Szlachta

nobiltà polacca

Con szlachta (IPA: [ˈʂlaxta]), termine polacco che sta per nobiltà, si fa riferimento all'aristocrazia che esercitò ampia influenza a livello giudiziario, amministrativo, culturale e, soprattutto, governativo nel Regno di Polonia, nel Granducato di Lituania e nella Confederazione polacco-lituana, in virtù dei numerosi diritti politici di cui godeva e che accrebbe nel corso dei secoli.[1][2][3][4][5][6][7][8][9]

La szlachta nell'abbigliamento tradizionale dei Voivodati della Corona del Regno di Polonia, Granducato di Lituania e Confederazione polacco-lituana nel XVII e XVIII secolo
Viaggio di un signore polacco ai tempi del re Augusto III di Polonia, olio su tela di Jan Chełmiński, 1880

Le origini della szlachta sono oscure e oggetto di numerose teorie ricostruttive.[10] Tradizionalmente, i membri che ne facevano parte erano proprietari terrieri di allodi, ovvero di terre non possedute in concessione, come avveniva nel caso del feudalesimo, in cui vigeva un rapporto di vassallaggio tra re e nobili: siffatta circostanza permise maggiore libertà di manovra rispetto ad altre realtà europee.[11][12] La szlachta continuò ad assicurarsi crescente ed effettivo peso politico oltre che diritti per tutta la sua storia, partendo dal regno di Casimiro III il Grande (1333-1370), nel Regno di Polonia, fino al declino e alla dissoluzione della Confederazione polacco-lituana, avvenuto alla fine del XVIII secolo.[13] Oltre a fornire ufficiali per l'esercito, gli obblighi principali di tale ceto sociale a livello civico riguardavano l'elezione del sovrano, la nomina finalizzata a ricoprire incarichi pubblici e ruoli consultivi a corte: propri simili compiti avrebbero poi portato alla formazione di una camera legislativa superiore meglio organizzata, il Senato. Anche l'elettorato della szlachta presenziò in ambito esecutivo nella Confederazione per mezzo della camera legislativa inferiore del Sejm: in tale sistema bicamerale, quest'ultimo organo era composto da rappresentanti eletti nelle assemblee locali dei sejmik.[4] Essi svolsero vari ruoli governativi a livello locale in veste di voivodi, marescialli dei voivodati, castellani, starosta e responsabili della riscossione delle tasse.[13]

Nel 1413, a seguito di una serie di tentativi di dare vita a un'unione personale tra il Granducato di Lituania e la Corona del Regno di Polonia, l'allora lituano-rutena si unì formalmente alla szlachta.[13] Man mano che la Confederazione polacco-lituana accrebbe la sua influenza e la sua estensione territoriale dopo l'Unione di Lublino, i suoi membri crebbero fino a includere personalità di spessore della Prussia ducale e della Livonia. Nel tempo, l'appartenenza alla szlachta crebbe fino a comprendere quasi il 10% della società polacco-lituana, rendendola pertanto l'elettorato più numeroso di tutto il continente.[4]

Nonostante le enormi differenze spesso presenti in termini di ricchezza e influenza politica, esistevano poche distinzioni giuridiche tra i grandi magnati e la nobiltà minore.[4] Il principio di uguaglianza sussisteva poiché i titoli fondiari erano riconducibili al sopraccitato allodio e non al feudalesimo, in cui l'omaggio appariva un prerequisito necessario.[8][11] A differenza delle monarchie assolute, prevalse in varie realtà europee nel Seicento, il re polacco non era un autocrate e nemmeno il signore supremo dello szlachta.[7][14] Durante le tre successive spartizioni della Polonia tra il 1772 e il 1795, il grosso della szlachta cominciò a perdere privilegi legali e status sociale, mentre i più abbienti si sfilacciarono nelle élite aristocratiche delle tre potenze che si spartirono la Polonia.

StoriaModifica

EtimologiaModifica

 
Aleksander Sielski, membro della famiglia Lubicz (1610-1682)

In lingua polacca, un aristocratico di sesso maschile viene chiamato szlachcic, una nobildonna szlachcianka.

Il termine szlachta deriva dall'alto tedesco antico slahta.[1] In tedesco moderno Geschlecht, legato al proto-germanico * slagiz, "lotta", condivide la radice anglosassone con slaughter, ovvero "massacro", e con il verbo to slug, cioè "decidere". Come molte altre parole polacche relative alla nobiltà, trae la sua origine da parole germaniche: il sostantivo polacco che sta infatti per "cavaliere", rycerz, è affine al tedesco Ritter. La parola polacca per "stemma" è "Herb" dal tedesco Erbe.

I polacchi del XVII secolo presumevano che szlachta provenisse dal tedesco schlachten, "macellare" o "macellaio", e quindi correlato alla parola tedesca con cui si indica una battaglia, ossia Schlacht. Altri pensavano che il termine potesse derivare dal nome del leggendario capo proto-polacco, Lech, menzionato negli scritti polacchi e cechi. Gli aristocratici locali facevano risalire infatti la loro discendenza a Lech/Lekh, che avrebbe fondato il regno polacco intorno al V secolo.[15]

Qualunque sia l'origine terminologica, con szlachta si designava l'aristocrazia della Repubblica delle Due Nazioni, che costituiva la nazione stessa e governava senza concorrenza alcuna.[5][9][16][17][18] Fino alla seconda metà del XIX secolo, il termine polacco obywatel, che oggi significa "cittadino", potrebbe essere utilizzato come sinonimo di nobili latifondisti.[9]

Attualmente szlachta si traduce sic et simpliciter come "nobiltà" ma, in senso più ampio, può anche denotare alcuni cavalierati onorari non ereditari e titoli baronali concessi da altri monarchi europei, inclusa la Santa Sede. Occasionalmente, i proprietari terrieri del XIX secolo di discendenza comune venivano indicati come szlachta per riverenza o errore, quando possedevano tenute signorili, ma in realtà non vantavano illustre origini. sempre in maniera estensiva, con il passare del tempo si finì con il far rientrare sotto la stessa categoria dell'aristocrazia polacca anche quella rutena e quella lituana. Malgrado le considerazioni precedenti, in ambito storiografico, si è rivelato difficile tradurre il sostantivo in maniera convincente, tanto che gli studiosi internazionali si sono divisi tra chi riporta il termine come nobiltà ereditaria e chi come nobiltà terriera.[19][20][nota 1] A generare confusione è stata la difficile collocazione della szlachta inferiore rispetto a quella di altri paesi europei, nello specifico in relazione a ricchezza e diritti.[19][20] La szlachta includeva sia personalità ricche e abbastanza potenti da essere definiti quali magnati sia poveri con stirpe aristocratica, che di fatto era nullatenenti, privi di una residenza in un qualche castello, con poche risorse economiche e nessun contadino a loro subordinato.[1] Pur essendo affiliate almeno 60.000 famiglie a tale ceto, solo un centinaio godeva di ricchezze considerevoli (meno dello 0,167% contro uno schiacciante 99,83%).[6]

ComposizioneModifica

 
Il deputato e szlachcic di Nowogrod, Tadeusz Rejtan, steso sul pavimento davanti alla porta della Sala dei Deputati, blocca con il proprio corpo il passaggio ai deputati che vanno a firmare l'atto della prima spartizione della Polonia, esclamando: "Uccidete me, ma non uccidete la Patria!". Con la mano puntata verso la porta, il maresciallo del Sejm Michał Poniński. Più in fondo, a sinistra e in piedi, il re della Polonia Stanislao II Augusto Poniatowski. Dal balcone osserva tutta la scena l'ambasciatore russo Repnin. Rejtan - la caduta della Polonia, olio su tela di Jan Matejko (1866), castello reale di Varsavia

A voler essere precisi, la szlachta non era una nobiltà ereditaria né terriera, ma elettiva, poiché differiva fondamentalmente per legge, diritti, potere politico, origine e rapporto con il feudalesimo, che non attecchì in Polonia rispetto all'Europa occidentale.[4][8][19][21] La szlachta non era al di sotto del re, ma di grado pari al capo di Stato, poiché la relazione della stessa con la corona non si reggeva su un rapporto di vassallaggio.[6][7] Non essendo dunque il monarca un autocrate né signore supremo, varie famiglie aristocratiche tentarono varie volte di minare l'autorità della dinastia Piast e si attivarono in varie occasioni per ottenere maggiori concessioni.[7][22] Il potere politico fu esercitato nelle diete locali, altrimenti note come sejmik, e il Liberum veto, attraverso cui si poteva porre il veto all'interno dell'organo: anche una sola decisione in senso contrario poteva paralizzare l'iter legislativo.[23]

La szlachta evitò scientemente di originare una nobiltà feudale, annessi i titoli. Nel 1459, la famiglia Ostroróg presentò una bozza al Sejm volta a conferire ai palatini o voivodi della Confederazione polacco-lituana il titolo di principe. I figli avrebbero ricevuto il trattamento di conte e barone, i castellani solo il primo. Tuttavia, una simile proposta fu respinta in tutti i suoi punti.[24] Il fatto che i nobili fossero pari davanti al re e non si fossero omologati al rapporto di vassallaggio tipico di altre realtà portò all'estrinsecazione del principio costituzionale di uguaglianza.[4][6][7] Nell'immaginario dell'età moderna, il modello repubblicano dell'antica Roma appariva l'ideale dello szlachta: si pensi ai riferimenti in relazione a quella forma di governo derivanti dalla definizione dello Stato negli atti come Repubblica delle Due Nazioni (in alternativa a Confederazione polacco-lituana) oltre che l'adozione della formula Serenissima Rzeczpospolita di Polonia (Serenissima Res Publica Poloniae).[4][14][25][26] In virtù dei privilegi di cui godevano anche in campo bellico, considerata la possibilità di allestire armate personali entro certi limiti numerici, gli storici hanno definito tale ceto sociale come casta guerriera.[5][19][27]

 
Le elezioni reali tenutesi nel 1697 a Wola, vicino a Varsavia: queste portarono alla nomina di Augusto II il Forte. Dipinto di Martino Altomonte, 1697

Nel corso del tempo, la maggior parte dei nobili meno abbienti perse ancor più ricchezze, in alcuni casi disponendone addirittura di meno rispetto ad alcuni agricoltori. Quest'ultima categoria includeva la szlachta zagrodowa, cioè "nobiltà contadina", da zagroda, che vuol dire fattoria: la nobiltà minore si indicava invece con drobna szlachta o ancora szlachta okoliczna, che significa "locale".[2][28] La media nobiltà era invece definita szlachta cząstkowa.[28]

Per meglio comprendere le ripartizioni presenti internamente allo stesso ceto sociale, si legga il seguente schema.

