realtà greche troppo vicine, si era formato un grande spazio vuoto e Augusta non era mai riuscita, con le sue ridotte dimensioni, a colmarlo del tutto, lasciando terreno libero per il nemico che giungeva dal mare e da lì poteva penetrare all'interno del Regno).

I governi di Spagna e Sicilia avevano quindi preferito affidare la difesa del litorale a luoghi come Carlentini (sorta per tentare di sostituire Lentini, che patì molto i danni del terremoto del 1542) e Siracusa, la quale, nonostante fosse stata anch'essa distrutta dal terremoto del '42, ebbe sempre l'attenta mano spagnola sopra di essa. Garcia de Toledo costruì comunque due forti a guardia delle larghe e sabbiose spiagge di Augusta: il forte Garcia e il forte Vittoria, che però vennero ritenuti dalla corte di Spagna non sufficienti a eliminare interamente il pericolo d'invasione.

Il mancato assalto del 1594Modifica

Dopo la tentata invasione del '73, gli Ottomani non riuscirono più a far vacillare seriamente la tenuta del Regno siciliano. La vicina Augusta subì sul finire del '500 altre due scorrerie ottomane: il 12 agosto dell'88 e il 24 maggio del '94;[35] quello stesso anno il pericolo più grosso passò a pochi metri da Siracusa (negli scogli detti di Santa Lucia[36]): il temuto giannizzero Scipione Cicala (in lingua turca conosciuto come Sinan Paşa) con 13 delle sue 70 galee si accostò a essa (perché pare che avesse al suo interno delle spie che lo attendevano[37]), ma il popolo, accortosi della sua presenza, gli rovinò l'assalto a sorpresa andando a suonare tutte le campane di cui la città disponeva e mettendo così in allarme la marina, che accorse in sua difesa e lo convinse ad allontanarsi.[36] Siracusa, in quel settembre, poté ritenersi fortunata, poiché quelle stesse galee, capitanate da quello stesso giannizzero, poco dopo andarono a saccheggiare crudelmente Reggio Calabria, si dice a mo' di spedizione punitiva per l'insuccesso che Cicala ebbe sulle coste aretusee.

(FR)

«Le fameux Scipion Cicala, Messiuoisau service des Turcs, sous le nom de Sinan Bassa, fit en 1594 une tentative sur Syracuse. Cette entreprise avorta, et il se vengea sur la Calabredu peu de succès de ses efforts contre la Sicile»

(IT)

«Il famoso Scipione Cicala, Messinese al servizio dei turchi, sotto il nome di Sinan Bassa, fece un tentativo sopra Siracusa nel 1594. Questa impresa venne interrotta, e per lo scarso successo dei suoi sforzi contro la Sicilia si è preso la rivincita sulla Calabria.»

(Auguste de Sayve, Voyage en Sicile fait en 1820 et 1821, 1822, pp. 324-325.)

La Spagna e la cultura siculaModifica

 
La sala del trono nel palazzo reale di Madrid (riedificato durante il regno di Filippo V, ultimo sovrano di Spagna e Sicilia)

Un'origine comune: il ruolo di SiracusaModifica

I secoli XV, XVI e XVII, corrispondenti alla dominazione spagnola sulla Sicilia, furono quelli dove si sviluppò e si divulgò la prima storia della Spagna, scritta da autori vicinissimi ai sovrani spagnoli e per questo connotata da grandi risvolti politici. In tutto ciò è interessante soffermarsi sul ruolo, importante poiché primario, che gli spagnoli diedero all'antica capitale siciliana, ovvero Siracusa: per decenni e decenni si credette infatti che spagnoli e siciliani avessero la medesima origine, scaturita dai Siculi: popolo che i siracusani, più di chiunque altro, segnarono. Fu quindi su questa città dei Greci che gli eruditi spagnoli si concentrarono, cercando di far luce sulle proprie origini e al contempo sulle origini della città siciliana stessa; ciò accadde soprattutto durante il cosiddetto Siglo de Oro (il Secolo d'Oro della Spagna), inaugurato dall'imperatore asburgico Carlo V.

 
L'edizione del 1601 del libro di Juan de Mariana (edito per la prima volta nel 1592 a Toledo)

Tutto nacque, si sostiene, dallo scritto fine-quattrocentesco di Annio da Viterbo (un italiano ritenuto falsario storico dai più, ma ancora accreditato secondo alcuni). Annio scrisse una genealogia che faceva di Siculo (mitologico capo dei Siculi) un figlio di Atlante, a sua volta primo sovrano di Spagna (in riferimento all'Iberia preistorica). Dunque i siciliani altro non sarebbero che spagnoli fuori patria (il che univa significativamente i due popoli, dando tra l'altro alla Spagna il ruolo del dominio tra i due: Atlante era più antico di Siculo). Tuttavia la storia di Annio prese a scandalizzare i salotti dell'Europa (il laziale affermava molte altre cose insolite nei suoi volumi) e la sua genealogia venne tacciata di falsità.[38]

In questo contesto fece la sua apparizione un nuovo libro, sul finire del Cinquecento, edito stavolta dal gesuita Juan de Mariana (studioso molto stimato in Spagna), nel quale si rigettavano con decisione tutte le presunte origini italiche degli spagnoli: per lusingarli si era infatti arrivati a dire che la stessa Roma aveva avuto origine in terra iberica (compiacere, anche culturalmente, la potente Spagna era diventato un vezzo comune a molte persone dell'epoca).[39]

 

 

Ambienti rupestri di Pantalica (la capitale dei Siculi). Non è chiaro se essa venne distrutta dagli antichi Siracusani. In questo sito i cavalieri Templari acquistarono terre nel 1151

Juan de Mariana rispose alle pubbliche accuse europee affermando che gli spagnoli non meritavano di essere presi in giro mentre cercavano di far luce sulle notizie più antiche che li riguardavano, e che non avevano bisogno di ascoltare simili adulazioni. Solo una di quelle notizie fu da egli salvata e rilanciata come vera: l'origine sicula (la storia spagnola di Juan rimarrà la più consultata in patria fino al XVIII secolo). Il gesuita sosteneva infatti che essa fosse veritiera poiché riportata anche da una solida fonte primaria: Filisto di Siracusa (al quale si aggiunsero poi altre fonti primarie più tardive).[39]

Lo scritto di Filisto di cui parla Juan è quello in cui l'antico siracusano spiega le origini di Sicano (non di Siculo), dicendolo effettivamente originario della Spagna (antica Iberia): il popolo dei Sicani (che un tempo popolavano l'intera Sicilia e non solo il lato occidentale di essa) avrebbe preso il nome, secondo Filisto, da un fiume spagnolo odiernamente conosciuto come Segre[40] (antico Sicano o Sicoris[41]). Ma con il tempo si venne a creare confusione tra Sicani e Siculi e già Pausania il Periegeta mescolava i due popoli, facendone di essi uno solo.[42] Nell'epoca moderna era forte la credenza che Siculi e Sicani rappresentassero la medesima etnia. Per cui gli spagnoli fecero di Siculo un nobile iberico. Ed essendo che i Siculi si stanziarono soprattutto nella zona sud-orientale di Sicilia (qui si trovavano le loro Ible e qui sorse la sicula Pantalica), la storia dei primi Iberi si unì così a quella primordiale della città che sarebbe divenuta una potenza di quelle coste e del mondo ellenico: la sicula Syraka (o Syrako), futura Siracusa.

 
Il nome spagnolo di Siracusa: Çaragoça de Sicilia In giallo) in una delle pagine del libro edito nel 1553 e scritto da Florián de Ocampo, cronista dell'imperatore Carlo V d'Asburgo.[N 2]

Narrarono i testi spagnoli che una colonia d'Iberi viveva a Syraka (los Españoles Siculos), in pace e tranquillità, ma che essi subirono uno sbarco a sorpresa da parte di gente greca che, violentemente, li conquistò.[43]

Non è un caso che la storiografia iberica si sia concentrata proprio su Siracusa: non solamente questa città era ricca di fonti consultabili sparse per tutto il mondo antico, ma essa era anche il luogo dal quale ebbe inizio la prima dominazione siciliana: Syraka, divenuta ormai Syrakoussai (di costumi e parlata greca), aveva fondato colonie tutto intorno ad essa (dal suo entroterra montuoso settentrionale alla sua costa meridionale), e nel corso dei secoli aveva più volte ripopolato con propria gente vasta parte dell'isola maggiore del Mediterraneo: un buon esempio del suo opertato furono le città di Etna, Taormina e Messina (anch'essa rifondata e ripopolata da antichi Siracusani dopo che i Cartaginesi l'avevano rasa al suolo); limitando l'asserzione esclusivamente al lato geografico a essa più congeniale.

Per la Spagna, dunque, controllare il nome di Siracusa voleva dire controllare culturalmente la Sicilia stessa. Hanno scritto gli studiosi contemporanei a tal proposito:

«In particolare, relativamente al periodo di nostro interesse, accenna all'interpretazione dell'origine iberica dei Sicani, sottolineata dal Fazello e ripresa dal Valguarnera, a evidenziare il legame "storico" tra i Siciliani (soprattutto della parte orientale dell'isola) e i dominatori spagnoli.»

(Francesco Benigno, Nicoletta Bazzano, Uso e reinvenzione dell'antico nella politica di età moderna, secoli XVI-XIX, 2006, p. 64.)

Gli storici spagnoli poi proseguirono con la loro storia più nobile e antica, che si intreccia ancora con quella di Siracusa: essi divulgarono di come Merico soldato di Spagna al serivio di Siracusa (la città era difatti abituata a servirsi largamente di mercenari iberici) la consegnò ai Romani (tradendo i siracusani, che si erano alleati con Cartagine pur di non darsi a Roma), ricevendo come ricompensa dall'esercito invasore una corona d'oro ed entrando trionfalmente nell'Urbe.[44]

Tra la fine del Cinquecento e gli inizi del SeicentoModifica

Lo scacchista Paolo BoiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Paolo Boi.
 
Il re del Portogallo, Sebastiano I (morto alla giovane età di 24 anni) che giocò contro il Siracusano, aiutandolo persino ad alzarsi durante la partita (ignorando l'etichetta reale)
 
Paolo Boi gioca a scacchi con il Diavolo (da un'illustrazione di un libro britannico del XIX secolo)

Siracusa diede i natali a uno dei più grandi giocatori di scacchi dell'epoca moderna: Paolo Boi (attivo nella seconda metà del '500), il quale, in virtù della sua patria natia, venne nei suoi lunghi viaggi conosciuto come il Siracusano. Paolo giocò a scacchi con personaggi illustrissimi del suo tempo ed ottenne favori da un sacco di gente. Anche il re di Spagna, Filippo II, lo prese a ben volere, donandogli le rendite di alcune giurisdizioni della città aretusea. Si racconta inoltre che egli, catturato dai pirati algerini, si guadagnò la libertà grazie alla passione per questo gioco nutrita dal capitano della nave. Con tali parole lo descrisse lo scacchista parigino Jules Arnous de Rivière:

«Poalo Boi fece il viaggio di Spagna. In Italia erasi attirato l'affetto e la simpatia di parecchi cospicui personaggi, e Pio V gli offerse un beneficio ecclesiastico, a condizione entrasse negli oridini, ma Paolo non acconsentì [...] Ebbe anche l'onore di giuocare contro il re di Portogallo don Sebastiano, e si cita come prova del ragal favore, che, sedutosi una volta il re per giuocare e il Siracusano (com'era obbligo di etichetta) stando inginocchiato sur un cuscino, avendo giuocato per assai tempo, brama questi riposare, laonde il re lo ajutò rialzarsi onde potesse mutar di ginocchio. Così dunque, in onore presso i regnanti, Boi fu ricercatissimo dalla nobiltà di Sicilia, di Roma e di Napoli, e fu magnificamente trattato dovunque passò.»

(Jules Arnous de Rivière, Nuovo manuale illustrato del giuoco degli scacchi: leggi e principi, classificazione degli esordi e fini delle partite, partite modelli ecc., ecc., studi e nuove osservazioni, 1876, p. 53.)

La venuta di CaravaggioModifica

L'avventura di Caravaggio, alias Michelangelo Merisi, a Siracusa, si intreccia indissolubilmente con quella di un pittore di questa città che, si narra, fu un suo intimo amico, Mario Minniti: i due si conobbero a Roma e da lì si svilupparono i fatti che avrebbero condotto il lombardo fino in terra aretusea in qualità di fuggitivo: egli stava infatti fuggendo dai cavalieri di Malta, che lo avevano in precedenza imprigionato nelle loro carceri.

Tuttavia, la storia che riguarda Caravaggio e Minniti è così piena di intrighi e leggende che gli storici contemporanei faticano a distinguere ciò che in essa vi è di vero e genuino. La fonte più importante al riguardo è rappresentata da Francesco Susinno che nella sua opera intitolata Le Vite de' Pittori Messinesi (1724), raccolse e tramandò tutte le informazioni su Mario Minniti e sul suo rapporto con Caravaggio (il siracusano dopo la morte del lombardo lavorò soprattutto per Messina, lasciando in quella città numerosi documenti della sua vita).

