Carlo Alberto dalla Chiesa

generale e prefetto italiano
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Carlo Alberto dalla Chiesa
DallaChiesa.jpg
Carlo Alberto dalla Chiesa ritratto in uniforme da generale di divisione.
NascitaSaluzzo, 27 settembre 1920
MortePalermo, 3 settembre 1982
Cause della morteattentato da parte di Cosa nostra
Luogo di sepolturaCimitero della Villetta, Parma
Dati militari
Paese servitoItalia Regno d'Italia
Italia Italia
Forza armataFlag of Italy (1860).svg Regio Esercito
Stemma araldico e distintivo dello Stato Maggiore Difesa.svg Forze armate italiane
ArmaArma dei Carabinieri
Anni di servizio1941 - 1982
GradoGenerale di corpo d'armata
GuerreSeconda guerra mondiale
CampagneFronte jugoslavo
Campagna d'Italia
Comandante diVice-comandante generale dell'Arma dei Carabinieri
Legione carabinieri Sicilia
Nucleo speciale di polizia giudiziaria
Regione militare CC nord-ovest
lª Divisione "Pastrengo"
DecorazioniGrande ufficiale dell'Ordine militare d'Italia
Studi militariLaurea in Giurisprudenza
Laurea in Scienze Politiche
Altre carichePrefetto di Palermo
"fonti nel corpo del testo"
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Carlo Alberto dalla Chiesa[1][2][3] (Saluzzo, 27 settembre 1920Palermo, 3 settembre 1982) è stato un generale e prefetto italiano.

Figlio di un generale dei Carabinieri, entrò nell'Arma durante la seconda guerra mondiale e partecipò alla Resistenza. Dopo la guerra combatté il banditismo prima in Campania e quindi in Sicilia; dopo vari periodi a Firenze, Como, Roma e Milano, tra il 1966 e il 1973 fu nuovamente in Sicilia dove, con il grado di colonnello, comandante della Legione Carabinieri di Palermo, indagò su Cosa Nostra.[4] Divenuto generale di brigata a Torino dal 1973 al 1977, fu protagonista della lotta contro le Brigate Rosse; su sua proposta venne creato il "Nucleo Speciale Antiterrorismo"[5] attivo tra il 1974 e il 1976. Promosso generale di divisione, fu nominato nel 1978 coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali. Dal 1979 al 1981 comandò la Divisione Pastrengo a Milano; tra il 1981 e il 1982 fu vicecomandante generale dell'Arma.[4][6]

Nel 1982 venne nominato prefetto di Palermo con l'incarico di contrastare Cosa nostra così come aveva fatto nella lotta al terrorismo. Fu ucciso nella città siciliana pochi mesi dopo il suo insediamento nella strage di via Carini dove perirono anche la consorte Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.[6] Fu insignito di medaglia d'oro al valore civile alla memoria, la salma è attualmente tumulata nel Cimitero della Villetta, a Parma.

BiografiaModifica

La carriera militare e la resistenza durante la seconda guerra mondialeModifica

Figlio di Romano dalla Chiesa e di Maria Laura Bergonzi, entrò nel 1941 nel Regio Esercito dapprima frequentando la Scuola allievi ufficiali di complemento di Spoleto, in seguito prestò servizio in fanteria come sottotenente nel 120º reggimento brigata Emilia, partecipando per 10 mesi alla occupazione del Montenegro, per la quale ricevette due croci di guerra al valore.[7] Nel 1942 transitò nei Reali Carabinieri (dove già prestava servizio il fratello Romolo),[8] e come primo incarico venne mandato a comandare la tenenza di San Benedetto del Tronto, dove rimase fino al giorno della proclamazione dell'armistizio.[9] Passò poi nel comando provinciale di Ascoli Piceno; un giorno venne affrontato da un partigiano comunista. I partigiani della zona sospettavano che lui fosse responsabile del blocco dei rifornimenti di armi che gli alleati di tanto in tanto riuscivano a spedire via mare. Alla domanda "Lei con chi sta, tenente, con l'Italia o la Germania?", dalla Chiesa rispose offrendo la sua collaborazione, che, per un certo periodo, dette i suoi frutti. Poi, a causa del suo rifiuto di collaborare nella caccia ai partigiani, venne inserito nella lista nera dei nazisti, ma riuscì a fuggire prima che le SS potessero catturarlo.[10]

Datosi alla macchia insieme con altri patrioti, operò poi nella resistenza italiana, operando in clandestinità nelle Marche, unendosi alla "Brigata Patrioti Piceni" di stanza in Colle San Marco, località di montagna, ove organizzò gruppi per fronteggiare i tedeschi. In seguito, divenne uno dei responsabili delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani, nascosto in un'abitazione privata presso la città di Martinsicuro, in Abruzzo.