Categorie della szlachta per fasce economiche[28][29][30]
Nome Proprietà Caratteristiche essenziali Designazione in lingua originale
Magnati Latifondisti Più abbienti di ogni altro nobile Magnateria
Nobili che "vivono del loro" Latifondisti Nobili nati proprietari sia di terre che di servi della gleba Szlachta zamożna, Bene natus possessionatus et dominus
Nobili proprietari di possedimenti non contigui Latifondisti Generalmente proprietari sia di terre che di servi della gleba Szlachta cząstkowa
Nobili proprietari terrieri o in affitto Latifondisti o affittuari Raramente proprietari sia di terre che di servi della gleba, perlopiù senza nessuno dei due o uno solo dei due Szlachta czynszowa
Nobiltà contadina Proprietari terrieri o affittuari Piccola nobiltà, priva degli introiti di aristocratici più abbienti e spesso anche di terre, servi o di entrambi Szlachta zagrodowa
Piccolissimi proprietari terrieri Proprietari terrieri o affittuari Piccola nobiltà, priva degli introiti di aristocratici più abbienti e spesso anche di terre, servi o di entrambi Szlachta zaściankowa zaścianki
"Plebaglia" Nessuna Piccola nobiltà, priva degli introiti di aristocratici più abbienti oltre che di terre e servi Hołota
Nobili di città Nessuna Piccola nobiltà, priva degli introiti di aristocratici più abbienti oltre che di terre e servi Szlachta brukowa
Nobiltà minore Nessuna In alcuni casi addirittura più poveri dei contadini non nobili più abbienti, godevano però degli stessi diritti degli altri membri della casta Drobna szlachta, Szarak, Panek, Szlachta chodaczkowa

OriginiModifica

PoloniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Regno di Polonia (1025-1138), Regno di Polonia (1138-1320), Regno di Polonia (1320-1385) e Regno di Polonia (1385-1569).
 
Un contadino polacco messo alla gogna in una xilografia polacca del XVI secolo
 
Lech I

La genesi della szlachta, a maggior ragione perché atavica, appare da sempre oscura: in virtù della sua longevità, i suoi membri spesso le riservavano l'aggettivo odwieczna (eterna).[10] Si sono avanzate due teorie storiche popolari relative alle sue origini dagli storici e dai cronisti di epoca medievale e moderna. La prima riguardava una presunta discendenza dall'antica tribù iraniana dei Sarmati, la quale, nel II secolo d.C., si insediò in alcune aree dell'Europa orientale e del Medio Oriente; la seconda prevedeva un legame genealogico con Jafet, uno dei figli di Noè.[31][32] Al contrario, si diceva che i contadini fossero i discendenti di un altro figlio di Noè, Cam, e quindi soggetti alla schiavitù per via della maledizione che poi lo riguardò: gli ebrei, infine, erano considerati legati a Sem.[33][34] Altre fantasiose ipotesi ascriverebbero la sua fondazione ad opera di Giulio Cesare, Alessandro Magno o alcuni capi regionali che avevano mantenuto la propria stirpe illibata dal sangue di "schiavi, prigionieri o stranieri".[35]

Un'altra ricostruzione descrive la sua derivazione da un gruppo di combattenti non di etnia slava noti come Lechiti (Lechitów), progenitori di vari popoli e, non ultimi, degli stessi polacchi.[15][36][37] In modo curiosamente simile all'ideologia di stampo nazista secondo la quale l'élite polacca vantava origini nordiche, (lo stemma dei Boreyko per esempio si connotava di una svastica), quest'ipotesi affermava che questa classe superiore non vantava radici slave come quella dei contadini (in polacco kmiecie; in latino cmethones) su cui esercitavano il proprio governo.[15][15][38][39]

Nell'antica Polonia finirono dunque per distinguersi due principali gruppi, quello della szlachta e quello dei contadini, con ognuno che preservava gelosamente le proprie abitudini e tradizioni.[40] In una società così elitaria e gelosa della sua stratificazione, la sensazione di superiorità della szlachta generò convinzioni che in periodi successivi sarebbero state caratterizzate da forti discriminazioni.[9][18][41] Lo scrittore e moralista Wacław Potocki (1621-1696), il cui stemma era quello degli Śreniawa, affermò che i contadini fossero "per natura idonei a coltivare la terra e spingere l'aratro" e che "anche un contadino istruito sarebbe rimasto sempre un contadino, perché è impossibile trasformare un cane in una lince".[42] Pertanto, è legittimo ritenere che la casta si considerasse ariana anche al fine di distinguersi dalle masse su cui governavano.[15]

La discendenza veniva tradizionalmente ricondotta a Lech, fondatore del regno polacco intorno al V secolo e da cui derivava il termine Lechia adoperato per indicare la Polonia nell'antichità.[15] Richard Holt Hutton ha effettuato un parallelo della szlachta, già presente da quando la Polonia era definita Lechia, con il sistema dell'India meridionale, in cui un'aristocrazia composta da membri tra loro pari regnava sui popoli locali di etnie diverse.[5] Vi è chi ha rintracciato alcune consonanze con l'impero romano, nel quale per vari secoli i diritti di cittadinanza erano limitati a un circolo ristretto e anche lì la società si dedicava quasi del tutto all'agricoltura.[4][25] Secondo lo storico britannico Alexander Bruce Boswell, l'ideale della szlachta del XVI secolo era la polis greca, in cui conviveva un corpo di cittadini d'élite, una piccola classe mercantile e una moltitudine di lavoratori, alcuni dei quali legati da un rapporto di servitù.[43] La szlachta godeva inoltre del diritto esclusivo di accedere al clero fino alle spartizioni della Polonia: il rapporto tra aristocrazia e chiesa si intrecciò più e più volte, così come il comune sentimento di superiorità nei confronti della classe contadina.[44][45] Parafrasando una citazione del vescovo di Poznań, Wawrzyniec Grzymała Goślicki (1530 o 1540-1607):

«Il regno di Polonia si compone inoltre dei tre gruppi citati, ovvero il re, la nobiltà e il popolo. Tuttavia, si deve notare che il termine popolo include solo cavalieri e gentiluomini. [...] I signori della Polonia rappresentano lo stato popolare, poiché di essi si compone gran parte del governo, e assomigliano a un seminario volto a nominare consiglieri e sovrano.[46]»

Casta militare e aristocraziaModifica
 
Boleslao I l'Alto (1127-1201) con scudo araldico in un'illustrazione di Jan Matejko

La casta non era solo attiva in ambito politico ma anche in quello militare, come nella società indù.[27] Nell'anno 1244, Boleslao I di Masovia, definì in uno scritto in latino gli esponenti principali del clan dei cavalieri come membri di una genealogia:

«Ho ricevuto i miei fidati servitori [Raciborz e Albert] provenienti dalle terre della Grande Polonia, e dalla famiglia [genealogia] chiamata Jelito, con il mio ben disposto consenso e il grido di battaglia [vocitatio], [cioè], il godło [con il nome di] Nagody, io gli consentii l'accesso nella mia sopraccitata patria, la Masovia

La documentazione relativa al mandato di Raciborz e Albert è il primo relativo all'uso di un nome del clan e della vocitatio con cui si definiva lo status d'onore dei cavalieri polacchi. I nomi di genealogiae cavalleresche vennero associati a dispositivi araldici solo più tardi nel Medioevo e nel primo periodo moderno. Il nome e il grido di battaglia della famiglia polacca ritualizzavano lo ius militare, cioè la facoltà di poter comandare un esercito e vennero usati qualche tempo prima del 1244 per definire lo stato cavalleresco.[47]

«In Polonia, i Radwanice si fecero notare relativamente presto (1274) in quanto discendenti di Radwan, un cavaliere [più propriamente un "rycerz" dal tedesco "ritter"] attivo pochi decenni prima.[48]»

Gli scudi e gli stemmi ereditari con eminenti privilegi annessi furono un onore derivante dagli antichi tedeschi, in quanto dove essi non abitavano e dove le usanze tedesche erano sconosciute non esisteva nulla del genere.[49] L'araldica in Polonia finì con l'interessare i cavalieri provenienti dalla Slesia, dalla Lusazia, dal Meißen e dalla Boemia, in virtù delle frequenti migrazioni che avvennero tra il XIII e il XIV secolo.[50] Tuttavia, a differenza di altre cavallerie europei, gli stemmi erano associati ai nomi delle famiglie (genealogiae) dei cavalieri polacchi e alle grida di battaglia (godło), poiché i vessilli venivano issati dalle varie dinastie nei propri reggimenti di riferimento.[8][21][47]

Intorno al XIV secolo, apparivano poche differenze tra i cavalieri e la szlachta in Polonia: i membri di quest'ultima avevano l'obbligo personale di difendere il paese (pospolite ruszenie), diventando così all'interno del regno una casta militare, quasi esclusivamente ereditaria, e un'élite con potere politico e ampi diritti assicurati.[5][7][8][51]

Per quanto riguarda le prime tribù polacche, essendosi esse distribuite nell'odierna Polonia già nell'Alto medioevo, si solidificarono nel corso dei secoli tradizioni di lunga data. In ambito politico, va sottolineata la costituzione della veče, considerata storicamente un embrione degli odierni parlamenti: si trattava di un'assemblea popolare che coinvolgeva diversi gruppi di polacchi e che necessitava di un uomo a capo della stessa per operare meglio. Tale evento non solo portò alla nascita della figura di un'autorità centrale, ma anche a un sempre maggiore coinvolgimento di uomini provenienti da aree geografiche diverse, i quali finirono per avvicinarsi e sentirsi più uniti, e alla formazione di un privilegio elettorale riservato alle élite che partecipavano alle veče.[52]

Le tribù erano governate da famiglie (ród) costituite da consanguinei o persone legate da un vincolo di matrimonio che si riconoscevano in un antenato comune e praticavano culti comuni, in maniera simile al sistema delle gentes di epoca romana; il singolo nucleo familiare si definiva rodzina, mentre un insieme plemię.[53][54] Lo starosta (o starszyna) esercitava funzioni giudiziarie e militari sulle varie ród, sebbene questo compito fosse spesso esercitato congiuntamente con un'assemblea degli anziani. Le roccaforti, chiamate gród, furono costruite in luoghi in cui il culto religioso era davvero sentito, dove venivano condotti i processi e dove le famiglie si riunivano in caso di minaccia esterna.[55]

Miecislao I di Polonia (935 circa-992) si fece accompagnare da uno stuolo di cavalieri d'élite nel suo esercito provenienti da regioni geografiche diverse, allo scopo più o meno velato di rafforzare l'unità delle tribù lechitiche e preservare la forza del suo stato anche grazie alla conversione al cristianesimo.[56] Sono state ritrovate alcune prove in fonti di epoca successiva le quali testimoniano che pure i successori di Miecislao I utilizzarono una tattica simile.