Gli storici odierni hanno potuto poi confrontare che gran parte di ciò che ha scritto Susinno corrisponde a documenti d'archivio rinvenuti in varie città d'Italia, ed è dunque testo affidabile, ma un'altra parte delle fonti primarie di Susinno sono andate distrutte, così come distrutti sono andati gli archivi siracusani (colpiti sia dal terremoto del 1693 e poi dai bombardamenti aerei del 1943), per cui egli rimane in quel caso la sola possibile consultazione.[45]

 
Ecce Homo opera che Mario Minniti dipinse per la cattedrale di Mdina (l'antica capitale di Malta) nel 1625

Caravaggio aveva un carattere piuttosto attaccabrighe. A Roma lavorava nella bottega di un pittore siciliano e fu lì che conobbe Mario Minniti (anch'egli dipendente del siciliano). Mario era fuggito da Siracusa per un qualche episodio non meglio specificato e si era imbarcato segretamente sulle galee dei cavalieri di Malta (che erano solite sostare a lungo in città), raggiungendo così il capoluogo laziale. I due, secondo quanto riferisce Susinno, andarono a vivere insieme, anche quando Caravaggio venne assunto dal cardinale del Monte. Fu questo il periodo nel quale il siracusano posò per lui da modello in numerosi quadri. Poi Minniti, nel 1600, si sposò e, stando al testo di Susinno e a una testimonianza giudicata veritiera dello stesso Caravaggio, il lombardo da quel momento non volle più avere niente a che fare con lui.[46]

 
Il seppellimento di Lucia da Siracusa (Santa Lucia); particolare del dipinto di Caravaggio eseguito in città nel 1608

Michelangelo Merisi ebbe in seguito altri problemi con la legge a Roma, fino a quando venne incolpato di omicidio (egli uccise, rimanendo ferito, un uomo che pare fosse un suo rivale) e per questo fu condannato alla pena capitale: secondo alcuni studiosi anche Mario Minniti era coinvolto in questo omicidio, secondo altri invece egli si trovava già nella sua patria, a Siracusa.[46] Contro Mario Minniti s'intentò inoltre un processo per bigamia (egli prese due mogli, si disse, senza amarne nemmeno una).[47]

Poiché chiunque, nelle terre del papa, aveva il permesso di uccidere Caravaggio, dietro ricompensa, egli fuggì, fino a giungere nel 1607 sull'isola di Malta, dove venne accolto dal Gran Maestro, Alof de Wignacourt, divenendo un membro dell'Ordine giovannita: un cavaliere. Ma anche lì Caravaggio ebbe problemi: accusato dall'Ordine per un motivo non ben preciso, egli venne incarcerato e privato dell'abito da poco conquistato. Fu in questo stato che giunse a Siracusa, misteriosamente (perché il modo in cui riuscì a fuggire da una cella dei cavalieri rimane poco chiaro, così come la sua entrata in uno dei porti più sorvegliati di Sicilia; sia da spagnoli che da cavalieri giovanniti). Susinno afferma che qui Caravaggio ritrovò Mario Minniti, il quale, a conoscenza dello stato di pericolo in cui viveva il suo amico, lo accolse in casa propria.[48]

A testimonianza del periodo siracusano di Caravaggio esistono altre fonti primarie, oltre Susinno: uno è Giovanni Pietro Bellori, che descrisse l'opera pittorica che il Merisi creò in città: il Seppellimento di Santa Lucia (una tela che per dimensioni risulterà essere la sua più grande dipinta in Sicilia e una delle massime della sua carriera[48]). Susinno aggiunse che egli dovette dipingere questo quadro con grande angoscia e rapidità (egli temeva l'apparire dei cavalieri di Malta a Siracusa da un momento all'altro, e per questo motivo dormiva con un pugnale al suo fianco), eppure fece un capolavoro.[48] L'altra fonte è data da Vincenzo Mirabella: costui, nobile aretuseo e uomo d'arte e di scienza, accompagnò Caravaggio nella zona archeologica più grande di Siracusa. Il pittore lombardo si mostrò così curioso riguardo all'antica storia siracusana dei tempi greci che egli, giunto di fronte alla latomia che conservava al suo interno le catene, simbolo della prigionia che i capi di Syrakoussai infliggevano ai propri nemici, le coniò il nome che porta tutt'oggi: Orecchio di Dionigi, esaltando l'acustica del luogo e la fama di uno dei più potenti tiranni del mondo greco, Dionisio I di Siracusa.[49][48]

Il suo accompagnatore, il siracusano Mirabella, fu una delle menti più illustri del periodo seicentesco siciliano: egli entrò a far parte dell'accademia dei lincei di Roma e conobbe Galileo Galilei, con il quale instaurò un bel rapporto: insieme studiarono le macchie solari (i due ne discutevano nelle lettere che si scrivevano con continuità) e il più celebre scienziato era solito condividere le sue lenti telescopiche con il «cavaliere siracusano» (con tale appellativo era conosciuto Mirabella).[48][50]

Caravaggio lasciò la Sicilia dopo un anno. Nel 1609 egli fece ritorno ancora fuggiasco a Napoli e da qui sperava di poter tornare a Roma da uomo libero (comprando la propria libertà con i suoi dipinti), ma una febbre malarica lo colpì portandolo alla morte mentre si trovava in viaggio a Porto Ercole nel 1610 (secondo un'altra teoria, invece, egli venne raggiunto e assassinato in segreto dai cavalieri di Malta[51]).

Il castello Maniace diviene castello San Giacomo: patrono di SpagnaModifica

 
Il busto rinvenuto al castello Maniace che reca nel petto l'incisione spagnola del 1618, la quale battezza il castello con il nome di Jago

Colonne d'Ercole (1614) e Poseidon (1618)Modifica

Il secondo decennio del '600 rappresentò importanti cambiamenti per il castello Maniace: esso infatti venne ornato di un scudo molto significativo al suo ingresso e gli venne mutato persino il nome. Tale opere si devono al castellano che in quegli anni reggeva la più considerevole fortezza militare siracusana: lo spagnolo Joan de Roca Maldonato.[52] Nel 1614, duante il regno del nuovo sovrano di Spagna Filippo III, egli ottenne di far trasportare sopra l'alto e massiccio ingresso di epoca sveva del castello lo scudo di Carlo V e dell'impero spagnolo, fatto fabbricare nel 1545 (probabilmente per testimoniare che nemmeno il terremoto del '42 aveva potuto far soccombere la potenza militare della Spagna di Carlo, che tanto si era spesa sulla Siracusa cinquecentesca):[53] ciò che lo contraddistingue sono due paia di colonne d'Ercole, che in questo caso potrebbero avere avuto il classico significato di "Non plus ultra" (ovvero il primordiale, d'epoca greca; prima che la Spagna lo modificasse in "Plus ultra", come conseguenza della scoperta del continente americano), dunque "Non andare più in là; non entrare", in riferimento al ruolo militare del castello siracusano, che doveva essere temuto dai nemici del Regno. Sotto le colonne vi sono scolpti due globi (raffigurano la Terra), circondati da quattro fiamme ciascuno; simbolo del dominio iberico sul mondo. Chiudono la sequenza due mensole di arenaria incise con un monito che non lascia dubbi sulla funzione difensiva/offensiva del castello in questione (monito forse voluto dal castellano Joan):

 
Il castello Maniace (illuminato di bianco, a destra, sull'estrema punta dell'isola di Ortigia), in epoca spagnola detto di San Giacomo, visto in una notte di Superluna rossa
(LA)

«EGO INTERFICIAM OMNES QUI AFFLIGENT»

(IT)

«UCCIDERÒ TUTTI QUELLI CHE FANNO DEL MALE»

(L'iscrizione incisa sulle mensole arenarie che sorreggono lo stemma spagnolo del castello aretuseo.[54])

Al centro vi è poi la dichiarazione che attesta la data d'origine dello scudo, il nome dell'imperatore e la data del suo trasferimento alle porte del castello. Oltre ciò, Joan de Roca chiese e ottenne nel 1618 che il castello mutasse il nome: da Maniace (in riferimento al generale bizantino Giorgio Maniace, che tentò di liberare la città dal dominio arabo nel 1038) a Jago de Maniace, cioè Giacomo del quartiere Maniace, in riferimento a Giacomo il Maggiore (San Giacomo): uno dei dodici apostoli che dopo la morte di Gesù andò in Spagna a diffondere il vangelo e che ritornato in patria venne ucciso da Erode Agrippa. Joan de Roca fece inoltre mutare anche il nome delle quattro torri del castello, che divennero: San Pedro, San Catalina, San Philipe e Santa Lucia.[55][56]

Da quel momento in avanti, in tutti i documenti ufficiali, fino al XIX secolo, il castello risulterà con tale nuovo appellativo, anche se tra i siracusani rimase sempre l'abitudine di chiamarlo castel Maniace. L'epigrafe, in lingua spagnola, sul nuovo nome del castello e delle torri venne rinvenuta su di un busto colossale - nel suo petto, specificatamente - collocato all'interno dell'edificio e risalente al I-II secolo. Esso venne subito identificato come Poseidone (Poseidon), dio del mare che in terra aretusea era venerato (culto ereditato dalla madre-patria Corinto), e tale rimase impresso nei documenti. Poi si sostenne si trattasse di Zeus, il padre degli dei, e infine si è recentemente sostenuto che sia Asclepio, il dio della medicina (altro forte culto della Siracusa greca).[52][56]

La sconfitta dei cavalieri di Malta al PlemmirioModifica

 
Capo Murro di Porco (Plemmirio, penisola della Maddalena) luogo in cui avvenne la sconfitta dei cavalieri di Malta

I cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme si erano impegnati a difendere la cristianità in cambio della libertà quasi totale che la Spagna aveva ceduto loro sull'isola di Malta. E il vicino mare di Siracusa era uno dei luoghi più frequentati dalle ciurme di pirati barbareschi e di turchi, il cui bottino consisteva spesso nel catturare cristiani e venderli come schiavi: anche sotto questo aspetto il mare che lambiva Siracusa era uno dei più pericolosi, motivo per il quale la Spagna aveva bloccato il commercio del porto siracusano (oltre a un motivo strettamente militare, essendo divenuto quel porto un'importante base logistica per le truppe alleate degli spagnoli).

Fu in tale contesto che i cavalieri di Malta andarono incontro a una pesante sconfitta proprio di fronte al porto aretuseo: navi turche, approfittando del fatto che la marina del Regno fosse impegnata nelle acque di Genova per difenderla in nome del re di Spagna dalle mire espansionistiche del duca di Savoia,[57] avevano preso a fare scorrerie sulle coste orientali della Sicilia e il 26 giugno 1625 decisero di spingersi fino alla baia di Siracusa (data dalla punta dell'isola di Ortigia da un lato e dalla punta della penisola della Maddalena dall'altro), ma nel capoluogo aretuseo stavano già sostando da qualche giorno 5 galee dell'Ordine giovannita, pronte a intervenire in caso di attacco, per cui non appena ebbero notizia che 6 galee provenienti da Biserta (famose per il genere di scorrerie che erano solite compiere in Sicilia) avevano superato Augusta e navigavano per giungere in città, essi uscirono dal porto e andarono loro incontro, rifiutando il rinforzo che la guarnigione di Siracusa aveva offerto loro.[58]

I siracusani si arrampicarono nelle loro alte mura per assistere allo scontro, che si svolse davanti ai loro occhi: nelle acque del Plemmirio, fiancheggiando Capo Murro di Porco. A generare la sconfitta dei cavalieri pare fosse stato il mancato ordine da battaglia delle loro galee (giunte in maniera scoordinata presso quelle bisertane) e l'inferiorità numerica rispetto al nemico.

Vi fu un grave numero di perdita di vite umane, sia da una parte che dall'altra: l'Ordine di Malta perse 350 uomini e le sue galee vennero danneggiate fino a risultare inutilizzabili (sarà in seguito un finanziamento giunto da Barcellona, in Spagna, a permetterne il ricambio per nuove missioni dei cavalieri). Nonostante la vittoria, la spiaggia aretusea si riempì anche di cadaveri dei turchi. Quando la battaglia finì, la spiaggia era divenuta color rosso sangue e i cittadini di Siracusa si ritrovarono a tirar su corpi senza vita di diverse nazionalità.[59][60]

L'esploratore Pietro Della ValleModifica

 
La fonte Aretusa così come la descrisse Pietro Della Valle: con le siracusane che tutti i giorni vi andavano a lavare i panni (l'incisione è di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, XVIII sec.)

«Il ventisei dicembre avemmo nuova in Siracusa dell'armata inglese, che aveva messo gente in terra in Cadiz riviera di Spagna, e che dagli Spagnoli era stata valorosemente ribattuta; scrivevano gli Spagnoli però, che sono alquanto esagerati delle loro cose, che l'armata era d'ottanta vascelli, e che aveva messo in terra dodicimila uomini.»

(Pietro Della Valle in Viaggi di Pietro della Valle il Pellegrino descritti da lui medesimo in lettere familiari all'erudito suo amico Mario Schipano divisi in tre parti cioè: la Turchia, la Persia e l'India, vol. 2, 1843, p. 914.)

L'esploratore romano Pietro Della Valle, dopo essere approdato nell'isola di Malta e lì forzatamente trattenuto (i cavalieri non volevano lasciarlo venire in Sicilia perché temevano che egli stesse portando la peste dall'Oriente), riuscì a sbarcare nel porto di Siracusa il 4 dicembre del 1625 (egli ne fu così sollevato, e al contempo così spaventato dall'esperienza maltese, che nella sua cronaca parlerà di «arrivo e mio salvamento in Siracusa»[61]).

