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I cavalli bronzei di piazza San Marco vengono inviati a Parigi. Venezia, 1797.

I furti napoleonici[1][2] o più correttamente le “spoliazioni napoleoniche[3][4] furono una serie di sottrazioni di beni, in particolare opere d'arte (ed in genere di opere preziose), attuate dall'esercito francese (o da funzionari napoleonici) nei territori del Primo Impero francese, quali gli stati preunitari della penisola italiana, la penisola iberica, Paesi Bassi e il Belgio, Europa centrale, ma anche Egitto.

Le spoliazioni vennero costantemente perpetrate nell'arco di venti anni, dal 1797 fino al 1815 (fine del periodo napoleonico), e compresero non solo arti pittoriche o scultoree, ma anche beni archeologici, archivistici e librari, collezioni glittiche, numismatiche, naturali, mineralogiche e botaniche. Talvolta si verificarono anche atti di distruzione di opere, specialmente provenienti da chiese, monasteri e demani pubblici che venivano fuse in cerca di oro e argento. Secondo lo storico Paul Wescher, le spoliazioni napoleoniche rappresentarono "il più grande spostamento di opere d'arte della storia", che provocò anche diversi danni in quanto "è difficile stabilire con esattezza quante opere d'arte di valore unico andarono distrutte o disperse in quei giorni".[5] Secondo l'articolo pubblicato sull'American Historical Review dalla storica dell'arte Dorothy Mackay Quynn e dal titolo "The Art Confiscations of the Napoleonic Wars"[6], l'Italia si trovò davanti a restituizioni complesse, essendo esse state legalizzate attraverso trattati, mentre le cessioni di Belgio e Paesi Bassi vennero effettuati a titolo di bottino o preda. Secondo il catalogo del Canova, dei 506 dipinti portati in Francia, 248 rimasero in Francia, 249 tornarono in Italia, 9 vennero indicati come non rintracciabili, raro caso in Europa di opere catalogate e non restituite.[7][8]

StoriaModifica

Le celebrazioniModifica

 
Ingresso a Parigi del corteo delle opere rubate Napoleone dopo la prima Campagna d'Italia
 
Atena di Velletri, Louvre

Nel giorno nono di Termidoro dell'anno VI (27 luglio 1798) avvenne la più grande celebrazione di una vittoria militare che si fosse vista a Parigi fino a quel momento. L'evento è ricordato da una stampa presso la Biblioteca Nazionale di Parigi[9]. Mostra l'arrivo del primo convoglio con i beni confiscati al termine della Campagna d'Italia di Napoleone, che arrivava a Champ de Mars, di fronte all'École Militaire di Parigi. Nelle stampe d'epoca si notano i cavalli della Basilica di San Marco a Venezia su un carro trainato da sei cavalli, preceduto da uno con una gabbia di leoni e succeduto da quattro dromedari. Davanti un pannello dichiara: "La Grèce les ceda; Rome les a perdus; leur sort changea deux fois, il ne changera plus" (la Grecia li cedette, Roma li ha persi, la loro sorte cambiò due volte, ora non cambierà più). In questa processione, erano inclusi l'Apollo del Belvedere, la Venere de' Medici, il Discobolo, il Laocoonte, e una sessantina di altre opere tra cui nove Raffaello, due famosi Correggio, collezioni minerali e antiquarie, diversi animali esotici, ma anche diversi manoscritti dal Vaticano datati prima del 900 d.C.[10]

 
Presentazione al tempio, di Gentile da Fabriano, in origine all'Accademia delle Belle Arti di Firenze, oggi conservata presso il Louvre, Parigi

L'attenzione popolare era attratta dagli animali esotici e dalla Vergine di Loreto, all'epoca ritenuta opera di San Luca e capace di realizzare miracoli.[11]

 
Era Borghese, Louvre

Le giustificazioni ideologiche per le spoliazioni erano varie, oltre il mero diritto di preda. Da un lato, una petizione di artisti francesi riteneva che le opere servissero come ispirazione per il progresso delle arti repubblicane[12]. Il luogotenente Hussars riteneva che le opere fossero rimaste "imprigionate da troppo tempo...queste opere immortali non più in terra straniera, ma portate nella patria delle arti e del genio, nella patria delle libertà e della sacra eguaglianza: la Repubblica Francese"[13]. Ancora, "statue che i francesi hanno prelevato dalla degenere romana chiesa per adornare il grande museo di Parigi, per distinguere i più nobili tra i trofei, il trionfo della libertà sulle tirannie, della conoscenza sulla superstizione"[14]. Di fronte a quelli che anche all'epoca venivano ritenuti bottini militari, alcuni come Quatremère de Quincy ricordò che fortunatamente le più grandi opere del genio umano non potevano essere rimosse come il Colosseo, Villa Farnesina, la Cappella Sistina o le Stanze vaticane, e che se i francesi volevano davvero riscoprire il passato, invece di spogliare Roma, avrebbero dovuto "rivolgersi alle rovine in Provenza, investigare le rovine di Arles, Orange, e restaurare il bel anfiteatro di Nîmes".[15]

