Televisione in Italia

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StoriaModifica

La fase sperimentaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche.
 
Studio televisivo EIAR Roma 1939, operatore con telecamera SAFAR.

In Italia i primi studi e le prime prove sperimentali di trasmissioni televisive furono effettuate a Torino a partire dal 1934, città che già ospitava il Centro di Direzione dell'EIAR (in seguito Rai), presso i locali del Teatro di Torino, attiguo alla sede storica di Via Verdi. Successivamente, l'EIAR stabilirà una sede a Roma, nel quartiere Prati, dove realizzerà la storica sede di Via Asiago 10.

Il Regio Decreto legge 26 settembre 1935, n. 1829 - convertito nella legge 9 gennaio 1936, n. 177 - stabilì il passaggio dei programmi dell'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) sotto il controllo del Ministero della Stampa e Propaganda del governo Mussolini. Il testo unico di cui al R.D. 27 febbraio 1936, n. 645 ("Approvazione del codice postale e delle telecomunicazioni") ribadì il principio, stabilito fin dal 1910, della riserva statale per l'esercizio di attività di tipo radiotelegrafico e radioelettrico, che venne esteso anche ai servizi telegrafici, telefonici, radioelettrici via cavo e ottici.

Le prime trasmissioni sperimentali iniziano nel 1939 a Torino con l'EIAR, l'ente radiofonico pubblico.
Il 22 luglio dello stesso anno, l'EIAR si avvia alla programmazione sperimentale, con l'entrata in funzione, a Roma, di un piccolo studio in Via Asiago e di un trasmettitore da 2 kW, montato presso la stazione trasmittente di Monte Mario[1], che utilizzava lo standard a 441 linee sviluppato dalla Telefunken[2]. Nel settembre dello stesso anno un secondo trasmettitore televisivo della potenza di 400 W viene installato a Milano sulla Torre Littoria (oggi Torre Branca) ed effettua trasmissioni sperimentali in occasione della XI Mostra della Radio e della XXI Fiera Campionaria di Milano. Gli apparati trasmittenti di entrambe le stazioni erano stati progettati e costruiti dalla ditta SAFAR (Società Anonima Fabbricazione Apparecchi Radiofonici) di Milano, mentre altre ditte del settore quali Radiomarelli e Allocchio Bacchini misero in produzione apparati riceventi[3].

Tra il 1939 e il 1940 si assistette alla diffusione delle prime trasmissioni televisive nazionali con presentatori, interviste sportive in studio, sketch, canzoni, balletti e opere. Le grandi aziende elettrotecniche italiane iniziano immediatamente la fabbricazione di televisori a valvole destinati a un piccolo pubblico limitato a gerarchi, docenti, industriali e imprenditori che installano sui tetti delle tre grandi città italiane (Torino, Milano e Roma) le prime antenne per la ricezione delle immagini. Non fanno eccezione i Palazzi Vaticani e Villa Torlonia, dimora di Benito Mussolini[1]. La regolare programmazione televisiva del tempo è testimoniata in gran parte sul «Radiocorriere» che riporta tutta una serie di novità assolute per l'Italia di quell'epoca.

Le trasmissioni ebbero improvvisamente termine il 31 maggio 1940 per ordine del governo, asseritamente per via di interferenze riscontrate nei primi sistemi di navigazione aerea; presumibilmente l'imminenza dell'entrata in guerra dell'Italia ha giocato un ruolo in questa decisione. Il conflitto mondiale sospese bruscamente, quindi, lo sviluppo di questa tecnologia, e le aziende elettrotecniche fecero spazio a produzioni di radiotrasmittenti e prodotti per uso bellico. Gli eventi bellici cancellano anche le tracce della prima sperimentazione televisiva italiana, con la distruzione sotto i bombardamenti degli archivi dell'EIAR: documenti, palinsesti, sceneggiature, foto, ordini di servizio, pellicole e tutto ciò che documenta quella prima generazione di televisione, vanno in fumo[1].

 
Televisore Magneti Marelli del 1938

Durante l'occupazione, l'esercito tedesco fece smantellare e trasportare in Germania tutti gli apparati trasmittenti dell'EIAR di Roma, compreso il trasmettitore televisivo, che verrà in seguito recuperato dagli alleati dopo la fine della guerra e restituito alla RAI (nuova denominazione dell'EIAR dal 1944), che nel gennaio del 1949 lo installa a Torino in località Eremo, sulla collina torinese assieme alle nuove antenne installate sul tetto della sede RAI di Via Verdi a Torino. Riprende così la sperimentazione che porterà alla prima trasmissione televisiva ufficiale del 1954.

Il monopolio RAIModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rai.