Egli giunse sopra le galee di Malta che erano dirette a Messina: inizialmente non aveva intenzione di fermarsi a lungo, poiché voleva semplicemente approfittare della scesa in terra dei cavalieri (che solevano fermarsi a Siracusa per pranzare, cenare, dormire e rifornirsi di viveri, quando non vi erano emergenze) e andare a visitare un suo amico di vecchia data: il vescovo siracusano Paolo Faraone. Ma dato che Siracusa era una città che da decenni ormai viveva nell'isolamento più severo (come ebbe a lamentarsi Vincenzo Mirabella nei suoi scritti, la città soffriva il ruolo marginale che aveva nella società imperialistica, e la sua sola compagnia esterna era data da soldati e cavalieri giovanniti) quando i suoi abitanti (la fetta benestante) si accorsero della presenza esuberante dell'esploratore Pietro (che viaggiava con donne dai vestiti stravaganti, giungendo dall'Oriente, e con molta merce curiosa) non lo lasciarono andar via così presto. Alla fine egli rimase quasi due mesi interi.[61]

Pietro Della Valle nella sua cronaca appuntò con molta abbondanza di particolari tutti i monumenti e i luoghi di Siracusa (descrisse pure la festa di Santa Lucia, lasciando una delle più antiche testimonianze su questo evento[61]); ne rimase affascinato e al contempo non mancò di segnalare anche gli umori politici che vigevano in questa città: egli fu, ad esempio, testimone della notizia che i militari spagnoli passarono ai loro connazionali in città: l'Inghilterra aveva attaccato nuovamente la Spagna. I siracusani, come il resto della Sicilia, erano stati direttamente coinvolti nella guerra di Filippo II contro Elisabetta I, poiché venne mobilitato anche il loro porto quando la Spagna mise in piedi l'Invincibile Armata che nel 1588 aveva tentato l'invasione dell'isola nord-europea. Tra i due paesi non correva più buon sangue: gli inglesi, occultandosi dietro la pirateria, avevano incominciato a compromettere i possedimenti spagnoli nell'oceano Atlantico.

Pietro poté inoltre constatare che tra la chiesa locale e i cavalieri di Malta non vi erano ottimi rapporti: i cavalieri pretendevano che ogni qual volta che essi scendessero a terra in città (sia per approvvigionarsi o per semplice diversione) il vescovo di Siracusa dovesse andare a salutarli, con gli onori del caso. Viceversa, il vescovo aretuseo era convinto che spettasse ai cavalieri giovanniti andare da lui e con il dovuto rispetto salutarlo. Non volendo nessuna delle due parti cedere, si era creato dell'attrito tra loro.[61]

La guerra franco-spagnola e la guerra d'OlandaModifica

Tensioni tra Siracusa e i cavalieri di MaltaModifica

«Ciò che v'ha di singolare si è che la corte di Francia si dolse col Gran Maestro del suo rigore verso a' suoi connazionali; anzi così vive ne furono le istanze, e seppe così bene provare la sua causa appo gli altri sovrani d'Europa, che la Spagna, esterrefatta del concerto di rimproveri de' quali era oggetto, disapprovò le cannonate del governatore di Siracusa, e si scusò umilissimamente della severità delle sue instruzioni.»

(Frédéric Lacroix, Malta ed il Gozzo, 1852, p. 131.)
 
Il porto Grande di Siracusa, assiduamente frequentato dai cavalieri giovanniti

La guerra franco-spagnola scoppiò nel 1635 e vide contrapposte ancora una volta la Francia e la Spagna. Questa era una guerra che in teoria non avrebbe dovuto toccare la Sicilia e Siracusa, combattendosi nel nord Europa per il possesso dei paesi che dividevano i francesi dai tedeschi, ovvero i territori dell'Olanda, alla quale si voleva togliere inoltre la supremazia del commercio sui mari settentrionali (motivo per cui entrò in questa guerra anche l'Inghilterra, al fianco della Francia). La Spagna era invece alleata degli olandesi (essendo parte di essi sotto il suo controllo). Tale conflitto, che a lungo insanguinò l'Europa del nord, prese il nome di guerra dei trent'anni. L'implicazione di Siracusa fu fortunatamente solo politica e riguardò nello specifico un singolo episodio (il quale però ebbe tragiche conseguenze per i maltesi), che fece indignare parte dell'Europa:

L'Ordine dei cavalieri di Malta era composto principalmente da francesi, ma il suo statuto indipendente proibiva ad esso di prendere le parti di qualcuno durante un conflitto che riguardava i principi cristiani (il compito e dovere dei cavalieri giovanniti era quello di combattere i nemici della cristianità). Ciononostante, quando la Francia dichiarò guerra alla Spagna alcuni cavalieri giovanniti francesi presero la pessima abitudine di saccheggiare le navi siciliane, che erano notoriamente sotto la protezione spagnola, e lo fecero con navi che sventolavano il vessillo di Francia, a tal punto che si sospettò che dietro le azioni di questi cavalieri altro non vi fosse che il re Cristianissimo (appellativo del re di Francia), Luigi XIII. Ma ancor prima del re venne incolpato l'Ordine: sospettato di essere in complicità con i progetti francesi.[62]

Nel 1637, stanchi di questa situazione, gli spagnoli a Siracusa decisero di reagire: si avventarono contro le galee della Religione per disarmarle, ma quando i cavalieri giovanniti capirono le intenzioni bellicose della città, salparono in tutta fretta, evitando per un soffio le cannonate e i fuochi dell'artiglieria che continuavano a essere sparati contro di loro.[63] I cavalieri avrebbero voluto un'immediata vendetta contro i siracusani ma il Gran Maestro, Lascaris, lo impedì, ricordando ai suoi uomini che all'Ordine era vietato imbracciare le armi contro i cristiani. L'episodio tuttavia non passò sotto silenzio e in breve tempo giunse alla corte di Francia: re Luigi la prese come una questione personale, avendo molti suoi connazionali all'interno dell'Ordine, e divulgò con passione la notizia presso le altre corti d'Europa, le quali condannarono il gesto di Siracusa; tra i più indignati vi furono gli italiani: essi non comprendevano il motivo che aveva spinto il governatore del capoluogo aretuseo a comportarsi in una tal maniera contro coloro che avevano dato il sangue, più e più volte, per difendere quelle coste e le altre d'Italia dagli assalti dei turchi e barbareschi; i siracusani vennero quindi accusati di essere degli ingrati nei confronti dell'Ordine.[64]

Tuttavia, ciò che il re di Francia non aveva previsto fu il fatto che lo stesso Gran Maestro decidesse di schierarsi contro di lui, come infatti fece, andando a chiudere i porti di Malta a tutte le navi francesi. Grande e grave fu lo sdegno di Luigi, il quale minacciò la tenuta finanziaria dell'Ordine stesso andando a confiscare tutti i beni materiali che appartenevano ai cavalieri ospitalieri nel suo vasto Regno. Quindi Lascaris fece un passo indietro e scusandosi riaprì i porti ai francesi, ma ciò non cambiò la situazione estremamente tesa che si era venuta a creare con la Sicilia: i siciliani chiusero i propri porti ai cavalieri giovanniti gettando costoro in una seria e drastica penuria di provviste. La Sicilia era infatti il motore principale che permetteva la sopravvivenza di Malta; ben più piccola e meno feconda. E a patire le maggiori sofferenze di questo periodo furono gli autoctoni maltesi, poiché se vi era poco cibo la precedenza su questo spettava ai più potenti cavalieri.[62]

 
Cavalieri di Malta nel 1600 (dal museo maltese de la Valletta)

Le carestie degli anni '40 e il miracolo di Santa LuciaModifica

1641: il soccorso giunto dai cavalieri di Malta e da AugustaModifica

 
Una delle azioni navali dei cavalieri giovanniti nel 1650 (musee de la Legion d'Honneur)

Il 1641 fu un anno di importanti attestazioni per la città di Siracusa; essa poté infatti constatare che, nonostante le varie tensioni politiche che si venivano a creare con i propri vicini, nel momento del bisogno essa non era lasciata da sola: fu il caso del soccorso datole in quell'anno durante un periodo di forte carestia di cereali. La Sicilia non stava ancora patento i drammi che avrebbe attraversato qualche anno dopo a causa della mancanza di cibo, ma Siracusa anticipò i tempi: per essa la crisi del '41 fu seria e dovette mandare richieste d'aiuto esterne affinché le si inviasse del frumento: il primo soccorso giunse dai cavalieri di Malta, i quali, ignorando il continuo clima di sospetto che vi era nei loro confronti (a causa del perdurare della guerra tra spagnoli e francesi), navigarono fino a Siracusa e portarono alla popolazione avvilita il cibo per sfamarsi; e lo rifecero diverse altre volte (i cavalieri soccorsero i siracusani per mesi). L'Ordine lo fece, si disse, per sdebitarsi di tutte le volte che (in tempi più sereni) questa città li aveva accolti e dato a loro viveri in quantità.[65]

Con il cibo dei cavalieri giovanniti il Senato aretuseo poté placare le rivolte che stavano nascendo a causa della fame (il Senato scrisse al Gran Maestro ringraziandolo vivamente, il 16 maggio 1641).[66] Ma oltre l'Ordine, la città aveva ricevuto frumento anche da Augusta (la quale era riuscita a superare bene la penuria di cibo): l'intevento della vicina fu provvidenziale e i siracusani la ringraziarono dichiarandosi nei suoi confronti «sempre, e in ogni futuro tempo, obbligatissimi».[67]

Nel 1641 arrivò inoltre una lettera del re di Spagna, Filippo IV, che confermava ai siracusani i loro abituali privilegi e li concedeva nuove grazie come segno di riconoscimento per il donativo fattogli da questa città nel momento del bisogno. Siracusa aveva infatti donato al re spagnolo 15.000 ducati per le spese di guerra del 1637, nonostante non fosse obbligata a farlo (un suo antico privilegio la esonerava dai donativi forzosi che pretendeva la corte iberica dai siciliani), e per non tirarsi indietro dovette anche indebitarsi per lungo tempo.[68]

La nuova carestia del 1646 e le febbri del 1648Modifica

 
Secondo la cronaca tramandatasi, dalle porte della cattedrale entrò una colomba, simbolo della martire, ad annunciare la venuta in porto di navi cariche di cibo (in foto il cancello che permette l'ingresso nella cattedrale aretusea)

Nel 1646 il capoluogo aretuseo fu uno dei primi a entrare nuovamente in crisi per la mancanza di cibo (ma stavolta avrebbe patito la medesima sorte sua l'intera Sicilia): qui non vi furono ribellioni o fatti di sangue contro i governi (come invece accadrà da lì a breve in città più ribelli come Palermo, Messina e diverse altre); i siracusani si limitarono a lamentarsi verbalmente, resistendo fino al mese di maggio, quando la penuria di pane e altri alimenti basilari si aggravò ulteriormente.[69]

Intervenne a placare gli animi il vescovo siracusano, che a quel tempo era Francesco d'Elia e Rossi (eletto nel 1639[70]), il quale portò gli abitanti nella chiesa principale, affidando la città alle forze divine e in particola modo alla sua Santa patrona, pregandola, per 8 giorni consecutivi, affinché salvasse la terra che le aveva dato origine.[71] Fu in tale clima che il 13 maggio 1646 si gridò al miracolo: mentre il popolo era raccolto in preghiera, dalle porte della cattedrale fece il suo ingresso una singola colomba che si andò a posare sul soglio del vescovo Francesco. I siracusani ammutolirono, e subito dopo arrivarono le grida che nel porto erano entrate in cerca di riparo delle navi cariche di grano e legumi. La commozione generale portò alla nascita di una seconda festa per Santa Lucia, celebrata nel capoluogo, ancora oggi, nel mese di maggio, liberando colombe e quaglie (animale simbolo dell'isola di Ortigia) in memoria della grazia ricevuta quell'anno.[71][72]

Il 1647 fu l'anno nel quale la carestia esplose prepotentemente in tutta l'isola di Sicilia e in parte d'Italia (per comprendere il contesto basti dire che fu questo l'anno della rivolta napoletana di Masaniello e dei tumulti di Catania, accompagnata da quelli di altre città, che con il pretesto del mal governo, incapace di affrontare la crisi, diedero vita alle prime rivolte anti-spagnole del Seicento). Alla fame si aggiunse la malattia: epidemie scoppiarono in terra siciliana tra il 1647 e il 1648. Dalle cronache non risulta che Siracusa patì eccessivamente questi mali (il suo annus horribilis era stato il '46), tuttavia essa venne tirata in ballo da una previsione, catastrofica, fatta da degli astrologi dell'epoca per tentare di giustificare la venuta dell'epidemia, che si presentava con febbre violenta e che aveva già mietuto molte vittime: si disse che la colpa era di un'eclissi lunare e che non si doveva creare il panico, poiché i suoi effetti si sarebbero fatti sentire solamente in 13 città d'Europa e del bacino mediterraneo (Siracusa era, secondo gli astrologi, inserita tra queste sfortunate 13 città), per via delle loro posizioni geografiche.[73] Ciò era dovuto a una complessa congiunzione della Luna con i pianeti Marte e Giove che avrebbero provocato «l'abbruciamento della massa sanguigna» e quindi l'innalzamento del calore corporeo e la presenza della febbre[74] (tuttavia nelle principali cronache siracusane non compare il 1648 come anno particolarmente funesto).

