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Siracusa in età spagnola: da Carlo V al Grande assedio di Malta

La Porta di Terra detta Ligny, ingresso (non più esistente) della Siracusa spagnola
Mario Minniti dipinto da Caravaggio in la Vocazione di san Matteo; il siracusano venne ritratto da egli diverse volte (1599-1600)

Con l'espressione Siracusa in età spagnola: da Carlo V al Grande assedio di Malta ci si riferisce alla prima fase storica del capoluogo siracusano in epoca spagnola.

La storia siracusana durante l'unione della corona siciliana con la corona spagnola fu nel complesso molto turbolenta, non tanto per l'animosità dei suoi stessi abitanti, che in rare occasioni cercarono di ribellarsi alla loro attuale situazione di stenti (alla quale si erano gradualmente abituati, perdurando quella già da diversi secoli), ma, principalmente e soprattutto, per fattori esterni come le ragioni belliche, su di essa concentrate, e le calamità naturali, che furono estremamente violente. Entrambi questi fattori accompagnarono, in maniera pressoché assidua e costante, la storia aretusea per tutta l'epoca moderna e finirono per mutare il volto fisico e il contesto sociale della millenaria città.

Il suo ruolo primario difensivo militare, voluto dalla Spagna, se da un lato la fece protagonista di numerose e importanti cronache belliche, dall'altro lato le costò la rinascita del proprio commercio (bruscamente interrotto durante l'intensificarsi della minaccia turca e mai più ripreso) e il mancato incremento (nonostante i presupposti in precedenza vi fossero tutti) di un'attrattività culturale e politica che, di conseguenza, si spostò altrove, lontano da essa (un esempio di ciò fu l'emigrazione della nobilità cittadina dopo l'abolizione della Camera della regina o l'isolamento dell'Ordine gesuitico siracusano).

Il rigido controllo (effettuato su tutti i campi: gli Spagnoli avevano sempre l'ultima parola su ciò che riguardava la vita militare, politica e relazionale della città aretusea) unito ai tormenti delle catastrofi geografiche (dal '500 al '700 Siracusa venne attraversata, ripetutamente, da terremoti, epidemie, carestie e inondazioni) misero la sua economia e la sua società in ginocchio e fecero sopraesaltare i paragoni con la sua celebre epoca antica, dati dai tanti storici e intellettuali del tempo che, visitandola, rimanevano grosso modo sorpresi da ciò che era divenuta la città alla fine del Settecento (situazione che non cambierà con l'ascesa italica della casata dei Borbone). Alcuni storici piemontesi definirono come qualcosa di miracoloso il suo essere riuscita a sopravvivere a tutto ciò:

«Siracusa, avvilita dal barbaro dominio, divenuta terreno di guerre e di disagi, subì tutte le tristi vicende de' tempi; e sembra un miracolo se sopravvisse a tanti secoli, restringendo ne' limiti dell'antica Ortigia i suoi miseri avanzi.[1]»

Mentre il francese Abel-François Villemain, sullo stesso periodo, di essa scrisse:

«[...] nulla consuma al pari della conquista.[2]»

Il testamento del re Cattolico e l'ultima regina di SiracusaModifica

 
Il re Ferdinando il Cattolico e la sua seconda moglie, Germana de Foix (dipinto di José Ribelles, Museo di belle arti di Valencia, XVIII secolo)

Quando Isabella di Castiglia morì prematuramente, nel 1504, la Camera Reginale tornò sotto la totale facoltà del re suo marito, Ferdinando II d'Aragona, il quale, l'anno seguente, decise di nominare Giovanni Cardinas (Juan de Cárdenas) «portiere delle porte di Siracusa» (carica civica), e alla fine di quello stesso anno la fece governare dal viceré di Sicilia: Guglielmo Raimondo VI Moncada.

Tuttavia, il re di Aragona e Castiglia si risposò a breve: nel 1505 la sua seconda moglie divenne Germana de Foix, figlia dell'infante di Navara Giovanni di Foix-Étampes e nipote del re Luigi XII di Francia, alla quale assegnò, il 1 aprile del 1506, la «Cámara de la reina de la Ciudad de Zaragoza»[3] (detta anche «Camera de Sicilia»[4]).

Germana nominò governatore della Camera Pere Sánchez de Calatayud, ai siciliani noto come Almerigo Centelles (acquisì il cognome del lignaggio Centelles, grazie al diritto di maggiorasco), il quale divenne nel 1513 anche presidente del Regno di Sicilia[5]

Sempre nel 1513, il fratello del governatore aretuseo, Guillem Ramón Centelles, fu nominato in Spagna vescovo di Siracusa,[N 1][N 2]

L'unione di Germana con Ferdinando II non poté tuttavia durare a lungo, poiché il re Cattolico (colui che insieme a Isabella legò il proprio nome alla scoperta dell'America, in quanto finanziatore della spedizione di Cristoforo Colombo) morì il 23 gennaio di quell'anno.

Il re Cattolico lasciò scritte nel suo testamento precise disposizioni riguardo al futuro della città di Siracusa e delle terre che, tramite la Camera Reginale, da essa dipendevano:

  • N.B. Il re nel documento parla di sé stesso in prima persona plurale. Inoltre si trascrive di seguito solamente l'introduzione del testamento e le parti più importanti che riguardano il volere di Ferdinando su Siracusa; ergo, non è il testo riportato nella sua integrità.
(ES)

«En el nombre de nuestro Señor Jesu-Christo, verdadero Dios y verdadero hombre [...] que vive y reina para siempre jamas firmemente creemos. Sea todos manifestos que Nos Don Fernando por la gracia de Dios Rey de Aragon, de Navarra, de las dos Sicilias, de Jerusalen, de Valencia, de Mallorca, de Cerdena, de Corcega, Conde de Barcelona, Duque de Athenas é de Neopatria, Conde de Ruysellon, de Cerdena, Marques de Oristan é de Gociano. Considerando en nuestro pensamiento con bueno é Catolico animo, que la natura humana es corruptible é supuesta a la muerte corporal [...] Y anque nuestro Senor Dios por su grande gracia é misericordia, é no por nuestros merescimientos haya ordenado que Nos hayamos nacido de sangre y espiritu Real, y nos haya hecho e constituido en su tierra Rey e Señor de tantos pueblos, reynos é Senorios [...] Item, queremos, disponemos é ordenamos, y mandamos, que [...] por quanto por Nos ha sido consignado é dado: a la Serenisima Reyna Doña Germana nuestra muy cara é amada muger, y para los gastos de su persona é casa, las cosas é cantidades infrascritas: primeramente la Cibdad de Zaragoza de Sicilia con su tierras é jurisdicion, derechos, rentas, é pertinencias, que un año con otro se ha hallado valer diez mil florines de oro. Y mas, las villas de Tarrega y Sabadele, é Villagrasa en el nuestro Principado de Cataluna; de las quales creemos no recibe renta alguna por tener muchos cargos. [...] Y queremos, ordenamos y mandamos, que la dicha Cibdad de Zaragoza de Sicilia [...], la dicha Serenesima Reyna Doña Germana nuestra muy cara y amada muger, posea y tenga, reciba, haya é goze dello durante su viudedad [...] que asi como Nos la habemos amado, é nos ha amado en vida, asi despues de nuestra muerte haya las cosas de nuestra anima en especial encomienda, é entienda en aquella cosas, como da aquella esperamos [...] es tambien nuestra voluntad recibs y cobre las dichas consignaciones teniendo vuidedad, con la jurisdicion, gobernacion é otros oficios de Zaragoza de Sicilia [...] pues no se haya de poner en el regimiento y gobierno de las dichas Cibdades, é Villas, personas estrangeras en manera alguna. E en caso que la dicha Serenisima Reyna deliberase casar, queremos y es nuestra voluntad la dicha Cibdad y Villas tornen a nuestros herederos y subcesores [...]»

(IT)

«Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo [...] che vive e regna per sempre, fermamente crediamo. Sia reso noto a tutti che Noi, Don Ferdinando, per la grazia di Dio, Re d'Aragona, di Navarra, delle due Sicilie, di Gerusalemme, di Valencia, di Mallorca, di Sardegna, di Corsica, Conte di Barcellona, Duca di Atene e di Neopratia, Conte di Rossiglione, di Cerdagna, Marchese di Oristano e di Goceano. Considerando nel nostro pensiero, con buono e Cattolico animo, che la natura umana è corruttibile e sottoposta alla morte corporale [...] E anche nostro Signore Dio per sua grande grazia e misericordia, e non per nostri meriti, ha ordinato che Noi siamo nati di sangue e spirito reale, e ci ha fatto e costituito nella sua terra Re e Signori di tanti popoli, regni e Signorie [...] Item, vogliamo, disponiamo e ordiniamo, e comandiamo, che [...] per quanto a Noi ci è stato consegnato e dato: alla Serenissima Regina Doña Germana, nostra carissima e amata moglie, e per le spese della sua persona e casa, le cose e quantità sottoscritte: primariamente la Città di Siracusa, con le sue terre e giurisdizione, diritti, rendite, e pertinenze, che in un anno ha mostrato di valere dieci mila fiorini d'oro. Inoltre, i Villaggi di Tàrrega, Sabadell, e Vilagrassa, nel nostro Principato di Catalogna; dai quali, crediamo, non possa ricevere rendita alcuna per via dei molti oneri a loro carico [...] E vogliamo, ordiniamo e comandiamo che la Città di Siracusa [...], la suddetta Serenissima Regina Doña Germana, nostra carissima e amata moglie, possegga e custodisca, riceva, faccia e goda di ciò durante la sua vedovanza [...] che così come Noi l'abbiamo amata, e lei ci ha amato in vita, così dopo la nostra morte custodisca le cose della nostra anima con speciale cura, e si occupi di quelle cose come da ella ci aspettiamo che faccia [...] ed è anche nostra volontà che riceva e adempia alle suddette consegne, rispettando la vedovanza, con la giurisdizione, governazione e altri uffici di Siracusa [...] ma non si devono inserire persone straniere nella reggenza e nel governo delle sopracitate Città e Villaggi, in alcun modo. E nel caso in cui la suddetta Serenissima Regina renda noto di volersi sposare, vogliamo ed è nostra volontà che la suddetta Città e Villaggi tornino ai nostri eredi e successori [...]»

(Testamento del re Cattolico Don Ferdinando, Madrigalejo, 22 gennaio 1516. Trascritto in Juan de Mariana, Historia general de España, Toledo (1601), ed. 1796, Apendices XXX-XLIV.)

Il re Cattolico ordinò quindi che la città di Siracusa restasse sotto speciale amministrazione della regina Germana (da essa la regina riceverà 30.000 fiorini d'oro per la sua personale rendita), ma le impedì di mettere nel suo governo persone estranee o nemiche della corte; in altre parole: «que la governacion, y justicia dellas tuviessen personas naturales» (che il governo e la giustizia fossero affidati a persone native del luogo).[6] E specificò inoltre, Don Ferdinando, che in caso la sua vedova decidesse di contrarre seconde nozze, la città sarebbe dovuta ritornare in possesso degli eredi della corona d'Aragona; questa era la sua volontà.

I siracusani tra Germana e Carlo VModifica

 
Carlo d'Asburgo all'età di sedici anni (nel 1516, anno della morte del nonno Ferdinando II d'Aragona)

Il re Cattolico nel suo testamento nominò come suo successore al trono il nipote Carlo d'Asburgo, figlio di sua figlia Giovanna d'Aragona e di Castiglia (detta Giovanna la Pazza e impossibilitata a regnare), non avendo potuto avere con Germana il tanto sperato figlio maschio (la coppia ebbe un bambino, Juan de Aragón y Foix, ma morì poche ore dopo essere nato), la quale veniva affidata, secondo le ultime volontà del re, alla protezione del giovane Carlo.

Mentre Carlo d'Asburgo aspettava di stabilirsi in Spagna per essere incoronato primo re del regno spagnolo unificato, in Sicilia, nel 1516, scoppiarono dei violenti tumuti; incominciati a Palermo: lo scopo dei ribelli isolani era far capitolare il viceré Hugo de Moncada, poiché, sostenevano, non essendo più in vita colui che lo aveva eletto, ovvero il re Cattolico, i siciliani non erano più obbligati a riconoscere in Moncada il continuatore del potere regio.

 

 

Alcuni degli ambienti del castello Maniace: costruzione federiciana che divenne sede capitale della Camera delle regine spagnole

Il vescovo di Siracusa, Ramón Centelles, venne allora mandato dalla regina Giovanna in missione diplomatica: nel gennaio del 1516 il suo compito era quello di studiare l'origine della rivolta siciliana e di tranquillizzare i ribelli, convincendoli che non appena il nuovo re fosse giunto in Spagna ci sarebbero stati importanti risvolti per loro (ciò doveva comunque avvenire nella massima prudenza e segretezza).[7] Al prelato della chiesa siracusana, Ramón, il Consiglio della corte spagnola affidò poi anche un altro compito di grande importanza: dal mese di agosto egli doveva indagare sullo status dell'Inquisizione siciliana, la quale sembrava essersi troppo distaccata dalla conformità che doveva mantenere con la sua gemella; l'Inquisizione spagnola:

«El 29 de agosto de 1516, el Consejo encarga al obispo de Siracusa una inspección de la Inquisición en Sicilia. En la carta, el Consejo expone sus preocupaciones sobre el funcionamiento y la actividad del Santo Oficio en el reino de Sicilia, ya que han sido informados de durante el tiempo pasado, los ministros y funcionarios del Tribunal no han desempeñado sus tareas en la forma prevista»

(Valeria La Motta, El establecimientode la Inquisición Española en Sicilia entre normas y prácticas (1500-1516)[8], 2015, p. 17.)

La città di Siracusa non poteva comunque essere coinvolta nella ribellione siciliana, poiché il testamento del re Cattolico la stabilizzava in ogni caso, avendola affidata, chiaramente, alla vedova Germana de Foix, con il titolo di sua regina. Eppure essa venne trascinata ugualmente nella rivolta: prima venne il capitano d'armi Pietro II Cardona, da Catania (città demaniale e non reginale), che ne prese il controllo e la pose in clima di guerriglia (egli sosteneva gli avversari del Moncada, e non la regina vedova, che erano desiderosi di mettere un uomo nuovo al comando del vicereame[9]), poi sopraggiunsero i lentinesi (la cui città era stata presa dal Moncada e staccata dai domini di Germana), i quali, fomentando ulteriormente gli animi degli abitanti di Siracusa, in massa sostennero che il capoluogo reginale aretuseo dovesse dichiararsi a favore dell'abolizione del potere della regina sulle loro terre. I siracusani, quindi, venivano invitati all'ennesima ribellione da entrambe le fazioni (senza considerare che essi, tempo prima, erano stati minacciati di pena di morte se non avessero finalmente giurato fedeltà alle regine della Spagna).

I lentinesi, approfittando dell'assenza del governatore di Siracusa, Almerigo Centelles - il quale era andato ad accompagnare Moncada da Carlo d'Asburgo[N 3] -, irruppero nel castello Maniace e cacciarono da esso la moglie e i figli di Centelles. Ne seguì il tumulto generale anche tra i siracusani: ci fu la provocata ribellione nei confronti della regina e la città si dichiarò fuori dal potere reginale. I lentinesi non tolleravano lo stare sotto la giurisdizione dei siracusani, a tal punto che essi scrissero al re Carlo, nel 1516, la seguente accorata supplica:

«Lo stesso nome di Camera devi ordinare che si cancelli: che se riconosci che ne siamo indegni, mandaci tutti ai Turchi e ai Mauri, per essere tagliati a pezzi, e così perdendo il corpo, poter salvare almeno l'anima.»

(Lentinesi a Carlo I di Spagna (futuro Carlo V), 1516.[10])

Durante la ribellione, il capoluogo aretuseo non subì le ire della Spagna, ma Lentini sì, poiché si venne a sapere, dopo il verificarsi dei fatti (nel 1522), che il capopopolo lentinese, il prete Matteo Sancetta, era stato torturato dalla R.G.C.[11] (la Regia Gran Corte di Sicilia[N 4]). La situazione dell'area siracusana si placò infine insieme a quella generale delle altre città di Sicilia: quando Carlo iniziò a regnare, sostituì Hugo de Moncada con il viceré Ettore Pignatelli, il quale, attuando una dura repressione, nell'aprile del 1517, ristabilì l'autorità monarchica spagnola sull'isola. Quello stesso anno Carlo conobbe, di persona, Germana de Foix e tra i due nacque una relazione d'amore che, per ovvi motivi, era proibita e mal vista dalle Cortes spagnole.

La regina, ancora vedova, aveva chiesto al re Carlo di far ripristinare la Camera regianle di Siracusa, che per diritto ereditario le spettava, il nuovo re, quindi, da Bruxelles scrisse a Ettore Pignatelli il 28 marzo 1517, dandogli l'ordine di riportare i siracusani al governo della regina Germana. La città tornò ufficialmente al potere reginale nel febbraio del 1518, anno in cui fu concesso l'indulto a tutti i siracusani che si erano precedentemente ribellati (per i lentinesi invece il perdono venne concesso nel novembre del 1522[11]).

 
Papa Leone X ritratto da Raffaello Sanzio (il papa autore del breve indirizzato alla chiesa siracusana)

Poiché Ramón Centelles perì durante il viaggio che lo doveva condurre a Siracusa,[12] la sede episcopale della città rimase vacante e quindi, in quello stesso periodo, avvenne la nomina del nuovo vescovo aretuseo, scelto dal re Carlo (il 28 settembre 1516[13]): lo spagnolo Don Pedro de Urrea; nelle fonti italiane noto come Pietro Urries. Costui era il cugino del viceré di Sicilia Lope III Ximénez de Urrea y de Bardaixi (che governò durante il regno di Alfonso V)[14] ed era inoltre l'ambasciatore di Spagna presso il papa, e venne da questi consacrato vescovo di Siracusa il 6 febbraio 1517, ma trovandosi ancora a Roma, poté governare la chiesa siracusana solo tramite vicari.

Carlo per Urries andò contro i dettami del cardinale Francisco Jiménez de Cisneros, il quale, dall'ottobre del 1516, manifestava la sua contrarietà alla presenza del nominato vescovo siracusano presso la Santa Sede, perché esso riteneva che nel contesto della neonata unificazione spagnola Urries rappresentasse gli aragonesi a Roma ma non i castigliani.[15])

A Urries il papa Leone X scrisse il 15 maggio 1517 il celebre breve apostolico, per i siracusani, che definiva la loro chiesa come la prima figlia di San Pietro e la seconda dedicata a Cristo dopo la chiesa di Antiochia[16] (frase destinata a creare varie discussioni tra i teologi moderni). Purtroppo, così come Ramón Centelles, nemmeno Pietro Urries poté mai occupare il suo posto da vescovo in Siracusa, poiché egli morì repentinamente a Roma il 15 marzo[17] (o il 10 aprile[18]) 1518.

Lo spagnolo Cristóbal Escobar (Lucio Cristoforo Scobar nei documenti italiani), canonico prima di Agrigento e poi di Siracusa («andaluso di nascita ma siciliano d'adozione»[19]) dedicò a Pietro Urries, nel 1519, il vocabolario latino-castellano tradotto nel dialetto siciliano, originariamente scritto da Antonio de Nebrija, del quale Escobar in Spagna fu allievo.[19] A Escobar Siracusa deve, inoltre, la prima opera scritta in epoca moderna con lo scopo di desriverne la storia (egli infatti conosceva anche il greco, oltre al latino, e poté così consultare gli scritti degli antichi sui fasti siracusani)[20] e il primo catalogo dei suoi vescovi.[21]

Busto dell'imperatore Carlo V
Ritratto di Germana de Foix

Nel 1519 la situazione politica risultava tuttavia ancora turbolenta: vi fu l'ingerenza del viceré Ettore nell'elezione del governatore della Camera, che piazzò un uomo del suo entourage al comando della capitale reginale, Giacomo Alliata (fondatore,[22] o rifondatore,[23] del centro urbano trapanese di Castellammare del Golfo e luogotenente del maestro giustiziere del regno), la qual cosa non fu gradita dai siracusani (il viceré di Sicilia non aveva infatti potere amministrativo nei domini della regina, egli poteva intervenire solo su richiesta dei sovrani).

La città decise quindi di mandare un ambasciatore alla corta spagnola, chiedendo alla regina di far ritornare Almerigo Centelles (egli era stato trattenuto in Spagna dopo la ribellione del 1516); Germana acconsentì e, con l'assenso del re Carlo I di Spagna (dato il 13 novembre 1519), Centelles riprese il comando del senato aretuseo.

Carlo, che nel gennaio del 1519 assunse il titolo di imperatore, ereditando oltre ai domini spagnoli anche i confini del Sacro Romano impero, divenendo Carlo V d'Asburgo, diede ai siracusani un nuovo privilegio: essi potevano acquistare il frumento dai porti della Camera a prezzo politico in caso di necessità. Inoltre, il re confermò l'antico privilegio degli aretusei: erano esentati dal donativo regio (i siracusani, a differenza della maggior parte delle città siciliane, non erano obbligati a mandare soldi alla corte di Spagna), scatenando così la reazione degli altri centri reginali, specialmente di Lentini, i cui abitanti, non ancora dimentichi della passata rivolta del 1516, si rivolsero stavolta alla Magna Curia del tribunale regio di Palermo, per avere ragione della vicenda. Ma sia la regina Germana e sia il re Carlo ricordarono ai funzionari regi che la questione sul donativo delle città reginali non era affar loro, invitandoli quindi a non intromettersi (in tal senso vi era una ben precisa separazione tra città demaniali e città reginali).

I privilegi concessi a Siracusa (la quale comunque aveva in compenso da affrontare le spese belliche per la sua difesa) indussero alcune città reginali a chiedere l'abolizione della Camera della regina: si fecero avanti Mineo, Vizzini e Lentini, sollecitando il sovrano affinché eliminasse la Camera siracusana, ma Carlo V, in verità, non aveva alcuna intenzione di assecondare tali richieste, ed egli nel 1521 tranquillizzò i siracusani, dicendo loro che la Camera sarebbe continuata a esistere.

L'anno in cui Carlo divenne imperatore, ovvero il 1519, Germana de Foix venne concessa in seconde nozze al canonico di Colonia (pare si facesse ciò per mettere a tacere le voci, sempre più insistenti, del suo legame fin troppo intimo con Carlo), il tedesco Giovanni di Brandeburgo-Ansbach (figlio di Federico I di Brandeburgo-Ansbach). Carlo tenne comunque Germana vicino a sé, nominandola viceregina di Valencia e nominando suo marito il marchese capitano generale del Regno (cariche donate nel 1523[24]).