 
Madonna col Bambino, sant'Anna e quattro santi, Pontormo, Louvre
 
Pala Barbadori, dipinto da Fra Filippo Lippi, proveniente dalla sagrestia di Santo Spirito di Firenze, oggi conservata presso il Louvre, Parigi
 
Polittico San Pietro, Perugino
 
Codice Atlantico, Leonardo

Il sacco d'ItaliaModifica

La prima campagna d'Italia aveva portato un grandissimo numero di oggetti di valore di tutti i tipi, da quando nel maggio del 1796 vennero firmati gli armistizi coi Ducati di Modena e di Parma fino al Trattato di Campoformio con la Repubblica di Venezia nel 1797. Milano era stata saccheggiata per prima come le collezioni dei Gonzaga di Mantova. Ai duchi di Modena e Parma si era imposto di consegnare venti dipinti dalle loro collezioni private e dalle collezioni pubbliche, che presto diventarono 40, poi 50 e poi se ne perse il numero. In giugno, sia il Re di Napoli sia il Papa firmarono armistizi in cui si impegnavano a consegnare 500 manoscritti antichi dal Vaticano e un centinaio di dipinti e busti, specialmente i busti di Marco e Giunio Bruto capitolino. I manoscritti vennero scelti da Joseph de la Porte du Theil, erudito francese che conosceva bene le biblioteche vaticane e prelevò tra gli altri la Fons Regina, la biblioteca della Regina Cristina di Svezia. Il Papa fu obbligato a pagare le spese di trasporto dei manoscritti e delle opere fino a Parigi. Saccheggi avvennero anche nelle Biblioteche Vaticane, le Biblioteche Estensi di Modena, quelle di Bologna, Monza, Pavia e Brera ed infine nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Successivamente, il Trattato di Tolentino aggiungeva opere dai tesori di Ravenna, Rimini, Perugia, Loreto e Pesaro. Nel Vaticano, le stanze vaticane del Papa vennero aperte e completamente rovistate sia per arricchimento degli ufficiali napoleonici e sia espressamente per Napoleone, mentre i medaglioni in oro e argento venivano fusi[16]. La biblioteca privata di papa Pio VI venne comprata dal funzionario Daunou e nel 1809 la collezione di marmi del principe Borghese venne venduta a Napoleone sotto coercizione per otto milioni di franchi. Il principe non ottenne neanche tutte le somme promesse, ma venne pagato in terreni requisiti alla chiesa e in diritti minerari in Lazio, che successivamente dovette restituire ai legittimi proprietari[17]. W. Buchanan nel 1824 notava come Napoleone avesse "imposto una pesante tassazione sui principi e la nobiltà romana...che si era opposta alla sua armata, e come notò che le sue richieste venivano corrisposte dai proprietari, rinnovava le richieste nella misura in cui notava che i proprietari di opere d'arte detenevano ancora tesori: così fu che i Colonna, Borghese, Barberini, Chigi, Corsini, Falconieri, Spada e molte altre famiglie nobili di Roma furono obbligate a vendere le loro opere per dimostrare che non avevano più i mezzi per sostenere il pagamento delle tasse".[18] A Venezia, i cavalli di bronzo di San Marco, attribuiti per tradizione a Lisippo, il bronzista di Alessandro Magno, vennero spediti a Parigi, le Nozze di Cana del Veronese vennero tagliate in due e spedite al Louvre. L'Arsenale di Venezia venne smantellato, i cannoni, le armature più belle e le armi da fuoco vennero spedite in Francia, altri vennero fusi[19]. Fortunatamente talvolta l'incompetenza dei commissari francesi incaricati delle requisizioni fece sì che alcuni capolavori rimanessero in loco, come fu per la Sacra conversazione di Piero della Francesca poiché ritenuta di scarsa importanza, o per La Velata di Raffaello poiché attribuita a Sustermans.[20]

Spoliazioni nel Ducato di ModenaModifica

L'armistizio tra Napoleone e il Ducato di Modena venne stipulato il 17 maggio a Milano da parte di san Romano Federico d'Este rappresentante del Duca Ercole III. La Francia richiedeva la consegna di venti dipinti dalle collezioni d'Este e una somma in denaro tripla rispetto a quella dell'armistizio con Parma. La prima spedizione venne curata da Giuseppe Maria Soli, direttore dell'Accademia Atestina di Belle Arti, che si occupo della selezione dei dipinti, che furono levati dagli appartamenti del Duca d'Este, e spediti a Milano nel 1796 coi commissari Tinet e Bethemly. Tuttavia, arrivati in Francia vennero giudicati mediocri da Le Brun e Napoleone dichiarò infranto l'armistizio col duca d'Este a causa della violazione delle clausole.