Nuove liti con i cavalieri di Malta e nuove catastrofi naturaliModifica

 
L'odierno porto di Augusta. I cavalieri giovanniti vi si stabilirono perché indispettiti dal comportamento dei siracusani (causato dalla guerra); vi rimarranno a lungo

I cavalieri di Malta continuavano a sentirsi maltrattati dai siracusani (essi si lamentavano dell'atteggiamento tenuto dal Senato aretuseo e dal corpo militare),[75] fu per tale motivo che nel 1648 decisero di togliere a Siracusa il ruolo privilegiato che le avevano accordato fino a quel momento (bisogna considerare che continuava la guerra tra la Francia e la Spagna, il che rendeva nervosi gli spagnoli che custodivano la città); lo fecero andando a servirsi di cibarie e vettovaglie poco più a nord di essa: scelsero la vicina Augusta. La decisione in merito venne presa dal Gran Maestro Lascaris (colui che affrontò la crisi del '37), che andò personalmente ad Augusta a chiedere a quegli abitanti se erano disposti ad accoglierli, da quel momento in avanti. Gli augustani furono entusiasti del ruolo accordatoli e si prodigarono volentieri per sistemare il loro porto in modo tale che potesse accogliere e soddisfare le esigenze dei cavalieri: chiamarono le galee della Religione «le nostre galee» (in segno di affezione benevola all'Ordine).[76]

Ovviamente ciò non significò che i cavalieri avessero troncato del tutto i rapporti con i siracusani: essendo quello aretuseo un porto primario militare i cavalieri giovanniti, per un motivo o per un altro, erano obbligati a farvi sosta (avevano però efficacemente minato una delle poche risorse finanziarie che sostentavano la città).

In quest'ottica, nel 1658, scoppiò una violenta lite al porto tra il governatore spagnolo della città, don Alvares d'Aguilar, e i cavalieri di San Giovanni: accadde che i cavalieri, capitanati dal generale delle galee, Chabrillan, avendo licenza militare per farlo, intervennero nell'accusa che dei poliziotti locali (al tempo chiamati Birri) muovevano contro due presunti ladri. I cavalieri non erano convinti della colpevolezza degli arrestati. S'intromise allora il governatore militare Alvares, scagliandosi sui soldati giovanniti, li minacciò pesantemente: o Chabrillan ordinava l'immediata impiccagione dei ladri, oppure i soldati della città avrebbero fatto colare a picco le navi della Religione, prendendole nuovamente a cannonate.[75]

Per evitare scandali maggiori, il generale giovannita acconsentì a impiccare gli uomini (sulla cui colpevolezza continuava ad avere seri dubbi). Ma questa violenza sui cavalieri non rimase impunita: il governatore di Siracusa venne processato dal viceré di Sicilia e costretto a lasciare la città, venendo infine imprigionato per dieci anni sull'isola di Pantelleria. Il grave episodio non fece altro che peggiorare i già fragili rapporti che vi erano tra il capoluogo aretuseo e l'Ordine ospitaliero.[75]

La malannata grande e le dinamiche sociali nella Sicilia orientaleModifica

 
Il vulcano Etna visto dal centro ibleo di Sortino (il territorio dell'antica Pantalica), il cui signore feudale controllava l'acqua di Siracusa a seguito dell'alluvione del 1558 (la crisi del 1672 provocò nella sola Sortino 964 vittime[77])

Nel 1669 si verificò la più violenta eruzione storica del monte Etna, che minacciò di distruggere la sottostante Catania con l'azione della sua lava; tale evento naturale avrà importanti conseguenze politiche, poiché metterà fuori gioco Catania dalla difesa dell'isola (la città in questione era stata già fortemente provata dopo l'infeudamento dei paesi etnei che la sovrastavano (essi, venendole sottratti tutti in un sol colpo, la ridussero a partire da quegli anni '40 a una città con non più di 11.000 abitanti e per giunta senza un adeguato porto marittimo)[78]; a ciò si unirà il tradimento di Messina nei confronti della Spagna, lasciando così la strada spianata all'esercito francese verso Siracusa (venendo meno le due porte principali che la proteggevano da settentrione).[79]

Preludio di una situazione ancor più drammatica fu la nuova ondata di carestia che stavolta colpì maggiormente Siracusa, portando nel 1672 alla morte di ben 9.000 dei suoi abitanti e passando per questo alla storia con il nome di malannata grande (il grande cattivo anno).[80]

Nemmeno in questa occasione mancarono i soccorsi di grano da parte dei cavalieri di Malta, solo che non furono sufficienti, anche perché, stando alla cronaca fatta dal cavaliere giovannita di origini venete Bartolomeo Dal Pozzo[81], in città come Siracusa (che dice egli fu tra le più colpite da questa grande fame) il problema non era tanto il fatto che le piazze non avessero cosa macinare, ma piuttosto la cagione del male, secondo Bartolomeo, risiedeva nell'estrema decadenza sociale di questo popolo: tantissimi poveri che non potevano più comprare il cibo (gelosamente custodito da chi ancora ne aveva), e allora li si vedeva recarsi nelle campagne e ridursi a mangiare la cruda erba della terra. Poi li si vedeva morire per le strade, giorno dopo giorno.[82]

Per figurarsi al meglio la situazione sociale di questi luoghi nel Seicento è significativo confrontare i dati relativi alla popolazione siracusana (intesa solo la città, senza i centri limitrofi), prima del 1505, con quelli della città alle soglie del devastante terremoto che sarebbe giunto appena un ventennio dopo quest'ultima micidiale carestia: Siracusa al principio del Cinquecento contava ben 50.000 abitanti (era la terza città più popolosa di Sicilia dopo Palermo e Messina ed era ancora distante dalle guerre e dalle calamità naturali che l'avrebbero investita a pieno), mentre al principio del 1693 (prima del potente sisma) poteva contare appena 15.000 anime.[83]

Quasi due secoli l'avevano dunque completamente trasformata: le dinamiche sociali che la Sicilia assunse con la Spagna fecero di questa città (che sotto il più tranquillo e indipendente Regno siciliano si stava riprendendo dall'epoca post-musulmana) un centro emarginato (no libero commercio, no rapporti con terzi, no poli d'istruzione, no poli politici) e strapazzato (sia dalle incessanti guerre e sia dall'inclemente natura).

Per tutto il Seicento (e il Settecento e l'Ottocento, dove le cose non andranno meglio politicamente, ma anzi, per Siracusa peggioreranno ancora[N 3]) questa città e i comuni del suo circondario (trascinati probabilmente dal risultato negativo del capoluogo) faranno registrare il dato di crescita meno elevato dell'intera Sicilia[84]: mentre nelle altre città siciliane la popolazione aumentava, qui invece diminuiva (escluso un breve respiro che si ebbe nei primissimi anni del '600[85]). Solamente Enna (città cerealicola dell'entrotterra siciliano, che patì anch'essa il mutamento delle dinamiche del Regno: quando ciò che contava era la difesa interna e non quella esterna, ed era per questo annoverata trai i centri più popolosi dell'isola[84]) appariva bloccata come Siracusa (la loro crescita era esasperatamente lenta, poiché le loro vite sociali erano state poste in condizioni di eccessiva fragilità); a tal punto che quest'ultima verrà paragonata (sui censimenti) alle città montane e non a quelle marittime (che crescevano a un ritmo molto più rapido).[84]

Discorso molto diverso per la parte occidentale dell'isola; meno esposta al rischio di invasioni barbaresche, ai pericoli che giungevano dal Levante e meno esposta alle calamità naturali (ad esempio i terremoti più violenti avvennero quasi esclusivamente nel lato orientale dell'isola, sconvolgendolo), per cui risulta il dato allarmante che solamente negli ultimi decenni del Cinquecento (segnati dalla guerra contro gli Ottomani e dalla peste) la Sicilia orientale perse quasi 30.000 abitanti mentre la Sicilia occidentale, nello stesso periodo, ne guadagnò 40.000, senza un'efficace risposta da parte del governo spagnolo.[85]

La scoperta del papiro e le ultime fortificazioniModifica

 
Lo stemma, rinvenuto in città, appartenente al vicerè Claude Lamoral I di Ligne (colui che fece potenziare, per l'ultima volta, le fortificazioni siracusane)
 
Siracusa, fiume Ciane. Ragazzo mostra un alto stelo di papiro; alle sue spalle un'intera colonia di papiri (fotografia di Giovanni Crupi, XIX secolo)

A metà dell'anno 1672 Siracusa si ritrovò con un eccesso di grano: la città aveva temuto talmente tanto l'ultima brutale carestia (la cui fase acuta incominciò nel 1671) che per porvi rimedio cercò di procurasi più cibo che poté, in maniera tale da riuscire a fronteggiarla, con la conseguenza, però, che una volta terminata la calamità si ritrovò ad affrontare un'altra crisi, stavolta finanziaria: per liberarsi del grano acquistato fu necessario venderlo ad un prezzo maggiore del solito. A parte questo, il 1673 fu un anno finalmente tranquillo per i siracusani.[86]

Nel 1670 era salito al potere un nuovo viceré, Claude Lamoral I di Ligne (principe del Sacro Romano Impero e cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro), che nel '73 venne in città per occuparsi delle fortificazioni: era importante assicurarsi che fossero sempre efficenti perché se anche la Sublime Porta sembrava aver rinunciato alla conquista sud-occidentale, i suoi pirati rimanevano sempre attivi, schiavizzando in queste acque, soprattutto dopo che i veneziani, nel 1669, avevano perso l'isola di Candia (Creta) per mano del sultano.[87]

Portò con sé l'ingegnere Carlos de Grunenbergh, che sotto ai suoi ordini si rese l'artefice dell'ultimo sbalorditivo rimodernamento delle fortificazioni aretusee: isolò ulteriormente Ortigia dal continente-isola Sicilia (il primo taglio era stato effettuato sotto Carlo V), la dotò di altri fossati e vennero eretti cinque ponti levatoi, i quali dovevano essere attraversati tutti prima di poter giungere al cuore della città. Inoltre potenziò la cinta muraria e la cittadella militare del Montedoro (anch'essa opera di Carlo V), dotandola di una struttura a punta di diamante.[88]

Con i lavori di Grunenbergh, Siracusa acquistò la fama definitiva di essere una delle più munite e inespugnabili piazzeforti d'Europa[89] e del Mediterraneo.[90] Grunenbergh (che rimarrà molto tempo in città) risulterà essere stato l'ultimo capo militare-ingegneristico ad essersi occupato delle fortificazioni siracusane, poiché non ci saranno successive modifiche; non tanto per gli effetti distruttivi del terremoto e maremoto del 1693, che butteranno giù tutto (Grunenbergh sarà lì, prontamente, per ritirarle su), ma perché dopo i primi decenni del '700 la Spagna sarà sconfitta in Sicilia e chi le subentrerà si limiterà semplicemente a rifornire Siracusa di cannoni e munizioni, senza però rimettere mano alla complessa opera spagnola (per la quale erano stati necessari oltre due secoli di lavori e finanziamenti prima che potesse dirsi del tutto compiuta), e infine (alle soglie del XX secolo) saranno i siracusani stessi a demolire ogni traccia del loro passato da piazzaforte.

 
Il papiro di Siracusa dipinto dalla viaggiatrice britannica Marianne North

Nel 1674 uno studioso botanico palermitano, di nome Paolo Silvio Boccone, pubblicò un libro ad Amsterdam, nel quale asserì di aver veduto nel siracusano una pianta anomala, che egli identificò come Cyperus papyrus, ovvero la pianta simbolo del Regno dell'Antico Egitto. Sembrerebbe che prima di questa data i siracusani non avessero coscienza della rarità che cresceva nel loro suolo (in realtà ci vorrà ancora circa un secolo prima che la notizia faccia clamore e il popolo la recepisca a pieno, facendola divenire parte della propria cultura di massa).

Essi (i siracusani) erano soliti chiamare questa pianta con il nome di pampèra e pappèra (termini dialettali del luogo); ne bevevano il succo e la cucinavano, ma non si sa se sapessero anche come fabbricarvi la carta; parlando dei siracusani moderni, poiché è invece argomento del tutto sconosciuto quello che riguarda le conoscenze e le modalità d'uso di questa pianta da parte degli antichi siracusani. Il che conduce per l'appunto alla disputa, nata a seguito di questa scoperta, sull'origine e diffusione del papiro in terra siciliana: esaminando l'argomento in maniera molto sinottica (poiché in verità esso è pieno di teorie, affermazioni e punti irrisolti che esigono una trattazione specifica in altro contesto): dagli antichi testi si ha la certezza che il papiro un tempo crescesse in molte terre della Sicilia (la testimonianza più antica è del VI secolo e riguarda il papireto di Palermo[91]), poi, per cause naturali e artificiali (le bonifiche) esso scoparve, verso il XVI secolo, resistendo solo nel siracusano[91] (esso era noto anche in nazioni come Spagna e Francia, solo che il ceppo che lì vi cresceva era diverso da quello egiziano e non vi si era mai prodotta la carta[91]).

Per parecchio tempo si è sostenuto che esso fosse stato importato durante l'invasione araba,[92] ma è un'ipotesi che odiernamente si può concretamente scartare, essendovi documenti che lo attestano già ben prima di tale avvenimento.[91] Per ciò che concerne Siracusa, i suoi scrittori sostennero che esso fosse giunto nel loro territorio nel medioevo con delle famiglie egiziane scappate da Mìgdol (una presunta o perduta città egiziana, isola del fiume Nilo, frequentata dagli israeliti e nominata nel Libro dell'Esodo e nella Bibbia) durante l'invasione turca e stabilitesi nel siracusano.[93]

 
Un tratto del Ciane, fiume che odiernamente ospita la colonia di papiri più vasta d'Europa

Un'origine egizia spiegherebbe perché le parole aretusee di pampèra e pappèra assomigliassero così tanto alle parole pronunciate dagli antichi egiziani: «pa-en-peraa e pa-per-âa[94]», che indica il papiro come foglio o materiale del re (un tempo la scrittura era infatti riservata alla cerchia del sovrano).[95] Secondo un'altra teoria - più contemporanea - il papiro aretuseo sarebbe sì egizio ma sarebbe stato trapiantato qui molto tempo prima del medioevo: fin dal III secolo a.C., quando Agatocle strinse rapporti con i faraoni tolemaici, seguito da Gerone II (il quale intratteneva notoriamente fiorenti legami con l'Egitto degli ultimi faraoni), per cui sarebbe stato decisamente importato in terra siciliana, o quanto meno importato in terra siracusana. Ma queste affermazioni trovano l'opposizione di coloro che protendono per un papiro autoctono di Sicilia (per cui era qui da sempre), che non comprenda un'esportazione di papiri da parte di Siracusa, né una separazione della pianta aretusea da quella del resto dell'isola. Quindi la questione sull'origine rimane a tutt'oggi considerata irrisolta.[96]

Ritornando all'originaria scoperta di Boccone, egli non parlò dei papiri del Ciane (o dell'Anapo), egli affermò piuttosto di averli visti nei pressi della penisola della Maddalena (il Plemmirio), sotto il colle di Melilli e a Ispica (tutti luoghi dove odiernamente è scomparso). Stando alla tradizione, sarà infine un viaggiatore inglese, tale Giderfliet (quando la dominazione spagnola sarà terminata), a portare i siracusani presso il Ciane e a far scoprire loro quale ricchezza si nascondesse tra quella vegetazione (ma anche questa è una tradizione contrastata[97]).

