Ambrogio Visconti

condottiero italiano
Ambrogio Visconti
NascitaMilano, 1344
MorteCaprino Bergamasco, 17 agosto 1373
Cause della mortecaduto in un'imboscata
Luogo di sepolturaBergamo
Dati militari
Paese servitoFlag of Milan.svg Signoria di Milano
Forza armataCompagnia di San Giorgio
Corpocavalleria
Anni di servizio1359–1373
GradoCondottiero
BattaglieBattaglia di campo delle mosche
Battaglia di Solara
Battaglia di Sacco del Tronto
Comandante diCompagnia di San Giorgio
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Ambrogio Visconti (Milano, 1344Caprino Bergamasco, 17 agosto 1373) è stato un condottiero e capitano di ventura della compagnia di San Giorgio spesso al servizio di suo padre Bernabò Visconti, all'epoca signore di Milano con il fratello Galeazzo II italiano.

Signoria di Milano
Casato dei Visconti

(1277-1395)
Arms of the House of Visconti (1277).svg
'Vipereos Mores Non Violabo'
Stemma dei Visconti dal 1277 al 1395
Ottone
Nipoti
Matteo I
Galeazzo I
Figli
Azzone co-signore con gli zii Luchino e Giovanni
Matteo II co-signore coi fratelli Galeazzo II e Bernabò
Galeazzo II co-signore coi fratelli Matteo II e Bernabò
Figli
Bernabò co-signore coi fratelli Matto II e Galeazzo II
Gian Galeazzo
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BiografiaModifica

Le originiModifica

Ambrogio Visconti nacque nel 1344 quando la Signoria di Milano era governata da Luchino Visconti. Era il primogenito di Bernabò Visconti, futuro signore di Milano e Beltramola Grassi, una sua amante che successivamente con Bernabò diede alla luce Estorre Visconti e altre quattro figlie. A partire dal 1354 il padre Bernabò Visconti iniziò a governare la signoria insieme a Galeazzo II e Matteo II che però morì l'anno successivo. Ambrogio cominciò presto la sua carriera militare a servizio del padre, tant'è che nel luglio del 1359 a soli 15 anni fu inviato con cinquecento cavalieri e mille mercenari a contrastare la Grande Compagnia del Conte Lando che stava devastando la Repubblica di Firenze. Giunto nei pressi di Pontedera il Visconti prese parte alla battaglia del campo delle mosche a cui ne uscì vincitore. In seguito alla vittoria la città di Firenze gli donò una cavalcatura e lo invitò a partecipare a un torneo insieme ai condottieri Niccolò Orsini e Pandolfo Malatesta.

Nel 1361 il Visconti fu assunto dal duca di Andria Francesco del Balzo per combattere le truppe del principe di Taranto Filippo II d'Angiò. Alla testa di una compagnia di dodicimila soldati fece il suo ingresso nel Regno passando per l'aquilano, dal Cicolano penetrò poi nella Marsica e si diresse ad Avezzano dove devastò la città schierata dalla parte del principe di Taranto[1]. L'anno seguente chiese in moglie la regina di Napoli Giovanna I, ma la proposta fu rifiutata.

Tornato a Milano, nel giugno del 1362 il Visconti prese parte alle operazioni volte alla conquista dell’Emilia e con l'aiuto del Conte Lando devastò la Mirandola, territorio governato da Feltrino Gonzaga, membro attivo della lega anti-viscontea. La campagna in Emilia culminò il 6 aprile 1363 con la battaglia di Solara, prima della battaglia che vedeva da un lato la Signoria di Milano e dall'altro la lega anti-viscontea formata dallo Stato Pontificio e dalle città alleate di Padova e Verona, il Visconti fu armato cavaliere[2], nello scontro però Ambrogio fu catturato dall'Ungaro, suo padre Bernabò rimase ferito e i milanesi furono sconfitti. Ambrogio fu condotto alla prigione di Cesena dove fu incarcerato per un anno per poi essere rilasciato nell'aprile dell'1364 alla firma del trattato di pace su pressione del re di Cipro Pietro di Lusignano. Nel 1365 Ambrogio e Feltrino Gonzaga furono incaricati da Bernabò di raggiungere il duca d'Austria Rodolfo IV d'Asburgo a Verona per convincerlo a concludere un accordo ai danni del signore di Padova Francesco da Carrara con cui le ostilità erano iniziate nel 1363 e l'operazione andò a buon fine.

