Repubblica di Venezia

antica repubblica marinara italiana (697-1797)
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Repubblica di Venezia
Repubblica di Venezia – BandieraRepubblica di Venezia - Stemma
(dettagli)(dettagli)
Motto:
Viva San Marco!
Republic of Venice 1789.svg
La Repubblica di Venezia nel 1789, alla vigilia della Rivoluzione francese
Dati amministrativi
Nome completoSerenissima Repubblica di Venezia
Nome ufficialeSerenissima Repubblica di Venezia
nomi precedenti
Lingue ufficialide facto: latino, veneto, italiano
Lingue parlateDogado e Stato da Tera: veneto, lombardo orientale, ladino e friulano
Stato da Mar: greco, albanese e le lingue slave meridionali
CapitaleVenezia
Altre capitali
Politica
Forma di governo
Dogeda Paoluccio Anafesto (primo)
a Ludovico Manin (ultimo): elenco
Organi deliberativiMinor Consiglio
Senato
Maggior Consiglio
Nascita697 con Paoluccio Anafesto
CausaElezione popolare del doge della Venetia maritima
Fine15 maggio 1797 con Ludovico Manin
CausaCaduta della Repubblica di Venezia
Territorio e popolazione
Bacino geograficoItalia settentrionale, Istria, Dalmazia, Albania, Isole egee
Territorio originaleDogado
Massima estensione65790 km² nel 1700
Popolazione2 844 212 nel 1789[1]
Economia
ValutaGrosso veneziano (XII-XV secolo)
Zecchino (XIII-XVIII secolo)
altre monete
Risorsesale
Produzionigrano, vino, vetro, indumenti
Commerci conImpero Bizantino, Sacro Romano Impero, Impero ottomano, Stati Italiani
Esportazionisale, spezie, vetro, indumenti
Importazioniolio, spezie, tessuti
Religione e società
Religioni preminenticattolicesimo
Religione di Statocattolicesimo
Religioni minoritarieortodossia ed ebraismo
Classi socialipatrizi e cittadini
États Italie Trente Brixen 1702.jpg
Evoluzione storica
Preceduto daFlag of the Greek Orthodox Church.svg Venetia maritima
(dipendente dall'Impero bizantino)
Succeduto daAustria Impero austriaco
Flag of the Repubblica Cisalpina.svg Repubblica Cisalpina
Francia Isole Ionie francesi
Ora parte diAlbania Albania
Bosnia ed Erzegovina Bosnia ed Erzegovina
Cipro Cipro
Croazia Croazia
Grecia Grecia
Italia Italia
Montenegro Montenegro
Slovenia Slovenia
Turchia Turchia

«Venezia, unico albergo a dì nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio de' buoni […] città ricca d'oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra solidi marmi fondata, ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile»

(Francesco Petrarca, Epistole, Seniles, Lettera a Pietro da Bologna 4 giugno 1364[2])

La Repubblica di Venezia, a partire dal XVII secolo Serenissima Repubblica di Venezia, è stata una repubblica marinara con capitale Venezia[3]. Fondata secondo la tradizione nel 697 da Paoluccio Anafesto, nel corso dei suoi millecento anni di storia si affermò come una delle maggiori potenze commerciali e navali europee.

Inizialmente estesa nell'area del Dogado (territorio attualmente assimilabile alla città metropolitana di Venezia) nel corso della sua storia annesse gran parte dell'Italia nord-orientale, l'Istria, la Dalmazia, le coste dell'attuale Montenegro e dell'Albania oltre a numerose isole del Mare Adriatico e dello Ionio orientale. Al massimo della sua espansione, tra il XIII e il XVI secolo, governava anche il Peloponneso, Creta e Cipro, la gran parte delle isole greche, oltre a diverse città e porti del Mediterraneo orientale.

Le isole della laguna di Venezia nel VII secolo, dopo aver conosciuto un periodo si sostanziale aumento della popolazione, si organizzarono nella Venezia marittima, un ducato bizantino dipendente dall'esarca di Ravenna. Con la caduta dell'esarcato e l'indebolimento del potere bizantino sorse il Ducato di Venezia, guidato da un doge e stabilito sull'isola di Rialto, divenne prospero grazie al commercio marittimo con l'Impero Bizantino e con gli altri stati orientali. Al fine si salvaguardare le rotte commerciali tra il IX e l'XI secolo il Ducato condusse diverse guerre che gli assicurarono il completo dominio sull'Adriatico. Grazie alla partecipazione alle crociate la penetrazione nei mercati orientali si fece sempre più forte e fra il XII e il XIII secolo Venezia riuscì ad estendere il suo potere in numerosi empori e scali commerciali orientali. La supremazia sul Mar Mediterraneo condusse la Repubblica allo scontro con Genova che perdurò fino al XIV secolo, quando, dopo esserne uscita vincitrice, Venezia cominciò l'espansione in terraferma.

L'espansione veneziana però portò alla coalizzazione della monarchia asburgica, della Spagna e della Francia nella Lega di Cambrai che nel 1509 sconfisse la Repubblica di Venezia nella battaglia di Agnadello. Pur mantenendo la gran parte dei suoi possedimenti di terraferma, Venezia ne uscì sconfitta e il tentativo di espandere i domini orientali causò una lunga serie di guerre con l'Impero Ottomano che si concluse solo nel XVIII secolo con la Pace di Passarowitz del 1718, e che causò la perdita di tutti i possedimenti nell'Egeo. Seppur ancora fiorente centro culturale la potenza veneziana fu definitivamente sconfitta da Napoleone che pose fine alla Repubblica di Venezia nel 1797 con la ratifica del Trattato di Campoformio.

Nel corso della sua storia la Repubblica di Venezia si contraddistinse per il suo ordinamento politico. Ereditato dalle precedenti strutture amministrative bizantine aveva come capo della Stato la figura del doge, carica che divenne elettiva dalla fine del IX secolo. Oltre al doge l'amministrazione della Repubblica era diretta da diverse assemblee: il Maggior Consiglio, con funzioni legislative, cui fu affiancato il Minor Consiglio, la Quarantia e il Consiglio dei Dieci competenti in materia giudiziaria e il Senato[4].

Origine ed evoluzione del nomeModifica

La Repubblica di Venezia nel corso della sua storia assunse diversi nomi. Ai suoi albori, durante l'VIII secolo, quando la sudditanza di Venezia all'Impero bizantino era esplicita, il doge veniva chiamato Dux Venetiarum Provinciae[5]. La Serenissima acquisì de facto l'indipendenza nell'840 in seguito alla firma del Pactum Lotharii; in questo accordo commerciale stipulato tra Venezia e il Sacro Romano Impero, il doge fu definito Dux Veneticorum, capo dei Veneti, e lo Stato da lui amministrato assunse il nome di Ducato di Venezia (in latino: Ducatum Venetiae)[6][7][8]. A partire dal 1109, in seguito alla conquista della Dalmazia e della Croazia, il doge divenne formalmente Venetiae Dalmatiae atque Chroatiae Dux[9][10]. Questo nome continuò ad essere utilizzato fino al XVIII secolo, epoca in cui il doge divenne "serenissimo"[11], anche se già tra il X e il XII secolo il doge era detto "gloriosissimo"[12][13], epoca in cui, tra l'altro, era ancora considerato alla stregua di un re, pur se eletto dall'Arengo[14]. A partire dal XV secolo i documenti in latino furono affiancati dalla lingua veneta e, nell'epoca delle signorie, anche il Ducato di Venezia si trasformò nella Signoria di Venezia (in veneto: Signoria de Venexia), come nel trattato di pace del 1453 con Maometto II dove viene nominata, per esteso, l'lIlustrissima et Excellentissima deta Signoria de Venexia[15].

Nel corso del XVII secolo l'assolutismo monarchico si affermò in molti Paesi dell'Europa continentale mutando in modo radicale il panorama politico europeo. Questo cambiamento permise di determinare in modo più marcato le differenze tra le monarchie e le repubbliche: mentre le prime avevano economie normate da leggi severe e dominate dall'agricoltura, le seconde vivevano grazie agli affari commerciali e alla libera concorrenza; inoltre le monarchie, oltre ad essere guidate da un'unica famiglia regnante, erano più propense alla guerra e all'uniformità religiosa[16]. Essendo queste differenze così evidenti si iniziò a specificare anche nei documenti ufficiali se una nazione era un repubblica; assunsero così questa titolazione, ad esempio, la Repubblica di Genova o la Repubblica delle Sette Province Unite, di conseguenza anche la Signoria di Venezia divenne in questo secolo la Serenissima Repubblica di Venezia[17][18][19][20], e così il doge, come la Repubblica da lui guidata, nel XVII secolo assunse l'appellativo di "Vostra Serenità"[21]. Nel corso dei secoli poi, oltre a mutare il suo nome in Repubblica di Venezia, assunse altre denominazioni come Stato Veneto[22][23] o Repubblica Veneta[24].

StoriaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Repubblica di Venezia.

Il Ducato di VeneziaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Venezia marittima.

Il Ducato di Venezia nacque nel IX secolo dai territori bizantini della Venetia maritima dipendenti dall'Esarcato di Ravenna, la tradizione però vuole che il primo doge, Paulicio Anafesto, fosse stato eletto nel 697 dai veneziani[25], tuttavia questa ipotesi è improbabile ed è invece possibile che Paulicio fosse in realtà l'esarca di Ravenna Paolo, anche lui assassinato a seguito di una rivolta nel 727. Nel 726 l'estensione all'Italia dei provvedimenti iconoclasti dell'imperatore Leone III provocò la reazione di papa Gregorio II e il diffondersi di rivolte in tutti i territori bizantini che iniziarono a nominare dei propri dux, tra questi anche la Venetia nominò come suo doge Orso che però dopo una decina d'anni fu deposto a seguito di una rivolta popolare. A seguito della morte del doge tra il 737 e il 741 i bizantini riportarono il governo della provincia nelle mani di magistrati elettivi annuali, i magistri militum. Il regime dei magistri militium durò fino al 742 quando l'imperatore concesse la nomina del dux al popolo, che elesse il figlio del doge precedente Teodato il quale come prima azione traslò la capitale da Heraclia a Metamauco[26].