Il 14 ottobre, Napoleone entrò a Modena con due nuovi commissari Garrau e Antoine Christophe Saliceti che si recarono più volte a setacciare le gallerie delle medaglie e la galleria del palazzo ducale per prelevare la collezione di cammei e pietre dure incise. Il 17 ottobre, dopo aver prelevato dalla biblioteca ducale numerosissimi manoscritti e libri antichi, vengono spediti 1213 oggetti: 900 monete romane imperiali in bronzo, 124 monete dalla colonie romane, 10 monete d'argento, 31 contornati, 44 monete di città greche, 103 monete dei pontefici inviati alla Bibliothèque Nationale di Parigi e da allora li conservati.[21] La moglie Giuseppina nel febbraio del 1797 non fu da meno: alloggiando a Palazzo ducale di Modena volle vedere la collezione di cammei e pietre preziose, ma non si accontentò di guardarle e ne prese circa duecento, oltre a quelli di cui si impossessarono alcuni aiutanti di campo del marito che la accompagnavano. Vennero spediti al Louvre 1.300 disegni trovati nelle collezioni estensi[22], 16 cammei in agata, 51 pietre dure e diversi vasi in cristallo di rocca, dove si trovano da allora.[23]Il 20 ottobre vennero requisiti il busto di Lucio Vero e Marco Aurelio, un disegno della colonna traiana, e un altro coi busti degli imperatori. Saliceti e Garrau prelevarono a titolo personale diversi cammei con montatura in oro e oro smaltato. La seconda spedizione di dipinti avvenne il 25 ottobre, quando Tinet, Moitte e Berthelmy scelsero 28 dipinti da spedire a Parigi, insieme con altri 554 disegni, quattro album per un totale di 800 disegni. Numerosissimi dipinti della scuola emiliana rimasero in Francia:

Spoliazioni nel Granducato di ToscanaModifica

 
La Maestà di Cimabue, in origine a Pisa nella chiesa di San Francesco, oggi conservata presso il Louvre, Parigi
 
La Visitazione, di Domenico Ghirlandaio, dalla chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi, di Firenze, oggi conservata presso il Louvre, Parigi

Le spoliazioni nel Granducato di Toscana vennero portate a termine dallo stesso direttore del Louvre, Dominique Vivant Denon.

Tra l'estate e l'inverno 1811, setacciò prima Massa, Carrara, Pisa, poi Volterra e infine Firenze. In ciascuna annotò le opere da spedire a Parigi. A Pisa Denon selezionò nove dipinti e un bassorilievo, ma di queste non tornarono diverse opere e a tutt'oggi rimangono in Francia:

A Firenze, Dominique Vivant Denon rovistò nel deposito del convento di Santa Caterina e spedì:

  • La Visitazione, Domenico Ghirlandaio, oggi al Musée du Louvre, in origine nella chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi di Firenze
  • Presentazione al tempio, di Gentile da Fabriano, oggi al Musée du Louvre, in origine dall'Accademia delle Belle Arti di Firenze
  • La Madonna con Bambino, Sant'Anna, San Sebastiano, San Pietro e San Benedetto, di Jacopo da Pontormo, oggi al Musée du Louvre, proveniente dalla chiesa di Sant'Anna sul Prato di Firenze
  • Incoronazione della Vergine di Beato Angelico, oggi al Musée du Louvre, in origine a Fiesole il convento di San Domenico
  • Pala Barbadori, dipinto da Fra Filippo Lippi, oggi al Musée du Louvre, proveniente dalla sagrestia di Santo Spirito di Firenze
  • La Vergine con Gesù Bambino e quattro angeli, dipinto da Sandro Botticelli, dalla Sala delle Belle Arti di Firenze
  • L'Incoronazione della Vergine e quattro santi, dipinto da Raffaellino del Garbo, proveniente dal Convento di S. Salvi.
  • San Giovanni Battista e due monaci dipinto da Andrea del Castagno, proveniente dall'Accademia delle Belle Arti di Firenze.
  • La Natività, dipinto da Fra Filippo Lippi, oggi al Musée du Louvre, proveniente dal Convento di Santa Margherita della città di Prato.
  • La Vergine, il Bambin Gesù e S. Bernardo, dipinto da Cosimo Rosselli, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi, di Firenze.
  • La Vergine, Gesù, S. Giuliano, S. Niccolò, dipinto da Lorenzo di Credi, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Maddalena dei Pazzi, di Firenze
  • Incoronazione della Vergine, dipinto da Piero di Cosimo, proveniente dalla chiesa soppressa di S. Girolamo di Firenze.
  • L'Annunciazione della Vergine, dipinto da Giorgio Vasari, proveniente dalla soppressa chiesa di S. Maria Novella d’Arezzo.
  • Gesù che appare alla Maddalena, dipinto da Angelo Bronzino, proveniente dalla chiesa di Santo S. Spirito di Firenze
  • Portare della Croce dipinto da Benedetto Ghirlandaio, proveniente dalla chiesa di S. Spirito di Firenze.
  • Vergine con Bambino in braccio e due santi dipinto da Mariotto Albertinelli, proveniente dalla chiesa di SS.ma Trinita di Firenze
  • Vita di Cristo dipinto da Taddeo Gaddi, proveniente dal convento di Santa Maria degli Angeli di Firenze.
  • San Francesco, e il Miracolo del moribondo dipinti da Pesello Peselli, provenienti dal convento di Santa Croce di Firenze.
  • Incoronazione della Vergine, dipinto da Ridolfo Ghirlandaio, proveniente dalla chiesa di Ripoli di Firenze
  • Vergine col Bambino in braccio, diversi santi e angeli, dipinto dall'Empoli, proveniente dall’Accademia delle Belle Arti di Firenze
  • Incoronazione della Vergine e due angeli, Simone Memmi, proveniente dal convento della SS.ma Annunziata di Firenze
     
    Madonna della Colomba, Piero di Cosimo, Louvre

Spoliazioni nella Repubblica di VeneziaModifica

La commissione francese incaricata di spedire i capolavori in Francia era guidata da Monge, Berthollet, Berthélemy e Tinet, che in precedenza erano passati a Modena.

Vennero fuse le opere in oro e argento accumulate nel corso di secoli presso la Zecca di Venezia e spedite in Francia.[24]

 
Nozze di Cana del Veronese, in origine presso il refettorio benedettino dell'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, oggi conservata presso il Louvre, Parigi

Venne fuso il tesoro della Basilica di San Marco e con l'oro liquefatto furono pagati i soldati francesi.

Gli ordini religiosi vennero abrogati e furono abbattute 70 chiese. Circa 30.000 opere d'arte sparirono o furono vendute[25]

Il Bucintoro, la nave ducale, fatta a pezzi assieme a tutte le sculture, che furono arse nell'isola di San Giorgio Maggiore per fondere la foglia d'oro che le ricopriva.

L'Arsenale di Venezia venne smantellato, i cannoni, le armature più belle e le armi da fuoco vennero spedite in Francia, altri vennero fusi[19].

Si fusero oltre 5.000 cannoni facenti parte dell'armeria - museo, nonché le armi antiche, i cannoni e le pietraie in ferro e in rame che erano il vanto dell'Arsenale e frutto delle conquiste e delle vittorie della Repubblica vennero spedite nei musei francesi.[26]

Presso l'Hôtel National des Invalides conosciuto come Les Invalides, si ospita anche il celebre Musée de l'Armée. Il Museo è tra i più grandi musei d'arte e di storia militare del mondo, inclusi un cannone in bronzo di fattura veneziana, da 36 libre non destinato ad uso militare, fuso dalla Serenissima per celebrare l'alleanza tra il regno di Danimarca e di Norvegia e la Repubblica di Venezia, i cui emblemi sono posti ad ornamento dell'arma stessa. Il cannone i questione porta la data di fusione: Anno Salutis. MDCCVIII.[27]

Le Nozze di Cana del Veronese un tempo presso il refettorio benedettino dell'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia a vennero tagliate in due e spedite al Louvre, dove si trovano ancora.

La Pala di San Zeno del Mantegna, in origine a Verona presso San Zeno, venne tagliata e spedita in Francia. Le predelle sono oggi rimaste in Francia al Louvre mentre il pannello principale è tornato a Verona, rompendo l'autenticità del capolavoro per sempre.

A Verona, la collezione Gazola di fossili dal monte Monte Bolca (in gran parte costituita da reperti di pesci appartenenti all'Eocene) venne confiscata nel maggio 1797 e depositata presso Museo nazionale di storia naturale di Francia a Parigi, dove si trova ancora oggi dal Settembre 1798. Sembra che Gazola fosse stato retrospettivamente compensato[28] con un'annuita dal 1797 e una pensione dal 1803. Ad ogi modo Gazola ricostitui una seconda collezione di fossili anch'essa confiscata e portata a Parigi nel 1806.[29]

Nell'aprile 1797 i francesi rimossero il leone e le famose statue in bronzo dei cavalli di San Marco, che la tradizione attribuiva a Lisippo, il bronzista di Alessandro Magno. Quando Napoleone decise di commemorare le sue vittorie del 1805 e 1806, ordino la costruzione dell'Arco di Trionfo in piazza du carrousel e che i cavalli fossero posti in cima come unico ornamento dell'arco.

Il Leone alato di San Marco non fece più ritorno, mentre gli austriaci si premunirono di ottenere il recupero dei cavalli ma non delle glorie sottratte all'Arsenale.

Spoliazioni a MantovaModifica

A farne le spese a Mantova le opere di alcuni degli artisti più importanti che lavoravano per i Gonzaga. Tra le principali opere non restituite e provenienti da Mantova e dalle collezioni dei Gonzaga:

 
Madonna della Vittoria, Mantegna

Madonna della Vittoria, pala d’altare di Andrea Mantegna nella Chiesa della Madonna della Vittoria, commissionata per celebrare la grande vittoria di Fornovo da parte di Francesco II Gonzaga al comando della Lega Italica, oggi al Museo del Louvre.

 
Trasfigurazione di Cristo, Rubens
 
Leone Albani, Louvre

Sant’Antonio abate, di Paolo Veronese, tra le 10 tele del Duomo, commissionate ad artisti veronesi e mantovani dal cardinale Ercole Gonzaga alla metà del millecinquecento. Oggi si trova al Museo di Caen, in Normandia.

Battesimo di Cristo, di Pietro Paolo Rubens per la cappella maggiore della chiesa della Trinità dei Gesuiti. L’opera si trovava sulla parete sinistra, di fronte alla Trasfigurazione. Il dipinto e nel Musee des beax arts di Anversa.

Trasfigurazione di Cristo, di Pietro Paolo Rubens per la chiesa dei Gesuiti. L’inaugurazione del trittico si tenne il 5 giugno 1605, festa della SS.Trinità, e le opere di Rubens diventarono subito una meta per i visitatori della città, oggi al Museo di Nancy.

Adorazione dei pastori con San Longino e San Giovanni Evangelista, anche Giulio Romano decorava la cappella dei Sacri Vasi nella Basilica di Sant'Andrea. Oggi la tela è al Louvre.

Spoliazioni nella Lombardia AustriacaModifica

I francesi entrarono a Milano nel 1796 in concomitanza con la prima Campagna d'Italia di Napoleone. Qui requisirono il codice atlantico ed altre bozze e scritti di Leonardo conservati presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano dal 1673. Il corpus leonardiano degli scritti tornarono solo in parte, il Codice Atlantico venne restituito non-integro all'Ambrosiana. Infatti diversi fogli del Codex sono conservati a Nantes e a Basilea, mentre tutti gli altri quaderni e scritti autografi di Leonardo sono conservati nella Bibliothèque National de France di Parigi.[30]

 
Domiziano Albani, Louvre

Spoliazioni nel Regno di NapoliModifica

Nel 1799, il generale Jean Étienne Championnet attuò la stessa politica nel Regno di Napoli, come risulta da una missiva inviata al direttorio il 7 ventoso anno VII (25 febbraio 1799):[31]

«Vi annuncio con piacere che abbiamo trovato ricchezze che credevamo perdute. Oltre ai Gessi di Ercolano che sono a Portici, vi sono due statue equestri di Nonius, padre e figlio, in marmo; la Venere Callipigia non andrà sola a Parigi, perché abbiamo trovato nella Manifattura di porcellane, la superba Agrippina che attende la morte; le statue in marmo a grandezza naturale di Caligola, di Marco Aurelio, e un bel Mercurio in bronzo e busti antichi del marmo del più gran pregio, tra cui quello d'Omero. Il convoglio partirà tra pochi giorni.»

Le spoliazioni napoleoniche non furono limitate ai dipinti e alle sculture, ma riguardarono anche i patrimoni librari e le oreficerie. Gran parte di questi oggetti preziosi non fecero più ritorno.

Museo del LouvreModifica

Napoleone attuò nel campo dei beni culturali una politica di spoliazione delle nazioni vinte, incamerando opere d'arte dai luoghi di culto del clero, dalle corti reali e dalle collezioni nobili e private delle famiglie dell'Ancien régime[2] che, a scopi propagandistici, trasferiva in prima battuta nel palazzo del Louvre di Parigi dove aveva voluto nel 1795 il Musée des Monuments Français oltre che in altri musei di Francia.

La collezione del Museo del Louvre fu inizialmente costituita da reperti tratti dalle collezioni borboniche e dalle famiglie nobili francesi, oltre che da fondi ecclesiastici. Ma già in occasione della prima campagna di guerra nei Paesi Bassi (1794-1795) incamerò oltre 200 capolavori di pittura fiamminga, tra i quali almeno 55 Rubens e 18 Rembrandt.[2]
Con la successiva Campagna d'Italia del 1796 portò in Francia altri 110 capolavori grazie all'armistizio di Cherasco (1º maggio 1796).[2] Stessa sorte subirono, con il trattato di Tolentino (22 gennaio 1797), numerose opere d'arte dello Stato Pontificio. La politica di trasferimento in Francia dei beni dei territori italiani occupati rispondeva a un preciso ordine del direttorio, che il 7 maggio 1796 inviò a Bonaparte le seguenti direttive:

«Cittadino generale, il Direttorio esecutivo è convinto che per voi la gloria delle belle arti e quella dell'armata ai vostri ordini siano inscindibili. L'Italia deve all'arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama; ma è venuto il momento di trasferirne il regno in Francia, per consolidare e abbellire il regno della libertà. Il Museo nazionale deve racchiudere tutti i più celebri monumenti artistici, e voi non mancherete di arricchirlo di quelli che esso si attende dalle attuali conquiste dell'armata d'Italia e da quelle che il futuro le riserva. Questa gloriosa campagna, oltre a porre la Repubblica in grado di offrire la pace ai propri nemici, deve riparare le vandaliche devastazioni interne sommando allo splendore dei trionfi militari l'incanto consolante e benefico dell'arte. Il Direttorio esecutivo vi esorta pertanto a cercare, riunire e far portare a Parigi tutti i più preziosi oggetti di questo genere, e a dare ordini precisi per l'illuminata esecuzione di tali disposizioni[32]

Proprio i trattati di pace furono lo strumento legale usato da Napoleone per legittimare queste spoliazioni: tra le clausole faceva rientrare la consegna di opere d'arte (oltre all'imposizione di tasse a titolo di tributi di guerra).
Queste stesse opere erano già state individuate in precedenza da una specifica commissione composta da specialisti,[33] al seguito del suo esercito, guidata dal barone Dominique Vivant Denon che seguì personalmente, a questo scopo, sette campagne di guerra.

Tutte le opere di maggior pregio erano destinate al Louvre, mentre quelle meno importanti furono collocate nei musei francesi di provincia (Reims, Arles, Tours).

La RestaurazioneModifica

All'indomani della sconfitta di Napoleone nella battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) tutti i regni d'Europa inviarono a Parigi propri commissari artistici per pretendere la restituzione delle opere spoliate o il loro risarcimento (per esempio Antonio Canova partecipò in rappresentanza dello Stato Pontificio).[2][34]

Come scriveva il Corriere di Londra il 15 ottobre 1815, l'opinione pubblica nei paesi alleati protestava contro l'arroganza dei francesi: "le truppe di ufficiali francesi tornano a Parigi, e, girando senza uniforme, aizzano la popolazione. Al ritirarsi delle truppe alleate, l'insolenza dei parigini aumenta. Vogliono la rimozione degli articoli sulle opere d'arte. Perché? In base a quale diritto? Il diritto di conquista? Ebbene, non hanno loro perso già due volte? Insistono a invocare il diritto di preda? Allora perché non consentiamo agli Alleati di saccheggiare la Francia di ogni opera che valga la pena di rimuovere e che avevano in proprietà fino al periodo di Bonaparte?". I francesi erano molto orgogliosi dei trofei delle vittorie di Napoleone e desideravano tenerli. I francesi ritenevano che tenere nelle collezioni di Francia le opere d'arte fosse un gesto di generosità nei confronti dei paesi di provenienza delle opere ma anche un tributo alla loro importanza. Come diceva Lord Liverpool ai rappresentanti inglesi a Parigi "La parte ragionevole del mondo sta con chi vuole la restituzione ai proprietari. È desiderabile, in punto di politica da perseguire, rimuoverli dalla Francia, poiché ricordano le memorie delle loro conquiste e alimentano la vanità e lo spirito militare della loro nazione".[35] Ancora, il Corriere di Londra scriveva: "Il Duca di Wellington arriva alle conferenze diplomatiche con una nota in mano in cui si richiede espressamente che tutte le opere vengano restituite ai legittimi proprietari. Ciò ha generato grande attenzione, e i Belgi, che hanno enormi richieste da fare, e sono stati ostinatamente opposti alla permanenza delle opere d'arte in Francia, non hanno aspettato che gli venisse detto che potevano incominciare a riprendersi ciò che vi era di loro. I valorosi Belgi sono già sulla via per la restituzione dei loro Rubens e dei loro Potter".