A ogni modo, spettò a questa città - essendo rimasta la sola in Europa ad essere sede naturale di questa antichissima pianta - l'onere e l'onore di ritornare a produre la carta di papiro (dopo un'interruzione mondiale durata secoli) con la medesima tecnica tramandata dagli antichi; ciò avverrà alla fine del XVIII secolo.[98]

La rivolta di Messina e la guerra con la FranciaModifica

Nel 1674 la città della costa nord-orientale di Sicilia, Messina, decise di ribellarsi al potere della Spagna, finendo con il trascinare quasi l'intera isola in guerra contro una potenza europea come la Francia.

I motivi che la spinsero a tale ribellione non furono però da ricercarsi in problemi comuni per i siciliani (come la fame e l'isolamento), ma bensì alla base di tutto ci fu la sua perenne contesa con Palermo (le due città si facevano una sorta di guerra diplomatica da quando gli Aragonesi erano approdati sull'isola) per tentare di togliere più potere possibile alla capitale ufficiale (divenuta tale in epoca araba e rimasta tale con gli spagnoli) e attirare ancor più prestigio al suo interno.

A monte di questa tragica ribellione vi furono quindi futili motivi, almeno per il resto dei siciliani e per città come Siracusa (ben lontana dai capricci delle nobili città); come ad esempio la richiesta messinese di essere per 6 mesi l'anno la sede fissa del viceré di Sicilia; richiesta impugnata da Palermo e rigettata per questo dalla Spagna.

Messina doveva gran parte della sua fortuna alla posizione strategica nella quale sorgeva: di fronte all'omonimo Stretto, il quale separava i domini spagnoli siciliani da quelli italiani, e vicina al teatro bellico più caldo dell'isola, ovvero la costa sud-orientale siciliana (la più assaltata durante tutta l'epoca spagnola). Per cui era molto comodo per gli spagnoli muoversi da Messina sia verso l'Italia che verso il sud della Sicilia. Grazie a queste prerogative essa con i secoli acquistò sempre più prestigio (anche se non le mancarono le punizioni quando cadeva negli ecessi) e privilegi: un esempio di ciò fu il monopolio concessole per la seta: tutta la seta che veniva prodotta nel siracusano e nel catanese poteva essere venduta solo dai messinesi (con enorme guadagno ovviamente per quest'ultimi).[99] Divenne una delle città più popolose d'Europa. Tuttavia il suo ruolo privilegiato divenne la sua rovina: per cercare di soggiogare Palermo meditò di estirpare il potere spagnolo dalla Sicilia e di darlo in mano a un'altra potenza estera, che per ringraziarla avrebbe fatto di lei la sola capitale siciliana.[100]

 
Altra veduta di Messina, nel XVIII secolo (Simone Gullì)

Entrò quindi in gioco la Francia: i messinesi si recarono a chiedere il supporto dei francesi per ribellarsi agli spagnoli. La Francia era a quel tempo impegnata nella guerra d'Olanda (dopo una breve tregua con la Spagna, finirono entrambe nuovamente in conflitto per assicurarsi il dominio sui paesi olandesi: l a Francia supportata dall'Inghilterra e la Spagna supportata dal Sacro Romano Impero). Quando la Francia si vide giungere la proposta di intervenire in Sicilia contro gli eterni rivali spagnoli, con l'aspettativa di guadagnare un Regno da tempo ambito, accettò e si schierò al fianco della ribelle Messina, permettendole di cacciare via i soldati spagnoli dalla propria città e ponendola così sotto la sua protezione.

Fu quello il primo passo dello spostamento del conflitto bellico franco-ispanico-olandese in terra siciliana.

Gli spagnoli, però, riuscirono nel messinese a tenersi la comarca di Milazzo (la quale, meglio munita di Messina, era considerata insieme a Trapani e alla stessa Siracusa, uno dei tre perni fondamentali che da soli erano in grado di garantire la difesa dell'isola tutta). Da quel momento la Spagna divenne sospettosa di tutti i siciliani: pare che i disegni di una grossa rivolta messinese contro il governo spagnolo andasse avanti già da qualche anno; secondo i documenti spagnoli nelle carceri di Siracusa si trovava, nel 1671-1672 (tra i pochi anni di pace per Francia e Spagna) un ingegnere francese, accusato di spionaggio nei confronti delle difese militari del capoluogo aretuseo.[101] Oltre ciò, poco prima della rivolta era stata la stessa Messina a cercare la vicinanza di Siracusa (si avvicinò anche ad Augusta e Catania), spronandola a condividere di più con essa quella comune religione e cultura che da sempre le legava. Va considerato infatti che quelli che precedettero la rivolta furono gli anni in cui nei siciliani (almeno nell'alta borghesia) si fece viva la curiosità di riscoprire la propria storia (stava per dilagare difatti l'illuminismo in Europa e la Sicilia non ne fu esclusa): andava molto di voga rievocare gli antichi fasti, specialmente quella dell'epoca romana vissuta dai siciliani. Vi era quindi un'eccessiva sensibilità verso privilegi del passato, e ciò fu particolarmente visibile nell'atteggiamento di organi istituzionali come il Senato che regolava la vita delle città del Regno. Anche i siracusani vennero coinvolti in questo clima di reminiscenza storica:

Luigi XIV ritratto come li dio greco-romano Giove, nel medesimo clima illuminato che ferveva tra i nobili di Sicilia, inaugurato proprio alla corte di questo sovrano
 
Siracusa rievoca la sua storia del Seicento e Settecento facendo girare per le strade della città la carrozza appartenuta al suo Senato (che può annoverarsi a buon diritto tra i più longevi e rinomati dell'isola)

Ad esempio, nel 1647, tutto il Senato aretuseo si era presentato, per la prima volta dopo secoli, con la toga a palazzo.[102] Vi era chi sosteneva che questo fervore generale di rinnovata coscienza, strizzando felicemente l'occhio all'antico, fosse peculiarmente pericoloso per gente come i siracusani, poiché volendo essi avrebbero potuto approfittare della nuova sensibilizzazione illuministica per ritornare in auge, facendo leva sul proprio illustre passato, cercando così di ribaltare il loro attuale stato sociale (che era quello di una città povera e tenuta fuori dai giochi di potere). Ma, invece, come dimostrarono i fatti, furono i messinesi quelli che si appigliarono, in maniera stoica, ai privilegi di un passato ormai lontano[103]:

Pare, a tal proposito, che Messina al re di Francia, Luigi XIV, chiedesse di essere staccata politicamente dall'isola, divenendo una Repubblica indipendente (al re di Francia il resto della Sicilia, compresa ovviamente Siracusa), i cui confini avrebbero inoltre privato i siracusani di una parte del loro territorio: chiedendo i messinesi di estendere i propri domini fino a Lentini (e di prendersi anche tutta la piana di Catania). Questi desideri dei messinesi vennero fin da subito considerati irrealizzabili, per cui la città dello Stretto si sarebbe dovuta accontentare della promessa di divenire la capitale di una Sicilia francese.[104]

Il governo spagnolo continuò ad avere dubbi su Siracusa; nonostante continuassero ad appellarla come la fedelissima (epiteto che indicava la città aretusea quando i suoi rappresentanti sedevano in parlamento), sospettavano gli iberici che essa nutrisse simpatie per la ribelle Messina. Così il Senato siracusano fu costretto nel 1675 a quantificare la propria fedeltà nei confronti della Spagna offrendo al re Carlo II un donativo di 10.000 ducati, che, insieme ad attestati di grazia della patria, gli furono mandati tramite due suoi patrizi: Lucio Bonanno Colonna (il cui avo era stato mandato come ambasciatore dei siracusani a Carlo V nel 1535), duca di Floridia (l'antica Xiridia popolata con la licenza regnicola nel 1628) e Francesco Platamone, principe di Rosolini (che venne popolata proprio nel '75). I soldi per fare ciò vennero tolti alla chiesa siracusana, con la conseguente nascita di nuove gabelle per la popolazione.[105]

Siracusa e i suoi borghi nati nel '600Modifica

 
Veduta dell'odierno comune di Floridia: nato Xiridia, colonia dei Siculi; qui si accamparono il comandante Nicia con il suo esercito di Atene mentre cercavano viveri per fuggire, avendo perso la guerra che avevano dichiarato agli antichi Siracusani. Venne ripopolata e battezzata come borgo di Siracusa nel XVI secolo

Floridia aveva dato l'esempio ai nobili e al popolo aretuseo, mostrando loro che era possibile far rinascere la campagna siracusana (che, va specificato, prima del '500 si stava già avviando a nuova vitalità, ma poi il susseguirsi di guerre e calamità fecero bloccare i siracusani, facendoli temere l'esterno, sentendosi essi più protetti tra le loro alte mura). I Bonanno fecero sorgere anche il borgo di Belvedere nel 1653 (che andò ad occupare l'antica città-quartire fondata da Dionigi I, ovvero l'Epipoli), e dopo Rosolini, con la medesima licentia populandi, sorgerà (nel 1682) Bagni Canicattini (altra antica località ibleo-siracusana che, come suggerisce il toponimo stesso, era sede di terme romane e acquedotti), a opera del marchese Mario Daniele Partexano (che unì la sua Bagni a un altro borgo, Canicattini, di origine araba).[106]

Tutte queste nuove fondazioni siracusane attiravano molta gente, anche forestieri, che accettavano di buon grado di venire a popolare l'area di Siracusa. Presto, però, il capoluogo si sarebbe ritrovato a dover guerreggiare per mantenere i suoi borghi, poiché le si rivolterà contro la classe dirigente di queste terre, la quale pretenderà l'indipendenza dal capoluogo; Siracusa la concederà, a malincuore, quasi sempre, anche se si lamenterà particolarmente quando a chiederla saranno i borghi di Solarino (che nascerà nel '700), Belvedere e Floridia, poiché la gente che lì all'epoca vi abitava sentiva di appartenere al comune aretuseo (avendo avuto origine qui moltissime delle loro famiglie); in alcuni casi la città riuscirà a mantenerli legati a sé (come farà con Belvedere), in altri invece, dovrà lasciarli andare (come accadrà con Floridia e Solarino).[107]

La presa di AugustaModifica

I primi a dare notizia alla città di Siracusa della venuta dell'Armée française nelle acque dello Stretto furono i cavalieri di Malta: essi, appena videro che messinesi e francesi fraternizzavano (la rivolta messinese cominciò a luglio, ma la Francia mandò soldati e viveri a partire da settembre[108]), colsero il tradimento nei confronti della Spagna e per evitare di venire giudicati nuovamente (come accadde nel '37) lasciarono in tutta fretta il porto peloritano e vennero in quello aretuseo, il 28 settembre del 1674, riportando a voce la scioccante novità. Tuttavia, dopo di ciò, l'Ordine si mantenne neutrale (per via sempre delle sue regole che vietavano uno suo schieramento durante una guerra tra cristiani).[109] La Sacra Milizia ebbe però la disposizione, intransigente, dettatale dalla Spagna, secondo la quale i cavalieri gerosolimitani avevano l'assoluto divieto di scendere a terra nei porti siciliani mentre si rifornivano di viveri (poiché alcuni cavalieri francesi avevano mostrato ampio apprezzamento all'iniziativa della Francia sulla Sicilia); ciò venne da loro eseguito durante tutti gli anni della suddetta guerra.[109]

I francesi vollero fin da subito focalizzare il loro teatro di azione alle porte di Siracusa: essi, infatti, passato l'inverno del '74, si diressero nell'estate dell'anno dopo, nel 1675, alla conquista di Augusta: la vicina aretusea anche questa volta non riuscì a resistere all'impeto degli invasori; si dice che i francesi avessero dei complici all'interno del castello augustano (cavalieri di Malta, per l'esattezza, essendo che costoro si erano stanziati in gran numero in quel luogo fin dal 1648, dopo la disputa che avevano avuto con gli aretusei[110]). Per tradimento o per impossibilità di difesa del vasto porto, la Francia guadagnò un'importantissima postazione bellica, e per Siracusa aumentò grandemente l'ansia di doversi difendere, essendo adesso la più limitrofa al campo di Luigi XIV.