La definitiva perdita bizantina di Ravenna, nel 751, e la conquista del regno longobardo da parte dei Franchi di Carlo Magno nel 774, con la successiva creazione del Sacro Romano Impero nella notte di Natale dell'800, mutarono definitivamente il contesto circondante il Ducato di Venezia. Franchi e Bizantini se ne contesero il dominio, mentre all'interno ci si divise tra il partito filofranco, capeggiato dalla città di Equilium, e quello filobizantino, con roccaforte ad Heraclia: nell'805 l'aperto conflitto esploso tra i due centri spinse il doge Obelerio a raderli al suolo e deportarne la popolazione a Metamauco. Messa così a tacere ogni opposizione, il doge si risolse nell'806 a porre il ducato sotto la protezione di Carlo Magno, ma un blocco navale bizantino lo convinse a rinnovare la propria fedeltà all'Imperatore d'Oriente. A seguito delle aggressioni dei bizantini sui venetici, nell'810 l'esercito franco comandato da Pipino invase la Venetia, costringendo la popolazione a rifugiarsi nelle isole interne della laguna, presso la città di Rivoalto. Con il sopraggiungere della flotta bizantina e per via della rivolta dei venetici contro i franchi, Pipino fu costretto ad abbandonare la Venetia. A seguito di ciò Obelerio fu sostituito il nobile filobizantino Agnello Partecipazio che nell'812 trasferì definitivamente la capitale a Rivoalto, decretando così l'effettiva nascita di Venezia[27].

Il consolidamento e la ConcioModifica

Con la sua elezione Agnello Partecipazio tentò di rendere ereditaria la carica ducale tramite l'adozione del sistema di associazione al trono di un erede co-Dux, si diede così inizio alla successione ereditaria del dogato che però passò solamente per i suoi due figli: Giustiniano e Giovanni[28]. Dopo la deposizione di Giovanni, per via della sua inadeguatezza a contrastare i pirati dalmati Narentani, fu eletto Pietro Tradonico il quale diede il via a un lungo processo di distaccamento dall'Impero Bizantino con la promulgazione, senza il consenso dell'Impero, del Pactum Lotharii, un trattato commerciale con il Sacro Romano Impero[29]. A seguito di una congiura e dell'uccisione del doge Pietro, nel'864 Orso I Partecipazio continuò la lotta contro la pirateria riuscendo a proteggere il Dogado dagli attacchi dei turchi e del patriarca di Aquileia. Con la morte di Orso riprese la dinastia dei Partecipazio guidata dal primogenito Giovanni II, che dopo aver conquistato Comacchio, rivale di Venezia per il commercio del sale, decise di abdicare in favore di suo fratello, all'epoca patriarca di Grado, il quale però rifiutò. A seguito di questa situazione, non essendoci un erede il popolo elesse per acclamazione Pietro I Candiano, evento che diede così il via all'elezione diretta del doge[30].

Furono così eletti attraverso l'assemblea popolare, detta Concio, diversi dogi fino a Pietro III Candiano che nel 958 propose l'elezione a co-Dux e quindi a suo successore il figlio Pietro IV, tra lo sdegno generale. Pietro IV per via dei suoi possedimenti fondiari e della sua vicinanza politica al Regno d'Italia e al Sacro Romano Impero tentò di instaurare un vero e proprio governo feudale a Venezia. A seguito di questo tentativo di instaurazione di una dinastia feudale la popolazione si ribellò provocando un incendio che distrusse buona parte della città e uccidendo il doge nel 976[31]. In seguito a questi avvenimenti le famiglie patrizie veneziane ottennero sempre più potere e influenza sul doge, e l'ordine fu ristabilito con l'elezione di Pietro II Orseolo[32].

I contrasti con l'Impero Bizantino ed i privilegi commercialiModifica

 
Mappa della Repubblica di Venezia intorno al 1000.

Nel basso medioevo, Venezia si arricchì grazie al controllo dei commerci con il Levante, e iniziò la sua fase di espansione nel Mar Mediterraneo. L'espansione commerciale veneziana riprese vigorosamente con l'elezione di Pietro II Orseolo che ristabilì i privilegi commerciali con il Sacro Romano Impero e l'Impero Bizantino e condusse una guerra contro i pirati slavi Narentani che da oltre un secolo opprimevano con le loro incursioni le coste veneziane. Nell'anno 1000 ricevette la sottomissione delle città costiere istriane e dalmate e il successivo riconoscimento da parte dell'imperatore bizantino del titolo di duca della Venezia e della Dalmazia[33].

Nel 1071, dopo la morte del doge Domenico Contarini, la lotta per le investiture tra Gregorio VII ed Enrico IV era già in atto, ma Venezia, rimanendo fedele alla sua politica di equilibrio tra le grandi potenze, non parteggiò né per il pontefice, né per l'imperatore. Nel sud dell'Italia i Normanni, guidati dagli Altavilla, erano diventati i veri protagonisti, dapprima i Veneziani avevano allacciato buoni rapporti con questa popolazione, ma quando essi cominciarono ad intervenire nell'Adriatico nel 1081 avvenne la rottura. L'occupazione normanna di Durazzo e di Corfù indusse i Veneziani all'azione armata[34]. La guerra durò più di due anni e le operazioni navali e terrestri non furono favorevoli agli alleati veneto-bizantini. Quando il normanno Roberto il Guiscardo morì, il suo esercito abbandonò le posizioni raggiunte per ritornare in Puglia. Con la sconfitta dei normanni, Venezia riuscì ad ottenere da Costantinopoli nel maggio del 1082 la Crisobolla, letteralmente "Bolla d'oro". Si trattava di un accordo commerciale con cui l'Imperatore d'Oriente concedeva ai suoi mercanti ampi privilegi ed esenzioni in tutto l'Impero bizantino: questa iniziale concessione fu poi più volte ampliata ed affiancata da altri atti con cui gli imperatori via via premiarono e poi pagarono il sostegno navale dei veneziani[35].

I privilegi concessi a Venezia furono contestati dall'imperatore Giovanni II che decise di non rinnovare la bolla d'oro, e a seguito di ciò nel 1122 scoppiò la guerra tra Venezia e Bisanzio. La guerra terminò nel 1126 con la vittoria di Venezia che obbligò l'imperatore a concedere condizioni ancora migliori di quelle precedenti, diventando così sempre più dipendente dal commercio e dalla protezione veneziana[36]. La potenza della Repubblica aveva ormai trasformato il Mare Adriatico nel "Golfo di Venezia" e di conseguenza l'impero per cercare di smorzare la forza veneziana decise di dare un consistente appoggio commerciale alle repubbliche marinare di Ancona, Genova e Pisa avvelenando ancor di più i rapporti con Venezia. Nel 1171 dopo che l'imperatore decise di cacciare i mercanti veneziani da Costantinopoli scoppiò una nuova guerra che si risolse nel 1177 con il ripristino dello status quo veneziano[37]. Sulla finire del XII secolo la potenza commerciale di Venezia si estendeva in tutto l'oriente, i suoi traffici commerciali si fondavano sul sistema delle mude e ed erano garantiti dalle enormi ricchezze accumulate dai mercanti veneziani[38].

L'espansione nell'AdriaticoModifica

 
Possedimenti veneziani nell'Egeo alla metà del XV secolo.

Come nel resto d'Italia anche Venezia a partire dal XII secolo subì le trasformazioni che portarono all'età dei comuni. In questo secolo il potere del doge iniziò a diminuire: inizialmente affiancato solo da alcuni giudici, nel 1130 si decise di affiancare al suo potere il Consilium Sapientium, quello che poi diventerà il Maggior Consiglio. Nello stesso periodo, oltre all'estromissione del clero dalla vita pubblica, furono istituite nuove assemblee come la Quarantia e il Minor consiglio e nel suo discorso di insediamento il doge fu costretto a dichiarare fedeltà alla Repubblica con la promissione ducale[39][40]; iniziò così a prendere forma il Commune Veneciarum, cioè l'insieme di tutte le assemblee atte a regolare il potere del doge[41].

Questo fu anche il secolo delle crociate alle quali però Venezia non partecipò per via dei suoi interessi commerciali in oriente. Solamente nel 1202, sotto la guida di Enrico Dandolo, Venezia prese parte alla quarta crociata che fu fondamentale per porre fine alla guerra di Zara, conclusasi definitivamente nel 1203 a seguito della presa della città[42]. Una volta riconquistata la Dalmazia la flotta crociata veneziana proseguì verso Costantinopoli, che nel 1204 fu assediata e saccheggiata[43]. La crociata pose temporaneamente fine all'impero Bizantino e originò l'Impero Latino d'Oriente, che assumeva le forme istituzionali caratteristiche della feudalità occidentale. I territori dell'Impero bizantino furono spartiti in quattro tra Baldovino I di Costantinopoli, a capo dell'Impero Latino, Bonifacio I del Monferrato, i principi e i baroni franchi ed Enrico Dandolo, doge della Serenissima. Venezia guadagnò molti territori nel Mar Egeo, tra cui le isole di Candia, l'attuale Creta, ed Eubea, e numerosi porti e piazzeforti nel Peloponneso, oltre ad una posizione di assoluta preminenza nell'effimero Impero Latino creato dai crociati, dove venne riservato al doge veneziano il titolo di "Signore di un quarto e mezzo dell'Impero Romano d'Oriente", che comportava anche la facoltà di nominare il Patriarca latino di Costantinopoli e di avere un proprio rappresentante a Costantinopoli[44]. A causa delle continue rivolte della popolazione, la conquista di Candia impegnò intensamente la Repubblica fino al 1237[45].

Nel frattempo le frizioni tra Venezia e Genova aumentarono tanto che nel 1255, a seguito di un attacco genovese alle navi veneziane, iniziò la guerra di San Saba che aveva come obiettivo riaffermare il predominio veneziano nei mercati levantini. Il 24 giugno 1258, in seguito alla battaglia di Acri che vide venezia vittoriosa, genova perse parte della sua influenza nei mercati orientali, ma la guerra non era ancora terminata. Nel 1261 L'Impero di Nicea con l'aiuto di Genova riuscì a smantellare l'Impero Latino ristabilendo l'Impero Bizantino che questa volta era protetto dai genovesi. Per ristabilire il dominio sull'Egeo, Venezia mosse guerra a Genova e, dopo una lunga serie di battaglie, nel 1270 la guerra finì con la pace di Cremona[46]. Le guerre con le repubbliche marinare ripresero poco dopo: nel 1281 Venezia sconfisse la Repubblica di Ancona e nel 1293 scoppiò una nuova guerra tra Genova, Venezia e Bisanzio, vinta da Genova e conclusasi nel 1299[47].