Nel luglio del 1943 si laureò in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari, città in cui il padre Romano era comandante della locale Legione dell'Arma, nel dicembre dello stesso anno passò le linee nemiche con le truppe alleate, ritrovandosi in una zona d'Italia già liberata nel "Regno del Sud".[10] Venne poi inviato a Roma per seguire gli alleati nel loro ingresso nella capitale, dove venne incaricato di garantire la sicurezza della Presidenza del Consiglio dei ministri dell'Italia liberata. Nel 1944 fu inviato a comandare una tenenza a Bari, dove riuscì a conseguire la seconda laurea in scienze politiche, per la quale frequentò alcune lezioni tenute dall'allora docente Aldo Moro.[11] Sempre a Bari conobbe Dora Fabbo, la ragazza che nel 1946 diventerà sua moglie.

Dopo la guerra per la sua partecipazione alla resistenza italiana gli venne attribuito il Distintivo di Volontario della Guerra di Liberazione, guadagnando il passaggio in servizio permanente effettivo per merito di guerra.

L'impegno contro il banditismo in Campania e in SiciliaModifica

Fu destinato poi in Campania, al Comando Compagnia di Casoria (Napoli), dove nel 1947 nacque la figlia Rita. Durante la permanenza a Casoria si distinse nelle operazioni di lotta al banditismo; per questo motivo nel 1949 fu inviato in Sicilia[12], al Comando forze repressione banditismo, agli ordini del colonnello Ugo Luca, formazione interforze costituita per eliminare le bande di criminali nell'isola, come quella del bandito Salvatore Giuliano. Qui comandò il Gruppo Squadriglie di Corleone e svolse ruoli importanti e di grande delicatezza come quello di Capo di stato maggiore, meritando peraltro una medaglia d'argento al valor militare.[13] Nel novembre del 1949, a Firenze, nacque il suo secondo figlio Nando. Il 23 ottobre 1952, sempre a Firenze, nacque la terza figlia, Simona.

Da capitano, indagò sulla scomparsa a Corleone, poi rivelatasi omicidio, del sindacalista socialista Placido Rizzotto, giungendo a indagare e incriminare l'allora emergente boss della mafia Luciano Liggio.[14][15] Il posto di Rizzotto sarebbe stato preso dal politico comunista Pio La Torre [10] che Dalla Chiesa conobbe in tale occasione e che in seguito fu anch'egli ucciso dalla mafia [10] Durante gli anni 1950, dopo il periodo in Sicilia, venne trasferito prima a Firenze, successivamente a Como e quindi presso il comando della Brigata di Roma. Nel 1964 passò al coordinamento del nucleo di polizia giudiziaria presso la Corte d'appello di Milano, che poi unificò e diresse come nuovo gruppo.

La nomina a comandante della "Legione carabinieri Sicilia"Modifica

 
1968 Terremoto del Belice. Foto di Karl Oppolzer.

Dal 1966 al 1973 ritornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della Legione carabinieri di Palermo. Incominciò particolari indagini per contrastare Cosa Nostra, che nel 1966 e 1967 sembrava aver abbassato i toni dello scontro che si era verificato nei primi anni sessanta. Intanto nel gennaio 1968 intervenne coi suoi reparti in soccorso delle popolazioni del Belice colpite dal terremoto, riportandone una medaglia di bronzo al valor civile per la personale partecipazione "in prima linea" alle operazioni, oltre che la cittadinanza onoraria di Gibellina e Montevago[16].

Nel 1969 riesplose in maniera evidente lo scontro interno tra le famiglie mafiose con la strage di Viale Lazio, nella quale perse la vita il boss Michele Cavataio. Nel 1970 svolse indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il quale poco prima aveva contattato il regista Francesco Rosi, promettendogli materiale, che lasciava intendere scottante, sul caso Mattei[17].

 
Il giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970, presumibilmente da sicari di cosa nostra.

Le indagini furono svolte con ampia collaborazione fra i Carabinieri e la Polizia, sotto la direzione del commissario Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, anch'egli in seguito ucciso dalla mafia mentre cominciava a intuire le connessioni tra mafia e alta finanza.

 
Il procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione, assassinato dalla mafia il 5 maggio 1971.