Nel 1944 l'EIAR cambiò nome in RAI (Radio Audizioni Italiane, dal 1954 Rai − Radiotelevisione italiana) e si prefisse l'obiettivo di far ripartire la sperimentazione televisiva. L'11 settembre 1949, con una trasmissione sperimentale dalla Triennale di Milano presentata da Corrado, hanno inizio le trasmissioni televisive in Italia, con lo standard a 625 linee; la programmazione ufficiale di trasmissioni rivolte al grande pubblico cominciò il 3 gennaio 1954, in bianco e nero[4], con l'inaugurazione del Programma Nazionale. Le trasmissioni duravano poche ore al giorno, iniziano a mezzogiorno e terminano verso le 23:00. In questo periodo inoltre la Rai, a volte, trasmetteva in questo periodo anche di notte, come ad esempio gli incontri di boxe in diretta e in contemporanea con gli Stati Uniti. Il 4 novembre 1961 nacque un nuovo canale, il Secondo Programma.

All'epoca, le competenze in materia di trasmissioni radiotelevisive erano ancora di riserva statale, come stabilito dal D.P.R. 26 gennaio 1952, n. 180 che rinnovava le concessioni alla Rai fino al 1972.

La Rai aveva un suo codice di autoregolamentazione che all'epoca prevedeva, tra i suoi principi fondamentali, la non accettazione di scene turbanti la pace sociale ed incitanti all'odio di classe, il rispetto dei valori familiari e religiosi. Un capitolo a parte meriterebbe la moralità dei costumi, che prevedeva il pieno rispetto della "santità matrimoniale" e il rifiuto delle scene erotiche. Per garantire il rispetto di queste norme, venne istituito, dal 1947 il "Comitato per la determinazione delle direttive di massima culturali".[5]

Le prime trasmissioni della programmazione regolare furono:

  • le interviste con l'ingegner Filiberto Guala, amministratore delegato della Rai, che definì il nuovo mezzo come "il focolare del nostro tempo";
  • lo spettacolo intitolato "L'orchestra delle 15", presentato da Febo Conti;
  • la rubrica musicale Settenote;
  • La domenica sportiva.

I televisori accesi furono, il giorno di esordio, solamente ottantamila, e gli abbonati non superarono le ventimila unità intorno al febbraio del 1954. Il prezzo medio di un televisore, circa 450 000 lire (con l'inflazione oggi sarebbero 7 000 euro), era vicino al costo di un'automobile, e sfiorava le dodici mensilità di un reddito medio annuo (1954).

Il segnale arrivò a coprire tutto il territorio nazionale quasi tre anni dopo, il 31 dicembre 1956, e a quel momento gli abbonati erano ancora relativamente pochi (circa 360 000) a causa del costo elevato degli apparecchi.

Dagli anni cinquanta la diffusione della TV crebbe a ritmi stupefacenti, come precedentemente accaduto sul mercato americano. In quegli anni la televisione in Italia era un bene di lusso che pochi potevano permettersi, tanto che diventò uso comune radunarsi per visioni di gruppo nei bar o nelle case dei propri vicini dotati di televisore, soprattutto in occasione delle trasmissioni dei primi e subito popolarissimi telequiz italiani. Ne furono pionieri Mario Riva con Il Musichiere, e Mike Bongiorno con Lascia o raddoppia?.

Verso la fine degli anni cinquanta anche la stampa cominciò ad accorgersi del nuovo mezzo. Nacque la prima rubrica di critica televisiva curata da Ugo Buzzolan (già autore del primo originale televisivo La domenica di un fidanzato) su La Stampa di Torino.

È proprio in questo periodo che nacque il primo telegiornale della Rai, che vide come direttore Vittorio Veltroni. Esso riuscì ad arrivare dove la carta stampata non aveva saputo: proporre immagini e audio contemporaneamente produsse uno straordinario effetto di realtà e permise di assistere in diretta a eventi sensazionali. Nel 1960 nacque la trasmissione Tribuna elettorale, seguita l'anno successivo da Tribuna politica, le quali permetterono per la prima volta di conoscere i volti dei leader delle opposizioni politiche.

Particolarmente rilevante fu la comparsa, nel 1957, della pubblicità nella televisione italiana, con l'avvento di Carosello, un programma rimasto storicamente famoso, che racchiudeva tutta la pubblicità ed in cui i messaggi pubblicitari dovevano rispettare rigorose regole stilistiche e narrative: il prodotto reclamizzato poteva essere citato con il proprio nome solo all'inizio e alla fine di un filmato della durata di 2 minuti e 15 secondi.

Negli anni sessanta, con il progresso dell'economia, il televisore divenne accessorio di sempre maggior diffusione, sino a raggiungere anche classi sociali meno agiate; l'elevato tasso di analfabetismo riscontrato fra queste suggerì la messa in onda, tra il 1960 e il 1968, di Non è mai troppo tardi, un programma di insegnamento elementare condotto dal maestro Alberto Manzi; si stima che il programma avrebbe aiutato quasi un milione e mezzo di adulti a conseguire la licenza elementare.

