Spoliazioni napoleoniche in Italia

spoliazioni attuate dalla Francia napoleonica
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Le spoliazioni napoleoniche[1][2], note anche come furti napoleonici[3][4], furono una serie di sottrazioni di beni, in particolare opere d'arte (ed in genere di opere preziose), attuate dall'esercito francese (o da funzionari napoleonici) in Italia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, ed Europa centrale durante l'età napoleonica. Le spoliazioni vennero costantemente perpetrate nell'arco di venti anni, dal 1797 fino al Congresso di Vienna nel 1815. Secondo lo storico Paul Wescher, le spoliazioni napoleoniche rappresentarono "il più grande spostamento di opere d'arte della storia", che provocò anche diversi danni in quanto "è difficile stabilire con esattezza quante opere d'arte di valore unico andarono distrutte o disperse in quei giorni"[5].

Ingresso a Parigi del corteo delle opere rubate da Napoleone dopo la prima Campagna d'Italia
Ricostruzione della Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga di Pieter Paul Rubens quale essa poteva apparire prima di essere tagliata dai francesi
Scuola di Atene, Raffaello, Vaticano. I funzionari napoleonici espressero l'obiettivo di staccare gli affreschi di Raffaello in Vaticano.

«Cittadino generale, il Direttorio esecutivo è convinto che per voi la gloria delle belle arti e quella dell'armata ai vostri ordini siano inscindibili. L'Italia deve all'arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama; ma è venuto il momento di trasferirne il regno in Francia, per consolidare e abbellire il regno della libertà. Il Museo nazionale deve racchiudere tutti i più celebri monumenti artistici, e voi non mancherete di arricchirlo di quelli che esso si attende dalle attuali conquiste dell'armata d'Italia e da quelle che il futuro le riserva. Questa gloriosa campagna, oltre a porre la Repubblica in grado di offrire la pace ai propri nemici, deve riparare le vandaliche devastazioni interne sommando allo splendore dei trionfi militari l'incanto consolante e benefico dell'arte. Il Direttorio esecutivo vi esorta pertanto a cercare, riunire e far portare a Parigi tutti i più preziosi oggetti di questo genere, e a dare ordini precisi per l'illuminata esecuzione di tali disposizioni.»

(Ordine del Direttorio a Napoleone Bonaparte, 1796)

«La Repubblica francese, con la sua forza e la superiorità del lume e dei suoi artisti, è l'unico paese al mondo che può dare una dimora sicura a questi capolavori. Tutte le altre nazioni devono venire a prendere in prestito dalla nostra arte.»

(Petizione degli artisti francesi al Direttorio, 1797)

Durante il Congresso di Vienna, le potenze vincitrici ordinarono l'immediata restituzione di tutte le opere sottratte, «senza alcun negoziato diplomatico”, sostenendo come «la spoliazione sistematica di opere d'arte è contraria ai principi di giustizia e alle regole della guerra moderna». Venne infine affermato il principio di come non ci potesse essere alcun diritto di conquista che permettesse alla Francia di detenere il frutto di spoliazioni militari e che tutte le opere d'arte dovessero essere restituite.[6]

Secondo la storica Mackay Quynn[7], gli stati europei, ma specialmente quelli italiani separati dalle Alpi dalla Francia, si trovarono davanti ad elevatissimi costi di trasporto e all'ostinata resistenza dell'amministrazione francese. I Prussiani, vedendosi negato l'accesso alle gallerie del Musée Napoléon, minacciarono di spedire in prigione in Prussia il Direttore Vivant Denon in persona se questi non avesse lasciato agire i propri ufficiali. La strategia dovette funzionare, se in meno di qualche settimana tutti i capolavori dei Prussiani erano pronti per l'imballaggio fuori dai cancelli dell'ex Musée Napoléon, divenuto Louvre[8]. La Spagna inviò funzionari dell'esercito insieme a un discreto numero di militari prima delle conclusioni del Congresso di Vienna, i quali, rompendo i portoni del Musée Napoléon, si ripresero tutte le opere con la forza. Anche Belgio ed Austria mandarono il proprio esercito, senza attendere la conclusione del Congresso di Vienna. Giova ricordare come i furti napoleonici ebbero lunghi strascichi nella storia europea. Durante la guerra franco-prussiana, la Germania di Bismarck chiese alla Francia di Napoleone III la restituzione delle opere d'arte ancora detenute dai tempi delle spoliazioni napoleoniche ma che non erano state restituite. Per quanto riguarda le città italiane, queste si mossero disunite, lente e disorganizzate, prive del supporto di un esercito nazionale, di un corpo diplomatico motivato, e nel disinteresse delle dinastie straniere ai simboli nazionali, oltre che a pagare di tasca propria le spese di spedizione[non chiaro][7].

In Italia le spoliazioni napoleoniche erano sconfinate nelle ruberie e nel vandalismo. Alla ricerca di oro e di argento, gli ufficiali francesi fusero il Gioiello di Vicenza del Palladio, e tentarono pure di fondere le opere del maestro orafo manierista Benvenuto Cellini[9]. I napoleonici tagliarono a pezzi il più grande Rubens in Italia, la Trinita Gonzaga, per poterlo vendere meglio sul mercato. Il tesoro della Basilica di San Marco venne fuso, il Bucintoro, la nave ammiraglia della flotta veneta, bruciata per recuperare l'oro delle decorazioni, l'Arsenale di Venezia, ancora colmo dei trofei militari della Serenissima, smantellato. I francesi cercarono in diverse occasioni di sviluppare delle tecniche che consentissero loro il distacco degli affreschi, con notevoli danni strutturali sia alle opere sia ai muri. Nel 1800 si tentò con la Deposizione di Daniele da Volterra nella cappella Orsini di Trinità dei Monti a Roma attraverso lo stacco a massello che provocò danni così seri all'intera struttura che la rimozione dovette essere interrotta e il muro restaurato da Pietro Palmaroli rinunciando a spedirlo a Parigi. Simili tentativi vennero effettuati presso la Chiesa di san Luigi dei Francesi, ma vennero abbandonati per i danni arrecati agli affreschi. Secondo lo storico dell'arte Steinmann, questi tentativi non vanno come episodi isolati, poiché il vero obiettivo degli ufficiali francesi era di riuscire a distaccare gli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane e di spedire in Francia la Colonna Traiana[10].

Per la Lombardia e il Veneto, che erano sotto gli Asburgo d'Austria, il governo di Vienna negoziò ma non richiese le opere d'arte portate via dalle chiese, come l'Incoronazione di spine è di Tiziano, commissionata per la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, che non fu restituita perché non fu richiesta ufficialmente al Governo francese. Il governo toscano, sotto gli Asburgo-Lorena, non richiese i capolavori sottratti alle chiese sostenendo che sarebbero serviti a pubblicizzare la grandiosità dell'arte toscana, lasciando così in Francia capolavori assoluti quali le stigmate di San Francesco di Giotto, la Maestà di Cimabue o L'Incoronazione della Vergine del Beato Angelico. Per Parma, sotto la ex-moglie di Napoleone, Maria Luigia, si adottò un'istanza mediatrice, lasciando metà delle opere in Francia e rimpatriandone l'altra metà. Il governo pontificio preferì non richiedere tutto, soprattutto i quadri conservati nei musei delle province francesi come molti Perugino sottratti alle chiese di Perugia, per non turbare la ri-cristianizzazione delle campagne francesi uscite dal giacobinismo. Antonio Canova, delegato dallo Stato della Chiesa ai rimpatri, era dotato di documentazione archivistica assai limitata, e si affidava ai funzionari dell'esercito austriaci. Secondo un catalogo pubblicato nel Bulletin de la Société de l'histoire de l'art français del 1936, dei 506 dipinti portati in Francia, 248 rimasero in Francia, 249 tornarono in Italia, 9 vennero indicati come non rintracciabili[11], raro caso in Europa di opere catalogate e non restituite.[12]

I cavalli bronzei di piazza San Marco vengono inviati a Parigi. Venezia, 1797.

StoriaModifica

Le celebrazioniModifica

 
Colonna Traiana, Foro Traiano. Il generale Pommereul, progettava di rimuovere la Colonna Traiana e spedirla in Francia[10], probabilmente tagliandola a pezzi. L'assistente di Pommereul, Daunon, scriveva tal proposito il 15 aprile 1798: "Spediremo un obelisco", in tal modo riferendosi alla colonna di Traiano.
 
La Maestà di Cimabue, in origine a Pisa nella chiesa di San Francesco, oggi conservata presso il Musée Napoléon, Parigi.
 
La Vergine col Bambino tra i santi Domenico e Tommaso d'Aquino è un affresco staccato di Beato Angelico, già nel convento di San Domenico a Fiesole, ed oggi conservato nel Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo. Risale al 1435 circa e misura 196 × 184 cm.

Nel giorno nono di Termidoro dell'anno VI (27 luglio 1798) prese luogo la più grande celebrazione di una vittoria militare che si fosse vista a Parigi fino a quel momento. L'evento è impresso su una famosa stampa presso la Biblioteca Nazionale di Parigi[13]. Questa mostra l'arrivo del primo convoglio con i beni confiscati al termine della Campagna d'Italia di Napoleone a Champ de Mars, di fronte all'École Militaire di Parigi. Per l'occasione erano stati ben potati gli alberi e chiamati gli studenti dell'Ecole Polythecnique a partecipare tra i pubblico. Nelle stampe d'epoca si notano i cavalli della Basilica di San Marco a Venezia su un carro trainato da sei cavalli, preceduto da uno con una gabbia di leoni e succeduto da quattro dromedari. Davanti un pannello che dichiara: "La Grèce les ceda; Rome les a perdus; leur sort changea deux fois, il ne changera plus" (la Grecia li cedette, Roma li ha persi, la loro sorte cambiò due volte, ora non cambierà più). In questa processione erano inclusi l'Apollo del Belvedere, la Venere de' Medici, il Discobolo, il Laocoonte, e una sessantina di altre opere tra cui nove Raffaello, due Correggio, collezioni minerali e antiquarie, diversi animali esotici, ma anche diversi manoscritti dal Vaticano datati prima del 900 d.C.[senza fonte] L'attenzione popolare era attratta dagli animali esotici e dalla Vergine di Loreto, ritenuta opera di San Luca e capace di realizzare miracoli.[senza fonte]

 
Polittico San Pietro, Perugino
 
Personificazione del Tevere con Romolo e Remo, marmo pentelico, ottenuto col Trattato di Tolentino, Musée Napoléon; Rimase al Musée Napoléon nel 1815 perché ritenuto troppo grande e pesante per il trasporto.

I francesi avevano giustificato le spoliazioni di opere d'arte sia in virtù al diritto di preda sia a teorie più oscure. Una petizione di artisti francesi riteneva che le opere servissero come ispirazione per il progresso delle arti repubblicane e per educare il pubblico francese come fecero i romani trasportando opere d'arte dalla Grecia a Roma.[senza fonte] Il luogotenente Hussars[non chiaro] riteneva che le opere fossero rimaste "imprigionate da troppo tempo...queste opere immortali non più in terra straniera, ma portate nella patria delle arti e del genio, nella patria delle libertà e della sacra eguaglianza: la Repubblica Francese"[senza fonte]. Ancora, "statue che i francesi hanno prelevato dalla degenere Chiesa Romana per adornare il grande Museo di Parigi, per distinguere i più nobili tra i trofei, il trionfo della libertà sulle tirannie, della conoscenza sulla superstizione"[senza fonte]. Ancora, il vescovo Henri Gregoire davanti alla Convenzione del 1794: "Se le nostre armate vittoriose entrassero in Italia, l'asportazione dell'Apollo del Belvedere e dell'Ercole Farnese sarebbe la più brillante delle conquiste. È la Grecia che ha decorato Roma: perché i capolavori delle repubbliche greche devono decorare il paese degli schiavi (i.e. l'Italia)? La Repubblica Francese dovrebbe essere la loro sede definitiva." Di fronte a queste rapine, alcuni come Quatremère de Quincy, allievo del Winckelmann, ricordò come le più grandi opere del genio umano, quali il Colosseo, Villa Farnesina, la Cappella Sistina o le Stanze vaticane, non potessero essere rimosse ed anzi sfidò la retorica dei dell'amministrazione napoleonica argomentando che per riscoprire le opere del passato, occorrerebbe "rivolgersi alle rovine in Provenza, investigare le rovine di Arles, Orange, e restaurare il bell'anfiteatro di Nîmes", invece di spogliare Roma.[senza fonte] In occasione del Trattato di Tolentino, Lettres à Miranda Quatremère de Quincy retierava l'esistenza di un forte rapporto che lega l'opera d'arte al luogo cui è stata destinata e il contesto in cui essa viene prodotta. Quatremère sosteneva che sradicando l'opera dal contesto in cui è stata creata e destinata venisse irrimediabilmente compromessa la sua leggibilità autentica, e ne assumesse una nuova, estranea alle sue finalità. Quatremère de Quincy credeva che l'arte italiana potesse essere soltanto studiata in Italia per essere pienamente compresa, biasimando le ruberie dei napoleonici.[14] A tal proposito si ricordi come il capo militare a Roma di Napoleone, il generale Pommereul, avesse progettato di per rimuovere la Colonna Traiana e spedirla in Francia[10], probabilmente tagliandola a pezzi. L'assistente di Pommereul, Daunon, scriveva tal proposito il 15 aprile 1798: "Spediremo un obelisco", in tal modo riferendosi alla colonna di Traiano. Questo proposito irrazionale venne solo bloccato dai costi di trasporto e dagli enormi ostacoli amministrativi pontifici che rallentarono il processo.[15]

 
Madonna col Bambino, sant'Anna e quattro santi, Pontormo, Musée Napoléon
 
Asclepio Albani, con restaurii del Cavaceppi; ottenuto grazie al Trattato di Tolentino; Musée Napoléon.

Il sacco d'ItaliaModifica

 
Bambino con oca, oggi al Musée Napoléon; scoperto nel 1792 presso la Villa dei Quintili sulla Via Appia, anticamente presso la Collezione Braschi e poi ceduto attraverso il Trattato di Tolentino

La prima campagna d'Italia aveva portato un grandissimo numero di oggetti di valore di tutti i tipi, da quando nel maggio del 1796 vennero firmati gli armistizi coi Ducati di Modena e di Parma fino e nel 1797 il Trattato di Tolentino con lo Stato della Chiesa e il Trattato di Milano con la Repubblica di Venezia. Milano era stata saccheggiata per prima e così le collezioni dei Gonzaga di Mantova. Ai duchi di Modena e Parma si era imposto di consegnare venti dipinti dalle loro collezioni private e dalle collezioni pubbliche, che presto diventarono 40, 50 e poi se ne perse il numero. In giugno, sia il Re di Napoli sia il Papa firmarono armistizi in cui si impegnavano a consegnare 500 manoscritti antichi dal Vaticano e un centinaio di dipinti e busti, specialmente i busti di Marco e Giunio Bruto Capitolino. I manoscritti vennero scelti da Joseph de la Porte du Theil, erudito francese che conosceva bene le biblioteche vaticane e prelevò tra gli altri la Fons Regina, la biblioteca della Regina Cristina di Svezia.

 
Pala Barbadori, dipinto da Fra Filippo Lippi, Musée Napoléon, Parigi
proveniente dalla sagrestia di Santo Spirito di Firenze
 
Sarcofago delle Muse, anticamente presso i Musei Capitolini, rastrellato dai funzionari francesi, oggi al Musée Napoléon

Il Papa fu obbligato a pagare le spese di trasporto dei manoscritti e delle opere fino a Parigi. Saccheggi avvennero anche nelle Biblioteca Apostolica Vaticana, le Biblioteca Estensi di Modena, Biblioteca capitolare di Monza, quelle di Bologna, Pavia e Brera ed infine nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Successivamente, il Trattato di Tolentino aggiungeva opere dai tesori di Ravenna, Rimini, Perugia, Loreto e Pesaro. In Vaticano, gli ufficiali napoleonici aprirono le stanze del Papa, spogliandole sia per arricchimento degli stessi ufficiali e sia per Napoleone, mentre i medaglioni in oro e argento del Vaticano venivano fusi[16]. La biblioteca privata di papa Pio VI venne comprata dal funzionario Daunou e nel 1809 la collezione di marmi del principe Borghese venne venduta a Napoleone, messo in gravi difficoltà finanziarie a causa della pesante tassazione patrimoniale imposta dai francesi. Il Principe Borghese non ottenne neanche tutte le somme promesse, ma venne pagato in terreni requisiti alla Chiesa e in diritti minerari in Lazio, che successivamente dovette restituire ai legittimi proprietari con il Congresso di Vienna[17]. W. Buchanan, un antiquario inglese, nel 1824 notava come Napoleone avesse «impostò una pesante tassazione sui principi e la nobiltà romana [...] che si era opposta alla sua armata, e, come notava che le sue richieste erano già corrisposte dai proprietari, rinnovava le richieste osservando che i proprietari di opere d'arte detenevano ancora antichi tesori: così fu che i Colonna, Borghese, Barberini, Chigi, Corsini, Falconieri, Spada e molte altre famiglie nobili di Roma furono obbligate […] a vendere i loro quadri […] per dimostrare che non avevano più i mezzi per sostenere il pagamento delle imposizioni»[17]. A Venezia, i cavalli di bronzo di San Marco, attribuiti per tradizione al bronzista di Alessandro Magno, Lisippo, vennero spediti a Parigi, la tela delle Nozze di Cana del Veronese venne tagliata in due e spedita al Musée Napoléon. L'Arsenale di Venezia venne smantellato e i cannoni, le armature più belle e le armi da fuoco vennero spedite in Francia ma vennero perduti perché la nave che li trasportava fu affondata dagli inglesi al largo di Corfù)[18]. Talvolta l'incompetenza dei commissari francesi incaricati delle requisizioni fece sì che alcuni capolavori rimanessero in loco, come fu per la Sacra conversazione di Piero della Francesca poiché ritenuta di scarsa importanza, o per La Velata di Raffaello poiché attribuita a Sustermans.[19]

 
Orazione nell'orto di Andrea Mantegna, Tours, Musée des Beaux-Arts
in origine a Verona presso San Zeno

Spoliazioni nel Ducato di ModenaModifica

L'armistizio tra Napoleone e il Ducato di Modena venne stipulato il 17 maggio a Milano da parte di san Romano Federico d'Este rappresentante del Duca Ercole III. La Francia richiedeva la consegna di venti dipinti dalle collezioni d'Este e una somma in denaro tripla rispetto a quella dell'armistizio con Parma. La prima spedizione venne curata da Giuseppe Maria Soli, direttore dell'Accademia Atestina di Belle Arti, che si occupo della selezione dei dipinti, che furono levati dagli appartamenti del Duca d'Este, e spediti a Milano nel 1796 coi commissari Tinet e Bethemly. Tuttavia, arrivati in Francia vennero giudicati mediocri da Lebrun e Napoleone dichiarò infranto l'armistizio col duca d'Este a causa della violazione delle clausole.

Il 14 ottobre, Napoleone entrò a Modena con due nuovi commissari Garrau e Saliceti che si recarono più volte a setacciare le gallerie delle medaglie e la galleria del palazzo ducale per prelevare la collezione di cammei e pietre dure incise. Il 17 ottobre, dopo aver prelevato dalla biblioteca ducale numerosissimi manoscritti e libri antichi, vengono spediti 1213 oggetti: 900 monete romane imperiali in bronzo, 124 monete dalla colonie romane, 10 monete d'argento, 31 contornati, 44 monete di città greche, 103 monete dei pontefici inviati alla Bibliothèque Nationale di Parigi e da allora li conservati.[20] La moglie Giuseppina nel febbraio del 1797 non fu da meno: alloggiando a Palazzo ducale di Modena volle vedere la collezione di cammei e pietre preziose, ma non si accontentò di guardarle e ne prese circa duecento, oltre a quelli di cui si impossessarono alcuni aiutanti di campo del marito che la accompagnavano. Vennero spediti al Musée Napoléon 1 300 disegni trovati nelle collezioni estensi[21], 16 cammei in agata, 51 pietre dure e diversi vasi in cristallo di rocca, dove si trovano da allora.[22] Il 20 ottobre vennero requisiti il busto di Lucio Vero e Marco Aurelio, un disegno della colonna traiana, e un altro coi busti degli imperatori. Saliceti e Garrau prelevarono a titolo personale diversi cammei con montatura in oro e oro smaltato. La seconda spedizione di dipinti avvenne il 25 ottobre, quando Tinet, Moitte e Berthelmy scelsero 28 dipinti da spedire a Parigi, insieme con altri 554 disegni, quattro album per un totale di 800 disegni. Numerosissimi dipinti della scuola emiliana rimasero in Francia:

 
Atena di Velletri, Musée Napoléon, ceduta con il Trattato di Firenze (1801)

Spoliazioni nel Ducato di Parma, Piacenza e GuastallaModifica

Con l'armistizio del 9 maggio 1796, il Ducato di Parma e Piacenza devono consegnare 20 quadri, poi ridotti a 16, identificati da commissari francesi. A Piacenza vengono scelte due tele conservate in Duomo di Piacenza: si tratta del Funerale della Vergine e gli Apostoli al sepolcro della Vergine di Ludovico Carracci, che vengono portate al Musée Napoléon. Nel 1803, per ordine del ministro Moreau de Saint Mery, furono tolti gli intagli e gli ornati di palazzo Farnese, da San Sisto il quadro dell’Incoronata coi SS. Anselmo e Martino di Giuseppe Mario Crespi, dal Duomo i due quadri del Lanfranco di Sant’Alessio e San Corrado, da San Lazzaro la tavola di S. Rocco opera di Giuseppe Ribeira. Ettore Rota pubblica alcune tabelle riassuntive: 55 opere dal ducato di Parma, Piacenza e Guastalla e 8 oggetti in bronzo da Velleia dei quali 30 opere restituite e 8 oggetti di bronzo restituiti.[23] Il San Corrado del Lanfranco e l’Incoronata dello Spagnolo rimangono in Francia dove sono ancora visibili. Le restanti opere risultano disperse. A Parma, a partire dal 1803, dopo la costituzione del Dipartimento del Taro da parte dei francesi, il museo archeologico ducale venne spogliato dei pezzi più prestigiosi, che furono portati a Parigi, come la Tabula alimentaria traianea e la Lex Rubria de Gallia Cisalpina.

 
Dioniso e poeta drammatico, ottenuto con il Trattato di Tolentino, Musée Napoléon

Spoliazioni nel Granducato di ToscanaModifica

 
Incoronazione della Vergine di Beato Angelico, in origine a Fiesole il convento di San Domenico, oggi conservata presso il Musée Napoléon, Parigi
 
Il Cammeo Gonzaga è un'opera della glittica arte ellenistica in sardonice (15,7x11,8 cm), databile forse al III secolo a.C. e conservato oggi nel Museo dell'Ermitage a San Pietroburgo

Le spoliazioni nel Granducato di Toscana vennero portate a termine dallo stesso direttore del Musée Napoléon, Vivant Denon.Tra l'estate e l'inverno 1811, setacciò prima Massa, Carrara, Pisa, poi Volterra e infine Firenze. Ad Arezzo, Vivant Denon prelevò L'Annunciazione della Vergine, dipinto da Giorgio Vasari, proveniente dalla soppressa chiesa di S. Maria Novella d’Arezzo, che all'epoca era tenuta in gran considerazione, mentre a Prato La Natività, dipinto da Fra Filippo Lippi, oggi al Musée du Musée Napoléon, proveniente dal Convento di Santa Margherita. In ciascuna annotò le opere da spedire a Parigi.

A Fiesole presso il Convento di San Domenico, vennero prelevati:

A Pisa Denon selezionò nove dipinti e un bassorilievo, ma di queste non tornarono diverse opere e a tutt'oggi rimangono in Francia:

 
San Tommaso d'Aquino fra i Dottori della Chiesa di Benozzo Gozzoli, oggi al Musée du Musée Napoléon, in origine proveniente dal Duomo di Pisa, particolare

A Firenze, Vivant Denon rovistò nel deposito del convento di Santa Caterina. Dalla chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi di Firenze spedì:

Dall’Accademia delle Belle Arti di Firenze a Firenze, Vivant Denon individuò:

Dalla chiesa di Santo S. Spirito di Firenze spedi:

Tra le altre opere inviate da Denon, si ricordano:

Spoliazioni nella Repubblica di VeneziaModifica

La commissione francese incaricata di spedire i capolavori in Francia era guidata da Monge, Berthollet, Berthélemy e Tinet, che in precedenza erano passati a Modena. Vennero fuse le opere in oro e argento accumulate nel corso di secoli presso la Zecca di Venezia e spedite in Francia.[24]

 
Nozze di Cana del Veronese, in origine presso il refettorio benedettino dell'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, oggi conservata presso il Musée Napoléon, Parigi.

Venne fuso il tesoro della Basilica di San Marco e con l'oro liquefatto furono pagati i soldati francesi.

 
Traiano Albani, ottenuto col Trattato di Tolentino, Musée Napoléon.

Gli ordini religiosi vennero abrogati e furono abbattute 70 chiese. Circa 30 000 opere d'arte sparirono o furono vendute[25]. Il Bucintoro, la nave ducale, fatta a pezzi assieme a tutte le sculture, che furono arse nell'isola di San Giorgio Maggiore per fondere la foglia d'oro che le ricopriva. L'Arsenale di Venezia venne smantellato, i cannoni, le armature più belle e le armi da fuoco vennero spedite in Francia[18]. Si fusero oltre 5.000 cannoni facenti parte dell'armeria - museo, nonché le armi antiche, i cannoni e le pietraie in ferro e in rame che erano il vanto dell'Arsenale e frutto delle conquiste e delle vittorie della Repubblica vennero spedite nei musei francesi.[26] Presso l'Hôtel National des Invalides conosciuto come Les Invalides, si ospita anche il celebre Musée de l'Armée. Il Museo è tra i più grandi musei d'arte e di storia militare del mondo, inclusi un cannone in bronzo di fattura veneziana, da 36 libre non destinato ad uso militare, fuso dalla Serenissima per celebrare l'alleanza tra il regno di Danimarca e di Norvegia e la Repubblica di Venezia, i cui emblemi sono posti ad ornamento dell'arma stessa. Il cannone i questione porta la data di fusione: Anno Salutis. MDCCVIII.[27] Le Nozze di Cana del Veronese un tempo presso il refettorio benedettino dell'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia a vennero tagliate in due e spedite al Musée Napoléon, dove si trovano ancora. La Pala di San Zeno del Mantegna, in origine a Verona presso San Zeno, venne tagliata e spedita in Francia. Le predelle sono oggi rimaste in Francia al Musée Napoléon mentre il pannello principale è tornato a Verona, rompendo l'autenticità del capolavoro per sempre. A Verona, la collezione Gazola di fossili dal monte Monte Bolca (in gran parte costituita da reperti di pesci appartenenti all'Eocene) venne confiscata nel maggio 1797 e depositata presso Museo nazionale di storia naturale di Francia a Parigi, dove si trova ancora oggi dal Settembre 1798. Sembra che Gazola fosse stato retrospettivamente compensato[28] con un'annuita dal 1797 e una pensione dal 1803. Ad ogi modo Gazola ricostitui una seconda collezione di fossili anch'essa confiscata e portata a Parigi nel 1806.[29] Nell'aprile 1797 i francesi rimossero il leone e le famose statue in bronzo dei cavalli di San Marco, che la tradizione attribuiva a Lisippo, il bronzista di Alessandro Magno. Quando Napoleone decise di commemorare le sue vittorie del 1805 e 1806, ordino la costruzione dell'Arco di Trionfo in piazza du carrousel e che i cavalli fossero posti in cima come unico ornamento dell'arco. Gli austriaci si premunirono di ottenere il recupero dei cavalli ma non delle glorie sottratte all'Arsenale, il Leone alato di San Marco tornò frammentato e dovette essere ricomposto[30].

Spoliazioni a MantovaModifica

A farne le spese a Mantova le opere di alcuni degli artisti più importanti che lavoravano per i Gonzaga. Tra le principali opere non restituite e provenienti da Mantova e dalle collezioni dei Gonzaga:

 
Trasfigurazione di Cristo, Rubens
  • Tentazioni di Sant’Antonio abate, di Paolo Veronese, tra le 10 tele del Duomo di Mantova, commissionate ad artisti veronesi e mantovani dal cardinale Ercole Gonzaga alla metà del millecinquecento. Oggi si trova al Museo di Caen, in Normandia.
  • Battesimo di Cristo, di Pietro Paolo Rubens per la cappella maggiore della chiesa della Trinità dei Gesuiti. L’opera si trovava sulla parete sinistra, di fronte alla Trasfigurazione. Il dipinto e nel Musee des beax arts di Anversa.
  • Trasfigurazione di Cristo, di Pietro Paolo Rubens per la chiesa dei Gesuiti. L’inaugurazione del trittico si tenne il 5 giugno 1605, festa della SS.Trinità, e le opere di Rubens diventarono subito una meta per i visitatori della città, oggi al Museo di Nancy.
 
L'Incoronazione di spine è un dipinto a olio su tela, misurante 303x180 cm, eseguito dal pittore italiano Tiziano Vecellio tra il 1542 e il 1543. È conservato nella stanza 6 dei dipinti italiani, all'interno del Musée du Musée Napoléon di Parigi.

Spoliazioni nella LombardiaModifica

I francesi entrarono a Milano nel 1796 in concomitanza con la prima Campagna d'Italia di Napoleone. Nel maggio 1796 a Milano ancora si combatteva al Castello Sforzesco che già il commissario Tinet era all'Ambrosiana, dove requisiva il disegno preparatorio di Raffaello per la Scuola di Atene al Vaticano, dodici disegni e il Codice Atlantico di Leonardo, il prezioso manoscritto delle Bucoliche di Virgilio con le miniature di Simone Martini, e cinque paesaggi dipinti da Jan Brueghel per Carlo Borromeo conservati presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano dal 1673.[31] L'Incoronazione di spine, eseguita da Tiziano Vecellio tra il 1542 e il 1543 su commissione della Confraternita della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, fu spedito al Musée Napoléon. Il Codice Atlantico venne restituito non-integro all'Ambrosiana. Infatti diversi fogli del Codex sono conservati a Nantes e a Basilea, mentre tutti gli altri quaderni e scritti autografi di Leonardo sono conservati nella Bibliothèque National de France di Parigi.[32] Dalla Pinacoteca di Brera, vennero prelevate:

Spoliazioni nel Regno di SardegnaModifica

Con l'armistizio di Cherasco, 100 opere italiane e fiamminghe vennero cedute alla Francia. Torino venne ammessa al territorio francese e la scuola piemontese non era conosciuta, quando non era considerata marginale. Ciò evitò un massiccio prelievo di opere che si vide invece nei territori delle repubbliche sorelle. L'attenzione francese si rivolse a documenti, codici dei Regi Archivi e ai pittori di scuola fiamminga nelle collezioni sabaude. In occasione del rimpatrio del Martirio di Santo Stefano di Giulio Romano alla città di Genova, Vivant Denon, direttore del Museo del Louvre, sostenne che l'opera era stata "offerta in omaggio al governo francese dal consiglio comunale di Genova" e che il trasporto avrebbe messo a rischio la fragilità dell'opera, ben sapendo tuttavia che l'opera era stata sostanzialmente confiscata come tributo culturale e dando contestualmente ordine al ministero degli interni francese di bloccare alla dogana l'opera senza menzionarne né la fragilità né la legittimità delle istanze piemontesi[33].

Spoliazioni nel Regno di NapoliModifica

Nel 1799, il generale Jean Étienne Championnet attuò la stessa politica nel Regno di Napoli, come risulta da una missiva inviata al direttorio il 7 ventoso anno VII (25 febbraio 1799):[34]

«Vi annuncio con piacere che abbiamo trovato ricchezze che credevamo perdute. Oltre ai Gessi di Ercolano che sono a Portici, vi sono due statue equestri di Nonius, padre e figlio, in marmo; la Venere Callipigia non andrà sola a Parigi, perché abbiamo trovato nella Manifattura di porcellane, la superba Agrippina che attende la morte; le statue in marmo a grandezza naturale di Caligola, di Marco Aurelio, e un bel Mercurio in bronzo e busti antichi del marmo del più gran pregio, tra cui quello d'Omero. Il convoglio partirà tra pochi giorni.»

Le spoliazioni napoleoniche non furono limitate ai dipinti e alle sculture, ma riguardarono anche i patrimoni librari e le oreficerie. Gran parte di questi oggetti preziosi non fecero più ritorno. Durante l'occupazione francese, il danno al patrimonio culturale ed artistico napoletano fu immenso. Un durissimo colpo venne inferto nel 1799 con l'arrivo a Napoli dei francesi e la breve istituzione della Repubblica Napoletana: temendo il peggio, l'anno precedente Ferdinando aveva già trasferito a Palermo quattordici capolavori. I soldati francesi depredarono infatti numerose opere: dei millesettecentottantatré dipinti che facevano parte della collezione, di cui trecentoventinove della collezione Farnese e il restante composto da acquisizioni borboniche, trenta furono destinati alla Repubblica, mentre altri trecento vennero venduti, in particolar modo a Roma. Diverse opere d'arte presero la via della Francia a causa delle spoliazioni napoleoniche al Musee Napoleon, ovvero l'attuale Museo del Louvre. Secondo il catalogo francese del 1936[35], nessuna delle opere d'arte ritorno in Italia.[36] A titolo di esempio:

Spoliazioni nello Stato della ChiesaModifica

Durate l'occupazione francese, i funzionari napoleonici divennero avidamente interessati al distacco degli affreschi. Per dare un senso delle dimensioni delle spoliazioni perpetrate in Italia, lo storico dell'arte Steinmann[10] ha documentato come i francesi avessero ambizioni grandiose a Roma. Le intenzioni del capo militare a Roma di Napoleone, il generale Pommereul, il quale voleva cercare di trovare un modo per rimuovere la Colonna Traiana e spedirla in Francia[10]. Tuttavia il vero obiettivo, come scriveva Steinmann, era di staccare gli affreschi nelle Stanze Vaticane di Raffaello e spedirle in Francia.

Durante l'occupazione francese, numerose opere d'arte vennero spedite in Francia come spoliazioni napoleoniche[37], e la maggior parte di queste non fece più ritorno. Secondo il catalogo francese del 1936[38], le opere che erano conservate a Palazzo Braschi fino a prima del periodo napoleonico e che non vennero restituite, sono:

  • Ritratto equestre dell'ambasciatore di Spagna, Van Dyck, portata al Musée Napoleon, oggi Museo del Louvre
  • Uomo seduto ai piedi di un albero, Viruly, portata al Musee Napoleon, oggi Musée Napoléon, e poi andata persa durante i recuperi del Canova
  • I venditori cacciati dal tempio, di Manfredi, portata al Musée Napoleon e poi andata persa durante i recuperi del Canova
  • La Vergine, Gesù e San Giovanni Battista, di Giulio Romano, portata al Musée Napoleon
  • San Francesco, di Albani, portata al Musee Napoleon, oggi Musée Napoléon
  • Vergine e Gesù, di Fasolo, portata al Musee Napoleon, oggi Musée Napoléon
  • La Vergine di Loreto, copia da Raffaello, portata al Musée Napoleon
  • Emmaus, di Strozzi, oggi al Musée de Grenoble
  • San Sebastiano, dell'Orbetto, oggi al musée de Bordeaux

Dalla chiesa di San Francesco a Ripa:

Da villa Albani

  • Il Salvatore del mondo, Carlo Dolci, portato al Musée Napoleon
  • Vergine e Gesù, Fasolo, portato al Musée Napoleon
  • Vergine e Gesù, Vannucci, portato al Musée Napoleon

A Todi presso il Convento di Montesanto, il cronista padre Cesario da Montegiove, prima di iniziare a parlare dell'anno 1810, esclama: «Passiamo, mio lettor, con mesto volto/ al secol ladro, lussurioso e stolto». Infatti, l'11 giugno del 1810, il governo francese, guidato dall'imperatore Napoleone Bonaparte, ordinò ai frati di fare l'inventario di tutta la roba, e costrinse la famiglia religiosa ad abbandonare il Convento, per far posto ad un ospizio. I frati dovettero abbandonare la casa religiosa per farvi ritorno solo nel 1815, quando la persecuzione della Chiesa da parte del governo francese cessò.

Spoliazioni in altri paesi europeiModifica

Origini degli attritiModifica

La campagna delle fiandre ha origine dall'inasprirsi delle controversie tra il Club dei Giacobini e il gruppo politico dei girondini, a seguito della caduta della monarchia. Giacobini e girondini, nonostante appartengano entrambi alla sinistra repubblicana, contrari all'assolutismo monarchico, ed entrambi siano i fautori delle libertà civili e dei diritti dell'uomo, hanno tra di loro un rapporto ostile, che viene evidenziato ancora di più il 10 agosto 1792, quando Luigi XVI viene fatto prigioniero. Da quel momento la necessità diventa quella di assicurare al paese una nuova identità politica nazionale. Nel frattempo, nello stesso anno, eventi come il riaccendersi del conflitto con la Prussia, e i Massacri di settembre, anticipano quella che poi diventerà la rivoluzione vera e propria. Carlo Guglielmo Ferdinando, duca di Brunswick - Wolfenbüttel e militare prussiano minaccia inoltre di assediare Parigi se solo qualcuno avesse fatto del male al re francese Luigi XVI o alla sua famiglia[39]. La reazione del popolo al ricatto è inaspettata: anziché scappare di fronte al nemico ormai alle porte, la comunità viene pervasa dall'odio antimonarchico che funge da guida per la difesa della patria e la difesa di tutte le conquiste perseguite dal 1789. I sostenitori della monarchia e i preti refrattari, vengono prima incarcerati e poi uccisi: inizia un bagno di sangue che costituisce il preambolo e l'espressione fisica della psicosi generale che di lì a poco investirà il dibattito politico tra le differenti fazioni all'interno dell'Assemblea[40]. Nonostante però il clima di incertezza, dovuto al vuoto politico dato dalla caduta dell'Ancien Régime, e la pressione psicologica e militare delle sconfitte prussiane avevano infervorato gli animi contro il re, i monarchici e il clero, all'interno dell'Assemblea il dibattito verte su ben altri temi: il sospetto che qualche gruppo politico stia attentando alla vita della neonata Repubblica con lo scopo di imporre un governo tirannico alla nazione, e quindi il desiderio di scoprire di chi si tratta.

I Rivoluzionari dichiarano guerra a Prussia e AustriaModifica

Il 27 agosto del 1791 viene firmata la Dichiarazione di Pillnitz, con cui l'imperatore del Sacro Romano impero, Leopoldo II, nonché Re di Ungheria e Boemia e fratello di Maria Antonietta (di lì a breve sostutito da Francesco II d'Asburgo-Lorena, Re di Ungheria e Boemia) assieme a Federico Guglielmo II di Prussia, dichiarano il loro interesse nei confronti delle condizioni di Luigi XVI. La dichiarazione dell'interesse per la politica francese non era il fulcro dell'accordo, che invece riguardava la spartizione della Polonia, ma si presentava più come la concessione di un proficuo favore al Conte di Artois: il conte infatti rappresentava la moltitudine di nobili francesi, sfollati a seguito della Grande Paura, i cosiddetti "émigrés", che si erano precipitati nei territori limitrofi e strepitavano per un intervento armato delle monarchie europee contro la Francia rivoluzionaria. L'intenzione della dichiarazione era quella di ammonire l'Assemblea affinché quest'ultima lasciasse a Luigi XVI la libertà di scegliere la forma di governo più consona ma, soprattutto e più onestamente, il velato ammonimento mirava a salvaguardare l'incolumità stessa del sovrano e auspicava la rinascita della monarchia. La Dichiarazione viene letta dall'Assemblea come un'intollerabile intromissione nella politica interna della Francia, alla stregua di una vera e propria minaccia.[41] Questo fatto rinsalda l'opinione pubblica a favore di un conflitto armato: il popolo, effettivamente, non ebbe scelta davanti alla concretizzazione di uno dei suoi peggiori timori, ovvero l'organizzazione di un complotto degli emigrati e delle potenze europee per la restaurazione della monarchia. Il 20 aprile del 1792, l'Assemblea dichiara ufficialmente guerra alla Prussia e all'Austria, pur non potendo contare su un esercito qualitativamente addestrato. La guerra viene combattuta nelle sue prime fasi lungo i confini orientali del territorio francese e non ebbe risvolti positivi per i rivoluzionari. Longwy cade e Verdun viene assediata dalle truppe di Brunswick, le quali continuano la loro avanzata verso le porte della capitale francese. Le armate francesi vengono invece ripartite tra i generali Charles François Dumouriez e François Christophe Kellerman: il piano di Dumouriez, a capo delle armate del nord, era quello di invadere i Paesi Bassi austriaci, ma fu costretto a virare verso est e stanziarsi nelle Argonne al fine di bloccare l'avanzamento dell'armata prussiana verso la capitale. Ai primi di settembre i prussiani, sotto la guida di Brunswick, riescono a forzare il valico della Croix-de-Bois e a costringere Dumouriez a ripiegare sulla vicina Sainte-Ménehould; il 19 le truppe di Kellerman riescono a ricongiungersi all'esercito di Dumouriez e lo scontro ha luogo già il giorno successivo, in concomitanza alla creazione dell'Assemblea costituente che avrebbe votato la fine della monarchia e la proclamazione della prima Repubblica francese. Entrambi gli eserciti, prussiano e francese, avevano dalla loro parte pro e contro: i primi erano debilitati dagli scarsi approvvigionamenti, i secondi erano numericamente inferiori e composti per lo più da soldati inesperti e indisciplinati; mentre i prussiani potevano moralmente contare su due precedenti vittorie, i francesi, appostati sulle alture delle Argonne, erano in una posizione strategicamente vantaggiosa. A sferrare il primo colpo fu il duca do Brunswick, sollecitato dal re prussiano a causa delle continue pressioni degli emigrati, che speravano di riprendere il prima possibile la marcia verso Parigi. La battaglia di Valmy non fu un evento militare straordinario dal punto di vista tattico e strategico, ma fu fondamentale e determinante per il futuro andamento della guerra. Il suo successo spesso viene attribuito dal contributo morale dato dal generale Kellerman.

Invasione dei Paesi Bassi austriaciModifica

La Battaglia di Valmy è sicuramente il primo successo della Repubblica contro le forze austro-prussiane e viene ottenuto grazie alle masse, anche se impreparate, di volontari patrioti che sarebbero morti pur di non lasciar avanzare il nemico e che contro ogni previsione, ebbero la forza di restare unite e compatte contro il nemico. La vittoria ha talmente così una grande risonanza che Danton, politico e rivoluzionario francese, ordina subito a Dumouriez di oltrepassare i confini dei Paesi Bassi austriaci. Dall'altra parte nel frattempo le truppe di Brunswick si ritirano perché più interessate a difendere le proprie pretese in Polonia, che in quel momento erano minacciate da Caterina II di Russia. La vittoria di Valmy fa capire chiaramente come le leggi della guerra sono cambiate: i nuovi eserciti moderni, composti per lo più da volontari che combattono per l'amore e la difesa della patria, non possono competere con gli eserciti mercenari delle monarchie. I conflitti si spostano in territorio nemico e dopo una serie di brevi scontri, il 6 novembre, con la battaglia di Jemmapes, i rivoluzionari riescono ad avere la meglio e a portare a casa la prima vittoria sul suolo belga. La scontro fu molto diverso da quello di Valmy, infatti, Michelet racconta appassionatamente come l'esercito francese, sguarnito di rifornimenti ed equipaggiamenti, ridotto alla fame e svestito, era ancora più numeroso di quello della battaglia precedente, composto da migliaia di volontari uniti da un "unico cuore".[42] I tre schieramenti francesi presenti nel territorio belga e guidati da Dumouriez e dai generali Thouvenot e Luigi Filippo d'Orléans per diventare ancora più efficienti decidono di unirsi sotto un unico comando: un violento e massiccio attacco frontale sancisce la vittoria dei francesi e costringono le truppe di Francesco II a ritirarsi e a lasciare di lì a breve l'intero Belgio in mano ai rivoluzionari. Entro la fine di dicembre la maggior parte dell'odierno Belgio, ormai libero dalle truppe austriache, passa sotto il dominio della Repubblica Francese: il 14 novembre Bruxelles accoglie senza troppi tentennamenti le truppe di Dumouriez, il 28 i giacobini belgi del principato di Liegi accolgono con entusiasmo le truppe rivoluzionarie francesi, al punto da distruggere, in un atto di violenza simbolica, anticlericale e anti monarchico, la cattedrale di San Lamberto, il 30 è il turno di Anversa e il 2 dicembre a Namour. A seguito di questa prima conquista dei Paesi Bassi meridionali, corrispondenti approssimativamente all'odierna Vallonia e al Lussemburgo, e al principato di Liegi, l'esercito rivoluzionario si prepara, sotto la guida di Dumouriez, a marciare verso nord per conquistare le Fiandre belghe e passare i confini della repubblica delle Sette Province unite. Fin dagli inizi del 1793 gli esiti della restante Campagna delle Fiandre sono negativi per la Francia rivoluzionaria, fintantoché essa dovette occuparsi principalmente dei suoi contrasti politici interni e delle ribellioni cattolico-realiste scoppiate in Vandea. La decapitazione di Luigi XVI, il 21 gennaio del 1793, ha una duplice ripercussione: da un lato si levarono proteste da parte di chi era ancora fedele al re e al cattolicesimo, dall'altra fece riunire le maggiori potenze europee in un'unica coalizione antifrancese che già nel marzo dello stesso anno, riesce a far indietreggiare l'esercito rivoluzionario. La politica militare dell'esercito francese si inasprisce verso la fine del 1793 le offensive riprendono. Per risollevare gli altalenanti esiti sul fronte belga viene inoltre nominato, al fianco del generale Jean-Charles Pichegru, Jean-Baptiste Jourdan: quest'ultimo guida l'ultima grande azione rivoluzionaria per la conquista del Belgio, ovvero la battaglia di Fleurus, del 26 giugno 1794. Il 27 luglio 1794 i rivoluzionari francesi conquistano il Belgio, ma non, come avevano professato inizialmente per liberarlo, bensì per inglobarlo.

I furti in BelgioModifica

Dopo la conquista del Belgio, quindi in pieno clima anti monarchico, ogni simbolo che fosse riconducibile all'Ancien Régime e, più precisamente ad ogni forma di tirannia che ponesse in uno stato di sudditanza l'uomo, doveva essere eliminato dalla storia e doveva celebrare l'inizio di una nuova epoca, ovvero quella della ripartizione democratica dei poteri e della garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo. Ancor prima di scagliarsi contro le opere e i luoghi rappresentativi dell'Ancien Régime, le masse popolari prendono d'assalto le chiese e i monasteri. L'iconoclastia e le depredazioni artistiche avvenute nelle chiese rappresentano l'estrema reazione di un astio popolare che tuttavia furono atti legalizzati dall'Assemblea. Le opere prelevate da conventi, monasteri e chiese servivano ad estinguere i debiti ereditati dall'antico regime: queste vengono raccolte e messere in specifici depositi[43].

L'instaurazione del dominio francese in Belgio e le conseguenti spoliazioni artistiche inizialmente non suscitano, nella popolazione belga, particolare malcontento. Le opere d'arte vengono scelte e giudicate da commissioni, ovviamente con conoscenze artistiche, create appositamente per decidere quali devono essere tolte dalla loro terra di appartenenza e mandate a Napoleone. Interessante notare la differenza che intercorre tra le requisizioni artistiche operate in Francia e quelle operate in Belgio: le prime avevano lo scopo di conservare per i posteri il patrimonio artistico a prova dell'identità storica della nazione, le seconde invece si configurano come un'opera di salvataggio, di protezione dal degrado e dalla corruzione. Le requisizioni in Belgio sembravano delle opere caritatevoli e altruiste da parte della Francia illuminata verso le altre nazioni europee. Le prime confische iniziano dopo l'occupazione del 1792 ma solo con l'occupazione definitiva del 1794 ha inizio un vero e proprio sistema di requisizioni. Le confische durano fino al 1795, fino al momento in cui la popolazione inizia a mostrare i primi segnali di malcontento. Sono quasi 200 le opere sottratte al Belgio e portate in Francia ad occupare posti nei musei regionali e specialmente nell'appena nato museo del Louvre. Fra queste opere, circa una quarantina sono di Pieter Paul Rubens, tra cui una delle più importanti "Ultima cena", e non tutte fecero ritorno in patria o rimasero in Francia, infatti uno scambio importante avviene tra il Museo Louvre di Parigi e la Pinacoteca di Brera.

Museo del Musée NapoléonModifica

Napoleone attuò nel campo dei beni culturali una politica di spoliazione delle nazioni vinte, incamerando opere d'arte dai luoghi di culto del clero, dalle corti reali e dalle collezioni nobili e private delle famiglie dell'Ancien régime[4] che, a scopi propagandistici, trasferiva in prima battuta nel palazzo del Musée Napoléon di Parigi dove aveva voluto nel 1795 il Musée des Monuments Français oltre che in altri musei di Francia.

La collezione del Museo del Musée Napoléon, che oggi conosciamo come Museo del Louvre, fu inizialmente costituita da reperti tratti dalle collezioni borboniche e dalle famiglie nobili francesi, oltre che da fondi ecclesiastici. Ma già in occasione della prima campagna di guerra nei Paesi Bassi (1794-1795) incamerò oltre 200 capolavori di pittura fiamminga, tra i quali almeno 55 Rubens e 18 Rembrandt.[4] Con la successiva Campagna d'Italia del 1796 portò in Francia altri 110 capolavori grazie all'armistizio di Cherasco (1º maggio 1796).[4] Stessa sorte subirono, con il trattato di Tolentino (22 gennaio 1797), numerose opere d'arte dello Stato Pontificio. La politica di trasferimento in Francia dei beni dei territori italiani occupati rispondeva a un preciso ordine del direttorio, che il 7 maggio 1796 inviò a Bonaparte le seguenti direttive:

«Cittadino generale, il Direttorio esecutivo è convinto che per voi la gloria delle belle arti e quella dell'armata ai vostri ordini siano inscindibili. L'Italia deve all'arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama; ma è venuto il momento di trasferirne il regno in Francia, per consolidare e abbellire il regno della libertà. Il Museo nazionale deve racchiudere tutti i più celebri monumenti artistici, e voi non mancherete di arricchirlo di quelli che esso si attende dalle attuali conquiste dell'armata d'Italia e da quelle che il futuro le riserva. Questa gloriosa campagna, oltre a porre la Repubblica in grado di offrire la pace ai propri nemici, deve riparare le vandaliche devastazioni interne sommando allo splendore dei trionfi militari l'incanto consolante e benefico dell'arte. Il Direttorio esecutivo vi esorta pertanto a cercare, riunire e far portare a Parigi tutti i più preziosi oggetti di questo genere, e a dare ordini precisi per l'illuminata esecuzione di tali disposizioni[44]

Proprio i trattati di pace furono lo strumento legale usato da Napoleone per legittimare queste spoliazioni: tra le clausole faceva rientrare la consegna di opere d'arte (oltre all'imposizione di tasse a titolo di tributi di guerra). Queste stesse opere erano già state individuate in precedenza da una specifica commissione composta da specialisti,[45] al seguito del suo esercito, guidata dal barone Vivant Denon che seguì personalmente, a questo scopo, sette campagne di guerra. Tutte le opere di maggior pregio erano destinate al Musée Napoléon, mentre quelle meno importanti furono collocate nei musei francesi di provincia (Reims, Arles, Tours).

La Restaurazione e le restituzioniModifica

All'indomani della sconfitta di Napoleone nella battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) i regni d'Europa inviarono a Parigi propri commissari artistici ed eserciti per pretendere la restituzione delle opere (per esempio Antonio Canova partecipò in rappresentanza dello Stato Pontificio).[4][46]

Come scriveva il Courier di Londra il 15 ottobre 1815, l'opinione pubblica nei paesi alleati protestava contro l'arroganza dei francesi: " gli ufficiali francesi tornano a Parigi, e, girando senza uniforme, aizzano il popolo. Al ritirarsi delle truppe alleate, l'insolenza dei parigini aumenta. Vogliono la rimozione degli articoli sulle opere d'arte. Perché? In base a quale diritto? Il diritto di conquista? Ebbene, non hanno loro perso già due volte? Insistono a invocare il diritto di preda? Allora perché non consentiamo agli Alleati di saccheggiare la Francia di ogni opera che valga la pena di rimuovere e che avevano in proprietà fino al periodo di Bonaparte?". Come diceva Lord Liverpool ai rappresentanti inglesi a Parigi "La parte ragionevole del mondo sta con chi vuole la restituzione ai proprietari. È desiderabile, in punto di politica da perseguire, rimuoverli dalla Francia, poiché ricordano le memorie delle loro conquiste e alimentano la vanità e lo spirito militare della loro nazione".[47] Ancora, il Corriere di Londra scriveva: "Il Duca di Wellington arriva alle conferenze diplomatiche con una nota in mano in cui si richiede espressamente che tutte le opere vengano restituite ai legittimi proprietari. Ciò ha generato grande attenzione, e i Belgi, che hanno enormi richieste da fare, e sono stati ostinatamente opposti alla permanenza delle opere d'arte in Francia, non hanno aspettato che gli venisse detto che potevano incominciare a riprendersi ciò che vi era di loro. I valorosi Belgi sono già sulla via per la restituzione dei loro Rubens e dei loro Potter".

I Prussiani furono i primi a muoversi con re Federico Guglielmo II, che delegò von Ribbentropp, trisavolo di Ribbentropp, insieme a Jacobi, di occuparsi delle restituzioni. Questi ordinarono a Vivant Denon di restituire tutti i tesori prussiani, ma il direttore del Musée Napoléon oppose la mancanza di una specifica autorizzazione da parte del governo francese. Von Ribbentropp allora minacciò di mandare soldati prussiani a prelevare le opere e portare Denon in prigione in Prussia se non avesse lasciato agire Jacobi. In meno di qualche settimana, tutti i tesori prussiani erano fuori dal Musée Napoléon e in deposito per la spedizione in Prussia[48]. I prussiani aiutarono anche gli altri stati tedeschi settentrionali a recuperare le loro opere. Nel settembre 1814, l'Austria e la Prussia ottennero indietro tutti i loro manoscritti. La Prussia recuperò tutta la statuaria, 10 Carnach e 3 Correggio. Il Duca di Brunswich ottenne 85 dipinti, 174 porcellane di Limoges, 980 vasi in majolica.

Quando i soldati olandesi arrivarono al Musée Napoléon, Vivant Denon negò loro accesso e scrisse allora a Talleyrand allora al Congresso di Vienna: "Se cediamo alle richiese di Olanda e Belgio, neghiamo al museo uno dei più importanti cespiti, quello dei fiamminghi (...) La Russia non è contraria, l'Austria ha già ottenuto tutto indietro, praticamente anche la Prussia. C'è solo l'Inghilterra, che non avrebbe niente da chiedere indietro, ma che siccome ha appena rubato i Marmi Elgin dal Partenone, ora pensa di poter far competizione con il Musée Napoléon, e vuole spogliare questo museo per raccoglierne le briciole "[49]. I francesi volevano tenere i trofei raccolti da Napoleone ed argomentavano che tenere le opere d'arte in Francia fosse un gesto di generosità nei confronti dei paesi di provenienza ma anche un tributo all'importanza di ciascun paese.

Il 20 settembre 1814, Austria, Inghilterra e Prussia si accordarono che tutti gli oggetti d'arte dovessero essere restituiti ai loro proprietari. Lo Zar non era parte di questo accordo, e si oppose, avendo appena acquistato per l'Hermitage diverse opere d'arte vendute frettolosamente dai discendenti di Napoleone e avendo ricevuto in dono dalla stessa Giuseppina Bonaparte un cameo vaticano di Tolomeo e Arsinoe noto come Cammeo Gonzaga[50].

Per quanto riguarda le città italiane, queste si erano mosse tardi e in modo disorganizzato, a causa della loro divisioni. Solo per quanto concerne i dipinti, su 506 opere catalogate che avevano preso la via della Francia, infatti, ne fu restituita meno della metà, 249 opere. Il Duca di Brunswick da solo ottenne 85 dipinti e tutti i suoi 980 vasi di maiolica. Le opere rimanenti (per la gran parte dallo Stato Pontificio, ma anche del Ducato di Modena e del Granducato di Toscana) rimasero invece in Francia. Il 24 ottobre 1815, terminate le trattative, fu organizzato un convoglio di 41 carri che, scortato da soldati prussiani, giunse a Milano da dove le opere d'arte furono instradate verso i legittimi proprietari sparsi per la penisola. Le collezioni di camei, disegni e altre opere minori rimasero in Francia e ne vennero perse le tracce.

Il 24 ottobre 1815, 41 carri trainati da 200 cavalli per un peso complessivo di 49 tonnellate, lasciò Parigi per raggiungere l'Italia. Accolti da un popolo esultante, esultò anche Giacomo Leopardi nel 1818 per le opere «ritornate alla patria».[51]

 
Ares Borghese, Musée Napoléon

Degna di nota la vicenda dei cavalli di San Marco. Secondo il corrispondente del Courier di Londra: «Ho appena visto che gli austriaci stanno togliendo i cavalli in bronzo dall'arco. L'intera corte delle Tuileries e la piazza de Carousel sono riempite da reparti di fanteria e cavalleria austriaci in armi; nessuno è autorizzato ad avvicinarsi; le truppe ammontano a diverse migliaia; folle di francesi in tutte le vie di accesso danno sfogo alle loro emozioni con grida ed imprecazioni [...]»[52]. Il Leone alato della Serenissima in bronzo era stato issato su una fontana agli Invalides. Quando gli operai cercarono di rimuoverlo, cadde a terra e si ruppe in migliaia di pezzi, con grande risate e delizia della folla di francesi ivi accorsa[53].

A differenza delle confische di opere d'arte in Olanda, Belgio e paesi renani dal 1794 al 1795 da parte dei funzionari del direttorio, Napoleone legalizzò tutte le cessioni di opere d'arte attraverso trattati in Italia. Le restituzioni amareggiarono i francesi, al punto che lo stesso Stendhal ebbe poi a scrivere «Gli alleati hanno preso 1150 dipinti. Spero che mi sia permesso di sottolineare che noi li abbiamo acquisiti per mezzo di un trattato, quello di Tolentino. […] Gli alleati, invece, si prendono i nostri dipinti senza trattato»[54]. In altre parole, le acquisizioni francesi erano legalizzate attraverso trattati, le appropriazioni degli alleati erano mere confische.

 
Vecchio macellaio, ottenuto col Trattato di Tolentino, Musée Napoléon


 
Omero Caetani, marmo pentelico, ottenuto col Trattato di Tolentino; Musée Napoléon

Restituzione, smantellamento ed ereditàModifica

 
Imperatrice Sallustia Orbiana, ottenuta col Trattato di Tolentino, Musée Napoléon

L'Immacolata Soult di Murillo, dal nome del maresciallo francese Nicolas Jean-de-Dieu Soult che la requisì durante le guerre napoleoniche e la portò a Parigi, i cui eredi nel 1852 lo cedettero allo Stato francese (che l'acquistò per 615.300 franchi d'oro, la cifra più alta pagata fino ad allora per un quadro), venne collocata al museo del Musée Napoléon fino al 1941, quando la tela venne scambiata con il Ritratto di Maria Anna d'Austria di Diego Velázquez, e ceduta alla Spagna tra il Regime di Vichy e la Spagna di Francisco Franco.

Come ricordato, tra il 1814 ed il 1815 il Museo Napoléon venne smantellato (sebbene alcune opere vi rimasero intenzionalmente o dimenticate). Paul Wescher sottolineò ciò che rimase di quell’esperienza, scrivendo “Il grande Museo di Napoleone non finì tuttavia con la dispersione materiale dei suoi capolavori. Il suo esempio stimolante gli sopravvisse a lungo, contribuendo in modo decisivo alla formazione di tutti i musei europei. Il Musée Napoléon, museo nazionale di Francia, aveva dimostrato per la prima volta che le opere d’arte del passato, anche se raccolte dai principi, appartenevano in realtà ai loro popoli, e fu questo principio (con l’eccezione della collezione reale britannica) a ispirare i grandi musei pubblici dell’800.” Paul Wescher sottolineò ancora come “Il ritorno delle opere d’arte trafugate ebbe poi, di per se stesso, un effetto notevole e inatteso.... Esso contribuì a creare la coscienza di un patrimonio artistico nazionale, coscienza che nel ‘700 non esisteva.”

Nel 1994, l’allora direttore generale del Ministero dei Beni Culturali, Francesco Sisinni, riteneva che ci fossero le condizioni culturali per il rientro delle Nozze di Cana del Veronese. Nel 2010, lo storico Ettore Beggiatto, già assessore regionale del Veneto ai lavori pubblici e consigliere regionale per quindici anni, scrisse una lettera all'allora première dame Carla Bruni per sollecitare il ritorno dell’opera medesima.[55]

Diverse personalità pubbliche si sono pronunciate sulle opere oggi in Francia a seguito delle spoliazioni napoleoniche. Alberto Angela dichiara " È pieno di opere sottratte da Napoleone con i fucili spianati; quando giro tra quelle sale e leggo il cartellino Campagna d'Italia avverto un moto di fastidio profondo: vuol dire che è stata razziata"[56].

L'Egitto ha fatto richiesta di restituzione della Stele di Rosetta scoperta ed esportata dall'Egitto al British Museum dopo l'occupazione francese dell'Egitto. Zahi Hawass, autorità suprema per le antichità egiziane, all'indomani della restituzione da parte del Musée Napoléon delle pitture staccate dalla tomba Tetiki, sovrano della 18ª dinastia sepolto a Luxor che il Musée Napoléon aveva acquistato in violazione delle norme internazionali sulla circolazione di opere d'arte, ha affermato: «Non ci fermeremo. Ora vogliamo ottenere anche la restituzione di altri sei reperti conservati al Musée Napoléon, fra i quali lo Zodiaco di Dendera». Lo Zodiaco di Dendera venne tagliato e spostato in Francia durante la Restaurazione ed è oggi al Musée Napoléon.

Tabella riassuntiva del catalogo francese del 1936Modifica

Il Bulletin de la Société de l'histoire de l'art publicò una ricerca abbastanza dettagliata sulla situazione delle opere confiscate in Italia e parzialmente restituite. Vi si indicava anche dove fossero state redistribuite molte opere poi rilasciate dal Louvre ad altri musei e istituzioni francesi.[57]

Luogo e data di prelievo Opere prelevate Recuperate nel 1815 Rimaste in Francia Opere disperse
Milano. Maggio 1796 19 6 11 2
Cremona. Giugno 1796 6 2 4
Modena. Giugno 1796 20 10 10
Parma. Giugno 1796 15 12 3
Bologna. Luglio 1796 31 15 16
Cento. Luglio 1796 12 6 6
Livorno. Luglio 1796 1 0 1
Modena. Ottobre 1796 30 11 19
Loreto. Febbraio 1797 3 1 2
Perugia. Febbraio 1797 30 10 20
Mantova. Febbraio 1797 4 0 4
Foligno. Février 1797 1 1 0
Pesaro. 1796 7 3 4
Fano. 1797 3 0 3
Roma. 1797 13 12 1
Verona. Mai 1797 14 7 7
Venezia. Settembre 1797 18 14 4
TOTALE 1796-1797 227 110 115 2
Roma. 1798 14 0 14
Torino. 1799 66 46 20
Firenze. 1799 63 56 0 7
Torino. 1801 3 0 3
Napoli. 1802 7 0 7
Roma (San Luigi dei Francesi). 26 0 26
Parma. 1803 27 14 13
TOTALE 1798-1803 206 116 83 7
Savona. 1811 6 3 3
Genova. 1811 9 6 3
Chiavari. 1811 2 1 1
Levanto. 1811 1 1 0
La Sapienza. 1811 1 1 0
Pisa. 1811 9 1 8
Firenze. 1811 9 0 9
Parma. 1811 5 2 3
Foligno. 1811 1 1 0
Todi. 1811 3 2 1
Perugia. 1811 10 5 5
Milano (Brera). 1812 5 0 5
Firenze. 1813 12 0 12
TOTALE 1811-1813 73 23 50
TOTALE GENERALE 506 249 248 9

Non rientrate in Italia (elenco parziale)Modifica

Non rientrate in CampaniaModifica

NapoliModifica

Non rientrate in Emilia romagnaModifica

Modena e ReggioModifica

ParmaModifica

BolognaModifica

Non rientrate in LombardiaModifica

MilanoModifica

MantovaModifica

Non rientrate in ToscanaModifica

FirenzeModifica

Non rientrate nelle MarcheModifica

Non rientrate in UmbriaModifica

Dalla Basilica di San Pietro di Perugia:

Dalla Chiesa di Sant'Agostino di Perugia[61]:

  • La Vergine in gloria, san Antonio abate, e santa Lucia, del Barocci, oggi al Louvre, sequestrato il 27 febbraio 1797 e portato a Parigi il 27 Luglio 1798 al museo del Louvre nel 1798, poi nella chiesa di Notre Dame nel 1802 e quindi di nuovo al Musée Napoléon/Louvre dal 1804
  • Quattro santi, san Luigi Gonzaga e la Vergine, del Guercino, sequestrato il 31 Luglio 1797, a Parigi al Musée du Louvre nel 1798, poi spostato al Musée de Bruxelles nel 1801
  • Polittico di Sant'Agostino (Perugino)
    • Giovane santo con spada, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi al Louvre
    • Sant Bartolomeo, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi al museo di Birmingham
    • San Giovanni Evangelista, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi al Museo di Tolosa
    • Santa Apollonia, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi distrutto col bombardamento di Strasburgo
    • Vergine, Gesu san Gerolamo e sant'Agostino, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi al Museo di Bordeaux
    • Discesa dalla Croce, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi al Museo del Louvre
    • San Ercolano e San Giacomo Maggiore, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi al Museo di Grenoble
    • San Sebastiano e santa Apollonia, del Perugino, sequestrato il 27 febbraio 1797, a Parigi dal 27 luglio 1798, oggi al Museo di Lione

Non rientrate in VenetoModifica

Opere ritornate (elenco parziale)Modifica

Ritornate in Italia (elenco parziale)Modifica

Ritornate in Austria (elenco parziale)Modifica

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

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BibliografiaModifica

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