Nel corso della guerra con Genova a Venezia furono attuate diverse riforme amministrative, si istituirono nuove assemblee come il Senato e il potere delle assemblee popolari si ridusse notevolmente e nel Maggior Consiglio il potere iniziò a concentrarsi nelle mani di una decina di famiglie. Al fine di scongiurare la nascita di una signoria si decise di aumentare il numero dei membri del Maggior Consiglio e di lasciare invariato il numero delle famiglie in modo da riequilibrare l'influenza delle varie casate e fu così che nel 1297 avvenne la Serrata del Maggior Consiglio[48]. In seguito al provvedimento, il potere di alcune delle case vecchie diminuì e con il pretesto della sconfitta nella guerra di Ferrara nel 1310 organizzarono una congiura contro il doge al fine di instaurare una signoria[49]. Fallito il colpo di stato, si istituì il Consiglio dei Dieci che aveva lo scopo di reprimere qualunque minaccia alla sicurezza dello Stato[50].

L'espansione dei domini di Cangrande I della Scala causò gravi perdite economiche al commercio veneziano nell'entroterra e al fine di evitare una guerra, nel 1336 Venezia diede vita alla lega antiscaligera. La forza della lega spinse nel 1339 i della Scala a siglare un accordo in cui si impegnavano a non interferire nei commerci veneziani e a consegnare l'intera marca trevisana a Venezia, che per la prima volta estese il suo dominio nell'entroterra[51]. La Repubblica iniziò l'espansione anche in molte altre isole e territori dell'Adriatico e del Mar Mediterraneo e riuscì a mantenere il controllo di Creta[52]. Nel 1345 Zara e le coste dalmate furono messe sotto assedio dal Regno di Ungheria che con la pace di Zara del 1358 obbligò Venezia a cedere i suoi domini in Dalmazia[53].

L'espansione genovese in oriente fece riaffiorare la rivalità tra le due repubbliche marinare, che nel 1378 si affrontarono nella guerra di Chioggia. Inizialmente i Genovesi riuscirono a conquistare Chioggia e vaste zone della laguna di Venezia, ma alla fine furono i Veneziani ad avere la meglio; la guerra si concluse definitivamente con la pace di Torino dell'8 agosto 1381 e sancì l'uscita dei genovesi dalla competizione con i veneziani per il dominio sul Mediterraneo[54].

Tra il 1409 e il 1444, infine, Venezia riacquisì il dominio sulla Dalmazia Veneta, grazie ai trattati stipulati con i sovrani ungheresi.

L'espansione nei Domini di Terraferma e nel MediterraneoModifica

 
La massima espansione dei domini veneziani di Terraferma, agli inizi del Cinquecento: Venezia approfittò delle Guerre d'Italia, cioè le guerre che contrapponevano Francia e Spagna per il predominio sulla penisola (in special modo erano contese Milano e Napoli), per espandersi ulteriormente in Terraferma (conquiste di Cremona, dei porti sul litorale romagnolo, tra cui Ravenna, dei porti pugliesi), finché non venne fermata con la battaglia di Agnadello del 1509

Per secoli la repubblica è stata primariamente uno stato composto di isole e fasce costiere, che costituivano il cosiddetto Stato da Mar. Solo limitate inclusioni di aree del retroterra lagunare erano state effettuate per costituire capisaldi difensivi contro l'espansione di città come Padova e Treviso. All'inizio del XV secolo, i veneziani iniziarono tuttavia ad espandersi notevolmente anche nell'entroterra, in risposta alla minacciosa espansione di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano dal 1395.

Nel 1410, Venezia aveva già conquistato gran parte dell'odierna regione italiana del Veneto, comprese importanti città come Verona e Padova, e dieci anni più tardi assoggettava il Friuli. La repubblica arrivò a comprendere il territorio di quella che era stata la X regione augustea della penisola italica (Venetia et Histria). Nel 1426 e 1428 divennero veneziane pure le città oggi lombarde di Brescia e Bergamo con i relativi contadi. Un ruolo importante in queste campagne militari lo giocò il condottiero Bartolomeo Colleoni.

Nel 1449 si aggiunse Crema approfittando della guerra intestina meneghina che aveva generato l'effimera Repubblica Ambrosiana.

Nel 1489 fu annessa l'isola di Cipro, precedentemente uno stato crociato, ceduto dalla sua ultima sovrana, la veneziana Caterina Cornaro (in ven. "Cornèr"). Nel 1495 Venezia riuscì ad espellere Carlo VIII dall'Italia grazie alla battaglia di Fornovo, respingendo il primo di una serie di assalti francesi. Temporaneamente ad inizio del XVI secolo furono venete pure Cremona, Forlì, Cesena, Monopoli, Bari, Barletta, Trani ecc.

Con tale espansione i veneziani entrarono però in conflitto con lo Stato Pontificio per il controllo della Romagna. Questo portò nel 1508 alla formazione della Lega di Cambrai contro Venezia, nella quale il Papa, il Re di Francia, l'Imperatore del Sacro Romano Impero e il Re d'Aragona si unirono per distruggere Venezia. Anche se nel 1509 i francesi furono vittoriosi nella Battaglia di Agnadello, le armate della lega dovettero arrestarsi ai margini della laguna: la coalizione si ruppe ben presto, e Venezia si ritrovò salva senza aver subito gravi perdite territoriali; la flotta fu però quasi completamente distrutta nella battaglia di Polesella alla fine di quell'anno, sotto il fuoco dell'artiglieria degli Estensi[55].

La repubblica dovette rinunciare ad esercitare la propria pressione politica sul piccolo ducato ma i confini rimasero assestati su quelli segnati alla fine della Guerra del Sale nel 1484. Il conflitto si protrasse sino al 1516, quando Venezia, passata all'alleanza con la Francia, sconfisse le forze della Lega Santa, riprendendo il pieno possesso della Terraferma. Col Trattato di Noyon (1516) la serenissima perse l'alta valle del fiume Isonzo (Gastaldia di Tolmino con Plezzo ed Idria) a favore della Contea di Gorizia e Gradisca, ma manteneva Monfalcone[56].

Il XVII ed il XVIII e lo scontro con l'Impero OttomanoModifica

 
I domini di Venezia nel XVI secolo, alla loro massima estensione

Dall'inizio del XV secolo un altro pericolo minacciava la repubblica: l'espansione dell'Impero ottomano nei Balcani e nel Mediterraneo orientale. Nel secolo XVI il successore di Solimano sul trono ottomano, Selim II, riprese le ostilità nei confronti dei superstiti domini veneziani nell'oriente attaccando l'isola di Cipro, che cadde dopo una lunga ed eroica resistenza. Venezia reagì inviando una flotta nell'Egeo e allacciando rapporti con Pio V allo scopo di creare una Lega santa per sostenere lo sforzo bellico della Serenissima.

Essa, formatasi il 25 maggio del 1571, vedeva riunite le forze di Venezia, Spagna, Papato e Impero, sotto il comando di Don Giovanni d'Austria, fratello di Filippo II di Spagna. Le duecentotrentasei navi cristiane riunitesi nel golfo di Lepanto si scontrarono con le duecentottantadue navi turche comandate da Capudan Alì Pascià. Era il 7 ottobre del 1571 e la Battaglia di Lepanto, combattuta da mezzogiorno al tramonto, si risolse con la vittoria della Lega santa. Nonostante la vittoria di Lepanto, di fronte alla scarsa volontà di Filippo II di continuare ad aiutare la repubblica e alle esauste casse dello stato, prosciugate dal conflitto e dalla crisi dei commerci, Venezia fu costretta a firmare un trattato di pace e a cedere agli Ottomani l'isola di Cipro ed altri possedimenti sulle coste della Morea. Quel trattato iniziava la decadenza militare e marittima della serenissima.

Nel XVII secolo, dopo un lungo conflitto (1645-1669), venne persa anche Candia, dopo un assedio durato circa 24 anni. Venezia riuscì tuttavia a riconquistare ancora nel 168-87 l'intera Morea (l'odierno Peloponneso), grazie all'abilità del suo ultimo grande condottiero, Francesco Morosini in seguito alla pace di Carlowitz del 1699; la Morea fu però presto riconquistata dall'Impero ottomano nel 1718, a causa anche dello scarso appoggio delle popolazioni greche, che non vedevano di buon occhio i veneziani.

Con la Pace di Passarowitz del 1718, Venezia dovette cedere ai Turchi le ultime piazzeforti che ancora possedeva presso Candia e rinunciare alla Morea (l'antico possedimento del Peloponneso, perso con le campagne del 1715), ma poté conservare le Isole Ionie ed estendere i propri domini in Dalmazia.

Nel XVIII secolo la repubblica, persa progressivamente la propria potenza, si adagiò nel perseguire una politica di conservazione e neutralità. A questo si accompagnava un sempre più ridotto dinamismo del ceto politico, sempre più legato ai crescenti interessi fondiari in terraferma del patriziato veneziano. Questo, poi, subì una sempre più massiccia immissione di nuove famiglie nel corpo aristocratico, volto a sostenere l'economia dello Stato (grazie al ricco pagamento fornito dai nuovi nobili all'atto dell'iscrizione al libro d'oro del patriziato) e a rinsaldare i legami coi ceti dirigenti della terraferma.

Tuttavia in questo periodo la Serenisima – anche se ormai politicamente sulla via del tramonto – brillava ancora dal punto di vista del profilo culturale, basti ricordare al riguardo i nomi di Vivaldi nella musica, Goldoni nella letteratura e Tiepolo ed il Canaletto nella pittura.