Almeno nella fase iniziale, la televisione italiana ricopriva un notevole ruolo culturale: le sue finalità erano certamente educative e se da un lato la programmazione, pur non cercando il consenso dei telespettatori, poteva essere considerata soporifera, dall'altro ebbe indubbi benefici nei confronti di una situazione nazionale caratterizzata a quei tempi da una certa arretratezza nei costumi e da una disomogeneità culturale. Non è solo una battuta umoristica dire quindi che, a livello linguistico, "L'unità d'Italia non l'ha fatta Garibaldi, ma l'ha fatta Mike Bongiorno".

Inoltre, a partire dal 1962, vi fu il primo collegamento via satellite tra Italia e Stati Uniti, che segnò l'avvento della comunicazione intraplanetaria, permettendo di assistere a eventi fondamentali della storia contemporanea in diretta, come lo sbarco del primo uomo sulla Luna nel 1969, che raccolse circa 500 milioni di spettatori.

Le tappe successive dello sviluppo tecnologico televisivo italiano indicano, però, un ritardo rispetto agli altri Paesi europei, soprattutto per quanto riguarda le trasmissioni televisive a colori.

La televisione a coloriModifica

Le trasmissioni a colori iniziarono in via sperimentale fin dagli anni settanta, in particolare con la trasmissione dei Mondiali di calcio del 1970 e delle Olimpiadi di Monaco nel 1972, che avveniva con diversi sistemi a giorni alterni in quanto proprio in quel periodo si svolgeva in Parlamento il dibattito riguardante quale sistema di trasmissione scegliere, che vedeva contrapposti i sostenitori del francese SÉCAM e quelli del tedesco PAL. La TV italiana iniziò ufficialmente a trasmettere a colori solo nel febbraio 1977, cioè circa 10 anni dopo rispetto ai paesi europei più sviluppati.

In realtà il dibattito sull'introduzione della televisione a colori era iniziato già nel 1964, quando il Consiglio superiore delle Poste e Telecomunicazioni aveva nominato una commissione per scegliere fra il sistema PAL e il SECAM[6]. Tuttavia la decisione era stata rimandata più volte, principalmente per l'opposizione di alcuni personaggi politici (in particolare Ugo La Malfa) che temevano gli effetti devastanti sull'allora precaria situazione economica italiana dello scatenarsi della "corsa all'acquisto" del nuovo elettrodomestico (costoso e quasi sempre importato dall'estero) da parte delle famiglie italiane.

In particolare nel 1973 il Partito Repubblicano Italiano, guidato dallo stesso La Malfa, ritirò la fiducia al ministro delle Poste Giovanni Gioia, facendo così cadere il secondo governo Andreotti proprio sulla questione della televisione a colori. Il 4 aprile 1975 fu scelto ufficialmente il sistema PAL[6], ma questo non significò automaticamente l'inizio delle trasmissioni a colori. Fu l'avvento delle televisioni private ed estere, che trasmettevano a colori, a costringere la RAI a passare al colore.

Le televisioni estere in ItaliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Emittenti televisive internazionali in lingua italiana.

Il problema delle possibili trasmissioni dall'estero in territorio italiano si pose ancor prima che in Italia iniziassero le trasmissioni regolari. In particolare era stata presa in considerazione l'eventualità che si dotasse di un ente televisivo la Repubblica di San Marino. Perciò, nel trattato stipulato fra l'Italia e San Marino nel 1953 la Repubblica del Titano s'impegnò anche a non impiantare sul proprio territorio stazioni emittenti radiofoniche o televisive[7].

Le cose cambiarono negli anni settanta, quando divenne forte la pressione per il pluralismo radiotelevisivo. Così, la legge 14 aprile 1975 n. 103 autorizzò l'impianto sul territorio italiano di ripetitori di emittenti straniere. Di conseguenza, nel nord dell'Italia iniziarono a riceversi emittenti televisive straniere in lingua italiana, come Telemontecarlo, che trasmetteva dal Principato di Monaco, la TSI, dedicata agli abitanti italofoni del Canton Ticino, e TV Koper-Capodistria, (in Italia comunemente chiamata Tele Capodistria), che trasmette dall'omonima città, dedicata alle comunità italiane residenti in alcune zone dell'allora Jugoslavia ma che veniva captata anche in alcune regioni del nord-est italiano[8]. Queste emittenti divennero abbastanza popolari per un decennio.

La nascita delle emittenti locali private via cavo e via etereModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Televisioni locali in Italia e Occupazione dell'etere.

I primi tentativi di televisioni private in Italia vennero fatti poco dopo l'inizio del servizio pubblico. Nel 1956 una TV privata, Il Tempo TV, costituita dal quotidiano romano Il Tempo, chiese la concessione per iniziare le trasmissioni: dopo una lunga vicenda giudiziaria si arrivò alla sentenza della Corte costituzionale che riaffermava il monopolio Rai[9].