Nel 1971 si trovò a indagare sull'omicidio del procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione. Sempre nello stesso anno partecipò alle indagini del caso del Mostro di Marsala Michele Vinci, che aveva rapito e ucciso tre bambine a Marsala, indagini che furono coordinate dall'allora procuratore di Marsala Cesare Terranova. Il risultato di queste indagini fu il dossier dei 114, redatto nel 1974, che ebbe come conseguenza decine di arresti dei boss[13] e, per coloro i quali non sussisteva la possibilità dell'arresto, scattò il confino. L'innovazione voluta da dalla Chiesa fu quella di non mandare i boss al confino nelle periferie delle grandi città del Nord Italia; pretese invece che le destinazioni fossero le isole di Linosa, Asinara e Lampedusa.[10]

Il contrasto alle Brigate RosseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Irruzione di via Fracchia e Nucleo Speciale Antiterrorismo.

Nel 1973 fu promosso al grado di generale di brigata e nel 1974 divenne comandante della 1ª Brigata Carabinieri (con sede a Torino), con competenza sulle legioni Carabinieri di Torino, di Alessandria e di Genova che comprendevano le aree del Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria.[13]

 
Il giudice Mario Sossi, prigioniero delle Brigate Rosse.

Si trovò a contrastare il crescente numero di episodi di violenza portati avanti dalle Brigate Rosse e il loro progressivo radicarsi negli ambienti operai. Per fare ciò, utilizzò i metodi che già aveva sperimentato in Sicilia contro le organizzazioni mafiose, infiltrando alcuni uomini all'interno dei gruppi terroristici, al fine di conoscere perfettamente i loro schemi di potere interno.[18][19] Nell'aprile del 1974 le Brigate Rosse rapirono il giudice genovese Mario Sossi; in cambio della sua liberazione le BR volevano ottenere la liberazione di 8 detenuti della Banda 22 ottobre.[20]

dalla Chiesa, insieme al procuratore generale di Torino, Carlo Reviglio Della Veneria, mise fine ad una rivolta dei detenuti, guidata dal gruppo Pantere Rosse, ad Alessandria che aveva preso degli ostaggi. Il magistrato ed il generale ordinarono un intervento armato che si concluse con l'uccisione di due detenuti, di due agenti di custodia, del medico del carcere, di un insegnante e di un'assistente sociale.[21]

 
Renato Curcio, uno dei fondatori storici delle Brigate Rosse.

Dopo avere selezionato dieci ufficiali dell'arma, dalla Chiesa creò nel maggio del 1974 una struttura antiterrorismo, denominata Nucleo Speciale Antiterrorismo, con base a Torino. Nel settembre del 1974 il Nucleo riuscì a catturare a Pinerolo, Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco e fondatori delle Brigate Rosse, grazie anche alla determinante collaborazione di Silvano Girotto, detto "frate mitra",[22] dirigendo le indagini dall'attuale Comando Provinciale Carabinieri di Torino, edificio unito alla Scuola allievi Carabinieri "Cernaia".

 
Margherita Cagol "Mara", moglie di Renato Curcio e dirigente della colonna brigatista di Torino.

Nel febbraio del 1975 Curcio riuscì a evadere dal carcere di Casale Monferrato, grazie a un intervento di un nucleo delle BR, capeggiato dalla stessa moglie del brigatista, Margherita "Mara" Cagol.[23]

 
Vittorio Vallarino Gancia, amministratore e proprietario della nota ditta viti-vinicola Gancia

Sempre nel 1975, i Carabinieri intervennero per la liberazione di Vittorio Vallarino Gancia, rapito dalle BR a scopo di estorsione; dopo un violento e drammatico scontro a fuoco con l'impiego di armi automatiche e bombe a mano, l'ostaggio venne liberato incolume, ma nel corso dell'azione morirono l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e il capo del nucleo brigatista Margherita Cagol, e furono gravemente feriti altri due carabinieri, tra cui il tenente Umberto Rocca che perse un braccio e un occhio. Nonostante i successi conseguiti nella lotta al terrorismo nel 1976 il Nucleo Antiterrorismo venne sciolto, a seguito delle critiche formulate da più parti ai metodi utilizzati nell'infiltrazione degli agenti tra i brigatisti e sulla tempistica dell'arresto di Curcio e Franceschini.[22]

Nel 1977 dalla Chiesa fu nominato coordinatore del Servizio di sicurezza degli istituti di prevenzione e pena e promosso al grado di Generale di Divisione. Il 9 agosto 1978 fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali per diretta determinazione governativa. Era una sorta di reparto operativo speciale alle dirette dipendenze del Ministro dell'Interno Virginio Rognoni, creato con particolare riferimento alla lotta alle Brigate rosse e alla ricerca degli assassini del leader democristiano Aldo Moro.[22]

 
Il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978.