Non mancavano poi gli interventi militari, soprattutto contro la pirateria barbaresca, con le spedizioni del 1766 e 1778 contro Tripoli e quella più massiccia del 1786-1787, quando alla guida di Angelo Emo vennero bombardate Sfax, Tunisi e Biserta.

Alla vigilia del nuovo XIX secolo, la vita pubblica veneziana venne infine agitata da travagli politici interni, provocati dalle nuove idee introdotte dalla Rivoluzione francese, cui il governo, arroccandosi su posizioni rigidamente conservatrici, non seppe fornire un'efficace reazione. Tale situazione favorì la caduta finale della repubblica, di cui non fu secondaria causa il diffuso timore da parte della classe aristocratica dello scoppio di rivolte giacobine, che in realtà non si realizzarono mai.

Le guerre napoleoniche e la fineModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Caduta della Repubblica di Venezia.

Durante la campagna italiana condotta dalla Francia rivoluzionaria, la repubblica venne invasa dalle truppe francesi di Napoleone Bonaparte (1797), che occuparono la terraferma, giungendo ai margini della laguna. A seguito delle minacce francesi di entrare in città, nella seduta del 12 maggio 1797, il Doge e i magistrati deposero le insegne del comando, mentre il Maggior Consiglio abdicò e dichiarò decaduta la repubblica. Il 15 maggio 1797 il Doge abdicatario Ludovico Manin lasciò per sempre il Palazzo Ducale e, il giorno dopo, 16 maggio, il potere di governo passò a una Municipalità provvisoria posta sotto il controllo del comando militare francese, nel terrore generale di rivolta suscitato dalle salve di saluto dei fedeli soldati "schiavoni" (istriani e dalmati), che obbedirono all'ordine di evacuazione impartito per evitare scontri.

Napoleone entrò così a Venezia senza quasi che fosse sparato un solo colpo, se non una salva d'artiglieria ordinata dal Forte di Sant'Andrea che distrusse la fregata francese "Le Libérateur d'Italie" mentre tentava di forzare l'ingresso in laguna. Poco dopo anche l'Istria e la Dalmazia, ormai caduta la madrepatria, si consegnarono ai francesi.

Le aspettative degli illuministi italiani, illusi che l'arrivo delle truppe napoleoniche avrebbe fatto trionfare anche nella penisola italiana gli ideali di libertà affermatisi oltre le Alpi con la rivoluzione francese, furono tradite da Napoleone. Nel trattato di Campoformio firmato il 17 ottobre 1797, la Francia si spartì il Nord Italia con l'Arciducato d'Austria, al quale furono assegnati Venezia ed i suoi territori, decretando in tal modo la fine della repubblica di Venezia.

Prima della consegna di Venezia all'Austria però l'occupazione napoleonica si dedicò a un enorme spoliazione di opere d'arte e di materiale bellico. Furono presi i cavalli di San Marco, le opere d'arte custodite in città e nell'entroterra, ma anche le armi e tutti i materiali utili come il rame[57].

Dopo la definitiva sconfitta di Napoleone, il congresso di Vienna del 1814 non ridiede l'indipendenza ai territori della repubblica di Venezia, che furono uniti a quelli del ducato di Milano, nel neoistituito regno lombardo-veneto, assoggettato all'Impero austriaco, comprendente grossomodo i territori degli odierni Veneto, Lombardia e Friuli.

PoliticaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Governo della Repubblica di Venezia.
 
Sistema governativo della Repubblica di Venezia tra il XV e il XVIII secolo

In seguito all'occupazione longobarda e alla progressiva migrazione delle popolazioni romane nacquero nuovi insediamenti costieri in cui le assemblee locali, i comitia, eleggevano un Tribuno per reggere l'amministrazione locale, perpetuando l'uso romano avviato negli ultimi anni dell'Impero romano d'Occidente. Tra la fine del VII secolo e gli inizi dell'VIII una nuova riforma politica investì la Venetia: come le altre province bizantine d'Italia fu trasformata in ducato, a capo del quale c'era il doge. In seguito al breve regime dei magistri militum, nel 742 l'elettività ducale fu trasferita dall'Impero alle assemblee locali, sancendo così l'inizio della monarchia ducale che durò, con alterne vicende, sino all'XI secolo[58].

Se la prima stabile forma di coinvolgimento del patriziato nella gestione del potere si era avuta con l'istituzione della Curia ducis, a partire dal 1032 con l'inizio dell'età comunale, si avviò un inarrestabile processo di limitazione e sottrazione di potere ducale da parte della nascente aristocrazia mercantile riunita nel Maggior Consiglio, la maggior assemblea del Commune Veneciarum. Nel XIII secolo l'assemblea popolare della Concio fu progressivamente spogliata di tutti i suoi poteri e, analogamente alle signorie cittadine italiane, anche a Venezia il potere iniziò a concentrarsi nelle mani di un ristretto numero di famiglie[59]. Per scongiurare la nascita di una signoria e diluire il potere delle case vecchie nel 1297 avvenne la Serrata del Maggior Consiglio, un provvedimento che aumentò il numero dei membri del Maggior Consiglio lasciando invariato il numero delle famiglie e quindi precludendo l'ingresso alla nuova nobiltà[60].

Tra il XIII e il XIV secolo il potere del doge si fece puramente formale e quello delle assemblee popolari nullo, anche se la Concio fu formalmente abolita solamente nel 1423; questo decretò la nascita di una repubblica oligarchica e aristocratica che continuò ad esistere fino alla caduta della Repubblica[61]. L'ordinamento dello Stato era affidato a molti nobili suddivisi in numerose assemblee che generalmente rimanevano in carica per meno di un anno e si riunivano a Venezia nel Palazzo Ducale, centro politico della Repubblica[62].

Ordinamento dello StatoModifica

DogeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Doge della Repubblica di Venezia, Serenissima Signoria e Minor Consiglio.
 
Il Doge Andrea Gritti.

Il Doge era il capo di Stato della Repubblica di Venezia, l'incarico durava a vita e il suo nome figurava sulle monete, le bolle ducali, le sentenze giudiziarie e le lettere inviate ai governi stranieri. Il suo potere maggiore era quello di promulgare le leggi, inoltre comandava l'esercito durante i periodi di guerra e faceva eseguire a suo nome dal Sopragastaldo tutte le sentenze giudiziarie[63]. L'elezione del Doge era decretata da un'assemblea di quarantuno elettori scelti dopo una lunga serie di elezioni e sorteggi, in modo da evitare i brogli, e una volta eletto il Doge aveva l'obbligo di pronunciare la promissione ducale, un giuramento in cui veniva promessa fedeltà alla Repubblica ed erano riconosciute le limitazioni ai propri poteri[64][65].

La Serenissima Signoria era l'assemblea di maggior dignità del sistema governativo veneziano ed era composta dal Doge, dal Minor Consiglio e dai tre capi della Quarantia Criminale. La Signoria aveva il compito fondamentale di presiedere le maggiori assemblee dello stato: il Collegio dei Savi, il Maggior Consiglio, il Senato e il Consiglio dei Dieci. I membri della Signoria inoltre avevano il potere di proporre e votare le leggi nelle assemblee presiedute e di convocare il Maggior Consiglio in ogni momento. Il Minor Consiglio era eletto dal Maggior Consiglio e si componeva di sei consiglieri eletti tre alla volta ogni otto mesi; siccome rimanevano in carica un anno, i tre consiglieri uscenti per quattro mesi svolgevano il ruolo di Consiglieri Inferiori e presiedevano la Quarantia Criminale in rappresentanza della Signoria. All'interno del Minor Consiglio veniva eletto uno dei Tre Inquisitori di Stato e in seguito alla morte del Doge eleggeva un Vice Doge e presiedeva la Repubblica con il resto della Signoria[66][67].

Collegio dei SaviModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Collegio dei Savi.
 
Il Pien Collegio riunito durante la visita dell'ambasciatore spagnolo.

Il Collegio dei Savi era composto tre sottocommissioni dette "mani": i Savi del Consiglio, i Savi di Terraferma e i Savi agli Ordini, costituiva il vertice del potere esecutivo, era eletto dal Senato e quando era presieduto dalla Serenissima Signoria assumeva il nome di Pien Collegio. I Savi del Consiglio erano sei e stabilivano l'agenda dei lavori del Senato mentre i Savi agli Ordini, inizialmente preposti alla gestione delle mude e della marina, persero progressivamente importanza. I Savi di Terraferma erano cinque, uno era il Savio ai Cerimoniali, uno il Savio che si occupava della spedizione delle leggi, mentre gli altri tre erano veri e propri ministri:

  • Savio Cassier, analogo del ministro delle finanze, era superiore e stretto collaboratore dei camerlenghi[68];
  • Savio alla Scrittura, analogo del ministro della guerra, era incaricato della gestione economica delle truppe e della giustizia militare[69];
  • Savio alle Ordinanze, si occupava della gestione delle cernide, le milizie locali di difesa[69].

Il Pien Collegio aveva come funzione primaria quella di intrattenere i rapporti con gli stati esteri e con la Chiesa, accoglieva gli ambasciatori, i nunzi delle città suddite e i membri del clero[70][71].

Maggior ConsiglioModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Maggior Consiglio.
 
Il Maggior Consiglio riunito.

Il Maggior Consiglio era costituito da tutti gli uomini nobili di almeno venticinque anni d'età iscritti nel libro d'oro e deteneva il potere legislativo ed elettivo. Inizialmente composto da circa quattrocento membri, la sua dimensione aumentò notevolmente in seguito alla Serrata del Maggior Consiglio, tanto che nel XVI secolo ad una seduta parteciparono 2 095 nobili e nel 1527 gli aventi diritto a sedervi arrivarono a 2 746[60][72]. A ogni membro del Maggior Consiglio era consentito di votare e proporre una nuova legge che doveva poi essere approvata dal Consiglio stesso, che si occupava anche di riformare e abrogare le leggi. Mentre il potere legislativo era comunque per la gran parte detenuto dal Senato, quello elettivo era quasi esclusivo del Maggior Consiglio. Il consiglio eleggeva ben ottantaquattro magistrature tra le quali: il Minor Consiglio, il Senato, la Quarantia, il Consiglio dei Dieci, il Cancellier Grande e l'Avogadoria de Comun oltre a tutti i capitani, i podestà, i provveditori, i camerlenghi e indirettamente il Doge[73][74].