Una vicenda analoga occorse alla lombarda TV1, che finì con la sentenza della Consulta del 13 luglio 1960, che giustificava il monopolio Rai in base alla constatazione che le frequenze disponibili erano limitate. La Corte sottolineò, inoltre, come il monopolio delle trasmissioni radiotelevisive rientrasse tra le fattispecie protette dall'articolo 43 della Costituzione italiana, che stabilisce che a fini di utilità generale, la legge può riservare allo Stato determinate imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Tra la fine degli anni sessanta ed i primi anni settanta, i privati, per aggirare il divieto sancito dalla Corte costituzionale per le frequenze via etere, scelsero la via della televisione via cavo: così, iniziarono a nascere le TV private locali via cavo.
Nel 1966 l'ingegnere Pietrangelo Gregorio fondò Telediffusione Italiana Telenapoli, la prima televisione libera italiana via cavo[10]. Successivamente, nel 1972 Giuseppe Sacchi fondò Telebiella: Sacchi subì per questo un processo penale, nell'ambito del quale il pretore di Biella sollevò la questione di legittimità costituzionale. La vicenda finì con la sentenza della Corte costituzionale n. 226 del 10 luglio 1974 che legittimava l'esistenza delle televisioni via cavo, in quanto necessariamente locali e perciò non lesive del monopolio Rai sulle trasmissioni su scala nazionale. Di questa possibilità approfittò Giacomo Properzj, il quale fondò Telemilanocavo per servire il quartiere Milano 2 costruito dall'Edilnord, società dell'imprenditore Silvio Berlusconi. Il 3 ottobre 1974 nacque anche la Telecavocolor di San Benedetto del Tronto.

Successivamente la riforma della RAI del 1975 autorizzò le trasmissioni via cavo a livello nazionale nonché, come già scritto, la ripetizione via etere sul territorio italiano delle emittenti estere, tra le quali si aggiunsero anche le TV francesi TF1, Antenne 2 e France Régions 3.

La Corte costituzionale si pronunciò nuovamente nel 1976 con la sentenza n. 202 del 28 luglio 1976, che autorizzava anche le trasmissioni via etere purché di ambito locale[11]. Ciò determinò la crescita esponenziale delle televisioni private: le emittenti locali infatti passarono da 246 nel 1977 a 250 nel 1978 e poi a 600 nel 1980[12].

In realtà già nel 1974, cioè due anni prima della sentenza della Consulta, nacquero le prime televisioni libere italiane via etere (che verranno legittimate 2 anni dopo): alcune di queste furono Canale 21 (a Napoli) e Telealtomilanese (a Busto Arsizio). In seguito, dopo la suddetta sentenza, nacquero altre televisioni, come Antennatre (a Legnano) di proprietà di Renzo Villa ed Enzo Tortora (che cominciò le trasmissioni il 3 novembre 1977 e si assicurò presentatori famosi come lo stesso Tortora ed Ettore Andenna) e GBR (a Roma). Nel mercato entrarono anche editori, tra cui Rusconi, che fondò Quinta Rete a Roma nel 1976 e Antenna Nord a Milano nel 1977[13]. Nel 1978 nacque inoltre Telemilano, evoluzione via etere di Telemilanocavo di proprietà della Fininvest di Silvio Berlusconi.

La Riforma della Rai del 1975 e la "lottizzazione"Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Riforma della RAI del 1975.

Intanto, le conseguenze della riforma del 1975 furono la sperimentazione di stili e contenuti meno istituzionali, anche in risposta alla crescita delle emittenti private, che portarono anche all'introduzione delle regolari trasmissioni a colori. Il 14 aprile 1975 la legge 103/75[14], la cosiddetta legge di riforma della RAI, segnò un cambiamento epocale nella storia della televisione; la TV di Stato passa dal controllo del Governo a quello del Parlamento; si progetta la costruzione di una terza rete pubblica. La riforma determinò un accordo di spartizione tra i partiti dell'arco costituzionale per il controllo dei canali televisivi dell'azienda pubblica su base elettorale, noto con il nome di lottizzazione, che vide Rai 1 nella sfera di influenza della Democrazia Cristiana, Rai 2 in quella del Partito Socialista Italiano, e Rai 3, nata nel 1979, nell'orbita del Partito Comunista Italiano.

Nel decennio successivo la materia non venne regolamentata dal decreto legge 6 dicembre 1984, n. 807 - convertito in legge 4 febbraio 1985, n. 10[15], il quale si pose in un senso dichiaratamente favorevole alle nascenti grandi reti televisive commerciali in quanto rendeva legali le interconnessioni tra emittenti private su scala nazionale (syndication), dichiarate in seguito incostituzionali[16][17].

Il duopolio RAI-FininvestModifica

Gli anni ottanta videro l'affermazione dei network di emittenti private. Infatti, benché la sentenza della Corte costituzionale proibisse la trasmissione via etere a livello nazionale da parte di emittenti private, il divieto fu aggirato inviando a tutte le emittenti affiliate alla stessa rete cassette con i programmi registrati. I ripetitori locali trasmettevano con minime differenze di orario gli uni dagli altri, quindi la legge era rispettata sul piano formale anche se la programmazione era nei fatti a diffusione nazionale.

Questo metodo di trasmissione fu utilizzato per la prima volta da Silvio Berlusconi, proprietario di Telemilano, emittente che nel frattempo aveva arricchito la programmazione della sua rete con programmi condotti da personaggi molto famosi provenienti dalla Rai, ottenendo così un grande successo di ascolti: per avere maggiori guadagni pubblicitari, utilizzò il sistema delle videocassette prima in tutto il nord Italia e poi coprendo l'intero territorio italiano, creando così un sistema di syndication televisiva; nacque così nel 1980 l'emittente Canale 5, che in seguito avrebbe sostituito Telemilano.

Questo sistema fu utilizzato in seguito anche da Primarete Indipendente di Rizzoli, nata anch'essa nel 1980; tuttavia, Primarete Indipendente fu chiusa già nel 1982 in seguito alla sentenza della Consulta del 14 luglio 1981 e alla crisi della Rizzoli legata allo scandalo P2.

In seguito, utilizzarono lo stesso sistema anche le emittenti Italia 1 della Rusconi e Rete 4 della Mondadori, nate entrambe nel 1982. Le emittenti furono poi rilevate dalla Fininvest rispettivamente nel novembre 1982 e nell'agosto 1984[18]. Il 16 ottobre 1984 alcuni pretori (a Torino, Roma e Pescara) fecero disattivare i ripetitori delle tre reti in Piemonte, Lazio e Abruzzo, interrompendo l'interconnessione in quelle regioni. Si venne a creare così un caso mediatico; ma con l'intervento del Governo, attraverso i cosiddetti decreti Berlusconi, venne data la possibilità ai tre network di trasmettere a livello nazionale.

Nello stesso periodo nascono anche altri circuiti, come Rete A ed Euro TV, e si assiste al declino delle televisioni estere in lingua italiana, ad eccezione di Telemontecarlo, che riesce a mantenere la copertura nazionale e a fronteggiare la sempre più agguerrita concorrenza dapprima come controllata dalla Rai e successivamente con la gestione dei brasiliani della Rede Globo. Nel 1984 nacque anche Videomusic, rete nazionale interamente dedicata alla trasmissione di programmi musicali e videoclip, lanciata da Marialina Marcucci e Pier Luigi Stefani.

Nel 1987, Euro TV venne suddivisa in due nuove syndication, Odeon TV e Italia 7, quest'ultima controllata dalla Fininvest che ne gestiva la raccolta pubblicitaria e la fornitura di programmi televisive; le intenzioni della Fininvest erano di avere quattro reti televisive con le quali trasmettere programmi adatti ad ogni tipo di pubblico: Rete 4 per il pubblico femminile, Canale 5 per tutta la famiglia, Italia 1 per un pubblico giovane e Italia 7 per un pubblico maschile. Nel 1988 la Fininvest prese in gestione anche TV Koper-Capodistria, che le fa aumentare la copertura sulla maggior parte del territorio italiano e arricchisce la sua programmazione con eventi sportivi in diretta.

Nel 1990 entrò in vigore la legge Mammì, che sancì di fatto la legittimità del duopolio esistente RAI-Fininvest, ma stabilì che un'azienda privata poteva possedere solo fino a tre reti televisive, quindi Italia 7 cambiò gestione. La legge autorizzò anche le reti private all'interconnessione, ovvero alla trasmissione di programmi in diretta, rendendo di fatto possibile la trasmissione di telegiornali.

La proliferazione di emittenti televisive ha richiesto a più riprese interventi legislativi di regolamentazione, nessuno dei quali è ovviamente uscito indenne da polemiche. L'articolazione delle problematiche innestate è tale da coinvolgere negli argomenti di discussione diritti costituzionali e questioni di opportunità politiche, essendosi addirittura sviluppata una giurisprudenza specialistica (ad esempio le mai rispettate e pluriviolate sentenze della Corte Costituzionale).

L'introduzione delle pay TVModifica

Nel 1990 venne fornita alla nascente società Telepiù, di cui la Fininvest possedeva una percentuale, la concessione per la trasmissione di tre reti televisive ma a causa della legge Mammì vi rinunciò subito. Nell'ottobre dello stesso anno iniziarono le trasmissioni delle tre reti a pagamento: TELE+1 (dedicata al cinema), TELE+2 dedicata allo sport, e TELE+3 dedicata a cultura e intrattenimento, che inizialmente trasmettevano in chiaro; nel 1991 TELE+1 iniziò a criptare le trasmissioni, seguita da TELE+2 nel 1992 e da TELE+3 nel 1995. Nel 1996 Telepiù venne acquisita dall'azienda francese Vivendi, proprietaria di Canal+. L'anno successivo avvenne un rinnovamento in cui TELE+1, TELE+2 e TELE+3 si trasformarono: le prime due diventarono, rispettivamente, TELE+ Nero e TELE+ Bianco. Contemporaneamente nacque Stream TV, diretta concorrente della nuova piattaforma satellitare D+.

Per quanto riguarda le trasmissioni in chiaro, le tre reti Fininvest (che verranno poi date in gestione a Mediaset) consolidarono il loro successo nel panorama televisivo italiano e conseguentemente il "duopolio" televisivo in contrapposizione alle tre reti RAI. Nel 1995 Telemontecarlo venne acquisita da Vittorio Cecchi Gori, il quale in precedenza aveva rilevato anche l'emittente musicale Videomusic, che nel biennio 1996/1997 diventerà TMC 2. Continuarono a trasmettere anche altre emittenti nazionali di carattere minore, come Rete Mia e Rete A, e diverse syndication come Odeon TV, mentre Italia 7 subisce una scissione, dando luogo a Europa 7 (dell'imprenditore Francesco Di Stefano) e Italia 7 Gold (del trio di imprenditori Tacchino-Galante-Ferretti).

Nel 1999 venne indetto un concorso per la concessione di frequenze televisive, e a seguito della legge Maccanico venne abbassato il limite numerico di emittenti televisive che un'azienda privata può possedere, da tre a due. L'esito della gara concedette le frequenze nazionali fino ad allora destinate a Rete 4 alla syndication di Francesco Di Stefano, Europa 7, e a Mediaset viene dato tempo fino al 31 dicembre 2003 per abbandonare le trasmissioni analogiche terrestri e spostarsi sulla televisione satellitare.

Nel mese di agosto 2000, TMC e TMC 2 vennero cedute alla Telecom Italia. Tra il 2000 e nel 2001 Telecom Italia, per rilanciare l'emittente ormai ex monegasca, scelse un radicale cambiamento nei contenuti e soprattutto in un nuovo marchio, LA7, che nascerà ufficialmente il 24 giugno 2001. Nello stesso periodo, l'azienda telefonica permise al network internazionale MTV di utilizzare le frequenze di TMC 2 per confezionare la versione italiana del canale, in realtà già esistente dal 1997 dal momento che occupava la maggior parte del palinsesto di Rete A; nel 2001, quindi, le trasmissioni di MTV occupanti Rete A vennero sostituite da quelle della tedesca VIVA, fino a maggio 2002, quando Rete A divenne autonoma con la nuova denominazione All Music, che nel 2004 passerà al Gruppo Editoriale L'Espresso.

Il digitale terrestre e i servizi interattiviModifica

Nel 2001, Rete Mia chiuse lasciando spazio ad alcune reti televisive dedicate interamente alle televendite, e infine le frequenze verranno acquisite da Mediaset per lo sviluppo della televisione digitale terrestre, nuova tecnologia che permette di ospitare più emittenti in una singola frequenza.

Nel frattempo, Rete 4 continuò a trasmettere fino al 2003, e l'anno dopo viene varata la legge Gasparri, in cui venne rinnovata l'autorizzazione alla rete a trasmettere in attesa dello spegnimento della televisione analogica terrestre entro il 2012. Europa 7 fece vari ricorsi al TAR e alla Corte europea dei diritti umani, e nel 2008 ottiene una frequenza della banda VHF III, iniziando le trasmissioni a livello sperimentale nel 2009 e a livello ufficiale nel 2010, creando la pay TV Europa7 HD.

Sempre nel 2003, le due piattaforme satellitari italiane Stream TV e TELE+ Digitale confluirono in Sky Italia, del gruppo britannico Sky di News Corporation.

Intorno al 2005, in concomitanza con l'avvio della sperimentazione delle tecniche di trasmissione televisiva digitale terrestre, nacquero due nuove pay TV: Mediaset Premium, del gruppo Mediaset, e Cartapiù, della Telecom Italia Media, disponibili esclusivamente in questa nuova tecnologia. Nel 2009 Cartapiù diventa Dahlia TV.

Fino ai primi anni 2000, le tre reti Rai e le tre reti Mediaset raccoglievano la stragrande maggioranza dell'audience, mentre le altre reti erano principalmente reti locali, che servivano una popolazione regionale o comunale (non senza eccezioni, come LA7, MTV e All Music). Sul finire degli anni 2000 il settore fu oggetto di una nuova rivoluzione grazie al passaggio dal segnale analogico a quello digitale, transizione avvenuta sia per rispettare la direttiva europea Televisione senza frontiere, sia per consentire un aumento delle emittenti (la trasmissione digitale permette l'accensione di un maggior numero di canali). Inoltre col nuovo sistema si sarebbe rapidamente diffuso il nuovo standard in alta definizione.