La concessione di poteri speciali a dalla Chiesa fu veduta da taluni come pericolosa o impropria (le sinistre estreme la catalogarono come "atto di repressione"). Dopo la morte di Aldo Moro, dalla Chiesa decise di stringere il cerchio intorno ai vertici delle Brigate Rosse. Nel frattempo, nel febbraio del 1978, dalla Chiesa aveva perso la moglie Dora, stroncata in casa a Torino da un infarto. Per il generale fu un duro colpo, che lo lasciò per qualche tempo nella disperazione e lo indusse successivamente a dedicarsi completamente alla lotta contro i brigatisti.[10][22] In una perquisizione successiva a due arresti (Lauro Azzolini e Nadia Mantovani) in via Montenevoso a Milano, vennero ritrovate alcune carte riguardanti Aldo Moro, tra le quali un presunto memoriale dello stesso leader democristiano.[22]

 
Patrizio Peci, storico “pentito” delle Brigate Rosse.

Nel 1979 venne trasferito nuovamente a Milano per comandare la Divisione Pastrengo sino al dicembre 1981. Particolarmente importanti furono i successi contro le Brigate Rosse, ottenuti a seguito della sanguinosa irruzione di via Fracchia, e l'arresto di Rocco Micaletto e di Patrizio Peci,[24] che con le sue rivelazioni contribuì alla sconfitta delle BR.[25]

Il 16 dicembre 1981 dalla Chiesa venne nominato vice comandante generale dell'Arma, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri, giacché all'epoca il Comandante Generale dell'Arma doveva necessariamente provenire, per espressa disposizione di legge, dalle file dell'Esercito.[22] Rimase in tale carica fino al 5 maggio 1982.

La nomina a prefetto di PalermoModifica

Nominato il 6 aprile 1982 dal Consiglio dei ministri prefetto di Palermo, posto contemporaneamente in congedo dall'Arma, il 30 aprile si insediò in città , il giorno dell'omicidio di Pio La Torre[26], che era tra coloro che avevano sostenuto la sua nomina a prefetto. Il 5 maggio 1982, giorno in cui fu collocato in ausiliaria con il grado di generale di corpo d'armata, egli tenne il discorso di commiato dall'Arma presso il Comando Generale, il cui testo integrale è stato pubblicato nel 2018[27].

 
Emanuela Setti Carraro, seconda moglie del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinata dalla mafia assieme al marito a Palermo il 3 settembre 1982.

Il tentativo del governo era quello di ottenere contro Cosa nostra gli stessi brillanti risultati ottenuti contro le Brigate Rosse. Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso su tale nomina, ma poi venne convinto dal ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri fuori dall'ordinario per contrastare la guerra tra le cosche, che insanguinava l'isola.

Il 10 luglio nella cappella del castello di Ivano-Fracena, in provincia di Trento, sposò in seconde nozze Emanuela Setti Carraro.

A Palermo lamentò più volte il mancato rispetto degli impegni assunti dal governo e la carenza di sostegno da parte dello Stato. Riguardo a Cosa Nostra ebbe a dire:[28]

«La mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana.»

Esprimendo la sua disapprovazione per il fatto che i promessi "poteri speciali" tardavano ad arrivare (e in realtà lo Stato non glieli concesse mai[29]: sarebbero arrivati solo al suo successore[30]), disse amaramente:

«Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti.[31]»

Nel luglio del 1982 dalla Chiesa dispose che fosse trasmesso alla Procura di Palermo il cosiddetto rapporto dei 162.[32] Tale rapporto, steso congiuntamente da polizia e carabinieri, ricostruiva l'organigramma delle famiglie mafiose palermitane attraverso scrupolose indagini e riscontri.[33]

Nell'agosto del 1982 il generale rilasciò un'intervista a Giorgio Bocca, in cui dichiarò ancora una volta la carenza di sostegno e di mezzi, necessari per la lotta alla mafia, che nei suoi piani doveva essere combattuta strada per strada, rendendo palese alla criminalità la massiccia presenza di forze di polizia;[34] inoltre nell'intervista dalla Chiesa dichiarò:

«Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. È finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?[34]»

Tali dichiarazioni provocarono il risentimento dei Cavalieri del Lavoro catanesi Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro (i proprietari delle quattro maggiori imprese edili catanesi, alle quali si riferiva dalla Chiesa), e l'inizio di una polemica in forma ufficiale da parte dell'allora presidente della Regione siciliana Mario D'Acquisto, che invitò pubblicamente dalla Chiesa a specificare il contenuto delle sue dichiarazioni e ad astenersi da tali giudizi qualora tali circostanze non fossero state provate.[35]

A fine agosto, con una telefonata anonima fatta ai carabinieri di Palermo probabilmente dal boss Filippo Marchese, venne annunciato per la prima volta l'attentato al generale, dichiarando che, dopo gli ultimi omicidi di mafia,

«l'operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa.[22][36]»

L'agguato in via Carini e la morteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di via Carini.
 