La compagnia di San GiorgioModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Compagnia di San Giorgio.

«Per alcuni anni le compagnie di Acuto e di Ambrogio Visconti furono le più potenti forze militari indipendenti della penisola. Quando operavano unite, infatti, risultavano pressoché irresistibili e volta a volta ne fecero triste esperienza Genova, Siena e Perugia

(Michael Mallett, in Signori e mercenari. La guerra nell'Italia del Rinascimento, Bologna, Il Mulino, 1983)

Tra il settembre e l'ottobre del 1365 suo padre Bernabò e lo zio Galeazzo diedero ad Ambrogio un ingente finanziamento per ricostituire la compagnia di San Giorgio fondata dall'avo Lodrisio Visconti e attiva nel 1339. La compagnia fu inizialmente composta inizialmente da quarantacinque caporali e settemila cavalli di cui facevano parte Giovanni Acuto e i reduci della compagnia bianca e molti altri mercenari tedeschi e italiani come Thomas Merezal, Ugolino Ethon e Giovanni Ubaldini. Appena costituita la compagnia si mosse alla volta di Firenze, le autorità della città preoccupate dall'arrivo di queste truppe arrivo inviarono l'emissario Doffo Bardi che offrì al Visconti 6000 fiorini affinché per i successivi quattro anni la compagnia si impegnasse a non attaccare i territori della Repubblica di Firenze.

Ambrogio Visconti decise quindi di attaccare il senese devastando Santa Colomba e Abbadia a Isola, attuali frazioni di Monteriggioni, Roccastrada e Buonconvento; i senesi gli inviarono varie ambascerie e cercarono invano l'aiuto di Anichino di Bongardo e Alberto Sterz. Verso novembre il Visconti fu raggiunto dagli ambasciatori fiorentini Nofri Rossi e Niccolò Rimbaldesi a Colle di Val d'Elsa che, per San Miniato, lo accompagnarono fino al confine mentre i suoi uomini stazionarono tra Radicondoli e Belforte. Arrivato nell'aretino devasta le terre dei Tarlati con Giovanni Acuto e Niccolò da Montefeltro.

Si sposta poi in Liguria e al comando di 5.000 soldati saccheggia i borghi tra La Spezia e Chiavari distruggendo il castello San Giorgio; scende poi su Recco, si avventa contro le terre dei Fieschi e dei marchesi del Carretto saccheggiando la Riviera di Ponente, ma trova opposizione dai capitani genovesi Niccolò di Minergino e Bartolomeo di Levante che vengono sconfitti e fatti prigionieri. Dopo aver ricevuto la notizia che i fuoriusciti di Leonardo Montaldo, suoi alleati, sono stati respinti da Genova decide di abbandonare la Liguria.

Nel 1366 dichiara guerra ai savonesi attaccandoli prima via mare e poi via terra devastando la Riviera di Levante e assaltando due volte le mura cittadine genovesi senza però riuscire a valicarle. Si accorda con la Repubblica di Genova e si trasferisce in Toscana. Ambrogio attacca nuovamente Siena che con un accordo consegna 10.500 fiorini e molti carri pieni di armature e vettovaglie, ma le sue scorribande proseguono.

La guerra contro lo Stato PontificioModifica

Nel 1366 Papa Urbano V scaglia una maledizione contro la compagnia invocando contro i suoi nemici la vendetta divina e quella dell'arcangelo Michele sterminatore, inoltre dichiara che incorreranno nella scomunica tutti coloro che continueranno a prestare servizio o comunque il favore alla compagnia. Per promuovere la loro disfatta il papa accorda l'indulgenza plenaria dei peccati a chiunque decida di aggredire la compagnia e muoia nella santa impresa.