Con il passaggio al digitale, avvenuto in Italia tra il 2004 e il 2012, il mondo della televisione ha anche subito alcune trasformazioni in termini di contenuti e palinsesti; questo è stato causato in parte anche dalla direttiva di cui sopra. Il numero di canali si è notevolmente ampliato, così come l'audience fra i vari canali. La transizione digitale avvenne attraverso lo switch-off, ovvero lo spegnimento progressivo su base regionale della televisione analogica terrestre. La transizione terminò il 4 luglio 2012 con lo spegnimento del segnale analogico in alcune zone della Calabria e in Sicilia.

Nel 2009 nacque Tivùsat, la piattaforma satellitare gratuita che ha l'obiettivo di portare i nuovi canali digitali nelle case di tutti.

Nel 2009 All Music cedette le proprie frequenze a Deejay TV, che si vede assegnare la numerazione 9 sul digitale terrestre, destinata alle reti generaliste.

Nel 2013 i canali LA7 e LA7d vengono ceduti a Cairo Communication.

Nel 2015 il canale Deejay TV viene acquisito da Discovery Italia, che lo ha rinominato Nove. Sempre nel corso del medesimo anno, Sky Italia acquista da MTV la numerazione 8, già assegnata alla storica emittente musicale che a sua volta trasloca nella piattaforma satellitare (al numero 133) per fare spazio a TV8.

Il passaggio al digitale determina la creazione di numerose nuove reti tematiche in chiaro, di proprietà dei network già esistenti (Rai, Mediaset e Sky) e di nuovi operatori (Discovery Italia, Cairo Communication, Gruppo Editoriale L'Espresso). Questa trasformazione ha da un lato aumentato l'offerta televisiva italiana, mentre dall'altro potrebbe aver ridotto i budget delle emittenti, inducendo alcune di queste a replicare film e trasmissioni nell'arco della settimana, cosa che negli anni novanta, ad esempio, era assai rara sulle principali emittenti.

Permane inoltre una situazione di oligopolio, con le posizioni dominanti di Rai e Mediaset per quanto riguarda la diffusione terrestre e di Sky sulle trasmissioni satellitari sia per numero di canali che per ricavi; al 2018, la Rai possiede sedici canali in chiaro, Mediaset 14 e Sky soltanto due[19]. I ricavi pubblicitari nel 2018 sono pari a 3 miliardi di euro per Sky, 2,6 miliardi per la Rai e 2,4 per Mediaset, con questi tre operatori che valgono da soli il 92% del totale[20]. Gli altri operatori minori hanno totalizzato ricavi per 0,25 miliardi (Discovery), 0,17 (Fox Italia), 0,15 (LA7-Cairo) e 0,08 (Viacom)[20]. C'è chi ritiene che la situazione italiana, a causa della concentrazione di buona parte dei ricavi pubblicitari in pochi vari gruppi televisivi, possa essere in contrasto con il fondamentale articolo 21 della Costituzione (libertà d'espressione), almeno nel campo televisivo.

Nel 2020 inizia il secondo switch-off della televisione digitale terrestre. La prima fase, portata a termine nel 2020, è stata la riassegnazione delle frequenze ai multiplex locali. Il 1º settembre 2021 è previsto il passaggio di tutti i canali allo standard di codifica video MPEG-4. Tra settembre 2021 e giugno 2022 ci sarà il riassetto delle frequenze per la liberazione della banda 700 MHz regione per regione. A giugno 2022 la sostituzione del sistema di trasmissione DVB-T con il DVB-T2, che fino ad allora sarà a discrezione delle singole emittenti, diventerà obbligatoria.

Parallelamente allo switch-off terrestre, tra il 2020 e il 2021 avviene il progressivo switch-off del sistema di trasmissione DVB-S sulle piattaforme Sky Italia e Tivùsat in favore del più moderno DVB-S2. In particolare, Sky completa l'aggiornamento delle sue frequenze nel dicembre 2020. Mediaset e Rai lo completeranno solo a dicembre 2021.

Principali emittentiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Servizi televisivi digitali terrestri nazionali in Italia.

In Italia i principali editori televisivi sono:

La normativaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Normativa sulla radiotelevisione terrestre italiana e Codice delle comunicazioni elettroniche.

PiattaformeModifica

Televisione satellitareModifica

Televisione in streaming e on demandModifica

In Italia il principale editore di contenuti in streaming e on demand è la piattaforma televisiva Sky con Sky On Demand e Now, cui si aggiungono altre piattaforme via Internet come Netflix e Prime Video. In passato è stata attiva nel settore anche Mediaset Premium con il servizio Premium Play.

I maggiori editori radiotelevisivi offrono la possibilità di rivedere sul web programmi, documentari, serie e film, come la Rai con RaiPlay, Mediaset con Mediaset Infinity, Discovery con Discovery+ e così via.