 
Il giovanissimo re di Spagna, Carlo II ritratto nel 1675; egli aveva 14 anni quando si fece dichiarare maggiorenne per permettere alla Spagna di affrontare al meglio la guerra con la Francia

Il popolo di Augusta serbava vecchi rancori con i francesi: durante la guerra del Vespro era stata una di quelle terre prese con la forza dagli angioini e a causa di ciò rimase per anni disabitata.[N 4] Più complesso invece il rapporto degli abitanti di Siracusa con i francesi: essi non avevano avuto nella storia più recente fatti di sangue con questa nazione: la guerra del Vespro aveva interessato i siracusani indirettamente e solo perché si erano schierati dal lato degli aragonesi, mentre per ritrovare un saccheggio storico da parte dei francesi ai danni di Siracusa si deve risalire addirittura all'epoca romana, quando i Franchi, scesi dalle navi, si riversarono con violenza al suo interno. Eppure, secondo Voltaire (illuminista francese nato alla fine del Seicento), anche i siracusani nutrivano sentimenti ostili verso i francesi (l'illuminista vi scrisse una famosa tragedia, il Tancredi, dove sottolineava il fatto che l'eroe medievale siracusano, Tancredi per l'appunto, fosse inviso ai suoi concittadini poiché di sangue normanno, ovvero francese[N 5]); così non la pensavano però gli spagnoli, i quali temevano che i siracusani potessero tradirli e darsi ai francesi, motivo per cui, dopo la presa di Augusta, fecero spostare le galee di Spagna dal porto di Siracusa a quello di Palermo, per timore di una presa inaspettata (presa per tradimento) della città aretusea[111] (si tenga comunque presente che bisognerà attendere gli eventi del XIX secolo per poter vedere concreti rapporti tra cittadini siracusani e francesi, dove questi saranno, tra l'altro, accolti dal popolo aretuseo con l'appellativo di fratelli e amici[112]).

Nel frattempo, la Francia aveva concentrato le sue forze maggiori dentro Augusta, e con il grano e il vino augustano i suoi soldati vi sfamavano i messinesi (che erano accerchiati a terra dagli spagnoli).[111]

 
Melilli vista dall'odierno arsenale militare marittimo di Augusta

Ritenendo che Augusta non fosse recuperabile, l'adiacente Melilli, per difendersi e rallentare l'avanzare dei francesi, tagliò l'acqua agli augustani, sbarrando il corso del fiume che nasceva nel proprio territorio e che dal colle giungeva fino alla piana sottostante; distrussero inoltre tutti i mulini della vicina. Gli augustani, che di giorno in giorno divenivano ribelli e si alleavano ai nuovi possessori della loro terra, minacciarono di bruciare l'intero paese di Melilli se coloro che l'abitavano non avessero riaperto immediatamente il corso del fiume.[111]

La rivolta messinese portò dunque il territorio siracusano sull'orlo della guerra civile. Tuttavia si procedeva a rilento, quasi con prudenza, poiché sia la Spagna che la Francia avevano altri fronti aperti nel nord Europa.

I messinesi accompagnavano i francesi nelle loro azioni, mentre chi restava nella città sotto assedio aspettava con ansia le nuove che giungevano dall'armata: essi, ingenuamente, davano per certa la presa di Siracusa (che avevano capito interessare molto alla Francia) e speravano che la sua caduta potesse dare una svolta positiva, per loro, a questa guerra, ma si sbagliavano, poiché, come gli stessi francesi si resero conto, prendere Siracusa non era affatto facile impresa:

«[..] le galere si accostarono sotto il cannone di Siracusa, da dove li furono sparate alcune cannonate, e sei galere della squadra del Duca di Tursi andarono a rischio di restare sorprese dai Francesi, mentre se ne uscivano da Siracusa, dove erano andate a portare soccorsi, ma avvistisi del pericolo con gran sforzo lo scamparono, con entrare in Siracusa come anche le galere Francesi si ritirarono in Agosta, da dove vennero il dì de 7 due navi da guerra, al di cui arrivo restarono molto attoniti i Messinesi, sentendo non avere fatto i Francesi nessun tentativo sopra Siracusa, essendosi figurati molti che fosse facile l'impresa, e come tale già si discorreva, come per cosa certa, che fossero entrati nel Porto i Francesi, e resosi padroni della piazza [...][113]»

Per un po' di tempo la situazione rimase in bilico ma senza novità: i francesi avevano molte navi ma pochi cavalli; ragion per cui gli veniva difficile addentrarsi nel Regno o fronteggiare i militari siciliani che invece disponevano di una vasta cavalleria. Questo vantaggio venne usato per proteggere i confini di Siracusa: quando si andava nei campi per la raccolta del grano o per la vendemmia dell'uva si veniva scortati dalla milizia isolana e spagnola, che impediva ai francesi di impossessarsi del raccolto.[114] La Spagna aveva inoltre formato un blocco navale nei pressi di Palermo, in modo tale da bloccare la rotta marittima che dalla Francia giungeva a Messina e infine ad Augusta per rifornire di viveri i soldati occupanti.[115]

L'ammiraglio olandese Michel Adriaenszoon de RuyterModifica

«[...] la morte colse a Siracusa il più grande uomo di mare dei Paesi Bassi.[116]»

Il 2 aprile del 1676 gli augustani, accompagnati dai messinesi, tesero un'imboscata via mare ai danni di siracusani e di mellilesi: si spinsero fino a Santa Panagia (zona aretusea che da secoli era ormai priva di mura) e ne approfittarono per catturare 40 persone: molti cittadini di Siracusa e alcuni mellilesi. Minacciarono di volerli uccidere in maniera cruenta (per punire la loro lealtà alla Spagna), ma al momento di passare ai fatti, gli assalitori decisero di graziare i siracusani, lasciandoli liberi; portarono però con sé, sempre sotto minaccia, i mellilesi (non si sa che fine fecero quei poveri sventurati).[117]

Questo episodio di violenza, narrato dai cronisti che si occuparono della rivolta peloritana, denuncia i livelli di tensione raggiunti nell'area siracusana: divisa tra la fedeltà spagnola e l'insurrezione franco-messinese.

 
L'ammiraglio olandese Michel Adriaenszoon de Ruyter. Il suo cuore secondo alcuni è rimasto sepolto nella città di Siracusa[118], secondo altri è invece stato trasportato ad Amsterdam[119]

La Spagna chiamò i propri alleati in Sicilia: giunsero soldati tedeschi del Sacro Romano Impero e soldati olandesi dei Paesi Bassi. Essendo divenuta questa la zona più guerresca del conflitto ispano-francese c'era da aspettarselo che si sarebbe svolta in queste acque la più grande delle azioni che si annoverano a tale drammatica parentesi bellica: giorno 22 aprile 1676, «a vista di Siracusa[120]», si consumò una spettacolare battaglia navale tra spagnoli, olandesi e francesi, passato alla storia come la battaglia d'Agosta (poiché le navi volevano sbarcare in rada e ricacciare in mare i francesi per liberare Augusta[121]). La flotta ispano-olandese ebbe la peggio, tuttavia vi si distinse grandemente l'ammiraglio d'Olanda, Michel Adriaenszoon de Ruyter, colui che aveva impedito all'Inghilterra di invadere i Paesi Bassi dal mare e che gli olandesi chiamavano, in segno di affetto e rispetto, «papa Ruyter[118]». Egli venne colpito da schegge di cannone e quando la flotta ispano-olandese riuscì a trovare finalmente rifugio dentro il porto di Siracusa, le ferite di Ruyter non sembravano mortali, tuttavia, dopo qualche giorno, egli non riuscì a riprendersi e morì.[122]

Il dolore per la perdita di questo uomo di mare fu enorme: l'Olanda lo considerava un eroe nazionale e per questo motivo si prodigò affinché le sue spoglie facessero ritorno in patria. Siracusa lo aveva seppellito in una collina che sorgeva a un miglio dalla città, poiché essendo egli protestante non si era potuta fare una classica sepoltura.[122] Lo sgomento fu tale, che persino il re Luigi XIV di Francia se ne dispiacque e ordinò ai suoi uomini ad Augusta di lasciar passare le navi che dall'Olanda erano venute a prelevare il corpo, fatto imbalsamare, del celebre ammiraglio, facendo loro il saluto d'onore con i cannoni.[118]

Dopo questa grave sconfitta, i francesi batterono gli spagnoli anche nella battaglia navale di Palermo. L'Olanda si adirò molto con la Spagna, dandole la colpa della sconfitta: ciò segnò la fine della loro alleanza e la ritirata del paese nord-europeo dalle acque mediterranee.

La presa di Melilli e la difesa dell'entroterraModifica

 
Carlo II di Spagna nel 1676 in abiti da Gran Maestro dell'Ordine del Toson d'Oro. Carlo spedì al vescovo di Siracusa, Francesco Fortezza, doni preziosi e sacri «per ricambiare un crocifisso d'avorio regalato da quest'ultimo al re spagnolo[123]»

Louis Victor de Rochechouart de Mortemart, duca di Vivonne, nonché il viceré francese scelto da Luigi XIV per la Sicilia (ma riconosciuto come tale solo a Messina), dopo il vantaggio acquisito nelle battaglie navali, mise in atto una manovra evasiva per far credere agli spagnoli che la Francia stesse per attaccare una delle città principali del Regno:

«Il duca di Vivonne formò Reggimenti, fece rassegne, diè alcune finte di andar altrove, pretese porre ne' ceppi il Mare, non che partorir mostri per isbigottire, per mettere in estrema confusione gli Spagnoli, con farli dividere in molte parti; Volle che anco si sentisse minacciato Palermo, che si sbigottisse Milazzo, che alla fama sola della sua bravura cedesse Siracusa, che si rendesse tutta la Sicilia al suo cenno.[124]»

In verità, i piani di Luigi non erano cambiati: egli voleva prima conquistare Siracusa e per fare ciò il suo esercito valutò che il modo migliore era quello di accerchiarla, facendole in sostanza mancare il terreno sotto i piedi, conquistandole tutto il territorio. Per cui il duca di Vivonne diresse le sue forze terrestri al colle di Melilli, che sorgeva appena sopra Augusta. Qui i francesi, però, trovarono fiera resistenza[125]:

 
I francesi dopo la conquista di Melilli presero la via dei monti, dove però incontrarono la resistenza degli abitanti dei vari comuni iblei (in foto uno scorcio dell'iblea Palazzolo Acreide; in origine Akrai, antica colonia greca dei Siracusani)

I mellilesi, pur essendo pochi di numero (Melilli all'epoca contava circa 1000 abitanti) si difesero a lungo; essi inoltre potevano contare su un buon presidio spagnolo, il quale - anch'esso poco numeroso - faceva molto danno ai francesi sparandoli con il moschetto. La resistenza infine fu piegata: i francesi, tuttavia, perdettero sul campo 200 uomini e 100 ne rimasero feriti. Il saccheggio fu violento, poiché i soldati erano infastiditi dall'accanita ostilità che avevano trovato in quel luogo. Con loro vi erano i messinesi, che però in quei frangenti più che a combattere si dilettarono a saccheggiare, a tal punto che i francesi decisero di volgere le armi contro i loro alleati, con la conseguenza che quei messinesi al ritorno da Melilli finirono in carcere.[126]

La presa di Melilli mise in allarme il nuovo viceré spagnolo di Sicilia, Aniello de Guzman e Carafa (esperto militare), che lasciò Milazzo (dove si era acquartierato per mettere pressione all'assediata Messina) e venne rapidamente a Catania;[127] egli sapeva che Siracusa era ben munita, ma temeva che se anche Catania fosse stata presa, l'accerchiamento alle porte della fortezza aretusea sarebbe divenuto davvero eccessivo. Guzman dichiarò Catania piazza d'armi,[128] vi fece accampare l'esercito e si dedicò a fortificarla (Catania, infatti, al contrario delle due maggiori città con le quali confinava, ovvero Messina a nord e Siracusa a sud, non aveva mai avuto dalla Spagna straordinarie fortificazioni, per cui adesso andavano tirate su in fretta e furia[129]). I francesi vedendo tali prepartivi si volsero per assediare Lentini (il comune più a nord del siracusano, confinante con il catanese), non osando, neanche adesso, mettere il campo sotto le mura di Siracusa e provare a prenderla.

Tuttavia, ancor prima che i francesi ponessero d'assedio Melilli, le truppe di Luigi XIV ad Augusta si erano divise in due grosse squadre: mentre una faceva cadere il centro ibleo più prossimo a Siracusa (la prima squadra si era a sua volta divisa nelle brigate Piccardia e Normandia[130]), un'altra si era già addentrata oltre Melilli, prendendo la via montana che conduceva a Sortino (un altro dei comuni storici del siracusano). Solamente che questa seconda squadra d'Oltralpe si ritrovò ad essere fortemente contrastata dai soldati siciliani, che non permisero loro l'ingresso nella valle dell'Anapo (lì dove sorge il fiume che sgorga infine di fronte al porto aretuseo, ovvero la terra di Pantalica). In breve tempo si era già sparsa la voce della salita dei francesi in quelle zone, per cui le popolazioni che vi risiedevano si prepararono per resistere all'urto: scalati i primi dirupi, l'effetto sorpresa dei francesi venne rovinato dalla richiesta d'aiuto dei sortinesi, i quali, vedendosi assediati, fecero sopraggiungere soldati dai paesi vicini: Ferla e Cassaro risposero subito e si unirono alla squadra di milizia sicula di Palazzolo Acreide guidata dal nobile Domenico Bonajuto (famiglia d'origine valenciana-siracusana); i francesi vennero sconfitti e furono costretti a ritirarsi dentro Melilli per «evitare una strage».[131]

Fine della guerra d'OlandaModifica

Mentre continuava l'assedio dei francesi verso Lentini e pure a Carlentini (comune ibleo fondato da Carlo V nel secolo passato per cercare di sostituire la Lentini post-sisma del 1542)[132] nella città di Siracusa, nell'ottobre del 1676, avveniva un arresto importante: si era difatti scoperta una congiura architettata da un cavaliere di Malta siracusano, fra Don Luigi Settimo, che insieme a un canonico aretuseo bramava di consegnare la città al re Luigi XIV. A sventare la presa per tradimento fu il vicario generale di Siracusa (nominato proprio in quell'anno) Giuseppe Lanza, duca di Camastra, il quale condusse il membro della Sacra Milizia e il suo complice nelle prigioni di Catania, dove continuava a risiedere il viceré Aniello de Guzman e Carafa in attesa delle nuove mosse da parte del nemico.[133]

Venne arrestato inoltre il principe di Buccheri (il comune siracusano che sorge sulle pendici del monte Lauro, la vetta degli Iblei), poiché egli, messinese d'origine, radunò un esercito e fingendo di andare in soccorso di Lentini e Carlentini, in realtà vi si scagliò contro, tradendo i siracusani e gli spagnoli e passando dal lato dei francesi e dei messinesi. Il viceré, posto in zona, seppe comunque ben difendere quei comuni.[134]

Constatando che i comuni a nord del siracusano erano ben muniti e dunque difficili da soggiogare con le forze di terra a disposizione[135] (anche se nell'estate di quell'anno la Francia aveva spedito un buon rinforzo di cavalli, i quali navigarono su tredici suoi vascelli[136]), i francesi oltrepassarono il vulcano Etna e assalirono Taormina, conquistandola (senza però rinunciare alla conquista di Lentini e Carlentini, per le quali i francesi avrebbero fatto più avanti altri tentativi[137]).