Magistrature principaliModifica

 
Palazzo Ducale, il luogo in cui avevano sede le assemblee e le magistrature della Repubblica.
 
Avogadori de Comun
Senato
Noto anche come Consiglio dei Pregadi, il Senato aveva principalmente potere legislativo. Composto da circa 300 membri con più di trentacinque anni, 120 erano senatori eletti dal Maggior Consiglio (60 più 60 de zonta) a cui si aggiungevano il Consiglio dei Dieci, la Quarantia Criminal, il Collegio dei Savi e molte altre magistrature che spesso avevano esclusivamente il potere di votare o proporre le leggi. Il Senato si occupava di legiferare principalmente in politica finanziaria, commerciale ed estera[75][76].
Quarantia
Era l'organo che deteneva il massimo potere giudiziario, si suddivideva in: Quarantia Criminale, per i processi penali, Quarantia Civil Vecchia e Quarantia Civil Nuova, per i processi civili nel Dogado e nei Domini di Terraferma e in due collegi da quindici e venticinque membri per i casi di minor importanza. Ognuna delle Quarantie era composta da quaranta membri che sommati a quelli dei collegi facevano 160 membri. I giudici ruotavano partendo dai collegi per poi arrivare alla Quarantia Criminale e operavano per otto mesi in ogni assemblea, rimanendo in carica due anni e otto mesi[77][78].
Avogadoria de Comun
Analogamente al pubblico ministero odierno, l'Avogadoria de Comun rappresentava gli interessi della collettività e dello Stato. Gli avogadori rimanevano in carica sedici mesi e si occupavano anche di redigere il libro d'oro a cui erano iscritti tutti gli aventi diritto a sedere nel Maggior Consiglio[79].
Consiglio dei Dieci
Organo giudiziario nato in seguito della congiura del Tiepolo, era composto da dieci membri che avevano lo scopo di garantire la sicurezza della Repubblica e del suo governo attraverso qualsiasi mezzo. Il Consiglio si occupava specialmente di reati politici, il suo potere era così ampio che nel 1355 condannò a morte addirittura il doge Marino Faliero. Avendo un così ampio potere l'incarico durava solo un anno e inoltre i dieci non potevano esercitare altre funzioni pubbliche e non avevano tra loro legami di parentela. Per garantire la segretezza delle sue azioni al Consiglio era affidata una somma di denaro che amministrava autonomamente. Ad avere maggior potere all'interno dell'organo erano i Tre inquisitori di Stato, che potevano sostituirsi ai giudici ordinari e procedevano in segreto[80].

Suddivisioni amministrativeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Reggimento (Repubblica di Venezia).
 
La provincia di Bergamo suddivisa nei suoi reggimenti

La suddivisione amministrativa fondamentale della Repubblica di Venezia era il reggimento, ovvero piccoli territori amministrati da un podestà, ai quali faceva capo una città. I reggimenti nacquero solo nella prima metà del XV secolo grazie al meccanismo delle dedizioni. La Repubblica richiedeva la deposizione del signore che veniva prontamente sostituito con un rettore, dopodiché degli ambasciatori della città si recavano a Venezia dove veniva definito il legame indissolubile della città con la Repubblica. Grazie a questo meccanismo la Repubblica di Venezia riuscì di fatto ad incorporare molti territori[81].

Per governare i reggimenti di maggiore importanza in modo imparziale ed efficace, il podestà veniva scelto tra i membri del patriziato veneziano, mentre nei reggimenti secondari spesso il rettore veniva scelto tra la nobiltà locale[82]. Nonostante ciò le leggi e l'amministrazione variavano molto in base alle peculiarità del reggimento stesso, la Repubblica lasciava quindi molta libertà di governo ai podestà che a fine mandato, dopo al massimo quattro anni, erano però obbligati a consegnare un rendiconto sulla loro amministrazione[83].

Il podestà, che in base al territorio amministrato era anche chiamato rettore, bailo, conte o governatore, nei reggimenti di maggiori dimensioni era coadiuvato anche da due consiglieri e da altri amministratori. L'esercito e la polizia erano sotto il comando del Capitano[84] mentre i confini erano supervisionati dai Castellani, i Cancellieri amministravano la giustizia[85] mentre la finanza era gestita dai Camerlenghi[86]. Al di sopra dei podestà agivano i provveditori generali che oltre ad avere il potere di scegliere i rettori in caso di pericolo, erano normalmente impegnati a vigilare sui podestà inviando supervisori detti sindici inquisitori[87].

I reggimenti andavano infine a costituire tre regioni amministrative:

Dogado
Il Dogado era il territorio originario della Repubblica, comprendeva Venezia e la sua laguna che era suddivisa in nove distretti. Ogni distretto era governato da un patrizio con il titolo di podestà e le città distrettuali erano: Caorle, Torcello, Murano, Malamocco, Chioggia, Loreo, Cavarzere e Gambarare, mentre la città di Grado era amministrata da un conte[88]. Inizialmente esteso lungo tutta la costa veneziana da Grado a Cavarzere spostò progressivamente il suo confine meridionale fino a Goro, lungo il delta del Po; l'estensione in terraferma si limitava tra i 7 e i 19 km[89].
Stato da Mar
I Domini del Mare, detti in lingua veneta Stato da Mar, erano costituiti dai territori oltremare conquistati dalla Repubblica di Venezia. I reggimenti dei Domini del Mare facevano capo al Provveditore Generale da Mar che viveva sull'isola di Corfù. Nel corso della loro espansione i Veneziani costituirono in tutto il Mediterraneo Orientale una serie di domini che andavano dall'Istria alla Dalmazia includendo anche l'Albania e le isole Ionie. Più ad oriente la Repubblica conquistò buona parte della Grecia, in particolare le Cicladi, il Peloponneso e il Negroponte, oltre alle grandi isole di Creta e Cipro[90]. Oltre ai territori direttamente dominati dalla Serenissima, nello Stato da Mar erano anche incluse diverse signorie feudali governate dalle maggiori famiglie nobili dell'epoca. Queste signorie corrispondevano alle varie isole Egee, ma furono anche instaurate ad Atene e Gallipoli[91].
Stato da Tera
I Domini di Terraferma, detti in lingua veneta Stato da Tera, erano costituiti dai territori dell'Italia settentrionale conquistati dalla Repubblica di Venezia, dove in caso di guerra il comando degli eserciti era assunto dal Provveditore generale alle armi. I principali possedimenti di terraferma furono i territori del Padovano, della Marca, del Vicentino, del Veronese, del Bresciano, del Bergamasco, del Cremonese, del Friuli, del Polesine e del Cadore[92].

Forze armate e pubblica sicurezzaModifica

MarinaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Marineria veneziana.
 
La marina veneziana combatte contro la flotta turca nel 1649 durante la battaglia di Focea.

La marina fu per secoli la principale forza armata della Repubblica, almeno fino al XV secolo quando fu affiancata anche da un esercito di terraferma. La flotta era amministrata dal Magistrato alla Milizia da Mar, una sorta di ministero composto da diverse magistrature che si suddividevano i compiti di governare l'approntamento della flotta, delle armi e degli equipaggi. L'approntamento della flotta era amministrato dai provveditori dell'Arsenale di Venezia, la struttura cardine della marina veneziana. In questo esteso complesso di officine e cantieri la navi venivano costruite e armate. L'Arsenale inoltre conteneva diverse scuole in cui il personale veniva formato, anche con l'ausilio di maestranze francesi e inglesi, in modo da rendere più efficiente e di maggior qualità la costruzione delle navi e dei navigli. L'allestimento della flotta era deciso dai provveditori all'armamento che provvedevano al mantenimento delle navi in disarmo e all'assegnazione dei soldati e dei vogatori. Le operazioni di reclutamento dei marinai invece venivano effettuate dai Presidenti alla Milizia da Mar, che in seguito dalla guerra di Candia iniziarono a reclutare personale dall'estero e non solo dal territorio della Repubblica[93].

La flotta dislocata nello Stato da Mar era gestita dal Provveditore Generale da Mar, risedeva a Corfù e nei domini d'oltremare era anche a capo dell'esercito e dell'amministrazione. In tempo di guerra il comando passava al capitano generale da mar, che veniva subito eletto e che aveva poteri più estesi del provveditore generale[94]. La flotta si divideva in armata sottile e armata grossa. L'armata sottile era composta da galere e galeazze e gli ammiragli al comando, tutti patrizi, avevano differenti gradi di specializzazione, ad esempio vi erano quelli preposti alla navigazione di fiumi e nei laghi, quelli dediti alla guerra contro la pirateria e quelli dedicati alla vigilanza delle isole. L'armata grossa, composta da navi da guerra, era gestita in tempo di guerra dal Commissario in Armata e il comando delle navi era assegnato agli ufficiali di marina che non appartenevano al patriziato Veneto. Fino alla fine del XVI secolo l'armata grossa fu usata anche per la difesa delle navi commerciali[95].

EsercitoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito veneziano.
 
Bartolomeo Colleoni, Capitano Generale di Terraferma durante le guerre di Lombardia.

Nel XV secolo l'espansione e la conquista della terraferma resero necessario il ricorso a compagnie di ventura e mercenari per potersi dotare di forze terrestri. L'organizzazione delle truppe e dei mercenari era gestita da un insieme di provveditori che erano coordinati dagli Inquisitori sopra i ruoli, presieduti dai Savi di Terraferma, si preoccupavano di rendicontare e di gestire le truppe e il loro equipaggiamento. Nel XVI secolo si procedette alla costituzione delle cernide, milizie territoriali gestite dal Rettore del reggimento e composte da un centinaio di uomini dedite alla difesa dei possedimenti terrestri e marittimi, dove assumevano il nome di "craine"; erano gestite dal Savio agli Ordini. In tempo di guerra le armate erano coordinate dal Capitano Generale di Terraferma, solitamente un mercenario esperto che veniva affiancato dal Provveditore Generale e che prendeva ordini dal Savio alla Scrittura, ovvero il ministro della guerra[96][97].