La scena dell'omicidio dei coniugi dalla Chiesa il 3 settembre 1982.

Alle ore 21:15 del 3 settembre 1982, ventiquattro giorni prima del suo 62esimo compleanno, la A112 sulla quale viaggiava il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata in via Isidoro Carini a Palermo da una BMW, dalla quale partirono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47, che uccisero il prefetto e la moglie.[22][37]

 
L'agente di Polizia Domenico Russo, scorta del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, deceduto a Palermo il 15 settembre 1982 per le ferite riportate nell'attacco mafioso al generale e a sua moglie.

Nello stesso momento l'auto con a bordo l'autista e agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del Prefetto, veniva affiancata da una motocicletta, dalla quale partì un'altra micidiale raffica, che ferì gravemente Russo, il quale morì dopo 12 giorni all'ospedale di Palermo.

I funerali e la reazione dell'opinione pubblicaModifica

 
Il cartello apparso sul luogo della strage.
 
Targa commemorativa situata presso Villa Bonanno a Palermo.
 
I funerali di dalla Chiesa. Riconoscibili in prima fila: il presidente della Repubblica Sandro Pertini e Giovanni Spadolini a quel tempo presidente del Consiglio.

«L'assassinio Dalla Chiesa dopo l'assassinio Moro è certamente il delitto più grave della storia della Repubblica. Le carte di una sentenza giudiziaria sono di solito raggelanti. Le carte sulla vita del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa rappresentano invece la certificazione drammatica e autorevole di verità finora negate, nascoste, manipolate.»

(Dalla sentenza-ordinanza del maxiprocesso 1985[38])

Il giorno dei funerali, che si tennero nella chiesa palermitana di San Domenico, una grande folla protestò contro le presenze politiche, accusandole di avere lasciato solo il generale. Vi furono attimi di tensione tra la folla e le autorità, sottoposte a lanci di monetine e insulti al limite dell'aggressione fisica. Solo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini venne risparmiato dalla contestazione[30].

La figlia Rita pretese che fossero immediatamente tolte di mezzo le corone di fiori inviate dalla Regione Siciliana (era presidente Mario D'Acquisto, che aveva duramente polemizzato con il prefetto) e volle che sul feretro del padre fossero deposti il tricolore, la sciabola e il berretto della sua divisa da Generale con le relative insegne[39].

Dell'omelia del cardinale Pappalardo[40], fecero il giro dei telegiornali le seguenti parole (citazione di un passo di Tito Livio), che furono liberatorie per la folla,[41] mentre causarono imbarazzo tra le autorità (il figlio Nando le definì "una frustata per tutti"):

«Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici [..] e questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo.»

Gli arresti e le condanne per l'omicidioModifica

Per i tre omicidi sono stati condannati all'ergastolo come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.[42]

Nel 2002 sono stati condannati in primo grado, quali esecutori materiali dell'attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia, entrambi all'ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno.[22][43] Nella stessa sentenza si legge:

«Si può senz'altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale.[44]»

Il 5 settembre al quotidiano La Sicilia arrivò un'altra telefonata anonima, che annunciò:

«L'operazione Carlo Alberto è conclusa.[30]»

Il 4 aprile 2017 Il Fatto Quotidiano riporta la rivelazione del collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino secondo cui Francesco Cosentino, vicino all'onorevole Giulio Andreotti, sarebbe il mandante dell'omicidio del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. Tale notizia risale all'audizione in commissione antimafia del Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato[45].

Nel 2018 il collaboratore di giustizia Simone Canale, affiliato alla cosca Alvaro di Sinopoli, rivela che il boss Nicola Alvaro,originario di San Procopio, detto "u zoppu", appartenente alla famiglia degli Alvaro, detti "codalonga", era presente all'agguato contro il generale Dalla Chiesa, confermando le precedenti accuse contestategli nel 1982 e decadute perché il testimone contro il boss Alvaro venne ritenuto inattendibile.[46]

Aspetti dibattutiModifica

Richiesta di affiliazione alla P2Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: P2.