Un altro gruppo di cavalieri riuscì ottenere delle terre in forma di allodio e non come feudo dal principe, circostanza che permise di potersi meglio sostentare e di disporre delle risorse idonee a servire militarmente il signore di turno.[11] Nel corso dei secoli, si gettarono le fondamenta per dare vita a una particolare forma di possesso, il cosiddetto folwark (una sorta di latifondo), in cui un numero crescente di contadini si trovò costretto a fornire manodopera al signore di turno, che poteva acquisire, in virtù della sua cospicua capacità economica, ulteriori terreni, fornendo in cambio di vitto e alloggio; questo meccanismo limitò i diritti delle città e costrinse la maggior parte dei contadini ad un vero e proprio rapporto di servitù (si pensi ancora, a titolo di esempio, al fondo diviso in epoca alto medievale in pars massaricia e pars dominica, dove quest'ultima, in maniera simile al folwark, fungeva da riserva privata del signore ed era coltivata dai servi, mentre la prima, costituita da mansi, veniva affidata alla famiglia contadina).[6][7][57][58][59] Un guerriero polacco appartenente alla casta militare che viveva prima del XV secolo veniva chiamato rycerz: quasi equivalente per caratteristiche al "cavaliere" europeo, si differenziava soprattutto per il fatto che il suo ruolo era perlopiù di carattere ereditario. Il rango che accorpava questi guerrieri veniva indicato come rycerstwo e racchiudeva le famiglie più ricche della Polonia, oltre che cavalieri itineranti giunti dall'estero in cerca di fortuna.[51][60] Poiché la pratica di tenere in grande considerazione da parte dai sovrani le famiglie dei cavalieri proseguì a lungo, risulta facile comprendere perché esse confluirono nella szlachta.[5] Assolti da particolari fardelli e obblighi previsti dalla legge ducale, emerse presto la convinzione logica secondo cui solo i rycerstwo, ovvero coloro che combinano l'abilità militare con le virtuose origini, potevano servire come funzionari nell'apparato statale. Alcuni rycerstwo si distinguevano dagli altri perché legati a dinastie tribali ataviche o perché i Piast in persona gli avevano assegnato particolari benefici. In virtù della loro ingente ricchezza, i membri di tale categoria erano detti możni (magnati). Qualora fosse venuta meno la buona stella, la perdita totale o parziale del proprio patrimonio non comportava la perdita completa del proprio status politico, ma semplicemente l'equiparazione ai cavalieri meno abbienti.[61][62]

Durante il periodo della frammentazione interna, durato circa 200 anni e dovuto alla spartizione della Polonia effettuata da Boleslao III Boccatorta tra i suoi figli, prese forma la struttura politica nella quale i latifondisti, sia ecclesiastici che laici, superarono i rycerstwo per influenza.[7]

Alcuni magnati discendenti da dinastie tribali secolari, forti della propria posizione, si proclamarono co-proprietari dei domini dei Piast in epoca alto-medievale, spingendo la corona a provare ad arginare il loro peso.[7] Questo gruppo di insorti, capeggiato dal palatino Sieciech, provò costantemente a minare nello specifico l'autorità di Boleslao III Boccatorta.[22] Nella cronaca di Gallo Anonimo, trapela in maniera vivida la preoccupazione dei magnati quando Sieciech "elevò quelli di una classe inferiore [ovvero la media nobiltà] rispetto a quelli che erano nobili per diritto di nascita", affidandogli cariche pubbliche nel tentativo di accaparrarsi le loro simpatie.[63]

LituaniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Nobiltà lituana.
 
Jogaila (noto in Polonia come Ladislao II Jagellone)

In Lituania Propria e in Samogizia, prima della creazione del Regno di Lituania ad opera di Mindaugas, i nobili erano chiamati die beste leuten in fonti tedesche, mentre in lituano didikai.[64] La nobiltà superiore era chiamata kunigai o kunigaikščiai (duchi), un termine preso in prestito dallo scandinavo konung, con cui si designavano i signori locali e i comandanti in guerra.[65] Durante il processo di formazione dello stato, divennero gradualmente subordinati ai duchi superiori e, più tardi, al granduca, figura per taluni considerabile un primus inter pares: i membri della famiglia regnante e della nobiltà ricevevano infatti dei feudi da amministrare ed erano indipendenti in relazione ad alcuni limitati ambiti, il più importante dei quali risultava la politica fiscale.[66][67] A causa dell'espansione lituana in Rutenia a metà del XIV secolo, apparve un nuovo termine per designare l'aristocrazia, bajorai, dal ruteno "бояре". Il termine è adottato ancora oggi in Lituania, anche per indicare l'aristocrazia di altre realtà.[68]

A seguito dell'unione di Horodło, l'aristocrazia baltica acquisì lo stesso status delle sue controparti polacche. Nel corso dei secoli, essa affrontò un percorso di polonizzazione, durante il quale molti abbracciarono con favore l'avvicinamento a Varsavia. Nel XVI secolo, nella corte di Vilnius cominciò a diffondersi la leggenda secondo cui i lituani vantassero origini legate addirittura ai romani e che la lingua lituana derivasse dal latino. Poiché ciò generò una logica contraddizione, essendo i Sarmati, da cui sostenevano di discendere i polacchi, nemici dei romani, si cercò di strutturare una teoria più credibile e questo passò anche dalla redazione della fantasiosa cronaca di Bychowiec.[69][70] I forti legami culturali con la slazchta portò a coniare un nuovo termine per la nobiltà lituana che apparve nel XVI secolo, ovvero šlėkta, un prestito linguistico che però di recente è in disuso.[71]

Il processo di polonizzazione sopraccitato si protrasse per un lungo arco temporale e non risultò immediato, coinvolgendo in principio le figure di spicco della nobiltà e poi, a poco a poco, fasce più ampie della popolazione. I principali effetti sulla noblesse minore si verificarono dopo che varie sanzioni vennero imposte dall'Impero russo, la più restrittiva delle quali appariva il bando della stampa lituana, attivo dal 1865 al 1904.[72] Naturalmente, in quella parentesi storica, la russificazione messa in atto dai nuovi signori passò anche dall'invito alla conversione dal cattolicesimo all'ortodossia.[72]

RuteniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Nobiltà rutena.

Dopo che il Principato di Galizia-Volinia venne assorbito dal Granducato, l'aristocrazia della Rutenia si integrò gradualmente con il Granducato di Lituania, che divenne una potenza sempre più multiculturale e caratterizzata dal multilinguismo. Molte famiglie nobili rutene si sposarono con i lituani.[73]

I diritti dei nobili ortodossi erano nominalmente uguali a quelli di cui godevano polacchi e lituani, ma si esercitarono spesso pressioni culturali volte a favorire la conversione al cattolicesimo. Una simile politica fu notevolmente attenuata nel 1596 dall'unione di Brest: tra i personaggi più celebri legati alla Rutenia si possono citare i senatori Adam Kisiel e Jerzy Franciszek Kulczycki.[73]

OnomasticaModifica

Evoluzione dei cognomiModifica

 
Epitaffio dello szlachcic Giovanni di Ujazd con in alto a sinistra lo stemma di Srzeniawa. Realizzato da un artista sconosciuto, si trova presso la chiesa di Czchów, nel Voivodato della Piccola Polonia e risale al 1450
 
Rycerstwo (1228-1333)

In epoca antica, la szlachta adoperava cognomi topografici per identificarsi.[74] Per esempio, il termine polacco dąb, che significa "quercia", mentre Dąbrowa sta per "foresta di querce", ha generato il cognome Dąbrówka, letteralmente "boschetto".[75] La preposizione rappresentata dalla lettera z (che significa "da" e, a volte, "a") più il nome della propria eredità o proprietà aveva lo stesso prestigio del de nei cognomi francesi o italiani come "de Châtellerault" o "de Medici", oppure von o zu in quelli tedeschi come "von Weizsäcker" o "zu Rhein".[76] Sempre seguendo l'esempio prima citato, il polacco "z Dąbrówki" e "Dąbrowski" vuol dire pertanto la stessa cosa: "di, da Dąbrówka"; ancor più precisamente, "z Dąbrówki" significa possedere il patrimonio o la proprietà Dąbrówka e non necessariamente proveniente da.[75] Quasi tutti i cognomi dell'antica szlachta polacca possono essere ricondotti a un patrimonio o località, nonostante il tempo abbia disperso la maggior parte delle famiglie lontano dalla loro casa originale. Giovanni di Zamość si faceva chiamare Giovanni Zamoyski, Stefano di Potok Potocki.[77]

Almeno a partire dal XVII secolo i cognomi delle famiglie della szlachta divennero fissi e passarono di generazione in generazione, rimanendo in quella forma fino ad oggi. Prima di allora, un membro della dinastia si serviva semplicemente del nome di battesimo (ad esempio Jakub, Jan, Mikołaj, ecc.) e il nome dello stemma comune a tutti i membri della sua discendenza.[77] Un membro della famiglia veniva identificato come, ad esempio, "Jakub z Dąbrówki", herbu Radwan, (Jakub da/a Dąbrówki del clan dei cavalieri Radwan), o "Jakub z Dąbrówki, Żądło (cognomen): più tardi, il przydomkiem/cognome/agnomen, herbu Radwan "(Jakub da/a [possessore di] Dąbrówki con il nome distintivo Żądło del clan dei cavalieri Radwan o Jakub Żądło, herbu Radwan.[78]

Il fascino della cultura romana si fece sentire anche in ambito onomastico oltre che linguistico, in quanto il latino era ampiamente parlato negli ambienti dell'élite polacca: si pensi in particolare all'introduzione del meccanismo dei tria nomina per distinguerli da quelli dei contadini e degli stranieri.[26][79][nota 2]

Bartosz Paprocki prende a mo' di esempio la famiglia Rościszewski, i quali assunsero cognomi diversi dai toponimi dei vari possedimenti o tenute su cui esercitavano la propria autorità. Il ramo della dinastia stabilitosi a Chrapunia divenne noto come Chrapunski, il ramo cadetto stanziatosi a Strykwina Strykwinski, quello dei Rościszewski trasferitisi a Borkow Borkowski. Ogni stirpe condivideva un antenato comune e apparteneva allo stesso clan di cavalieri: per questo essi esibivano lo stesso stemma della famiglia Rościszewski.[80] Il sistema clan/gens/ród sopravvisse per tutta la storia polacca.[21]

AraldicaModifica

 
Stemmi polacchi nell'armoriale di Gheldria (compilato prima del 1396): nello specifico, quelli indicati appartengono ai Leliwa, agli Ogończyk, agli Ostoja e ai Nałęcz

Gli stemmi rivestivano un ruolo fondamentale per la szlachta: l'araldica si sviluppò di pari passo con quella dell'Europa centrale, mentre differiva in molti modi dall'araldica di altri paesi europei. Il cavalierato polacco aveva legami e radici con la Moravia, ad esempio i di Poraj e in Germania, ad esempio i Junosza.

Ogni clan/gens/ród di cavalieri aveva un suo simbolo: tranne che per poche eccezioni, non vi erano insegne di famiglia.[81] Ogni stemma recava un suo nome e un motto, spesso condiviso da vari rami cadetti, anche se non mancarono casi in cui alcune discendenze venivano confuse per via di somiglianze a livello araldico.[19]

Al momento dell'Unione di Horodło, quarantasette famiglie di signori e boiardi lituani cattolici si avvicinarono alla szlachta e ricevettero l'autorizzazione ad adoperare stemmi polacchi.[82]

EreditarietàModifica

La tradizione di differenziare tra uno stemma e una losanga, riservato alle donne, non prese piede in Polonia; la brisura compariva raramente. Nel XVII secolo, senza differenza alcuna, persone di sesso maschile e femminile ereditavano uno stemma dal proprio padre. Quando i matrimoni misti si diffusero dopo le spartizioni, cioè tra cittadini comuni e membri della nobiltà, come cortesia, i bambini potevano rivendicare uno stemma dal loro lato conocchia, ma ciò risultava solo tollerato e non poteva essere trasmesso alla generazione successiva. Ciò spiega in parte la proporzione relativamente ampia di famiglie polacche che aveva diritto a uno stemma nel XVIII secolo. Un altro fattore da citare riguardava l'arrivo di coloni stranieri titolati, soprattutto dalle terre tedesche e dall'impero asburgico.[83]

I figli illegittimi potevano utilizzare il cognome e il titolo della madre con il consenso del padre della donna: tuttavia, talvolta capitava che essi venissero adottati e cresciuti dalla famiglia del padre naturale, acquisendo così il cognome di quest'ultimo ma non il titolo o l'emblema.[83]

NobilitazioneModifica

Regno di PoloniaModifica

Nel Regno di Polonia e, più tardi, nella Repubblica delle Due Nazioni, la nobilitazione (nobilitacja) consisteva nell'assegnazione a un individuo a cui dello status giuridico di membro szlachcic della nobiltà nazionale. In principio, questo privilegio poteva essere concesso dal monarca, ma dal 1641 in poi tale diritto passò esclusivamente in capo al sejm. Assai spesso la persona che veniva nobilitata si univa a un clan della szlachta esistente e assumeva lo stesso identico stemma: anche questo spiega come mai più famiglie avessero la medesima insegna nobiliare.[80]

Il numero di nobilitazioni legalmente concesse (naturalizzazione) dopo il XV secolo appariva minimo.[9][17] Secondo fonti araldiche, il totale di nobilitazioni legali emesse tra il XIV secolo e la metà del XVIII secolo era stimato infatti in circa 800.[42] Pare che Charles Joseph de Ligne, nel tentativo di ottenere lo status di nobile polacco, affermò nel 1784: "È più facile diventare duca in Germania che essere annoverato tra i nobili polacchi.[80][84]

Verso la fine del XVIII secolo, si verificò un netto aumento nel numero di nobilitazioni: questo può essere facilmente spiegato se si contestualizza il declino in corso, il conseguente crollo della Confederazione e la necessità di reclutare soldati e altri capi militari.[42]

Procedure e numero stimato di nobilitazioniModifica

 
Nobilitazione della famiglia Odrowąż nel XII secolo da parte dell'imperatore del Sacro Romano Impero con lo stemma Odrowąż ereditato da Prandota il Vecchio, probabile fondatore della chiesa di San Giovanni Battista a Prandocin, Ducato di Cracovia. Illustrazione tratta dal Liber Genesos illustris Familiae Shidlovicae e realizzata da Stanisław Samostrzelnik

Secondo fonti araldiche, 1.600 è il numero totale stimato di tutte le nobilitazioni legali nel corso della storia del Regno di Polonia e della Confederazione polacco-lituana dal XIV secolo in poi (metà delle quali furono concesse negli ultimi anni della fine del XVIII secolo).[80]

Vi erano vari tipi di nobilitazione che si potevano assegnare:

  • Adopcja herbowa: era l'antica procedura di nobilitazione, popolare nel XIV secolo, collegata all'adozione in un clan della szlachta esistente tramite un atto del monarca. Quest'ultimo concedeva un frammento del proprio stemma stabilendo un'alleanza con la famiglia del re; in alternativa, il cavaliere che aveva già a disposizione un proprio stemma ne richiedeva la conferma dell'utilizzo alla Corona. Una simile modalità di assegnazione andò abolita nel XVII secolo;[85]
  • Skartabellat: introdotto dai pacta conventa del XVII secolo (dal 1669), si trattava di una forma di nobilitazione "sottoposta a condizione" o "da guadagnare". Chi ne usufruiva non poteva detenere cariche pubbliche o essere membro del Sejm ma, dopo tre generazioni, i discendenti di queste famiglie sarebbero "maturati" diventando parte del primo gradino della piramide gerarchica nella szlachta. Nel 1768, 1775 (quando si impose un ulteriore requisito, ovvero l'acquisto o il possesso di una proprietà terriera) e nel 1790 si procedette ad usufruire di questo modus operandi per rendere aristocratici funzionari pubblici, giuristi e ufficiali militari al servizio della Polonia Nel solo 1790, ebbero luogo 400 elevazioni al grado di nobiltà tramite lo skartabellat, un numero più alto di quante ne erano state assegnate nell'intero corso della storia polacca precedente;[86][87]
  • Indygenat: dall'espressione latina indigenatus, riconoscimento dello status di nobiltà straniera. Dopo aver acquisito lo status di Indygenat, il soggetto riceveva tutti i privilegi di uno szlachcic polacco: ad assegnare il titolo, fino al XVII secolo, erano re e Seim, mentre più tardi tale operazione la eseguiva il parlamento in autonomia. Nella storia polacca furono riconosciute 413 famiglie nobili straniere;[84]
  • Nobilitazione segreta: si trattava di un metodo avente fondamenta giuridiche discutibile, spesso non riconosciuto da molti membri della szlachta. In genere veniva concesso dal monarca eletto senza la necessaria approvazione legale del Sejm.[88]

Granducato di LituaniaModifica

Alla fine del XIV secolo, nel Granducato di Lituania, Vitoldo il Grande riformò l'esercito: anziché chiamare tutti alle armi, creò forze composte da guerrieri professionisti, i bajorai ("nobili", un concetto molto simile alla figura del boiardo in Moscovia).[68] Poiché non c'erano abbastanza aristocratici, Vitoldo addestrò uomini adatti, sollevandoli dal lavoro sulla terra e da altri doveri; in virtù del proprio servizio militare concesso al granduca, andava loro promesso un appezzamento, il quale sarebbe stato lavorato da uomini salariati (la pratica era detta veldamas).[89] Le famiglie nobili di recente formazione assunsero, in genere, i nomi di battesimo pagani dei propri antenati andati incontro a nobilitazione; è il caso di Goštautai, dei Radvilos, degli Astikai, dei Kęsgailos e di altre discendenze. A queste famiglie furono concessi emblemi araldici grazie all'unione di Horodlo del 1413.[90]

Nel 1506, il re Sigismondo I il Vecchio confermò la posizione del Consiglio dei signori lituani nella politica statale e l'ingresso limitato nella cerchia più alta.

PrivilegiModifica

I diritti specifici della szlachta includevano:

  1. Il godere e disporre della proprietà terriera in modo pieno ed esclusivo sotto forma di allodio e non di feudo, senza limite temporale alcuno salvo caso di cessione.[11] La szlachta aveva il monopolio delle terre (con ziemiaństwo si indicava la nobiltà terriera), mentre i contadini non potevano possederle;[7][91]
  2. Il diritto di partecipazione alle assemblee politiche e militari della nobiltà regionale;
  3. Il diritto di formazione dei consigli amministrativi indipendenti nelle proprie aree di residenza;
  4. Il diritto di votare per i re polacchi;
  5. Il diritto di viaggiare liberamente ovunque nella Confederazione o al di fuori di essa, come tra l'altro imponeva talvolta la politica estera;
  6. Il diritto di richiedere informazioni agli uffici della Corona;
  7. Il diritto alla semi-indipendenza spirituale dal clero;
  8. Il diritto di interdire, in maniera efficace, il passaggio di stranieri e cittadini attraverso le proprie terre in caso di urgenza e necessità;
  9. Il diritto di priorità sui tribunali dei contadini;
  10. Diritti speciali nei tribunali polacchi, inclusa l'impossibilità di essere sottoposti ad arresto arbitrario e patire punizioni corporali;
  11. Il diritto di vendere i propri servizi militari o amministrativi;
  12. Diritti araldici;
  13. Il diritto a ricevere una retribuzione più alta quando si partecipava alla mobilitazione per la difesa della nazione;
  14. Diritti nel campo dell'istruzione;
  15. Il diritto di importare spesso merci esenti da dazio.
  16. Il diritto esclusivo di accedere nel clero (in vigore fino alle spartizioni della Polonia);
  17. Il diritto di processare i propri contadini per reati maggiori (la portata fu ridotta ai soli reati minori dopo gli anni Sessanta del Settecento).[92]

Come sottolineano Robert Bideleux e Ian Jeffries, i principali mutamenti legislativi significativi in riferimento alla szlachta interessarono l'esenzione dall'imposta fondiaria (sancita nel 1374), l'abrogazione degli arresti arbitrari e/o sequestri di proprietà (1425), la necessità che l'impiego delle forze militari e di nuove gabelle venissero approvate dai Sejm provinciali (1454), gli statuti emanati tra il 1496 e il 1611 che garantivano alcuni diritti minori ai cittadini comuni.[93]

Nobili reali e presuntiModifica

 
Samuel Zborowski mentre procede verso il patibolo, 26 maggio 1584. Schizzo di Jan Matejko, 1860

I titoli venivano ereditati per discendenza o acquisiti per riconoscimento conferito dal re e, più avanti, dal parlamento.[9][17] Il modo più raro per ottenere lo status di szlachta era tramite la nobilitazione (naturalizzazione) per meriti inerenti il coraggio dimostrato in combattimento, il servizio reso allo Stato, ecc.: è interessante notare come nel corso della storia si susseguirono vari usurpatori che si spacciavano per nobili dicendo di esserlo in altri paesi o perché investiti dei titoli in qualche epoca remota.[94] L'assenza di una sorta di registro dove si annoveravano i membri effettivi della szlachta rese più facili e frequenti tali pratiche, anche perché gli aristocratici si opposero sempre all'ipotesi di venire conteggiati.[94] Nella prima metà del XVI secolo, centinaia di questi pseudo-nobili furono denunciati da Walerian Nekanda Trepka (1550-1630) nel suo Liber generationis plebeanorum (Liber chamorum) o Libro della genealogia plebea (libro di Cam): la scelta di tale intitolazione richiamava il concetto secondo cui i contadini erano considerati discendenti di Cam, il figlio di Noè soggetto a schiavitù per via della sua maledizione.[33][34] La legge proibiva ai cittadini comuni di detenere proprietà terriere e le prometteva invece a mo' di ricompensa ai denuncianti. Trepka stesso era un nobile impoveritosi che visse documentando centinaia di presunte false affermazioni sperando di rilevare una delle tenute usurpate. Non pare questi riuscì nella sua ricerca, nonostante il suo impiego come segretario del re.[95] Molti sejm emanarono decreti nel corso dei secoli nel tentativo di risolvere questo problema, ma con scarso successo.

L'autopromozione e l'esaltazione non erano limitate ai cittadini comuni: spesso, i membri della szlachta inferiore cercarono ulteriori nobilitazioni da fonti straniere, quindi meno verificabili; in alternativa, si spacciava semplicemente un titolo inventato al momento e per loro esclusivo. Questo avveniva mediante l'acquisto di una serie di titoli stranieri che andava da quello di barone a quello di marchese, passando da quello di freiherr a quello di conte, tutti facilmente traducibili in polacco con Hrabia (corrispondente grosso modo proprio al titolo di conte). Un esempio può essere l'ultimo discendente della famiglia Ciechanowiecki, le cui origini reali del rango di conte sono avvolte nel mistero del XVIII secolo.[96]

Accrescimento del peso politicoModifica

 
Franciszek Salezy Potocki con indosso l'onorificenza dell'Ordine dell'Aquila Bianca

La szlachta garantì molti diritti non riconosciuti alla nobiltà di altri paesi: nel corso del tempo, ogni nuovo monarca si trovò costretto a cedere loro ulteriori privilegi, i quali gettarono la base della libertà dorata nella Confederazione. Nonostante la presenza di un'autorità centrale, la dottrina politica della Confederazione era riassumibile nella massima "il nostro stato è una repubblica sotto la presidenza del re".[97] Il cancelliere Jan Zamoyski riassunse questa dottrina quando affermò: Rex regnat et non-gubernat ("Il re regna ma non governa").[98] Una simile posizione di forza risultò determinata anche a causa dell'estinzione delle dinastie reali dei Piast prima e degli Jagelloni poi. Di conseguenza, la nobiltà decise di nominare la massima autorità selezionandola tra i discendenti matrilineali delle discendenze.

1355-1492Modifica

Nel 1355 a Buda si concesse il primo privilegio nazionale per la nobiltà, in virtù del quale ad essa veniva assegnata la facoltà di nominare l'erede suggerito dal monarca allora regnante.[99] Casimiro III di Polonia, sovrano a quel tempo, decretò inoltre che la szlachta non sarebbe più stata soggetta a imposte straordinarie e che non avrebbe dovuto più utilizzare proprie risorse economiche per sostenere spedizioni militari straniere. Inoltre, Casimiro promise che, durante i viaggi della corte reale, lui stesso e l'erario avrebbero coperto tutte le spese, anziché richiedere la copertura dei costi alla nobiltà locale.[100]

Nel 1374 Luigi I d'Ungheria approvò il privilegio di Koszyce (przywilej koszycki) per garantire il trono polacco a sua figlia, Edvige. Questi allargò la cerchia nobiliare in termini numerici ed esentò l'intero ceto da tutte le tasse tranne una, il łanowy, in virtù della quale andava pagato un massimo di 2 grossi per łan di terra, un'antica unità di misura polacca. Il diritto del re di aumentare i dazi fu di fatto abolito e nessuna nuova imposta sarebbe stata riscossa senza il consenso della nobiltà. D'allora in poi, gli incarichi distrettuali sarebbero stati riservati esclusivamente alla nobiltà locale, poiché il privilegio di Koszyce proibiva al re di concedere compiti ufficiali e importanti castelli polacchi ai cavalieri stranieri. Infine, il privilegio obbligava il sovrano a pagare un'indennità ai nobili feriti o fatti prigionieri durante una guerra al di fuori dei confini nazionali.[99][101]

Nel 1422, Ladislao II Jagellone fu vincolato dal privilegio di Czerwińsk (przywilej czerwiński), che stabiliva l'inviolabilità della proprietà dei nobili. Queste non potevano dunque andarono incontro alla confisca se non su verdetto di un tribunale; inoltre, si assegnò una certa giurisdizione in termini di politica fiscale al consiglio reale e, più tardi, al senato della Polonia, incluso il diritto di conio.[102]

Nel 1430, con i privilegi di Jedlnia (przywileje jedlneńsko-krakowskie), confermati a Cracovia in seguito nel 1433, basati in parte su quanto sottoscritto a Brześć Kujawski il 25 aprile 1425, Ladislao II Jagellone concesse alla nobiltà una garanzia contro l'arresto arbitrario e il diritto a un equo processo giudiziario in caso di accusa di un qualsivoglia crimine inoltrata a un membro della szlachta.[103] Il 2 maggio 1447 fu emesso il patto di Wilno, finalizzato a conferire ai boiardi lituani gli stessi diritti già vigenti per la controparte polacca.[104]

Nel 1454, Casimiro IV Jagellone emise gli statuti di Nieszawa (statuty cerkwicko-nieszawskie), con cui effettuava delle concessioni alla piccola nobilità e rafforzava il ruolo dei sejmik, i parlamenti locali. Il re poteva promulgare nuove leggi, aumentare le tasse, o effettuare una chiamata militare di massa tramite il sistema della ruszenie pospolite solo con il consenso dei sejmik, e la nobiltà era protetta dagli abusi giudiziari.[105][106] L'atto mirava inoltre ad arginare la potenza dei magnati, poiché il Sejm, il parlamento nazionale, aveva il diritto di eleggere molti funzionari, inclusi giudici, voivodi e castellani. Questi privilegi furono richiesti dalla szlachta in cambio della loro partecipazione alla guerra dei tredici anni.[106]

Prima elezione realeModifica

 
La Repubblica all'apice del suo potere in un'opera di Jan Matejko: l'elezione reale rappresentata è quella del 1573

Le prime "libere elezioni" (wolna elekcja) di un re ebbero luogo nel 1492: a dirla tutta, alcuni monarchi precedenti erano già stati eletti con l'aiuto di assemblee, come quella culminata con la nomina di Casimiro II sul trono, generando così un precedente storico. Solo i senatori votarono nel 1492 e questi scelsero Giovanni I Alberto. Per tutta la durata in cui rimase al trono la dinastia degli Jagelloni, soltanto i membri di quella casata furono considerati idonei per una potenziale candidatura; in seguito, tali restrizioni decaddero.[107]

Nel 1493 il Sejm iniziò a riunirsi ogni due anni a Piotrków. Comprendeva due camere e il numero dei membri aumentò con il passare dei secoli:[107]

  • Un Senato composto da 81 vescovi e altri dignitari;
  • Una Camera composta da 54 deputati in rappresentanza dei rispettivi domini.

Il 26 aprile 1496 Giovanni I Alberto concesse il privilegio di Piotrków, grazie al quale crebbe la posizione di forza già invero posseduta dalla nobiltà sui servi: il contadino era di fatto legato alla terra e solo a uno dei figli, ma non il primogenito, sarebbe stato concesso lasciare il villaggio. Ai cittadini mieszczaństwo si impedì di possedere terreni e l'accesso al clero venne limitato all'aristocrazia.[45][107]

Il 23 ottobre 1501, si provò ad avviare una nuova pagina per l'unione polacco-lituana grazie all'intesa di Mielnik, finalizzata ad avvicinare Vilnius a Cracovia: fu da allora che si inaugurò la tradizione di suggellare l'incoronazione del Sejm.[108] Anche in quel frangente, la minore (solo per ricchezza) nobiltà tentò di ridurre la posizione dei magnati con una legge che impediva di metterli in atto stato d'accusa davanti al Senato per abuso di potere. Ciò malgrado, l'atto di Mielnik del 25 ottobre appariva diretto in senso opposto, ovvero fornire tutele ultronee ai più abbienti. I nobili nel loro insieme godevano della facoltà di disobbedire al re o ai suoi rappresentanti (non praestanda oboedientia) e di formare confederazioni (konfederacja) nel caso in cui fossero stati violati i loro privilegi in maniera illegittima. L'atto non andò però mai ratificato.[109]

Il 3 maggio 1505, Alessandro Jagellone garantì tramite il Nihil novi nisi commune consensu (letteralmente "[non si accetta] nulla di nuovo se non per consenso comune") il divieto per il sovrano di approvare nuove leggi senza il consenso dei rappresentanti della nobiltà nel Sejm riunito, rafforzando così notevolmente i poteri della nobiltà. In sostanza, quest'atto segnava il trasferimento del potere legislativo al Sejm e l'inizio della cosiddetta prima repubblica, ovvero la parentesi storica in cui al timore della Confederazione appariva la szlachta.[110][111]

Nel 1520 l'atto di Bydgoszcz concesse al Sejm il diritto di riunirsi ogni quattro anni, con o senza il permesso del re. In quel periodo iniziò a radunare seguaci il "movimento esecutivo", che si proponeva di realizzare la codifica completa delle leggi, oltre che tutelarne l'esecuzione e l'applicazione. I suoi membri perseguivano altresì lo scopo di minare l'autorità imperante dei magnati al Sejm e rafforzare il potere del monarca, evitandone però un uso arbitrario come aveva fatto, a loro giudizio, Sigismondo I.[112] Nel 1562, al Sejm di Piotrków, il gruppo di riformisti costrinse i magnati a restituire al re molte terre della corona (Krolewszczyzna) in locazione e spronò la corona a creare una sorte di precursore dell'esercito nazionale, il permanente wojsko kwarciane.[113] Uno dei membri più famosi a prendere parte al movimento fu Jan Zamoyski.

Fine della dinastia degli JagelloniModifica

 
Enrico di Valois, primo monarca eletto nella Polonia-Lituania

Morto Sigismondo II Augusto, ultimo esponente della dinastia degli Jagelloni, venne per forza di cose meno l'usanza di nominare nuovi monarchi appartenenti alla famiglia regnante. Dal 1573, praticamente qualsiasi nobile polacco o straniero di sangue reale avrebbe potuto infatti potenzialmente aspirare a diventare un monarca polacco-lituano. Dalla nomina di Enrico di Valois, il sovrano fu obbligato a rispettare i diritti dei cittadini specificati negli articoli enriciani e nella Pacta conventa, sottoscritti al momento della sua elezione. Nel corso del tempo, i primi furono fusi ai secondi.[99][114] I documenti apparivano una virtuale "costituzione polacca" e contenevano i principi fondamentali dello Stato:

  • Libera elezione dei re;
  • Tolleranza religiosa;
  • Il Sejm si riunisce ogni due anni;
  • Politica estera controllata dal Sejm;
  • Un consiglio consultivo reale scelto dal Sejm;
  • Posti ufficiali riservati ai nobili polacchi e lituani;
  • Tasse e monopoli istituiti solo dal Sejm;
  • Il diritto dei nobili di disobbedire al monarca in caso di violazione di una di queste leggi.

Nel 1578, Stefano I Báthory, in qualità di monarca, istituì il tribunale della corona per ridurre l'enorme pressione sulla corte regia. Ciò lasciò gran parte del potere giuridico del monarca in mano ai deputati eletti della szlachta, rafforzando un'ennesima volta il ruolo del ceto più elevato nella piramide sociale. Nel 1581 a tale istituto giudiziario se ne affiancò una controparte in Lituania.[115]

Oligarchia dei magnatiModifica

 
Magnati della Polonia e della Lituania. Illustrazione di Jan Matejko, 1893 circa

Per diversi secoli, i membri ricchi e potenti della szlachta cercarono di ottenere privilegi legali sui loro conterranei. Il tentativo principale di ottenere nuovi titoli per mezzo di una proposta legislativa presentata nel 1459 dalla famiglia Ostroróg si arenò.[24]

Il ruolo assunto dai pochissimi eletti della szlachta talmente abbienti da potersi considerare magnati assunse un ruolo indiscutibile in tutto il periodo di esistenza della Confederazione: solitamente riconoscibili rispetto agli altri per via del loro abbigliamento color cremisi.[116] Un vero magnate doveva essere in grado di ricostruire i suoi antenati per varie generazioni ed esercitare la sua autorità su almeno 20 tra agglomerati urbani o tenute.

I magnati ricevevano spesso doni dai monarchi, circostanza che aumentò notevolmente la loro ricchezza; sebbene tali ricompense fossero solo di carattere temporaneo, spesso non esitarono a non restituirli più, suscitando l'ira dell'aristocrazia inferiore.[117] Affinché si contrastasse la posizione predominante che stavano assumendo i magnati, prese forma il movimento esecutivo finalizzato a evitare le usurpazioni da loro messe in atto.[112][117] Si tenga presente che, affianco a questo gruppo di latifondisti, nel 1670 si contavano 400.000 nobili (il 57%) che non possedevano neppure un acro di terreno.[118]

Una delle bandiere più importanti portate a casa dai magnati riguardò il diritto di dare luogo a delle ordynacja dalla fine del XVI secolo, un istituto simile all'odierno fedecommesso, che garantiva alle famiglie che guadagnavano ricchezze la possibilità di conservarle più facilmente.[119] Le ordynacja legate ai Radziwiłł, ai Zamoyski, ai Potocki o ai Lubomirski spesso rivaleggiavano con le proprietà del re e venivano custodite gelosamente.

Gli uffici principali della corona polacca, spesso e volentieri occupati da magnati, assunsero de facto carattere ereditario, mentre quelli inferiori andavano alla media nobiltà (una tendenza simile a quella dei baroni nei sistemi feudali).[45] Il prestigio degli uffici inferiori dipendeva dalla ricchezza della regione: tra le meno ambite rientrava la Masovia, in virtù della povertà dei suoli locali.

La differenza tra la cerchia suprema e il resto della szlachta riguarda in sintesi soprattutto capacità economica e stile di vita. Ad ogni modo, il rapporto tra la parte più alta della piramide gerarchica e il resto non si deve intendere come sempre e comunque conflittuale: poiché i diritti assegnati in capo ai magnati finivano per interessare anche gli altri, non mancarono casi di cooperazione.[120]

Revoca dei privilegiModifica

 
La rivolta dei contadini del 1846, la più grande insurrezione contadina contro il dominio della szlachta sulle terre polacche nel XIX secolo

La sovranità accumulata dalla szlachta si esaurì nel 1795 in concomitanza con la terza spartizione della Polonia e, fino al 1918, lo status legale degli aristocratici polacchi dipese dalle politiche dell'Impero russo, il Regno di Prussia o la monarchia asburgica. Un progetto iniziato nel periodo della libertà dorata si eclissò, ma probabilmente il suo ricordo rimase nelle generazioni successive.[121]

Negli anni 1840 Nicola I ridusse 64.000 szlachta minori a un diverso status, ancor più basso, noto come odnodvortsy (letteralmente singoli proprietari).[122] Nonostante ciò, il 62,8% di tutti i nobili russi erano szlachta polacchi nel 1858 e ancora il 46,1% nel 1897.[123] La servitù della gleba, abolita nella Polonia russa il 19 febbraio 1864, fu scientemente emanata con l'intenzione di indebolire la szlachta: solo nella fetta di Polonia andata ai russi i contadini pagavano a prezzo di mercato l'acquisto di un qualsivoglia appezzamento, mentre la media per il resto dell'Impero russo superava del 34% i normali tassi di vendita.[124] Quanto sottratto ai contadini polacchi dal 1846 doveva andare restituito senza imporre pagamenti e i vecchi servi potevano cederla solo ad altri pari, non a membri della szlachta. Oltre alla Romania, i servi domestici o senza terra polacchi furono gli unici a ricevere della terra dopo che la servitù fu abolita.[125] Simili provvedimenti restrittivi si giustificarono anche in virtù del ruolo assunto attivamente dalla szlachta nelle rivolte del 1830 e del 1863: nel 1864, all'indomani dei moti rivoluzionari che coinvolsero la Polonia, l'80% della szlachta fu "declassata" per allontanare gli ultimi strascichi dell'epoca della Confederazione. Nonostante l'ondata anti-aristocratica, soltanto il 48,9% della terra nella Polonia russa passò nelle mani dei contadini, mentre i nobili preservavano ancora il 46%.[126] Nella Seconda Repubblica di Polonia i privilegi della nobiltà furono legalmente aboliti dalla Costituzione di marzo nel 1921 e non più ripristinati dalle norme polacche successive.[127][128]

Collegamenti culturali e internazionaliModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Sovrano Militare Ordine di Malta e Illuminismo in Polonia.

Nonostante le preoccupazioni per la guerra, la politica e lo status, la szlachta in Polonia, così come ogni classe sociale, svolse un grande contribuito in letteratura, arte, architettura, filosofia, istruzione, agricoltura e le molte branche della scienza, oltre che nella tecnologia e nell'industria.[129][130] Probabilmente, a spronare la fioritura culturale della nobiltà in Polonia furono i costanti rapporti internazionali tessuti con la Santa Sede: fu infatti dalle fila della szlachta che provenivano i principali prelati giunti a Roma o attivi in patria fino al XX secolo. Altre influenze internazionali provenivano da organizzazioni cristiane e laiche più o meno riservate e potenti come il Sovrano Militare Ordine di Malta, incentrato sul fornire assistenza e altre attività di beneficenza.[131] Il più famoso cavaliere maltese polacco era il comandante di Pozńan, Bartłomiej Nowodworski, fondatore nel 1588 della scuola più antica della Polonia; tra gli studenti figurava il futuro monarca Giovanni III Sobieski.[132] Nel XVIII secolo, dopo diverse false partenze, la massoneria internazionale (wolnomularstwo), giunta in loco dalle logge occidentali, cominciò ad attirare simpatie da parte dell'élite polacca e, nonostante le perplessità di una frangia ecclesiastica, comparve a intermittenza venendo fortemente osteggiata dalla Chiesa cattolica, riscuotendo i consensi di chi era contrario all'opposizione alle potenze occupanti.[133][134] Anche nel XVIII secolo proliferò il patrocinio degli artisti durante il regno di Stanislao Augusto Poniatowski, divenuto lui stesso massone e, in sincrono, la filantropia.[134]

Figure femminili di spessoreModifica

 
Barbara Sanguszko, filantropa, scrittrice e padrona di casa del salotto di Poddębice. Olio su tela di Marcello Bacciarelli

Le nobildonne della Confederazione esercitarono un'influenza politica e culturale nel corso della storia sia nel proprio paese sia all'estero in veste di regine, principesse e mogli o vedove di magnati. Le attività culturali da loro patrocinate riscossero grossa fortuna nel XVIII secolo quando si inaugurarono i primi salotti letterari, realizzati sulla falsa riga modello francese.[135][136]

Tra le nobildonne maggiormente influenti in ambito politico e/o culturale si possono annoverare:

  • Regina Edvige (1373 o 1374-1399)
  • Bona Sforza
  • Zofia Lubomirska
  • Anna Jabłonowska
  • Elzbieta Lubomirska
  • Eleonora Czartoryska
  • Izabela Czartoryska
  • Barbara Sanguszko (1718-1791), poeta, traduttrice e moralista
  • Tekla Teresa Lubienska (1767-1810), poeta, drammaturgo e traduttore

GastronomiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cucina polacca.
 
Dożynki di Alfred Wierusz-Kowalski, 1910

La szlachta, non meno del resto della popolazione, poneva particolare attenzione sull'alimentazione, essendo irrinunciabile nei banchetti di corte o nei pasti celebrato nelle tenute. Durante l'Illuminismo, Stanislao Augusto Poniatowski emulò i salotti letterari francesi tenendo i celebri pranzi del giovedì per intellettuali e artisti, i quali erano di estrazione principalmente aristocratica.[137] I pranzi del mercoledì interessavano invece i responsabili politici nel campo della scienza, dell'istruzione e della politica.

Secondo una tradizione particolarmente sentita in Masovia, sopravvissuta fino al XX secolo, i proprietari delle tenute che organizzavano un banchetto festivo al completamento del raccolto per il loro personale tenevano il cosiddetto Dożynki, una sorta di festival del raccolto volto a esprimere un riconoscimento del proprio lavoro.[138] Il cibo polacco variava a seconda della regione, come altrove in Europa, e veniva influenzato dai coloni, in particolare la cucina ebraica e quella degli eserciti occupanti.[139]

CacciaModifica

 
Elżbieta Potocka a caccia. Olio su tela di Wojciech Kossak

Uno dei passatempi preferiti della szlachta era la caccia (łowiectwo); prima della formazione della Polonia come stato, la caccia era accessibile a tutti, mentre con l'introduzione di governanti e regole finì per diventare un passatempo per ricchi.[140] Gli uri, i bisonti, i cervi e i cinghiali divennero prede prelibate per re e principi e si introdusse la pena di morte per i bracconieri; col tempo, le sanzioni per il bracconaggio andarono commutate in contravvenzioni e sanzioni di minore rilievo. A partire dal XIII secolo il re nominava un cortigiano di alto rango assegnandogli l'incarico di Maestro della caccia (Łowczy, in latino venator). Nel XIV secolo, i proprietari terrieri acquisirono il diritto di cacciare nei propri possedimenti e la selvaggina di piccola taglia, ovvero volpi, lepri, tassi ed ermellini divennero accessibili per tutti gli ospiti. La caccia divenne una delle attività sociali più popolari della szlachta fino alle spartizioni, quando furono introdotte diverse restrizioni al fine di frenare l'interazione sociale tra i polacchi.[140][141] Nel corso dei secoli, si addomesticarono almeno due razze di cani specializzati, il Gonczy Polski, e il segugio polacco. Il conte Xavier Branicki fu così nostalgico della caccia polacca che, una volta stabilitosi in Francia a metà del XIX secolo e restaurata la sua tenuta al castello di Montresor, ordinò una coppia di segugi polacchi dall'allevatore e szlachcic Piotr Orda.[142]

Dati demografici e stratificazioneModifica

 
Il principe Konstanty Ostrogski su un francobollo commemorativo lituano

La szlachta differiva per molti aspetti dalla nobiltà di altri paesi, in particolare per quanto riguardava il peso politico esercitato in patria: mentre altre realtà propendevano verso la monarchia assoluta, nella Confederazione si giunse a un percorso opposto. I suoi membri, perlopiù piccoli-medi proprietari, erano tra l'altro proporzionalmente più numerosi rispetto a tutti gli altri paesi europei, se si eccettua la Spagna, costituendo circa il 10% dell'intera popolazione:[143][144] gli storici fanno inoltre notare che nel 1820 in Francia solo l'1,5% della popolazione adulta maschile disponeva del diritto di voto, e nel 1840 in Belgio solo il 5%, dati in ribasso rispetto al periodo di esistenza della Confederazione;[144][145] Entro la metà del XVI secolo, il ceto più elevato era composto da almeno 500.000 persone (circa 25.000 famiglie) e salì forse a un milione nel 1795.[146][147]

La proporzione di nobili nella popolazione variava a seconda delle regioni: nel XVI secolo, la percentuale più alta di aristocratici viveva nel Voivodato di Płock (24,6%) e in Podlachia (26,7%), mentre la Galizia contava numericamente più szlachta che altrove.[148] In distretti quali quello Wizna e Łomża, la szlachta costituiva quasi la metà della popolazione, mentre le zone con la percentuale più bassa di nobili erano il Voivodato di Cracovia (1,7%), la Prussia reale (3%) e il Voivodato di Sieradz con il 4,6%.[148][149] Prima dell'unione di Lublino, la disuguaglianza in termini di ricchezza e potere era di gran lunga maggiore nel Granducato di Lituania che nel regno polacco. Più si andava verso sud e verso est, più il territorio appariva dominato da famiglie di magnati e aristocratici situati nelle sezioni più alte della piramide aristocratica.[150] Nei palatinati lituani e ruteni, i nobili meni abbienti avevano più probabilità di affittare piccole tenute dai magnati che di possederle.[150]

 
Elżbieta Czartoryska ritratta dal blu marchese Bacciarelli

Si è detto che l'élite al potere contribuì a creare un ambiente socio-politico in cui si sviluppò un senso di coscienza nazionale. Tutti i membri della szlachta, indipendentemente dal loro contesto culturale ed etnico, erano considerati appartenenti a un'unica "nazione politica" all'interno della Repubblica delle Due Nazioni: a giocare un ruolo chiave furono probabilmente il legame a una cultura comune, la religione cattolica e la lingua polacca.[151]

Nonostante la polonizzazione avvenuta in Lituania e Rutenia nei secoli XVII e XVIII, gran parte della szlachta inferiore riuscì a mantenere una propria identità culturale in vari modi.[152][153][154] I lituani solevano definirsi come litvin, i ruteni rusyn.[155]

«Anche se sono nato lituano e lituano morirò, devo usare l'idioma polacco nella mia patria.[156]»

(Janusz Radziwiłł)

L'eredità polacca è ancora palpabile in Europa centrale: si pensi al fatto che all'inizio degli anni Novanta si contavano circa 300.000 greco-cattolici in Ungheria, specie a nord-est, alcuni dei quali verosimilmente eredi dei nobili ruteni dei secoli passati.[157][158] In alcune zone dell'odierna Ucraina con una significativa presenza di membri della szlachta, come ad esempio il Distretto di Bar o il Distretto di Ovruč, la russificazione e la più atavica polonizzazione ebbero molti meno effetti che altrove, al di là della martellante politica indirizzata in senso opposto.[158][159]

 
Nobiluomo polacco con un pappagallo, olio su tela di Józef Simmler, 1859

Tuttavia, l'epopea della szlachta al governo terminò prima che in altri paesi, esclusa la Francia, nel 1795. Da allora la propria legittimità e il proprio destino dipesero dalla legislazione e dalle politiche dell'Impero russo, dal Regno di Prussia e dalla monarchia asburgica. I privilegi divennero sempre più limitati e soppressi infine nel 1921 dalla Costituzione polacca di marzo.[127][128]

In relazione alle limitazioni che rendevano molto difficile compiere il percorso di nobilitazione, due giornalisti inglesi, Richard Holt Hutton e Walter Bagehot, scrivevano a tale proposito nel 1864:

«La condizione del paese al giorno d'oggi permette di comprendere che la popolazione era composta da due gruppi diversi, tra i quali esisteva una barriera invalicabile. Vi è la Sliachta, o casta dei nobili (discendenti dei Lechiti), da un lato, e i servi o contadini, che costituiscono la maggior parte della popolazione, dall'altro.[5]»

e

«Lo Statuto del 1633 cristallizzò la schiavitù delle altre classi rendendo effettivo il principio secondo cui "l'aria schiavizza l'uomo": questo perché ogni contadino che aveva vissuto per un anno nella tenuta di un nobile era considerato di sua proprietà. In nessuna epoca storica, in nessuna parte del mondo, abbiamo mai visto una nazione omogenea organizzarsi in una forma simile a quella che prevaleva sin dai primi tempi in Polonia. Eppure, dove vi è stata la migrazione di un popolo dominante o di coloni che non si sono assimilati alla popolazione originaria, proprio lì troviamo una controparte esatta della società polacca: i coloni dominanti, atteggiandosi come una casta superiore e tutti politicamente uguali tra loro, detengono le terre (o, più di frequente, semplicemente prelevano le rendite) del paese.[160]»

Il sociologo e storico Jerzy Szacki riferiva in questo contesto:

«La nobiltà polacca era un gruppo chiuso (a parte poche eccezioni, molte delle quali contrarie alla legge), in cui l'appartenenza alle alte sfere veniva ereditata.[51]»

Altri affermano che la szlachta non costituiva una classe sociale, ma una casta, tra cui lo storico Adam Zamoyski:

«Un'analogia più appropriata potrebbe forse essere fatta con i Rajput dell'India settentrionale. [...] a differenza di qualsiasi altra nobiltà in Europa, la szlachta non era limitata né dipendeva per il suo status né dalla ricchezza, né dalla terra, né scrittura reale. Veniva definita dalla sua funzione, quella di una casta di guerrieri […] Mentre Aleksander Świętochowski ha scritto: 'Se dalle gesta della nobiltà polacca abbiamo tolto gli eccessi e l'esclusività della casta'.[27]»

 
Karol Stanisław Radziwiłł (1734-1790), il nobile più ricco del suo tempo
 
Prot Potocki, banchiere e industriale che trasformò Odessa da un piccolo villaggio di pescatori in un centro commerciale internazionale

Si diceva che ogni szlachcic avesse un'influenza potenziale enorme sulla politica del paese, molto maggiore di quella di cui godono i cittadini dei paesi democratici moderni. Tra il 1652 e il 1791, qualsiasi nobiluomo avrebbe potenzialmente annullare tutti i procedimenti emessi dal sejm o dai sejmik esercitando il suo diritto di esprimere il liberum veto.[23]

Nella vecchia Polonia, un nobile poteva sposare solo una nobildonna, poiché i matrimoni misti tra "caste" erano irti di difficoltà, ma i figli di un matrimonio legittimo seguivano la condizione del padre, mai della madre, ragion per cui solo il primo trasmetteva la sua nobiltà ai suoi figli.[79][161][162] Una donna nobile sposata con un cittadino comune non poteva dunque trasmettere la sua nobiltà a suo marito e ai loro figli, salvi casi eccezionali.[162]

Per quanto riguarda il trattamento tra gli aristocratici, si prevedeva il semplice utilizzo del nome o di formule come "Fratello, Signore" (Panie bracie) o l'equivalente femminile per le donne. Le altre forme utilizzate, più formali, erano "Illustre e Magnifico Signore", "Magnifico Signore", "Generoso Signore" o "Nobile Signore" in ordine decrescente, o semplicemente "Sua Grazia Signore/Signora". In teoria, ogni membro della szlachta era pari a livello legale: coloro che ricoprivano incarichi civili godevano di più privilegi, ma i propri ruoli non erano ereditari, mentre coloro che effettuavano compiti onorari, che non duravano però per tutta la vita, apparivano superiori nella gerarchia. L'ideale di uguaglianza, indipendentemente dalla propria situazione finanziaria o dalle cariche ricoperte, è sinteticamente espresso in un tradizionale adagio polacco:[163]

(PL)

«Szlachcic na zagrodzie, równy wojewodzie.»

(IT)

«Il nobile della fattoria è pari al voivoda.»

(Autore ignoto)

SarmatismoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Sarmatismo.
 
L'etmano Jan Zamoyski, uno dei più convinti e celebri sostenitori del sarmatismo
 
Un aristocratico polacco che incarna lo stile del sarmatismo indossando un kontusz con żupan, tenendo con la mano destra un rogatywka con visiera. Illustrazione del XVIII secolo del francese Jean-Pierre Norblin de La Gourdaine

L'ideologia prevalente della szlachta si può riassumere in un solo termine con sarmatismo, un sostantivo derivante dal nome dei Sarmati, presunti antenati dei polacchi.[164][165] Questo sistema di credenze ricoprì una parte importante della cultura szlachta, penetrando in tutti gli aspetti della vita degli aristocratici. Il sarmatismo esaltava valori quali l'uguaglianza tra i nobili, la nobile arte dell'equitazione, le tradizioni nazionali, la vita bucolica da godersi nelle tenute, la pace e il pacifismo; inoltre, si diffusero anche in tema di moda alcuni indumenti che contraddistinguevano chiaramente i nobili polacchi da quelli di altre nazioni. In tale fase storica comparvero infatti lo zupan, il kontusz, il sukmana, il pas kontuszowy, la delia e la szabla. Si incentivava pure la proliferazione dell'architettura barocca in patria e si promuoveva l'utilizzo del latino come idioma da adoperare nei circoli letterari e tra i membri dell'élite polacca, lituana e straniera: un simile clima favorì l'integrazione di una nobiltà proveniente da diverse regioni geografiche e generò un senso di unità e di orgoglio quasi nazionalistico nel corso della libertà dorata, oltre che portare avanti il processo di polonizzazione di alcuni aristocratici baltici.[164][165]

Nella sua prima forma idealistica, il sarmatismo rappresentava un movimento culturale positivo, in quanto non reprimeva le fedi religiose diverse dal cattolicesimo e lodava valori quali l'onestà, l'orgoglio nazionale, il coraggio, l'uguaglianza e la libertà. Col tempo, tuttavia, questo concetto subì una distorsione e negli ultimi decenni di esistenza della Confederazione l'insieme di credenze si trasformò in fanatismo: l'onestà si trasformò in ingenuità politica, l'orgoglio in arroganza, il coraggio in testardaggine e la libertà in anarchia.[166] Le colpe del sarmatismo furono accusate della fine del Paese dalla fine del XVIII secolo in poi. La critica, spesso unilaterale ed esagerata, fu usata dai riformisti polacchi per spingere a cambiamenti radicali. Nel momento in cui si diffuse questa ventata di autocritiche, gli storici tedeschi, russi e austriaci si affrettarono a dimostrare che la Polonia stessa fu la principale causa della sua caduta.[166][167]

A livello linguistico, invalse l'abitudine di mescolare i due vocabolari degli idiomi più parlati nelle alte sfere, con il risultato che ne nacque una forma di latino maccheronico con reminiscenze polacche nelle conversazioni quotidiane.[168]

Orientamento religiosoModifica

 
Un nobiluomo polacco, olio su tela di Rembrandt del 1637

Prima della Riforma protestante, la nobiltà polacca abbracciava il cattolicesimo o la fede ortodossa, con un piccolo gruppo di musulmani, specie di origine tatara (ad esempio Haroun Tazieff).[169] Molte famiglie, tuttavia, aderirono al luteranesimo e, più tardi, anche al calvinismo.[170][171] Jan Łaski o "Johannes Alasco" (1499-1560) era un chierico, il cui zio, l'omonimo Jan Łaski (1456-1531) era Gran cancelliere della Corona, arcivescovo di Gniezno e primate della Polonia. Proprio suo nipote fu uno dei primi convertiti al calvinismo e contribuì a implementare (c. 1543–1555) la Riforma in Inghilterra, dove venne conosciuto come "John Laski".

Dopo la Controriforma, la Chiesa cattolica romana riprese il sopravvento in Polonia e la nobiltà si riconvertì quasi tutta. Circa il 45% della popolazione era cattolica romana o affiliata a parrocchie protestanti, il 36% greaco-cattolica, il 4% ortodossa, di cui alcuni erano membri della Chiesa apostolica armena o della cattolica armena e della Chiesa ortodossa georgiana.[172]

Elenco parziale delle famiglie szlachtaModifica

Il numero di nobili andò crescendo nel corso dei secoli: intorno al 1550, il ceto più elevato era composto da almeno 500.000 persone (circa 25.000 famiglie) e salì forse a un milione nel 1795.[146][147] Di seguito viene riportato un elenco parziale di alcune discendenze legate alla szlachta.[nota 3]

# Nome Stemma Provenienza
1 Baczewski Leopoli
2 Bogoriowie Piccola Polonia
3 Branicki Ducato di Cracovia
4 Czartoryski Volinia
5 Duninowie Bassa Slesia
6 Gryfici Piccola Polonia
7 Jastrzębiec Grande Polonia
8 Koła Rutenia Rossa
9 Koniecpolski Slesia polacca
10 Konotopski Rutenia
11 Kurowie Masovia
12 Łaski Łask
13 Leszczynski Grande Polonia
14 Mniszech Slesia
15 Myszkowscy Slesia polacca
16 Odrowąż Moravia
17 Ogiński Smolensk
18 Ossoliński Piccola Polonia
19 Ostoja Pomerania?
20 Poniatowski Voivodato di Lublino
21 Potocki Santacroce o Cracovia
22 Radziwiłł Dzūkija
23 Ravič Boemia
24 Sanguszko Lituania/Rutenia
25 Sapieha Lituania/Rutenia
26 Sobieski Ucraina settentrionale?
27 Svyatopolk-Mirsky Bielorussia nordoccidentale
28 Tarnowski Piccola Polonia
29 Umiastowski Masovia
30 Wielopolski Piccola Polonia
31 Wiśniowiecki Rutenia
32 Zamoyski Zamość

Galleria d'immaginiModifica

Note al testoModifica

  1. ^ Il dibattito è stato molto intenso. Secondo Newman, benché szlachta sia generalmente tradotto come "nobiltà ereditaria", "nobiltà terriera" è più preciso. Molti dei suoi membri erano infatti poco più che contadini liberi, i quali possedevano solo un piccolo appezzamento terriero (Newman, p. 22). Sysin fa invece leva sul fatto che l'assunzione dei titoli nobiliari ne comportava la trasmissibilità anche in capo agli eredi, ragion per cui sarebbe riduttivo considerare l'aristocrazia locale solo come terriera (Sysin, p. XII). Kamen sostiene che a creare confusione sia la volontà di tentare di dare una definizione unitaria a un gruppo eterogeneo dal punto di vista economico (Kamen), p. 157.
  2. ^ Volendo fare un esempio concreto, si tenga presente "Jakub: Radwan Żądło-Dąbrowski", dove Jakub è il praenomen, Radwan il nomen e Dąbrowski il cognomen. Żądło costituisce invece un agnomen: Boniecki.
  3. ^ Per elenchi più completi, si vedano la lista delle casate principesche della Lituania e della Polonia, quella degli esponenti celebri della szlachta, quella dei nobili con il titolo di conte e quella dei nobili con il titolo di barone.

Note bibliograficheModifica

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  5. ^ a b c d e f g (EN) Richard Holt Hutton e Walter Bagehot, The Races of the Old World, in National Review, Londra, Robson and Levey, gennaio 1864, pp. 484.
    «Queste osservazioni esprimono esattamente l'opinione che nutriamo riguardo alla popolazione della Polonia. Vi troviamo infatti un'aristocrazia di eguali che poggia su una base di servitù della gleba, una casta superiore che percepisce le rendite della terra, monopolizza il governo e compone l'esercito del paese, e che, nel corso di lunghi secoli, ha impartito molto del proprio spirito e delle proprie idee e, con la licenza di un'aristocrazia allegra, anche non poco del proprio sangue, alla popolazione subordinata».
  6. ^ a b c d e (EN) M. Ross, A History of Poland, from Its Foundation as a State to the Present Time, Newcastle upon Tyne, Pattison and Ross, 1835, p. 51.
  7. ^ a b c d e f g h i j (EN) Paweł Skwarczyński, The Problem of Feudalism in Poland up to the Beginning of the 16th Century, in The Slavonic and East European Review, vol. 34, n. 83, Modern Humanities Research Association, giugno 1956, p. 299.
    «Poiché i cavalieri possedevano le loro terre, non c'era spazio né bisogno di intermediari tra loro e il re. Erano tutti uguali davanti a quest'ultimo, in quanto non erani funzionari subordinati a esso né il monarca era, di conseguenza, loro padrone. Il legame con il re non era di tipo feudale, cioè basato su un rapporto di vassallaggio, ma risultava regolato dal diritto pubblico. [...] Dalla circostanza che i cavalieri fossero uguali davanti al re si sviluppò la teoria dell'uguaglianza, più tardi divenuta uno dei leitmotiv della costituzione».
  8. ^ a b c d e Zamoyski, p. 24.
    «La società polacca si era evoluta da strutture tribali: l'introduzione del cristianesimo e tutto ciò che ne conseguiva non alterò il meccanismo in modo significativo. Un sistema feudale vero e proprio come quello che regolava la società in tutta Europa non fu mai introdotto in Polonia»
    .
  9. ^ a b c d e f (EN) Kai Struve, Citizenship and National Identity: the Peasants of Galicia during the 19th Century (PDF), Flemingsberg, Università di Södertörn, 2008, pp. 76-78, ISBN 978-91-85139-11-8.
  10. ^ a b Davies, p. 207.
  11. ^ a b c d (EN) Paweł Skwarczyński, The Problem of Feudalism in Poland up to the Beginning of the 16th Century, in The Slavonic and East European Review, vol. 34, n. 83, Modern Humanities Research Association, giugno 1956, p. 298.
    «La resistenza alla politica reale fu comunque così forte che la maggior parte delle terre fu tenuta dai cavalieri come allodiale e non come proprietà feudale, circostanza in netto contrasto con le condizioni presenti in altre regioni d'Europa».
  12. ^ (EN) Michał Rzeczycki, Different than all others (part 1): the political system of the Polish-Lithuanian Commonwealth against the background of Europe, su polishhistory.pl, traduzione di Nicholas Siekierski. URL consultato il 12 maggio 2021.
    «La Confederazione si contraddistingueva per l'assenza di una rigida gerarchia feudale».
  13. ^ a b c Davies, p. 211.
  14. ^ a b Marina Ciccarini, Ultimi roghi. Fede e tolleranza alla fine del Seicento, Armando Editore, 2008, pp. 35-36, ISBN 978-88-60-81436-4.
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  17. ^ a b c (EN) Roman Dmowski, Russian Realities and Problems, Cambridge, Cambridge University Press, 1917, p. 116.
    «In passato la nobiltà in Polonia costituiva la nazione stessa. Questa governava il paese senza concorrenza da parte di nessun altro ceto, in quanto quello medio era piccolo per numero e ricchezza, mentre i contadini erano servi».
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    «La stessa logica bizzarra fu applicata all'intellighenzia polacca, che guidò il movimento di resistenza polacco. Per i nazisti, questi leader erano in gran parte nordici, circostanza che permetteva loro "di contrastare attivamente i fatalisti elementi slavi". L'implicazione era ovvia: se l'élite polacca fosse stata ri-germanizzata, allora alla massa del popolo polacco sarebbe stata negata una classe dirigente dinamica».
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    «La popolazione è composta da contadini liberi e da schiavi. Al di sopra di essi vi è una classe di guerrieri, molto numerosa, di cui il sovrano sceglie i suoi funzionari».
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