Verso maggio Ambrogio invade le terre del ducato di Spoleto e quelle dello Stato Pontificio presso Orvieto. Ai primi di giugno si dirige verso Urbino con Maghinardo Ubaldini. Per porre definitivamente fine alla compagnia il papa si rivolge alla regina di Napoli Giovanna d'Angiò, al signore di Bologna Giovanni Visconti da Oleggio, al marchese di Ferrara Niccolò II d'Este, al signore di Rimini Galeotto Malatesta ed a Ugolino da Montemarte affinché uniscano le loro forze per combattere i venturieri.

A fine mese il Visconti e la sua compagnia tornano in Umbria nel territorio di Città di Castello continuando le devastazioni e Firenze, onde evitare danni, si dichiara a favore della compagnia. La Compagnia penetra nuovamente nello Stato Pontificio dove viene combattuta da Ugolino e da Francesco da Montemarte e nello scontro è catturato il condottiero Ugolino Ethon. Ambrogio si dirige poi verso le Marche dove incita la ribellione di Urbania.

Saccheggia nuovamente in Liguria e per la terza volta il senese e infine riesce a sconfiggere i perugini a Ponte San Giovanni. Si accampa a Urbino con circa 10.000 uomini tra fanti e cavalieri, e successivamente saccheggia l'Abruzzo.

Nel 1367 a Sacco del Tronto le truppe pontificie ed angioine rispettivamente comandate da Gomez Garcia e da Giovanni Malatacca, annientano i venturieri. Ferito e catturato Ambrogio viene trascinato in carcere a Napoli per essere poi rinchiuso nel Castel dell'Ovo. Durante la battaglia solo 2.700 uomini sfuggono alla cattura ed alla morte. 600 prigionieri sono condotti a Roma e a fine maggio 1369, ne sopravvivono in carcere la metà, gli altri sono tutti impiccati o decapitati. I 300 prigionieri rimasti vivi sono incarcerati prima nel castello di Marta nel lago di Bolsena ed a luglio rinchiusi nella rocca di Montefiascone dove vi sarà un tentativo di evasione collettivo che si concluderà con l'esecuzione dei rimanenti venturieri mediante strangolamento o decapitazione.

Ambrogio Visconti dopo tre anni di carcere uccide il castellano e si mette in salvo con tutti coloro che sono stati imprigionati con lui; secondo un'altra versione, si mette in salvo con un famiglio dopo aver corrotto le guardie. Liberatosi ritorna a combattere per il padre contro le truppe della lega anti-viscontea a capo di 2.000 uomini.

La guerra in Emilia e Lombardia e la morteModifica

Nella primavera del 1371 Ambrogio viene nominato governatore di Parma. Esce dalla città con 500 soldati alla volta di Reggio Emilia dove Feltrino Gonzaga è assediato dagli estensi nel castello. Irrompe nella città e si ritira solo con l'arrivo di Lucio Lando, ma prima di partire saccheggia Reggio Emilia per alcuni giorni non risparmiando chiese ed ospedali. Con l'acquisto della città da parte del padre Bernabò per 60.000 fiorini ne prende possesso a metà maggio si fa consegnare le chiavi della cittadella e quelle delle porte di Santo Stefano e di Santa Croce. Le truppe della lega si ritirano verso Modena. Chiamato da Manfredino da Sassuolo devasta i contadi di Modena e di Ferrara, entra per le paludi a Stellata, frazione di Bondeno e da qui arriva a Ferrara. Si ritira appena sente la chiamata alle armi con le campane e giunge a Finale Emilia con un grande bottino e 300 o 600 prigionieri. Nell'ottobre dello stesso anno il padre lo invia da Giovanni Acuto per convincerlo a riconoscere al marchese di Mantova Ludovico II Gonzaga il risarcimento dei danni effettuati dai soldati del condottiero inglese alla popolazione di Guastalla.