Visto che l'infante di Navarra contrasse nuovo matrimonio (e non era più regina consorte di un sovrano d'Aragona), Carlo avrebbe dovuto toglierle il governo di Siracusa e delle altre aree siciliane che a essa facevano riferimento, così come era stato stabilito nel testamento di suo nonno, il re Cattolico, ma invece non lo fece, e Germana continuò anche dopo il 1519 a rimanere la regina di Siracusa (Carlo, naturalmente, e non il canonico di Colonia, restava la controparte maschile di Germana in tutto ciò che concerneva le vicende delle terre aretusee).[25]

La carestia e l'attesa della fine del mondoModifica

Negli anni che furono a cavallo tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, Siracusa poteva dirsi una città che stava socialmente ed economicamente abbastanza bene (fu in questo periodo di prosperità economica che si popolarono pure le sue campagne e nacque, o rinacque, l'affitto rurale detto enfiteusi[26]); certo non arrivò mai a raggiungere i livelli demografici della sua età classica (all'epoca, in tutta Europa, solamente l'antica Atene poteva appena compararsi al numero di abitanti che vantava la metropoli siciliana[27]), ma considerando il superamento dei secoli bui (durante i quali le fonti arabe tacciono del tutto ciò che ne fu della popolazione siracusana da essi conquistata) e il superamento della peste bubbonica (che nel Trecento flagellò i siciliani così come il resto del vecchio continente, dimezzandone la demografia), con i suoi 5190 fuochi (ovvero nuclei familiari composti da quattro persone ciascuno) nel 1497 (avendo triplicato in soli cento anni i 1755 fuochi del 1376) Siracusa si poneva tranquillamente nella media di una benestante città europea del periodo ed era nuovamente tra i maggiori centri di Sicilia (nell'isola essa era seconda solamente alle due capitali regie, Palermo e Messina, mentre aveva già superato per popolazione sia Noto, che aveva rappresentato il capo valle orientale scelto dagli Arabi, e sia Catania, che durante il primo periodo aragonese siciliano era stata sede di re e regine).

Le Colonne d'Ercole con il motto di Carlo V "Plus Ultra" impresse nell'attuale stemma della Spagna; le medesime colonne, con la medesima scritta, impresse nell'attuale palazzo del Senato siracusano (edificato in epoca spagnola)

Tutto ciò però cambiò dopo che passarono i primi anni dalla scoperta di quella che gli Spagnoli denominarono essere la «Terra ferma del Mar Oceano» («Tierra firme del Mar Océano»),[28] ovvero dopo che incominciò il commercio con il nuovo mondo (i loro Reinos de Indias): nel 1519 Carlo V riconobbe, per legge, come appartenenti e indissolubilmente legati alla corona spagnola le terre conquistate nelle Nuove Indie (futura America), di cui egli diveniva sovrano.[29] Carlo V cambiò il motto che vi era, mitologicamente, nelle Colonne d'Ercole (poste sullo stretto di Gibilterra) da « Non Plus Ultra» («nada más allá»; «non vi è nulla oltre questo punto»)[30] a «Plus Ultra» («más allá»; «esiste un più in là»),[30] adottandolo come simbolo del dinamismo dell'impero spagnolo e come suo lemma personale (e questo stesso motto sarà in seguito effigiato accanto allo stemma di Siracusa, in diversi luoghi della città).

L'intensificarsi dell'attenzione verso le sconfinate terre appena scoperte, portò a un aumento sempre maggiore del traffico marittimo rivolto all'Atlantico e di conseguenza a un improvviso impoverimento delle rotte mediterranee; passate in secondo piano (la Sicilia era al centro di tali rotte[31]). Inoltre vi fu una vertiginosa crescita dell'offerta delle merci che giungevano dal nuovo mondo, facendo crollare i prezzi di quelle siciliane (ed europee in generale). Si aprì dunque una crisi economica nel vecchio continente.[32] A ciò si aggiunse il ritorno della peste: già nel 1500-1501 Siracusa ebbe la sua più grave epidemia dell'epoca (nella quale morirono quasi 10.000 cittadini siracusani)[33] e un'altra ondata violenta si verificò a partire dal 1522.

La situazione sociale era aggravata sia dalla nuova povertà cinquecentesca e sia da una serie di particolari calamità naturali che arrivarono a portare all'esasperazione la popolazione aretusea:

«Negli anni che precessero quelli della peste, stemperatissime procelle, e piogge, e alluvioni da non finire, poi di anno in anno le acque vennero meno, e nel 1506 cessarono siffattamente, che l’Anapo scorreva appena, i pozzi e le fonti seccarono, e l’Aretusa per trentasei giorni restò interamente asciutta.»

(Serafino Privitera, Storia di Siracusa antica e moderna, vol. 2, 1879, p. 138.[34])

Il morbo pare che giunse in città tramite una nave che, respinta da altri porti siciliani, si ancorò presso Fontane Bianche e riuscì a vendere della merce infetta.[35] Colpì particolarmente Siracusa, a tal punto che gli abitanti non volevano più dimorare all'interno delle mura, e li si dovette imporre loro, tramite decreti di legge, il divieto di abbandonare la città nonostante il verificarsi della fame, della peste o della guerra (probabilmente tale severità era dettata dal fatto che fuori le mura vi era la seria possibilità di finire rapiti dai pirati Turchi, che stazionavano molto spesso lungo le coste siracusane). La gente allora si mise a rubare persino il pane e, data l'estrema penuria di cibo, Siracusa fece valere, nel giugno del 1522, un suo privilegio spagnolo secondo il quale poteva farsi inviare da chiunque nel Regno, anche forzatamente, il frumento e le vettovaglie che le occorrevano urgentemente (da non confendere con il privilegio datole da Carlo nel 1519)[N 5], per cui obbligò la contea di Augusta a darle il frumento che aveva nei suoi magazzini (Augusta ne aveva sempre parecchio poiché era sede logistica del rifornimento per i militari) e a inviarlo dentro quelli del capoluogo. Nel 1523, essendo che la peste non cessava, gli ufficiali della Camera reginale vennero eletti da Lentini, poiché tutti avevano paura di entrare a Siracusa (il governatore Almerigo Centelles fu richiamato a corte, in Spagna, e amministrò i siracusani tramite dei vicari[N 6]). Si verificò anche una moria di bestiame, per cui iniziò a scarseggiare pure la carne, e la siccità non dava tregua.

 
Carlo V consulta Agostino Nifo sulla profezia del febbraio 1524 (Luigi Toro, XIX secolo, Sessa Aurunca)

Fu allora che la città aretusea prese in seria considerazione l'ipotesi, che da tempo circolava in Europa, su un'imminente fine del mondo[35]: il primo a dichiarare ciò fu l'astronomo tedesco Johannes Stöffler, il quale asserì che nel febbraio del 1524, a causa della congiunzione dei pianeti Giove e Saturno con Marte nella costellazione dei Pesci,[N 7] vi sarebbe stato un nuovo diluvio universale. Nel 1519 allora, lo stimato filosofo napoletano Agostino Nifo (colui che predicò l'immortalità dell'anima) scrisse per Carlo V, che come il papa Clemente VII era inquietato da simili voci, il libro De falsa diluvii prognosticatione, che aveva lo scopo di tranquillizzare l'imperatore e di allontanare la minaccia profetica di Stöffler.[36] Tuttavia, man mano che si avvicinava la data prestabilita, il panico aumentò in tutto il vecchio continente: vi era chi costruiva arche e chi, come il generale dei fiorentini Guido II Rangoni, pregava l'imperatore affinché provvedesse allo stabilire dei punti di raccolta in luoghi sicuri per cercare di salvare quanti più uomini e animali fosse possibile.[37]

Siracusa, dal canto suo, un mese prima del predetto diluvio, il 22 gennaio del 1524, aprì una difficile assemblea cittadina, durante la quale si doveva stabilire il da farsi per affrontare al meglio l'imminente tragedia: a differenza di altre realtà geografiche, questa città pensò ai suoi numerosi poveri (nel 1524 l'economia aretusea era già in ginocchio), ingegnadosi per dar loro rifugio e da mangiare durante i giorni del flagello: non avendo più a disposizione denari contanti, il Senato decise di vendere ai privati gli introiti derivati dalla gabella (l'imposta sui beni materiali). Poi, trovato il modo di sfamare e proteggere la popolazione, si attese l'inevitabile, considerandolo come una punizione divina:[35] era infatti divenuta opinione comune il credere che il secondo diluvio sarebbe giunto a causa dell'efferatezza raggiunta dall'umana società. Ma passato il 19 febbraio, i siracusani valutarono l'allarme come cessato e smisero di dar credito alle voci apocalittiche. La peste cessò in quell'anno, anche se la crisi economica continuò e nei decenni a seguire la città avrebbe trovato altri sistemi giudiziari per tutelare il sempre maggiore numero di poveri.

A seguito del sofferente periodo appena trascorso, la regina Germana concesse ai siracusani, nel 1525, parte della sua rendita regale, che le derivava dalla secrezia aretusea.

La decisione presa nel parlamento sicilianoModifica

Se una parte della città era favorevole al mantenimento della Camera reginale, vi era un'altra parte che, praticamente da sempre, ne chiedeva l'abolizione (per i motivi precedentemente elencati). Così accadde che, nel 1523, non furono più le città minori della Camera a chiedere che venisse soppressa questa forma di «Stato dentro lo Stato» (come fecero nel 1516 e nel 1521) ma fu la capitale reginale stessa a farsi capofila di tale richiesta, durante il parlamento siciliano di quell'anno. Per cui tra le delibere vi fu il capitolo (De reginali cammera ad Regium demanium redducenda) nel quale si affermava la volontà «che Siracusa e le altre terre appartenenti alla Camera Reginale passassero a far parte del demanio».[35]

 
La richiesta dei siracusani a Carlo V sul ritorno al demanio regio; dal testo originale del 1526

Carlo V non fu contento di ciò, e se anche s'impegnò con i siracusani nel dire che avrebbe provveduto a convincere Germana a rinunciare alla Camera, pure dietro compenso, in realtà lasciò solo passare del tempo, cosicché i siracusani, nel 1526, gli rifecero la stessa richiesta, ed egli ancora tergiversò.

Nel frattempo, l'imperatore convolò alle sue prime e uniche nozze nel marzo del 1526, sposando Isabella del Portogallo, alla quale (stroncando definitivamente la secolare tradizione) non passò la Camera reginale siracusana (com'era naturale che si facesse con le regine della monarchia spagnola), lasciandola ancora a Germana.

La regina di Siracusa, nello stesso periodo (agosto 1526), andò in sposa per la terza volta (Giovanni di Brandeburgo-Ansbach era morto l'anno passato, nel 1525): il suo nuovo e ultimo marito fu Ferdinando d'Aragona (l'ultimo erede della casata aragonese-partenopea che regnò su Napoli prima della conquista per opera del re cattolico).

All'ennesima richiesta dei siracusani, Carlo V decise di mettere bene in chiaro il suo pensiero al riguardo e, con dispaccio reale, scrisse loro il 17 settembre 1535, dicendoli che non se la sentiva di dare questo dispiacere a Germana de Foix e che quindi la Camera reginale era da considerarsi intoccabile fino a quando la sua protetta sarebbe vissuta. Ovvero, l'imperatore s'impegnava a estinguere la Camera aretusea solo dopo la morte di Germana. Ed egli manterrà la sua promessa. I siracusani, dopo di ciò, non insistettero oltre. Essi avevano, di fatto, vincolato la cessazione del loro particolare status sociale con quel capitolo del 1523 (che è quello al quale l'imperatore farà riferimento dopo la morte di Germana, adempiendo al «voto del Regno»).[38]

L'inizio dell'opera di fortificazione di Carlo V e l'attacco a Scala GrecaModifica

 
Carlo V diede l'ordine nel 1526 di distruggere la scena del teatro greco per adoperarne le pietre con altro scopo, poiché in quel momento urgeva sopra ogni cosa fortificare Siracusa

Il 1526 fu l'anno in cui si incominciò a parlare seriamente delle fortificazioni siracusane, poiché la situazione geopolitica in cui si trovava la Spagna era estremamente complessa e variegata, e Siracusa si trovava, per natura, in un luogo particolarmente esposto agli attacchi dei tanti nemici della corona.

Carlo V manifestò la sua preoccupazione subito dopo la caduta dell'isola di Rodi, poiché essa era stata fino a quel momento la sede dell'Ordine dei cavalieri Ospitalieri gerosolimitani (durante la caduta dell'isola morì, difendendola, anche il gerosolimitano siracusano Francesco di Naro, con il rango di capitano[39]), e aveva rappresentato una solida difesa all'avanzare incessante del sultanato della Sublime Porta (l'impero ottomano, che all'epoca di Carlo V aveva già conquistato grande parte dei paesi mediterranei in ogni latitudine). L'imperatore quindi scrisse da Granada ai magistrati di Siracusa, il 9 ottobre del 1526, esortandoli a incominciare l'opera di fortificazione, data l'incombente minaccia turca.[40]

«Nel primo Cinquecento, la Sicilia assumeva infatti il compito di baluardo della cristianità nella guerra contro i turchi, e Siracusa rappresentava in questa strategia difensiva, secondo le parole stesse dell'imperatore Carlo V, una chiave del Regno [una de las claves del Reyno].[N 8]»

(Liliane Dufour, Henri Raymond, Siracusa tra due secoli, 1998, p. 54.)

Il problema consisteva nel fatto, principalmente, che la città si trovava in quegli anni in considerevoli disagi economici, e poiché, per legge, il costo della difesa cittadina gravava sulle spalle dei siciliani e non della corte spagnola, l'urbs aretusea non riusciva a fare avanzare, nei tempi stretti desiderati dall'imperatore, le numerose opere difensive richieste. Fu così che si decise di utilizzare in parte ciò che dell'epoca greca e romana era rimasto intatto.[41] Come nel caso del teatro greco di Siracusa che, sparito dalle fonti per tutta l'epoca medievale, fu proprio sotto Carlo V che fece la sua riapparizione: esso era ormai seminascosto dalla vegetazione e in disuso, poiché i siracusani non vi recitavano più da diversi secoli, e gli ingegneri militari del sovrano spagnolo lo utilizzarono a mo' di cava per l'approvvigionamento della preziosa pietra.[42]

Carlo, per assicurarsi che i siracusani non gli disobbedissero nel compito affidatoli, inviò presso di loro il viceré di Sicilia, Ettore, a osservare l'esecuzione dei lavori. La città ottenne però di farsi aiutare nelle spese belliche dai paesi della sua comarca.

Il 30 novembre del 1527 Carlo infine si compiacque dell'operato dei siracusani, lodandoli per la loro fedeltà e bravura.[40] Vennero tirati su due bastioni difensivi. Tuttavia questo sarebbe stato solo l'inizio dell'ambizioso progetto di fortificazione che il sovrano di Spagna aveva in serbo per Siracusa: non a caso egli, con la sua volontà e meticolosità nel voler trasformare la città aretusea in una roccaforte sorvegliata e isolata, sarà paragonato dagli studiosi moderni al tiranno siracusano Dionisio I, poiché simili opere di fortificazioni Siracusa le vide solamente al tempo dell'intrigato regno dionigiano, nel IV secolo a.C.[43][N 9]

«Sempre nel '500 gli architetti militari di Carlo V si servirono pure ed ampiamente di questi materiali pronti all'uso, senza rendersi conto che se avessero fabbricato lì dove smantellavano avrebbero ricostruito l'antica sistemazione portuale e fortificata della Siracusa classica.»

(Kókalos, vol. 16, 1970, p. 203.)

Non era tuttavia solamente l'espansione dell'impero ottomano a preoccupare Carlo V. Egli infatti in quel periodo si trovava anche in forte contrasto con papa Clemente VII (nel 1527 Carlo comandò di mettere a sacco Roma), il quale aveva fatto una lega contro di lui (guerra della lega di Cognac), annoverando il re Cristianissimo, ovvero Francesco I di Francia, e il doge della repubblica di Venezia (entrambi da tempo in guerra contro Carlo, poiché non ne avevano mai accettato l'incoronazione imperiale).

Mentre sia a corte sia in Sicilia si viveva aspettandosi da un momento all'altro un assedio bellico (o da parte dei Turchi o da parte della lega di Cognac), in Siracusa faceva il suo ritorno Almerigo Centelles (Carlo V lo autorizzò a tornare nel gennaio del 1528 e gli diede il compito di far fortificare, oltre la capitale, le altre città della Camera reginale di Germana) e avvenne uno scontro interno con il nuovo vescovo di Siracusa, Ludovico Platamone; costui (eletto nel 1518, si vide confermati da Carlo V, nell'anno successivo, tutti i privilegi della chiesa aretusea[44]), appartenente a una nobile famiglia patrizia di siracusani, i Platamone,[45] nel 1526 commissionò al noto scultore palermitano, Antonello Gagini, numerose opere per ornare i luoghi sacri della città[46] e nel 1528, per via del suo carattere, definito autoritario, si scontrò con Centelles: tra Ludovico e Almerigo vi fu una lotta di potere (tra clero e politica) che venne tenuta a bada sia da Carlo V e sia dal papa Clemente VII:

Platamone, in contrasto anche con altri ecclesiastici della città, dovendo affrontare un processo in Sicilia a suo carico, preferì recarsi direttamente alla Santa Sede, dove il papa lo riconobbe come innocente ma, a sua volta, lo mandò da Carlo V. Fu infine il viceré Ettore a ricevere la facoltà di esiliarlo da Siracusa per tre anni (in seguito però sarà reintegrato nella sua carica).[47] Per quanto concerne Centelles, invece, sia la regina Germana sia il re Carlo V lo invitatorno a comportarsi adeguatamente nel compito assegnatogli (Carlo lo sollecitò inoltre a rispettare i diritti che aveva Germana su quelle terre).

Il 1528 fu anche l'anno in cui arrivarono le temute incursioni: dapprima accadde un episodio ambiguo con i Veneziani, i quali, capitanati dal futuro doge Pietro Lando, vennero a reclamare i granai siracusani di Augusta, affermando che Venezia stava subendo una dura carestia e che ciò le occorreva per sfamarsi, e quando il castellano della rocca li nego il permesso di prelevare, essi lo fecero ugualmente con la forza (anche se Pietro Lando sosterrà di aver pagato ai siciliani un prezzo onorevole per quanto preso dai granai).[48]. Non è chiaro se essi tentarono dopo un approccio diretto contro Siracusa (il re di Francia li attendeva a Napoli, per porla d'assedio). La milizia dell'isola rimase in allerta, aspettandosi un loro ritorno[49] Effettivamente pare che la Francia avesse intenzioni di attaccare la Siiclia in quei mesi, ma uno dei suoi migliori ammiragli, il genovese Andrea Doria, in estate, mentre Pietro Lando approdava ad Augusta, decise di cambiare alleanza e passare dalla parte di Carlo V,[50] quindi, con una forte eloquenza, convinse le forze anti-imperiali a lasciare in pace i siciliani e a dirigersi verso la Sardegna; essi accettarono, ancora inconsapevoli del cambio di Doria, nella speranza che dopo aver preso quest'isola, la conquista della Sicilia sarebbe risultata meno ardua[51] (sarà tra l'altro Andrea Doria, nel giugno dell'anno successivo, a prendersi la premura di avvisare i siracusani sull'imminente arrivo di flotte nemiche che si dirigevano verso la loro città, dandoli il tempo di organizzare una difesa[52]).

La chiesa che i Turchi bruciarono nel 1528 (nel quartiere Neapolis) e il loro luogo di sbarco sotto Scala Greca (Tiche, Siracusa nord)

Sempre nell'estate del 1528 a Siracusa avvenne lo sbarco, ben più cruento di quello dei Veneziani, di una ciurma ottomana: sbarcati presso Scala Greca, nella zona aretusea detta Stentino (dove sorgono i resti dell'omonimo sito archeologico), i Turchi giunsero alle spalle dell'abitato, percorsero e devastarono gli antichi quartieri che in epoca greca furono popolati: Tiche e Neapolis (qui misero a sacco e diedero fuoco a una delle più vetuste chiese siracusane: la chiesa di San Giovanni alle catacombe, che custodiva un tempo le reliquie di Marciano di Siracusa, considerato il «primo vescovo dell'Occidente»[53]). Tuttavia non si spinsero fino al centro della città, Ortigia, dove si trovavano gli abitanti.[54]

Dopo l'attacco turco, in città si verificò pure una ribellione dei militari Spagnoli, nel mese di agosto: essi esigevano la loro paga, e scagliandosi contro la città (facilmente, poiché nel 1512, su ordine del re Cattolico, era stato buttato giù il muro che divideva i soldati di castel Maniace dalla popolazione, per consentire loro un maggiore controllo), protestarono contro Almerigo, ma crearono gran danno soprattutto agli archivi generali aretusei (essi appiccarono il fuoco al palazzo vescovile, sede di importanti documenti).[55] A seguito di ciò, Centelles fu richiamato nuovamente alla corte di Spagna, dove lo attendevano i sovrani, per sapere nei dettagli quanto accaduto.[56]

La città e la nascita dell'Ordine dei cavalieri di MaltaModifica

Carlo V aveva accordato al Senato siracusano il permesso di tenere, e all'occorrenza mandare, propri ambasciatori a corte,[57] per cui la città, molto preoccupata dall'avanzare della potenza turca, decise di inviare alcuni dei suoi rappresentanti a Madrid, per informarlo personalmente della grave situazione in cui versavano le fortificazioni aretusee (dopo il conseguimento dei due bastioni difensivi, Carlo aveva richiesto altre fortificazioni, sollecitando più volte i siracusani, ma essi si erano momentaneamente arrestati di fronte alle spese belliche).

A palazzo reale, il 10 luglio 1528, s'incontrarono con il loro concittadino Claudio Mario Arezzo: egli aveva ricevuto da Carlo il titolo di «chronista et creado de Vostra Maestà Cesarea»[58] (figlio del militare siracusano che due decenni dopo tali avvenimenti ordinerà che sotto l'arma della città venga apposta la scritta «Nisi fidelitas»[N 10]) e aveva dimorato con il sovrano in Germania e nelle Fiandre, lo aveva difeso dalle accuse che si erano scatenate contro di lui dopo il sacco di Roma e quando nel maggio del 1527 era stato battezzato il primo figlio dell'imperatore, Filippo II, Claudio aveva già dedicato al futuro re numerosi epigrammi.[59] Quindi, data la vicinanza tra i due, i siracusani decisero di eleggerlo come loro ambasciatore, affidandogli il compito di «implorare il restauro delle mura e delle fortificazioni».[58]

Ma Carlo V, cosciente da tempo del pericolo al quale andavano incontro particolarmente Siracusa e la costa della Sicilia orientale, aveva pianificato a breve termine altre mosse per la difesa della città aretusea, cosicché, quando i siracusani giunsero alla sua corte, egli aveva già preso accordi con i cavalieri di Rodi - ancora erranti[N 11] - affinché questi venissero nel siracusano, per meglio difendere i confini dell'impero dagli attacchi del sultano turco Solimano il Magnifico.

 
Busto di Carlo V negli anni '20 del '500 (museo nazionale di scultura, Spagna, Valladolid)
(ES)

«Durante este tiempo visitó el gran maestre diferentes cortes y en 1525 vino a España, donde recibió las mayores distinciones de Carlos V e de Francisco I, á la sazon prisionero en Madrid. Viendo a su órden errante y sin asilo cierto, suplicó Felipe de Villers á Carlos V cediera las islas de Malta y Gozo á fin de que pudiesen establecerse en ellas los caballeros de Rodas; pero temiendo el emperador una irrupcion en Italia por parte de Soliman, los llamó á Siracusa.»

(IT)

«Durante questo tempo il gran maestro visitò diverse corti e nel 1525 venne in Spagna, dove ricevette i maggiori ossequi da Carlo V e Francesco I, in quel periodo prigioniero a Madrid. Vedendo il suo ordine errante e senza sicuro asilo, Filippo di Villiers supplicò Carlo V affinché cedesse le isole di Malta e Gozo, con il fine di farvi stabilire in esse i cavalieri di Rodi; però, l'imperatore, temendo un'irruzione in Italia da parte di Solimano, li chiamò a Siracusa.»