Nella tipologia di televisione on demand può essere classificata anche la trasmissione di contenuti audio e video su telefono cellulare. Tutti gli operatori telefonici prevedono offerte di questo tipo per la visione in diretta o in differita, principalmente di telegiornali ed eventi sportivi. Ogni operatore collabora con un certo numero di case costruttrici di cellulari, le quali permettono l'accesso al portale e ai contenuti. In Italia, la TV sui cellulari è broadcast blocked, ossia un cellulare permette di vedere i contenuti di un solo operatore. Diversamente dalla SIM, non c'è un periodo trascorso il quale l'operatore telefonico è obbligato dalla legge antitrust a permettere l'uso del terminale anche con altri operatori.[senza fonte]

SyndicationModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Syndication (mass media).

CronologiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia delle trasmissioni televisive in Italia.

Emittenti terrestri e satellitari nazionaliModifica

  • 3 gennaio 1954: Programma Nazionale (divenuta poi Rete 1 nel 1976, Rai Uno nel 1983 e Rai 1 dal 2010)
  • 4 novembre 1961: Secondo Programma (divenuta poi Rete 2 nel 1976, Rai Due nel 1983 e Rai 2 dal 2010)
  • 15 dicembre 1979: Terza Rete (divenuta poi Rete 3 nel corso del 1979, Rai Tre nel 1983 e Rai 3 dal 2010)
  • 11 novembre 1980: Canale 5 (già Telemilanocavo e Telemilano 58)
  • 3 gennaio 1982: Italia 1 (sostituisce l'emittente locale Antenna Nord nata nel 1977)
  • 4 gennaio 1982: Rete 4 (sostituisce la syndication GPE Telemond nata nel 1979)
  • 6 settembre 1987: Odeon TV (sostituisce la syndication Euro TV nata nel 1982)
  • 7 settembre 1987: Italia 7
  • 21 dicembre 1987: Padre Pio TV (divento in Radio Tau e in Tele Radio Padre Pio e cambia nome in Padre Pio TV)
  • 1996: TELE+ Digitale (già come DStv e D+)
  • 9 febbraio 1998: TV2000 (nata come SAT2000)
  • 4 maggio 1998: Stream TV (nel 1997 erano partite le trasmissioni via cavo)
  • 1º giugno 1999: 7 Gold (già Italia 7 Gold)
  • 24 giugno 2001: LA7 (già Telemontecarlo)
  • 31 luglio 2003: Sky Italia (nata dalla fusione delle precedenti piattaforme satellitari TELE+ Digitale e Stream TV)
  • 16 dicembre 2009: Cielo
  • 11 ottobre 2010: Europa 7 (nata come syndication nel 1999, diventa emittente autonoma in DVB-T2 nel 2010)
  • 18 febbraio 2016: TV8 (già Videomusic, TMC2, MTV e MTV8)
  • 3 ottobre 2016: Nove (già Rete A, All Music e Deejay TV).

Emittenti localiModifica

NoteModifica

  1. ^ a b c Diego Verdegiglio, La Tv di Mussolini. Sperimentazioni televisive nel ventennio fascista, Castelvecchi, 2003, ISBN 978-88-7394-094-4.
  2. ^ http://www.trio-lescano.it/archivio_documenti/nata_televisione_italiana.pdf
  3. ^ Le origini della radiodiffusione in Italia - Cronistoria della radio dal 1923 al 2006, su radiomarconi.com. URL consultato il 5 maggio 2010 (archiviato dall'url originale il 15 luglio 2016).
  4. ^ Approfondimento su Cinquantamila.corriere.it
  5. ^ Paolo Ruggieri, "Viva la Tv", Gruppo Editoriale Fabbri, 1994, Vol.3, pag.147
  6. ^ a b Gian Luigi Falabrino, Pubblicità serva padrona, Milano, Sole 24 Ore, 1989, pag. 79
  7. ^ Storia della Radiotelevisione italiana. San Marino RTV da privata a pubblica
  8. ^ Storia della Radiotelevisione italiana. I ripetitoristi delle TV estere
  9. ^ Ruggero Righini, Tempo TV
  10. ^ Telediffusione Italiana - Telenapoli, storiaradiotv.it. URL consultato il 7 gennaio 2016.
  11. ^ [1]
  12. ^ Giovanni Ciofalo, Infiniti anni Ottanta. Tv, cultura e società alle origini del nostro presente, Mondadori, 2011, p. 107
  13. ^ Gian Luigi Falabrino, Pubblicità serva padrona, Milano, Sole 24 Ore, 1989, pag. 98
  14. ^ la legge 103/75 Archiviato il 2 marzo 2009 in Internet Archive.
  15. ^ decreto Craxi
  16. ^ [2]
  17. ^ [3]
  18. ^ Gian Luigi Falabrino, Pubblicità serva padrona, Milano, Sole 24 Ore, 1989, pag. 188
  19. ^ Zaccaria (2016) Diritto dell'informazione e della comunicazione, 9ª edizione, cap.IV, pp.162-3
  20. ^ a b Sky distanzia Rai e Mediaset per fatturato. Discovery leader fra i piccoli, 14 giugno 2019, tvdigitaldivide.it

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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