Il 17 marzo 1981 durante la perquisizione della Guardia di Finanza a Castiglion Fibocchi furono ritrovate nella cassaforte di Gelli oltre agli elenchi anche parecchie «domande di iscrizione con firme illustri» tra cui quella di dalla Chiesa.[47][48] Dalla Chiesa fece richiesta di affiliazione presentato dal generale della Guardia di Finanza Raffaele Giudice e dal deputato democristiano Francesco Cosentino.[48] Secondo il figlio Nando Dalla Chiesa, la domanda di affiliazione non fu però mai accettata.[49] Non è mai stato chiarito il vero scopo di dalla Chiesa nel tentativo di adesione alla P2: secondo alcuni sarebbe stato quello di indagare come infiltrato le manovre della loggia;[48] secondo altri la domanda fu inoltrata quasi involontariamente (avrebbe dichiarato: «Anch'io, come altri, sono stato costretto a iscrivermi alla Loggia»);[50] per altri ancora dalla Chiesa non avrebbe ritenuto un atto grave l'affiliazione (avrebbe detto: «Io ho fatto la domanda […] per quanto ne sapevo, per le persone che conoscevo, si tratta di uomini per bene, servitori dello Stato..»).[51]

Stando alle dichiarazioni del maestro venerabile Licio Gelli e del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa era affiliato alla Loggia massonica segreta P2.[52] Gelli scrisse: «Basti ricordare la drammatica fine di un autorevole fratello della P2, emarginato, perseguitato, e poi mandato allo sbaraglio perché massone, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, un martire per lo Stato, ma anche per la causa massonica»; Cossiga sostenne che stranamente la pagina contenente il nome del generale scomparve dagli elenchi ritrovati dalle forze dell'ordine.[53]

Giuliano Di Bernardo, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia dal 1990 al 1993, confermerà l'affiliazione del generale alla loggia P2 mostrando due lettere originali inviategli da Licio Gelli nel 1990, in cui compare chiaramente il nome di dalla Chiesa, definito da Gelli stesso «un martire dello Stato ma anche della causa massonica [...] emarginato, perseguitato e mandato allo sbaraglio perché massone».[54] Di Bernardo smentisce la tesi secondo la quale dalla Chiesa si sarebbe iscritto alla P2 come infiltrato per conto dello Stato, anzi sostiene che il generale fosse pienamente un massone.[54]

Il nome del fratello Romolo, anch'egli generale dei Carabinieri, verrà ritrovato negli elenchi della P2.[52][55][56]

Il rapporto con Andreotti e il caso MoroModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Caso Moro.

La sera dell'assassinio di dalla Chiesa, qualcuno fu mandato a casa del prefetto per cercare dei lenzuoli per coprire dei cadaveri, ma sembrerebbe che questa persona ne approfittò per aprire la cassaforte e sottrarre il contenuto, consistente in documenti sensibili, tra cui anche un dossier sul caso Moro.[44] Dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello a bordo di un pullman, i carabinieri di dalla Chiesa riuscirono a individuare un covo delle Brigate Rosse appartenente alla colonna Walter Alasia, situato a Milano in Via Monte Nevoso. Ne scaturirono 9 arresti e una serie di perquisizioni, nella quale furono rinvenuti alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro e un memoriale dello stesso statista DC.[57]

Nel 1990, durante alcuni lavori, furono rinvenuti nell'appartamento di via Monte Nevoso altri documenti riguardanti Moro, nascosti nel doppio fondo di una parete. Seguirono alcune polemiche sulle circostanze in cui nel 1978 i carabinieri avevano condotto l'inchiesta e le perquisizioni.

Il memoriale di Moro sarebbe stato consegnato da dalla Chiesa a Giulio Andreotti, a causa delle informazioni contenute al suo interno. Secondo la madre di Emanuela Setti Carraro, la figlia le avrebbe confidato che il Generale non consegnò ad Andreotti tutte le carte rinvenute, e che nelle stesse fossero indicati segreti estremamente gravi[22].

Il giornalista Mino Pecorelli, amico di dalla Chiesa, aveva dichiarato che di memoriali ne erano stati rinvenuti diversi e che le rivelazioni contenute all'interno fossero collegate alle responsabilità politiche del sequestro Moro.[58] Pochi giorni dopo aver dichiarato di voler pubblicare integralmente uno di essi sulla sua rivista OP venne ucciso.[59] Su OP Pecorelli scrisse che dalla Chiesa («il generale Amen») era riuscito a individuare la prigione nella quale tenevano prigioniero Aldo Moro e aveva conseguentemente informato il ministro dell'Interno, ma Cossiga non sarebbe intervenuto perché «costretto a non intervenire».[60] E Moro fu ucciso. Dalla Chiesa quindi restava un pericoloso testimone e per questo Pecorelli sentenziò che sarebbe stato ucciso (come avverrà poi un anno dopo, in un presunto patto tra mafia e politica)[60].