Nel 1372 attacca ancora il modenese con Manfredino Pio e Manfredino da Sassuolo. Assedia Correggio e rafforza la bastia di Cesio verso Modena. Si aggrega nuovamente con Giovanni Acuto formando un esercito di 800 soldati ed insieme fanno prigionieri Guglielmo e Francesco da Fogliano che verrà impiccato sulle mura di Reggio Emilia. I da Correggio si alleano con i viscontei ottenendo in tal modo i castelli di San Polo d'Enza e di Correggio. A luglio viene inviato dal padre con Giovanni Acuto in soccorso dello zio Galeazzo Visconti ai danni del marchese di Monferrato e del conte Amedeo VI di Savoia. Attacca Asti e con la cattura di Jacopo Dal Verme a Malemont sfida a battaglia gli avversari con l'Acuto e Francesco d'Este. Lo scontro però non ha luogo per le divergenze che dividono i tre condottieri viscontei i quali non riescono a mettersi d'accordo sulla scelta del terreno. Compie una sortita nel campo avversario; i Savoia contrattaccano e lo respingono oltre il Tanaro. Alla fine viene stipulata una tregua tra le parti per cui può ritornare a Reggio Emilia. Si incontra nuovamente a Collecchio con Giovanni Acuto e lo convince a rimanere al soldo visconteo alle vecchie condizioni, anche se due mesi dopo passa agli stipendi dei pontifici e saccheggia il piacentino. Ambrogio Visconti, all'insaputa del padre effettua un'analoga incursione nel bolognese; compare all'improvviso sotto le mura di Bologna davanti alla Porta di San Felice alla cui difesa si trovano solo dieci cavalli. Si ritira a Borgo Panigale e, da qui, depreda per otto giorni il circondario sino ad Imola senza trovare alcuna opposizione.

Nel gennaio del 1373 aggredisce nuovamente Bologna rimanendoci due settimane, ma al ritorno le sue la compagnia carica di bottino viene attaccata dal legato pontificio Pietro di Bourges, da Giovanni Acuto e da Ugolino da Savignano mentre sta attraversando il Panaro, vicino a Crevalcore. La compagnia ha la peggio con la perdita di 2.000 uomini tra morti e prigionieri. Si sposta poi in Lombardia a Bergamo con 300 soldati per fronteggiare l'avanzata di Amedeo di Savoia[3]. Successivamente il padre lo manda nelle vallate bergamasche per reprimervi una rivolta istigata dalla fazione guelfa. Fa incendiare l'abbazia di Pontida, Caprino Bergamasco, Gronsalega.

Il 17 agosto 1373 entra nuovamente nella Valle San Martino e cavalca verso Caprino Bergamasco senza particolari misure di sicurezza, cade in un'imboscata organizzata dai contadini locali e ripara nell'attuale frazione di Opreno. Qui viene ucciso da un colpo di lancia insieme ad altri nobili tra cui Ludovico da Correggio. Viene poi sepolto a Bergamo. Dopo la sua morte il Bernabò Visconti si vendicò su tutta la Valle San Martino mettendo a ferro e fuoco tutte le località compresa l'abbazia di Pontida[4].

NoteModifica

  1. ^ Giuseppe Grossi, Avezzano Historia, Avezzano, Agesci, 2020, p. 133.
  2. ^ Le battaglie medievali dal 1360 al 1370, su condottieridiventura.it.
  3. ^ AMBROGIO VISCONTI Figlio naturale di Bernabò, su condottieridiventura.it. URL consultato il 27 agosto 2017 (archiviato il 28 agosto 2017).
  4. ^ storiadimilano.it, http://www.storiadimilano.it/cron/dal1351al1375.htm. URL consultato il 29 giugno 2018 (archiviato il 14 marzo 2018).

BibliografiaModifica

  • Pietro Balan, Storia d'Italia, a cura di Rodolfo Majocchi, vol. 4, 2ª ed., Modena, Tipografia Pontificia ed Arcivescovile dell'Immacolata Concezione, 1895. URL consultato il 22 gennaio 2021.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica