Kareem Abdul-Jabbar

cestista e allenatore di pallacanestro statunitense

Kareem Abdul-Jabbar, nato Ferdinand Lewis Alcindor jr. (New York, 16 aprile 1947), è un ex cestista e allenatore di pallacanestro statunitense, professionista nella NBA, considerato uno dei migliori giocatori della storia. Fuori dal campo si è distinto come scrittore, attore e attivista.

Kareem Abdul-Jabbar
Kareem Abdul-Jabbar May 2014.jpg
Abdul-Jabbar nel 2014
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 218 cm
Peso 102 kg
Pallacanestro Basketball pictogram.svg
Ruolo Centro
Allenatore
Termine carriera 1989 - giocatore
2011 - allenatore
Hall of fame Naismith Hall of Fame (1995)
Carriera
Giovanili
1961-1965Power Memorial Academy
1965-1969UCLA Bruins
Squadre di club
1969-1975Milwaukee Bucks467 (14 211)
1975-1989L.A. Lakers1 093 (24 176)
Carriera da allenatore
2000L.A. Clippers(vice)
2002Oklahoma Storm17-13
2005-2011L.A. Lakers(vice)
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.
 

Conosciuto in precedenza come Lew Alcindor[1], nel 1971 cambiò nome in seguito alla conversione all'Islam. Abdul-Jabbar frequentò la Power Memorial Academy di New York City con cui vinse tre campionati liceali consecutivi.[2] È stato poi reclutato dall'Università della California - Los Angeles dove ha giocato per coach John Wooden con i Bruins, vincendo tre campionati NCAA consecutivi e tre premi di Most Outstanding Player consecutivi, ancora oggi record. Eleggibile per il draft 1969, è stato scelto con la prima scelta assoluta dai Milwaukee Bucks, franchigia fondata l'anno prima, vincendo poi il premio di Rookie of the Year. Oltre a questo, con i Bucks ha vinto il titolo del 1971, venendo eletto MVP delle Finali, e 3 premi di MVP della regular season. Prima dell'arrivo di Giannīs Antetokounmpo, era leader di franchigia in punti ed è tuttora leader in rimbalzi, tutto ciò in sole 6 stagioni. Nel 1975, è stato ceduto ai Los Angeles Lakers, con i quali ha vinto altri 3 MVP della regular season. Dal 1979, anno dell'arrivo di Magic Johnson a Los Angeles, ha fatto parte del cosiddetto Showtime, durante il quale ha vinto 5 titoli e un MVP delle Finali. Nel 1989, a 42 anni, annuncia il suo ritiro.

In 20 anni di NBA le squadre di Abdul-Jabbar hanno raggiunto i playoff 18 volte, le finali 10 volte e conquistato il titolo 6 volte (1971, 1980, 1982, 1985, 1987, 1988). È l'unico giocatore ad aver vinto 6 MVP della regular season (1971, 1972, 1974, 1976, 1977, 1980), 3 con i Bucks e 3 con i Lakers. È stato nominato 2 volte MVP delle Finali (1971, 1985). È stato selezionato 19 volte per l'All-Star Game (record condiviso con LeBron James) e inserito 15 volte negli All-NBA Team e 11 volte negli All-Defensive Team.

Con 38.387 punti, Abdul-Jabbar è rimasto il miglior marcatore della storia della NBA per quattro decenni, fino al 7 febbraio 2023, quando è stato superato da LeBron James a Los Angeles. È ancora primo nella storia per tiri dal campo realizzati (15.837) e partite vinte (1.074). Fino al 1996 è stato primo nella storia per stoppate (3.190), raggiunto prima da Hakeem Olajuwon poi da Dikembe Mutombo. È inoltre terzo nella storia per rimbalzi (17.440), dietro ai suoi predecessori Wilt Chamberlain e Bill Russell. Con 5.660 è il centro con più assist di tutti i tempi.

È considerato il migliore giocatore collegiale della storia[3][4][5] e uno dei migliori giocatori NBA di sempre.[6][7][8] Ad oggi i maggiori media sportivi tendono a classificare Abdul-Jabbar al terzo posto tra i migliori della storia, generalmente dietro a Michael Jordan e Lebron James.[9][10][11][12][13][14][15][16][17]

All'infuori dello sport ha intrapreso la carriera di scrittore, pubblicando diversi libri, alcuni dei quali diventati bestseller.[18] Molto attivo sui social, in particolare Twitter, Abdul-Jabbar è solito parlare di attualità, anche tramite articoli inediti per periodici di spessore come TIME, The Guardian, The Hollywood Reporter, HuffPost, Newsweek e altri.[19] Si è anche cimentato nel mondo del cinema e della televisione,[20] spesso nel ruolo di cameo o guest star oltre che aver svolto il ruolo di narratore per gli speciali Black Patriots di History, che gli sono valsi due nomination ai Primetime Emmy Award come miglior narratore, nel 2020 e nel 2022.[21][22]

Fin da giovane è impegnato nella lotta per i diritti civili degli afroamericani,[23][24] seguendo l'esempio di grandi personalità quali Martin Luther King e Malcolm X. Nel 2016 ha ricevuto dal presidente Barack Obama la medaglia presidenziale della libertà e l'NBA gli ha dedicato il Social Justice Champion Award, premio conferito al giocatore più impegnato nel sociale.

BiografiaModifica

InfanziaModifica

Ferdinand Lewis Alcindor Jr. nasce ad Harlem, New York, figlio unico di Cora Lillian (1918-1997) e Ferdinand Lewis Alcindor Sr. (1919-2005).[25] Nel 1950 la famiglia si trasferisce nei Dyckman Street Projects di Inwood, quartiere di Upper Manhattan.[25] Sua madre, di discendenza Cherokee, era alta 180 cm e lavorava come impiegata in un grande magazzino.[26] Suo padre, soprannominato Big Al, era alto 190 cm e suo nonno, nativo di Trinidad e di origine Yoruba, superava i 200 cm. Alcindor Sr. era un musicista jazz, istruito alla Juilliard School, solito suonare nei locali di New York.[27] Oltre alla musica, svolgeva anche il ruolo di agente di polizia ferroviara. Al tempo a New York non era cosa comune vedere poliziotti afroamericani, che ricoprivano appena il 5% del NYPD, soprattutto in relazione alle rivolte della popolazione nera nei confronti delle autorità che avevano caratterizzato la storia recente di Harlem.[28] Abdul-Jabbar parlerà approfonditamente di come ha vissuto la cosa nel saggio Black Cop's Kid, oltre che nella sua autobiografia Giant Steps, pubblicata nel 1983.[28]

Vista la mancanza di fratelli e la presenza dei genitori limitata dai rispettivi lavori, Alcindor Jr. si ritrovò spesso a dover affrontare la solitudine.[29] Al tempo tra le sue passioni spiccavano il jazz, con particolare attenzione a Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Thelonius Monk, a cui fu introdotto dal padre, il baseball, in quanto tifoso dei Brooklyn Dodgers, poi spostati a Los Angeles, e i libri.[30][27] Fu la sua statura a indirizzarlo verso la pallacanestro. Alcindor Jr. è infatti sempre stato molto alto per la sua età, tanto da creargli disagio durante l'adolescenza.[31] Alla nascita misurava 57 cm di lunghezza. All'età di nove anni era già alto 173 cm. In terza media era alto 203 cm e poteva schiacciare, rendendolo già a quell'età una leggenda locale.[25][31]

FamigliaModifica

Abdul-Jabbar conobbe la futura moglie Janice Brown, anch'essa di New York, al college. I due si sposarono nel 1971, quando lei, cristiana, si convertì all'Islam e assunse il nome arabo Habiba Abdul-Jabbar, seguendo le orme del marito.[32] Kareem e Habiba si separarono nel 1973, anche se continuarono ad avere figli insieme, e infine divorziarono nel 1978.[32] Con la moglie ebbe due figlie, Habiba e Sultana, e un figlio, Kareem Jr., che giocò a basket alla Western Kentucky University, ma non lasciò il segno da professionista.[33] Si frequentò poi con Cheryl Pistono, conosciuta nel 1977, con cui ebbe un figlio, Amir, ma non si sposò mai.[34] Ebbe poi un quinto figlio, Adam, con cui apparì nella sitcom Gli amici di papà.[35]

Nella notte del 30 gennaio 1983 la casa di Abdul-Jabbar situata a Bel Air, nell'area di Los Angeles, andò a fuoco in seguito a un incendio.[36][37] In quel momento era fuori città a giocare la stagione regolare con i Lakers. Nella casa c'erano la fidanzata Cheryl, il figlio Amir e altre quattro persone.[38] Tutti si salvarono senza riportare ferite dopo essersi svegliati ed essere riusciti a scappare in tempo. L'incendio distrusse il 90% dell'abitazione di 650 metri quadri, come comunicato dai vigili del fuoco. Tra le cose distrutte vi furono foto di famiglia, vestiti, premi sportivi e intere collezioni di tappeti persiani, testi sacri e album jazz.[36][39] La collezione di album jazz, particolarmente cara a Abdul-Jabbar, contava circa 3.000 LP che furono tutti distrutti. Tornato a Los Angeles, Abdul-Jabbar ricevette un grande supporto dai tifosi, molti dei quali gli inviarono o portarono nuovi album.[36][40]

Problemi di saluteModifica

Fin da quando giocava in NBA Abdul-Jabbar soffre di emicrania e per ridurre i sintomi ricorre spesso all'uso di cannabis, cosa che ha portato a conseguenze legali.[41][42][43]

Nel novembre 2009 annunciò che nel dicembre 2008 gli fu diagnosticata una rara forma di leucemia, la leucemia mieloide cronica, un tumore del sangue e del midollo osseo.[44][45] Nel febbraio 2011 dichiarò pubblicamente su Twitter che la possibilità di cancro fosse ridotta al minimo possibile.[46][47] Abdul-Jabbar è diventato portavoce di Novartis, la società che produce Glivec, il farmaco contro la sua malattia.[48]

Nell'aprile 2015 Abdul-Jabbar fu ricoverato in ospedale quando gli fu diagnosticata una malattia cardiovascolare a cui seguì un intervento di quadruplo bypass coronarico presso l'UCLA Medical Center.[49][50]

Caratteristiche tecnicheModifica

 
La statua celebrativa di Abdul-Jabbar posta fuori dalla Crypto.com Arena di Los Angeles che lo ritrae nell'azione di un gancio cielo

Abdul-Jabbar è stato una minaccia nel post basso, venendo comparato al centro che aveva dominato gli anni sessanta, Wilt Chamberlain. Era un giocatore snello, il che gli conferiva velocità, agilità ed eleganza, caratteristiche rare per un centro dell'epoca. Tuttavia aveva anche meno resistenza contro gli altri centri della lega, cosa che avrebbe potuto rivelarsi un problema. A tal proposito, soprattutto negli ultimi anni di carriera, Abdul-Jabbar cominciò sistematicamente a guadagnare peso arrivando anche a 120 kg, in modo da renderlo più competitivo.[51] In attacco non aveva problemi, grazie al suo gancio cielo, diventando uno dei marcatori più precisi della storia. Era dominante anche in difesa grazie alla sua abilità di stoppare i tiri degli avversari. Era anche un ottimo rimbalzista difensivo, facendo affidamento sulla sua altezza. Dotato di leadership, veniva soprannominato dai compagni Captain (spesso abbreviato in Cap).[52][53]

Fu il giocatore più longevo della storia, poi superato da Robert Parish.[54] Abdul-Jabbar fece affidamento al fitness.[54] Durante i suoi ultimi anni fu accusato di non dare il massimo in campo, in quanto restava spesso in difesa mentre la squadra attaccava o tirava i tiri liberi. In realtà si trattò di una strategia di Pat Riley per fargli risparmiare energia, essendo il gioco dei Lakers dello Showtime incentrato sulla rapidità dei contropiedi. Abdul-Jabbar rispose in questo modo alle critiche: "Devo giocare dai 42 ai 45 minuti a notte. Se hai fretta e corri furiosamente, è controproducente. Sarai sfinito proprio nel momento in cui la squadra ha bisogno di te".[55]

Il gancio cieloModifica

L'abilità migliore in assoluto di Abdul-Jabbar era il gancio cielo (in inglese skyhook), mossa da lui inventata e portata in NBA e che è diventata il suo marchio di fabbrica.[56] Ad oggi viene considerato il tiro più infermabile mai visto.[57][58][59][60][61]

Il tiro viene eseguito tenendo il corpo tra la palla e l'avversario: tiene lontano il difensore con un braccio e alza la palla distendendo l'altro, rilasciandola nel punto più alto del movimento.[62] Le braccia lunghe e l'altezza di Abdul-Jabbar portavano la palla così in alto che era difficile afferrarla o stopparla senza commettere goaltending (infrazione di gioco che consiste nel bloccare la palla in parabola discendente). Il punto più alto del gancio cielo poteva raggiungere anche 4,9 metri. Abdul-Jabbar poteva eseguire il movimento con entrambe le mani, quindi da tutti i lati del campo, e anche da grandi distanze. L'agilità e la precisione caratteristiche di Abdul-Jabbar resero il gancio cielo letale.[63]

«Non abbiamo vinto i campionati senza il più grande giocatore della storia, che ha avuto la più grande arma della storia. Lo skyhook era inarrestabile. Ultimo minuto della partita, la palla va a qualcuno. Kareem era quel qualcuno e sarà sempre quel qualcuno.»

(Pat Riley, 2023[64])

Come spiegò, Abdul-Jabbar imparò il movimento in quinta elementare mentre si esercitava con il Mikan Drill, un allenamento che consisteva nell'eseguire layup prima con una mano poi con l'altra, catturando ogni rimbalzo tra un tiro e l'altro e che puntava a migliorare il ritmo e l'efficacia di centri ed ali.[63] Per evitare che il suo gancio venisse stoppato da dietro, John Wooden gli consigliò di eliminare il tipico movimento ampio del gancio tradizionale, tenendo invece la palla vicino al corpo e tirando con un movimento più dritto.[63]

ReputazioneModifica

«La mia timidezza e introversione di quei giorni mi perseguitano ancora. I fan si sono sentiti offesi, i giornalisti insultati. Non è mai stata mia intenzione. Quando sei esposto al pubblico ogni giorno della tua vita, la gente pensa che tu cerchi attenzioni. Per me è stato l'opposto. Amavo giocare a basket ed ero estremamente gratificato dal fatto che così tanti fan apprezzassero il mio gioco. Ma quando ero fuori dal campo, mi sentivo a disagio.»

(Kareem Abdul-Jabbar[65])

Fuori dal campo Abdul-Jabbar dava la percezione di essere un tipo difficile, sia verso i fan che verso la stampa.[66][67] La sua timidezza passò per scontrosità e indifferenza agli occhi del pubblico.[68] Durante le interviste non approcciava i giornalisti, spesso li ignorava e dava l'impressione di non volere essere lì, tra scene mute e risposte secche.[69][70] Non gli piaceva il contatto fisico e spesso non si limitava neanche a una stretta di mano.[69][70] Dai fan sembrava infastidito: spesso non salutava e non firmava autografi, nonostante i compagni di squadra facessero l'opposto.[69][70][71]

Abdul-Jabbar si è espresso in più occasioni sul suo atteggiamento passato, affermando che all'epoca sosteneva di non avere tempo e di non dovere nulla a nessuno e che la sua mentalità fosse in parte dovuta a tutto ciò che aveva passato, che lo portò ad essere sospettoso.[72] Secondo lui, ciò lo frenò dal ricevere offerte da allenatore o contratti pubblicitari.[68][73] Abdul-Jabbar sostiene che se avesse giocato nell'era dei social media ne avrebbe tratto beneficio, in quanto avrebbe potuto spiegarsi al fine di non essere frainteso.[74]

High SchoolModifica

Come high school Alcindor frequentò la Power Memorial Academy, scuola cattolica privata di New York City, entrando nella squadra di basket allenata da coach Jack Donohue.[75] Donohue si impegnò a proteggere il giocatore dai giornalisti e i due svilupparono un rapporto stretto. Le cose si complicarono quando l'allenatore utilizzò un termine razzista per motivare Alcindor, dicendo che si stava comportando da negro (in inglese nigger).[76][77] In seguito i due si riconciliarono grazie a una chiamata favorita da John Wooden, coach di Alcindor al college.[78]

Sul campo Alcindor vinse tre campionati New York City Catholic consecutivi, venendo nominato in tutti e tre i casi High School All-American.[79] Già all'età di 15 anni era diventato un fenomeno nazionale e il prospetto liceale più seguito. Alcindor grazie alle sue abilità offensive inarrestabili, tra cui figurava già il gancio cielo, portò la squadra a una incredibile striscia di 71 vittorie consecutive, interrotta il 30 gennaio 1965 dalla DeMatha Catholic High School in una partita passata alla storia.[80] Complessivamente Alcindor, che fu ribattezzato The Tower from Power, totalizzò 2.067 punti e 2.002 rimbalzi, entrambi record di New York, e perse solo 6 partite su più di cento giocate. Ad oggi viene considerato uno dei migliori giocatori liceali mai visti.[79][81][82][83]

CollegeModifica

 
Lew Alcindor a UCLA

Conferito il diploma, Alcindor si trovò davanti numerose università pronte ad accoglierlo. Alla fine scelse l'Università della California di Los Angeles, meglio nota come UCLA e la cui squadra di pallacanestro, i Bruins del leggendario John Wooden, arrivava da due titoli NCAA vinti di fila (1964, 1965).

L'anno da freshmanModifica

Fino al 1972, secondo le regole dell'NCAA, gli atleti del primo anno (freshman) non potevano giocare partite universitarie, bensì avevano una squadra apposita.[84] La prima partita di Alcindor ad UCLA fu una partita pre stagione che si teneva ogni anno tra la squadra dei freshmen, di cui faceva parte, e la squadra universitaria, in cui sarebbe entrato l'anno seguente. Al Pauley Pavilion, palazzetto inaugurato quello stesso anno, furono presenti 12.051 fan. Nonostante la squadra universitaria era classificata come prima della nazione e aveva vinto gli ultimi due campionati, i freshmen, tra cui figuravano altri High School All-American come Lucius Allen, Kenny Heitz e Lynn Shackelford, si imposero vincendo 75-60. Alcindor mise a referto 31 punti e 21 rimbalzi, confermandosi il fenomeno visto alla Power.[85][86] Ad UCLA non era mai successo che la squadra delle matricole vincesse contro la prima squadra, che venne definita dalla United Press International "seconda migliore squadra del campus".[87] Quell'anno i freshmen guidati da Alcindor conclusero la stagione con un record di 21 vittorie e 0 sconfitte.[86]

Gli anni in prima squadra: sophomore, junior e seniorModifica

The "Lew Alcindor" Rule

Prima dell'inizio della stagione 1967-68, la NCAA implementò una nuova regola, che sarebbe rimasta in vigore per i successivi 10 anni. Questa regola proibiva ai giocatori di schiacciare, ovvero, per definizione, di segnare direttamente da sopra il cilindro del canestro. L'organizzazione motivò la scelta affermando che "la schiacciata non è un tiro di abilità", nel senso che si basa solo sull'altezza del giocatore, e che era causa di infortuni.[88][89]

In realtà, si pensò la scelta fosse legata proprio a Lew Alcindor e alla dominanza offensiva che aveva mostrato l'anno prima. Lo stesso giocatore commentò il fatto sostenendo che la mossa nascondesse del razzismo, in quanto la maggior parte degli atleti che schiacciavano erano neri.[90] Il suo coach gli consiglio però di lasciare stare le polemiche e di utilizzare la regola a proprio vantaggio per sviluppare e perfezionare abilità offensive estranee alla schiacciata, tra cui il suo leggendario gancio cielo che lo portò a dominare il campionato senza mai schiacciare.

Il debutto con la squadra universitaria avvenne il 3 dicembre 1966 nella vittoria di 105-90 contro USC, in cui Alcindor totalizzò 56 punti, battendo il record di punti segnati al debutto e il record della scuola di punti segnati in una singola partita appartenente a Gail Goodrich. Dopo la partita Alcindor comparì sulla copertina del noto magazine sportivo Sports Illustrated presentato come "The New Superstar". Il 25 febbraio 1967 batté il suo stesso record segnandone 61 contro Washington State. Con una media di 29 punti e 15,5 rimbalzi Alcindor guidò UCLA a un record di 30 vittorie e 0 sconfitte, dominando e vincendo il campionato nazionale.[91] Quell'anno Alcindor vinse inoltre il suo primo premio di Most Outstanding Player, conferito appunto al miglior giocatore della stagione.[92]

La stagione successiva Alcindor subì un graffio alla cornea dell'occhio sinistro nella partita contro l'Università della California di Berkeley del 12 gennaio 1968 dopo un contatto con un avversario nel tentativo di catturare un rimbalzo. Per l'infortunio dovette saltare due partite. Per di più, solo pochi giorni dopo, con Alcindor non ancora al pieno della forma, arrivò la prima sconfitta per UCLA dal suo arrivo, nel cosiddetto "Game of the Century" (in italiano La Partita del Secolo) del basket collegiale.[93][94][95] Si tratta della partita contro gli Houston Cougars dell'Università di Houston che si tenne all'Astrodome, palazzetto della città texana, e a cui assistettero dal vivo 52.693 tifosi.[96] Quella fu la prima partita della stagione regolare NCAA ad essere trasmessa a livello nazionale in prima serata. Fino a quel momento venivano infatti trasmesse solo le partite dei playoff.[94] L'ultima volta che Bruins e Cougars si erano affrontati fu in occasione delle semifinali del campionato 1967, quando i losangelini si imposero per 73-58 per poi battere i Dayton Flyers in finale. Da quella semifinale i Cougars, guidati da coach Guy Lewis e dall'ala di 206 metri Elvin "Big E" Hayes, non avevano più perso una partita. D'altra parte anche UCLA proveniva da una striscia di 47 risultati positivi che durava da 2 stagioni e mezzo. Houston vinse per 71-69 grazie a un super Hayes da 39 punti e 15 rimbalzi. Dall'altra parte Alcindor con soli 15 punti e tre tiri stoppati proprio da Hayes.[95] Nonostante la disfatta, i Bruins ebbero modo di rifarsi nella semifinale del campionato 1968 quando batterono i Cougars 101-69 limitando Hayes, che in quella stagione viaggiava a 37,7 punti di media, a soli 10 punti.[96] Sports Illustrated presentò la partita sulla copertina della rivista intitolandola "Lew's Revenge: The Rout of Houston" (in italiano La Rivincita di Lew: La Disfatta di Houston).[79][97] Battuti i Cougars, i Bruins batterono anche i Tar Heels dell'Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, assicurandosi il secondo titolo consecutivo. Alcindor concluse la stagione con 26,2 punti e 16,5 rimbalzi di media e vinse nuovamente il premio di Most Outstanding Player.[92]

 
Alcindor taglia la retina del canestro per celebrare la vittoria del campionato NCAA 1969

Nella sua terza e ultima stagione a UCLA, Alcindor non saltò neanche una partita, compresa la sua seconda e ultima sconfitta collegiale, arrivata l'8 marzo 1969 contro USC. La sconfitta è avvenuta nel palazzetto di UCLA per 46-44 e fu il risultato di una strategia del coach di USC Bob Boyd che consisteva nel tenere la palla il maggior tempo possibile, in quanto all'epoca non c'era ancora il cronometro dei 24 secondi.[98] Il che limitò Alcindor, che riuscì a prendersi solo quattro tiri e concludere con 10 punti. Nonostante ciò, i Bruins dominarono il campionato vincendo la finale contro i Purdue Boilermakers dell'Università Purdue, dove, tra l'altro, si laureò coach Wooden nel 1932. Alcindor concluse la stagione con 24 punti e 14,7 rimbalzi di media, conquistando, oltre il terzo titolo consecutivo, anche il terzo premio di Most Outstanding Player consecutivo, rendendolo, ancora oggi, l'unico in grado di farlo.[92] Infine completò gli studi e conseguì una laurea in storia, materia molto amata da Alcindor, che in seguito dichiarerà che se non avesse sfondato nella pallacanestro avrebbe insegnato la materia da professore.[30][99]

Il rapporto con Coach WoodenModifica

 
John Wooden negli anni sessanta

La più grande influenza da giocatore per Alcindor fu il suo allenatore al college, John Wooden. Wooden allenò ad UCLA per 28 anni vincendo 11 campionati, che lo rendono il più vincente della storia del basket collegiale. È stato uno degli allenatori più stimati della pallacanestro, grazie alle sue lezioni, sia di vita che di sport, e al rapporto che aveva con i suoi giocatori, tra tutti Bill Walton e Lew Alcindor.

Alcindor, ormai Abdul-Jabbar, parlerà del loro rapporto nel suo libro Coach Wooden and Me: Our 50-Year Friendship On and Off the Court pubblicato nel 2017, a sette anni dalla morte di Wooden.[100]

A primo impatto i due sembrano incompatibili. Wooden è un uomo di mezza età bianco originario dell'Indiana, mentre Alcindor è un adolescente afroamericano nativo di New York.[27][78] Lo stesso Alcindor aveva dei pregiudizi nei confronti del nuovo coach visto l'episodio controverso avvenuto pochi mesi prima che lo aveva allontanato da Jack Donohue, suo allenatore del liceo, e che aveva vissuto come un vero e proprio tradimento di fiducia nei suoi confronti.[76] Tra i due nacque invece un'amicizia che si protrasse per quasi 50 anni. Cominciata come un semplice rapporto allenatore-giocatore a UCLA, si evolse durante gli anni di Abdul-Jabbar in NBA, raggiungendo l'apice quando tornò a Los Angeles da giocatore dei Los Angeles Lakers e i due ricominciarono a frequentarsi.[78]

«Dal primo giorno del mio primo anno fino all'ultimo allenamento del mio ultimo anno, abbiamo corso. E poi corso ancora. Non c'era via di scampo nel programma di basket di John Wooden. Lo fai finché non lo fai bene, e poi lo fai di nuovo. La filosofia di base che ho imparato in quei lunghi pomeriggi mi ha permesso di estendere la mia carriera professionale a vent'anni, più di qualsiasi altro giocatore. La filosofia di coach Wooden ha dimostrato di essere una lezione per la vita per me. Quando devo tenere un discorso, lo scrivo, poi lo leggo, poi lo rileggo ancora. Il mio avversario sono io stesso.»

Alcindor rimase sorpreso dall'approccio all'educazione che Wooden aveva.[76] Per lui il basket era temporaneo mentre la conoscenza era per sempre, per questo vedeva i suoi giocatori prima di tutto come studenti ed esigeva da loro una buona media scolastica. Il metodo di Wooden si basava sulla cosiddetta Piramide del Successo, sistema piramidale inventato da lui stesso che metteva a confronto una serie di valori che riguardavano sia la pallacanestro che l'atleta come individuo e che miravano a renderlo una persona migliore.

Alcindor ha descritto Wooden come uno dei primi pionieri dei diritti civili nonostante i rischi che correva per la propria carriera.[76] Quando Alcindor rifiutò di partecipare alle Olimpiadi nel 1968, Wooden ricevette una lettera da una donna contraria alla sua scelta. L'allenatore difese il suo giocatore scrivendo una lettera di risposta in cui disse di aver visto in prima persona con cosa hanno a che fare gli afroamericani e che secondo lui una protesta sarebbe qualcosa che qualsiasi afroamericano dotato di buon senso avrebbe preso in considerazione. Alcindor scoprì della lettera solo dopo la sua morte e ne parlò nel suo libro.[76][78]

Premi e record a UCLAModifica

 
Lew Alcindor dopo aver vinto il suo terzo campionato consecutivo

In tre anni collezionò tre campionati, tre premi di MOP, due premi per miglior giocatore collegiale dell'anno e diventò il primo a vincere il premio di Naismith College Player of the Year. In tutte e tre le occasioni viene nominato all'unanimità All-American. Ad oggi è considerato uno dei migliori, se non il migliore giocatore collegiale di sempre.

Alla stagione 2019-2020, Abdul-Jabbar detiene ancora molti record dell'UCLA:

  • Maggior media punti in totale: 26,4
  • Maggior media punti in una stagione: 29,0 (1967)
  • Maggior numero di punti segnati in una stagione: 870 (1967)
  • Maggior numero di punti segnati in una partita: 61
  • Maggior numero di tiri dal campo realizzati in totale: 943
  • Maggior numero di tiri dal campo realizzati in una stagione: 346 (1967)
  • Maggior numero di tiri dal campo realizzati in una partita: 26
  • Secondo per rimbalzi in totale e in una stagione (dietro a Bill Walton)

NBAModifica

Laureatosi, Alcindor era pronto a fare il grande salto tra i professionisti, nonostante fosse già uno degli atleti più chiacchierati degli Stati Uniti. Una prima offerta da 1 milione di dollari arriva dagli Harlem Globetrotters, squadra esibizionistica che però non partecipava a nessuno dei grandi campionati. Alcindor fu chiamato con la prima scelta sia al draft NBA sia al draft ABA, le due maggiori leghe di basket del tempo, che finiranno poi per unirsi qualche anno più tardi. In NBA fu scelto dai Milwaukee Bucks, squadra fondata l'anno prima che aveva terminato la stagione con 27 vittorie e 55 sconfitte. In ABA fu scelto dai New York Nets, anche loro in fondo alla classifica ma con un vantaggio, ovvero la sede nella città natale di Alcindor. Per questo i Nets erano fiduciosi di assicurarsi il giocatore. Tra le due squadre, però, furono i Bucks a fare l'offerta migliore (1.4 milioni di dollari). I Nets controbatterono offrendo 3.2 milioni di dollari, ma Alcindor, che aveva già scelto i Bucks, rifiutò, sostenendo che "una guerra di offerte degrada le persone coinvolte".[101]

Milwaukee Bucks (1969-1975)Modifica

 
Alcindor e il suo gancio cielo nel 1971

L'anno da rookie (1969-1970)Modifica

La presenza di Alcindor permise ai Bucks di conquistare il secondo posto nella Eastern Division della NBA con un record di 56-26, decisamente migliore di quello dell'anno precedente. Il centro brillò anche nei playoff diventando il primo rookie a segnare 20 punti in 10 partite e il secondo a segnare almeno 40 punti e 25 rimbalzi in una partita, dopo la prestazione da 46 punti e 35 rimbalzi in gara 5 delle semifinali di Division contro Philadelphia. Dimostrandosi già la stella che era, Alcindor vinse il premio di Rookie of the Year, grazie alle sue medie di 28,8 punti e 14,5 rimbalzi a partita.

Il titolo e i due MVP (1970-1971)Modifica

Per la stagione successiva i Bucks affiancarono ad Alcindor il playmaker ed ex MVP Oscar Robertson. Con le due stelle in squadra, Milwaukee migliorò il suo precedente record registrando 66 vittorie e 16 sconfitte, meglio di chiunque altro. Alcindor dominò la stagione registrando la media punti più alta (31,7) e segnando più punti di tutti (2.596) e si assicurò il primo di sei premi di MVP della regular season. Per quanto riguarda i playoff, i Bucks non fallirono, battendo in finale i Baltimore Bullets e portandosi a casa il loro primo titolo della storia, dopo appena tre anni dalla fondazione. Alcindor fu nominato anche MVP delle finali dopo aver messo a referto 27 punti, 7 assist e 12 rimbalzi nella partita finale e aver segnato con una media di 27 punti in tutta la serie.

Secondo e terzo MVP e la richiesta di scambio (1971-1975)Modifica

 
Abdul-Jabbar ai Milwaukee Bucks nel 1974

Il 3 giugno 1971, durante una conferenza stampa, Alcindor dichiarò che da quel momento in poi avrebbe usato un nuovo nome, Kareem Abdul-Jabbar.[102]

Abdul-Jabbar si riconfermò la stagione successiva registrando nuovamente la miglior media punti (34,8) e il maggior numero di punti totali (2.822) e vincendo il secondo MVP della regular season consecutivo che lo rese il primo giocatore a vincerne due nei primi tre anni di carriera. I Bucks conclusero le stagioni 1972-1973 e 1973-1974 con il miglior record della lega. Dopo il fallimento ai playoff 1973, Abdul-Jabbar portò i Bucks in finale nel 1974 quando persero contro i Boston Celtics in sette gare. Nonostante ciò Abdul-Jabbar vinse il suo terzo MVP in quattro anni.

Oscar Robertson, diventato free agent, si ritirò nel settembre 1974 dopo che non fu in grado di concordare un contratto con i Bucks. Il 3 ottobre dello stesso anno Abdul-Jabbar chiese privatamente di essere scambiato a un'altra franchigia. Sulla sua lista, in ordine di preferenza, New York Knicks, Washington Bullets e come terza scelta, Los Angeles Lakers. La motivazione, fornita dallo stesso Abdul-Jabbar, era legata a differenze culturali che lo separavano dalla città di Milwaukee e dalla sua gente.[103] Pochi giorni dopo, in una partita di pre-campionato contro i Celtics, Abdul-Jabbar subì un'abrasione corneale su un contatto di Don Nelson, come era già successo ai tempi del college. Tornò poi a fine novembre indossando degli occhiali protettivi (goggles) che lo avrebbero accompagnato per il resto della sua carriera. Nel frattempo dichiarò anche pubblicamente della sua richiesta di scambio, fissando come destinazioni New York o Los Angeles. La stagione 1974-1975 si concluse con un record di 38-44 per Milwaukee e Abdul-Jabbar sempre più lontano.

Los Angeles Lakers (1975-1989)Modifica

Quarto e quinto MVP e delusioni di squadra (1975-1979)Modifica

 
Bill Sharman e Jack Kent Cooke annunciano il nuovo acquisto durante una conferenza stampa
 
Abdul-Jabbar ai Lakers nel 1975

Alla fine Abdul-Jabbar fu ceduto ai Los Angeles Lakers. Tramite lo scambio i Lakers, oltre a Kareem, aggiungerono al loro poster il centro di riserva Walt Wesley, mentre i Bucks ricevettero il centro Elmore Smith, la guardia Brian Winters e le matricole Dave Myers e Junior Bridgeman.

La prima stagione in gialloviola fu dominante: 27,7 punti, 16,9 rimbalzi e 4,12 stoppate a partita. Con 1.111 detiene ancora il record di rimbalzi difensivi in una stagione (cominciarono ad essere registrati dalla stagione 1973-1974). Abdul-Jabbar aggiunse un altro MVP della regular season in bacheca arrivando a quota quattro e diventando il primo Laker a vincerlo. Nonostante ciò la squadra terminò con un record negativo di 40-42 e senza playoff.

La stagione seguente, nonostante i pronostici negativi, Abdul-Jabbar portò la sua squadra al miglior record di tutta la lega (53-29) e fu nominato per la quinta volta, seconda consecutiva, MVP della regular season. Ai playoff, dopo aver eliminato i Warriors, i Lakers trovarono alle Finali di Conference i Portland Trail Blazers, guidati da un giovane Bill Walton, anch'egli centro e allievo di John Wooden a UCLA. Nonostante Abdul-Jabbar dominò statisticamente la serie, i Blazers vinsero tutte e quattro le partite, eliminando i losangelini.

La stagione 1977-1978 parte con il piede sbagliato. Due minuti dall'inizio della prima partita della stagione Abdul-Jabbar si rende protagonista tirando un pugno al rookie avversario Kent Benson in seguito a una presunta gomitata ricevuta allo stomaco. Benson affermò che la gomitata sarebbe stata innescata da Abdul-Jabbar ma non ci furono né telecamere né testimoni. Benson si ritrovò con un occhio nero e due punti di sutura e fu costretto a saltare una partita. Abdul-Jabbar si ruppe la mano destra con cui aveva scagliato il pugno, stesso infortunio che subì pochi anni prima, e stette fuori per quasi due mesi saltando 20 partite. In aggiunta fu multato di 5000 dollari, record al tempo, ma non fu sospeso. Quella stagione fu, tra l'altro, l'unica volta in cui Abdul-Jabbar non fu selezionato all'All-Star Game in 20 anni di carriera. Al suo posto a Ovest, Bill Walton titolare, Artis Gilmore e Bob Lanier in panchina. Il giorno in cui furono annunciate le selezioni i Lakers di Abdul-Jabbar avrebbero dovuto affrontare i Philadelphia 76ers e il centro non si fece scappare l'occasione: 39 punti, 20 rimbalzi, 6 assist, 4 stoppate. Nonostante tutto sia nel 1978 che nel 1979 i Lakers si qualificarono ai playoff, venendo però eliminati in entrambi i casi dai Seattle SuperSonics.

Showtime: sesto MVP e dominio di squadra (1979-1989)Modifica

 
Abdul-Jabbar riceve un passaggio dal compagno Magic Johnson durante le finali NBA 1985
 
Abdul-Jabbar esegue il gancio cielo contro Robert Parish dei Boston Celtics nel 1987

Al draft 1979 i Lakers selezionarono Earvin "Magic" Johnson con la prima scelta assoluta, acquisita dai New Orleans Jazz dopo l'acquisto di Gail Goodrich di tre anni prima. Con l'arrivo di Magic Johnson a Los Angeles si aprì l'era dello Showtime, che avrebbe portato i gialloviola a vincere 5 finali su 8 nel corso degli anni ottanta. I Lakers del 1979-1980, guidati dalle abilità di playmaking di Johnson e dalle abilità offensive di Abdul-Jabbar, vinsero 60 partite e dominarono nei playoff vincendo la finale contro Philadelphia grazie a una media di 33,4 punti di Kareem e alla super prestazione di Magic nella gara decisiva (42 punti, 15 rimbalzi, 7 assist). MVP delle Finali a Johnson, MVP della regular season ad Abdul-Jabbar che portandosi a sei stabilì un nuovo record, che ancora oggi persiste.

Abdul-Jabbar continuò a segnare una media di 20 o più punti a partita nelle sei stagioni successive. Nel 1981-1982 conquistò il secondo titolo con i Lakers ai danni dei Philadelphia 76ers, nonostante un'emicrania lo avesse portato a giocare sottotono la serie finale. Nel 1982-1983 la storia si ripeté, con 76ers e Lakers in finale ma con un esito diverso: 4-0 per Philadelphia e Moses Malone, centro avversario acquistato l'anno prima, MVP delle Finali. Il 5 aprile 1984 con un gancio cielo ai danni di Mark Eaton degli Utah Jazz, Abdul-Jabbar superò Wilt Chamberlain a quota 31.419 punti diventando il giocatore ad aver segnato più punti nella storia dell'NBA.

I playoff 1985 si conclusero con il successo dei Lakers ai danni dei Celtics di Larry Bird, che proprio l'anno prima li avevano sconfitti in finale, e Abdul-Jabbar, a 38 anni e 54 giorni, si aggiudicò l'MVP delle Finali, ben 14 anni dopo l'ultimo, datato 1971, quando si faceva ancora chiamare Lew Alcindor. Realizzando 25,7 punti, 9 rimbalzi, 5,2 assist e 1,5 stoppate di media diventò così il più anziano vincitore del premio. Gara 1 segnò una sconfitta pesante per i Lakers, 148-114 e Abdul-Jabbar con soli 12 punti e 3 rimbalzi contro un Robert Parish, centro avversario, da 18 punti e 8 rimbalzi. Prima di gara 2, Abdul-Jabbar chiese a coach Pat Riley di far salire il padre sul bus della squadra diretto alla partita e ottenne il suo consenso. Con 30 punti, 17 rimbalzi, 8 assist e 3 stoppate il centro assicurò la vittoria per 109-102 ai Lakers e, restando costante per il resto della serie, conquisterà il suo quarto titolo. La vittoria del 1985 segnò una data storica per i Lakers che in finale non avevano mai vinto contro i Boston Celtics, perdendone ben 8.

Abdul-Jabbar giocò la sua 17ª stagione nel 1985-86, battendo il precedente record NBA di 16 stagioni giocate, detenuto da Dolph Schayes, John Havlicek, Paul Silas ed Elvin Hayes. Per aumentare la sua longevità Abdul-Jabbar ricorse a diversi metodi tra cui lo yoga, che iniziò a praticare nel 1976, al fine di migliorare la sua flessibilità, e si impegnò ad aumentare di peso per far fronte agli altri centri della lega. Prima della stagione 1979-1980 guadagnò 4,5 kg e prima della stagione 1986-1987 5,9 kg, raggiungendo quasi 120 kg. Nel 1987 i Lakers arrivarono in finale contro Boston, uscendone vincitori. Nel 1988 tornarono in finale e vinsero in sette gare contro i Detroit Pistons. Abdul-Jabbar, ormai 41enne, aveva visto le sue statistiche diminuire e girarono voci che si sarebbe ritirato dopo la finale del 1988 ma ciò non avvenne e il centro tornò per la sua ventesima e ultima stagione. Anche nel 1989 i Lakers arrivarono fino alla finale ma Detroit si impose, privando i gialloviola del three-peat e Abdul-Jabbar del settimo titolo. Alla sua ultima partita della stagione regolare, disputatasi al Forum di Los Angeles contro i Seattle SuperSonics, i suoi compagni sono entrati in campo indossando gli occhiali protettivi caratteristici di Abdul-Jabbar.

Quando si ritirò, Abdul-Jabbar era il leader della lega in punti segnati (38.387), minuti giocati (57.446), tiri dal campo realizzati (15.837), tiri dal campo segnati (28.307), stoppate (3.189), rimbalzi difensivi (9.394), falli personali (4.657) e partite vinte (1.074).

Carriera da allenatore (2000-2011)Modifica

Già dagli anni novanta Abdul-Jabbar manifestò l'idea di diventare allenatore ma, nonostante la sua carriera di successo, le sue opportunità furono limitate. Abdul-Jabbar crede il motivo fosse legato al suo atteggiamento nei confronti dei media e dei tifosi che veniva interpretato come scontroso o distaccato.[104][105] In NBA, cominciò da assistente dei Los Angeles Clippers. Diventò poi allenatore capo degli Oklahoma Storm dell'USBL con cui vinse il campionato. Dopo aver lavorato come scout per i New York Knicks, Abdul-Jabbar torna ai Los Angeles Lakers come assistente di Phil Jackson, rimanendo per sei anni e ottenendo altri due anelli, 2009 e 2010.

StatisticheModifica

Legenda
  PG Partite giocate   PT  Partite da titolare  MP  Minuti a partita
 TC%  Percentuale tiri dal campo a segno  3P%  Percentuale tiri da tre punti a segno  TL%  Percentuale tiri liberi a segno
 RP  Rimbalzi a partita  AP  Assist a partita  PRP  Palle rubate a partita
 SP  Stoppate a partita  PP  Punti a partita  Grassetto  Career high
Denota le stagioni in cui ha vinto il titolo
* Primo nella lega

NCAAModifica

Anno Squadra PG PT MP TC% 3P% TL% RP AP PRP SP PP
1965-66 UCLA Bruins 21 - - 68,3 - 59,2 21,5 - - - 33,1
1966-67 UCLA Bruins 30 - - 66,7 - 65,0 15,5 - - - 29,0
1967-68 UCLA Bruins 28 - - 61,3 - 61,6 16,5 - - - 26,2
1968-69 UCLA Bruins 30 - - 63,5 - 61,2 14,7 - - - 24,0
Carriera 109 - - 64,9 - 62,1 16,7 - - - 27,7

NBAModifica

Regular seasonModifica

Anno Squadra PG PT MP TC% 3P% TL% RP AP PRP SP PP
1969-70 Milwaukee Bucks 82 - 43,1 51,8 - 65,3 14,5 4,1 - - 28,8
1970-71 Milwaukee Bucks 82 - 40,1 57,7 - 69,0 16,0 3,3 - - 31,7*
1971-72 Milwaukee Bucks 81 - 44,2 57,4 - 68,9 16,6 4,6 - - 34,8*
1972-73 Milwaukee Bucks 76 - 42,8 55,4 - 71,3 16,1 5,0 - - 30,2
1973-74 Milwaukee Bucks 81 - 43,8 53,9 - 70,2 14,5 4,8 1,4 3,5 27,0
1974-75 Milwaukee Bucks 65 - 42,3 51,3 - 76,3 14,0 4,1 1,0 3,3* 30,0
1975-76 L.A. Lakers 82 - 41,2 52,9 - 70,3 16,9* 5,0 1,5 4,1* 27,7
1976-77 L.A. Lakers 82 - 41,2 57,9* - 70,1 13,3 3,9 1,2 3,2 26,2
1977-78 L.A. Lakers 62 - 36,8 55,0 - 78,3 12,9 4,3 1,7 3,0 25,8
1978-79 L.A. Lakers 80 - 39,5 57,7 - 73,6 12,8 5,4 1,0 4,0* 23,8
1979-80 L.A. Lakers 82 - 38,3 60,4 0,0 76,5 10,8 4,5 1,0 3,4* 24,8
1980-81 L.A. Lakers 80 - 37,2 57,4 0,0 76,6 10,3 3,4 0,7 2,9 26,2
1981-82 L.A. Lakers 76 76 35,2 57,9 0,0 70,6 8,7 3,0 0,8 2,7 23,9
1982-83 L.A. Lakers 79 79 32,3 58,8 0,0 74,9 7,5 2,5 0,8 2,2 21,8
1983-84 L.A. Lakers 80 80 32,8 57,8 0,0 72,3 7,3 2,6 0,7 1,8 21,5
1984-85 L.A. Lakers 79 79 33,3 59,9 0,0 73,2 7,9 3,2 0,8 2,1 22,0
1985-86 L.A. Lakers 79 79 33,3 56,4 0,0 76,5 6,1 3,5 0,8 1,6 23,4
1986-87 L.A. Lakers 78 78 31,3 56,4 33,3 71,4 6,7 2,6 0,6 1,2 17,5
1987-88 L.A. Lakers 80 80 28,9 53,2 0,0 76,2 6,0 1,7 0,6 1,2 14,6
1988-89 L.A. Lakers 74 74 22,9 47,5 0,0 73,9 4,5 1,0 0,5 1,1 10,1
Carriera 1 560 625 36,8 55,9 5,6 72,1 11,2 3,6 0,9 2,6 24,6
All-Star 18 13 24,9 49,3 0,0 82,0 8,3 2,8 0,4 2,1 13,9

PlayoffsModifica

Anno Squadra PG PT MP TC% 3P% TL% RP AP PRP SP PP
1970 Milwaukee Bucks 10 - 43,5 56,7* - 73,3 16,8 4,1 - - 35,2*
1971 Milwaukee Bucks 14 - 41,2 51,5 - 67,3 17,0 2,5 - - 26,6
1972 Milwaukee Bucks 11 - 46,4 43,7 - 70,4 18,2 5,1 - - 28,7*
1973 Milwaukee Bucks 6 - 46,0 42,8 - 54,3 16,2 2,8 - - 22,8
1974 Milwaukee Bucks 16 - 47,4* 55,7 - 73,6 15,8 4,9 1,3 2,4* 32,2*
1977 L.A. Lakers 16 - 42,5 60,7 - 72,5 17,7* 4,1 1,7 3,5* 34,6*
1978 L.A. Lakers 3 - 44,7 52,1 - 55,6 13,7 3,7 0,7 4,0* 27,0
1979 L.A. Lakers 8 - 45,9* 57,9 - 83,9 12,6 4,8 1,0 4,1* 28,5
1980 L.A. Lakers 15 - 41,2 57,2 - 79,0 12,1 3,1 1,1 3,9* 31,9
1981 L.A. Lakers 3 - 44,7 46,2 - 71,4 16,7 4,0 1,0 2,7 26,7
1982 L.A. Lakers 14 - 35,2 52,0 - 63,2 8,5 3,6 1,0 3,2 20,4
1983 L.A. Lakers 15 - 39,2 56,8 0,0 75,5 7,7 2,8 1,1 3,7* 27,1*
1984 L.A. Lakers 21 - 36,5 55,5 - 75,0 8,2 3,8 1,1 2,1 23,9
1985 L.A. Lakers 19 19 32,1 56,0 - 77,7 8,1 4,0 1,2 1,9 21,9
1986 L.A. Lakers 14 14 34,9 55,7 - 78,7 5,9 3,5 1,1 1,7 25,9
1987 L.A. Lakers 18 18 31,1 53,0 0,0 79,5 6,8 2,0 0,4 1,9 19,2
1988 L.A. Lakers 24 24 29,9 46,4 0,0 78,9 5,5 1,5 0,6 1,5 14,1
1989 L.A. Lakers 15 15 23,4 46,3 - 72,1 3,9 1,3 0,3 0,7 11,1
Carriera 237 90 37,3 53,3 0,0 74,0 10,5 3,2 1,0 2,4 24,3

Massimi in carrieraModifica

PalmarèsModifica

 
Abdul-Jabbar con i Lakers del 1985 ospiti del presidente Ronald Reagan alla Casa Bianca dopo la vittoria del campionato NBA.
 
Le maglie ritirate dai Los Angeles Lakers: la numero 33 è quella di Kareem Abdul-Jabbar

ClubModifica

Milwaukee Bucks: 1971
Los Angeles Lakers: 1980, 1982, 1985, 1987, 1988
UCLA Bruins: 1967, 1968, 1969

IndividualeModifica

1971, 1972, 1974, 1976, 1977, 1980
1971, 1985
1971, 1972
  • Miglior rimbalzista NBA: 1
1976
  • Miglior stoppatore NBA: 4
1975, 1976, 1979, 1980
  • Migliore percentuale al tiro nell'NBA: 1
1977
1970
1970
1971, 1972, 1973, 1974, 1976, 1977, 1980, 1981, 1984, 1986
1970, 1978, 1979, 1983, 1985
1974, 1975, 1979, 1980, 1981
1970, 1971, 1976, 1977, 1978, 1984
dal 1970 al 1977 e dal 1979 al 1989
1967, 1968, 1969
  • NCAA AP Player of the Year: 2
1967, 1969
  • NCAA Naismith Men's College Player of the Year Award: 1
1969
  • NCAA AP All-America First Team: 3
1967, 1968, 1969

* tutti gli inserimenti avvenuti prima che fosse introdotto l'All-NBA Third Team

AllenatoreModifica

Arti MarzialiModifica

Tra le tante attività intraprese da Abdul-Jabbar ci furono anche le arti marziali.

 
Bruce Lee negli anni settanta

Iniziò ad interessarsi alle arti marziali durante il periodo al college, studiando però a New York e cominciando con l'aikido, arte giapponese. Tornato a Los Angeles, Abdul-Jabbar si consultò con Mitoshi Uyehara, fondatore di Black Belt, che lo indirizzò a Bruce Lee per continuare i suoi studi. Lee era maestro di kung fu, arte cinese, e sarebbe diventato da lì a poco star di Hollywood, ad oggi considerato uno dei più influenti artisti marziali di sempre. Abdul-Jabbar si allenò con Lee per quattro anni, imparando il suo celebre Jeet Kune Do.[111][112][113][114]

Il loro rapporto allievo-maestro si sviluppò rapidamente in un'amicizia stretta basata su un rispetto reciproco. Abdul-Jabbar sostiene che Lee l'abbia influenzato sia dal punto di vista fisico che mentale, aiutandolo a formarsi anche come giocatore di basket. A Lee, che dava molta importanza allo stretching, deve il suo interesse allo yoga, che lo aiutò a prolungare la sua carriera.[115][116]

«Bruce era il tipo di persona che poteva conquistarti entro venti secondi dal suo incontro. La maggior parte degli istruttori di arti marziali che avevo incontrato prima erano molto rigidi e formali, richiedendo costantemente dimostrazioni esplicite di rispetto. Non Bruce. Mi salutò con un ampio sorriso e un atteggiamento amichevole, e capii subito che non si trattava di un insegnante accigliato dei film giapponesi che chiedeva obbedienza assoluta. Abbiamo parlato del basket ad UCLA per un po' e poi ci siamo messi al lavoro.»

(Kareem Abdul-Jabbar in Becoming Kareem, 2017[117])

Nel 1972 Abdul-Jabbar fece il suo debutto cinematografico girando una scena del nuovo film di Lee, dove interpretava il personaggio di Hakim.[118] Il film fu pubblicato solo sei anni dopo sotto il nome di L'ultimo combattimento di Chen (in inglese Game of Death) a causa della morte prematura di Lee, avvenuta nel 1973. La pellicola contiene sia scene registrate successivamente che scene girate anni prima, tra cui il celebre combattimento tra Billy Lo (Bruce Lee) e Hakim (Kareem Abdul-Jabbar), in cui salta all'occhio la differenza d'altezza (171 cm contro 218 cm).

AttivismoModifica

(EN)

«America was angry at me for not showing gratitude to the country that had given me so many opportunities. I was grateful, but I also thought it disingenuous to show appreciation unless all people had the same opportunities. Just because I had made it to a lifeboat didn’t mean I could forget those who hadn’t. Or not try to keep the next ship from sinking.»

(IT)

«L'America era arrabbiata con me per non aver mostrato gratitudine al paese che mi aveva dato così tante opportunità. Ero grato, ma ho anche pensato che fosse falso mostrare apprezzamento a meno che tutte le persone non avessero avuto le stesse opportunità. Solo perché avevo raggiunto una scialuppa di salvataggio non significava che potessi dimenticare quelli che non ce l'avevano fatta. O non potessi cercare di evitare che la prossima nave affondi.»

(Kareem Abdul-Jabbar in Coach Wooden and Me, 2017[119])

L'incontro con Martin Luther KingModifica

 
Martin Luther King, Jr. negli anni sessanta

Nel 1964, all'età di 17 anni, Abdul-Jabbar (al tempo Alcindor) prese parte al programma estivo HARYOU (Harlem Youth Opportunities Unlimited), volto a contrastare la povertà di Harlem, migliorando l'accesso all'istruzione e al lavoro dei giovani afroamericani del quartiere.[120][121] Il suo ruolo era quello di giornalista e aveva quindi la possibilità di parlare e interagire con gli ospiti che il direttore del programma, John Henrik Clarke, era solito invitare.[121] Uno di questi fu Martin Luther King, leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, che nel giugno del 1964 si presentò per parlare ai giovani partecipanti del programma incoraggiandoli a immaginare una Harlem e in generale un'America migliore.[120][121] Al termine del suo discorso, Alcindor, in quanto giornalista, ebbe la possibilità di partecipare alla conferenza stampa e fare una domanda al leader, chiedendogli cosa ne pensasse dell'importanza del HARYOU per la gente di Harlem, a cui King rispose che non vi erano dubbi sul successo del programma.[120][122][123] L'incontro con King, che quello stesso anno avrebbe vinto il Premio Nobel per la pace, seppur breve colpì positivamente Alcindor[121], che anni dopo dichiarò:

«Da quel giorno ho capito cosa dovevo fare della mia vita. Sapevo che doveva essere qualcosa che avrebbe influenzato positivamente la comunità afroamericana.»

(Kareem Abdul-Jabbar in On the Shoulders of Giants, 2007[124])

Il Cleveland SummitModifica

 
Muhammad Ali negli anni sessanta

Gli anni sessanta rappresentarono per la storia afroamericana e per gli Stati Uniti stessi degli anni molto intensi e di profonda divisione. Il primo passo di Alcindor nella lotta contro le ingiustizie sociali e razziali di quegli anni fu in occasione del Cleveland Summit, uno dei momenti più iconici della storia dello sport americano.[120][125][126]

Nel 1967 era in corso il reclutamento in vista della Guerra del Vietnam e una delle persone chiamate ad arruolarsi nell'esercito fu il campione del pugilato Muhammad Ali. Ali, che di recente aveva appoggiato Nation of Islam e cambiato nome, rifiutò l'arruolamento per motivi religiosi, scatenando l'odio degli americani e l'opposizione del governo.[127] Vista la situazione delicata, schierarsi dalla parte di Ali voleva dire diventare nemici pubblici[127], ma il suo amico Jim Brown, considerato già all'epoca uno dei miglior giocatori NFL di tutti i tempi, organizzò un incontro a Cleveland a cui avrebbero partecipato, oltre ad Ali, gli atleti e le personalità che più si erano distinte nella lotta per i diritti degli afroamericani.[127] Tra gli invitati c'erano i giocatori di football americano Walter Beach, Bobby Mitchell, John Wooten, Willie Davis, Curtis McClinton, Jim Shorter e Sidney Williams, l'avvocato e futuro sindaco di Cleveland, Carl Stokes, e i giocatori di pallacanestro Bill Russell e, appunto, Lew Alcindor.[127][125]

Alcindor, all'età 20 anni, era il più giovane tra i partecipanti. Alcuni dei presenti erano stati militari e altri erano scettici nei confronti della decisione di Ali e, per questo, volevano capirne le reali motivazioni.[127] Al termine dell'incontro furono tutti d'accordo a rispettare e supportare la scelta di Ali, ma ciò non bastò per il pugile, che poco tempo dopo venne condannato per renitenza alla leva a 5 anni di reclusione, vide la sua carriera temporaneamente interrompersi e il suo titolo di campione del mondo revocato, almeno fino al 1971 quando la corte suprema statunitense annullò i provvedimenti presi quattro anni prima. Nonostante ciò la presa di posizione di Alcindor e degli altri partecipanti viene ricordata come il primo vero atto di ribellione ed unione degli sportivi afroamericani.[127][125][126]

In seguito, Abdul-Jabbar dichiarò che Ali e il suo operato furono un punto di svolta per lui e per il suo attivismo, che raggiunse l'apice durante l'estate del 1968.[120][128]

«Quando i paesi usano gli atleti per promuovere la politica gli viene data poca scelta. Ma quando gli atleti desiderano difendere cause in cui credono personalmente, vengono spesso condannati. Muhammad Ali lo imparò nel 1967 quando rifiutò di essere arruolato nella guerra del Vietnam per motivi religiosi e fu condannato per renitenza alla leva e privato del suo titolo di campione dei pesi massimi. Nonostante il verdetto sia stato annullato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, Ali ha perso quattro anni di incontri di boxe e milioni di dollari. Il sacrificio di Ali mi ha ispirato a boicottare le Olimpiadi del 1968 per richiamare l'attenzione sulla dilagante ingiustizia razziale dell'epoca, che ha portato le persone a chiamarmi "non americano".»

(Kareem Abdul-Jabbar per TIME, 2015[129])

Il boicottaggio delle Olimpiadi 1968Modifica

L'estate del 1968 segnò un ulteriore punto di svolta nella vita di Alcindor, tra la conversione all'Islam e l'evoluzione del suo attivismo.[120][130] Decise infatti di non prendere parte alle Olimpiadi 1968 che si sarebbero tenute a Città del Messico e a cui Alcindor avrebbe dovuto partecipare come protagonista della nazionale americana.[131] La UCLA rilasciò una dichiarazione spiegando che Alcindor rifiutò la partecipazione per recuperare tempo sulle lezioni perse, ma lui stesso spiegò i veri motivi alla stampa, ovvero una protesta contro l'oppressione degli afroamericani negli Stati Uniti.[132][133][134][131] A seguito delle grandi rivolte razziali di Newark e Detroit dell'estate precedente e della recente uccisione di Martin Luther King[133], e ispirato dalle azioni di Muhammad Ali[135], Alcindor decise di non partire per il Messico, decisione definita da lui stesso difficile ma necessaria.[133] Al tempo Alcindor vedeva la lotta alle ingiustizie razziali come una priorità e non voleva farla passare in secondo piano come invece stava accadendo negli Stati Uniti.[132] Allo stesso tempo non fu sua intenzione rappresentare un paese che sopprimeva i diritti degli afroamericani.[132] Un'altra motivazione fu legata al presidente del Comitato Olimpico Internazionale Avery Brundage e la sostituzione degli unici due atleti ebrei alle Olimpiadi 1936 che suppone fu favorita da Brundage in favore di Hitler.[132][133][131][136]

«L'America bianca sembrava pronta a fare tutto il necessario per fermare il progresso dei diritti civili, e pensavo che andare in Messico sarebbe sembrato come se stessi fuggendo dal problema o più interessato alla mia carriera che alla giustizia. Non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che se fossi andato e avessimo vinto, avrei portato onore al paese che stava negando i nostri diritti. Ho cercato di sottolineare che il vero patriottismo consiste nel riconoscere i problemi e, piuttosto che scappare da loro, unirsi per risolverli.»

(Kareem Abdul-Jabbar in Coach Wooden and Me, 2017[137])

ReligioneModifica

(EN)

«I used to be Lew Alcindor, the pale reflection of what white America expected of me. Now I’m Kareem Abdul-Jabbar, the manifestation of my African history, culture and beliefs.»

(IT)

«Ero Lew Alcindor, il riflesso di ciò che l'America bianca si aspettava da me. Ora sono Kareem Abdul-Jabbar, la manifestazione della mia origine africana, della mia cultura e della mia fede.»

(Kareem Abdul-Jabbar[138])

Durante l'estate del 1968 fece shahāda due volte, convertendosi dal cristianesimo all'Islam sunnita e assumendo il nome arabo Kareem Abdul-Jabbar (letteralmente Il nobile, servitore dell'Onnipotente), com'è noto tuttora, che iniziò a usare pubblicamente solo tre anni più tardi.[139]

L'influenza di Malcolm XModifica

 
Malcolm X negli anni sessanta

Alcindor prese in considerazione l'idea di convertirsi dopo aver letto l'Autobiografia di Malcolm X, libro che tratta in particolare della conversione e della filosofia del noto attivista politico afroamericano.[140][141][142][143] Malcolm fu anche socio di Elijah Muhammad e portavoce del suo movimento, Nation of Islam, a cui, tra gli anni cinquanta e sessanta, aderirono migliaia di afroamericani. Dopo aver lasciato il NOI e fondato una nuova organizzazione, si convertì all'Islam sunnita, compiendo il Hajj e assumendo il nome di El-Hajj Malik El-Shabazz. Malcolm appoggiò l'Islam in quanto capace di abbattere ogni barriera etnica e discriminazione, come riscontrò durante i suoi viaggi in Africa e in Medio Oriente.[144] Influenzato e ispirato dalla sua storia e dal suo pensiero, Alcindor cominciò la sua lettura del Corano, il testo sacro islamico.[141][142][143]

«La sua autobiografia, scritta in collaborazione con Alex Haley, è il tipo di libro capace di cambiare il mondo che non capita spesso nella storia. La storia di come si è trasformato da Malcolm Little il piccolo delinquente a Malcolm X l'attivista politico non è solo una storia di coraggio e crescita personale, ma un campanello d'allarme per la comunità nera. L'America non è più stata la stessa dopo questo libro e nemmeno io. Ho imparato quanto fosse cruciale l'attivismo politico per migliorare la comunità nera, e sono stato introdotto al potere spirituale dell'Islam ortodosso.»

(Kareem Abdul-Jabbar[145])

La conversioneModifica

La sua conversione e il cambio di nome avvennero per mano di Haamas Abdul Khaalis, leader di un movimento hanafita di musulmani afroamericani conosciuto tramite il padre.[142][143][146] Khaalis gli fece da guida agli inizi del suo studio dell'Islam e ricevette in donazione da Abdul-Jabbar una casa di Washington che sarebbe servita da sede per il suo movimento.[147] In seguito a disaccordi sugli insegnamenti di Khaalis sul Corano i due presero le distanze.[142][143] Nonostante ciò, Abdul-Jabbar non abbandonò la religione né modificò il nome, poiché averlo cambiato fu un modo per connettersi con i suoi antenati e allo stesso tempo distaccarsi da chi li aveva sviliti.[141] Infatti Alcindor fu, a detta di Abdul-Jabbar, il coltivatore che possedette i suoi antenati e che li portò negli Stati Uniti e per lui tenere quel cognome voleva dire in qualche modo onorare lo schiavista.[146] Nel 1973 Abdul-Jabbar si recò in Libia e in Arabia Saudita per apprendere l’arabo necessario a studiare da solo il Corano, oltre che per osservare da vicino il mondo arabo.[142]

Abdul-Jabbar ha definito la sua conversione come una trasformazione della mente, del cuore e dell'anima ma allo stesso tempo un processo difficile e rischioso, in quanto può risultare nell'allontanamento dalla famiglia, dagli amici e dalla comunità.[142][143] I suoi genitori non furono felici della sua scelta. Il loro rapporto si complicò quando Abdul-Jabbar, su richiesta di Haamas Abdul Khaalis, decise di non invitarli al suo matrimonio, che si sarebbe svolto all'interno di una moschea.[142][143] Abdul-Jabbar ha affermato che non si pente della sua decisione ancora oggi ma avrebbe voluto farlo privatamente senza coinvolgere la politica.[143]

TerrorismoModifica

In seguito all'attentato alla sede di Charlie Hebdo avvenuto a Parigi il 9 gennaio 2015 e collegato all'organizzazione islamita Al-Qāʿida, Abdul-Jabbar si mobilitò sui social e in televisione per difendere la sua religione e distaccarla dal terrorismo.[148][149][150] All'indomani deIl'attentato pubblicò un articolo su TIME spiegando che la violenza commessa nel nome della religione non riguardasse mai la religione stessa ma i soldi e che il suo scopo non fosse spaventare il mondo occidentale, bensì suscitare ammirazione, più reclute e più donazioni per tenere in vita l'organizzazione e per mostrarsi più rilevanti dei gruppi terroristici rivali.[148][149] Nell'articolo etichettò i terroristi come autoproclamati musulmani e i loro gruppi come organizzazioni politiche mascherate da organizzazioni religiose.[148] Il 25 gennaio 2015 partecipò al programma Meet the Press presentato da Chuck Todd per approfondire la questione, spiegando che i terroristi non rappresentano gli insegnamenti dell'Islam rendendo impossibile per i veri musulmani essere capiti.[150] Il 29 marzo dello stesso anno pubblicò un articolo inedito sul sito web di Al Jazeera trattando della sua conversione e delle idee che lo hanno portato ad appoggiare l'Islam.[151]

Nomine e riconoscimentiModifica

 
L'incontro tra Hillary Clinton e Abdul-Jabbar al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America
 
Abdul-Jabbar circondato dai bambini brasiliani a Rio de Janeiro nel 2012

GovernoModifica

Nel gennaio 2012, il segretario di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton annunciò che Abdul-Jabbar aveva accettato di diventare ambasciatore culturale per la nazione, rendendolo il primo sportivo a ricoprire questo ruolo sotto il governo Obama.[152][153][154] Dopo la nomina si recò in Brasile per promuovere l'istruzione ai giovani locali.[155]

Nel gennaio 2017, nei suoi ultimi giorni di mandato, Obama nominò Abdul-Jabbar nel Consiglio Presidenziale su Fitness, Sport e Nutrizione insieme alla ginnasta Gabrielle Douglas e alla calciatrice Carli Lloyd.[156][157]

Sempre nel gennaio 2017, Abdul-Jabbar fu nominato membro del Citizens Coinage Advisory Committee, il comitato consultivo per la monetazione dei cittadini, dal segretario al tesoro degli Stati Uniti Steven Mnuchin, per poi dimettersi nel 2018.[158]

Impegno nel socialeModifica

 
Abdul-Jabbar (a sinistra) con Henry Louis Gates e Bettye Saar dopo aver ricevuto la W.E.B. Du Bois Medal ad Harvard nel 2022

Nel 2011 Abdul Jabbar ricevette la Double Helix Medal per il suo impegno di sensibilizzazione nella ricerca al cancro.[159]

Sempre nel 2011, il procuratore generale Eric Holder consegnò ad Abdul-Jabbar la Abraham Lincoln Medal per il suo impegno nell'istruzione e nell'uguaglianza.[160]

Nel 2022 ha ricevuto la W.E.B. Du Bois Medal, la più alta onorificenza del Hutchins Center for African and African American Research dell'Università di Harvard conferita a coloro che "incarnano i valori di impegno e determinazione fondamentali per l'esperienza dei neri in America".[161][162]

Sempre nel 2022 ha ricevuto il Ally Against Antisemitism Award, premio annuale conferito dal Friends of Simon Wiesenthal Center di Toronto che premia le sue azioni contro l'antisemitismo, culminate con le recenti condanne in merito alle dichiarazioni antisemite del noto rapper Kanye West.[163][164]

A lui è stato dedicato il premio NBA Kareem Abdul-Jabbar Social Justice Champion Award, conferito al giocatore più impegnato nella giustizia sociale.[165][166][167]

SportModifica

Nel 1995 fu inserito nel Naismith Memorial Basketball Hall of Fame in qualità di giocatore.[168][169]

Il 16 febbraio 2012, fuori dallo Staples Center, palazzetto dei Los Angeles Lakers, fu inaugurata la sua statua in bronzo, raffigurante Abdul-Jabbar nell'azione del suo celebre gancio cielo.[170][171]

A lui è dedicato il premio del Naismith Memorial Basketball Hall of Fame Kareem Abdul-Jabbar Award, che premia il miglior centro collegiale dell'anno.[172]

OnorificenzeModifica

  Medaglia presidenziale della libertà (Stati Uniti)
— 22 novembre 2016[173]

Cause legaliModifica

Nel 1997 Abdul-Jabbar intraprese una causa legale ai danni di Karim Abdul-Jabbar, running back dei Miami Dolphins della NFL.[174] Il giocatore dei Dolphins oltre ad avere lo stesso cognome del cestista, assunto a seguito della conversione all'Islam, vestiva anche il suo numero storico 33.[175] A detta sua si trattava di una coincidenza in quanto il nome gli fu conferito da un Imam e il numero era ispirato all'ex giocatore di football Tony Dorsett.[175] I due raggiunsero un accordo in via extragiudiziale stabilendo che il cestista detenesse i diritti sul nome per scopi commerciali e il giocatore di football cambiò nome in Abdul-Karim al-Jabbar.[175][174]

FilmografiaModifica

 
Shavar Ross e Kareem Abdul-Jabbar sul set di Il mio amico Arnold, 1982 circa

AttoreModifica

CinemaModifica

TelevisioneModifica

ProduttoreModifica

SceneggiatoreModifica

NarratoreModifica

  • Black Patriots: Heroes of the Revolution (2020) – documentario
  • Fight the Power: The Movements That Changed America (2021) – documentario
  • Black Patriots: Heroes of the Civil War (2022) – documentario

DoppiatoreModifica

  • I Simpson (The Simpson) – serie animata, episodio 22x17 (2011)

Opere letterarieModifica

BiografieModifica

RomanziModifica

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