Durante il settembre 1814, l'Austria e la Prussia ottennero indietro tutti i loro manoscritti. La Prussia ebbe immediato successo e recuperò tantissime parti di statuaria e varie opere, includendo 10 Carnach e 3 Correggio. Il Duca di Brunswich ottenne 85 dipinti, 174 porcellane di Limoges, 980 vasi in majolica. I Prussiani furono i primi a muoversi, con re Federico Guglielmo delegando von Ribbentropp insieme con Jacobi e de Groote. A Denon, direttore del Louvre, venne ordinato di restituire i tesori prussiani, ma Denon oppose la mancanza di una specifica autorizzazione del governo francese. Von Ribbentropp allora minacciò di mandare soldati prussiani a prelevare le opere e mandare Denon in prigione in Prussia se non avesse lasciato agire Jacobi. In meno di qualche settimana, tutti i tesori prussiani erano fuori dal Louvre e in deposito per la spedizione in Prussia[36]. I prussiani aiutarono anche gli altri stati tedeschi settentrionali a recuperare le loro opere.

Gli olandesi mandarono i loro delegati, ma Denon negò loro accesso. Denon scrisse allora a Metternich: "Se cediamo alle richiese di Olanda e Belgio, neghiamo al museo uno dei più importanti cespiti. Russia non è ostile, l'Austria ha tutto restituito, la Prussia è soddisfatta. C'è solo l'Inghilterra, che siccome ha appena acquistato i Marmi Elgin dal Partenone, ora pensa di poter rivaleggiare con il Museo Universale (il Louvre)."[37]

Il 20 settembre 1814, Austria, Inghilterra e Prussia si accordarono che tutti gli oggetti d'arte dovessero essere restituiti ai loro proprietari. Lo Zar non era parte di questo accordo, e si oppose, avendo acquistato dai discendenti di Napoleone diversi dipinti per l'Hermitage e avendo ricevuto in dono da Giuseppina Bonaparte un cameo vaticano di Tolomeo e Arsinoe.[38]

Per quanto riguarda le città italianie, queste si erano mosse tardi e in modo disorganizzato, a causa della divisione in Ducati, Regni e Repubbliche divise le une dalle altre. Solo sui dipinti, su 506 opere catalogate che presero la via della Francia, infatti, ne fu restituita meno della metà, 249 opere. Il Duca di Brunswick da solo ottenne 85 dipinti e tutti e 980 i suoi vasi di majolica. I rimanenti (per la gran parte dallo Stato Pontificio, ma anche del Ducato di Modena e del Granducato di Toscana) sono rimasti in Francia. Il 24 ottobre 1815, terminate le trattative, fu organizzato un convoglio di 41 carri che, scortato da soldati prussiani, giunse a Milano da dove le opere d'arte furono instradate verso i legittimi proprietari sparsi per la penisola. Le collezioni di camei, disegni e altre opere minori rimasero in Francia e ne vennero perse le tracce.

Degna di nota la vicenda dei cavalli in bronzo di San Marco. Secondo il corrispondente del Corriere di Londra: "Ho appena visto

 
Ares Borghese, Louvre

che gli austriaci stanno togliendo i cavalli in bronzo dall'arco. L'intera corte di Tuileries, piazza de Carousel sono piene di fanti austriaci e cavalleria armata, e nessuno e autorizzato ad avvicinarsi, le truppe ammontano a diverse migliaia, con folle di francesi in tutte le vie che guardano e danno sfogo alle loro emozioni con grida ed imprecazioni...". Il Leone alato della Serenissima in bronzo era stato issato su una fontana a des Invalides. Quando gli operai cercarono di rimuoverlo, cadde a terra e si ruppe in migliaia di pezzi, con grande risate e delizia della folla di francesi ivi accorsa[39].

A differenza delle confische di opere d'arte in Olanda, Belgio e paesi renani dal 1794 al 1795 da parte dei funzionari del direttorio, Napoleone legalizzo tutte le cessioni di opere d'arte attraverso trattati in Italia. Le restituzioni amareggiarono tutti i francesi, al punto che lo stesso Stendhal, in merito alla spedizione di un gruppo di dipinti verso Milano, scrisse "Gli alleati hanno preso 150 dipinti. Spero di essere autorizzato a osservare che noi li abbiamo presi attraverso il Trattato di Tolentino, gli alleati si prendono i nostri dipinti senza trattato"[40]. In altre parole, le acquisizioni francesi erano legalizzate attraverso trattati, le appropriazioni degli alleati erano mere confische.