PoliziaModifica

L'ordine della città di Venezia era gestito da un corpo di polizia coordinato dai sei Signori della Notte che avevano il potere di arrestare i criminali sia di giorno che di notte. Oltre ai Signori della Notte pattugliavano le strade anche i capi contrada. L'ordine però era gestito anche da uno svariato numero di provveditori. I crimini come lo stupro e la bestemmia erano regolati dagli esecutori alla bestemmia che si occupavano anche del controllo dei bordelli, i provveditori alle pompe invece controllavano gli eccessi dei nobili mentre i magistrati alla sanità, la salubrità dei locali pubblici. La Giustizia nuova controllava le truffe e i Censori la corruzione tra le cariche pubbliche[98]. Per questioni politiche e di natura più interna la Repubblica talvolta ricorreva anche all'uso dei sicari e disponeva di una rete di spie assimilabile ai moderni servizi segreti[99].

SimboliModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Leone di San Marco.

Fin dal trafugamento del corpo dell'Evangelista da Alessandria d'Egitto nell'828 ed il suo arrivo a Venezia, lo Stato lagunare costituì uno speciale e particolarissimo rapporto con il proprio patrono. Questo legame, causato dalla particolare importanza della reliquia e soprattutto dal particolare legame esistente tra il Santo e le Chiese dell'Italia nord-orientale che alla sua predicazione facevano risalire la propria origine, portò a far considerare il santo patrono come custode della sovranità dello Stato, assurgendone a simbolo. La repubblica amava così farsi chiamare Repubblica di San Marco e le sue terre furono di frequente note come Terre di San Marco.

Il leone alato, simbolo dell'Evangelista, compariva così nelle sue bandiere, negli stemmi e nei sigilli, mentre gli stessi Dogi erano raffigurati nell'incoronazione inginocchiati, nell'atto di ricevere dal Santo il gonfalone.

"Viva san Marco!" fu il grido di battaglia della repubblica di Venezia, utilizzato fino alla sua dissoluzione nel 1797 a seguito della campagna italiana di Napoleone, e nella rinata repubblica retta da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Il grido "San Marco!" viene utilizzato dal personale militare del Reggimento lagunari "Serenissima" in ogni attività o cerimonia ufficiale, poiché gli odierni lagunari dell'esercito italiano hanno ereditato le tradizioni dei "Fanti da Mar" della Serenissima.

L'unico ordine equestre della Repubblica era l'ordine di San Marco o del Doge[100].

SocietàModifica

LingueModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua veneta.

La lingua veneta deriva dal latino volgare parlato dai romani che si insediarono nella laguna di Venezia in seguito alle invasioni barbariche del V secolo. La posizione protetta del Dogado favorì la conservazione della lingua latina che nel resto dell'Italia settentrionale invece subì le interferenze del sostrato gallico. A Venezia la lingua latina continuò a resistere per lungo tempo anche nella sua forma scritta in quanto la maggioranza dei notai erano ecclesiastici e quindi conoscitori del latino. Altra caratteristica peculiare di Venezia era lo stretto rapporto commerciale e culturale con l'oriente, in particolare con l'Impero bizantino e con i territori che nel XIII secolo hanno dato vita all'Impero ottomano. Questo rapporto fece si che i commercianti veneziani assimilassero nella loro lingua diversi vocaboli derivati dal greco bizantino e dall'arabo, ma anche dal provenzale che veniva usato come lingua franca tra i mercanti.

Il primo testo in lingua veneta è un documento commerciale risalente al 1253, periodo in cui la lingua scritta più diffusa rimaneva ancora il latino, anche se nel XV secolo la lingua veneta si diffuse in tutto il bacino Mediterraneo come lingua franca. Tuttavia il veneto non si impose come lingua letteraria in quanto già nel XIII secolo le lingue neolatine in cui si componeva letteratura erano il volgare fiorentino, la lingua d'oc dei trovatori, attivi anche nelle corti venete, e la lingua d'oïl. A riprova di ciò è il fatto che Marco Polo scelse la lingua d'oïl mentre Bartolomeo Zorzi la lingua d'oc, allora entrambe diffuse nelle corti quanto il latino, per le prime opere storiografiche in lingua veneta sarà necessario aspettare la seconda metà del XIV secolo. L'uso della lingua veneta per la redazione dei documenti ufficiali si affermò a partire dal XV secolo anche se le sentenze giudiziarie erano ancora emesse in latino. Nello Stato da Mar i possedimenti veneziani si estendevano lungo le coste dalmate e nelle isole ioniche ed egee, luoghi in cui la lingua parlata dai coloni veneziani si ibridava con le lingue locali[101][102].

Classi socialiModifica

A partire dal XIII secolo la società veneziana distinse in modo ben definito due classi sociali:

Patrizi
L'aristocrazia veneziana era una categoria sociale relativamente aperta: i primi erano i diretti discendenti dei primi tribuni e dei loro magistrati, ai quali si aggiunsero le famiglie che parteciparono attivamente e soprattutto economicamente alla guerra di Chioggia, alla guerra di Candia e alla guerra di Morea. Nel 1774 furono aggiunti al libro d'oro anche tutte quelle case nobili dei Domini di Terraferma. Il libro d'oro era gestito dagli Avogadori de Comun e conteneva l'elenco di tutte le nascite e le nozze del patriziato[103]. L'aristocrazia non era solo una classe di privilegiati, ma anche di servitori professionisti dello Stato, venivano tutti educati, i più ricchi nell'università di Padova mentre la nobiltà impoverita gratuitamente alla Giudecca[104]. Per impedire il concentrarsi del potere in poche mani, garantire un certo ricambio e consentire al maggior numero di aristocratici di avere un impiego, tutte queste cariche erano di breve durata, spesso di un solo anno e spesso erano mal pagate. Ai nobili non era concesso avere relazioni con i forestieri, uscire dai confini della Repubblica, chiedere grazie e distribuire denaro; la nobiltà si manteneva anche dopo accuse giudiziarie e tradimento verso la patria[105].
Cittadini
La cittadinanza veneziana era di tre tipi[106]:
  • Cittadini originarii: nativi di Venezia o da famiglie veneziane fino al terzo grado godevano della piena cittadinanza, esclusi gli ebrei. Ai cittadini originari era concesso anche assumere cariche pubbliche, potendo diventare: cancellieri, segretari, avvocati e notai. Inoltre i cittadini si aggregavano in scholae, confraternite religiose o di mestiere che prestavano mutuo soccorso a tutti gli appartenenti e permettevano di porre delle regole ai vari mestieri che si svolgevano a Venezia[107].
  • Cittadini de intra: i nuovi arrivati per merito godevano della piena cittadinanza e della garanzia dello Stato dentro i confini, era infatti concesso loro di svolgere alcuni mestieri interni alla città.
  • Cittadini de extra: anche questa era una cittadinanza concessa per merito, ma era piena infatti permetteva anche di navigare e commerciare come cittadino di Venezia.

EbreiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Comunità ebraica di Venezia.

La prima testimonianza della presenza ebraica a Venezia risale al 932[108]; nel XII secolo la comunità contava circa mille membri ed era stabilita a Mestre, e non nella Giudecca come si è creduto per lungo tempo. Ogni giorno gli ebrei partivano da Mestre e si recavano a Venezia, in particolare nei sestieri di San Marco e a Rialto dove era concesso loro lavorare; qui trafficavano merci e concedevano prestiti di denaro, mentre alcuni svolgevano la professione medica. Il lavoro dell'usura era necessario per il funzionamento delle attività imprenditoriali della città e pertanto, nonostante non avessero la cittadinanza e non fosse concesso loro viverci o comprare casa, gli ebrei erano ammessi nella capitale con permessi che venivano rinnovati ogni cinque o dieci anni. Con un decreto del 22 maggio 1298 si pose un limite del tasso di interesse sui prestiti, che fu fissato tra il 10% e il 12% e contemporaneamente fu imposta una tassa del 5% sui traffici commerciali[109].

Nel 1385 fu concesso per la prima volta a un gruppo di prestatori ebrei di vivere in laguna[110]. Il 25 settembre 1386 richiesero ed ottennero di acquistare una parte del terreno del Monastero di San Nicolò al Lido per seppellire i propri defunti, originando il cimitero ebraico di Venezia, tuttora funzionante. Verso la fine del XIV secolo le restrizioni verso gli ebrei aumentarono e fu consentito loro di soggiornare in città solamente due settimane; inoltre furono obbligati a portare un cerchio giallo come segno distintivo, che nel XVI secolo si trasformò in un drappo rosso[111].

Dopo la sconfitta di Agnadello ad opera della Lega di Cambrai molti erano ebrei provenienti da Vicenza e Conegliano si rifugiarono in laguna rendendo difficile la coesistenza con i cristiani. A seguito delle tensioni sociali, il 29 marzo 1516 fu istituito il ghetto di Venezia dove prima sorgevano le fonderie[112] e nel 1541 fu ampliato per far spazio agli ebrei levantini[113]. Il lavoro degli ebrei fu posto sotto la sorveglianza dei magistrati al Cattaver, e oltre alla gestione dei banchi di pegno del ghetto fu concesso loro il commercio dell’usato, rendendo il ghetto un importante centro commerciale. Il ghetto era suddiviso in comunità basate sul paese di provenienza, ognuna con la propria sinagoga[114]. Prima della pestilenza del 1630 la comunità contava quasi cinquemila persone e il ghetto era ricco di attività commerciali.

Dopo la peste il ghetto fu ripopolato da alcuni ebrei dell’Europa orientale e nel 1633 il ghetto fu ampliato[115], ma nel frattempo Venezia aveva perso la sua centralità e anche la comunità ebraica iniziò a ridursi e le tasse; verso di essa aumentarono e iniziarono a nascere movimenti settari. La situazione declinò finché nel 1737 la comunità dichiarò fallimento[116].