Secondo la sorella di Pecorelli, dalla Chiesa aveva incontrato il giornalista pochi giorni prima che venisse ucciso e il Generale aveva confidato al giornalista alcune importanti informazioni sul caso Moro,[61] consegnandogli documenti riguardanti il ruolo di Giulio Andreotti.[62][63]

Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, Pecorelli e dalla Chiesa erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro che infastidivano Andreotti; Buscetta inoltre affermò che il boss Gaetano Badalamenti gli disse:

«Dalla Chiesa lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui. Non aveva fatto ancora niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui.[64]»

Nel 2000 un consulente della Commissione Parlamentare d'inchiesta affermò che, a suo giudizio, i carabinieri avevano falsificato la realtà, omettendo di descrivere le modalità di ritrovamento del borsello, impiegando troppo tempo a effettuare il blitz (il borsello fu ritrovato a fine agosto, il blitz venne fatto a ottobre) e ipotizzando che la perdita del borsello da parte di Walter Azzolini non fosse stata casuale, ma un'azione che potrebbe far nascere sospetti sul suo reale ruolo in seno alle Brigate Rosse. Tali affermazioni hanno suscitato la reazione di Nando dalla Chiesa e dei magistrati Pomarici e Spataro, in difesa dei carabinieri che condussero l'indagine, la cui unica lacuna fu di non aver individuato il doppio fondo nel muro.[57]

Inoltre, nel suo diario personale, dalla Chiesa racconta che ebbe un colloquio con Andreotti il 5 aprile 1982, poco tempo prima di insediarsi come Prefetto di Palermo, nel quale gli disse chiaramente che non avrebbe avuto riguardi per quella parte di elettorato mafioso, alla quale attingevano gli uomini della sua corrente in Sicilia; e successivamente aveva definito la corrente andreottiana a Palermo «la famiglia politica più inquinata del luogo», aggiungendo che gli andreottiani erano fortemente compromessi con Cosa Nostra.[65] Andreotti però negò questa circostanza, sostenendo che dalla Chiesa sicuramente lo confondeva con altre persone che incontrava in quel periodo.[66]

OnorificenzeModifica

[67]

  Grande ufficiale dell'Ordine militare d'Italia
«Ufficiale Generale dell'Arma dei Carabinieri, già postosi in particolare evidenza per le molteplici benemerenze acquisite nella lotta per la resistenza e contro la delinquenza organizzata, in un arco di nove anni ed in più incarichi – ad alcuno dei quali chiamato direttamente dalla fiducia del Governo – ideava, organizzava e conduceva, con eccezionale capacità, straordinario ardimento, altissimo valore e supremo sprezzo del pericolo una serie ininterrotta di operazioni contro la criminalità eversiva. Le sue eccelse doti di comandante, la genialità delle concezioni operative, l'infaticabile tenacia, in momenti particolarmente travagliati della vita del Paese e di grave pericolo per le istituzioni, concorrevano in modo rilevante alla disarticolazione delle più agguerrite ed efferate organizzazioni terroristiche, meritandogli l'unanime riconoscimento della collettività nazionale. Cadeva a Palermo, proditoriamente ucciso, immolando la sua esemplare vita di Ufficiale e di fedele servitore dello Stato. Territorio Nazionale 1º ottobre 1973 – 5 maggio 1982.[68]»
— 17 maggio 1983[69]
  Medaglia d'oro al valor civile
«Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere. Palermo, 3 settembre 1982.»
— 13 dicembre 1982[69]
  Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1980[70]
  Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1977[71]
  Medaglia di bronzo al valor civile
«Comandante di Legione territoriale accorreva, in occasione di un disastroso movimento sismico, nei centri maggiormente colpiti, prodigandosi per avviare, dirigere e coordinare le complesse e rischiose operazioni di soccorso alle popolazioni. Malgrado ulteriori scosse telluriche, persisteva nella propria infaticabile opera, offrendo nobile esempio di elevate virtù civiche e di attaccamento al dovere.»
— Sicilia Occidentale, gennaio 1968.
  Medaglia d'argento al valor militare
«Durante nove mesi di lotta contro il banditismo in Sicilia cui partecipava volontario, dirigeva complesse indagini e capeggiava rischiosi servizi, riuscendo dopo lunga, intensa ed estenuante azione a scompaginare ed a debellare numerosi agguerriti nuclei di malfattori responsabili di gravissimi delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più pericolosi, col concorso di pochi dipendenti, riusciva con azione rischiosa e decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne altri in violento conflitto a fuoco nel corso del quale offriva costante esempio di coraggio.»
— Sicilia Occidentale, settembre 1949 - giugno 1950.
  Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
  Croce al merito di guerra (2 volte)
  Medaglia di benemerenza per i Volontari della Guerra 1940–43
  Distintivo di Volontario della Libertà
  Medaglia commemorativa della guerra 1940 – 43
  Medaglia commemorativa della guerra 1943 – 45
  Medaglia Mauriziana al merito di 10 lustri di carriera militare
  Medaglia al merito di lungo comando nell'esercito (20 anni)
  Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni)
  Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta
  Croce con spade dell'Ordine al Merito Melitense (classe militare)
  Cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
  Distintivo di Osservatore d'Aeroplano
  Avanzamento per merito di guerra
«Ufficiale subalterno capace ed ardito, già combattente nell’Arma di Fanteria, rimasto al comando di una Tenenza, isolata, durante l’occupazione tedesca, con costante e perseverante azione di propaganda organizzava di propria iniziativa nel territorio giurisdizionale un’efficiente resistenza fra civili e militari, recuperando uomini, armi, munizioni e naviglio e provvedendo alla costituzione ed armamento di nuclei che sapientemente indirizzava e fiancheggiava nella loro azione di rivolta con decisione ed alto sprezzo del pericolo. Individuato da elementi nazisti e fascisti, malgrado fosse minacciato di morte, non desisteva dal suo patriottico atteggiamento, rimaneva al suo posto di comando e, superando conflitti a fuoco con l’avversario, organizzava, fra l’altro, via mare, numerose partenze di partigiani condannati a rappresaglie, di profughi e di prigionieri inglesi, finché saputo che si stava concretando la sua violenta soppressione, preferiva unirsi alle bande armate da lui costituite che capeggiava con ardimento e vasta capacità organizzativa. alto esempio di sicura fede e di preclare virtù militari.»