(Tiron, abate, Historia y trajes de las Ordenes Religiosas, vol. II, 1854, p. 8.)

Il 4 dicembre 1524[61], quindi ancor prima della petizione del 1525 fatta a Carlo dal Gran Maestro in persona, i cavalieri erranti di Rodi avevano mandato all'imperatore due ambasciatori straordinari, con il compito di convincerlo a «prestare o affittare[61]» la città di Siracusa, e il suo porto, con ogni sua giurisdizione all'Ordine giovannita, fino a quando Malta e Gozo (che, su proposta di papa Clemente VII, erano state ritenute un buon sito per farvi stabilire l'Ordine) non fossero state meglio munite.[61] Tuttavia, Carlo V negò loro la, se pur temporanea, cessione di Siracusa, ed anzi li disse che, al suo posto, includeva con Malta e Gozo (le quali, specificò, rimanevano comunque proprietà del re di Sicilia) la rocca di Tripoli, in Africa, che però era circondata da nemici, esortandoli ad accettare quanto lui stava proponendoli.

«In quanto poi al concedere la città e il porto di Siracusa, non pareva a S. M. [Sua Maestà] conveniente, posciacché essendo Tripoli assai forte, intendeva che quivi e in Malta quanto prima i cavalieri si ritirassero.»

(Giacomo Bosio, P. III, lib. 2, p. 27.[62])

Il Gran maestro Philippe de Villiers de L'Isle-Adam non fu soddisfatto delle risposte ricevute a corte, e per lungo tempo meditò di provare a riprendere l'isola di Rodi, nella quale egli e i suoi cavalieri sarebbero stati sovrani assoluti e non vassalli di Carlo V. Il papa Clemente VII, però, li convinse a non rifiutare subito quanto offerto da Carlo, aspettando l'evolversi degli eventi (ancora nel 1528 il Gran Maestro spediva messi all'imperatore chiedendogli d'aiutarlo a riprendere in armi la dimora di Rodi[63]).

 
La città di Siracusa vista dall'interno della baia del suo porto Grande; sullo sfondo il monte Etna

Fu così che, mentre erano in pieno corso le trattative finali sul futuro dell'Ordine gerosolimitano, tutti i cavalieri, il 12 luglio del 1529, lasciarono solennemente la Francia,[64] loro ultimo ricovero in linea temporale, e (vi è chi dice su consiglio[65] o volere di Carlo V e chi dice che fu una loro iniziativa[66]) si diressero verso Siracusa.[N 12]

La loro prima sosta su questa rotta fu Augusta, nella quale approdarono il 13 settembre 1529[64] (o secondo altri documenti il 27 settembre[67]). Il Gran Maestro voleva però prendere dimora, insieme a tutta la Religione, nel capoluogo aretuseo[68] quindi, saputo ciò, i siracusani si riunirono nel loro Senato il 23 settembre per discutere della delicata faccenda e decidere come comportarsi; data la particolarità e importanza degli ospiti che volevano entrare in città.[68] Infine si diede loro risposta ampiamente positiva e l'Ordine crociato di Gerusalemme si trasferì a Siracusa il 7 ottobre del 1529, di giovedì.[69]

 
Ritratto del Gran Maestro Philippe de Villiers de L'Isle-Adam; egli fu l'ultimo dei cavalieri a lasciare Siracusa

L'armata che approdò era composta da 12 galee (nelle quali viaggiavano anche le reliquie che avevano custodito a Rodi, un tempo appartenute ai Templari[70]), ornate di nero in segno di lutto, a causa della sconfitta subita. Sulla nave ammiraglia, capitanata dal Gran Maestro, sventolava la bandiera con l'immagine della Pietà (Maria Addolorata porta sulle ginocchia il figlio morto), attorniata dal motto (in riferimento a Maria)[71]:

(LA)

«Afflictis Tu Spes Unica Rebus»

(IT)

«Nella mia sventura, Tu sei la mia unica speranza»

(Il motto della bandiera dei cavalieri issata sulla nave entrante al porto di Siracusa dopo la sconfitta di Rodi)

Sul molo si radunò la popolazione, ammutolita,[40] e i suoi rappresentanti politici e religiosi: Almerigo Centelles con tutto il Senato e Ludovico Platamone[N 13] con il clero. I cavalieri, in atteggiamento e vesti da penitenti, vennero accolti benevolmente.[69] Ai siracusani erano note le gesta dei cavalieri di Rodi; essi, tra l'altro, erano presenti in città, con chiese e immobili di loro appartanenza, fin dal XIII secolo.[72]

Un siracusano fu inoltre legato proprio alla nascita di questo antico Ordine: Simeone da Siracusa (primo santo a essere canonizzato[N 14]), quando tutto il territorio aretuseo era sotto la dominazione musulmana, nell'XI secolo, lasciò la patria e divenne monaco a Betlemme, e per sette anni guidò e scortò i pellegrini che volevano visitare la Terra Santa. Divenuto primo duce o capo-ospitaliere, a Gerusalemme egli fu il rifondatore della benedettina Sacra Domus Hospitalis; lo stesso ospedale che, durante la sua reggenza, prese il nome di San Giovanni Battista e divenne l'emblema dell'appena nata confraternita ospitaliera, guidata da Gerardo Sasso e formata da un gruppo di frati ospitalieri e da alcuni laici amalfitani, che da quel luogo presero il nome (cavalieri Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme; in seguito meglio noti come cavalieri di Rodi, dal nome dell'isola dove si trasferirono). Gerardo, dopo la morte di Simeone, sostituì il siracusano nella reggenza dell'ospedale gerosolimitano[73] (l'ordine, militarizzato, ereditò nel 1312 tutti i beni dei soppressi cavalieri Templari, su volontà di papa Clemente V[74]). A Simeone si attribuisce anche l'inizio dell'opera di predicazione per la liberazione della Sicilia dal potere arabo e quindi il principio delle Crociate.[N 15][75]

 
Cavalieri Ospitalieri gerosolimitani del 1500 (dal museo della Sacra Infermeria de La Valletta, Malta)

La sacra milizia rimase un anno nella città d'Aretusa: dall'ottobre del 1529 all'ottobre del 1530. Come prima cosa si diede loro ospitalità: il Gran Maestro prese alloggio presso il palazzo del governatore Almerigo Centelles, ovvero palazzo Beneventano del Bosco, mentre il resto dei cavalieri rodesi vennero sistemati nel convento francescano (appartenente all'Ordine dei frati minori conventuali, denominazione nata nel 1517).[76] S'instituì il loro Ospedale (Sacra Infermeria), e la loro sede principale, nel palazzo di Centelles, di proprietà all'epoca degli Arezzo (e passato in seguito al ramo siracusano dei Borgia, fondatori nel medesimo palazzo della Commenda aretusea dell'Ordine[N 16]).[77]

All'epoca a Siracusa la gente, spesso, abbandonava i figli per la troppa povertà (i cosiddetti trovatelli o esposti) e i cavalieri, durante la loro permanenza, formarono presso piazza del Duomo un punto di raccolta sanitario dove le madri siracusane potevano affidare a loro i bambini (detto l'ospedale delle donne): essi si facevano carico delle spese necessarie alla crescita del neonato, allevandoli nello stile di vita cavalleresco dell'Ordine (i cavalieri giovanniti erano infatti noti per raccogliere i bambini in Europa, da famiglie in difficoltà economiche, e insegnare loro l'esercizio delle armi e della religione cristiana, senza tuttavia negare alle madri di continuare a vederli[78]); circa 60 bambini siracusani li vennero affidati in meno di un anno (il loro ospedale rimarrà operativo in città fino al XIX secolo[N 17]).[79] Oltre ciò, i cavalieri edificarono, sempre nel 1529 e a loro spese, un Oratorio dedicato a santa Eulalia di Barcellona[80] (secondo altri invece fu dedicato alla Madonna della Misericordia[81]), che divenne il luogo delle loro riunioni.

Il Gran Maestro concesse anche un prestito finanziario alla città di Siracusa, la quale si trovava a corto di denaro e rischiava di non poter garantire ai propri cittadini il necessario rifornimento di cereali.[82]

 
Carlo V al principio delle guerre turco-asburgiche (anni '30 del '500)

Quando i cavalieri presero dimora a Siracusa, Carlo V era in viaggio verso l'Italia per adempiere alla sua seconda incoronazione imperiale (la prima, ufficiale, avvenne nel 1519 e il papa che allora gli mise la corona imperiale sul capo fu Leone X), voluta per sancire la pace appena fatta con il papa Clemente VII (pace di Barcellona), gli stati italiani del Nord, che in precedenza non lo avevano voluto riconoscere, e il re di Francia Francesco I (pace di Cambrai), in modo tale che la Cristianità d'Occidente potesse unire le forze e combattere in maniera più efficace la Sublime Porta. Dopo la solenne cerimonia, svoltasi il 24 febbraio 1530 nella città di Bologna, Carlo un mese dopo si trovava ancora nei confini emiliani, e fu quindi nel centro urbano bolognese di Castelfranco Emilia che, il 24 di marzo, consegnò agli ambasciatori dell'Ordine giovannita, diretti a Siracusa, il documento che attestava il loro perpetuo infeudamento nelle isole di Malta e di Gozo.[83]

Giunto in terra aretusea il foglio imperiale, i cavalieri lo lessero e riunendosi in capitolo il 15 aprile 1530, decisero di accettare ufficialmente la concessione così come voleva Carlo. Il 25 maggio di quello stesso anno, anche il papa ufficializzò la nuova sede dei cavalieri di Gerusalemme. Gli ambasciatori dei cavalieri, a nome della Religione, andarono a giurare in giugno (o secondo altri il 29 maggio[84]), prima nelle mani del viceré di Sicilia, Ettore Pignatelli, a Messina, e in seguito a Malta.

Nel contempo, i Maltesi, gli abitanti originari dell'antica isola, spedirono a Siracusa, per l'Ordine, le loro volontà: essi al principio avevano visto la cessione della loro isola ai cavalieri come un atto di prepotenza e usurpazione da parte di Carlo V (si trattava pur sempre di un Ordine a regime militaresco, che oltre alla protezione avrebbe anche attratto molti nemici nella loro sede), ma quando videro che l'imperatore s'impegnava a tutelare gli interessi della popolazione, decisero di accettare pacificamente i nuovi venuti, rendendo loro omaggi con la carta di Siracusa.[85]

Inoltre, il 15 luglio 1530, essi mandarono ambasciatori in città (Paolo de Nasia, Giovanni Cavalar, Francesco Platamone e Pietro Magnare) per compiere l'atto di obbedienza ai cavalieri a nome del Senato e del popolo maltese.[86] Il Gran Maestro, il giorno dopo, 16 luglio 1530, rilasciò loro la bolla che confermava l'inviolabilità dei privilegi dei Maltesi da parte dei cavalieri:

«Comandiamo nello stesso tempo a tutti e singoli fratelli del nostro Convento, qualunque autorità, dignità, ed officio si godessero, presenti e futuri, che non presumano fare giammai cosa in contrario alle presenti nostre confermazioni e ratifiche, anzi ne procurino inviolabile osservanza. In attestazione delle quali cose, è a l'atto presente appesa la nostra bolla di piombo. Dato a Siracusa, nel nostro Convento, il dì 16 luglio, 1530.»

(Gran Maestro Philippe de Villiers de L'Isle-Adam, ai Maltesi, Siracusa, 16 luglio 1530.[87])

Poco alla volta, la Religione iniziò a lasciare il capoluogo aretuseo per prendere possesso di Malta. Rimaneva ancora il Gran Maestro a Siracusa, poiché egli stava aspettando che Carlo V risolvesse alcune questioni fiscali pendenti con il viceré Ettore, che rischiavano di far saltare l'accordo. Egli era disposto a rimanere a oltranza in città, fino a quando non fosse stato ascoltato. Quando finalmente gli ultimi problemi si risolsero, il Gran Maestro ordinò che venisse spedito a Palermo il falcone annuale richiesto da Carlo come simbolo (e unico pegno) del loro vassallaggio nei suoi confronti, poi fece caricare nelle galee le reliquie, gelosamente custodite, e lasciò Siracusa il 26 ottobre 1530, approdando nella vicina Malta,[88] dando così origine all'Ordine dei cavalieri di Malta.

 
Ortigia, la porta della Marina (detta dell'Aquila). Durante il regno di Carlo V vennero nuovamente alzate le mura di Siracusa e in essa si entrava e si usciva solo attraverso tali porte

La guerra contro l'impero ottomanoModifica

Nuove fortificazioniModifica

Il re di Sicilia temeva che Solimano il Magnifico stesse tramando di attaccare i suoi domini nell'isola maggiore del Mediterraneo, e che l'acccanita lotta che stava conducendo il sultano per entrare nel Nord Europa (vi erano già stati degli scontri in Germania, quindi Carlo disponeva difese per l'Austria e l'Ungheria) potesse improvvisamente spostarsi in terra siciliana. Per tale motivo egli, il 17 maggio del 1531, ordinò al viceré Ettore di aprire una seduta speciale del parlamento isolano, durante la quale, oltre all'ordinario donativo regio di 300.000 fiorini annui, ne chiedeva altri 100.000 da adoperarsi specificatamente solo per Siracusa, Trapani e Milazzo, giocando queste tre realtà geografiche un forte ruolo per la difesa del Regno.[89]

Il parlamento diede esito positivo alla richiesta di Carlo, e i 100.000 fiorini sarebbero stati pagati con rate annue da 20.000 fiorini ciascusa. Le città della Camera reginale però (che, come in passato, ne volevano sapere molto poco delle faccende economiche del capoluogo) protestarono, anche se la parte di donativo che si esigeva da esse poteva dirsi modesta, rispetto a quella concessa da diverse altre città siciliane.

 
I confini dell'impero ottomano nel secolare periodo del suo apogeo

La situazione bellica peggiorò e da Costantinopoli arrivarono notizie allarmanti su una grossa flotta che il sultano aveva intenzione di spedire contro la Sicilia. Quindi Carlo, il 7 marzo del 1532, chiamò un altro parlamento straordinario, stavolta per richiedere un aumento di soldati, ancora a spese dei siciliani, che dovessero essere nativi dell'isola (i soldati spagnoli formavano un altro tipo di conteggio), che raggiungessero le 10.000 unità.

Solimano il Magnifico divenne un'ossessione per Carlo, e lo fu anche per Siracusa, poiché più l'imperatore temeva che i suoi domini potessero essere attaccati, e più i siracusani venivano rinchiusi nella loro città: ben presto il libero commercio navale dell'area aretusea si bloccò e si aprì piuttosto alla servitù militare, anche se Carlo pare s'impegnasse affinché i siracusani subissero il meno possibile gli inevitabili abusi che comportava l'avere in seno una numerosa guarnigione di soldati.[90]

l'11 dicembre 1532 morì Almerigo Centelles e i siracusani elessero il loro ultimo governatore della Camera: Lluís Gilabert, il quale però fu inviso ai cittadini e venne in un periodo teso, dove tutte le attenzioni erano rivolte alla causa bellica, per cui il suo ruolo veniva spesso scavalcato dagli altri senatori della Camera, che preferivano rivolgersi direttamente all'imperatore.

Nel novembre del 1533 il viceré Ettore scrisse a Sua Mestà rendendolo partecipe del fatto che stava spedendo a Siracusa l'ingegnere militare bergamasco Antonio Ferramolino, per fargli studiare e sviluppare le fortificazioni aretusee (il Ferramolino era diretto da Carlo ma si trattenne in città per via delle costruzioni).[91] Il 1533 fu l'anno in cui il sovrano di Spagna diede l'avvio al restauro delle antiche mura siracusane, per far circondare con esse, e con i bastioni, tutta l'isola di Ortigia, in modo tale da non dare nessun punto scoperto al nemico.[92]

Carlo V fece inoltre interrare il porto Marmoreo dei Greci, il Lakkios (odiernamente detto anche il porto Piccolo), poiché troppo difficile da difendere con le forze a disposizione, cosicché le navi avversarie non vi si potessero annidare[93] (non risulta invece veritiera la notizia secondo la quale Carlo V diede l'ordine di guastare il porto Grande di Siracusa, a causa della sua preoccupante vastità,[94] dato che figura invece nell'elenco dei soli 5 porti siciliani che l'imperatore voleva si mantenessero a pieno ritmo militare[N 18]).

I soldati Spagnoli giunti da Corone e la venuta di Carlo V in SiciliaModifica

Le vestigia di Megara Hyblaea viste dall'alto; città rasa al suolo dagli antichi Siracusani nel V secolo a.C.; luogo dell'accampamento spagnolo del 1534
L'area della Targia, dove i militari Spagnoli, unitisi con quelli di Megara, volevano ingaggiare lo scontro armato contro i siracusani che giungevano da Ortigia

Nella primavera del 1534, dopo che l'Armada spagnola (la stessa che l'anno successivo sarà impegnata a Tunisi) subì una sconfitta per opera degli Ottomani nella greca Corone (1534), le navi, con a bordo alcuni marinai affetti dalla peste e per questo tenuti separati dal resto delle ciurme, vennero in Sicilia, a Messina, per pretendere dal viceré Ettore il loro stipendio da soldato al fedele servizio dell'imperatore. Ma avendo il viceré timore di un contagio, divise l'Armada e (dopo aver tentato invano di convincere gli Spagnoli a ritirarsi presso l'isola di Favignana) assegnò quei capitani con i relativi soldati e marinai a diverse città, quasi tutte della costa orientale, dove sarebbero dovuti stare quaranta giorni in isolamento (quarantena) prima di poter circolare tra le popolazioni siciliane. Ettore quindi ordinò che la nave del capitano Francisco Sarmiento approdasse ad Augusta e quella di Luis Picaño e di Alonso Carrillo a Siracusa. Il resto dell'Armada riuscì a entrare e a prendere l'alloggio assegnato senza difficoltà (tra Cefalù, Taormina e Catania); anche ad Augusta si riuscì a trovare una soluzione dopo un momento di iniziale tensione, facendo sbarcare l'equipaggio spagnolo presso Megara Iblea, sita sempre nel perimetro augustano (qui gli Spagnoli si costruirono degli alloggi di fortuna con le pietre raccolte tra le vie dell'antica città distrutta in epoca greca[95]), ma dove la situazione apparve critica, per i soldati dell'Armada, fin dal principio, fu Siracusa: questa città (la quale era già stata visitata dall'intera Armada un paio di giorni prima, per rifornirsi di viveri, dopo che aveva provato ad attraccare a Malta) non ne volle sapere di accogliere la nave militare, possibilmente infetta, e se anche i due capitani mostrarono al governatore della Camera il foglio di accesso rilasciato dal viceré, ciò non servì a permettere loro la discesa a terra.[95]

Quando i capitani, spazientiti, accusarono i siracusani di essere indisponenti nei confronti dell'imperatore, per tutta risposta si videro puntate velocemente le armi addosso, decisero quindi di ritornare momentaneamente a bordo della nave, visto il dieciso rifiuto. La situazione peggiorò e intervenne anche il capitano della guarnigione spagnola della città, Hernando de Vargas, con il compito di mediatore tra le due parti. Il Senato siracusano impose allora agli Spagnoli di consegnargli le armi, se volevano restare dentro le mura della città per la quarantena:

(ES)

«Viendo esto los capitanes y soldados, fueron muy meravillados como el comun de Zaragoza tuviese tanta osadìa de demandar lo que jamas nadie le demandò.»

(IT)

«I capitani e i soldati, vedendo ciò, si meravigliarono molto di come il comune di Siracusa avesse l'ardire di domandare quello che nessuno mai li aveva domandato.[96]»

I capitani, sdegnati, infine risposero che «siendo tan buenos soldados, nunca rindieron sus armas á otra ninguna persona, y que ántes perderian las vidas cada uno por sí que rendir sus armas á persona ninguna de ninguna condicion que fuese[N 19]».

Il 4 maggio, senza trovare un accordo, i capitani e i soldati vennero fatti sbarcare fuori dalla città, ma sempre nel territorio comunale («en el señorío de Zaragoza»[95]), presso la Targia, dove sorgeva l'omonimo castello (oltre la «punta de Santa Panaya», ovvero Capo Santa Panagia). Alcuni siracusani, però, volendoli allontanare definitivamente dai loro domini, li seguirono e li lanciarono loro qualche colpo di artiglieria. I capitani dell'Armada spagnola, a questo punto oltre modo contrariati e sorpresi,[95] si riunirono con i loro vicini di Megara Iblea, per decidere che fare con i siracusani. Dopo aver stabilito di voler «dalles tal castigo á los de Zaragoza que otros no pudiesen hacer otro tanto como aquéllos habian hecho» («dare ai siracusani un castigo tale che altri non potrebbero fare tanto come quello che loro avevano fatto»),[95] si prepararono ad assalirli, ma fortunatamente intervenne il signore di Melilli (la cui altura padroneggiava l'area sottostante e poté vedere lo spettacolo che i soldati stavano dando alle popolazioni limitrofe), Antonio Branciforte, che prese le difese dei siracusani, dando loro ragione (Siracusa era una città che, proprio per avere vocazione mercantile, aveva patito più e più volte per le devastanti epidemie della peste, per cui adesso diffidava profondamente), e li convinse a non attaccare coloro che invece avrebbero dovuto proteggere.[95] Gli Spagnoli acconsetirono e si calmarono, anche se il capitano alloggiato a Megara, Francisco Sarmiento, rimase del parere che l'Armada avrebbe dovuto «castigare gente talmente ribelle, come avevano dimostrato di essere i siracusani» e che la prossima volta non avrebbero dovuto ascoltare le preghiere di nessuno.[95]

Passarono i quaranta giorni richiesti (durante i quali i soldati progettarono l'ammutinamento contro il viceré Ettore che non voleva pagarli nella maniera che essi ritenevano più opportuna) e alla fine, dato che gli Spagnoli risultarono essere non affetti dalla peste, venne permesso loro di sbarcare dentro la città, il 4 luglio 1534.[95]

Il mese successivo di quell'anno (agosto 1534) la Sublime Porta riuscì a conquistare una pericolosa base navale presso Tunisi, grazie all'operato del suo nuovo ammiraglio Khayr al-Din Barbarossa (la cui ultima azione da pirata libero fu proprio contro le navi di Siracusa, nel luglio del 1533, prima che Solimano il Magnifico lo ingaggiasse tra le sue schiere, quello stesso mese[97]).

Carlo V, che nel medesimo periodo inviava una lettera al viceré Ettore chiedendogli di provvedere «ai bisogni particolari di Siracusa»[98] (in quanto la città sentiva che i propri privilegi non venivano rispettati), ricevette la richiesta d'aiuto da parte del legittimo re di Tunisi, Muley Hassan, il quale sperava che l'imperatore potesse aiutarlo a riprendersi il suo regno. Carlo acconsentì, in modo tale da riuscire a far allontare la Sublime Porta dai confini siciliani.

Alla conquista di Tunisi (1535) partecipò l'imperatore in persona. I capitani che in precedenza erano stati protagonisti del tentato sbarco a Siracusa, vennero chiamati da Carlo a guidare le truppe spagnole in terra africana, al suo fianco. La guarnigione siracusana venne chiamata anch'essa in questa impresa, per cui Hernando de Vargas raggiunse il resto della numerosa Armada imperiale che, giungendo da più parti d'Europa, si riunì nelle acque della Sicilia occidentale e da lì passò, sotto la guida di Carlo, nei domini di Barbarossa. Ai suoi soldati l'imperatore tenne un discorso sull'ammutinamento; su quanto egli detestasse tale pratica e la trovasse da vili. Li esortò quindi a non tradire la sua fiducia, dimostrando quanto egli tenesse al servizio che gli offrivano, dato che era disposto a morire lì, con loro, nella terra di Barbería.[99]

La spedizione spagnola contro il pirata al servizio di Solimano infine andò bene: Carlo V, dopo aver espugnato La Goletta (porta di quella che un tempo era la capitale dell'intera Fenicia, Cartagine, secolare arcinemica degli antichi Siracusani), prese Tunisi e vi cacciò il Barbarossa. Approdò quindi trionfante in Sicilia.

L'itinerario siciliano di Carlo, solenne e celebrativo, non comprese una tappa a Siracusa; del resto troppo distante dal taglio tutto settentrionale che il suo entourage organizzò per fargli attraversare l'isola internamente (egli prese la via delle montagne) fino allo Stretto, lontano dalle coste, dove vi era il pericolo d'incursioni piratesche e turche (approdò in Sicilia il 20 di agosto del 1535 e la lasciò il 3 novembre dello stesso anno).[N 20] Si può certamente affermare che l'imperatore, nonostante il suo duraturo e vivo interesse per le questioni che riguardavano i siracusani, dimostrato dai numerosi documenti, non mise mai piede nella città d'Aretusa. Tuttavia, mentre Carlo si trovava ancora nella loro isola, i siracusani si sentirono in dovere[100] di fargli dei doni, per cui inviarono dei loro rappresentanti per raggiungerlo e incontrarlo nei luoghi dove egli aveva preso dimora:

   
   
Quattro delle sette tavole siracusane raffiguranti la Storia della Genesi, risalenti al XVI secolo e attribuite al pittore cretese Emanuele Lampardo (museo di Palazzo Bellomo, Ortigia)

Fu mandato al suo cospetto il patrizio Giovanni Bellomo, con il compito di consegnargli un donativo regio (volontario, poiché la città era esentata dal compiere tale pratica, per il suddetto privilegio confermatole dallo stesso Carlo nel 1519) che non sfigurasse se comparato alla ricchezza, ben più evidente, di cui godevano le maggiori città siciliane (d'altronde i siracusani avevano puntato tutto sulla fedeltà da mostrare ai loro monarchi di Spagna, piuttosto che su una floridezza economica ormai non più possibile da tempo[101]).

Carlo V accolse e accettò benignamente (o graziosamente[100]) il dono fattogli dai siracusani.[102] I quali però non dissero all'imperatore che per mettere insieme i soldi il loro comune aveva dovuto vendere ai privati uno degli unici due feudi che gli erano rimasti (fu venduto il feudo del Pantano).[101] Oltre ciò, il comune di Siracusa volle fare incidere una lapide per ricordare ai posteri l'impresa che Carlo quell'anno aveva compiuto: «Carolo V Caesare et Isabella regnantibus | Post captum Tuneta | Respublica Syracusana | Mense Augusto 1535».[103]

La città di Caltagirone mandò allo stesso tempo come suo ambasciatore a Carlo il patrizio Filippo Bonanno, barone di Canicattì (erede di una famiglia toscana trasferitasi prima a Palermo e poi nel centro ereo-ibleo), il quale, avendo sposato la siracusana Eleonora Platamone, divenne per diritto uxorio cittadino siracusano[104] e, per fare cosa gradita all'imperatore (essendo divenuto «amatissimo di quel Sire»[105]), come segno di devozione si impegnò a mantenere a sue spese una compagnia di 200 uomini armati da piè per tre mesi nella città aretusea, per meglio difenderla in quei frangenti concitati. E visto che per la corte spagnola Siracusa aveva sempre bisogno di soldati e fortificazioni, il suo fu un dono elogiato (Filippo fu il capostipite dei Bonanno siracusani, con lui gli averi che questa famiglia già possedeva vennero amministrati da Siracusa e in questa città nasceranno i primi duchi di Montalbano e i principi di Linguaglossa, Cattolica Eraclea e Roccafiorita).[105]

La morte di Germana e il ritorno al demanioModifica

Il 22 marzo 1536 Carlo rinnovò solennemente i privilegi di Siracusa (riconfermandoli tutti).[106] Solamente pochi mesi dopo, il 15 ottobre 1536, morì in Spagna la regina dei siracusani, Germana de Foix. Adempiendo al voto del Regno del 1523 (anno in cui i siracusani, spontaneamente, chiesero l'abolizione del titolo e del potere di Germana su di loro), l'imperatore soppresse definitivamente la Camera reginale, mantenendo la promessa - l'ultima volta fatta nel 1535 - agli abitanti della città capitale di quell'organo così particolare.[107]

I siracusani erano convinti di aver fatto bene a entrare a far parte di quel nutrito gruppo di città regie; anche se nella loro decisione finale non si può non prendere in considerazione il notevole peso che ebbero i continui malumori e gelosie della altre città reginali, che le chiedevano di far sopprimere la Camera[108]. Sostenevano i cittadini aretusei di essersi liberati della tirannia dei singoli governatori, ed erano ansiosi di partecipare, dopo secoli di assenza, al parlamento siciliano (fino a quel momento essi vi avevano presenziato solo tramite il rappresentante del governatore della regina spagnola e ciò che lì si decideva non aveva effetto su di loro senza il consenso di uno dei due sovrani). Tuttavia, come sottolineato da diversi storici, essi rinunciarono a un qualcosa che aveva avuto il potere di schermarli, di tutelarli, dandoli dei precisi vantaggi, malgrado le avverse condizioni economiche nelle quali si trovavano; tutela che non poterono più avere una volta passati al ben più vasto e articolato contesto decisionale siciliano (il parlamento siciliano si componeva di tre bracci: li feudale o militare, l'ecclesiastico e il demaniale):

Il palazzo dei Normanni a Palermo, sede del parlamento siciliano, dove presero a recarsi i siracusani dopo l'abolizione della Camera della regina

«ottennero i Siracusani la mal desiderata restituzione del loro stato primiero. Credevano eglino di essersi liberati da una durissima schiavitù [...] Essendone venuti a capo, godevano d'aver acquistato alla patria l'onore di concorrere con voto particolare alle deliberazioni del parlamento, d'essersi affrancati dalle violenze, ed estorsioni de' governatori della camera, ma purtroppo furon sedotti. Sottratti da' passeggieri capricci d'un solo governatore si sottoposero al giogo dell'insaziabile avarizia di tanti altri ministri, da cui indi spesso dovevan comperare la giustizia a caro prezzo.»

(Tommaso Gargallo, Memorie patrie per lo ristoro di Siracusa, vol. 1, 1791, p. 311.)

Per cui, con il malcontento di Carlo V e la scomparsa della secolare indipendenza regnicola, Siracusa venne reinserita nel demanio del Regno di Sicilia. A diverse altre città della Camera reginale, che tanto avevano battagliato per non dirsi sotto l'autorità aretusea, non andò molto bene: l'anno successivo esse rischiarono quasi tutte di essere vendute ai privati, e dovettero pagare con grosse cifre di denaro il loro inserimento nel demanio (vi fu un assiduo carteggio sulla questione tra il viceré e l'imperatore).[109]

Nonostante la cessazione dell'indipendenza, a Siracusa rimasero comunque delle particolari figure (protonotaio, maestro giurato, protomedico e altri ufficiali) - mentre secondo altre fonti l'unico ufficio che rimase dopo l'abilizione della Camera fu quello del protonotaio (che però non poté più avere l'ampia padronanza di prima)[110], anche se nel 1586 si ha notizia certa dell'indipendenza del protomedico siracusano da quello palermitano[111] - che «costituirono ancora un corpo separato dal resto del regno»[112] (in ogni caso, il parlamento siciliano pare che continuasse a non potere avere, almeno inizialmente, l'accesso diretto su ciò che riguardava Siracusa).

Dal 1536 il capo del governo militare del val di Noto prese residenza fissa nella città aretusea e si chiamò capitano d'armi (tale situazione rimarrà invariata fino al 1679, quando la città capoluogo subirà la sua più forte e definitiva conversione in centro militare spagnolo).[113]

Alla città venne assegnato un appellativo (come si usava fare con le città parlamentari di Sicilia) e le venne dato il 4º posto per importanza al voto (essa veniva dopo Palermo, Messina e Catania). Il suo appellativo fu la fedelissima[N 21] (anche altre città reginali ricevettero posizione e appellativi: Lentini, ad esempio, venne soprannominata la feconda e le fu dato il 16º posto in parlamento; Vizzini venne detta la obbedientissima e occupò il 28º posto; Augusta, la veneranda, il suo voto era il 33° parlamentare). In totale vi erano 42 città appartenenti al demanio (ciascuna con un'influenza diversa e un titolo distintivo[N 22]), mentre il resto dei centri urbani erano affidati a un signore feudale (fu il parlamento siciliano di Siracusa, convocato da re Martino nell'ottobre 1398, a sancire, in maniera pressoché definitiva, la divisione tra città regie e feudali dell'isola[115]).

Il viceré Gonzaga, Andrea Doria e l'ammutinamento dei soldatiModifica

Il 7 marzo 1535 era morto il viceré Ettore, e Carlo durante la sua permanenza in Sicilia aveva nominato come suo successore Ferrante I Gonzaga, il quale però non aveva avuto tempo in quell'anno di rimanere nell'isola, poiché lo stesso Carlo lo aveva chiamato nel novembre del '35 (egli era stato eletto il 2 di quel mese) a conquistare il ducato di Milano (la scomparsa di Francesco Sforza fu il casus belli che riaccese la guerra tra la Francia e la Spagna). Nel marzo del 1537 Gongaza poté tornare in Sicilia, ma vi giunsero notizie allarmanti: il re francese Francesco I aveva stipulato, in funzione anti-spagnola, l'alleanza con Solimano il Magnifico, quindi Carlo (che in precedenza aveva tentato a sua volta di fare un'alleanza con la Persia contro l'impero ottomano[116]) gli diede l'ordine di preparare le difese cruciali dell'isola, per questo motivo egli venne fin da subito a Siracusa e ad Augusta (la quale preoccupava non poco l'intera corte spagnola, avendo grandi spazi costieri accoglienti e abbandonati, come l'area di Megara Iblea[117][118]).

 
La pace momentanea tra Francesco I e Carlo V, sancita da papa Paolo III nel 1538 (la Francia seguiterà con l'alleanza ottomana anche in seguito alla breve tregua con la Spagna)

Gonzaga, dopo aver perlustrato tutta la Sicilia orientale, definì Siracusa come l'unica vera fortezza tirata su in questa grossa fetta del Regno (che poi era la parte più esposta al pericolo, perché, come disse all'imperatore, era la più fertile e quella di più facile accesso[119]), mentre Catania e Messina vennero da egli bellicamente definite «abandonate et senza alcuno pensamento di defenderle[119]», per cui avvertì che: «Ritrovasi una sola fortezza che è quella di Syracusa[120]».[121]

Il viceré rimase a lungo nel siracusano. Il suo fu un governo travagliato, poiché capitò nel mezzo della guerra di Carlo alla potenza turca: era incaricato di chiedere sempre più denaro a una Sicilia già stremata, per sostenere le spese belliche. Al principio del suo vicereame i siracusani furono costretti a pagare 5.000 scudi per proseguire con le fortificazioni (ma arriveranno a versare per la difesa di quel periodo fino a 22.000 scudi).[122]

 
Il castello Maniace visto dal suo lato frontale, quello delle bocche dei cannoni. Esso ospitò sia Ferrante Gonzaga sia Andrea Doria nel 1540-41

Nel 1538 si verificò un grave ammutinamento di soldati Spagnoli: essi erano giunti dalle fortezze dell'Africa, dove si sentivano dimenticati e senza l'adeguata paga, e approdarono in Sicilia nel val Demone (lato nord-orientale) in cerca di denaro. Gonzaga faticò a sedare la vasta ribellione, poiché i soldati Spagnoli avevano la peculiarità di non perdere l'ordine militare anche quando non rispondevano più a un loro superiore regio (essi piuttosto eleggevano un capo tra i soldati stessi e rimanevano compatti; un esempio di ciò che gli Spagnoli erano capaci di fare è il cinquecentesco sacco di Anversa, detto la furia spagnola, avvenuto nei Paesi Bassi, che contribuì a far nascere la leyenda negra española). Il viceré temeva quindi grandemente le conseguenze del loro ammutinamento. Dopo essere riuscito a corromperli, nel 1539, facendoli credere che sarebbero stati perdonati se si fossero arresi, li divise tra Siracusa, Augusta, Lentini, Caltagirone e altri luoghi vicini, e infine li condannò a morte. La sua vendetta fu così decisa e cruenta che «da Messina fino a Siracusa si vedeano le spiagge piene di cadaveri[123]» (egli li mandò alla forca e i loro corpi rimasero insepolti[124]).

La Spagna si sdegnò dell'azione del viceré di Sicilia,[125] ma Ferrante Gonzaga non era toccabile poiché aveva agito a quel modo con il consenso dell'imperatore. Nel frattempo, fervevano i preparativi di Carlo V per una nuova spedizione di persona in Africa: si apprestava stavolta a navigare per conquistare Algeri (altra roccaforte di Barbarossa e territorio vassallo di Solimano il Magnifico).

Gonzaga aveva il compito di lasciare il Regno ben munito prima della sua imminente partenza con l'imperatore; per tale motivo nel 1540 si trovava di nuovo a Siracusa, per controllare lo stato delle fortificazioni, ma, mentre egli camminava tra i siracusani, dovette affrontare un nuovo ammutinamento: in questa occasione furono i soldati Spagnoli del presidio aretuseo ad aggredirlo; essi volevano ucciderlo (dopo i fatti del '39 Gonzaga era detto nella milizia iberica, segretamente, «lo inhumano, cruel enemigo de Españoles, y desseoso de derramar su sangre[N 23]») e mentre essi si sfogavano portando scompiglio in città (in questa occasione distrussero con un grave incendio la documentazione relativa all'antico monumento che ospitava la curia vescovile), pretendendo le paghe arretrate, Ferrante Gonzaga riuscì a salvarsi per un soffio, essendosi rifugiato nella sicura fortezza del castello Maniace.[126]

 
Il palazzo arcivescovile siracusano, il cui interno venne saccheggiato e incendiato dai soldati Spagnoli durante le rivolte contro Centelles e Gonzaga

Venne in soccorso del viceré l'ammiraglio Andrea Doria, che era giunto in Sicilia per andare insieme a Ferrante in Africa, dove dovevano aiutare, per ordine di Carlo V, il re di Tunisi (il quale, dopo l'impresa del '35, era circondato da nemici). Doria venne a Siracusa con 80 galee e con Gonzaga riuscì a sedare la rivolta della milizia spagnola. I tumultuosi finirono le loro vite nelle forche e sulle navi.[126]

Poco tempo dopo, al principio della primavera del 1541, la città subì un altro ammutinamento; stavolta si trattava di fanti iberici giunti da Monastir: Gonzaga e Doria li avevano chiamati in Sicilia dalla fortezza tunisina, conquistata l'anno precedente. Tuttavia, una volta giunti sull'isola, ci si rese conto che erano in troppi e che non si disponeva del denaro necessario per pagarli tutti, così, essendosi già sparsa la voce dei loro malumori (incominciati a Monastir), il viceré li divise e ne affidò 5 compagnie a Siracusa. Nella città d'Aretusa, però, diedero origine a una rivolta, a causa del mancato compenso. Gonzaga riuscì a farli imbarcare per la Spagna, ma essi rimasero intorno alla Sicilia per un po' e infine sbarcorono in Calabria e s'inoltrarono nella regione montuosa del Regno di Napoli[127] (il loro ammutinamento finì comunque al tribunale della corte di Spagna e venne emessa una sentenza[N 24]).

Nel contesto della missione di Algeri, per evitare il ripetersi di simili esperienze, il viceré raccolse più soldi da dare ai soldati destinati a Siracusa: Caltagirone, ad esempio, offrì 5.000 ducati, e il viceré versò anche i suoi 1.000 per tale causa (che gli erano stati donati sempre dalla città erea-iblea).[128] Ma il ruolo chiave di Siracusa, la sua capacità di attirare nemici alle porte del Regno di Sicilia, spaventava; la città iblea di Noto, a tal proposito, si fece riconoscere un privilegio dal viceré Ferrante Gonzaga che l'autorizzava a non soccorrere i siracusani in caso di invasione nemica.[129][130] A Siracusa venne inoltre fabbricata la polvere da sparo da utilizzare contro Barbarossa: fu Carlo d'Aragona Tagliavia a scrivere a tutte le terre vicine del Regno, sollecitandole a inviare il salnitro necessario affinché nella città aretusea si potessero preparare le armi da guerra.[131][N 25] Alla città occorreva anche molto grano, problema considerevole dato il periodo di forte carestia che dal '39 (dopo quella del '24) flagellava l'isola:

 
Il palazzo Montalto, tra i vicoli di Ortigia, appartenente alla famiglia dell'esponente che servì l'imperatore Carlo V

Per tale ragione, il viceré Gonzaga nel giugno di quell'anno aveva già sollecitato con dispaccio gli ufficiali regnicoli, maggiori e minori, e in particolare quelli di Noto, Buccheri, Buscemi, Palazzolo Acreide, Mineo, Sortino, Augusta e Lentini, affinché dessero l'ordine a tutti i baroni, la cui patria era la città di Siracusa, di inviare vettovaglie,[131] poiché la carestia non le dava tregua, e trovandosi Ortigia «in lo frontispizio de lo mari[131]», rinchiusa la sua popolazione entro le mura difensive, non aveva possibilità di approvvigionarsi dei frutti della terra in tempi di crisi. Gonzaga fece quindi valere per lei il privilegio che il re Alfonso IV d'Aragona le aveva concesso per far fronte alla penuria di cibo (farlo trasportare dentro la città in maniera coatta).[131]

La spedizione di Carlo V nell'antica Libye ebbe infine esito disastroso: egli, partito troppo tardi, si ritrovò contrastato da violente tempeste autunnali, e quando riuscì finalmente ad approdare, dopo aver perso numerose navi, venne costretto alla ritirata.

Sopra: Cavagrande del Cassibile, dove un tempo sorgeva Avola Antica (distrutta in seguito dal terremoto). Sotto: lo schema della nuova città di Avola
Rcostruita da Nicolò d'Aragona Pignatelli Cortés, fu la prima terra a far parte della Camera reginale (essa si contende, insieme a Melilli e Pantalica, l'origine del sito perduto di Ibla, antica alleata della Siracusa greca)

Doria lo mise in salvo, portandolo a Utica, per poi scortarlo fino in Spagna. Carlo incassò un grave colpo con questa sconfitta (anche perché gli era stato sconsigliato più volte di dirigersi nuovamente in Africa, dato che l'impero ottomano stava attaccando con vigore i confini germanici, e in qualità di loro imperatore i Germani volevano che combattesse lì con loro, ma Carlo aveva insistito per frenare ulteriormente i gravi saccheggi di Barbarossa e Solimano nel Mediterraneo). In questa spedizione vi aveva partecipato anche il conquistatore dell'impero azteco e del popolo dei Maya, lo spagnolo Hernán Cortés, il quale risulta curiosamente implicato nella storia siracusana: difatti Hernán non solamente venne in seguito paragonato al tiranno aretuseo Agatocle[N 26] (per via del suo gesto estremo di bruciare tutte le navi spagnole al suo arrivo in Messico,[N 27] così come Agatocle aveva fatto con quelle siracusane al suo arrivo in Africa[N 28]), ma la sua unica discendente diretta, Stefania Cortés, andò in sposa al possessore della terra siracusana di Avola, Diego d'Aragona (il cui antenato fu Orlando d'Aragona, barone di Avola, Buccheri, Cassibile e governatore di Siracusa durante le lotte tra la fazione dei Latini e dei Catalani).[133]

La sconfitta di Algeri creò lo stato di allerta a Siracusa: Carlo temeva infatti che il vassallo di Solimano potesse vendicarsi del suo attacco andando a sua volta ad aggredire i punti focali del suo impero. Ferranre Gonzaga lasciò momentaneamente l'incarico di viceré di Sicilia nel 1542 (nominò presidente del Regno, suo sostituto, Alfonso Cardona[134]) e prima di andare incaricò Simone I Ventimiglia (anch'egli in passato eletto alla presidenza siciliana) capitano d'armi della città di Siracusa (per difenderla in caso di attacco turco, dato che circolava la voce che Solimano avesse fatto partire da Costantinopoli una flotta di 200 navi per attaccare la Sicilia), inoltre gli affidò anche la pienezza dei poteri civili (oltre a quelli militari), non avendo più la città un proprio governatore (data la soppressione della Camera reginale).[135]

In questo stesso periodo, al di là del contesto bellico che stava vivendo, Siracusa venne sollecitata dalle altre città demaniali a mandare a Messina i propri rappresentanti e sedere con i siciliani in parlamento. Infatti, la città aretusea nel 1540 si era rifiutata di partecipare alla classica edizione triennale del parlamento isolano, nella quale si offriva al re il donativo regio: essa aveva fatto presente a chi la richiamava, che per privilegio datole dal re Federico III di Sicilia, fin dal 1298, non era obbligata a dare donativi regi.[136]

Essendo venuto a mancare il vescovo dei siracusani, Ludovico Platamone (morto il 30 maggio del 1540[137]), Carlo V presentò a papa Paolo III, per la carica ecclesiastica aretusea, il canonico della cattedrale di Palermo, nonché suo cappellano d'onore, Girolamo Beccadelli di Bologna (agli Spagnoli noto come Jerónimo Beccatelli o Gerónimo de Bolonia), il quale venne eletto vescovo di Siracusa il 29 aprile 1541.[138]

Il terremoto del 1542 e la paura di essere inghiottiti dalle acqueModifica

(ES)

«AÑO 1542. En Sicilia un grande temblor maltrató muchas ciudades y pueblos, muchos edificios quedaron mal parados; la mayor fuerza deste mal prevaleció en Siracusa ó Zaragoza de Sicilia.»

(IT)

«ANNO 1542. In Sicilia un grande tremore ferì molte città e popoli, molti edifici rimasero mal fermi; la forza maggiore di questo male prevalse a Siracusa, o Zaragoza di Sicilia.»

(Juan de Mariana, Historia de España; Tratado contra los juegos públicos; Del rey y de la institución real, ed. 1879 (o. 1599), pp. 387-388.)

Gli ultimi anni '30 e i primi anni '40 del '500 s'imposero sulla storia della città per le calamità naturali che portarono con sé: ancora prima della pesante carestia del 1539 (che colpì non solamente la Sicilia ma buona parte dell'Europa[139][140]), vi fu una memorabile serie di eruzioni dell'Etna con conseguente violento terremoto, verificatesi nel maggio del 1537: narrano le cronache più antiche sull'evento, che il vulcano siciliano eruttò per 12 giorni e che alla fine una parte del monte si squarciò e franò.[141] Antonio Filoteo degli Omodei[142], testimone degli eventi, scrisse che «il primo maggio di quell'anno la Sicilia tremò e l'Etna tuonò tanto da rendere sordi quasi tutti i siciliani per lo strepito e parecchi edifici dell'isola crollarono[143]».

Tra eruzioni, pestilenze, terremoti e inondazioni, la prima metà del '500 fu per i siracusani costellata di calamità naturali, a tal punto che dopo il 1542 essi si convinsero di dover placare «l'ira dell'Eterno»[144] che si era abbattuta su di loro; si misero quindi in pellegrinaggio per cercare l'assoluzione dei Santi, facendo penitenze e voti
(in foto l'Etna in eruzione e un'onda anomala)

Certamente l'evento più calamitoso che segnò questo arco di tempo fu lo sciame sismico che colpì la Sicilia sud-orientale, e con più viva forza l'area del siracusano, nel novembre e nel dicembre del 1542 (Rocco Pirri errò nel datarlo ad agosto; egli probabilmente mal interpretò il passo iniziale di una delle cronache originarie del tempo[N 29]).

Le prime scosse furono leggere, si verificarono il 30 novembre e colpirono inzialmente Caltagirone. Altre scosse, irruenti, si fecero sentire nella contea di Modica, ma la più violenta avvenne il 10 dicembre, con epicentro nel cuore dei monti Iblei: centri come Melilli e Occhiolà (l'antica Granmichele) vennero interamente distrutti. In totale 40 centri urbani furono colpiti dal terremoto, la cui potenza complessiva, così come i danni effettivi che comportò, risulta odiernamente indecifrabile, poiché se ne è persa quasi del tutto la memoria (causa la seguente calamità del Seicento, quasi gemella, che convogliò su essa i principali sforzi bibliografici sulle gravi devastazioni capitate durante la dominazione spagnola).

Inoltre, il sisma del 1542 (a differenza di quello del 1693) accadde di giorno, secondo quanto riferito da Carlo d'Aragona Tagliavia, marchese di Terranova e di Avola, che scrisse al Consiglio Supremo di Madrid («Ill.mo Señor mio [...] Comendador major de Leon del Consejo M.º de su M/d»), mettendolo al corrente della catastrofe; anche se egli, però, accennò solamente ai danni subiti dalla sua terra, Avola, e al solenne e disperato stato di supplica e preghiera nel quale si trovavano in quel momento tutti i siciliani che dieci giorni prima erano stati colpiti dal terremoto.[145] Il fatto che la maggior parte della popolazione si trovasse fuori casa evitò l'ecatombe seicentesca, anche se, come riferito da numerosi storici, la scossa più forte pare avvenisse di notte, alle ore 23, di domenica.[146] Lentini fu la città che ebbe più morti accertati; 70, seguita da Sortino, che perse 40 abitanti (rimangono tuttavia sconosciuti i numeri delle vittime avute nei paesi maggiormente colpiti[147]).

Tale evento fu enormemente disastroso sotto il punto di vista architettonico (intere città dovettero essere ricostruite da capo) e per i centri costieri come Siracusa, la quale fu «nearly totally destroyed[148]» (vicina alla distruzione totale), la paura più grande fu l'incombere dell'acqua salata, conseguenza diretta del terremoto: le onde di maremoto o, come le chiamavano i cronisti passati, le furiose «tempeste di mare».

 
In alto: parte dello stemma che segna l'ingresso del castello Maniace, edificato nel 1545 per Carlo V. In basso: le colonne d'Ercole e il globo, simboli di Carlo V, effigiati all'ingresso del suo palazzo.
Nello stemma siracusano vi sono tutti i simboli di Carlo: due coppie di colonne d'Ercole, due globi e coppia delle quattro fiamme (poste dietro i globi) emblema del suo impero

Antonio Mongitore narrò di come il vescovo della città, Girolamo Beccadelli, e anche tutti i siracusani, avessero il tormentato pensiero che la loro penisola (all'epoca Carlo V non aveva ancora trasformato Ortigia in un'isola) potesse sprofondare e essere inghiottita dalle acque del mare. Essi pare parlassero e agissero con tanto timore perché sapevano che in tempi remoti molte terre erano scomparse a quel modo.[149] Non si hanno notizie certe di un avvenuto tsunami a Siracusa nel 1542, anche se le cronache del tempo riferivano che la confinante Augusta aveva rischiato di essere sommersa[150] (e il visitatore ebreo Joseph ha-Kohen parlò di edifici trasformati in «laghi d'acqua»[151][150]). Certamente si sa che ancora nel gennaio del 1543 (quasi un mese dopo il sisma) la popolazione di Siracusa seguitava a sentirsi «minacciata da una gigantesca inondazione[152]», che le scosse continuarono per 40 giorni e che i siracusani non volevano più dimorare dentro la città. Il vescovo celebrò quindi i divini uffizi sulle barche.[153]

I siracusani erano convinti di aver attirato su di loro l'ira di Dio[144] o l'«ira del Cielo[149]» e che per scongiurare l'imminente fine, e ricevere il perdono divino, si dovessero espiare le proprie colpe e pregare tanto.[153][152] Si recarono allora in processione in diversi luoghi della Sicilia orientale e alcuni di loro arrivarono a flagellarsi.[149] Per la società dell'epoca, che viveva tra la Santa Inquisizione e il fervore della religiosità, provare simili sentimenti era più che normale. Va considerato inoltre che persino il loro imperatore, Carlo V, era convinto che il male di Siracusa fosse da imputare a degli non identificati peccatori, che andavano scoperti e severamente puniti per il disastro che avevano provocato.[150][N 30]

 
Carlo V raffigurato come dominatore del mondo dal pittore Parmigianino nel 1530. Egli mandò i suoi uomini a circumnavigare la Terra, dimostrandone la sfericità, in maniera definitiva

Solo l'intervento di Ferrante Gonzaga (andato via dall'isola quello stesso dicembre del 1542 e ritornato a febbraio del 1543), evitò che l'imperatore si scagliasse contro dei peccatori senza né volto né nome, poiché il viceré lo persuase, permettendosi di rammentargli che il terremoto era da attribuire a cause sicuramente naturali.[150] I danni nel siracusano furono comunque gravissimi: crollò l'altissimo campanile del Duomo,[N 31] si spostarono le colonne del tempio di Atena (base portante della cattedrale cristiana aretusea),[156] sparì per sempre uno dei tre principali castelli della città, il Marieth,[157] la fonte Aretusa venne inondata di acqua salata e per parecchi giorni essa e i pozzi circostanti diedero ai siracusani solamente acqua salmastra da bere.[158] Le fortificazioni volute da Carlo (nel 1542 egli ne aveva appena richieste delle altre[159]), costate denaro e sacrifici, crollarono e Gonzaga affidò di nuovo, nel 1544, ad Antonio Ferramolino il compito di ritirarle su.[160]

Il governo spagnolo aveva due priorità ben precise su Siracusa dopo il sisma che l'aveva colpita: anzitutto convincerne la popolazione a farvi ritorno; i suoi abitanti, infatti, l'avevano lasciata pressoché deserta, preferendo allontanarsi dalla costa e dalla città, vivendo piuttosto a cielo scoperto, nelle campagne, o tutt'al più in case fatte da loro stessi con delle tavole di legno.[149] Farli rientrare non fu cosa semplice (dato che nei primi mesi del 1543 essi risultavano ancora accampati all'aperto), ma alla fine l'insistenza del funzionario regio che venne inviato, Francesco I Moncada, nominato fin dal dicembre del '42 vicario e capitano d'armi della città,[161] ebbe la meglio e i siracusani vennero persuasi a riprendere possesso del loro domicilio.[150] La seconda priorità spagnola era rappresentata dalla volontà di far sparire le tracce del terremoto sotto il punto di vista bellico: la città d'Aretusa era una fortezza, una piazzaforte,[N 32] la più importante della Sicilia orientale e tra le primissime dell'intero Regno, poiché il nemico era ancora in procinto di attaccare, i suoi punti deboli, vistosamente lasciati dal sisma, dovevano essere risanati al più presto.[162]

Tuttavia l'interesse mostrato dalla corte di Spagna per lo stato civile-strutturale nel quale versava la popolazione siracusana dopo il terremoto, non fu comparabile allo zelo che la stessa fece valere per rimettere bellicamente in riga la città.[150] Il sisma ebbe conseguenze serissime su un centro urbano come Siracusa, che era già da prima sofferente economicamente. Per cercare di aiutare la popolazione stremata, il vescovo Girolamo fondò nel 1543 il Monte di Pietà (uno dei primi a nascere in Sicilia) e lo aggregò a quello di Roma, solo che a differenza della maggior parte di questi istituti, quello siracusano, negli anni post-terremoto, non aveva come scopo il prestito su pegno, ma semplicemente il donare ai poveri i soldi raccolti con le elemosine.[163][164] A lungo andare vi fu un drammatico crollo delle nascite: Siracusa, rispetto al resto della Sicilia, non riusciva più a crescere a livello demografico e la sua economia si era completamente bloccata.[163][165]

Il concilio di TrentoModifica

 
I vescovi partecipanti al concilio di Trento (dipinto di Elia Naurizio, XVII)

Il vescovo di Siracusa, Girolamo Beccadelli, nel 1545 venne nominato da Carlo V rappresentante della Sicilia al concilio di Trento[166][138] e quindi esso si recò nel principato vescovile dell'Alto Adige insieme all'altro solo esponente della chiesa siciliana, l'arcivescovo di Palermo, Pietro Tagliavia d'Aragona (fratello di Carlo d'Aragona, marchese di Avola).

Il fatto che venisse affidata una tale responsabilità al prelato della città aretusea non deve stupire, infatti, prima dell'arrivo dei Normanni (e dello stravolgimento geo-politico attuato da essi a seguito del parlamento di Salerno nel 1129) era l'arcivescovo di Siracusa ad avere il controllo su tutte le chiese siciliane (detto metropolita di Sicilia), nelle quali ebbe il merito di diffondere la liturgia in lingua greca[167] (i più antichi manoscritti cristiani venivano resi in greco), in virtù della maggiore antichità della comunità cristiana siracusana e del maggiore potere detenuto dalla suddetta città in epoca post-classica (essa era riconosciuta dai Greci-Romani di Costantinopoli sede dello Strategos di Sikelia, comprendente anche l'Italia meridionale[168]).

Al concilio, indetto per cercare di riformare la chiesa e comprendere i bisogni dei protestanti capitanati dal germanico Martin Lutero, il vescovo di Siracusa fu accompagnato da un altro cittadino aretuseo; il suo teologo benedettino Gaspare Ventura.[169] Giunsero a Trento nel mese di agosto (il concilio si sarebbe aperto il 13 dicembre di quell'anno). Girolamo, con Pietro, fece parte del gruppetto iniziale (comprendente tre vescovi della Spagna, quattro vescovi del Regno di Napoli e quattro vescovi della Francia, oltre le varie figure politiche del papa e dell'imperatore) che decise in che termini si dovesse svolgere l'imminente e significativo incontro. Tra le altre cose fu stabilito che nella sede del concilio (la cattedrale di San Vigilio) si elevassero due troni: uno per il papa e l'altro per Carlo V.

Quando il concilio incominciò, il vescovo di Siracusa prese posto con il gruppo dei vescovi della Spagna, e non quello dei vescovi italiani (stessa cosa fece Pietro d'Aragona), e una costante dell'evento sarà infatti l'allineamento, specialmente sul piano politico, dei due vescovi siciliani al volere della corona spagnola, ovvero dell'imperatore.

Ciononostante, Girolamo e Pietro ebbero molta libertà di parola. Il vescovo di Siracusa, in particolare, si distinse in varie occasioni, ma la sua battaglia più meritevole di menzione fu quella sulla residenza obbligatoria per tutti i vescovi, compresi i cardinali, nel luogo per il quale venivano eletti (prima di questa nuova norma, molte diocesi, specie quelle secondatie, rimanevano governate da vicari del prelato, senza mai conoscere il proprio vescovo, poiché egli non riteneva necessario andarvi a risiedere).[170]

 
Vista di Ortigia, dal suo lato di Ponente

Il vescovo siracusano si schierò inoltre a favore della scrittura della bibbia in lingua volgare (fino ad allora proibita), senza aver timore di andar contro il volere del cardinale spagnolo Pedro Pacheco Ladrón de Guevara. Girolamo venne però osteggiato dalla maggior parte dei conciliari sul tema della giustificazione, per la quale egli desiderava mettere al primo posto il dogma della fede; a sostenerlo vi furono solamente il suo teologo Gaspare (che durante il proprio intervento meritò gli applausi della platea[169][N 33]), il generale degli agostiniani, Girolamo Seripando, e l'arcivescovo di Palermo, Pietro d'Aragona (che a differenza di Girolamo si spese molto su tale tesi, non riusciendo tuttavia a far cambiare idea ai conciliari). In linea di massima, il vescovo di Siracusa si mantenne sempre su toni pacati e posizioni moderate.[138]

Quando però il papa e il suo entourage, nel 1547, cercarono di spostare il concilio a Bologna (città fuori dal potere imperiale), Girolamo non si mosse da Trento, rimanendo legato agli Spagnoli e a Carlo, che non desideravano l'allontanamento dalla città tridentina (posta invece sotto influenza spagnola-germanica). Francisco de Toledo Herrera lo encomiò per la fedeltà dimostrata nello scritto rivolto all'imperatore.[138]

I rinvenimenti degli anni '40Modifica

Nell'inverno del 1548 si trovava a Siracusa Giorgio Adorno, cavaliere di Malta e capo ammiraglio delle navi della Religione (le quali stavano svernando nel porto aretuseo): egli, esponente della famiglia patrizia genovese degli Adorno, essendo stato mandato per potenziare la difesa della città contro i Turchi, vi si stabilì per dei lunghi periodi, divenendo il capostipite del ramo aretuseo degli Adorno (un suo discedente, ben noto in città, sarà ad esempio Mario Adorno).[171]

Durante una battuta di caccia, Giorgio Adorno, accompagnato da altri cavalieri giovanniti, s'imbatté in una caverna interrata, nei pressi di Siracusa. Attirato dall'abbaiare dei suoi cani, la fece scoprire, nella speranza di trovarvi delle antiche monete della Siracusa greca, o qualcosa di altrettanto prezioso. La scoperta che fece lo sorprese: egli affermò di aver trovato il corpo di un gigante. Non venne maneggiato con la dovuta cura, per cui il colossale corpo, essendo antichissimo, s'incenerì (episodio analogo era già accaduto a Melilli nel '46 e in altre parti della Sicilia nello stesso periodo), ma rimasero i denti, che il cavaliere spedì, come testimonianza, al suo Gran Maestro a Malta, Juan de Homedes.

Nella storia mitologica della Sicilia vi sono tracce di giganti (come i Ciclopi, legati tra l'altro alla trama politica di Dionisio I[N 34] o i primordiali Lestrigoni), ma pare che la scoperta fatta dal cavaliere maltese fosse da collegare, in realtà, con le tante ossa degli ormai estinti Palaeoloxodon falconeri (elefanti nani siciliani, presenti anche a Malta), rinvenute in seguito sul territorio.[N 35]

 
Tommaso Fazello, testimone oculare dei ritrovamenti degli anni '40 del '500

Il frate domenicano agrigentino Tommaso Fazello, che vide con i suoi occhi quelle ossa e ne rimase meravigliato quanto l'Adorno, era giunto per la prima volta a Siracusa nel 1534[172] e nei decenni '40 e '50 del 1500 si rese fautore di importanti scoperte archeologiche riguardanti da vicino il vissuto dell'area aretusea: Fazello individuò per primo il sito di Akrai (la prima colonia fondata dai Siracusani), Selinunte e Segesta (entrambe furono il casus belli che scatenò la guerra tra Atene e Siracusa) e Himera (città legata ai natali Agatocle; il primo ad avere impiantato il titolo regale in Sicilia).[173]

Nel maggio del 1549 giunse in città il capitano delle galee pontificie, che aveva partecipato con Carlo alla spedizione di Algeri, il conte di Santa Fiora Carlo Sforza (consanguineo di papa Paolo III), il quale incontrò nella città aretusea Giorgio Adorno, suo grande amico, e insieme si recarono dal Gran Maestro.[174]

Le esportazioni e le importazioni aretusee nel CinquecentoModifica

 
La città di Siracusa intrattenne sempre rapporti commerciali e politici vivacissimi con l'Ordine dei cavalieri di Malta, e quindi con i Maltesi

Sin dall'anno in cui l'Ordine gerosolimitano si era trasferito a Malta, nel 1530, Siracusa si era legata molto ai suoi componenti, soprattutto la sua economia risultava essere legata a essi, dato che Carlo V, per timore che la città venisse attaccata dai nemici della corona, le aveva impedito i liberi traffici portuali, concentrando piuttosto i suoi rapporti commerciali quasi esclusivamente con le flotte militari che erano alle sue dipendenze. Tra costoro un posto di prim'ordine lo occupavano proprio i cavalieri giovanniti.[175]

In special modo, Siracusa e Malta intrattenevano uno stretto smercio per il vino: i cavalieri di Malta erano i maggiori acquirenti del vino aretuseo, e quelli che più lo apprezzavano; per tale motivo risulta significativo lo screzio che ebbero nel 1531 a causa di questa bevanda: i siracusani, a quel tempo, protestavano sul prezzo troppo basso con il quale dovevano vendere il proprio vino ai Maltesi (a fronte di quello troppo alto per l'importazione nel siracusano), arrivarono così a proibirne l'esportazione per l'isola di Malta. I cavalieri per tale motivo si adirarono e a loro volta proibirono a ciascun abitante maltese di importare vino siracusano (pena persino il carcere), mentre essi andavano a rifornirsi di vino nell'isola greca di Zante e aspettavano fiduciosi che i siracusani si sottomettessero al prezzo da loro stabilito: i cavalieri giovanniti sapevano che il commercio del vino rappresentava una fonte vitale per un'economia maltrattata, come lo era quella aretusea (tale situazione si accentuerà poi in futuro, arrivando a dire il conte Tommaso Gargallo che il vino per Siracusa, se ben sfruttato, era come l'oro per il Perù[176]).

Difatti, i giovanniti avevano ragione: i siracusani cedettero ben presto e pregarono il Gran Maestro (che in quell'anno era Piero de Ponte, sostituto dell'appena defunto Philippe de Villiers de L'Isle-Adam) di revocare la proibizione nei loro confronti. Dopo di ciò, i rapporti con i Maltesi ripresero normalmente (un altro conflitto tra le due realtà geografiche, ben più grave di questo in quanto dettato da condizioni politiche, si verificherà nel Seicento).[177]

Oltre il vino, l'economia siracusana di quei decenni si basava sull'esportazione di cereali, frutta (secca e agrumi) e olio. Poi vi era l'economia bellica della città; tutt'altra faccenda, per la quale Siracusa appariva come il principale punto di rifornimento delle truppe: dal cibo al ferro (ciò sarà particolarmente evidente durante l'arrivo della Sublime Porta ai confini aretusei).

Fiorente in quegli anni la produzione di canna da zucchero: Carlo V dal siracusano la spedì nelle sue terre americane;[178] stessa cosa fece con il cotone.[179] Ciò però comportò un ulteriore impoverimento per l'economia siciliana, dato che d'ora in avanti la manodopera e il commercio di tali piantagioni si spostava nei Reinos de Indias.[179] Tuttavia, dalle Americhe gli Spagnoli portarono in Sicilia anche tante novità: Siracusa conobbe le patate,[N 36] il mais, il pomodoro[N 37], il tabacco[N 38] e il cacao: le fave di cacao ebbero parecchia fortuna nelle terre aretusee, visto che nel mercato spagnolo di Cadice «el cacao de Siracusa[180]» veniva nominato tra la merce preziosa. Il cioccolato, portato in Europa per la prima volta da Hernán Cortés, nel siracusano continuò a essere preparato secondo la maniera della civiltà azteca, sua inventrice (la famiglia aretusea dei Bonajuto, giunta da Valencia nel XIII secolo, che contava tra i suoi esponenti signori feudali e cavalieri giovanniti,[181] si trasferirà nel Settecento a Modica, dando origine al celebre cioccolato omonimo[182]).

Il nuovo viceré Juan de Vega e i suoi figliModifica

Capo Passero e Vendicari, che facevano parte del sistema ideato da Juan de Vega basato sulle torri sud-orientali: di giorno esse dovevano emanare segnali di fumo e di notte accendere fuochi, per comunicare tra loro il messaggio di pericolo e farlo giungere alla città di Siracusa

Nel 1546 Carlo V aveva esonerato Ferrante Gonzaga dal ruolo di vecerè siciliano (mandandolo a combattere in suo nome i disordini anti-spagnoli nel nord Italia) e aveva eletto al suo posto l'ex viceré di Navarra, nonché suo ambasciatore a Roma, Juan de Vega.

La fine degli anni '40 e l'inizio dei '50 rappresentarono per la città l'arrivo di nuovi ordini religiosi e la costruzione delle loro rispettive dimore: il viceré Juan aveva conosciuto presso il papa il fondatore dell'Ordine gesuita, Ignazio di Loyola (il cui movimento, pur basandosi su una gerarchia di stampo militare, non imbraccerà mai le armi, come invece accadde con i giovanniti), e ne aveva quindi agevolato l'ingresso in Sicilia. Già nel 1549 il rettore spagnolo dell'appena fondato collegio gesuitico di Messina, Jerónimo Nadal, aveva scritto a Ignazio di Loyola (futuro Sant'Ignazio) manifestandogli la volontà di fare approdare anche nella città d'Aretusa questo nuovo Ordine (tuttavia bisognerà attendere ancora un quinquennio prima che de Vega riesca a farveli dimorare).[183]

Nel frattempo, il 10 giugno 1549, fecero il loro ingresso i frati Cappuccini «con quel ruvido sacco di lana cinto ai lombi di corda, con quell'esteriore venerando, mansueto, penitente[184]», ma non li fu permesso di permanere all'interno delle mura cittadine, cosicché essi dovettero fabbricare il loro convento nei pressi dell'anfiteatro romano (nel quartiere extra moenia di Neapolis).[185] Vennero tuttavia accolti dal vescovo Girolamo (ritornato da Trento nel '47, poiché si era creato conflitto tra l'imperatore e il papa a causa del traferimento della sede conciliare a Bologna e quindi si era sospeso momentameante il tutto).[186]

Non appena arrivò, Juan diede l'avvio a un ingegnoso sistema difensivo che prevedeva la costruzione e l'utilizzo di una «cintura di torri[187]» costiere per far scorrere una silenziosa ma rapida comunicazione sui movimenti marittimi del nemico: dai baluardi dovevano sollevarsi dei segnali di fumo diurni e fiamme durante la notte, stabilendo un particolare linguaggio visivo per quantificare il pericolo che si approssimava[188] (essi erano detti fani, dal greco phanos: fuoco, segnale[189]). Egli inoltre si spese per la formazione della nova militia (militari autoctoni, ovvero siciliani): gli abitanti di Siracusa erano però esentati da questa coscrizione bellica[190] (la città aretusea era comunque quella in cui dimorava al suo interno il maggior numero di soldati durante i periodi di massima allerta[191]).

Il viceré Juan aveva numerosi figli, tra i quali Hernando de Vega e Suero de Vega, che egli portò con sé in Sicilia nel 1547 e nominò entrambi, in periodi differenti, vicari e capitani d'armi ad guerram per la città di Siracusa. Hernando, che era il maggiore dei due, resse le redini dell'area in questione in un momento particolarmente delicato:

Nel 1544 l'isola di Lipari (facente parte del regno di Napoli ma pur sempre vicinissima alla costa siciliana nord-orientale) era stata brutalmente saccheggiata da Barbarossa[192]; ciò aggiungeva preoccupazione a Cesare (uno dei soprannomi di Carlo V più apprezzati all'epoca), che era uscito da poco sconfitto da Algeri (1541) e sapeva bene che la sua fortezza siciliana, ovvero Siracusa, era uscita a sua volta parecchio malmessa dal devastante terremoto (1542).

 
Augusta: Capo Sbarcatore dei Turchi, località costiera odierna che prende il nome dagli eventi lì verificatesi nel Cinquecento

Nel 1547 Carlo V aveva firmato un armistizio con il sultano (tregua di Adrianopoli), cedendogli territori nel nord Europa, ma nel 1550 gli Ottomani lo considerarono violato, poiché Carlo conquistò la città africana di Mahdia, togliendola a Dragut (erede di Barbarossa) e riportandola sotto la sua influenza. Quindi il sultano si vendicò ordinando di far saccheggiare Augusta; ciò accadde nel luglio del 1551 (per fermarsi Dragut aveva intimato a de Vega di restituire a Solimano le città africane, tra le quali Monastir e Mahdia, ma de Vega non poteva prendere una decisione che spettava solo a Carlo V[193]).

Dragut tuttavia, dopo aver bruciato Augusta, non attaccò il capoluogo aretuseo, ritenendolo ben fortificato per provare a prenderlo in quel momento.[193] Il sultano allora, sempre a luglio di quell'anno, fece dirigere i suoi vassalli sull'isola di Malta, provando a conquistarla una prima volta e riuscendo a fare invadere Gozo. Nel mese di agosto Solimano il Magnifico attaccò e conquistò la fortezza di Tripoli, sottraendola ai cavalieri dell'Ordine gerosolimitano (che l'avevano ricevuta in affido da Carlo nel 1530). Il messaggio lanciato dal sultano era chiaro, e Siracusa, in pratica, risultava pericolosamente assediata sia da sud sia da nord.

Ereditanto tale contesto, Hernando de Vega (che aveva partecipato alle spedizioni africane ed era già stato eletto nel '50 presidente del Regno di Sicilia), nominato da suo padre capitano d'arme di Siracusa (nello stesso periodo divenne responsabile di tutto il val di Noto e vicario generale dell'intero Regno) adoperò misure estreme per evitare che la Sublime Porta s'impadronisse della fortezza siciliana (suo fratello Suero si formò al suo fianco, prima di venire assegnato anch'esso al governo aretuseo).

Hernando mise in primo piano il potenziamento difensivo di Siracusa: chiamò da tutto il val di Noto, e fece alternare a ritmo serrato, migliaia e migliaia di operai che, coscritti, ovvero obbligati, dovevano quotidianamente recarsi nel capoluogo aretuseo e lavorare per tirare su le fortificazioni necessarie a respingere un eventuale attacco del sultano (a numerare le presenze vi erano i militari, i quali controllavano che nessuno fuggisse).[194] Chi non si presentava in città doveva giustificarsi di fronte a Hernando, il quale non esitò a infliggere anche punizioni corporali.[194]

Ciascun comune aveva un numero di operai prefissato da mandare a Siracusa, in base al risultato del revelo (censimento della popolazione) effettuato dal padre di Hernando nel '48.[195] Chi invece faceva parte della nova militia era esentato dai cantieri aretusei (aveva però l'obbligo di presentarsi alla "mostra" della milizia e l'obbligo di combattere in caso di invasione). Nel 1552 Hernando de Vega dichiarò inoltre l'allevamento e il commercio dei cavalli come affare di primaria importanza per la difesa militare del Regno.[196]

Militarizzò anche il commercio del carbone, dello zolfo e del salnitro; quest'ultimo in particolare, essendo utilizzato per la creazione della polvere da sparo e scarseggiando in natura, venne requisito e indirizzato totalmente a Siracusa: tutte le fabbriche di salnitro del val di Noto avevano l'obbligo di venderlo esclusivamente alla regia corte, che a sua volta l'adoperava per preparare le armi nel capoluogo aretuseo (i salanitrari, cioè i fabbricatori di salnitro, erano persino esentati dal servizio militare pur di garantire la produzione del richiesto minerale).[197]

 
Carlo V nel 1550, ritratto da Tiziano

1552: Carlo V separa Siracusa dalla terrafermaModifica

 
L'isola di Ortigia così come risultava nel XVIII secolo, nel suo stadio finale, dopo le innumerevoli fortificazioni che la resero quella fortezza inespugnabile che alla fine si rivelò un'arma a doppio taglio anche per la Spagna;[N 39] fu Carlo V a separarla una prima volta nel 1552

Carlo V, che in seguito all'attacco di Augusta e di Malta (e la presa di Gozo e Tripoli), nel 1551, aveva dato l'ordine di far risiedere altri Spagnoli in arme all'interno di Siracusa (le compagnie erano alle dipendenze dei capitani Herrera e Tappia),[198] e vide nel maggio del 1552 il corsaro Dragut - stavolta spalleggiato dall'esercito della Francia e dalla flotta di Sinan Pascià - saccheggiare nuovamente Augusta e farne schiavi gli abitanti, si convinse che per mettere maggiormente al sicuro la fortezza rappresentata da Siracusa, occorreva separarla dal resto della Sicilia: già egli, qualche anno prima, aveva tentato con l'ingegnere Ferramolino il taglio dell'istmo, ma esso era fallito,[199][N 40] adesso vi provò con più vigore, riuscendovi.

Era dai tempi dell'Antica Grecia che Ortigia aveva smesso di essere un'isola: la parte più antica di Siracusa (la prima a essere popolata dai Greci) nacque come isola, ma poi i nuovi coloni, giunti dalla Corinzia, per espandersi più facilmente la collegarono alla Sicilia, tramite un istmo artificiale. Fu successivamente il tiranno Dionisio I a fortificare grandemente Ortigia, cacciandone gli abitanti e dichiarandola esplicitamente fortezza militare (in essa poteva risiedere solo il suo esercito ed egli stesso). Poi i Romani fecero altrettanto, vietando ai Siracusani di andare ad abitare a Ortigia, poiché la ritenevano una minaccia contro la tranquillità dell'impero: chi vi si trincerava difficilmente avrebbe potuto essere spodestato da lì, e i Siracusani erano visti dai Romani come un popolo ancora sedizioso; bramoso della propria libertà.

Ma nell'epoca di Carlo V si verificò qualcosa di inedito: militari e civili dovevano forzatamente convivere insieme, così come le rispettive priorità (ragione bellica contro ragione civile). Tuttavia pare che al principio i siracusani fossero grati a Carlo V per averli tutelati così tanto contro le incursioni del sultano: essi si sentivano protetti e desideravano ancora più fortificazioni (fu solamente quando il pericolo della Sublime Porta si affievolì, decenni dopo, che si sarebbero resi conto del loro avvenuto isolamento e dell'alto grado di militarizzazione raggiunto, dal quale indietro non si poteva più tornare).[200]

Durante gli sforzi per cercare di rompere in profondità la larga striscia di terra che univa Ortigia alla Sicilia, gli operai di Carlo rinvennero i canali in piombo di un acquedotto di epoca romana, fatto costruire dall'imperatore Claudio (41-54 d.C.) con lo scopo di portare l'acqua dolce dentro la fortezza militare della suddetta area aretusea (l'identificazione fu possibile grazie al ritrovamento di un'iscrizione in loco di Claudio).[201][202] Insieme ai canali, si riversò in superficie una quantità considerevole di acqua dolce: tanta da formare un fiume.

«Riferisce il Fazello, che in tempo di Carlo Quinto l'anno 1552. cavandosi il terreno nello stretto per far Isola Siracusa, uscì fuori tanta copia d'acque dolci in guisa di fiume, che l'opera si lasciò imperfetta: sicché ragionevolmente si può sospettare, che queste acque siano le medesime, che quelle di Arethusa.»

(Giacomo Bonanni, duca di Montalbano Elicona, Delle Antiche Siracuse, 1717, p. 28.)
 
Nel 1552 venne ritrovato l'acquedotto romano della città: le acque giungevano a Ortigia dai monti Iblei (in foto uno dei principali fiumi iblei prima che s'incanali verso la costa; il Cassibile)
 
Gruppo di monete appartenenti agli antichi Siracusani. Quando Carlo V fece rompere l'istmo e fece scavare a fondo, gli Spagnoli ritrovarono numerosissime monete come queste; così tante che pensarono di aver trovato li sito dell'originale zecca di Syrakoussai[N 41]

Si è molto discusso sull'origine di quell'abbondante corso d'acqua che creò problemi all'opera di Carlo: alcuni hanno sostenuto si trattasse dell'Anapo (che dal monte Lauro sfocia nella costa di Siracusa, le cui acque vengono intercettate e catturate da millenni dall'acquedotto Galermi di Gelone I, facendole sgorgare nella grotta del Ninfeo, nei pressi del teatro greco; procedimento analogo sarebbe avvenuto sotto Claudio, ma in diversa direzione), altri hanno invece indicato le acque della fonte Aretusa, la quale, mentre gli Spagnoli rompevano il collegamento, rimase asciutta per un po' di tempo[203] (il che è comunque possibile, dato che essa forma uno degli innumerevoli sbocchi naturali della falda freatica iblea[204]).

Oltre l'acqua, gli Spagnoli rinvennero anche «molti tesori[205]», quantificabili in esemplari di monete risalenti ai «tempi gloriosi di Siracusa[206]». I ritrovamenti furono talmente numerosi da fare ipotizzare che sul luogo in cui Carlo V stava facendo nascere i nuovi bastioni un tempo vi sorgesse la zecca della pentapolis.[207]

In virtù della quantità di metallo prezioso lì rinvenuto, la zona venne chiamata Montedoro (in quel sito gli Spagnoli edificarono in seguito il campo trincerato, o la gran piazza d'arme[206], a forma di corona).[208]

Altri avvenimenti significativi dei primi anni '50Modifica

Nel 1551 nacque nel siracusano la seconda città dedicata o edificata per un imperatore: dopo Augusta (fondata da Federico II di Svevia)[209] Juan de Vega, con l'approvazione di Carlo V (o secondo altri studiosi direttamente sotto suo ordine[210][211]), fondò Carlentini (la Lentini di Carlo[212] o la Carlo Lentini[210]), che in teoria doveva servire da nuova dimora per i lentinesi, sorgendo sulle pendici iblee alle loro spalle (le motivazioni ufficiali furono aria più salubre per gli abitanti della zona, che soffrivano di malaria a causa delle acque del grande lago,[213] un sito non distrutto dal terremoto del '42 e l'allontanamento dalle incursioni barbaresche).

 
La cinta bastionata dell'antica Netum, affacciata su uno dei numerosi dirupi del monte Alveria. Nei piani di Juan, Noto doveva sostituire Siracusa se questa fosse caduta nelle mani della Sublime Porta, e doveva anche essere un rifugio per essa

In realtà, Carlentini doveva essere la nuova fortezza militare della Spagna installata nel siracusano, che andava a sostituire Lentini e soprattutto Augusta, definita indifendibile[214] per la sua vasta area portuale priva di sufficienti fortificazioni e popolazione (convinzione aumentata in Juan, già radicata in Gonzaga, e in Carlo V dopo il terremoto del '42 e le incursioni di Dragut). Carlentini insieme a Noto (altra città che gli Spagnoli andarono a fortificare proprio in quel periodo)[215] avevano il compito, non semplice, di resistere a un'eventuale invasione dell'impero ottomano: dovevano correre in difesa dei centri costieri e, in caso essi fossero caduti tutti - compresa Siracusa[216] che ne rappresentava il perno più forte -, prendere il loro posto e non permettere l'avanzata del nemico all'interno del Regno.

Noto, inoltre, era stata scelta dalla Spagna per accogliere gli abitanti della città di Siracusa una volta che questi non avessero più avuto un posto dove stare (in modo tale da non farli vagare nelle campagne, come di solito accadeva alle popolazioni superstiti di guerra).

Tuttavia i lentinesi si rifiutarono di abbandonare la loro prima città, facendo penare non poco il viceré Juan che cercava numerosi abitanti per mettere in funzione la fortezza collinare e istituirvi un popolo-esercito (con il tempo le speranze riposte in questo nuovo progetto si rivelarono fallimentari).[217][218] Noto invece venne inserita efficacemente nel sistema difensivo che proteggeva la costa da Siracusa a Spaccaforno (l'antica Ispica): i corrieri netini dovevano coprire la distanza da Noto a Spaccaforno o da Noto ad Avola, in base al punto di provenienza del segnale di pericolo; gli avolesi poi avrebbero fatto giungere il loro corriere a Siracusa (si trattava di un sistema collegato alle torri di avvistamento costiere).[219]

Nel medesimo periodo (anno 1550) il vescovo di Siracusa, Girolamo, ripartì per il Nord Italia, poiché da lì a breve si sarebbe riaperto il concilio di Trento (seconda fase conciliare permeata dalle vicende belliche di Carlo, il quale aveva dapprima dichiarato guerra alla Germania protestante, rea di non aver voluto riconoscere come valido il sinodo tridentino, vincendola nel '47, ma poi questa si era alleata con la Francia contro di lui e contro la sua dura autorità cattolica, portando a un nuovo blocco del concilio).

Prima di dirigersi a Trento, Girolamo sostò a Bologna (dove egli aveva parenti, essendo nativo di quella città). Nel capoluogo emiliano entrò in contatto con i lavori del siciliano Giorgio Siculo (che poco tempo dopo sarebbe stato dichiarato eretico e condannato a morte per le sue affermazioni).[220] Il vescovo di Siracusa sostenne in un primo momento il pensiero del Siculo: egli arrivò a leggerne l'Epistola davanti ai conciliari tridentini (anche se non sapeva chi ne fosse l'autore), poi però se ne distaccò.[221] Nel 1552 il concilio dovette essere nuovamente interrotto (Carlo era entrato di nuovo in guerra contro i suoi sudditi germanici) e il vescovo di Siracusa tornò nella sua diocesi. Girolamo fu incaricato dagli ecclesiastici di applicare nella chiesa aretusea quanto si era stabilito nella seduta tridentina. Quindi a Siracusa nel 1553 venne organizzato il primo sinodo tridentino siciliano (nel 1555 il vescovo fece pubblicare a Palermo il libro su quanto si era stabilito nell'incontro siracusano).[222]

Nel 1554 Suero de Vega (nominato capitano d'arme di Siracusa nel 1553) coinvolse il vescovo e le cariche politiche della città affinché accogliessero finalmente i l'Ordine dei gesuiti (in quel momento presenti a Messina dal '48, a Palermo dal '49 e a Monreale dal '53[223]). Scriveva a tal proposito il fondatore dell'Ordine, Ignazio di Loyola, nella sua lingua, riferendosi alle imminenti impiantazioni della Compagnia a Siracusa e a Bivona (dove vi risiedeva un'altra figlia del viceré, la duchessa de Luna, grazie al cui operato i gesuiti entreranno nel '55):

(ES)

«[...] en la buena voluntad para las cosas de nuestra Compania, y ha concertado un otro Suero de Vega, su hermano, en Siracusa: y este Septiembre, como entendemos, se embiará gente al vno y al otro.»

(IT)

«[...] nella buona volontà per le cose della nostra Compagnia, e ha progettato un altro Suero de Vega, suo fratello [della duchessa Luna] a Siracusa: e questo settembre, come abbiamo capito, s'invierà gente nell'uno e nell'altro [collegi di Siracusa e Bivona].»

(Sant'Ignazio di Loyola, Monumenta Ignatiana, ex autographis vel ex antiquioribus exemplis collecta, series prima, vol. 22, 1966, p. 254.)

Anche Hernando, oltre a suo fratello Suero, era in costante contatto con i gesuiti siciliani.[224] La Compagnia di Gesù aretusea venne definita la «più dissita geograficamente (era l'ultima del lungo lato ionico) e anche la più autonoma[225]» (i gesuiti siracusani non interagivano con il resto dei gesuiti della Sicilia orientale, ma non potevano fare nemmeno grandi cose, essendo Siracusa una città già all'epoca fortemente militarizzata, con molta poca concessione per ciò che riguardava il libero scambio e la vita intellettuale[225]).

Abdicazione di Carlo V e ascesa di Filippo IIModifica

La Grande cometa del 1556 e l'inondazione del 1558Modifica

Nel 1555 Carlo V firmò la pace con la Germania protestante (curioso è tuttavia il fatto che proprio a partire da questo periodo, e fino al '61, si svilupparono nel siracusano ribellioni religiose a favore dei protestanti, con Noto e Siracusa che divennero punti di ritrovo principali per questi intensi focolai, mentre, all'opposto, nel resto della Sicilia tali ribellioni si placarono[226]).

L'imperatore nel 1556 era però stanco: stanco delle continue guerre che scoppiavano nel nome della Spagna; stanco della sua malattia che gli impediva i necessari rapidi spostamenti (egli soffriva di diabete e di gotta). Inoltre egli era deluso poiché non era riuscito a realizzare il sogno spagnolo di una monarchia universale (gli Spagnoli si aspettavano ben presto di veder sventolare le loro insegne reali in tutto il mondo, culminando a Gerusalemme, unendo le terre nel loro nome sotto la religione cattolica, dopodiché la storia sarebbe finita e sarebbe giunto il giorno del giudizio universale[227]), così egli maturò la decisione di abdicare dal trono, e lo fece passando la corona a suo figlio Filippo II di Spagna.

 
L'abdicazione di Carlo V a favore del figlio Filippo II

Nel 1547 Carlo aveva insistito affinché suo figlio si legasse all'Inghilterra tramite il matrimonio con Maria Tudor, celebratosi nel '54 (questo fu il primo passo verso la secolare guerra che sarebbe esplosa nel Seicento tra Inglesi e Spagnoli e che avrebbe portato infine le armi del futuro impero britannico anche sul suolo aretuseo, ai danni della Spagna). Carlo cedette a Filippo tutti i suoi regni, eccetto la Germania, che passò al proprio fratello Ferdinando I d'Asburgo, sottraendo il Sacro romano impero al diretto controllo della Spagna.

 
Nel 1857 era stato predetto il ritorno della cometa di Carlo V, la quale aveva recato talmente tanto spavento e timore che nell'Europa ottocentesca ci si era convinti di un'imminente fine del mondo proprio a causa del suo impatto con la Terra (nell'immagine la Grande cometa del 1858)[228]

Poco dopo la sua abdicazione, avvenuta al principio del '56, nei cieli di tutta Europa, l'8 marzo, fu osservato il passaggio di una cometa di grandi dimensioni, che essendo capitata sotto gli occhi di Carlo, venne battezzata come la Grande cometa di Carlo V.

Essa venne interpretata come un cattivo presagio e non solamente si narra che spaventò moltissimo l'appena deposto sovrano (alcuni studiosi sostengono che fu a causa della veduta di questa cometa che Carlo abdicò[229]), ma terrorizzò tra gli altri anche gli abitanti di Siracusa, i quali, colpiti nel mentre da una forte siccità, si rimisero nuovamente in processione (come accadeva durante le grandi disgrazie che effettivamente nel Cinquecento abbondarono nella loro zona), pregando i santi a loro più cari «cum multa sanguinis effusione» (con molta effusione di sangue; come fecero nel '42).[230]

Carlo V nel settembre di quell'anno si ritirò nel monastero di Yuste, in Spagna, dove morì appena due anni dopo, il 21 settembre del 1558, probabilmente a causa di malaria.

Nello stesso anno, 1558, l'area del siracusano venne colpita da una violentissima alluvione che fece ingrossare i fiumi iblei, portando allo straripamento del fiume che attraversava il comune montano di Sortino, l'Anapo, il quale ruppe i suoi argini e riversò con furia le sue acque anche alle porte di Siracusa: si salvò chi era dentro Ortigia, ma il fiume sommerse le case e le vite di chi stava fuori.[231]

 
Pantalica, dove nasce l'Anapo; il fiume che recò distruzione a Sortino e Siracusa nel 1558

Questa inondazione ebbe conseguenze serissime per un bene primario della città: la farina, poiché l'Anapo aveva distrutto i mulini ad acqua con i quali i siracusani si fabbricavano da mangiare.

La calamità ebbe due soluzioni destinate a durare per secoli: anzitutto, trovandosi la città prossima alla guerra (gli Spagnoli erano sicuri che le forze ottomane si sarebbero riversate prima o poi su di essa) si risolse di costruire dentro le mura, su proposta di uno spagnolo di nome Peralta, 100 mulini a secco, detti centimoli, ma poi, vedendo che questi caddero in inutilità a causa della miseria e della morte dei privati cittadini che li dovevano possedere[232] (essi tuttavia torneranno in auge nel Settecento[233]), ci si vendette al barone di Sortino, Pietro Gaetani[234][235] (futuro sposo di Margherita Siracusa,[236] appartenente alla potente famiglia spagnola che volle dirsi omonima della città di Siracusa).

Pietro, possedendo il feudo sortinese, era infatti proprietario delle acque iblee che gli antichi Siracusani avevano un tempo collegato fino alla loro città marittima; se quindi gli odierni siracusani volevano sfruttarne le potenzialità per alimentare i nascenti mulini, dovevano affidarsi interamente alla figura feudale.

 
La casa del mulino sopra la cavea del teatro greco; sola superstite del sistema messo in opera da Pietro a seguito dell'evento del 1558

Per evitare ciò (che un'unica persona disponesse del dominio delle loro acque dolci) i siracusani avevano progettato di far scavare presso Pantalica nuovi liberi acquedotti, ma il costo di tutto ciò risultò eccessivo per una città ridotta in miseria come lo era a quel tempo Siracusa[237]; né si poteva fare affidamento sul governo regio: la Spagna si mostrava efficace e prodiga quando si trattava di questioni militari (il complesso taglio dell'istmo e i nuovi bastioni, tirati su in fretta e furia nel '52, non li pagò Siracusa, che non avrebbe avuto la possibilità finanziaria per permettersi simili fortificazioni, bensì il denaro pervenne dall'intera Sicilia orientale, costretta sotto le armi degli Spagnoli a dedicarsi all'opera difensiva siracusana[238]), tuttavia altre questioni erano quelle civili: la Spagna non se ne interessava più di tanto (si consideri, a tal proposito, che i cittadini di Siracusa, 14 anni dopo il devastante terremoto del '42, mandavano ancora suppliche al viceré affinché si interessasse del loro status sociale, stremato[239]).

Trovandosi quindi da soli, i siracusani cedettero e acconsentirono al progetto di Pietro Gaetani, che fece costruire dodici mulini ad acqua sulla cavea del teatro greco, inondandolo (la vicenda ebbe risoluzione definitiva nel 1576, circa un ventennio dopo dalla morte di Carlo V e dalla suddetta inondazione).[240]

Il prosieguo della guerraModifica

La spedizione per TripoliModifica

Proseguendo con la politica africana cominciata da suo padre, il re Filippo prese la decisione di voler riconquistare Tripoli (che Dragut aveva sottratto ai cavalieri giovanniti e integrato totalmente alla persona di Solimano il Magnifico).

 
Le acque di Siracusa (lo Ionio, antico mar Siculo) viste da un lato della città che in tempi spagnoli era disabitata, quindi priva di mura (Acradina)

In maniera non usuale, gli Spagnoli optarono per mettere in atto la loro spedizione bellica nei mesi invernali; correva l'anno 1559 e poiché Filippo si era premurato di coinvolgere il nuovo papa, Pio IV, formò con esso una lega Lega Santa che fece approdare nel porto di Siracusa (città scelta per far riunire le truppe e rifornirle di viveri) un quantitativo enorme di mezzi navali e uomini: 113 navi in totale, di cui 54 galee[241] e 14.000 soldati[242] (appartenenti a diverse nazionalità europee). Questa poderosa armata, rimase tuttavia bloccata a lungo nel porto aretuseo, a causa delle avverse condizioni meteorologiche.

 
Ritratto del re Filippo II di Spagna, in abiti da Gran Maestro dell'Ordine del Toson d'oro (Museo del Prado, XVI secolo)

La comandava il nuovo viceré di Sicilia, il duca di Medinaceli, lo spagnolo Juan de la Cerda (che aveva sostituito de Vega nel 1557), e vi partecipavano, ovviamente, anche i cavalieri di Malta: fu questa la prima volta che il Gran Maestro Jean de la Valette interagì con i siracusani (essi avrebbero avuto modo di stringere i rapporti durante la venuta del sultanato), desiderando sostare fino alla primavera del '60 in città, in attesa della fine delle tempeste; piano tuttavia rigettato dal duca di Medinaceli, che pur di adempiere fedelmente a quanto richiesto da Filippo II, preferì fare uscire con la forza le navi dal porto aretuseo e dirigerle verso le coste della Libia.

Più e più volte l'armata venne respinta indietro dal mare grosso. Solamente a Siracusa perirono 4.000 uomini, ancor prima che incominciasse la guerra, a causa delle infermità subentrate a bordo delle numerose navi. Con il passare del tempo, nel porto aretuseo si verificarono «tumultos, excesos y deserciones[243]» (tumulti, eccessi e diserzioni), per i quali i siracusani - intimoriti dalle dimensioni di quell'apparato bellico - si chiusero in loro stessi e rifiutarono di accogliere tra i civili chi si ammalava:

(ES)

«Corrales dice que, durante el mes de diciembre, la gente comenzo a enfermar y morir en Siracusa "a más furia que el mes pasado". En la ciudad no querìan recoger enfermos por los desmanes que las tropas habian causado. Dice que hubo naves y banderas que quedaron con no más de 20 hombres.»

(IT)

«Corrales dice che, durante il mese di dicembre, la gente incominciò ad ammalarsi e morire a Siracusa "con molta più rapidità che nel mese passato". In città non volevano soccorrere i malati, per gli eccessi che le truppe avevano causato. Dice che si ebbero navi e bandiere che rimasero con non più di 20 uomini.»

(Historia de Felipe II, Rey de España (a cura di), 1998.)

Non potendo più contare sull'effetto sorpresa (ormai tutta l'Europa sapeva di questa spedizione e Solimano ebbe il tempo di preparare accuratamente le sue difese), il viceré di Sicilia, comandante supremo della missione, fece attaccare la roccaforte dell'isola di Gerba, per indebolire Tripoli: la batalla de Los Gelves, che si risolse infine in un grave disastro militare per le forze imperiali occidentali (morirono quasi tutti a Gerba, per mano del nemico).

 
Mentre Piyale Paşa devastava a nord della città di Siracusa, Dragut si occupava di devastarne il contado a sud (in foto la baia di Ognina, nella quale Dragut approdò nel 1561)

In quel luogo i musulmani eressero la piramide di teschi (detta Buij-er-Rus e «fortezza dei teschi»), fatta con le ossa dei soldati cristiani (tale piramide verrà distrutta solamente nel XIX secolo[244]).[245] Persino il viceré venne dato per catturato o per morto.[246][247] Nel frattempo, arrivati a maggio del 1560, Solimano ordinò la sua vendetta contro le coste di coloro che avevano attaccato i suoi domini: Filippo si aspettava un'incursione in Spagna, ma i pirati dell'impero orientale vennero mandati, per la terza volta, nel siracusano (che del resto aveva rappresentato il fulcro, ovvero il punto centrale, per la dislocazione dell'offensiva imperiale). Incominciarono assalendo Augusta:

 
L'area aretusea di Fontane Bianche (contigua a Ognina), divenuta base strategica di Dragut nel 1562

Stavolta l'incursione avvenne per opera di Piyale Paşa (Piali Pascià), il quale tentò d'incendiarla ancora (ma i suoi abitanti si difesero, ingaggiando con i Turchi una lotta armata).[248] Secondo alcune fonti spagnole, invece, Paşa, da Tripoli, sarebbe riuscito a entrare direttamente a Siracusa, saccheggiandola[249] e incendiandola[250], il che è improbabile, dato che un simile evento sarebbe stato un grave colpo inflitto alle milizie di Spagna, che continuavano a vegliare scrupolosamente sull'opera di fortificazione del capoluogo aretuseo (e vi sarebbe quindi come testimonianza un corteggio, tuttavia inesistente). Più probabile appare la cronaca secondo la quale Piali Pascià venne in quell'anno a recare distruzione nel circondario di Siracusa (piuttosto che tentare di prendere la città stessa), dopo aver tentato uno sbarco a Malta[251]: alcune cronache sostengono, inoltre, che il braccio di Solimano fosse giunto nel siracusano non di sua spontanea volontà ma sospinto dal forte vento, e poiché la corrente contraria non lo lasciava ripartire, decise di sfogarsi contro Augusta.[252] Le fonti sono però concorde nel dire che dopo l'esperienza nel siracusano egli se ne tornò trionfalmente a Costantinopoli.[249][250]

Intanto che si finiva di consumare la dolorosa disfatta della spedizione africana (1561), veniva a sostituire Piyale Paşa l'altro famoso capitano del sultanato: Dragut, il quale dedicò le sue attenzioni non più al nord del siracusano ma bensì al sud: anzitutto s'insinuò dentro la baia naturale di Ognina (a pochissimi chilometri dalla città), portando terrore tra i siracusani, e l'anno successivo, nel 1562, ritornò, accampandosi con i suoi uomini presso Fontane Bianche e qui fece scavare un pozzo d'acqua dolce per permettersi una lunga permanenza (i siracusani continueranno a utilizzare il pozzo di Dragut anche in epoca contemporanea), assediando la città-fortezza e minandone l'unica fonte di commercio rimastole (quello con il suo entroterra).[253][254]

Un nuovo vescovo e la nascita del quartiere militareModifica

 
L'Angelo dell'Annunciazione (scultura proveniente dal convento del Carmine di Siracusa e scolpita sul finire del Cinquecento da un'artista sconosciuto)

Nel frattempo che si verificava l'impresa tripolina, moriva, recandosi a Roma,[255] il vescovo di Siracusa, Girolamo Beccadelli, che lasciava così vacante la sede ecclesiastica aretusea il 16 luglio 1560.[256]

La successione del nuovo vescovo risultò travagliata: in un primo momento venne scelto un personaggio di spicco nel mondo spagnolo dell'inquisizione: Gaspar Cervantes de Gaete, il quale era stato in Aragona a capo del Santo Ufficio (proprio nella città omonima della Siracusa siciliana: la Zaragoza aragonese; capitale di quell'antico Regno). Il Cervantes ricevette il giorno 23 dicembre 1560, a Toledo, la lettera di licenziamento da inquisitore aragonese e nella stessa gli veniva comunicata la sua nomina a vescovo di Siracusa,[257] che egli però rifiutò, asserendo che il capoluogo aretuseo non poteva offrirgli le alte rendite economiche alle quali era abituato (Cervantes ottenne quindi nel '61 il più renditizio arcivescovado di Messina, ma dopo due anni lasciò pure quello, dirigendosi in Italia, presso l'arcidiocesi di Salerno).[258]

Rimanendo quindi ancora vacante la sede siracusana, si pensò a una nuova nomina, ed essa ricadde sul prelato Bernardo da Cremona, del quale si hanno pochissime notizie: nelle fonti non viene specificato se egli venne eletto dal re Filippo II, com'era probabilmente avvenuto con il Cervantes (dato che il padre di Filippo, Carlo V, aveva sempre voluto presentare lui i vescovi siracusani, poi consacrati dal papa) o se fu una nomina papalina. Di Bernardo si sa solamente che apparteneva all'Ordine di San Giacomo della Spada, del quale era commendatore, e che morì mentre era in viaggio verso la città di Roma, dove stava andando per essere consacrato vescovo aretuseo: il 29 luglio del 1561.[255]

 
Un antifonario delle ore canoniche rinvenuto a Siracusa e risalente alla seconda metà del 1500 (museo di Palazzo Bellomo, isola di Ortigia)

Alla fine del 1562, mentre a Trento si era aperta la fase conclusiva del concilio (dal 6 gennaio 1562), la chiesa di Siracusa si trovava ancora senza il suo vescovo (sostituì il ruolo del prelato siracusano nel contesto tridentino proprio quel Cervantes che aveva rifiutato la città aretusea l'anno precedente; Filippo ve lo spedì dunque in qualità di prelato messinese[259]). Finalmente, il 6 novembre 1562, venne nominato Juan Orozco de Arce (o de Arzè[260]), che accettò il posto da vescovo della chiesa siracusana e venne consacrato nel dicembre di quello stesso anno: Juan (nelle fonti italiane noto come Giovanni Orosco[261] o Orosio I[260]; per distinguerlo dal suo omonimo successivo) in Spagna fu il canonico delle cattedrali di Salamanca e Toledo, in Sicilia si stabilì a Palermo, dove risiedeva già suo cugino Francisco Orozco de Arce, che fu inquisitore massimo del Regno di Sicilia e arcivescovo di Palermo (dal '59 al '61); quando questi morì, Juan prese il suo posto da inquisitore del Santo Oficio e in quanto tale fu egli a processare il noto uomo politico Scipio di Castro (colui che sarà citato da Sciascia nella celebre descrizione che l'italiano fece sui siciliani: «sono più astuti che prudenti, più acuti che sinceri [...] si sottomettono a chiunque può agevolarli e diventano a tal punto servili che sembrano nati per servire. Ma sono di incredibile temerarietà quando maneggiano la cosa pubblica e allora agiscono in tutt’altro modo»), cacciandolo dal Regno.[262][N 42]

Ma dal momento in cui accettò la carica da vescovo di Siracusa, Juan lasciò quella di massimo inquisitore dell'isola,[263] rimanendo comunque presidente del tribunale della Santa Inquisizione della diocesi di Siracusa.[264] Jaun introdusse fedelmente nel capoluogo aretuseo (così come aveva fatto il suo predecessore Girolamo) ciò che scaturì dal concilio tridentino: eliminò il rito gallicano (che era stato introdotto dai Normanni della Gallia e che era andato a sostituire a sua volta il rito greco), sostituendolo con quello romano, e poi fondò (il 14 gennaio 1566, e inaugurò il 23 ottobre 1570[261]) il primo seminario dei chierici in Sicilia (il quale pare fosse stato già preimpostato da Girolamo, che a suo tempo non aveva avuto infine i fondi necessari per farlo nascere),[265] che fu anche tra i primi seminari del suo genere al mondo; esso fu il terzo fondato dopo quelli di Milano ('63) e Roma ('64)[266]: si consideri che nella cattolicissima Spagna nascerà solamente nel 1575, grazie al suddetto Cervantes (che a quel punto era divenuto cardinale e arcivescovo di Tarragona)[267].

Da sottolineare che il vicario generale scelto da Juan Orozco (ovvero colui che lo rappresentava nella vasta diocesi siracusana) fu il portoghese Antonio de Sosa: costui seguì il vescovo aretuseo quando Filippo II lo trasferì a Catania (ciò avvenne nel 1574) e venne infine catturato dai pirati dello stato barbaresco mentre si recava a Malta (l'area siracusana era parecchio rischiosa per i naviganti proprio perché vegliata dai Turchi, oltre che dagli Spagnoli) per divenire vicario generale di Agrigento[268] (durante la sua prigionia Sosa divenne amico di Miguel de Cervantes: l'autore spagnolo di Don Chisciotte; anch'egli nel medesimo periodo prigioniero dei musulmani e condotto ad Algeri, dove vi era un importante mercato di schiavi cristiani).[269]

La questione dell'alloggio per i soldati SpagnoliModifica

Il tempio di Apollo di Siracusa fu il primo tempio siciliano dedicato al dio del sole (VI sec. a.C.) e nel '500 divenne la casa dei soldati Spagnoli, che lo modificarono profondamente
 
Raffigurazione del Tercio español del '500 con le varie armi da esso utilizzate: asce, picche, spade, archibugi e moschetti

La venuta del braccio destro di Solimano il Magnifico, ovvero Turgut Reis (alias Dragut), nel contado di Siracusa, creò grave agitazione, a tal punto che la Spagna decise di intervenire mandando altri soldati - che si riveleranno essere non di passaggio, ma con fissa dimora - all'interno della città aretusea, in modo tale da renderla più sicura nel caso in cui le azioni di Dragut e del sultanato fossero divenute più audaci.[270]

Ciò però comportò una faccenda molto seria per i siracusani, che, contro un loro antico privilegio, si ritrovarono a dover dare «letto e tetto[271]» ai numerosi soldati: fu il re iberico Alfonso V d'Aragona a esonerare, dall'aprile del 1435, la città di Siracusa dall'obbligo di pasada militare (l'alloggiamento nei siti di passaggio); solamente se vi fosse stato il sovrano in loco allora le truppe avrebbero potuto pernottare[N 43] (questo ovviamente non le aveva mai impedito di avere al suo interno una nutrita guarnigione fissa di soldati, che però di norma non interagiva con i cittadini, essendo da tempo comodamente dislocata all'interno del castel Maniace). Tuttavia i tempi erano cambiati, e se pur fino ad allora i siracusani, con «varii dispacci viceregii[272]» erano riusciti a far rispettare il loro esonero, non poterono nulla contro le disposizioni date da Filippo II e dovettero accogliere, in nome della loro difesa e di quella del Regno (rappresentandone la piazzaforte più munita), i nuovi soldati giunti dalla Spagna, i quali vennero sistemati nelle case dei cittadini meno facoltosi (essendo che i più benestanti trovavano spesso il modo di farsi esentare dall'ospitalità a titolo privato; come avveniva ad esempio con gli ecclesiastici[273]).

 
Altra raffigurazione del soldato terrestre del Tercio durante il Cinquecento (particolare del dipinto di Augusto Ferrer-Dalmau, El último Tercio)

Non volendo tuttavia sottostare a una simile situazione, il comune aretuseo (ovvero l'universitas) propose alle alte cariche la costruzione di un quartiere dentro la città da destinare esclusivamente ai soldati (ormai divenuti troppi per risiedere tutti nel castello), separandoli così dai civili (proposta che poi sarà riportata nel resto della Sicilia militare; non tutta l'isola aveva la necessità di questi alloggi[N 44]).

Si diede così l'avvio al cantiere militare nel 1563 (secondo altre fonti nel 1562), e poiché la Spagna ci teneva che la difesa del Regno fosse affidata primariamente ai suoi uomini, esso prese il nome dai suoi soldati: il Quartiere spagnolo di Siracusa,[274] detto anche del Trabocchetto (da un'antica catapulta che vi era in zona: il trabucco o trabocco).[275] Il tempio di Apollo fu l'edificio scelto per fungere da dimora unica e centrale per i soldati: l'antico tempio greco, in passato consacrato alla divinità solare, venne quindi totalmente distrutto per mutare la sua forma e servire adesso da casa per la milicia española[N 45], sorgendo esso di fronte alla «Porta di Terra» voluta da Carlo V, quando separò Ortigia dal resto della Sicilia.[276]

Per la Corona di Spagna, il soldato era divenuto molto importante; esso, nei reami come la Sicilia, doveva rappresentare la monarchia, per questo motivo il re si preoccupava che «el tercio no cometiese ningún agravio contra la población de los lugares en los que se alojase, que sus hombres estuvieran bien disciplinados y ejercitados en las armas[N 46]». Ciononostante, non mancarono le prepotenze del corpo militaresco,[277] motivo per il quale il comune aretuseo decise di farsi carico egli stesso del mantenimento delle forze spagnole e tolse i soldati dalle abitazioni dei civili (sia ricchi sia poveri), donando loro delle case private (pagate a spese dell'universitas); ciò fino a quando la caserma non sarebbe stata pronta (li suo funzionale avvio e completamento avrebbe richiesto infine dei decenni).[278]

L'intellighenzia ottomana in città e la minaccia del controllo totaleModifica

 
Il sultano turco Solimano il Magnifico (dipinto da Tiziano Vecellio nel 1538)

Non essendo cosa semplice prendere Siracusa dall'esterno, il sultanato provò a farla cadere dall'interno, tramite il tradimento dei suoi stessi cittadini, o almeno questo era il concetto del quale si convinse la Spagna, che in quegli anni divenne estremamente sospettosa, vedendo nemici ovunque:

A Siracusa era stato bloccato il commercio marittimo proprio perché i re di Spagna temevano che se i suoi abitanti, nel mentre della navigazione, fossero stati catturati dai corsari dei Turchi, questi li avrebbero usati per estorcerli con la forza informazioni preziose riguardanti i punti deboli della difesa del Regno: «tomar lengua de ellos» si soleva dire nei documenti ufficiali. Inoltre vi era il desiderio di poter controllare completamente i siracusani (furono questi per loro gli anni del cosiddetto «controllo totale»[279]), costruendo una fortezza che non guardava l'esterno ma bensì l'interno, sorvegliando i movimenti dei cittadini; progetto al quale il re Filippo II dovette rinunciare a un certo punto, essendo sorti dei disdicevoli malumori tra il comune aretuseo e i militari che avevano il compito di costruirla.[280]

 
Ritratto di Filippo II di Spagna (Juan Pantoja de la Cruz, XVII sec.)
 
Il documento dello spionaggio ottomano all'interno di Siracusa (Çaragoça) scritto dall'ufficio spagnolo nell'inverno del 1562-63

Tuttavia i timori della Spagna non erano infondati, se le sue spie avevano ragione nel ritenere che alcuni degli esponenti della nobile famiglia dei Bellomo (d'origine patrizia romana, il cui capostipite si trasferì a Siracusa nel medioevo, sposando la figlia di un notabile della città; divennero favoriti dei re Federico II di Svevia e Federico III di Sicilia[281]) avevano consegnato a un uomo del sultano la mappa di Siracusa, in modo tale da permettere ai Turchi la conquista della stessa.[282] Tra le altre cose, i Bellomo avrebbero detto al sultanato anche come superare l'ostacolo rappresentato dai tanti canali d'acqua che gli Spagnoli avevano scavato prima di poter entrare nell'isola di Ortigia.[282]

Il rapporto sui «traditori di Siracusa» veniva poi inviato dettaglitamente dal viceré a Madrid, poiché alla corte di Spagna nulla doveva essere taciuto su quel che riguardava le sue terre.[282] Un altro interessante rapporto venne redatto in quegli anni dagli Spagnoli sull'interrogatorio fatto a una spia turca catturata nel capoluogo aretuseo: costui, un rinnegato (nato Cristiano ma passato all'Islam) era un greco e si chiamava Costantino (ma Dragut lo conosceva con il nome di Mahamet) ed era stato mandato a Siracusa dal sultanato con il compito di raccogliere dentro la città più informazioni possibili e poi riferirle a Dragut:

L'uomo di Solimano il Magnifico aveva il compito di far conoscere a Dragut l'esatta fattezza delle muraglie aretusee e i luoghi in cui gli Spagnoli tenevano le armi della città; in cambio di ciò, il sultanato concedeva al rinnegato la libertà e molto denaro. Ma quando Costantino giunse di notte alle porte di Siracusa, benché egli fosse travestito (i Turchi alle volte si facevano passare per Spagnoli, vestendo come loro) venne riconosciuto da un soldato che tempo prima era stato catturaro e fatto schiavo a Tripoli, per cui venne imprigionato nelle carceri della città e il piano concertato con Dragut fallì.[283] Costantino, tuttavia, sembra essere solamente uno delle molte spie che Solimano aveva mandato nell'isola mediterranea: un rinnegato genovese, ad esempio, confessò a un capitano spagnolo di Sicilia che i Turchi dentro Siracusa avevano «molte intelligenze».[284]

Le intellighenzie ottomane nel siracusano erano, stando alle stesse parole delle spie al servizio dei Turchi, molte e «muy buenas» (molto professionali)[284]; esse affermavano di essere a conoscenza degli spostamenti delle truppe spagnole, al tal punto da mettere in ansia la corte spagnola, riferendo che un'armata dei Turchi sarebbe stata mandata a Siracusa non appena gli Spagnoli si fossero distratti dirigendo le loro forze verso Malta e La Goletta.[284]

L'arrivo dei Turchi e il Grande assedio di MaltaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Siracusa in età spagnola: dalla guerra contro l'Impero ottomano al terremoto del 1693.

Solimano decise di voler conquistare la base dei cavalieri di Malta, che continuavano a intralciare i suoi piani di conquista nel Mediterraneo centrale. Per fare ciò spedì una gigantesca forza militare contro la piccola isola posta appena sotto la Sicilia; suo estremo baluardo.

 
L'isola di Ortigia, un tempo circodata dalla muraglia, vista da alto mare

L'assedio maltese, passato alla storia come il Grande assedio di Malta, tenne con il fiato sospeso per molti mesi l'intera cristianità: persino la regina d'Inghilterra (in quegli anni vicina alla Spagna; preludio di una lunga guerra) disse che se Malta fosse caduta, allora il destino dei Cristiani sarebbe stato estremamente incerto.

La città di Siracusa, data la sua vicinnza con i maltesi (enfatizzata proprio dagli Spagnoli), visse tutto ciò con enorme ansia e trepidazione (poiché tutti sapevano che una volta capitolata Malta, Solimano avrebbe marciato vittorioso contro di essa).

 
Il Gran Maestro Jean de la Valette, che voleva trasferire tutta la Religione a Siracusa dopo l'assedio del sultano

Il ruolo chiave della città aretusea lo conosceva bene anche il viceré di Sicilia, García Álvarez de Toledo y Osorio, che si trasferì a Siracusa e dal suo campanile (ricostruito molti anni dopo il terremoto del '42) aspettava di scorgere la flotta ottomana; pronto ad affrontarla come poteva, nel caso i cavalieri avessero fallito.

Gli aiuti sperati dal Gran Maestro (che partirono dal siracusano) tardarono ad arrivare, e quando infine i cavalieri giovanniti ebbero la meglio sui Turchi, si creò del dissapore tra il viceré siciliano e l'Ordine di Malta.

E Siracusa fu nuovamente a un passo dal divenire la nuova sede dei cavalieri di Gerusalemme: Jean de la Valette era infatti stanco; stremato, e considerava perduta l'isola di Malta. Manifestò quindi la volontà di lasciarla per sempre e di approdare con tutta la religione a Siracusa, poiché, disse, Malta non avrebbe resistito a nuovo cruento assedio (che sarebbe arrivato, lo si dava per certo). Ma, per la seconda volta, i cavalieri trovarono nel compimento del loro progetto l'ostacolo della Spagna: per la seconda volta, infatti, Siracusa vennne loro negata dal re spagnolo (prima Carlo V poi Filippo II).

Saputo il desiderio del Gran Maestro francese la Valette, gli Spagnoli, per convincerlo a restare a Malta, gli offrirono molto denaro, in modo tale da poter riparare le fortificazioni distrutte e resistere a oltranza (alle suppliche di rimanere nell'arcipelago maltese si aggiunse anche il papa). Si dirà poi che Jean de la Valette aveva bleffato; che in realtà aveva annunciato ciò solo per ottenere fondi dal'Europa, ma non tutti gli storici sono concordi con tale affermazione.

NoteModifica

Note esplicative
  1. ^ Egli nel 1513 era il canonico di Valencia, e da allora venne appellato dai Catalani come «bisbe de Çaragoça de Sicilia», ovvero vescovo di Siracusa. Vd. José Mª Castillo del Carpio, La Generalitat valenciana durante el siglo XVI: Su estructura burocrática , 2013, p. 172.
  2. ^ Dopo la morte del vescovo Dalamu (Dalmazio), avvenuta nel 1511, Almerigo Centelles prese possesso anche del vescovado siracusano, cosicché fece dare il posto vacante a suo fratello Ramón, religioso di Spagna. Ma questi non poté incominciare mai l'incarico datogli dla fratello, poiché giunto a Palermo, nel 1516 - dove si era inizialmente recato per volere della corte iberica -, morì durante il viaggio che lo avrebbe dovuto condurre a Siracusa. Il posto da vescovo della città rimarrà vacante fino al 1518, poiché anche il successore di Ramón non riuscirà a giungere nella chiesa siracusana.
  3. ^ Moncada, chiamato a giustificarsi di ciò di fronte al re Carlo, dirà di essersi impadronito della città della Camera per evitare che i nobili siciliani prendessero il controllo su troppe città siciliane, per poi chiedere a sua altezza (all'epoca dei fatti ancora principe, in quanto non riconosciuto re in Spagna, nonostante il testamento del re Cattolico), condizioni di riscatto troppo dure. Ma Carlo, non gradendo questo gesto intraprendetende di lealismo nei suoi confronti, chiederà, spinto anche dal volere di Germana, al futuro viceré Ettore di intervenire nell'area siracusana e riportare l'ordine che vi era precedentemente (ovvero il dominio reginale). Vd. Carmelo Trasselli, Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V: l'esperienza siciliana, 1475-1525, vol. 2, p. 1982, p. 656.
  4. ^ Esistente fin dai tempi dei re Normanni, la R.G.C. si divideva nei due supremi tribunali dell'isola: Civile e Criminale, emettendo regolarmente sentenze come la tortura e la pena di morte. Cfr. Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo naturale, politico, e morale, 1762, p. 112.
  5. ^ Il privilegio usato nel 1522 le era stato accordato dal re Alfonso V d'Aragona: «qualsivoglia loci di lu regnu del frumento e victuvaglie» (cit. in Gazzè, I Siracusani, III, 1998, n. 15).
  6. ^ Non è chiaro se egli venisse allontanato per il pericolo della peste o per disordini socio-politici nati dopo il 1518. Sta di fatto che egli, richiamato in Spagna dalla regina Germana, rimase lontano da Siracusa per quattro anni: dal 1524 al 1528. Vd. Russo, 2004, p. 12;
  7. ^ Congiunzione e segno zodiacale che ebbero sempre forti implicazioni bibliche: Pesci, dodicesimo e ultimo segno dello zodiaco, è infatti considerato il segno simbolo di Gesù Cristo; esso veniva preso in considerazione non solo per la fine del mondo, ma anche per la nascità di Gesù bambino. Vd. es. Douglas Baker, Pesci, 2017; La Civiltà cattolica, Firenze 1883.
  8. ^ Carlo V aveva diverse chiavi difensive in Sicilia - Messina era considerata la chiave del Regno di Napoli (per la sua vicinanza con l'Italia), Catania era invece considerata la chiave di Lentini e di Siracusa (data la poca distanza che la separava dal territorio siracusano) - tuttavia, due erano le chiavi difensive più importanti di Carlo: a ovest Trapani (detta anche chiave del lato di Barbaria), vista la sua vicinanza alla Tunisi dei pirati, e poi a est Siracusa, che difendeva il Regno dalla parte di Levante, e, data la vastità delle terre che fronteggiava, era definita la più esposta al pericolo. Cfr. Eugenio Alberi, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, 1858, p. 484; Carpinteri, 1983, p. 15.
  9. ^ Vi sono diversi paragoni su Carlo V e Dionisio I (alcuni sorti già in epoca spagnola); ad esempio alcuni ne mettono a confronto le conquiste, definite di eguale tirannicità; altri il pensiero politico e altri ancora i loro numerosi affanni che si ripercorsero infine sulla loro salute fisica:

    «Cominciarono a non parer più Nazarei li Spagnuoli, tosto che in una malatia, occorsagli in Barcellona, caddero a Carlo Quinto i capelli. Da che mancò la vista al Tiranno Dionisio, tutti in Sicilia faceano il cieco, affermando di non arrivare nemmeno a distinguere su la tavola i piatti

    (Luigi Giuglaris, La scuola della verità aperta a' prencipi, 1670, p. 49)
    .
  10. ^ Enrico Arezzo, barone della Targia, ve la fece incidere con il seguente significato:

    «Nisi fidelitas per significare che il tempo aveva potuto cancellare tutto in Siracusa, la grandezza, i templi, le mura, ma giammai la fedeltà.»

    (Miscellanea (a cura di), 1903, p. 5.)
  11. ^ Dopo che il sultano Solimano li sconfisse a Rodi, i cavalieri si rifugiarono dapprima a Candia e poi a Messina, in seguito lasciarono la città dello Stretto e cercarono rifugio a Napoli; lasciata anche la città partenopea approdarono a Civitavecchia, da qui si diressero - sempre in cerca di un luogo definitivo dove stare - a Viterbo; ancora non appagati nella loro ricerca, navigarono verso Corneto e, successivamente, verso Nizza. Infine, giunti all'anno 1529, ritornarono in Sicilia e si acquartierarono in un primo momento nel porto di Augusta e infine approdarono nella città di Siracusa.[60]
  12. ^ Poco prima di partire, il Gran Maestro aveva mandato i suoi ambasciatori dal papa, che era in viaggio verso il Nord Italia per andare a incontrare Carlo V, in modo da avvisarlo che la Religione accettava quanto proposto da Carlo V (ancora non ufficializzato) e che si stavano dirigendo verso Matla. Vd. cronista dell'Ordine Bosio in Storia dei Gran Maestri e cavalieri di Malta [...], vol. 3, p. 90.
  13. ^ Così sostengono numerose fonti; si tenga però conto che Ludovico risulta esiliato da Ettore almeno fino al 1531 (anche se continuò comunque a governare la chiesa siracusana) e ciò non esclude un suo momentaneo ritorno per accogliere i cavalieri. Al riguardo vd: Russo, 2004, p. 15; Società siciliana per la storia patria, Archivio storico siciliano, 1969, p. 95; Nunzio Agnello, Il monachismo in Siracusa: cenni storici degli ordini religiosi soppressi dalla legge 7 luglio 1866, 1891, p. 22.
  14. ^ In quanto il suo fu il primo processo apostolico di canonizzazione svolto e poi attuato; verificatosi tra la sede ecclesiastica tedesca di Treviri e la Santa Sede (pontefice Benedetto IX). Vd. Società siciliana per la storia patria, Archivio storico siciliano, 1969, pp. 67-68; Studi meridionali, vol. 13-14, 1980, p. 211.
  15. ^ Roma e l'Oriente, rivista criptoferratense per l'unione delle chiese, vol. VII, 1914, p. 141:

    «ebbe il suo apogeo con le Crociate, promosse da Simeone, gloria dell'Ordine Basiliano e figlio d'Italia, nato a Siracusa verso la metà del sec. X, che a Costantinopoli, al Sinai, nella Normandia, dovunque, precorreva di oltre mezzo secolo con la parola accesa di religione e di amor patrio l'opera di Pier l'Eremita»

  16. ^ Dove attualmente risiede la delegazione siracusana-ragusana (delegazione Granpriorale) di quel che è diventato in epoca contemporanea il Gran priorato di Napoli e Sicilia del sovrano militare ordine di Malta. Vd. Storia della Delegazione di Siracusa e Ragusa, su ordinedimaltaitalia.it. URL consultato il 19 febbraio 2019.
  17. ^ Passando all'Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio.
  18. ^ Per non dare troppi rifugi ai pirati e agli Ottomani, Carlo V ordinò che si guastassero i porti secondari della Sicilia, salvando solo i principali di Siracusa, Augusta, Palermo, Trapani e Messina. Vd. Società di studi geografici di Firenze, Rivista geografica italiana, vol. 17, 1910, p. 587.
  19. ^ Martín García Cerezeda:

    «Essendo degli ottimi soldati, mai consegnarono le loro armi, a nessuno, e che prima di fare una cosa del genere si toglierebbero la vita uno dopo l'altro, tra essi stessi, anziché consegnare le loro armi ad altra persona, qualsiasi fosse la condizione»

    (Tratado de las campañas y otros acontecimientos de los ejércitos del emperador Carlos V en Italia, Francia, Austria, Berberia y Grecia: desde 1521 hasta 1545, ed. 1873, p. 436.)
  20. ^ Le sue tappe furono le seguenti (in ordine cronologico): Trapani, Palermo, Polizzi, Nicosia, Troina, Randazzo, Taormina e Messina. Vd. Isidoro La Lumia, La Sicilia sotto Carlo V. imperatore, 1862, p. 269.
  21. ^ Questo titolo le venne dato la prima volta da Federico II di Svevia, che (dopo averla sottratta al diritto feudale che i Genovesi sostenevano di avere su di lei) nel 1234 la dichiarò «sua urbs fidelissima», aggregandola al demanio del Regno. In seguito, a partire dal fondatore della Camera reginale, ovvero Federico III di Sicilia (un re aragonese particolarmente caro alla città), si istituì il libro della «nobilis et fedelissime Siracusarum urbis»; che tale rimarrà fino all'epoca attuale di Carlo V.[114]
  22. ^ In verità vi era un'altra città demaniale che portava lo stesso appellativo di Siracusa: essa era Castronovo di Sicilia, occupava il 40º posto in parlamento ed era detta per l'appunto urbs fidelissima. Questa piccola città si era riscattata ben tre volte dalla servitù feudale, e tale appellativo le era stato conferito nel 1353, mentre Siracusa era fuori dal parlamento in quanto città reginale (Castronovo ebbe in seguito confermato il titolo sia da Carlo V e più avanti da Filippo II). Entrambe quindi, nonostante la differente influenza, coesistettero nel parlamento siciliano con l'eguale denominazione. Vi erano altri casi simili: come quello di Milazzo (41°) e Salemi (30°), entrambe dichiarate urbs fideli, oppure Troina (13°) e Mineo (26°) che si dicevano tutte e due urbs vetustissima (ma gli abitanti della città ex-reginale aggiunsero alla loro denominazione anche un iucundissima, dandosi così l'appellativo più lungo tra le città regie).
  23. ^ «L'inumano, crudele nemico degli Spagnoli, desideroso di far scorrere il loro sangue». Cit. Paolo Giovio, Historia general de todas las cosas succedidas en el mundo en estos 50 anos de nuestro tiempo, 1563, p. 255.
  24. ^ «Relación del motín sucedido en Zaragoza de Sicilia por las compañías de D. Alonso de Vivero, D. Francisco Pérez, D. Francisco de Rojas, D. Diego García de Paredes y D. Gaspar Muñoz que regresaban de Monastir; sentencia dictada» (Ricardo Magdaleno Redondo, Papeles de estado Sicilia: virreinato Español, 1951, p. 18).
  25. ^ La città aveva la propria fabbrica di salnitro presso la latomia che dal minerale prendeva il nome (ma in stato di guerra Siracusa diveniva un punto di rifornimento primario per intere schiere belliche e quindi le occorreva più concentrazione di materiale):

    «Le grotte sono attualmente abitate da alcuni uomini che vivono dedicandosi alla fabbricazione del salnitro. Le fornaci, il fuoco, il fumo, le rendono simili all'ingresso degli Inferi.»

    (Georges Vallet, Laura Vallet Mascoli, Siracusa antica: immagini e immagine, 1993, p. 117)
  26. ^ Il primo a creare tale paragone tra i due condottieri fu José de Viera y Clavijo, il quale, vissuto nell'epoca in cui la Spagna aveva da poco dovuto rinunciare alla Sicilia, sentì il bisogno di giustificare la sua patria di fronte ai francesi e agli italiani che accusavano gli spagnoli di essere stati nel Cinquecento e nel Seicento i protagonisti indiscussi della leyenda negra, specialmente nella Nuova Spagna (in America). Egli quindi, prendendo come punto di riferimento il simile arrivo di Siracusani e Spagnoli nelle nuove terre (rispettivamente Africa e America), scrisse un manoscritto intitolato El segundo Agatocles: Cortés en Nueva España, che aveva lo scopo di paragonare, e giustificare, le gesta del Conquistador Cortés, assimilandole a quelle, ben più antiche e di diverso esito, del siciliano Agatocle.[132]
  27. ^ Vicente Díez Canseco, Wenceslao Ayguals de Izco, Historia de la ciudad de Cartago (o. di Adolphe Dureau de la Malle e Jean Yanoski), 1845, p. 47:
    (ES)

    «Un español celebre, Hernán Cortés, imitó en America, diez y ocho siglos despues, el ejemplo de Agatocles, mandando tambien entregar sus naves á las llamas.»

    (IT)

    «Un celebre spagnolo, Hernán Cortés, imitò in America, diciotto secoli dopo, l'esempio di Agatocle, anch'egli consegnando le sue navi alle fiamme.»

    (Vicente Díez Canseco)
  28. ^ Agatocle fu il primo a compiere tale gesto. Dopo di lui in pochissimi ci provarono (tra costoro si annovera per l'appunto lo spagnolo Cortés). Difatti, nessuno lo precedette, e solamente il gesto del più antico, ma leggendario, capo dei Troiani, Ettore, può avvicinarsi a ciò che il Siracusano fece (anche se i Troiani bruciarono le navi dei loro nemici, per non permettere loro la fuga, mentre i Siracusani bruciarono le proprie di navi, per non permettersi la fuga).
  29. ^ Il Pirri portò tra l'altro al medesimo errore molti degli studiosi che vennero dopo di lui; specialmente siracusani. Cit. INGV, The Catalogue of Strong Italian Earthquakes describes this earthquake sequence under the following heading". Catalogue of Strong Earthquakes in Italy 461 B.C. - 1997 and Mediterranean Area 760 B.C. - 1500.
  30. ^ L'imperatore parlava di «peccati nefandi» di «magia e di eresia», che avevano scatenato il «flagello divino».[154]
  31. ^ Il Senato di Siracusa lo ricostruì e vi effigiò la seguente lapide: «Terremotum Dirutum Carlo V Caes. Hieronimo Bononimo Panormita Antistite. S.PG.S. PostTriennum Insa. MDXXXXV». Ma purtroppo il campanile era destinato a crollare nuovamente nel successivo disastroso terremoto del 1693; con esso rovinò pure la lapide in memoria del 1542. Il campanile dopo il secondo crollo non venne mai più ricostruito.[155]
  32. ^ E i suoi abitanti rappresentavano la garanzia del prosieguo della sua esistenza, ecco perché era tanto importante non permetterli di abbandonarla in massa così come avevano fatto.[150]
  33. ^ Gaspare intervenne tra il 20 febbraio e il 5 maggio del 1546. Cit. Real monasterio de San Lorenzo del Escorial, La Ciudad de Dios, vol. 158, n. 3, 1946, p. 395.
  34. ^ Sulla figura del turanno Dionisio I come personificazione dei giganti siciliani, vd. Culti, miti adriatici e l'apporto dei Siracusani; nello specifico N. espl. 53.
  35. ^ Esemplare di elefante nano riassemblato e odiernamente esposto nel museo archeologico regionale Paolo Orsi della città aretusea:  
  36. ^ Che odiernamente è divenuto l'ortaggio più coltivato nel siracusano. Nota come patata novella di Siracusa, da qui arriva ben il 50% dell'intera produzione di patate in Sicilia. Cit. La GDO e l'estero apprezzano la patata siciliana, su www.gamberorosso.it. URL consultato il 18 aprile 2018.
  37. ^ Bisognerà aspettare diversi secoli prima che, proprio da una terra siracusana (Pachino), arrivi sulle tavole d'Italia una rivoluzione del pomodoro americano e della sua salsa: il ciliegino o cherry (la prima sperimentazione italiana, giunta da Israele, sul classico pomodoro grosso da insalata, che venne mutato in uno più piccolo e dolce. Cfr. Il caso del pomodoro di Pachino, su bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it. URL consultato il 18 aprile 2018.; Il pomodoro di Pachino? È israeliano, su www.corriere.it. URL consultato il 18 aprile 2018..
  38. ^ Il tabacco, nonostante le varie proibizioni, ebbe notevole diffusione in tutta la Sicilia, ma nel siracusano si incominciò tardi a coltivarlo e non ci si impiegò nemmeno tanto sforzo: i sigari siracusani erano infatti considerati di bassa qualità, in quanto essi si limitavano a importarne la materia prima o da Palermo o da Catania, anzicché coltivare la pianta nelle terre aretusse, oppure la compravano dall'americana Virginia. Cfr. Dizionario corografico dell'Italia, vol. 7, 1869, p. 731.
  39. ^ Dopo che la Spagna abbandonò la Sicilia senza combattere (a causa del trattato diplomatico di Utrecht), nel 1713, a Siracusa si insediarono i Piemontesi, ma quando gli Spagnoli decisero di dichiarare guerra alla Quadruplice Alleanza e riprendersi la Sicilia con le armi, non vi fu modo per loro di rientrare nel capoluogo aretuseo: tutte le fortificazioni, da essi stessi progettate, avevano fatto di Ortigia un'imprendibile fortezza che rimase saldamente nelle mani dei Savoia e degli Inglesi (che si curarono di sorvegliarne accanitamente anche le acque).
  40. ^ Carpinteri, 1983, pp. 30-31:

    «Riporta il Fazello che, trovandosi egli in quei giorni in Siracusa a predicare, potè vedere con i suoi occhi che Carlo V imperatore tentò di rompere l'istmo e di riportare Ortigia all'antica forma di isola»

  41. ^ Nelle monete siracusane vi sono raffigurati (da sinistra a destra): Atena con elmo, dea della guerra, Anapo, dio fluviale, Aretusa con delfini, ninfa di Artemide, Alessandro Magno, re dei Macedoni, un'altra versione di Aretusa (argentea), Kore, figlia di Demetra, quadriga al goloppo incoronata da Nike alata.
  42. ^ Scipio, che nonostante la sentenza di Juan Orozco riuscirà a ritornare nell'isola e a farsi ben volere dai viceré spagnoli, di Siracusa disse che si trovava nel val di Mazara, al tempo in cui nominò i due capitani d'arme che il viceré, suo protettore (si trattava di Marco Antonio Colonna), aveva destinato alla Sicilia (stranamente egli tace l'esistenza del val di Noto, che è poi l'esatta collocazione per Siracusa, in quanto il val di Mazara si trova nella parte occidentale dell'isola, non in quella orientale). Cfr. Historia Siciliana, nellaquale si contiene la descrittione antica, et moderna di Sicilia, le guerre, et altri fatti notabili dalla sua origine per sino alla morte del Catolico Re Don Filippo II, 1604, p. 39 (Errore di Dó Scipio di Caftro).
  43. ^ Insieme a Siracusa, anche Noto e Piazza Armerina avevano ottenuto, molto tempo prima e da differenti sovrani (1392 e 1347), lo stesso privilegio, mentre altre città siciliane lo otterranno anni dopo Siracusa, ma quasi sempre ciò avverrà in cambio di denaro. Cfr. Valentina Favarò, Sugli alloggiamenti militari in Sicilia tra Cinque e Seicento: alcune riflessioni, 2010, in Mediterranea, n. 20, p. 470.
  44. ^ Come nel caso di
  45. ^ Bisognerà attendere la fine delle due guerre mondiali (e degli scavi affettuati in quegli anni) per riportare nuovamente alla luce il tempio, potendo osservarne solamente le due uniche colonne superstiti e un tratto della base perimetrale, con le colonne rase quasi al suolo. Vd. Fernanda Cantone, Pietra e intonaco: Stone and plaster, 2012, p. 39.
  46. ^ III Encuentro de Jóvenes Investigadores en Historia Moderna (Familia, cultura material, y formas de poder en la España Moderna) (ES) , Valladolid 2 y 3 de julio del 2015, pp. 889-898 ( (PDF)):

    «Il Tercio non commettesse alcun danno contro la popolazione dei luoghi nei quali esso veniva alloggiato, che i suoi uomini rimanessero ben disciplinati e allenati con le armi.»

Riferimenti
  1. ^ Il mondo illustrato: giornale universale (a cura di), IV, Torino 1861, p. 310.
  2. ^ Abel-François Villemain (trad. Carlo Graziani), Lascaris, 1829, p. 52.
  3. ^ Francisca Hernández-León de Sánchez, Doña María de Castilla, esposa de Alfonso V el Magnánimo, 1959, p. 71.
  4. ^ Prudencio de Sandoval, Historia de la vida y hechos del Emperador Carlos V, p. 50, 1634.
  5. ^ Carmelo Trasselli, Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V: l'esperienza siciliana, 1475-1525, 1982, p. 422.
  6. ^ Prudencio de Sandoval, Historia de la vida y hechos del Emperador Carlos V, Parigi 1634, p. 51.
  7. ^ Cancilleria de Ferdando II, Itinerum Sigilli Segreti, 3678, ff. 158 r.160v. cit. in La Sicilia di Ferdinando il Cattolico: tradizioni politiche e conflitto tra Quattrocento e Cinquecento (1468-1523) (Simona Giurato), 2003, pp. 298-299.
  8. ^ III Simpósio Internacional de Estudos Inquisitoriais – Alcalá de Henares,junho de 2015.
  9. ^ GOLISANO, Pietro Cardona conte di, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana..
  10. ^ Cit. in Gioacchino Barbera, Antonello Paladino: pittori messinesi nel siracusano dal XV al XVIII secolo, 1996, p. 20.
  11. ^ a b Carmelo Trasselli, Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V: l'esperienza siciliana, 1475-1525, vol. 2, 1982, p. 656-657.
  12. ^ Privitera, 1879, p. 142, Cesare Gaetani, Annali di Siracusa, vol. I, f. 298.
  13. ^ Miguel Ángel Ochoa Brun, Historia de la diplomacia española, vol. 5, 1999, p. 102. Vd. anche Alessio Narbone, Epoca cristiana. Primi otto secoli dell'era volgare, vol. 5, 1856, p. 13.
  14. ^ José María Doussinague, Fernando el Católico y el cisma de Pisa, 1946, p. 192.
  15. ^ Sulla vicenda vd. Walter Brandmüller, Remigius Bäumer, Internationale Zeitschrift Für Konziliengeschichtsforschung, vol. 3-7, 1974, pp. 204-205.
  16. ^ Giuseppe Agnello, Santi Luigi Agnello, Il Duomo di Siracusa ed i suoi restauri: discorso letto il 14 gennaio 1927 nel Salone Torres del Palazzo Arcivescovile di Siracusa, 1996;
  17. ^ Escuela Española de Arqueología e Historia, Rome, Cuadernos de trabajos, Volúmenes 1-5, 1924, p. 83.
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BibliografiaModifica

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