Restituzione in epoca successivaModifica

 
Visitatori davanti le Nozze di Cana del Veronese

Nel 1994, l’allora direttore generale del Ministero dei Beni Culturali, Francesco Sisinni, riteneva che ci fossero le condizioni culturali per il rientro delle Nozze di Cana del Veronese. Nel 2010, lo storico Ettore Beggiatto, già assessore regionale del Veneto ai lavori pubblici e consigliere regionale per quindici anni, scrisse una lettera all'allora première dame Carla Bruni per sollecitare il ritorno dell’opera medesima.[41]

Diverse personalità pubbliche si sono pronunciate sulle opere oggi in Francia a seguito delle spoliazioni napoleoniche. Alberto Angela dichiara " È pieno di opere sottratte da Napoleone con i fucili spianati; quando giro tra quelle sale e leggo il cartellino 'Campagna d'Italia' avverto un moto di fastidio profondo: vuol dire che è stata razziata"[42].

L'Egitto ha fatto richiesta di restituzione della Stele di Rosetta scoperta ed esportata dall'Egitto al British Museum dopo l'occupazione francese dell'Egitto. Zahi Hawass, autorità suprema per le antichità egiziane, all'indomani della restituzione da parte del Louvre delle pitture staccate dalla tomba Tetiki, sovrano della 18ª dinastia sepolto a Luxor che il Louvre aveva acquistato in violazione delle norme internazionali sulla circolazione di opere d'arte, ha affermato: «Non ci fermeremo. Ora vogliamo ottenere anche la restituzione di altri sei reperti conservati al Louvre, fra i quali lo Zodiaco di Dendera». Lo Zodiaco di Dendera venne tagliato e spostato in Francia durante la Restaurazione ed è oggi al Louvre.

Rimaste in Francia (elenco parziale)Modifica

Opere ritornate (elenco parziale)Modifica

Ritornate in Austria (elenco parziale)Modifica

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

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  5. ^ L’ENORME RAZZIA DI OPERE D’ARTE FATTA IN ITALIA DA FRANCIA NAPOLEONICA E GERMANIA NAZISTA. PRIMA DI DAR LEZIONI DI EUROPEISMO RESTITUISCANO QUELLE MERAVIGLIE CHE RACCHIUDONO LA NOSTRA IDENTITA’, su Lo Straniero, 25 novembre 2018. URL consultato il 9 febbraio 2019.
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  11. ^ Prévost, Histoire générale des voyages ou Nouvelle collection de toutes les relations de voyages par mer et par terre, qui ont été publiées jusqu'à présent dans les différentes langues de toutes les nations co contenant ce qu'il y a de plus remarquable, de plus utile, & de mieux avéré, dans les pays où les voyageurs ont pénétré, touchant leur situation, leur étendue, leurs limites ... : avec les moeurs et l, Chez E. van Harrevelt & D.J. Changuion,, 1777, ISBN 0-665-35913-6. URL consultato il 3 febbraio 2019.
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  41. ^ 15 importanti opere d'arte che si trovano all'estero e che l'Italia gradirebbe tornassero indietro, su www.finestresullarte.info. URL consultato il 4 febbraio 2019.
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BibliografiaModifica

  • Paul Wescher. I furti d'arte. Napoleone e la nascita del Louvre. Edizioni Einaudi, 1988.
  • Elvio Ciferri, Art treasures plundered by the French, in «Encyclopedia of the French Revolutionary and Napoleonic Wars», Santa Barbara (California), ABC Clio, 2006.
  • Daniela Camurri, L'arte perduta. Le requisizioni di opere d'arte a Bologna in epoca napoleonica, Bologna, Minerva, 2003.
  • Daniela Camurri, Il sogno del Museo di tutte le arti: il Louvre, in I sogni della conoscenza, a cura di D. Gallingani, Firenze, CET, 2000, pp. 177–192.
  • Daniela Camurri, Milano 1809. la Pinacoteca di Brera e i musei in età napoleonica, Storia e Futuro, n. 22, marzo 2010.
  • Daniela Camurri, L'attività dell'Accademia Clementina tra salvaguardia e dispersione delle opere d'arte in Milano 1809. La Pinacoteca di Brera e i musei in età napoleonica, Milano, Electa Mondadori, 2010, pp. 206–213.
  • François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese, edizione speciale per il Corriere della Sera, "Storia Universale", vol. 15, 2004 [1965].
  • Chiara Pasquinelli, Furti d'arte in Toscana durante gli anni del dominio francese, Debatte editore, Livorno, 2006

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