Nonostante la campagna bellica siciliana stesse portando ai francesi più successi che sconfitte (sia su terra che su mare), questa situazione cominciò a stancare il re dei francesi, così come le chiacchiere che si alimentavano portando avanti una guerra combattuta non nelle grandi città ma, sostanzialmente, nel ventre di un singolo territorio; quello siracusano. A ciò si aggiunse il pentimento dei messinesi: Messina non era più certa di volere che i francesi s'impossessassero della Sicilia, e quindi, dopo aver provocato essa stessa questa drammatica situazione senza un valido e chiaro motivo (sia per lei che per i luoghi attaccati con viva forza dai soldati di Francia) si mostrò improvvisamente ostile al suo alleato e cercò d'ingraziarsi nuovamente il re Cattolico.[138]

 
Allegoria della pace sancita tra Carlo II di Spagna e Luigi XIV di Francia

La Francia, vedendo che sprecava soldi e sangue per una causa che non stava a cuore né ai siciliani assediati (che non cedettero alle sue promesse di maggiore libertà e benessere rispetto al regime spagnolo) né alla città che l'aveva chiamata in suo soccorso, decise di porre fine a tutto ciò e andò a firmare con Carlo II di Spagna il trattato di pace che sanciva la fine della guerra d'Olanda e di conseguenza la cessazione di tutte le ostilità tra spagnoli e francesi. Ciò determinò l'abbandono di Messina da parte delle truppe francesi nel 1678:

Se ne andarono facendo credere ai messinesi (ignari della firma del trattato di pace) che stessero andando alla conquista di Siracusa, cercando di sorprenderla, finalmente, ma in realtà non sarebbero più tornati: la loro sicura destinazione era la Francia.[139] Messina venne riconquistata dagli spagnoli, i quali furono clementi con il popolo ma cancellarono, per sempre, il ruolo privilegiato di cui la città e il Senato messinese avevano goduto per secoli (venne gettato persino del sale nel luogo dove sorgeva il municipio, ora distrutto).

La Spagna dichiara Siracusa «piazza d'armi»Modifica

Il definitivo declino di Messina aveva significato per città come Catania una vera e propria rinascita culturale e politica: la città etnea aveva infatti patito non poco il ruolo datole nello scacchiere mediterraneo dalla Spagna: decaduta dopo la perdita dell'indipendenza del Regno di Sicilia e dopo il mutamento degli equilibri interni ed esterni dell'isola, si era vista sempre preferire Messina a lei, discorso che ora mutava, poiché a Catania veniva affidato il compito che era stato di Messina; anche se a frenare l'ascesa di Catania, specie in una Sicilia spagnola forgiatasi con la guerra, era il suo essere priva di un buon porto naturale[N 6]; influiva negativamente anche la sua vicinanza con Siracusa, il cui ruolo militare-portuale era invece divenuto già da oltre un secolo con la Spagna di un'importanza primaria e fondamentale per il nuovo Regno). La disfatta messinese significò comunque per gli etnei, nell'immediato, l'acquisto di potere e nuovi privilegi: ad esempio si fece rivivere la sua antica università (decaduta come la città per la vicinanza a quella messinese, ben più rinomata[140]), che prese il posto del polo di studi soppresso a Messina (che sarà riaperto solo nell'Ottocento), divenendo l'unica università nel vasto bacino della Sicilia orientale[141]. Così come un ulteriore aumento di prestigio lo ebbe pure Palermo, che divenne adesso sede della zecca siciliana; prima posta solamente a Messina.[141][142]

Ma un discorso a parte fu il destino di Siracusa dopo la ribellione peloritana; ben distante dal poter godere di un qualche premio per la fedeltà dimostrata, questa città pagò, probabilmente, lo scotto di essere stata la meta ambita dai francesi; la fortezza inviolata intorno alla quale aveva ruotato la fitta campagna bellica d'Oltralpe. La Spagna aveva rischiato di perderla, per cui adesso occorreva sottolineare ed enfatizzare quello che secondo gli spagnoli era il ruolo più consono ai suoi abitanti: la salvaguardia del Regno; una funzione esclusivamente bellica per i siracusani. Il viceré spagnolo Francisco de Benavides la nominò quindi nel 1679 nuova piazza d'armi del Regno.[143][144]

«Non v'è certamente altra città di Sicilia, la quale oltre Siracusa meriti il nome di piazza d'armi.[145]»

Le chiavi della città passarono dal capitano d'arme (che da ora in avanti non risiederà più in maniera fissa in questa città) a un vero e proprio governatore militare, che divenne la figura più influente per Siracusa; la sua parola valeva di più di quella dell'intero Senato.[146]

 
L'isola di Ortigia, un tempo circondata totalmente da alte mura. Un viaggiatore italiano così la descrisse: «[...] spuntante dal mare, simile ad un immenso sarcofago, in mezzo ad una cintura di bastioni [...] opera minaccevole più che terribile[147]»

«Il male peggiore riservò a Siracusa, dichiarandola piazza d'armi sotto un Governatore e Comandante militare insediato in Castel Maniace, in miglior modo munito contro la città, assoggettata a tutte le durezze e le vessazioni della servitù militare.[148]»

Naturalmente si potenziò il numero dei soldati che vi dovevano vivere all'interno (anche se i civili rimanevano più numerosi; un'anomalia per una piazza d'armi). Mentre, viceversa, vennero quasi del tutto abolite le autonomie civiche (la Spagna non si fidava più dei siciliani e temeva un altro episodio analogo a quello messinese). Siracusa si avviò quindi dal '79 in poi a un'ulteriore decadenza, poiché ciò che si chiedeva a questa città era solamente di restare tranquilla, di non smaniare dietro a nessuna frivolezza politica e di sopportare la vita militare al pari di quella civica e, soprattutto, alla sua popolazione si chiedeva di restare all'interno delle mura; solida difesa (di una città separata fisicamente dal resto della Sicilia; una fortezza isolata, chiusa e sicura[149]) contro un mondo esterno il cui unico scopo era il volerli conquistare e schiavizzare.

Del resto Siracusa non aveva conosciuto altro che guerra e paure negli ultimi secoli, per cui anche questo suo nuovo status non sconvolse più di tanto gli animi dei suoi abitanti, che rimasero pacati.

Disputa con i cavalieri di Malta e nuova pace con essiModifica

I cavalieri di Malta, che si erano rifiutati di battersi contro i francesi quando il viceré di Sicilia glielo aveva ordinato,[150] ospitarono piuttosto l'armata dell'Inghilterra (che era rimasta frequentemente a Malta durante il conflitto siciliano ispano-francese, poiché l'aveva scelta come sua base d'appoggio per la guerra che aveva dichiarato all'impero ottomano, i cui pirati avevano preso l'abitudine di catturare e schiavizzare gli inglesi insinuandosi fino a Londra), non senza qualche titubanza (quelle erano le prime volte che gli inglesi si affacciavano bellicamente nel Mediterraneo e pretendevano dai cavalieri maltesi lo stesso trattamento di rispetto che questi erano soliti dare solo ai principi della cristianità, ovvero a spagnoli e francesi).[151] Nel 1676 i cavalieri avevano dovuto affrontare una grave epidemia di peste (che non toccò la Sicilia).[150]

I seguenti anni passarono abbastanza tranquillamente, sia per i cavalieri che per i siracusani (anche se si manteneva sempre una certa freddezza tra le due parti), fino a quando, nel 1687, i siracusani non fecero adirare i cavalieri, avendo stabilito di vietare loro l'approvvigionamento con Augusta: finita la guerra con la Francia, i siracusani si aspettavano che i cavalieri tornassero da loro, invece la Sacra Milizia approdò ancora una volta ad Augusta. Se ne risentì il Senato aretuseo, il quale - senza trovare l'opposizione della parte militare della città (ormai molto influente) - bandì i cavalieri da tutto il suo territorio. Saputolo, si arrabbiò molto il Gran Maestro, Gregorio Carafa, e a sua volta proibì ai propri cavalieri di avvicinarsi a Siracusa, anche se questi li avessero invitati mostrandosi pentiti.[152]

Effettivamente il pentimento da parte dei siracusani vi fu, ma il Gran Maestro sembrava irremovibile dalla sua decisione, così la città ricorse all'intervento del viceré di Sicilia, Juan Francisco Pacheco, pregandolo di intercedere in loro favore e di convincere il Gran Maestro a riallacciare i rapporti con Siracusa. Le loro suppliche vennero infine accolte e l'Ordine di Malta approdò in città l'8 gennaio con le galee guidate dal generale Johann Josef Herberstein. Durante questa riappacificazione i cavalieri ebbero finalmente tutte le soddisfazioni che da tempo cercavano nei siracusani: il popolo, il vescovo, i senatori e il governatore militare li accolsero in festa, dando loro generose manifestazioni di affetto e rispetto.[152]

L'Ordine di Malta era ormai il solo considerevole partner commerciale di Siracusa; questa città non poteva permettersi di perdere le entrate annuali che le derivavano dall'approvvigionamento dei cavalieri maltesi: questa terra produceva in quantità vino e grano; apprezzatissimi dalla Sacra Milizia. La pace, duratura, siglata tra Spagna e Francia fu l'occasione che da tempo si sperava per mettere fine alle tensioni degli ultimi cinquant'anni. I cavalieri rimasero in città per sette giorni, durante i quali poterono constatare gli animi sereni, nei loro confronti, di tutta la cittadinanza: i senatori li portarono in giro per le strade vestiti togati (in tema illuministico), la qual cosa fu gradita ai cavalieri.[152] Venne stabilito che Siracusa non avrebbe mai più chiuso le porte ai cavalieri gerosolimitani; nemmeno quando questi vi giungevano la notte (la piazza d'armi aveva regole severe in fatto di entrata e di uscita e passate le sette di sera le porte si sigillavano e nessuno, di norma, poteva più entrare o uscire).[152]

 
L'isola di Ortigia (che in epoca spagnola era detta solamente Sarausa o Zaragoza) vista dal mare

Giorno 15 gennaio 1687 il generale delle galee con i suoi cavalieri fece ritorno a Malta, lasciando i siracusani tra sorrisi e gesti di pace.[152]

«Siracusa vien situata sopra un promontorio di rara bellezza, che dopo la guerra francese, essendosi ridotta la Città da parte di terra inespugnabile per le superbe e vaste fortificazioni che tiene di quadruplicato recinto reale, con i loro fossi pieni d'acqua di mare, e di tal fondo, che è capace di sostenere il peso delle Galere medesime; resta perciò tutta la Città isolata, dove prima in forma di penisola appariva.»

(Descrizione della piazza d'armi Siracusa nel 1688, dal cronista dell'Ordine.[153])

Il terremoto e il maremoto del 1693Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto del Val di Noto del 1693.

Va specificato, quando si parla di questo devastante evento naturale (che di fatto cambiò per sempre l'aspetto del siracusano), che esso nelle cronache universali dell'epoca ebbe pochissimo spazio (soprattutto in quelle estere), nonostante abbia causato in tutta l'area la gravissima cifra di 60.000/70.000 vittime.[154] Il motivo del perché non arrivarono gli aiuti umanitari dall'esterno, né si percepì la gravità di quanto accaduto (a differenza, ad esempio, degli eventi quasi analoghi di Lisbona e di Reggio e Messina, che ebbero invece notevole eco e supporto) va individuato nell'isolamento politico e sociale della Sicilia del Seicento: solamente il re di Spagna e il viceré di Sicilia venivano costantemente aggiornati su ciò che capitava in questa terra. Le numerose cronache locali, e l'assenza di cronache straniere, su un evento di simile portata sono un evidente indizio di ciò.[155]

Premesso che è bene tener presente che nella storia dei terremoti siracusani vi sono numerose e profonde lacune (sia per gli archivi locali distrutti e sia per la mancanza di studi approfonditi al riguardo) le maggiori informazioni sul sisma del 9 gennaio e dell'11 gennaio 1693 provengono dalla corrispondenza dei siracusani con il viceré siciliano, Pacheco duca di Uzeda, e dalla convocazione del Senato aretuseo al Supremo Consiglio d'Italia, la cui sede era a Madrid, per testimoniare quanto accaduto.[156]

La prima scossa si ebbe alle quattro e mezza di notte (il 9 gennaio), M=6,2,[157] e a Siracusa crollarono i palazzi (ma non si hanno notizie di vittime); la seconda scossa si verificò alle nove di sera (l'11 gennaio), M=7,4,[157] e stavolta anche nel capoluogo aretuseo fu un'ecatombe.[158] Nel giro di pochi minuti crollò la maggior parte dell'antica città. Il numero di vittime provocato in questo centro non trovò mai accordo nelle cronache siracusane: 8.000 indicate dal sindaco di allora, Benedetto Ximenes (una della prime figure a ricoprire tale carica); 6.000 secondo un cronista anonimo; 5.000 stando alle stime de sacerdote Campisi e 4.000 calcolate dal vicario generale Giuseppe Lanza, duca di Camastra.[159]

Il terremoto interessò complessivamente un'area vastissima: dalla Calabria meridionale all'arcipelago maltese, facendosi sentire anche nella Sicilia occidentale; l'epicentro fu nella baia di Augusta (in mare). Il Val di Noto (nomenclatura ereditata dall'epoca araba), nel quale rientrava anche Siracusa, fu la parte più colpita, ma crolli si verificarono un po' ovunque nell'intero Regno.