EditoriaModifica

L'editoria veneziana ha visto la sua prima fase di sviluppo nel XV secolo diventando ben presto leader nel settore. La prima legge a tutela degli editori risale al 18 settembre 1469 quando il governo della Serenissima concesse al tedesco Giovanni da Spira un privilegio di stampa che conferiva all'editore la facoltà esclusiva di stampare determinate opere[117]. Tra il 1495 e il 1515 Aldo Manuzio diede un ulteriore sviluppo dell'editoria veneziana grazie a tre innovazioni che in seguito si diffusero il tutta Europa: il formato in ottavo e il carattere corsivo e la virgola uncinata. Queste invenzioni gli permisero di diventare il maggiore editore veneziano e di conseguenza attirò a se i maggiori umanisti dell'epoca tra i quali Pietro Bembo ed Erasmo da Rotterdam[118].

L'editoria veneziana raggiunse il suo massimo splendore nella prima metà del XVI secolo quando a Venezia venivano stampati la metà dei libri pubblicati in Europa, rendendola di fatto la capitale mondiale dell'editoria. La produzione libraria a Venezia fu incentivata, oltre che dalle norme a favore degli editori, anche dalla mancanza della censura, è infatti a Venezia che nel XVI secolo si stamparono opere proibite nel resto d'Europa come i Sonetti lussuriosi[119].

ReligioneModifica

CattolicesimoModifica

La Repubblica di Venezia riconosceva come religione di stato il cattolicesimo e pur rimanendo relativamente tollerante rispetto alle altre confessioni erano molte le leggi a favore delle tradizioni cattoliche[120] dato che dal censimento del 1770 si deduce che circa il 86,5% della popolazione era di confessione cattolica[121]. La Chiesa cattolica amministrò il territorio della Repubblica prima con il patriarcato di Grado che aveva come suffragenea la diocesi di Castello, la quale venne poi soppressa l’8 ottobre 1451 da papa Niccolò V al fine di erigere il patriarcato di Venezia che ha poi inglobato anche le diocesi di Jesolo, Torcello e Caorle. Durante la storia della Repubblica di Venezia la cattedrale del patriarcato fu la Basilica di San Pietro di Castello che venne cambiata in San Marco solo nel 1807, dieci anni dopo la caduta della Repubblica[122]. Durante il periodo della Controriforma anche nella Repubblica di Venezia fu attiva l'Inquisizione che dal 1542 al 1794 processò 3 620 imputati tra i quali Giordano Bruno, Pietro Paolo Vergerio e Marco Antonio de Dominis. I crimini in materia di fede, come la stregoneria, erano regolati da un tribunale laico già nel 1181 durante la reggenza del doge Orio Mastropiero. Il tribunale oltre ad essere composto dai suoi giudici nominati dal doge si avvaleva anche dell'aiuto dei vescovi e del patriarca di Grado e la pena più diffusa per i condannati era quella di essere bruciati al rogo[123]. Questi magistrati continuarono ad intervenire come membri laici anche nei processi dell'Inquisizione entrando spesso in conflitto la Chiesa e talvolta mitigando la durezza della pena[124], inoltre l'inquisizione aveva potere solo su i cristiani e non sui membri delle altre confessioni come gli ebrei[125]. Il governo inoltre regolava la costruzione degli edifici di culto, limitava i lasciti in favore della Chiesa, favoriti dalla presenza dei parroci-notai, e controllava i preti che predicavano contro il governo talvolta espellendoli dallo Stato[126].

Altre religioniModifica

Oltre alla fede cattolica nella Repubblica di Venezia, in particolare nello Stato da mar, era presente anche la chiesa ortodossa e dal censimento del 1770 si deduce che i greci ortodossi costituivano circa il 13,3% della popolazione[121]. La comunità greco ortodossa era presente anche nella capitale e nel 1456 i greci ottennero il permesso per costruire la chiesa di San Biagio a Venezia, l'unica della città in cui potevano celebrare i loro riti, nel 1514 a causa del sovraffollamento di San Biagio fu permessa la costruzione della chiesa di San Giorgio dei Greci[127].

La popolazione restante apparteneva ad altre chiese come quella protestante e quella cattolica armena e vi erano poi anche dei mercanti islamici, che però non risedevano stabilmente a Venezia. Gli armeni si stabilirono a Venezia già nella metà nel XIII secolo anche se la costruzione della prima chiesa armena cattolica, la chiesa di Santa Croce degli Armeni, risale solo al 1682[128]. Gli armeni inoltre ebbero come centro principale di cultura l'isola di San Lazzaro degli Armeni.

Grazie ai rapporti commerciali intrattenuti con i tedeschi e gli svizzeri anche nella Repubblica di Venezia si diffuse la religione protestante, che poteva essere praticata liberamente. Nel 1649 i protestanti ottennero la possibilità di seppellire i loro morti nella Chiesa di San Bartolomeo e nel 1657 fu concesso loro di celebrare messe con pastori tedeschi nel Fondaco dei Tedeschi[129].

A Venezia era presente anche il Fondaco dei Turchi dove trascorrevano il loro tempo i mercanti ottomani e nel quale era presente una piccola moschea, l'unico luogo di preghiera per i fedeli mussulmani che soggiornavano a Venezia[130].

Gli ebrei nel 1770 erano solo 5 026 pari a circa lo 0,2% della popolazione della Repubblica di Venezia[121], ma per questa minoranza furono promulgate diverse leggi che ne limitavano il rapporto con i cattolici e le loro libertà civili. In seguito alla cacciata degli ebrei in quasi tutta Europa a Venezia fu concesso di rimanere nel ghetto in modo da non creare disordini nella città e qui di poter svolgere le loro tradizioni e pregare nelle sinagoghe[131]. A Venezia erano presenti cinque sinagoghe appartenenti alle diverse comunità ebraiche veneziane, anche chiamate università o nationi, che qui svolgevano la liturgia seguendo riti diversi per ogni sinagoga[132].

EconomiaModifica

RisorseModifica

Fin dai primi insediamenti la pesca svolse un ruolo fondamentale nel sostentamento delle comunità lagunari. La pesca costituiva una delle attività più diffuse tra il popolo minuto che si dedicava anche all'itticoltura, dopo essere stato pescato il pesce veniva messo sotto sale al fine di conservarlo meglio[133]. Oltre alla pesca, anche se in modo minore, era diffusa la caccia, l'uccellagione e la pastorizia che però era limitata dalla scarsità di pascoli nel Dogado. Così come erano ridotti i pascoli, anche l'agricoltura non era molto praticata in laguna e i prodotti agricoli venivano venduti dall'Arte dei fruttaroli[134].

Oltre alla pesca, le popolazioni lagunari hanno da sempre fatto affidamento all'estrazione del sale per il loro sostentamento. Grazie al commercio del sale infatti le prime popolazioni lagunari potevano acquistare le merci che la laguna veneta non produceva, prime fra tutte il grano. Diretta concorrente nella produzione del sale fu Comacchio che addirittura nel nel 932 fu distrutta e la sua popolazione trasferita nella laguna veneta. Le zone di maggior produzione furono la parte settentrionale della laguna e il circondario di Chioggia che divenne nel corso dei secoli il sito di maggior produzione salina del mediterraneo, raggiungendo il suo apice nel XIII secolo. La maggior parte del sale prodotto a Chioggia veniva esportato in Italia attraverso il Po e l’Adige. Le saline si costituivano di una serie dighe, bacini e canali che ne permettevano il corretto funzionamento. La loro estensione era notevole, le saline di Chioggia occupavano un'area di circa 30 km² che corrispondevano a novanta volte l’estensione della città. L'impulso alla costruzione dei fondamenti fu dato dal doge e dalle grandi famiglie ducali che ne detenevano la proprietà. I fondi dei nobili erano affittati alle famiglie dei salinari che in grande autonomia mantenevano la salina e ne estraevano il sale. I proprietari dei fondi avevano un rapporto esclusivamente economico con i salinari, di conseguenza i nobili, proprietari dei fondi, non potevano considerarsi signori feudatari come invece avveniva nel resto d’Europa nella coltivazione del grano. I salinari inoltre erano organizzati i consorzi che rendevano ancora più difficoltosa un'imposizione signorile dei proprietari fondiari[135]. Nel XIV durante la massima espansione commerciale la produzione di sale in laguna era diminuita, ma nonostante ciò Venezia mantenne il monopolio di questa preziosa merce imponendo ai mercanti di trasportare una certa percentuale di sale che spesso veniva acquistato in Puglia, Sicilia, Sardegna nelle isole Baleari a cipro e sulla coste della Libia[136].

IndustriaModifica

Commerciato già a partire dal IX secolo sotto forma di lastre, il vetro di Murano è tutt'ora considerato uno dei prodotti di spicco dell'industria veneziana. Grazie alla sua qualità il vetro veniva utilizzato per la fabbricazione di opere d'arte esportate in tutto il mondo[137][138]. La sua produzione era localizzata unicamente sull'isola di Murano, al fine di scongiurare il propagarsi di incendi all'interno della captale[139]. Nonostante la produzione vetraia l'attività di maggior successo era quella delle costruzioni navali che avveniva all'interno dell'arsenale di stato, attivo fin dal XII secolo[140], ma anche negli squeri veneziani piccoli cantieri navali cittadini. Accanto alla costruzione della navi era sviluppata la produzione del cordame navale da parte dei filacànevi, i quali a partire dal XIII secolo importarono la canapa dalla Russia attraverso in Mar Nero[141]. Tra le attività già diffuse nel XIII secolo figuravano le concerie e la filatura della lana che venivano esercitate alla Giudecca.[139]

CommercioModifica

 
La mappa delle rotte commerciali veneziane (mude) e dei possedimenti della Serenissima[142]

Il commercio è sempre stato alla base del successo e dell'ascesa politica della Repubblica di Venezia, già nell'829 il doge Giustiniano Partecipazio oltre alla gestione dei suoi beni feudali si occupava anche di affari commerciali via mare[137]. Le imprese commerciali dei cittadini veneziani aumentarono nel XII secolo periodo in cui nacquero le mude, carovane di navi mercantili dette galee che scortate da navi armate si rivolgevano verso i mercati orientali, primo tra tutti quello di Costantinopoli, l'odierna Istanbul[38]. Con l'Impero bizantino Venezia ebbe un rapporto privilegiato a partire dal 1082 quando con la firma della crisobolla fu concesso ai mercanti veneziani di scambiare merci con i bizantini senza alcuna tassa e di stabilire un nucleo abitato direttamente nella capitale[143], privilegio che però termino nel sangue nel 1171 a causa di Manuele I Comneno. I traffici commerciali raggiunsero il loro apice nel XIII secolo, ma continuarono ad essere fondamentali nella vita politica e sociale di Venezia fino alla fine del XVI secolo e in questo periodo nascono anche le mude statali, convogli di navi appaltati ai marcanti che venivano utilizzate per raggiungere le terre più lontane dall'India, alla Cina, all'Inghilterra e le Fiandre. I traffici della Repubblica erano così estesi che nel 1325 si constatava l'esistenza di insediamenti veneziani nel nord Europa a Southampton e Burges e in Asia: in Cina a Zaytun, l'attuale Quanzhou, in Russia a Sudak e Azov, in Turchia a Trebisonda, in Giordania ad Amman e infine anche erano presenti altri insediamenti sulle rive del lago d'Aral[144]. Il commercio veneziano subì un forte declino alla fine del XVI secolo quando la concorrenza di portoghesi, spagnoli, inglesi e olandesi divenne asfissiante per i mercanti veneziani[145].