Influenze nella cultura di massaModifica

CinemaModifica

TelevisioneModifica

NoteModifica

EsplicativeModifica

BibliograficheModifica

  1. ^ Cfr. la firma degli articoli del figlio Nando dalla Chiesa (con la "d" minuscola) sul suo blog personale.
  2. ^ Biografia sul sito Ansa, su ansa.it. URL consultato il 23 marzo 2010 (archiviato il 22 giugno 2018).
  3. ^ Generale Carlo Alberto dalla Chiesa - Il prefetto dei cento giorni Archiviato l'11 dicembre 2012 in Internet Archive., documentario di Rai Storia
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  5. ^ Benito Li Vigni, Morte di un Generale: Carlo Alberto dalla Chiesa ucciso da un complotto stato-mafia, Sovera Edizioni, 2014, ISBN 9788866522263. URL consultato il 4 ottobre 2017 (archiviato il 15 ottobre 2018).
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  7. ^ Virgilio Ilari, I Carabinieri, Soldiershop Publishing, 2 marzo 2015, ISBN 9788899158071. URL consultato il 17 dicembre 2017.
  8. ^ Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa - Il prefetto dei cento giorni - La Storia siamo noi. URL consultato il 14 novembre 2017 (archiviato dall'url originale l'11 dicembre 2012).
  9. ^ Scheda su Carlo Alberto dalla Chiesa Archiviato il 27 settembre 2007 in Internet Archive. nel sito dell'Arma dei carabinieri
  10. ^ a b c d e f Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982.
  11. ^ Scheda Carlo Alberto dalla Chiesa Archiviato il 27 settembre 2007 in Internet Archive. Dal sito dell'Arma dei carabinieri
  12. ^ «Io, Carlo Alberto dalla Chiesa, e la lezione ignorata di mio nonno» Archiviato il 12 dicembre 2012 in Internet Archive. Corriere della Sera - 2 settembre 2002
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  14. ^ L'ANALISI LA FINE DI UN'ERA. [collegamento interrotto], in La Stampa, 16 gennaio 1993.
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  18. ^ Quando uccisero dalla Chiesa La Repubblica - 24 ottobre 2008
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  70. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato, su quirinale.it.
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  72. ^ [1] Archiviato il 22 ottobre 2012 in Internet Archive. cinemaitaliano.info
  73. ^ «Dalla Chiesa abbandonato nella battaglia» Archiviato l'11 marzo 2014 in Internet Archive. Il Centro - 10 settembre 2007

BibliografiaModifica

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