«Quando non erano ancora scorse quattr'ore, accompagnato da mugghio spaventevole di agitato mare, e da terribile fragore, un ripercotimento orrendissimo fe' traballar la terra in guisa, che in pochi istanti gran parte della città ne fu distrutta, nel resto sconquassata e rotta.»

(Descrizione della seconda scossa nella città di Siracusa.[160])
 
Una delle chiese distrutte del Val di Noto, abbandonata durante il crollo del 1693 e mai più risanata (Noto, come altri paesi del siracusano, deicse di ricominciare la propria esistenza ricostruendo, tutto da capo, in un altro luogo geografico)
 
Immagine staellitare dell'Europa e dell'Africa. L'area di Siracusa sorge nel punto d'incontro (sottomarino) tra la placca africana e la placca euroasiatica; motivo dei devastanti terremoti qui verificatisi nel corso dei millenni

Oltre il terremoto, nelle città costiere come Siracusa si verificò anche uno tsunami (maremoto): il mare si ritirò e 3 onde, in sequenza, penetrarono nella terra per circa 150 metri; il run-up (altezza dell'onda) maggiore lo si ebbe ad Augusta: dagli 8 ai 15 metri di run-up.[158][157] Ma, come accadde analogamente durante l'evento sismico del 1542, davvero troppo poche sono le informazioni pervenute per poter dire di più sulle onde anomale che colpirono quest'area[157] (nel '42, ad esempio, gli abitanti di Siracusa parlavano di «terrore di essere inghiottiti dalle acque[161]», ma non si segnalò mai, in nessuna fonte dell'epoca, un eventuale maremoto). Da uno studio moderno della costa siracusana (dalla penisola di Thapsos, a nord, alla spiaggia di Vendicari, a sud) sono emersi, in totale, i depositi di 12 tsunami (di cui 3 legati ad eventi sconosciuti); tra i più antichi e distruttivi sono risultati quelli del 1600 a.C. (esplosione vulcanica di Thera) e proprio quello del 1693.[157]

«[...] nel porto di Siracusa erano così diminuite [le acque], che i Pescatori calavano al fondo le reti con quindici passi di fune, allora ne' primi quindici giorni dopo il Terremoto gli bastavano cinque passi solamente.»

(Giacinto Gimma, Della fisica sotterranea, 1730, tomo II, p. 266.)

Nelle cronache seicentesche si può leggere che Siracusa, la piazza d'arme, «non solamente si aprì e si chiuse nel tempo di questo orribile terremoto , ma ancora da tre voragini venne fuori acqua salata di mare».[162] I primi soccorsi per i siracusani arrivarono solamente nel mese di febbraio: i superstiti avevano cercato riparo nelle campagne e scene di sciacallaggio e saccheggio erano all'ordine del giorno. Anche il presidio spagnolo ebbe serissimi danni e le fortificazioni erano nuovamente da riparare. Da Palermo venne spedita la farina e da Messina giunse il governatore, in qualità di commissario, Sancio de Miranda (il quale al suo ingresso si ritrovò tra tantissimi cadaveri e sporcizia, arrivando a temere subito il peggio); costui riportò l'ordine civile in una città del tutto sconvolta (fece seppellire le migliaia di morti, fece riparare i mulini per l'acqua, arrestò i ladri, ordinò che si riaprissero le botteghe, spronando la cittadinanza a reagire).[163][164] Si scrisse sulla situazione di quelle settimane:

«Il Regno è un cadavere! le circostanze correnti son pessime; qui si temono tre pericoli grandissimi: il primo che è la peste per la puzza di tanti cadaveri, il secondo si è quello della fame, perché non c'è più chi coltivare li campi ed il bestiame rovina li seminati, il terzo è quello della guerra, essendo le porte principali del Regno aperte, senza speranza di poterle guardare e chiudere.[165]»

 
Un tratto delle possenti fortificazioni spagnole di Siracusa in una foto d'epoca, al momento del loro abbattimento (XIX secolo)

La città di Siracusa era una di quelle "porte aperte" per cui la Spagna temeva che qualche nemico della corona ne avrebbe approfittato per invaderla mentre si trovava in condizioni di estrema vulnerabilità; ciò non avvenne ma il governo centrale di Madrid si prefissò come priorità assoluta il risanamento delle fortificazioni aretusee[166] (in ordine di importanza, tra i centri seriamanete danneggiati, seguivano quelle di Augusta, Catania e Acireale, oltre alle fortezze interne di Noto, Carlentini e Lentini[166]). Altro problema grave e prioritario per la corte spagnola era dato dallo stato precario nel quale si trovavano le monache siracusane: queste donne religiose, rimaste senza un tetto dopo che il terremoto aveva fatto crollare i rispettivi monasteri, vagavano per la città e si mescolavano con il popolo, non rispettando più la clausura, il che per le alte cariche era motivo di scandalo, così il governatore militare della città, lo spagnolo Don Diego Garcia Lopez stabilì che entrassero in quei pochi monasteri superstiti, anche se non appartenevano al loro Ordine religioso.[167]

Ma in una Sicilia che ancor prima del sisma era fortemente in crisi di liquidità (le guerre con gli altri paesi mediterranei e gli elevati dazi avevano allontanato il commercio da questo Regno) il problema più grande di tutti rimaneva quello di risollevarsi economicamente: la Deputazione del Regno scrisse al re Carlo II di Spagna pregandolo di riaprire i porti della Sicilia orientale al libero commercio: «di favorire quanto più possibile l’esportazione in tutti i paesi stranieri, sia pure d’infedeli o di nemici della Corona».[166] Per fare ciò si suggeriva la creazione di un porto franco (sull'esempio di molte città del nord Italia che con il porto franco facevano grandi affari con l'estero[166]):

Siracusa era già stata in passato un porto franco (il Regno di Aragona le aveva concesso questo privilegio per essersi schierata dalla sua parte nella guerra con gli Angioini), ma il re di Spagna non ne volle sapere di accettare che infedeli e nemici della corona (come ad esempio ottomani, francesi e inglesi) sostassero così vicino a questa fortezza (il porto franco sarà infine concesso a Messina,[168] lontana dall'epicentro del sisma e con il porto sguarnito di protezione bellica, poiché distrutto durante la punizione spagnola del 1678[169]).

Le città del Val di Noto riuscirono comunque anche senza porto franco a riprendersi; con le loro sole forze, e lo fecero sfruttando proprio la distruzione che il terremoto li aveva arrecato: presero a ricostruire, riedificare e reinventare. Grazie a una buona coordinazione approntata dal viceré Pacheco e da una continua comunicazione con il vicario generale Giuseppe Lanza, tutta la Sicilia sud orientale nel giro di pochi anni[170] cambiò volto: le città distrutte, specie quelle come Siracusa, adottarono senza riserve lo stile architettonico del barocco, dando vita a un'importante sua ramificazione che sarà difatti nota con il nome di barocco siciliano (tale concentrazione architettonica post-sisma sarà dichiarata nel 2002 Patrimonio dell'umanità).

Di seguito alcuni esempi di ricostruzioni post-sisma del 1693 messe in atto dalla città di Siracusa:

La guerra di successione spagnolaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Siracusa in età spagnola: la guerra di successione e l'ultimo Asburgo.

Nel 1700 il re Carlo II di Spagna morì, a soli 39 anni, molto malato e senza lasciare eredi, nominando nel suo testamento come successore al trono di Spagna Filippo V di Borbone[N 7] (imparentato con gli Asburgo di Spagna), figlio del Gran Delfino, Luigi, destinato a succedere al trono di Francia, come erede di Luigi XIV, il re Sole (colui che un ventennio prima aveva cercato di conquistare la Sicilia). Questa unione tra due potenti casate monarchiche (il re di Spagna sarebbe divenuto anche re di Francia e viceversa, cosicché i francesi sarebbero divenuti possessori dell'impero spagnolo) scatenò una tale guerra in Europa, che essa avrebbe finito con il cambiare profondamente il percorso storico sia della Spagna che della Sicilia.

NoteModifica

Note esplicative
  1. ^ Uno dei suoi primi esponenti fu Ludovico Montalto (il Syracusanum veniva detto negli epigrammi a lui dedicati), già noto al re Ferdinando II d'Aragona, venne annoverato tra i favoriti del giovane imperatore Carlo V, ricoprendo importanti incarichi per entrambi i Regni spagnoli (Napoli e Sicilia), ma quando diede in sposa sua figlia, la siracusana Lucrezia Montalto, al nobile napoletano Luigi Gaetani d’Aragona (nipote del re Ferdinando I di Napoli e accusato di complicità con i Veneziani e i Francesi) sorsero delle incomprensioni con Carlo V che alla fine portarono alla prematura vedovanza di Lucrezia, la quale venne nuovamente fatta sposare, sempre negli '20 del '500, con il nobile Cesare Cavaniglia, trovandosi egli in buoni rapporti con la Spagna.[6]
  2. ^ Nella pagina in questione è trattata la vicenda e il ruolo dello spagnolo Merico (colui che aprì le porte di Siracusa ai Romani) e, più in generale, il ruolo degli antichi Iberici (nel libro chiamati già Spagnoli) all'interno della polis di Siracusa (epoca greca).
  3. ^ Con l'ascesa dei Borbone di Napoli verrà meno il ruolo militare del porto aretuseo, a un livello tale che al momento della sua venuta in Sicilia, il garibaldino Nino Bixio, nella sua corrispondenza con le alte cariche nazionali, con tali parole descrisse la città marittima: «Siracusa è un sorprendente porto, stupendamente trascurato». Né le era stato concesso di riprendere almeno il suo fiorente commercio su mare, perduto ormai da circa tre secoli (giustificato fino alla prima metà del '700, non oltre, quando imperversava il rischio perenne di invasione e quindi mai ci si era lamentati del severo isolamento). Cfr. Girolamo Busetto, Notizie del generale Nino Bixio, 1876, p. 102.
  4. ^ Sebastiano Salomone, Augusta illustrata ovvero storia di Augusta, 1876, p. 84:

    «Gli augustani si trovarono così in balia di quella nazione che ricordava loro le stragi del 1268 e le patite devastazioni.»

  5. ^ Da un passo del Tancredi di Voltaire:

    «I Franchi audaci, stabilitisi dalla Senna ai lidi di Aretusa [...] Tancredi germe di quel sangue infetto, quindi da suoi prim'anni allontanato [...]»

    (trad. ita in Raccolta compiuta delle tragedie del sig. di Voltaire trasportate in versi italiani da varj. Tomo primo -sesto, vol. 4, 1804, pp. 250-251.)
  6. ^ Catania era infatti considerato un porto di seconda classe, sia da un punto di vista commerciale e sia da un punto di vista militare, e tale rimarrà fino a quando la neo-nata Italia (alle soglie del XX secolo) non deciderà di investirci numerosissimi fondi economici (anche grazie al grande potere politico catanese acquisito, dopo il declino di Messina, nelle sedi parlamentari siciliane) per costruirvi un porto artificiale, ai danni, tra l'altro, proprio di Siracusa. Tale era la situazione quando si attuò questo cambio epocale (destinato a gettare ancora più in crisi il siracusano):

    «Catania non sarà mai un porto, senza spendere perseverantamente molto, ma molto denaro, e senza buon criterio, attesoché Messina, Augusta e Siracusa congiunte da ferrovie, permetteranno imbarchi sempre più economici e comodi per la navigazione. Eppure in questi giorni la Camera ha votati 3 milioni, mentre rifiuta fondi all'arsenale di Venezia! - Questo porto fu molte volte distrutto dalla violenza delle burrasche, ma con tutto ciò l'illusione ferve, e la città si prepara a spendere mattamente somme favolose.»

    (Girolamo Busetto, Notizie del generale Nino Bixio, 1876, p. 102.)
  7. ^ Specificando che Filippo di Borbone non era stata la prima scelta di Carlo II: nel suo primo testamento, egli aveva scelto come suo unico erede il germanico Giuseppe Ferdinando Leopoldo di Baviera, in quanto parente a lui più prossimo, appartenendo agli Asburgo, ma la Francia gli si era opposta ripetutamente, fino a quando re Luigi XIV non riuscì a convincere Carlo II a nominare, unico erede, suo nipote Filippo.
Riferimenti
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BibliografiaModifica

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  • Domenico Ligresti 2002, Dinamiche demografiche nella Sicilia moderna: 1505-1806, ISBN 9788846439956.
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