Le merci che i veneziani scambiavano maggiormente via mare e che affollavano il centrale mercato di Rialto erano: cotone, tessuti, ferro, legname, allume, sale e spezie[38] scambiate già nel IX secolo, risale infatti all'853 il testamento del vescovo Orso Partecipazio nel quale apparse per la prima volta il pepe[137]. Oltre al pepe Venezia scambiava grandi quantità di cannella, cumino, coriandolo, garofano e molte altre spezie che rivestivano un ruolo fondamentale per la conservazione delle carni, per l'aromatizzazione di vini e per le cure mediche di cui la medicina veneziana ne faceva un largo uso. Tra le spezie figurano anche lo zucchero, prodotto a Cipro e raffinato a Venezia e tutti i profumi e gli incensi ampiamente utilizzati dai patrizi veneziani e durante le funzioni religiose. Oltre alle spezie l'oriente forniva anche pietre preziose e seta, viceversa Venezia portava in oriente metalli, legno, pellami e tessuti europei. Altro bene di cui Venezia deteneva il monopolio era il sale che veniva comparto ovunque ce ne fosse e data la sua utilità la Repubblica obbligava ogni mercante a trasportarne una certa quantità, il monopolio del sale oltre ad essere un privilegio commerciale era anche un deterrente politico contro le nazioni estere.

Altro bene di fondamentale importanza erano i cereali che erano gestiti dalla Camera del frumento in modo da osteggiare eventuali carestie, vi era poi una grande importazione di olio usato oltre che nel condimento anche per l'illuminazione[144].

MonetazioneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Monete di Venezia.
Zecchino d'oro
 
s m venet micael sten, San Marco offre uno stendardo al Doge Michele Steno. sit t xpe dat q t regis iste dvcat, Cristo in Maestà entro una mandorla.
1400-1413, Au 3,50 g, 21 mm

La grande espansione del commercio veneziano cominciata nel XII secolo e la necessità di una moneta stabile divenne sempre più urgente, così nel 1202 durante il dogato di Enrico Dandolo si cominciò la coniazione del ducato d'argento, poi detto matapan che si diffuse in breve in tutto il bacino mediterraneo, il ducato corrispondeva a 26 denari e pesava all'incirca due grammi[38][146][147][148]. Come le altre monete della Repubblica di Venezia il ducato aveva l'effigie del doge regnante, che di fronte a San Marco impugnava lo stendardo di Venezia.

Il 31 ottobre 1284 il doge Giovanni Dandolo decise la coniazione di una nuova moneta, che sarà poi vitale nell'economia veneziana, lo zecchino d'oro, o ducato[149]. Lo zecchino, fatto in oro di ottima purezza pesava circa 3,5 g e la sua coniazione si interruppe solo con la caduta della Repubblica[150].

Il conio a partire dal XVI secolo avveniva in un apposito edificio affacciato sul molo marciano, zecca di Venezia, sulla cui attività vigilava la Quarantia[151].

CulturaModifica

ArteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rinascimento veneto.

ArchitetturaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Villa veneta.

Pittura e sculturaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Pittura veneta.

TeatroModifica

 
Il teatro San Samuele edificato nel 1655 da Giovanni Grimani

Fino al XVII secolo le opere teatrali si rappresentavano nei palazzi nobiliari o in pubblico dalle compagnie della Calza che mettevano inscena le loro opere su teatri ambulanti in legno[152]. Nel corso del XVII secolo si ebbe una grande diffusione del teatro tanto che nel 1637 fu inaugurato il teatro San Cassiano, primo teatro stabile di Venezia, con la rappresentazione dell'Andromeda di Benedetto Ferrari. Nel corso del secolo, grazie al finanziamento dei nobili, furono edificati una dozzina di teatri nei quali prevalentemente si rappresentavano tragedie e melodrammi[153]. A Venezia la riforma del melodramma fu avviata Apostolo Zeno, che ispirandosi alla tragedia francese, rese il melodramma più sobrio e costruì le sue opere in modo che potessero essere rappresentate anche senza musica[154].

Nel XVII secolo, anche se meno diffuse dei melodrammi, era rappresenta la commedia dell'arte. Basata sull'improvvisazione degli attori e sui canovacci, era caratterizzata da un grande numero di personaggi stereotipati che rappresentavano in modo generico la vita delle varie classi sociali veneziane[155]. Nel XVII secolo la commedia dell'arte fu completamente riformata da Carlo Goldoni che e introdusse una nuova forma di teatro grazie all'eliminazione delle maschere e all'introduzione di un copione preciso. Viceversa Carlo Gozzi mise in atto rappresentazioni di fiabe esaltando ed esasperando la tradizione della commedia dell'arte[156].

ModaModifica

 
A sinistra la dogaressa nel 1581 in abiti tardo rinascimentali e a destra una donna del 1750 che veste la Tonda

La moda veneziana si sviluppò seguendo quella delle popolazioni con cui Venezia commerciava. Nei primi secoli di vita della Repubblica, per via dei rapporti commerciali con i Longobardi, si diffusero lunghi vestiti di tela decorati da strisce colorate e le scarpe solitamente erano dei sandali di pelle. Successivamente la stretta vicinanza con l'Impero Bizantino si diffusero anche vestiti più sfarzosi, in genere si trattava di tonache ricamate o trapuntate di colore azzurro che all'epoca era il colore simbolo dei veneti. Sopra la tonaca gli uomini spesso indossavano mantelli, cinture e cappelli. I vestiti delle donne nobili erano di seta ricamata, molto lunghi e scollati, solitamente indossavano anche mantelli a strascico e pellicce di ermellino. Nel XIII secolo per regolare e tutelare le attività sartoriali furono istituite tre diverse corporazioni: i Sartori da vesti, i Sartori da ziponi e i Sartori da calze e si dedicavano rispettivamente a cucire vestiti, giubbotti e calze.

Nel XIV secolo, seguendo la moda europea, nella Repubblica di Venezia per le donne si cucirono vestiti sempre più sfarzosi, mentre gli uomini cominciarono a radersi la barba e a portare delle gonnelle abbinate a delle lunghe calze bicolore. Non essendo le strade selciate la gente per evitare di sporcarsi troppo indossava degli zoccoli molto alti che poi si toglieva in casa. Tra il XV e nel XVI secolo l'influenza rinascimentale e poi barocca portarono sempre più agli eccessi gli abiti femminili grazie anche all'introduzione del merletto di Burano[157]. Per evitare che i nobili e i patrizi spendessero enormi quantità di denaro nei capi d'abbigliamento nel 1488 la Repubblica emanò delle leggi atte a limitare l'uso dei vestiti troppo costosi, tanto che nel 1514 si istituirono i provveditori alle pompe, che avevano il compito di vigilare sulla quantità di denaro spesa per abiti ed eventi[158].

Nel XVII secolo iniziò la moda della parrucca e dell'uso della cipria, in particolare per gli uomini che nel secolo successivo introdussero la velada ovvero una specie di mantello più o meno decorati. Al contrario i vestiti delle donne diventarono più modesti tanto che l'abito più diffuso della repubblica divenne la Vesta a Cendà, un abito che si componeva di un lungo vestito solitamente nero e di sciarpa bianca. Le donne più povere invece indossavano la Tonda un vestito di bianco che copriva il capo e dietro era legato con una cintura[159].

TradizioniModifica

La Repubblica di Venezia contava numerose tradizioni storiche e folcloristiche di vario genere, alcune delle quali celebrate anche in seguito alla sua caduta. A Venezia le feste religiose erano celebrate con delle processioni estremamente sfarzose dirette verso la basilica di San Marco a cui prendeva parte il doge, preceduto dalle varie assemblee governative e dalle maggiori scuole della città. Oltre a tutte le maggiori festività cattoliche era celebrato con altrettanto sfarzo anche il giorno di San Marco, patrono della città[160]. Nel corso dell'anno inoltre venivano effettuate diverse messe in ricordo di alcuni eventi fondamentali della storia della Repubblica, come il fallimento della congiura del Tiepolo o quella ordita dal doge Marino Faliero e altre come la Festa delle Marie per celebrare la potenza di Venezia[161]. Una delle feste di maggior importanza politica era la Festa della Sensa, celebrata nel giorno dell'Ascensione, prevedeva una sfilata di barche capeggiata dal Bucintoro e il rito dello Sposalizio del Mare che simboleggiava il dominio marittimo di Venezia[162].

Tra le feste profane una di quelle di maggior rilievo era il Carnevale: celebrato per tutta la sua durata, prevedeva le feste maggiori il giovedì e il martedì grasso. Oltre a balli e spettacoli di vario tipo, l'ultima domenica di carnevale si svolgeva la caccia dei tori, una manifestazione analoga alla corrida[163]. Oltre al carnevale veniva svolta la Regata, che al pari delle altre feste prevedeva grandi festeggiamenti e cortei[163].

NoteModifica

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BibliografiaModifica

Bibliografia di riferimentoModifica

Bibliografia aggiuntivaModifica

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  • Stefano; Devitini Zuffi, Alessia; Castria Francesca, Venezia, Milano, Leonardo Arte editori, 1999, ISBN 88-7813-123-7.

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